12 febbraio 2008

Omicidio Aldrovandi: La questura sapeva della colluttazione

«S'è capito cos'è successo?». «Non s'è capito un c...». Cominciava così, alle 7.36 del 25 settembre 2005 una conversazione tra la sala operativa della questura di Ferrara e il centralino del 112. E' nella sede dei carabinieri, infatti, che s'è prodotto il primo equivoco della vicenda di Federico Aldrovandi, diciotto anni e nessun reato commesso, ucciso in un misterioso e violentissimo controllo di polizia più di un'ora prima della telefonata resa nota ieri. Un nastro che certamente sarà al centro dell'udienza di domani del processo per omicidio colposo che vede imputati gli autori del controllo di polizia, i quattro agenti delle volanti che, prima l'una poi l'altra, giunsero in via Ippodromo quella domenica mattina. Una donna aveva avvertito il 112 della presenza di qualcuno in evidente stato di agitazione, «che sbatteva dappertutto». Il carabiniere di turno ci avrebbe messo del suo trasmettendo la richiesta ai colleghi di Via Ercole Primo D'Este, sede della questura: «C'è uno che sbatte la testa al muro». «Loro han detto che c'è stata una colluttazione», riferisce il carabiniere nella telefonata finora sconosciuta. Dall'altro capo del filo, il collega della polizia, è lui ad aver chiamato, replica: «C'è stata la colluttazione però magari questo qui ha già sbattuto la testa». Pochi istanti dopo, il poliziotto chiede se all'Arma esiste la registrazione della prima chiamata: «Sì ci ha chiamato una ragazza... dice che sbatteva la testa a destra e sinistra». «Dice che sbatteva la testa?», si assicura l'agente che aggiunge: «E' importantissimo questo». L'interlocutore annuisce: «L'importante che non vadano nei guai i colleghi. «Sicuramente delle pecche ce le hanno, sicuramente...», ammette il poliziotto ripetendo la richiesta: «Ce l'avete la registrazione che dice che sta sbattendo la testa perché noi abbiamo solo quella che dice che sta urlando, dunque la vostra è fondamentale...».Perché il centralinista della questura è convinto che quella registrazione sia fondamentale. L'agente è stato ascoltato nell'ultima udienza ed è indagato per falso in atti pubblici nell'ambito della cosiddetta inchiesta bis che punta a ricostruire le prime fasi dell'indagine sulla strana morte del diciottenne. In particolare, il pm Proto, che ha ereditato le indagini dopo l'esplosione mediatica del caso, dalla prima pm che, pare, non si sarebbe nemmeno recata sulla scena del reato, vorrebbe vederci chiaro su alcuni verbali relativi alla successione delle chiamate al 113 negli orari a ridosso del controllo di polizia. E la parte civile vorrebbe anche capire chi e quando ha deciso che l'indagine sulla polizia l'avrebbe gestita la polizia stessa dal momento che il capo della polizia giudiziaria ferrarese, tra l'altro, è il convivente dell'unica imputata donna. In questo quadro cresce l'attesa per l'udienza di domani, quando saliranno a testimoniare altri due funzionari indagati nell'inchiesta bis. A loro, probabilmente, sarà chiesto lume anche su alcune frasi estrapolate in ulteriori analisi dal video della scientifica mostrato in aula un paio di udienze fa. Dodici minuti in cui si vede il cadavere del ragazzo, di fronte al cancello dell'ippodromo, disteso sull'asfalto. Mani livide e sporche di terra, il volto tumefatto, i pantaloni abbottonati. Niente manganelli nelle vicinanze - spunteranno spezzati solo nel tardo pomeriggio in questura - ma, soprattutto, niente sangue accanto al volto come invece risulta dalle foto del medico legale, e niente portafoglio che, nelle foto successive al video, compare nella tasca del giubbotto, mentre i jeans sono slacciati. Nel rumore di fondo, il pm è riuscito a estrapolare alcune frasi oltre alle risate dei polizotti che avevano sconvolto Patrizia e Lino Aldrovandri quando le hanno ascoltate in aula. Ecco le frasi: «Si è ammazzato da solo». «Qui ci vuole la benzina».

11 febbraio 2008

Milano: Asili negati a immigrati tribunale boccia la Moratti

No comment di Letizia Moratti, il sindaco di Milano, sulla questione degli asili comunali prima di conoscere il testo esatto delle conclusioni del giudice Claudio Marangoni, secondo cui escludere i figli di immigrati irregolari dalle scuole materne ha «carattere discriminatorio». Scambiando alcune battute con i giornalisti a New York, la Moratti ha detto «non mi sento di dare una risposta su questo perchè lo apprendo da voi. Leggerò la motivazione del giudice e una volta letta la motivazione vedremo che cosa sarà giusto fare».
Nel frattempo a difendere l'ordinanza del sindaco Moratti giudicata discriminatoria dal Tribunale di Milano, ci hanno pensato tutta una serie di esponenti lombardi di Forza Italia. Sia per Isabella Bertolini, vicepresidente dei deputati di Forza Italia sia per Jole Santelli, responsabile sicurezza e componente del direttivo del gruppo di Forza Italia alla Camera, passando per Maria Elisabetta Casellati, senatrice azzurra, tutte difendono la Moratti e attaccano il giudice, sostenendo che addirittura con la sua bocciatura dell'ordinanza mirerebbe a « imporre la cultura dell'illegalità». Questo perchè ricorda che la legge, oltre alla Costituzione, riconosce parità di trattamento ai bambini anche nell'accesso a servizi pubblici come l'istruzione. E quindi l'ordinanza che mette in coda i bambini degli immigrati non regolari per l'accesso agli asili comunali è illegittima. Lo aveva già decretato già il ministero del governo Prodi.
La sentenza del giudice milanese è la prima vittoria di una donna marocchina, senza permesso di soggiorno, che ha denunciato per discriminazione il Comune. Il tribunale civile di Milano ha deciso che la figlia della donna dovrà essere inserita nelle liste di iscrizione alle scuole materne. Ne ha dato notizia lunedì mattina il legale della donna, l'avvocato Livio Neri. Una sentenza molto articolata, lunga 20 pagine. La causa civile intentata dalla donna, che è rimasta senza permesso di soggiorno perchè con la seconda gravidanza ha perso il lavoro e non è più riuscita a mettersi in regola, si basa sull'art. 44 del testo unico sull'immigrazione («azione civile contro la discriminazione») e sul presupposto giuridico che la condizione dei genitori non può precludere i diritti dei figli.
fonte: l'unità

10 febbraio 2008

Lettera aperta di Avni Er

Comunista turco, detenuto nelle carceri italiane, rischia l’estradizione, nonchè la morte. Avni Er, sceglie lo sciopero della fame per contrastare l’estradizione decisa dalla giustizia italiana, "preferendo morire in Italia, piuttosto che essere ucciso sotto tortura in Turchia".

Cari compagni/e,sono Avni Er, sono un comunista turco e mi trovo dal 1° aprile 2004 nelle carceri italiane. Lo stato turco ha chiesto all’autorità italiana la mia estradizione. Vi vorrei raccontare quali sono i motivi per cui è stata richiesta la mia estradizione e se fosse accolta ciò che mi aspetta.
Quali sono i miei crimini?Io sono un comunista. Non posso far passare nel silenzio i massacri che avvengono nel mio paese. Cerco di informare tutti coloro che difendono i diritti umani nel mondo, delle disumane condizioni e dei massacri in Turchia. Io sono accusato di aver “protestato” contro il ministro degli esteri della Turchia, nel parlamento europeo di Bruxelles. Infatti il ministro turco è stato contestato durante un suo discorso in parlamento. Questa protesta era legittima e democratica. Mentre lui faceva il suo discorso, sono stati mostrati alcuni cartelli riportanti fotografie dei corpi bruciati dei prigionieri durante uno dei tanti attacchi militari nelle carceri turche. Nella fattispecie erano fotografie del massacro avvenuto nel 1999 in Ankara, ordinato dal governo che il ministro rappresentava. Tale ferocia doveva essere denunciata a tutto il mondo. Anche se durante la protesta io non c’ero, sono totalmente solidale. E’ un dovere per tutti coloro che difendono i diritti umani e la democrazia, protestare contro i massacri dello stato fascista turco. Il 1° aprile 2004 sono stato arrestato insieme alla mia compagna Nazan Ercan.
Il nostro arresto fa parte di una strategia pianificata dal regime fascista in Turchia con la collaborazione dell’Italia e di altri paesi europei, in quanto i rapporti economici con il mio paese sono fondamentali al mercato della EU. Dopo il 1° aprile, giorno del nostro arresto, sono state perquisite in effetti esclusivamente sedi rappresentative di associazioni democratiche ed uffici stampa, interessate a denunciare ciò che accadeva (ed accade ancora) in Turchia. Questa operazione è servita, quindi, solo a creare un clima di terrore nei nostri confronti. In Turchia la maggior parte delle persone arrestate sono state torturate ed isolate. Falsi indizi sono stati usati dalla polizia turca per giustificare gli arresti. Quello che abbiamo vissuto, sulla nostra pelle, il 1° aprile non è una novità per noi. Il regime fascista in Turchia usa questa strategia del terrore da anni e anni contro i suoi oppositori. La storia della repubblica turca è piena di massacri e ferocità. Non voglio andare troppo indietro, basta guardare gli ultimi 20 - 25 anni.
In Turchia abbiamo vissuto tre golpe. L’ultimo golpe è stato quello del 12 settembre 1980, organizzato dagli USA ed eseguito dai militari. Il mattino del 12 settembre la popolazione si è svegliata con il rumore dei carri armati. Migliaia di rivoluzionari, democratici comunisti e curdi sono stati uccisi nelle strade, imprigionati, sequestrati e torturati. L’intera Turchia è diventata una caserma militare. Da tutte le parti del paese arrivavano notizie di massacri e torture. Le carceri sono diventate vere e proprie camere di tortura.
Nel 1984, per protestare contro questa feroce repressione i prigionieri politici hanno cominciato uno sciopero della fame a seguito del quale morivano 4 prigionieri. Naturalmente man mano che la resistenza del popolo cresceva, la repressione si faceva sempre più incalzante e feroce. A causa di una violenta incursione militare dentro una prigione, che costò la vita di due detenuti, seguita dopo poco tempo da un’altra in cui altri quattro prigionieri morirono, nel 1996 i prigionieri politici cominciarono uno sciopero della fame per il quale dodici di loro persero la vita. Nel 1999 i militari attaccarono con le armi di nuovo il carcere di Ankara: dieci prigionieri morirono a causa di torture. Vorrei sottolineare che le foto mostrate durante l’iniziativa al parlamento europeo rappresentavano i fatti qui citati. Ed ancora: è per questo motivo che lo stato turco chiede la mia estradizione. Gli attacchi dello stato fascista turco non si sono mai fermati, anzi sono aumentati. In più sono state costruite nuove carceri di isolamento. Nell’ottobre del 2000, in segno di protesta contro l’isolamento e la repressione, i prigionieri hanno cominciato un nuovo sciopero della fame. Il 19 dicembre 2000 lo stato ha inviato le sue forze militari ad assaltare ventuno carceri ed i massacri si sono ripetuti: questa volta altri ventotto prigionieri furono gravemente feriti. Durante questa carneficina i militari hanno usato gas chimico e diverse bombe. Coloro che sono sopravvissuti furono deportati nelle carceri “Tipo F”. Nonostante le loro terribili condizioni fisiche e psichiche hanno continuato lo sciopero della fame.
In sette anni di resistenza sono morte 122 persone e più di seicento sono rimaste senza memoria a causa della somministrazione dell’alimentazione forzata. Quando parliamo dello stato fascista turco sappiamo quello che diciamo e non è un’esagerazione né demagogia. Turchia è una terra in cui lo “stato” permette ai “cacciatori di teste” fascisti di collezionare trofei consistenti in parti mutilate dei corpi dei rivoluzionari che lottano per l’indipendenza e l’uguaglianza. Dozzine di pubblicazioni ispirate da ideali di uguaglianza, giustizia ed indipendenza vengono ritirate e censurate. Migliaia di rivoluzionari, comunisti e democratici sono uccisi, imprigionati e torturati. Trentamila curdi sono stati massacrati e torturati solo per aver rivendicato la propria origine e la propria lingua. Questo è lo stato che ha chiesto la mia estradizione. La democratizzazione della Turchia è solo bassa demagogia. La stessa Corte Europea ha condannato varie volte la Turchia per le sue politiche discriminanti e per le ripetute violazioni dei diritti umani.
I rivoluzionari, i democratici non hanno alcuna sicurezza per le loro vite; noi no abbiamo sicurezza di vita in Turchia. Estradando me l’autorità italiana si assocerà al regime fascita turco divenendo responsabile delle torture, dei trattamenti disumani e degradanti ai quali verrò sottoposto. Per cui sappia l’autorità italiana che se proverà a portarmi contro la mia volontà riuscirà ad inviare solo il mio corpo senza vita.

AVNI ER

Firmate la petizione contro l’estradizione di Avni e Zeynep (un altro detenuto nelle sue condizioni) qui: http://www.avni-zeynep.net/

Scrivete ad Avni all’indirizzo:Via Badu é Carros 1, 08100 Nuoro

Omicidio Casu: rinvio a giudizio per i medici dell'ospedale psichiatrico

Protestava contro lo sgombero della sua bancarella, era finito legato mani e piedi in un letto di costrizione. Dove è morto. Per il pm è omicidio colposo

Era rimasto sette giorni legato al letto dell'ospedale, dopo essere stato ricoverato con la forza durante lo sgombero della sua bancarella abusiva a Quartu Sant'Elena. Per la morte di Giuseppe Casu, il sessantenne venditore ambulante stroncato nel letto del reparto psichiatrico del Santissima Trinità di Cagliari, dopo due anni di indagini il pubblico ministero Gian Giacomo Pilia ha chiesto il rinvio a giudizio di due medici del Servizio psichiatrico di diagnosi e cura di uno dei più importanti nosocomi cagliaritani. Il 19 febbraio, dunque, nell'aula Gup al terzo piano del Palazzo di Giustizia del capoluogo sardo compariranno il primario del reparto Gian Paolo Turri e Maria Rosaria Cantone, il medico-psichiatra che aveva in cura l'ambulante deceduto a seguito di una tromboembolia venosa (questo quanto accertato dall'autopsia). L'accusa per entrambi è quella di omicidio colposo. Giuseppe Casu era morto il 22 giugno 2006 dopo una settimana passata legato al letto della clinica, sottoposto ad una «contenzione fisica e farmacologica», legato cioè mani e piedi con delle cinghie e sedato con psicofarmaci. Ad accertarlo, poco tempo dopo il decesso, era stata una speciale commissione d'inchiesta nominata dai vertici dell'Asl. Nella relazione degli ispettori non era emerso alcun rapporto di «causa-effetto» tra contenzione fisica e cause del decesso, anche perché lo scopo dell'inchiesta interna era esclusivamente quello di scoprire se Giuseppe Casu avesse ricevuto un'assistenza sanitaria adeguata nel periodo di degenza. «È stato accertato - avevano scritto i medici nel dossier riservato consegnato a Gino Gumirato, manager dell'azienda - che la contenzione fisica è stata effettuata per un periodo eccezionalmente lungo, che si è protratto per sette giorni, ossia dalla data del ricovero a quella del decesso, senza soluzione di continuità». Dopo essere stato prelevato con la forza da vigili urbani e carabinieri, nel giugno 2006, Giuseppe Casu era stato ricoverato in psichiatria: dall'arrivo sino al momento della morte, hanno accertato i medici, l'ambulante sarebbe rimasto sempre legato con i lacci al letto. Poco tempo dopo, consegnato il dossier anche in Procura, è scattata l'inchiesta del pubblico ministero Gian Giacomo Pilia, pure a seguito di un esposto presentato dagli avvocati Mario Canessa e Dario Sarigu per conto dei familiari. A seguire da vicino tutte le fasi dell'inchiesta, nel tentativo di tenere viva l'attenzione sulla vicenda, in città si è anche costituito un comitato che, in questi due anni, ha più chiesto che venisse fatta luce sulle cause del misterioso decesso. Un giallo che si è condito di molti elementi, alcuni anche inquietanti. Oltre al fascicolo per «omicidio colposo» dove sono stati iscritti i due medici indagati, la Procura ne avrebbe aperto anche un secondo a carico di ignoti per «frode processuale». Nominata dal pm la commissione di consulenti anatomopatologi forensi e medici (Giancarlo Nivoli, Francesco Paribello e Giovanni Frau) per studiare le cause della morte del paziente, il pubblico ministero ha così scoperto che le parti anatomiche acquisite non erano quelle di Giuseppe Casu, ma bensì di un altro paziente morto sempre a causa di una tromboembolia dell'arteria polmonare, ma causata da un tumore. La Procura avrebbe poi scoperto che le parti del corpo dell'ambulante erano scomparse dall'Istituto di Anatomia Patologica dell'ospedale Santissima Trinità, sostituite da quelle di un altro cadavere, facendo così partire la seconda indagine. Interrogati i responsabile del reparto, gli inquirenti non scartano alcuna ipotesi: dall'errore umano, come il semplice scambio di etichette o dei reperti, all'intrusione di sconosciuti che avrebbero potuto sostituire le provette. I locali dell'anatomia patologica, infatti, non sarebbero blindati e chiunque avrebbe potuto accedervi per manipolare il campione. Ma sul filone principale dell'inchiesta, quella per l'omicidio colposo del commerciante quartese, la parola passa ora al giudice per le udienze preliminari che dovrà decidere sulla richiesta di rinvio a giudizio per i due medici formulata dal pm Pilia. «Dopo che Casu fu ricoverato in quanto affetto da stato di agitazione psicomotoria» si legge nel capo d'imputazione, «venne sottopoto a contenzione fisica con quattro nastri e una fascia al torace e contestualmente gli venne praticata una terapia farmacologica per tutta la durata del ricovero, sino al 22 giugno, data del decesso del paziente per tromboembolia dell'arteria polmonare. La contenzione fisica fu lecitamente prescritta ma poi continuata in modo non conferme a quanto prescritto dalla scienza medica, atteso che non vennero richieste consulenze specialistiche e, comunque, non vennero effettuati controlli clinici strumentali e di laboratorio». Poi la parte più pesante: «Non vennero prescritte attività motorie» si legge ancora, «a scopo preventivo tendenti a ridurre, per quanto possibile, l'immobilità e quindi la stasi e non venne prescritta una terapia preventiva antitrombotica ovvero non venne sottoposto al controllo dei sistemi coagulativi». Nell'udienza per discutere sul rinvio a giudizio, i due indagati saranno difesi dagli avvocati Gianfranco Mancciotta e Massimiliano Ledda. In quell'occasione i familiari si costituiranno parte civile ed è stata annunciata un presidio da parte del comitato «Verità e giustizia per Giuseppe Casu».

Caso Bianzino: Una morte troppo "naturale"

«A uccidere Aldo Bianzino, morto a ottobre nel carcere di Perugia, sarebbe stato un aneurisma. A stabilirlo è stata la perizia del medico legale. Un risultato che però lascia ancora troppe ombre e che non convince la famiglia di Aldo


Aldo Bianzino morì per cause naturali. La perizia medico legale depositata dai dottori Anna Aprile e Luca Lalli sembra non avere grandi dubbi e tutti i dati «depongono per una emorragia sub-aracnoidea dovuta a rottura aneuristica» che produsse «un'insufficienza cardio-respiratoria». Che uccise Aldo. Inoltre il suo corpo non riporta traumi evidenti, il che fa scrivere ai due medici che «la possibilità che Bianzino possa avere subìto un insulto traumatico anche modesto in grado di produrre la rottura dell'aneurisma cerebrale deve essere considerata un'ipotesi non supportata da alcun dato biologico». Un trauma per la verità c'è, al fegato. Che risulta strappato e lacerato. Ma, come attesta la letteratura medica, casi di massaggio cardiaco che hanno portato a questi risultati, pur se rari, se ne trovano. Aldo Bianzino entrò nel carcere perugino di Capanne il 12 ottobre dell'anno scorso. Stava bene. Era «calmo e tranquillo». Poi la mattina del 14 un aneurisma, un piccolo rigonfiamento di un vettore sanguigno, esplode. Viene soccorso alle otto, dopo che una guardia si accorge del suo corpo inanimato sul lettino della cella. I medici del carcere le provano tutte: gli fanno anche un massaggio cardiaco che dura 22 minuti. Inavvertitamente gli fanno a pezzi il fegato. Ma non c'è nulla da fare. Quando arrivano i dottori del 118, alle 8.30, c'è solo da constatare il decesso. Tutto è chiaro, limpido quasi certo. La perizia ammette alcune zone d'ombra. Si spinge addirittura a scrivere che «può ascriversi a lata ipotesi» l'idea che Aldo «possa essere stato colpito con modalità in grado di mascherare lesività esterne». Suggerisce che forse, visto che tra l'emorragia e la morte passarono alcune ore, da due a otto, qualcosa si poteva fare pur se resta difficile determinare cosa. Forse.In buona sostanza, Bianzino aveva nel corpo una bomba a tempo che prima o poi sarebbe esplosa: fu colpa del carcere se accadde in quel momento? La perizia non sembra escluderlo ma esclude che vi sia stato un evidente elemento scatenante. A restare alle parole fredde della perizia, e ai commenti a caldo delle guardie penitenziarie di Capanne che hanno accolto con sollievo le conclusioni dei due medici incaricati dalla procura, tutto sembra procedere senza una grinza. Un uomo condannato dal suo destino vascolare entra in carcere così come sarebbe potuto entrare in pasticceria. La bomba a tempo lavora contro di lui. Esplode quando meno se l'aspetta. Muore nel suo letto forse senza un lamento chissà se chiamando aiuto (gli altri detenuti dicono che lo fece) durante un lasso di tempo di due-otto ore. Sconvolto decide anche, chissà come, di mettersi completamente nudo. O furono i medici a spogliarlo forse cercando l'origine del male oscuro in momenti di tensione che, per massaggiargli il cuore, fecero loro lacerare il fegato a un uomo già morto? Il 118 lo trova nudo in corridoio, altra bizzarria descritta dai referti. Alle 8.30 ne constata il decesso e poi però, tre quarti d'ora dopo, un funzionario del carcere va a chiedere alla moglie, Roberta Radici, se suo marito ha inghiottito qualcosa perché è in coma. Una finzione apparentemente senza senso per una morte naturale. Ma tutto ciò è ora compito del magistrato che ha in mano una perizia che non risolve se non il particolare che Bianzino morì di aneurisma. Una sacca di sangue che si rompe per maturità o per un aumento della pressione arteriosa dovuto, dice la letteratura, a svariate cause: dall'attività sessuale a un forte stato di tensione emotiva, di ansia. Dopo tanti «si dice» la perizia medica adesso c'è. Ma troppe domande restano ancora senza risposta.


Emanuele Giordana Lettera22

6 febbraio 2008

Cosenza: Comunicato del coordinamento Liberitutti

Noi non siamo contro questo o quello per moda, tendenza o per partito preso.Noi siamo contro quello che, pur circondandoci, non ci convince affatto.A Cosenza ad esempio, la magistratura, focalizza tutti i suoi sforzi contro 13 attivisti, messi alla sbarra da un teorema visionario, tutto fumo e niente arrosto.Se desiderare che la magistratura di Cosenza si occupi di corruzione e clientele, di speculazione edilizia e del riciclo di danaro sporco, piuttosto che perseguire 13 persone ree di non voler accettare le dinamiche imposte dal malaffare, è sovversione, SIAMO TUTTI SOVVERSIVI. Ed ancora, a Cosenza, il nuovo capo della mobile, Fabio Ciccimarra, è persona sgradita a questa città. Per le torture di Napoli nel marzo 2001 e quindi sotto procedimento giudiziario, per falso, violenza e lesioni nel processo "Diaz" a Genova. Se stupire e predicare dissenso dinnanzi a questa nomina è sovversione, SIAMO TUTTI SOVVERSIVI. Ecco dunque, uno dei significati che vorremmo attribuiste al nostro "liberi tutti": l'auspicio cioè, che tutti vi liberiate dallo stereotipo che vi porta a scrivere ed a pubblicare che noi siamo contro la magistratura ed a favore della sovversione senza però, indagarvi sul perché.SIAMO SEMPRE TUTTI SOVVERSIVI.

coordinamento LIBERITUTTI

Guglionesi (CB): Denunciato un agente di polizia penitenziaria per l'aggressione al giovane tunisino

Quella di Chaffar, tunisino picchiato e reso in fin di vita dal suo datore di lavoro italiano soltanto per aver chiesto di essere pagato per il lavoro svolto nei campi, è una storia incredibile, di cui non si è occupato «Porta a porta». Chaffar fu aggredito lo scorso 4 novembre 2007 a Guglionesi, provincia di Campoasso. Riportò gravissime lesioni tanto che, a distanza di mesi, non è ancora fuori pericolo. Chaffar Saifeddine, cittadino tunisimo di 31 anni, è infatti tuttora ricoverato in gravi condizioni presso l’ospedale Casa Sollievo della Sofferenza di San Giovanni Rotondo [Fg]. Le indagini dei carabinieri soltanto in questi giorni sembrano essere arrivate a conclusione: i carabinieri hanno accertato che l’uomo si era presentato in un bar di Guglionesi per riscuotere dal gestore un credito da lui vantato per aver lavorato alla raccolta di olive nel campo di quest’ultimo. Era domenica sera e il bar, situato nel centro del paese, era affollato da avventori; nonostante ciò nessuno si è mosso quando il titolare dell’esercizio pubblico, Rosario Renzetti, prima si è preso gioco del tunisino sventolandogli i soldi sotto il naso e poi lo ha allontanato in malo modo dicendogli che non lo avrebbe pagato. A quel punto Chaffar ha avuto uno scatto di rabbia colpendo con un calcio la vetrina del bar, provocando la violenta reazione del barista e del fratello 42enne [Michele, agente di polizia penintenziaria presso il carcere di Larino], nel frattempo giunto a dargli man forte. I due–questa la ricostruzione dei carabinieri–picchiavano selvaggiamente con calci e pugni il tunisino sia all’interno che all’esterno del locale, infierendo su di lui anche quando lo stesso cadeva a terra cercando di coprirsi il volto con le mani e minacciandolo di morte se fosse tornato a reclamare il denaro. L’epilogo della vicenda è stata una corsa in ospedale a Termoli ed un successivo ricovero in coma nell’ospedale di San Pio, dove tuttora il giovane lotta tra la vita e la morte. «Le indagini dei Carabinieri della Stazione di Guglionesi–si legge nel comunicato–hanno dovuto fare i conti con il muro di omertà assurdamente alzato da coloro, e sono stati molti, che hanno assistito al pestaggio; la parte sana della popolazione ha invece immediatamente preso posizione contro l’aggressione [ricordiamo le dichiarazioni del sindaco e del parroco del centro del Basso Molise]. Contro l’episodio, che aveva anche determinato la chiusura per quindici giorni dell’esercizio pubblico, si era mosso persino il consolato tunisino di Napoli». I militari dell’Arma sono riusciti in questi giorni ad identificare gli aggressori [Rosario e Michele Renzetti] e a denunciarli alla Procura della Repubblica presso il Tribunale di Larino per lesioni gravissime. Intanto Chaffar, ridotto a un vegetale, vive attaccato a un respiratore, non può più parlare, nè lavorare, nè pensare alla giovane moglie e al figlio piccolo.

notizie correlate:

Gioia Tauro: Perquisizione per i lavoratori in sciopero

L'assemblea dei lavoratori del porto di Gioia Tauro, tenutasi alla fine dello sciopero di 72 ore continuative che ha visto il 70% degli operativi incrociare le braccia, si è conclusa con la proclamazione di altre 96 ore di sciopero da attuarsi entro il prossimo 30 aprile, con il mantenimento dello stato di agitazione in atto e con il rinnovo della richiesta di apertura di un tavolo negoziale alla MCT (MedCenter Container Terminal) in merito alla vertenza.
Questo nonostante il pesantissimo clima di tensione, conseguenza della volontà del Coordinamento Portuali di Gioia Tauro di attuare la mobilitazione, che ha fatto registrare una serie di attacchi ai lavoratori: le assemblee confederali dalle quali sono uscite pesanti accuse al coordinamento e agli scioperanti, i comunicati "terroristici" della MCT su azioni di vandalismo non denunciati alle autorità giudiziarie, la diffida e messa in mora del coordinamento di Gioia Tauro, di quello nazionale e della segreteria SUL per i danni subiti dalla MCT a seguito degli scioperi, i cordoni della polizia ai presidi per garantire l'incolumità dei non scioperanti e, soprattutto, le 10 perquisizioni a casa di lavoratori portuali, di cui due dirigenti sindacali. Operazioni definite di "ordinaria amministrazione", finalizzate forse a cercare quelle uova marce che il Coordinamento aveva minacciato di tirare addosso ai crumiri visto il periodo carnevalesco.
I criminali di cui stiamo parlando sono degli operai autorganizzati che si sono costituiti in Coordinamento nel dicembre del 2006 perché stanchi di essere rappresentati da CGIL-CISL-UIL-UGL: organizzazioni buone solo a gestire potere, a portare avanti pratiche clientelari e a garantire alla MCT di rabbonire i lavoratori. La goccia che ha fatto traboccare il vaso è stata la firma sul contratto integrativo, bocciato sonoramente dalle assemblee dei lavoratori con il 99% dei NO. Oggi il 40% degli operativi sono tesserati con il Coordinamento, e anche qui andrebbero rimarcate le pressioni cui vengono sottoposti non solo gli iscritti ma anche chi viene sorpreso - cosa non improbabile dato l'altissimo livello di controllo - a leggere i volantini affissi nella bacheca sindacale, posta in separata sede rispetto quelle degli altri sindacati.
Il Coordinamento, vera forza all'interno del porto, è costretto a lottare per un corretto rapporto di relazioni sindacali, visto che dei sei incontri ufficiali, avuti dalla loro costituzione, è stato redatto un solo verbale, peraltro contestato perché ritenuto non corrispondente al vero.
L'attuale vertenza straordinaria contiene anche delle richieste economiche, un anticipo sui futuri miglioramenti. I lavoratori oggi infatti sono impossibilitati ad ottenere i benefici del premio produttività previsto dal contratto integrativo, a causa dei parametri produttivi irraggiungibili. Sembra assurdo che il porto di Gioia Tauro, tornato leader nel Mediterraneo, che ha registrato un incremento di produttività del 21%, che ha una media di movimentazione dei containers che va dai 40 ai 50 l'ora (rispetto ad una media degli altri porti che si attesta tra i 18 ed i 20 ed in barba a tutti i principi di sicurezza), ha degli operai cui non spetta il premio di produzione. Chi è allora che produce? I colletti bianchi che sono andati a lavorare e hanno accusato gli scioperanti di volere il male della piana di Gioia Tauro? I crumiri, appena il 30% degli operativi, costretti a garantire in queste giornate di sciopero più mansioni (anche non avendo l'abilitazione) e turni di straordinario, per qualche spicciolo elargito a discrezione di MCT e sindacati? Non è difficile capire chi andrebbe ringraziato per il conseguimento di questi risultati di eccellenza!
Rinnoviamo la nostra piena solidarietà e la nostra vicinanza al Coordinamento Portuali, a questi lavoratori che lottano nel tentativo di migliorare le loro condizioni di lavoro e di ottenere ciò che gli spetta, non certamente per chiedere di partecipare alla spartizione della torta.
Ribadiamo la nostra solidarietà a quelle 10 famiglie che, trattate alla stregua dei peggiori ‘ndranghetisti, si sono viste piombare in casa le forze dell'ordine. L'ordine che piace alla Confindustria.

c.s.o.a. "A.Cartella" via Quarnaro I, Gallico 89135 Reggio Calabria

4 febbraio 2008

Cosenza: L'avvocatura dello Stato chiede 5 milioni di euro di risarcimento agli imputati del sud ribelle

Dopo la manifestazione dei diecimila in solidarietà con gli imputati presunti cospiratori, la parola sul Sud ribelle torna alla Corte d'assise di Cosenza dove l'avvocato dello Stato, Luca Matarrese, ha domandato, ieri, cinque milioni di euro di risarcimento ai 13 attivisti imputati per «danni d'immagine» commessi durante le giornate di Genova del luglio 2001. E' lì secondo l'accusa, ricalcata su un discutibile dossier dei Ros, interpretato alla luce del fascistissimo Codice Rocco da un magistrato locale, Fiordalisi, che sarebbe stato messo in pratica il tentativo di sovvertire la globalizzazione economica, il mercato del lavoro, turbando le funzioni del governo. Cinque milioni di euro, inoltre, sono il doppio di quanto chiesto a Genova, lo scorso 26 ottobre, al processo contro i 25 manifestanti inseguiti dalla accusa - altrettanto abnorme - di devastazione e saccheggio - rispolverata col medesimo obiettivo di Fiordalisi: dividere i movimenti buoni da quelli cattivi e controbilanciare i processi in corso contro le violenze, le torture e gli abusi commessi dai tutori dell'ordine nell'irruzione alla Diaz e nella gestione del carcere provvisorio di Bolzaneto. Oltre a eseguire un'intimidazione su larga scala dei conflitti passati e futuri. Che poi non ci siano prove, il pm non ne ha portato nemmeno una, secondo le difese, non sembra un dettaglio capace di influenzare il pm e nemmeno l'avvocatura dello Stato tirata in ballo dalle costituzioni di parte civile volute dall'allora governo Berlsuconi e mai messe in discussione dal defunto governo Prodi e dalla sua maggioranza incapace di dare corso alla richiesta minimale di inchiesta parlamentare contenuta nel programma elettorale dell'Unione. Se davvero c'è stata associazione sovversiva dovrebbero esserci una struttura organizzativa e un accordo. I difensori di Luca Casarini, all'epoca disobbediente, e di Lidia Azzarita, attivista napoletana, lo hanno ricordato avviando la lunga lista delle arringhe, ieri mattina, a dieci giorni dalla requisitoria di Fiordalisi che reclama un cocktali di pena di 76 anni tra carcere e libertà vigilata per i 13 cospiratori. Il processo riprenderà il 5 marzo con le altre arringhe. Restano i commenti alla «paradossale richiesta» dell'avvocatura di Stato, come la chiama Haidi Giuliani, sentarice del Prc, mamma di Carlo ucciso da un carabiniere negli scontri innescati da cariche illegittime di altri carabinieri contro un corteo regolarmente autorizzato. Il vulnus al diritto è iniziato proprio dall'archiviazione dell'omicidio per legittima difesa nonostante sia agli atti un filmato che mostra Carlo chinarsi sull'estintore solo dopo aver visto il suo killer puntare l'arma dall'abitacolo del defender. «I danni dovrebbero pagarli quelli che hanno voluto e organizzato l'aggressione ai manifestanti», dichiara Giuliani. «Soldi che non vedranno mai - aggiunge Francesco Caruso, ex tuta bianca e ora deputato Prc - piuttosto ce li dovrebbero dare loro per la persecuzione politica cui da anni siamo sottoposti. I danni d'immagine al Paese li procura chi si arricchisce sulle spalle della povera gente, come il governatore siciliano Cuffaro condannato per connivenze coi mafiosi, l'ex ministro di Giustizia Mastella con l'intera famiglia in manette per clientele e affarismo, il plurimiliardario plurinquisito Berlusconi che, solo grazie alle leggi promulgate da lui stesso, riesce ad evitare la galera».«E' bene ribadirlo con forza - segnalano Michele Di Palma, della segreteria del Prc e Italo Di Sabato dell'Osservatorio contro la repressione - la questione centrale, quando parliamo dei fatti di Napoli e Genova del 2001, è la violazione dei principi costituzionali perpetrata da apparati dello Stato. Quello di Cosenza è un processo politico. Si stanno creando dei capri espiatori e degli inutili polveroni, nel tentativo di coprire la cruda realtà dei fatti. Una volta di più, il "dopo Genova" si rivela peggiore delle tragiche giornate del luglio 2001».

3 febbraio 2008

Milano: Esplode ordigno rudimentale alla moschea in via Quaranta

Ancora un attentato a una moschea. Questa volta è stata presa di mira quella di via Quaranta a Milano, dove aveva sede la scuola islamica al centro di un'aspra polemica con le istituzioni e dove in passato aveva anche predicato Abu Omar, l'imam ritenuto un terrorista e rapito il 17 febbraio 2003 da agenti della Cia e dei servizi segreti italiani. La scorsa notte tra l'una e l'una e mezza in via Passo Pordoi, dove c'è l'ingresso principale riservato agli uomini della moschea, è esploso parzialmente un ordigno rudimentale piazzato tra le inferriate e il doppio vetro di una porta finestra che dà sulla strada e che porta in una stanza del seminterrato. L'attentato è stato rivendicato nel pomeriggio, attorno alle 17.30, con una telefonata di un uomo alla redazione del quotidiano Il Giornale diretto da Mario Giordano. Si è trattato di una chiamata molto breve, nella quale non è stata nominata alcuna sigla. Dai primi accertamenti la manifattura artigianale ha fatto sì che solo uno dei vari candelotti di esplosivo, che componevano l'ordigno, prendesse fuoco. Alcuni testimoni, come una donna che abita lì vicino, hanno sentito il rumore dell'esplosione ma senza dare particolare perso alla cosa. Invece oggi il responsabile Ali Sharif, arrivato verso le 14 in moschea ha trovato uno strano sacchetto semi bruciato e ha avvertito le forze dell'ordine. Subito sono arrivati Digos e artificieri che hanno transennato la strada privata che fa angolo con via Quaranta e hanno fatto i rilievi per appurare la natura dell'attentato. Secondo i primi accertamenti - l'inchiesta verrà condotta dal pool antiterrorismo della Procura - l'episodio è da ascrivere a fenomeni di intolleranza e discriminazione."Siamo molto dispiaciuti - ha detto Sharif - siamo brava gente, vogliamo andare d'accordo con tutti e siamo per la pace".
"Questi sono i risultati di una campagna razzista e anti-islamica e di odio nei nostri confronti che va avanti da anni", ha commentato Abdel Hamid Shaari, portavoce del Centro culturale islamico di viale Jenner dove, in un garage, ha sede la moschea milanese più frequentata. Shaari che ha ricordato la lunga serie di attentati che si sono susseguiti da quelli della scorsa primavera alla sedi milanesi dell'Islamic Relief e del Coreis, a quelli contro le moschee di Segrate, Abbiategrasso e Brescia, ha precisato:"Anche se per fortuna non hanno fatto gravi danni, stanno cercando di provocare la comunità islamica per ottenere una reazione. Noi faremo di tutto per tenere i nervi saldi e non rispondere. Chiediamo, però, alle persone che cercano il dialogo e alle organizzazioni democratiche la solidarietà contro queste provocazioni continue alimentate solo dall'odio".

Vicenza: Avviso di garanzia per i No dal Molin

E' il momento degli avvisi di garanzia, è il momento della repressione. A poco più di un mese dai fatti - il 16 gennaio scorso c'è stata l'ultima mobilitazione contro il raddoppio della base Usa - la procura di Vicenza ha inviato una serie di avvisi di garanzia a 4 esponenti del movimento "No dal Molin". Le accuse vanno dall'interruzione di pubblico ufficio, alla violazione di domicilio fino a quella di danneggiamenti della Prefettura della città Veneta "occupata" simbolicamente dai manifestanti. I quattro destinatari sarebbero Cinzia Bottene, Olon Jackson, Francesco Pavin e Marco Palma. Raggiunta al telefono Cinzia Bottene si dice serena ma stupita dalla velocità del provvedimento giudiziario. In effetti a pochi giorni dalle parole con cui il presidente della Cassazione denuciava la drammatica lentezza del sistema giustizia, stupisce non poco che la temepestività di questo provvedimento.Le prima parole di solidarietà arrivano da Rifondazione comunista: «Sta diventando una consuetudine il ricorso alla preventiva repressione giudiziaria per intimidire i movimenti di lotta. Strano Paese l'Italia che non può far niente contro i responsabili della strage del Cermis (ieri è stato il decimo anniversario di quell'eccidio) e che invece si accanisce verso chi vuole evitare che la propria città, patrimonio Unesco dell'umanità, sia trasformata in un avamposto di guerra».«Noi - dichiara Cinzia Bottene - ci siamo esposti a rischi e conseguenze. Devo dire che siamo di fronte ad una svolta. Evidentemente le pressioni politiche che chiedevano maggior durezza e repressione hanno funzionato. E' un modo per intimidirci ma io sono serena e tranquilla».Serena e tranquilla perchè Cinzia Bottene non si sente affatto una criminale, e rivendica un'iniziativa del tutto simbolica - «ci siamo soffermati qualche minuto sulle scale» - che aveva un'unico obiettivo: «Difendere il futuro dei nostri figli, un futuro di pace e di rispetto ambientale. Sel'hanno fatto per intimoririci - continua Bottene - sappiano si sbagliano di grosso. «E' curioso che venga punito chi non si muove per interessi politici o di portafoglio ma per un grande interesse generale che riguarda tutti, il futuro di tutti noi».Le ipotesi di reato per i quattro sono: interruzione di pubblico servizio, manifestazione non autorizzata, violazione di domicilio, danneggiamenti e resistenza a pubblico ufficiale. In quell'occasione, sotto una pioggia battente, un centinaio di rappresentanti si radunò davanti alla Prefettura. Alcuni di loro si incatenarono all'ingresso per rendere ancora più forte il gesto di dissenso verso le istituzioni. L'arrivo di un reparto celere della polizia, guidato dal neo-questore Giovanni Sarlo, convinse i manifestanti a lasciare il palazzo, che si erano già volontariamente e pacificamente liberati dalle catene.Il tutto dopo due anni di proteste, cortei, sit-in da parte dei comitati e dei tanti cittadini che si battono contro la nuova base americana a Vicenza . Ed il 16 gennaio scorso sanciva il primo «anniversario» da quel «non mi oppongo» di Romano Prodi che segnò il via libera dell'Italia al progetto del Pentagono. Senza contare che il provvedimento arriva nel giorno in cui a Cosenza sfilavano migliaia di persone per dare solidarietà in favore degli imputati del processo contro il "Sud Ribelle" per Napoli e Genova del 2001.

Cosenza: Assolutamente un successone.

Non potremmo definire altrimenti la manifestazione nazionale di sabato, non potrebbe passare diversamente agli archivi della memoria nostra e della città tutta. Chi, dal basso o dall´alto, ha pensato bene di provare a gettare discredito sul risultato ottenuto dal movimento dei movimenti, sceso festosamente in piazza, lo ha fatto certo non per amor di cronaca o di responsabilità ma perché, i pennivendoli cosentini tutti, assolutamente funzionali alla realizzazione dei piani criminosi che si perpetrano in questa città, non possono certo tradire le aspettative dei loro finanziatori/fiancheggiatori occulti, spesso i soggetti contro i quali, il movimento cosentino si scaglia nel combattere le sue battaglie per le libertà e la giustizia sociale. Ridurre ad una mera questione numerica la portata della giornata di ieri, ricorda il tentativo di qualcuno di voler definire sovversione la presa di coscienza di tanti e tante che ancora, vogliono credere e vogliono lottare per rendere il mondo un qualcosa di diverso; pubblicare di negozi chiusi e commercianti trincerati dietro sbarre, è ammettere candidamente della faziosità che contraddistingue le redazioni cittadine; provare a riesumare simboli e frasi che Cosenza non ha mai conosciuto, sa semplicemente di barzelletta fuori tempo. E ieri si è scesi in piazza per ribadire questo: Cosenza è una città viva, poco incline a subire passivamente strumentalizzazioni di sorta, solidale e schierata al fianco dei suoi figli perseguitati da un teorema visionario, un romanzo, un qualcosa che insomma tutto è, tranne che un impianto accusatorio presentato per come la legge dispone ovvero basato su delle prove certe. Dunque, si riparte dalla piazza, piazza Zumbini per l´esattezza, piazza scelta non a caso: dice Voltaire, che per misurare il grado di democrazia d´un popolo, basterebbe fare un giro nelle sue carceri; crediamo noi, che altro strumento per tastare il polso al grado di democraticità d´unanazione, sia indagarsi su quante morti bianche vi occorrano ogni anno... Proprio per voler dare luce a questo dolente tasto, è stato scelto il monumento ai caduti sul lavoro per far da sfondo al concentramento dei manifestanti, una sirena da "inizio turno" per scandirne la partenza. Già la massiccia partecipazione alle iniziative d´avvicinamento alla data di sabato, ci aveva confortato e non poco, donandoci ottimismo nell´immaginare del corteo. Ma la sete di partecipazione di Cosenza, ieri, ha stupito anche noi, ed inspecie quando il serpentone s´è inerpicato tra le strade del centrostorico, fredde ed ammuffite mura ma abitate da gente col cuore grande. Questo è il dato che ci interessa analizzare e rilanciare: la gente non ha mai smesso di credere e d´essere cosciente che è la partecipazione l´unico strumento di cui dispone per far sentire la sua voce ed anche se cittadini in una terra martoriata ed erosa nelle sue viscere dal malaffare, nella quale ogni tentativo di creare una rete permanente promossa da chi non vuole piegarsi a queste logiche di prevaricazione viene immediatamente ostraciato da questure, procure e scagnozzi vari, anche loro, i signorotti detentori dei poteri forti, tremano dinnanzi ad una partecipazione viva come quella di sabato, mossa sulla scia dell´indignazione provocata dal loro atteggiarsi in città. Sosteniamo dunque, essere l´incontro il momento dal quale far emergere la voglia di cambiamento mostrata ieri dai cosentini. Incontro e confronto, quali reazioni genuine da contrapporre alle illiberali coercizioni che s´abbattono quotidianamente sulle nostre vite. Incontro e confronto che, proprio perché uniche armi in mano nostra, dovranno avvenire come sempre alla luce del sole. Rilanciamo dunque, come nelle giornate di preparazione del corteo, l´idea di far ruotare il dissenso e la voglia di sovvertire alle dinamiche che ci vorrebbero perdenti, attorno al chiosco comunale sito in piazza XIsettembre, cui chiederemo il prolungamento della concessione. Che diventi il punto di raccolta del malcontento d´ogni cittadino, che diventi il punto di partenza per la costruzione d´una nuova città vivibile. Che faccia circolare non solo appelli di solidarietà a chi si trova sottoprocesso, ma anche a chi nei territori lotta per non farsi schiacciare da logiche che impongono il malaffare prima della dignità della popolazione.I ntanto ricordiamo che lunedì 4 febbraio, nell'aula di Corte d'Assise riprenderà il processo con le arringhe della difesa, certi che il collegio difensivo non incontrerà nessuna difficoltà a rendere, agli occhi dellaCorte, semplicistiche le accuse mosse dal Fiordaliso.
Cosenza, domenica 3 febbraio 2008
COORDINAMENTO LIBERITUTTI

Cosenza: 10.000 persone in corteo

Una festa per più di diecimila in nome delle libertà e della giustizia sociale, dicono le cronache di ieri a Cosenza, in solidarietà coi 13 "cospiratori" del Sud ribelle per i quali la requisitoria, appena pronunciata, ha chiesto 76 anni tra galera e libertà vigilata. Li incolpa di aver turbato il G8 di Genova. Reato non indultabile, per altro, grazie all'astensione di una deputata verde in commissione Giustizia all'epoca del provvedimento di parziale clemenza. I 13 sono alla testa del corteo. Oggi uno fa il deputato, Caruso. Ma tutti stanno dove li avevano scovati digos e ros quel 15 novembre 2002, al ritorno dal fse di Firenze. Qualcuno coi Cobas, altri tra le aree figlie della disobbedienza, tra gli antagonisti, ultras, cani sciolti, ambientalisti radicali, precari dell'università, a Napoli, nel Nordest, Taranto, Roma, Cosenza. Cinque anni fa, non avevano potuto farlo, al corteo dei 70mila per la loro libertà, sbattuti com'erano in carceri speciali dal pm Fiordalisi, l'unico a sposare un teorema imbastito dai Ros dei carabinieri all'indomani dei massacri genovesi. Agnoletto fu avvertito il 25 luglio 2001, «guarda che vi stanno venendo ad arrestare, te e Casarini per primi. C'è un dossier». Ma non se ne fece nulla perché la procura di Genova si rifiutò di dar credito a intercettazioni di dubbia legittimità. Altre 21 porte e spunterà il discusso Fiordalisi, quello che chiuse l'inchiesta sulla nave portarifiuti Jolly Rosso, vecchia conoscenza delle ispezioni del Csm.Una festa, s'è detto, a vedere molti manifestanti che si tenevano per mano, danzando, in una città curiosa e solidale, coi giovani filippini e i volontari del commercio equo, quasi tutti i portavoce dell'allora Gsf, i napoletani di Rifiutizero che il giorno prima hanno rischiato di essere caricati per aver osato depositare rifiuti differenziati, i comitati di quartiere di Taranto, quelli della Sata di Melfi che, in 18 sono ancora indagati per la presunta violenza privata durante i 21 giorni di lotta del 2004. E la Fiat continua a intensificare i ritmi, racconta Manuele, e a licenziare sindacalisti. Marciavano gli studenti di Uds e Udu, i collettivi della Sapienza, i centri sociali, anarchici, antagonisti, sinistre arcobaleno e critiche e eretiche, giovani comunisti, arcisti, Cgil, Cobas, Slai ed Rdb. I più visibili gli ultras del Cosenza, antirazzisti e antifascisti, che lasciano uno striscione sotto lo studio di Giuseppe Mazzotta, penalista di rilievo, militante, scomparso due anni fa. E cantano fino alla fine gli ultras e convincono gli irriducibili tra i bottegai a sollevare le saracinesche: «Nessuno ha commesso reato - si sente cantare - si tratta di mentalità!». Come nel 2002, il presidente della Provincia, il sindaco di Cosenza e il suo collega di Lametia. L'unico a metterci faccia e fascia è Giovanni Manoccio e guida una giunta di sinistra-sinistra all'ombra del Pollino. Parla Scalzone dal camion centrale, suonano gli Zion Tribe sotto la Città vecchia, passano disoccupati salernitani, precari di tutto il Sud, ex detenuti e familiari, No Ince, tanta Calabria, molto meridione, un bel po' di Rifondazione (anche il segretario regionale Pino Scarpelli, il capogruppo Guagliardi, i parlamentari Mantovani e Angela Lombardi coi loro capigruppo, Di Palma della segreteria nazionale e i coordinatori dei Gc, ecc…), bandiere e vertenze da ovunque e piomba, al cellulare di Luca Casarini la notizia degli avvisi di garanzia a quattro No Dal Molin. «Non è solidarietà - spiegano in molti - è condivisione. Respingiamo le divisioni tra buoni e cattivi. A Genova e altrove c'eravamo tutti». E' andata. I volti si distendono e ci si comincia a chiedere come andare avanti. Una festa, s'è detto. Ma è la «festa di addio» che vede una preoccupatissima Haidi Giuliani, oppure è l'«inizio di un nuovo ciclo contro il governo Montezemolo- Berlusconi- Veltroni», che intravede Giorgio Cremaschi, il fiommino. Interloquisce con entrambi Michele Di Palma: «Credo sia un momento di passaggio, dovrebbe riprendere una riflessione collettiva». «I giorni che abitiamo ci promette tempi cupi ma oggi vedo la speranza di un ciclo unitario di mobilitazioni», interviene il coordinatore dei Gc, Federico Tomasello. «Mica era scontato questo corteo - dice Agnoletto, ora eurodeputato Prc - nel pieno della crisi di governo e nel punto di massima distanza tra il governo che nemmeno ha concesso la commissione sul G8 e i movimenti». Non sarà d'accordo Gennaro Migliore, presidente dei deputati Prc che, sfilando, prende ad esempio Vicenza, preoccupato dal «clima di intimidazione in quella città: avremmo potuto essere avvisati anche noi. Impossibile da pensare una sinistra senza rapporto coi movimenti». Per l'imputato cosentino Luca Casarini, gli avvisi vicentini sono lo «scatto vendicativo di chi è debole: il governo non c'è più, le comunità si autodeterminano, lo stato si vendica». Perugini, sindaco di Cosenza, rimprovera alla politica di non essersi interrogata su certi tipi di reato, vecchi arnesi del Codice Rocco, «riciclati contro le lotte - aggiunge Bernocchi dei Cobas. Gli risponde Russo Spena, capogruppo Prc a Palazzo Madama: «Speravamo andasse in porto la revisione dei codici. Erano passate in commissione (presidente Pisapia, ndr) le depenalizzazioni e le riduzioni di pena. La crisi ha interrotto quel lavoro». Prossime stazioni. «Firenze, prima di tutto - dice Raffaella Bolini dell'Arci - perché la sentenza sui fatti del '99 al consolato Usa (fino a 7anni per resistenza, il doppio di quanto chiesto da Fiordalisi a Cosenza) ci ha gelato, con quel collegamento esplicito, nella requisitoria alla storia di Genova». Potrebbe succedere il 2 marzo, all'indomani della venuta a Roma contro le missioni di guerra,. «Servirà a ragionare sul futuro», accenna il condannato fiorentino Bruno Paladini. Bernocchi ricorda l'idea di un grande primo maggio. Ma intanto, «da qui alla sentenza, c'è da lavorare su Cosenza e nei territori», avverte Italo Di Sabato dell'Osservatorio contro la repressione del Prc.

2 febbraio 2008

Dalla parte della libertà, oggi tutti a Cosenza

Ci siamo. La più inquietante fra le recenti “inchieste politiche”, quella aperta dalla procura di Cosenza contro la rete meridionale del sud ribelle, sta arrivando alla conclusione. Il pm Fiordalisi, nella sua lunga requisitoria, ha chiesto oltre 50 anni di carcere per gli imputati.

L’inchiesta di Cosenza contro la Rete del Sud Ribelle è stata forse il passaggio più inquietante di quella involuzione autoritaria che ha caratterizzato l’Italia del dopo Genova.

Una inchiesta partita da un dossier dei Ros, ritenuto inconsistente da più Procure ma che trova un ambiente accogliente nella Procura di Cosenza, che nel novembre 2002 porta all’arresto di venti militanti (alcuni di loro furono rinchiusi nelle carceri di massima sicurezza) con accuse pesantissime, per lo più relative ad articoli del codice penale di derivazione fascista, introdotti negli anni Trenta, come il “sovvertimento dell’ordinamento economico costituito nello Stato”. L’inchiesta si è basata principalmente su intercettazioni di telefonate ed e-mail e sulla lettura di documenti vari, una lettura spesso maliziosa quanto grottesca (basti pensare al manuale di autodifesa del manifestante, pubblicizzato tramite agenzie di stampa nazionali, interpretato come la dimostrazione che ci si preparava a uno scontro violento). L’accusa, e questo è il punto grave, non contesta agli indagati alcun fatto specifico, se non l’occupazione simbolica di un’agenzia di lavoro interinale e la partecipazione attiva ai controvertici di Napoli e Genova nel 2001. Fiordalisi sostiene la tesi della regia unica dei disordini di piazza, ma si guarda bene, dall’analizzare i fatti per quello che sono, altrimenti si scoprirebbe il ruolo decisivo avuto dalle forze dell’ordine.

Come si vede si tratta di reati prettamente politici, difficili da definire nella loro espressione concreta. Che può voler dire turbativa dell’azione di governo? Forse la contestazione di un vertice fra otto capi di stato e di governo? E che senso può avere ipotizzare che si formi un’associazione a delinquere che abbia per scopo la “resistenza a pubblico ufficiale”? Capiremmo se si trattasse di associarsi per “aggredire” il pubblico ufficiale, per compiere azioni violente o qualcosa del genere, ma l’idea che qualcuno si organizzi per farsi attaccare dalla polizia e poi “resistere” è semplicemente grottesca. E poi si parla di cospirazione, associazione sovversiva, reati sfuggenti nella loro stessa formulazione verbale. Fra le imputazioni, per alcuni, c’è anche la “compartecipazione psichica” agli atti violenti compiuti da altri. In breve, un castello di accuse dal quale è pressoché impossibile difendersi: se l’accusa non contesta fatti specifici, come si può replicare?

La sensazione forte è che si stiano usando delle figure giuridiche che hanno il sapore della repressione gratuita, poco motivata se non in termini di avversione ideologica, in nome di un’astratta e vetusta concezione del motto “legge e ordine”.L’inchiesta di Cosenza è sbagliata e pericolosa: è un rozzo tentativo di criminalizzare il movimento allo scopo di mettere fuori gioco le idee che quella straordinaria stagione di lotte e partecipazione ha immesso nella società. Questa giustizia è purtroppo prona al potere e fin troppo strabica. Per questo è necessaria la mobilitazione democratica, a partire da sabato 2 febbraio dove saremo in tanti a Cosenza, per tutelare gli spazi dell'iniziativa politica dal basso che rischiano altrimenti di essere compressi da teoremi giudiziari basati più che sui fatti su pregiudizi ideologici.

Michele De Palma, responsabile Area movimenti della segreteria naz del Prc
Italo di Sabato, responsabile Osservatorio repressione

Un movimento alla sbarra

Dal G8 del 2001 a oggi sono numerosi i casi in cui la magistratura ha cercato di trasformare le lotte politiche in azioni puramente delinquenziali

Milano, Roma, Bologna, Firenze, Genova e Torino. Ma anche Nuoro, Benevento, Brescia, Caserta, Lecce, Catania, Cosenza, Rovereto, Cecina. Precariato, G8, antifascismo, anarchici, blocchi stradali. Metropoli e provincia, lotte sociali e iniziative. Dal 2001 quasi tutto è unito da un unico elemento: il tentativo e la necessità di difendersi nei molti processi che - dal G8 genovese in avanti, fino ad oggi - hanno tenuto occupato gran parte del movimento, così ampio e composito, fino al luglio 2001. Per questo forte, attraente e portatore di novità. L'esatta collocazione storica del G8 genovese - così come le sue conseguenze - deve ancora essere inquadrata in modo organico e storico. Sicuramente, nella vita quotidiana di spazi sociali, militanti, attivisti, ha segnato uno spartiacque, un decisivo momento di passaggio, sia per quanto riguarda le mobilitazioni di massa, e la loro eterogeneità, sia per la criminalizzazione, via via crescente, delle lotte sociali e dei suoi protagonisti.L'impatto emotivo e giudiziario seguito a Genova ha dato vita a numeri da capogiro, una sfilza di nuovi reati prodromici al blocco totale circa la possibilità di contestazione dello status quo, un impegno costante e stancante per gli attivisti e le organizzazioni: difendersi, mantenere intatta la memoria storica e rilanciare le grandi battaglie sociali. Un compito arduo, con numeri di partecipanti via via in diminuzione, con la fine dell'esistenza di molti spazi sociali (a Milano il dato è macroscopico) e la progressiva atomizzazione dell'attivismo (basti pensare alla crisi di Indymedia e al trionfo dei blog di movimento): impegni continui su più fronti giudiziari, a confondersi e insistere con le nuove tecnologie di controllo sociale, sempre più distribuito, unitamente alla militarizzazione del territorio e alla riduzione delle lotte sociali a mero e semplice gestione dell'ordine pubblico. La repressione è soprattutto questo: processi, accuse, reati, che mirano a criminalizzare ogni tentativo di opposizione, rilancio e memoria storica o difesa dei propri diritti, vedi Acerra, le lotte No Tav e le recenti gestioni dell'emergenza rifiuti. Non contano i colori politici, le appartenenze: a Genova, e da Genova, nasce una nuova strategia repressiva. Viene tirato fuori, dopo molto tempo, il delitto di devastazione e saccheggio. Dal 2001 è stato utilizzato oltre che a Genova, a Milano e a Torino. Un reato che prevede pene altissime e che riduce le lotte sociali ad azioni delinquenziali fuori tempo massimo e soprattutto, quasi, comuni. Un passaggio ideologico decisamente interessante, dopo anni e anni di reati associativi appioppati, e accade ancora, come niente fosse. Un reato che segna un cambiamento generale in tema di controllo sociale: chi si oppone allo status quo, è un devastatore, un saccheggiatore, un delinquente, un barbaro, un incivile, un corpo non da estirpare in quanto antitetico, ma da isolare in quanto aberrante. Un reato fortemente ideologico. Devastazione e saccheggio, ma non solo, basti pensare alla difese dai fascisti che diventano, per le procure, rapine, violenze private, resistenze. I filoni, si parla di circa novemila persone sotto processo solo nella stagione berlusconianafino al 2005, cui poi si sono aggiunti i sindaci sceriffi e legalisti di sinistra, interessano tutti i gangli attraverso i quali il movimento tentò di esprimersi nel luglio 2001: contrapposizione alle politiche liberiste, lotte sociali riguardanti il tema della precarietà (e con esso il diritto alla casa, ai servizi, al reddito), le lotte anti repressive degli anarchici, le lotte dei migranti.Per gli anarchici, sempre bastonati, non si è trattato di un'inversione di tendenza: da sempre l'intelligence italiana, prima della prima repubblica, durante e dopo, ha mirato a loro in ogni situazione di difficoltà. Per loro il trattamento è sempre lo stesso. L'operazione più vistosa è stata la cosiddetta Operazione Cervantes: il 27 luglio 2004 furono perquisite un centinaio di persone, di cui 34 indagate per «associazione sovversiva, terrorismo ed eversione dell'ordine democratico» (270/270bis), mentre 4 furono gli arresti. L'indagine era finalizzata all'individuazione degli autori degli attentati all'istituto scolastico Cervantes e a una caserma di Roma nel 2003 e al tribunale di Viterbo nel gennaio 2004. Nel filone repressivo post G8, non manca la criminalizzazione di chiunque si occupi di precarietà (lavorativa, sociale, di esistenza): ecco i processi contro gli attivisti della MayDay del 2004 a Milano, il processo per l'esproprio proletario del 6 novembre a Roma, gli innumerevoli processi per azioni contro la guerra, il reddito, i migranti e la casa (Bologna, Roma e Firenze ultimamente con le condanne a 7 anni per chi manifestò al consolato Usa del 13 maggio 1999). Anche in questo caso le mosse delle varie procure, sembrano inserirsi nel solco ideologico delle nuove tecniche repressive: disconoscere il primato politico delle varie forme di opposizione, per sancirne la resa giudiziaria delinquenziale e tramutare ogni affaire politico in ordine pubblico, il controllo in militarizzazione, la quiete sociale con la delazione, per favorire forme sperimentali - basti pensare alla prossima introduzione degli steward negli stadi - in cui ciascuno è controllore degli altri e via via di sé stesso, consentendo il trionfo dell'atomizzazione e della morte sociale.

Simone Pieranni da il manifesto

1 febbraio 2008

Genova: Pestato durante il G8, condannato il Viminale



Il tribunale di Genova condanna il ministero degi Interni a risarcire con 35mila euro un medico picchiato dalla celere


Un altro pestaggio in mondovisione del luglio 2001 a Genova, arriva al termine del suo iter giudiziario. Un'altra persona, un medico, cui verranno risarciti i danni. 35 mila euro la cifra che è invitato a pagare il ministero dell'Interno: una somma che coprirà solo parzialmente i danni morali ed esistenziali di M.P., uno che nei giorni del g8 era per le strade del capoluogo ligure, come medico del Social Forum. E' stato brutalmente picchiato dai poliziotti, a margine di una delle tante cariche di quelle giornate nella zona di Corso Torino, una delle vie che costituì un centro nevralgico per gli scontri del 20 luglio. Quel giorno per gli agenti di polizia non ha contato nulla il fatto che M.P. indossasse la riconoscibile casacca dei medici, così come il fatto che la piazzetta fosse sgombra e non ci fosse quindi alcun motivo per caricare, tanto meno persone visibilmente appartenenti ai servizi medici. Ad aggredire l'uomo, una sigla ormai nota agli osservatori di quanto accadde in quelle giornate: il VII nucleo del reparto mobile di Roma, proprio loro, i Canterini Boys, già famosi alle cronache per la altrettanto sanguinosa irruzione nella scuola Diaz.M.P., genovese, con il suo avvocato Emilio Robotti, si è rivolto ai tribunali, come tanti altri, sfidando il senso di impunità per i pestaggi gratuiti respirati nelle giornate genovesi di sette anni fa: la sentenza era arrivata il 17 novembre 2007, ma le motivazioni sono state rese note solo martedì scorso. E' proprio l'argomentazione del giudice a costituire la peculiarità del risarcimento e della vicenda giudiziaria: nel calcolo complessivo della somma dovuta alla vittima, infatti, il giudice genovese Laura Casale, non ha tenuto conto solo dei danni fisici riportati, ma anche e soprattutto dei danni esistenziali, causati da quell'aggressione brutale. Alcune delle 36 pagine della sentenza sono esclusivamente dedicate proprio alle componenti morali derivanti dal pestaggio, come denunciato dallo stesso M.P. Le sue condizioni psicologiche, oltre che fisiche, sono uscite scombussalate da quella sventurata giornata.Nella sentenza vengono ripercorse le tappe del procedimento. Vi sono anche le deposizioni di Colucci ed altri appartenenti alle forze dell'ordine. L'ex questore di Genova - oggi indagato per falsa testimonianza in relazione al processo Diaz, insieme all'ex capo della Digos Mortola e all'allora capo della polizia Gianni De Gennaro - aveva tentato di spiegare e giustificare il clima di quei giorni e l'approccio delle forze dell'ordine: «per noi - ha detto - vi era una parte cattiva che rischiava di mescolarsi con quella buona, le disposizioni pertanto erano di azioni colpisci e fuggi e ovviamente nella massa della gente poteva accadere che venissero coinvolti anche i buoni».I video, le immagini e le foto testimoniano invece che in quel caso l'aggressione non avvenne in una situazione di confusione, anzi. Scrive il giudice: «M.P. e il suo gruppetto sono da parte in piazza Savonarola. E' emerso che un gruppo numeroso di agenti di polizia si è ad un certo punto diretto verso il gruppetto di M.P., il quale, rispetto agli altri compagni, sentiti come testi, è stato quello ad avere sicuramente la peggio, essendo stato vittima di un vero e proprio pestaggio a sangue». Nel luglio 2007 il tribunale genovese aveva deciso il risarcimento di un'altra persona picchiata: una donna di 41 anni, aveva ottenuto il pagamento di circa 24 mila euro dal ministero dell'Interno per danni biologici ed esistenziali.

31 gennaio 2008

Roma: Rinviato il processo a carico dei manifestanti contro il carovita

Questa mattina era attesa la seconda udienza del processo a carico di 39 persone accusate di "rapina pluri-aggravata ed eversione degli organi dello stato", per aver preso parte alla manifestazione contro il carovita e per il reddito garantito del 6 novembre 2004. Il presidio organizzato davanti al Tribunale di Piazzale Clodio a cui hannopartecipato oltre 200 persone ha ricevuto poco dopo le 10.00 la notizia del rinvio al 26 febbraio dell'udienza odierna. Motivo del rinvio le dimissioni obbligatorie, come previsto dalla procedurapenale, della Giudice presidente del collegio giudicante, strettamenteimparentata (la sorella) con il pm Fiordalisi artefice nella procura di cosenza del teorema contro la "rete del sud ribelle" accusatadi "turbare l'esecuzione delle funzioni del governo italiano,sovvertire violentemente l'ordinamento economico costituito nel nostroStato, sopprimere la globalizzazione dei mercati economici, alterarel'ordinamento del mercato del lavoro".Contro queste inaccettabili e pesantissime accuse, contro le detenzionipreventive e le custodie cautelari che ne sono seguite, contro larepressione dei movimenti sociali rinnoviamo l'invito a partecipare al corteo previsto per sabato 2 febbraio a Cosenza.

I compagni e le compagne di Roma

Roma: Pestaggio a militante Action, denunciati due neofascisti

Sarebbero stati individuati dalla Digos di Roma due dei responsabili dell'aggressione avvenuta la sera del 27 gennaio ai danni di un operatore dell'Atac addetto a controllare i varchi della metropolitana a Termini, militante di Action. Si tratta di due giovani di estrema destra già noti alla Digos che nel 2006 li aveva arrestati perchè avevano incendiato alcuni cassonetti dell'immondizia nel quartiere Esquilino. Entrambi sono stati denunciati per lesioni aggravate. È stato accertato che l'aggressione è avvenuta dopo che, qualche ore prima, alcuni giovani avevano riconosciuto il controllore e lo avevano insultato. Qualche ora dopo il ragazzo è stato aggredito da un gruppo più ristretto di ragazzi, con i volti parzialmente coperti da cappellini, cappucci e sciarpe. La Digos sta visionando i filmati e sarebbero vicini all'identificazione di altre tre persone.

30 gennaio 2008

Dal diritto al dissenso alla dittatura democratica

Uno stato che mette in discussione i diritti fondamentali dell'uomo, costituzionalmente garantiti, è uno stato in cui il rischio dittatura è reale. Quello che stiamo subendo in Italia, è vero, non è dittatura, ma ogni dittatura inizia con la repressione di chi dissente.
Repressione del pensiero, degli stili di vita, di chi ha la pelle scura, di chi lotta in difesa del proprio territorio e della propria salute. Eppure la Costituzione Italiana è fondata su valori quali la libertà, l'accoglienza e la tutela dei diritti per tutti. Il Popolo Sovrano. Ripudia la guerra. È fondata sul lavoro. Invece il lavoro uccide più della mafia e i padroni hanno l'impunità garantita, chi pensa che guerra e sfruttamento sono reati contro l'umanità è condannato ad anni di carcere mentre chi le fa, causando la morte di centinaia di migliaia di innocenti, viene riverito con gli onori di stato. Vengono agitati fantasmi “anarco-insurrezionalisti” tra le comunità che si oppongono alla devastazione ambientale e sociale dei propri territori. È più che mai necessario riaprire una discussione costruttiva attorno ai diritti umani e al sistema delle garanzie sempre più a rischio per chiunque osi esprimere un pensiero diverso da quello unico dominante che mette le merci e il denaro al centro dell'universo calpestando dignità e diritti. Si dissemina paura realizzando “business”, perchè la paura fa business, consentendo l'approvazione di pacchetti sicurezza mirati a reprimere tutto ciò che è epidermicamente fastidioso alla società dell'apparire. Uno Stato feroce, arrogante e giustizialista con chi lotta per una società migliore, con i deboli, con chi vive ai margini e i “diversi” che diventa garantista, solidale e complice con gli sfruttatori e i predatori della terra.
Assoluzioni e promozioni eccellenti per quanti hanno ucciso e torturato a Genova come a Napoli, per le strade, nelle carceri, sul lavoro, di contro condanne e anni di carcere, per quanti lottiamo per un mondo migliore, ci impognono una riflessione costruttiva per la riapertura del dibattito su diritti e garantismo contro la repressione di stato che aleggia in ogni dove, annullando con un colpo di spugna le LIBERTA' per cui i Partigiani diedero la vita.
Dal diritto al dissenso alla dittarura democratica, sarà luogo di discussione comune a tutte le realtà di movimento che vorranno costruire dal basso proposte e percorsi a difesa dei diritti e delle libertà individuali e collettive.

Coordinamento Liberitutti

29 gennaio 2008

Cosenza: Il ministero degli Interni diffida il Cosenza calcio. Lettera aperta dei tifosi.

La strategia della Digos cosentina per far fallire il corteo del 2 febbraio è in pieno svolgimento. Stanno cercando di seminare tensione tra i commercianti, i tifosi ed i giornalisti.

Abbiamo appreso che il Ministero dell’Interno ha diffidato la società Cosenza Calcio, perché in curva sarebbero apparsi striscioni dal contenuto “politico”.
Siamo al paradosso di Stato! Da anni in questa città assistiamo ad uno spettacolo indegno: “onorevoli” e rappresentanti delle istituzioni locali usano lo stadio San Vito per le loro vergognose passerelle. Pur di farsi propaganda, non hanno mai smesso di strumentalizzare la storia rossoblu, nemmeno quando ne causarono il fallimento morale ed economico.
“I nostri politici devono scendere in campo a difesa del Cosenza”. Quante volte questa frase è rimbalzata in Tv? Però, nonostante la spudorata invadenza della politica dei partiti nel nostro calcio, nessuno si è mai sognato di diffidare questi personaggi, né l’Osservatorio ha preso provvedimenti intimidatori nei confronti del Cosenza.
Adesso il Viminale lancia una crociata contro “la politica negli stadi” e, tanto per cambiare, sceglie Cosenza come obiettivo dei suoi attacchi. Se fossero coerenti con quanto affermano, dovrebbero cancellare mezzo panorama calcistico nazionale e chiudere altrettanti stadi. Esiste in serie A o B una società estranea alla “politica”?
Il vero problema, dunque, è un altro. Quella che loro chiamano “politica” è in realtà la libertà d’espressione popolare, che vorrebbero eliminare dalle curve. Vogliono riempire le gradinate di Tifosotti, Ringo Boys e ultras di mestiere.
A Cosenza il progetto è ancora più sofisticato. Le forze dell’ordine devono infatti risolvere un grave problema: dall’inizio del campionato la nostra tifoseria non provoca più incidenti, si comporta civilmente in casa e fuori, ha sviluppato meccanismi di autocontrollo. E quando i problemi non esistono, da sempre lo Stato paga uomini esperti per crearli... i problemi!!!
E già, perché quando in una città non accadono più incidenti intorno alle partite di calcio, a che serve tenere in piedi un “Ufficio Stadio” in Questura?
Allora, meglio rispolverare il vecchio ritornello del “pericolo Noglobal tra gli ultrà”.
I “signori” che spediscono dettagliate informative al Viminale, fanno finta di non sapere che la nostra non è una tifoseria “politicizzata”.
Il tifo del Cosenza è antiproibizionista ed è antirazzista. Punto e basta! Qualche anno fa persino la Uefa, in occasione della finale di Champions League a Manchester, ha scelto una foto degli Ultrà Cosenza per diffondere nell’Europa intera un messaggio contro i pregiudizi razziali.
Certo, per la Digos sarebbe tutto più facile, se nello stadio San Vito apparissero le svastiche. Ci sarebbe pure meno lavoro per le strade: ad eliminare i colori e la diversità, penserebbero i neonazisti.
Ma noi non ci caschiamo. Anche di fronte a questa provocazione resisteremo con intelligenza. Per amore del Cosenza, chiederemo a tutti gli ultrà delle due curve di non finire nella trappola, non diffondere per il momento messaggi che potrebbero attirare l’ira del Viminale sui Lupi.
Tuttavia, non è detto che i ragazzi ci ascolteranno. I Cosentini sono sempre stati dotati di autonomia e capacità critica. Non essendo una gregge di pecore, bensì un branco di lupi, non abbiamo un capo-montone nella nostra tifoseria.
Sappiano una cosa, però, gli uomini del Viminale ed i loro locali dipendenti. Possono toglierci la libertà e la salute. Non ci toglieranno mai la dignità e la parola.


primi firmatari:
Sergio Crocco
Claudio Dionesalvi
Dino Grazioso
Luigi Celebre
seguono altre firme

Genova G8: Rinviati a giudizio i funzionari PS Troiani e Gaca

Il Gup Roberto Fucigna ha rinviato a giudizio i funzionari di Polizia Pietro Troiani e Salvatore Gava, accusati di falso nell'ambito della vicenda delle due molotov trovate nel cortile della scuola Diaz durante il G8 di Genova. A chiedere il rinvio a giudizio erano stati i Pm Enrico Zucca e Francesco Albini Cardona mentre la difesa aveva chiesto il proscioglimento per entrambi gli imputati. Il processo è stato fissato per il 7 aprile davanti al giudice monocratico. Secondo l'accusa Troiani avrebbe fornito false notizie sul luogo di rinvenimento delle bottiglie molotov mentre Gava avrebbe attestato falsamente di aver partecipato alla perquisizione della Diaz e al conseguente sequestro. Troiani e Gava, nel processo in corso a Genova per l'irruzione della Polizia nella scuola Diaz in cui sono imputati 29 funzionari e dirigenti di polizia, devono inoltre rispondere rispettivamente di calunnia e perquisizione arbitraria nella scuola Pascoli.



fonte:ANSA

Ferrara: Omicidio Aldrovandi, continua il processo

«Quando sono arrivato ho capito che saremmo finiti in tribunale». Luca Casoni non è stato - finora - un personaggio di primo piano nel caso della morte del diciottenne Federico Aldrovandi, per la quale sono alla sbarra quattro agenti della questura di Ferrara con l'accusa di omicidio colposo. Ma è un vice sovrintendente della questura, con «vent'anni di strada sulle spalle», come dice lui. La notte del 25 settembre 2005, quando Federico muore, è il responsabile dell'ufficio denunce e il primo dei superiori ad arrivare sul posto. Ieri ha aperto la coorte di dirigenti e responsabili che hanno gestito la situazione dopo il decesso e che ora sono chiamati a testimoniare davanti al giudice Francesco Maria Caruso. Casoni ha raccontato che da subito gli avvenimenti di via Ippodromo hanno preso una piega strana e allarmante.Glielo comunica con preoccupazione in questure il responsabile del centralino, Marcello Bulgarelli, quello che riceve le chiamate dei cittadini e comanda i servizi. «Bulgarelli -racconta Casoni - mi fa: c'è qualcosa che non mi torna. Credo si riferisse al fatto che la volante chiedesse subito un ausilio». Casoni si fa immediatamente accompagnare sul luogo: quando arriva Federico è già per terra, «accerchiato» dai sanitari. Poco dopo chiamerà di nuovo Bulgarelli. E la telefonata che intercorre tra loro è un nuovo piccolo «giallo». Si sente Bulgarelli che chiede: «Mi puoi dire cosa è successo?». Casoni che abbassa la voce. Poi la telefonata cade. Ieri il vice sovrintendente è stato onesto: «Ammetto che forse ho detto "stacca", perché non volevo che fosse registrato niente». «E perché?», ha chiesto il pm Nicola Proto. Ma su questo punto i ricordi del poliziotto si interrompono: «No, credo solo perché il nostro è un linguaggio da caserma, soprattutto in situazioni come quelle». Quelle situazioni per cui si finisce in tribunale. La memoria di Bulgarelli è ancora più confusa: lui neanche si ricorda di aver visto Casoni nel suo ufficio e di avergli espresso preoccupazione. La sua, come quella dei cittadini residenti nelle case adiacenti via Ippodromo, è una deposizione piena di «non ricordo». Ma, in questo caso, la ricostruzione degli avvenimenti è indispensabile per chiarire la gestione delle fasi successive alla morte del ragazzo. Certo, non si tratta dell'oggetto del processo - che deve spiegare cosa e chi abbia ucciso Aldrovandi - come non mancano di ricordare gli avocati della difesa. Tuttavia gli imbarazzi della polizia (incaricata anche di svolgere le indagini) rafforza l'idea che si sia cercato di gestire «in casa» il problema. E d'altronde i «disguidi» seguiti alla morte di Aldro - per esempio i brogliacci cancellati e riscritti - sono già oggetto di un'indagine bis in cui è indagato tra gli altri proprio Bulgarelli, l'uomo che ha compilato le trascrizioni delle telefonate. Correzioni che riguardano gli orari di intervento delle volanti, sulla cui successione continua a esserci confusione. Ieri Bulgarelli ha spiegato che su una delle linee (in tutte sono tre) il registratore era rotto. Inoltre, pare che vengano registrate esclusivamente le comunicazioni telefono-radio e non quelle via radio. Ciò non aiuta a fare chiarezza sull'orario di intervento. Ad esempio: la prima volante parte dopo la segnalazione della cittadina Chiarelli (ore 5,47) oppure era già partita? Cercare di scoprirlo sarà difficilissimo.Fatto sta che, come ha aiutato a capire ieri la testimonianza dell'ispettore della polizia giudiziaria Dossi, la scelta dei dirigenti quella mattina fu di non sequestrare nulla, ne la macchina incidentata né i due manganelli rotti che compaiono solo il pomeriggio. Dossi ha anche raccontato le drammatiche sequenze riferite quella mattina dai poliziotti: un ragazzo che li aggredisce e con cui ingaggiano una violenta colluttazione, che non riescono ad afferrarlo. Ma nessuno usa il defibrillatore in dotazione a una delle macchine. Infine, il giudice ha deciso di acquisire nuove fotografie: sono quelle del corpo di Federico steso sull'asfalto con una enorme macchia di sangue dietro la testa. Finora non erano state messe agli atti.

Roma: 9 giugno no Bush, quattro condanne

Quattro degli otto giovani arrestati il 9 giugno scorso durante la manifestazione no Bush sono stati condannati ieri dal Tribunale di Roma. Il giudice ha condannato Simon De Martino (francese di 20 anni) a otto mesi di reclusione (pena patteggiata), Maharam Halli (29 anni, originario del Bangladesh) a sette mesi (pena patteggiata), Akos Seres (25 anni, di origine ungherese) a sei mesi (pena patteggiata) e, con il rito abbreviato, Daniel Melinc (sloveno, 33 anni) a cinque mesi e dieci giorni. Per tutti, accusati di reati che vanno dalla violenza alle lesioni fino alla resistenza a pubblico ufficiale, è stata decisa la sospensione della pena. Altri quattro giovani accusati degli stessi reati saranno giudicati con il rito ordinario.

28 gennaio 2008

Firenze: Condannati a sette anni per resistenza 13 compagni

Il Tribunale di Firenze ha deciso di abolire ogni unità di misura ed ha condannato a sette anni di reclusione i tredici imputati per gli incidenti al Consolato USA del 13 maggio 1999 in occasione dello sciopero/manifestazione indetto dal sindacalismo di base contro la partecipazione dell'Italia alla guerra nei Balcani. Sette anni per aver preso un sacco di legnate a mani nude. Sette anni a conferma che nella società contemporanea non c'è più misura. Nello sfruttamento come nelle sentenze dei tribunali. Sette anni vengono dati per omicidio (con le attenuanti). Cinque per banda armata. Qualche manciata di mesi per stupro, nulla per gli omicidi sul lavoro. Non parliamo della signora Dini e dei suoi traffici internazionali finiti con una pena abbondantemente sotto l'indulto. uesti giudici ci fanno tornare in mente i colonnelli greci e lo Shakespeare di "Misura per misura": viviamo la nostra contemporaneità nella svalutazione dei valori, dunque il dramma è quanto mai attuale.La Magistratura interpreta la crisi verticale della rappresentanza politica, quella società dello spettacolo andata in onda anche pochi giorni fa al Senato, e della sua incapacità di controllare spinte e conflitti sociali.Non si deve manifestare, tanto meno contro la guerra. E poi, se al governo c'è il centrosinistra è ancora più grave, viene meno ogni "giustificazione politica". E' il trend giudiziario di Genova e di Cosenza. E' l'altra faccia del delirio securitario che vuole incarcerare tutti i romeni che scappano dalla Romania a causa dei "nostri" imprenditori arrivati a sfruttare la forza lavoro locale per 80 euro al mese. A Firenze c'è la mano precisa dei DS in questa sentenza. Dopo aver riesumato le ordinanze (1933) del Podestà per deportare i lavavetri, hanno dichiarato la guerra ai poveri colpevoli di avere cattiva incidenza sul turismo - come se Firenze non fosse una città internazionale e cosmopolita. Ed ora indicano nelle case occupate, nei richiedenti asilo che esodano dalle guerre il prossimo nemico da colpire. La città va affidata a guardie pretoriane che devono esercitare il controllo assoluto non solo sui movimenti, ma sui corpi e sulle menti, perchè cresce la marea dei senza reddito, senza casa, senza cittadinanza e che devono rimanere anche senza voce. Queste sentenze vogliono sancire lo slittamento del conflitto sociale all'interno della normativa penale. Imputate/i capri espiatori, diversificati per provenienza ed estrazione, per poter esercitare su di loro una giustizia altrettanto diversificata. Per sperimentare la tenuta di "nuovi" reati, quali devastazione e saccheggio, mantenendo i "vecchi" resistenza e danneggiamento. Daremo vita ad una campagna nazionale su questa sentenza capace di coinvolgere tutto quanto si muove nella società italiana rivendicando la costruzione di un altro modo di vivere.
SOLIDARIETA' AGLI IMPUTATI TUTT@ LIBER@

RICORDIAMO I FATTI: Il 13 maggio 1999 lo sciopero delle organizzazioni di base fu un grande successo (a Firenze 3.000 in piazza). Lo sciopero dimostrò la possibilità di lottare contro la guerra NATO nei Balcani, guerra sostenuta dal governo di allora, guidato da D'Alema, e definita da CGIL-CISL-UIL "una contingente necessità". A corteo concluso davanti al Consolato Americano partirono, senza preavviso, durissime cariche poliziesche: candelotti sparati ad altezza d'uomo, 5 manifestanti costretti alle cure ospedaliere, mentre tanti altri contusi evitarono gli ospedali. L'atteggiamento delle forze dell'ordine fu conseguente alla circolare D'Alema-Iervolino ("perché non vengano tollerate manifestazioni contro basi militari e sedi governative"). Un paese in guerra adegua il comportamento della propria polizia alla situazione bellica. Un video mostrò l'esatta dinamica delle cariche - video ripetutamente fatto vedere dalla trasmissione "Striscia la notizia", anche, strumentalmente, nei confronti del centrosinistra al governo. Già le richieste del pubblico ministero apparivano SURREALI: dai 4 ai 5 anni per "resistenza a pubblico ufficiale.


Movimento Antagonista Toscano - Confederazione Cobas

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