28 gennaio 2008

Roma: Fascisti aggrediscono militante di Action

Caduto il governo Prodi è iniziata la campagna elettorale. E se Berlusconi invoca la marcia su Roma, nella capitale c'è già chi risponde obbedisco. Ognuno con le sue forme. C'è chi fa campagne mediatiche e chi invece preferisce aggressioni «squadristiche». Con l'obiettivo di andare alle elezioni tutti insieme. L'ultimo assalto è avvenuto domenica sera. Il più grave di una serie di violenti attacchi ai danni di giovani di sinistra cominciati il giorno della caduta del governo. «Un nostro compagno che fa l'operatore sotto la metro Termini per conto di un'agenzia interinale - denuncia Claudio del centro sociale La Strada - è stato aggredito». Lui è Paolo Vernini, 26enne, attivista di Action: «Mentre lavoravo all'improvviso sono stato colpito - racconta - con un cazzotto da dietro, sono caduto e a quel punto ho preso una serie di calci. Poi non ricordo più nulla». Verrà portato d'urgenza al pronto soccorso dell'Umberto I. Avrà 25 giorni di prognosi. «Due punti in testa, medializzazione del setto nasale» e lividi per tutto il corpo, la diagnosi. Durante l'aggressione, 5 o 6 sarebbero gli assalitori, nessuno è intervenuto: la gente che affollava a quell'ora (19.30) la metro è rimasta inerme e l'arrivo dei vigilantes è stato tardivo. Nessuno è stato fermato, malgrado Termini sia una stazione militarizzata. Sembra però che la Digos stia esaminando i nastri delle telecamere: due degli aggressori sarebbero già stati riconosciuti. Se il gesto ha una chiara matrice fascistoide, per la Rete antifascista metropolitana avrebbe anche un nome e un cognome: «Riteniamo che i responsabili siano militanti della Fiamma Tricolore». Secondo la ricostruzione fatta ieri in conferenza stampa dalla Ram, gli aggressori avrebbero portato bandiere della Fiamma e tra loro sarebbero stati riconosciuti attivisti di Casa Pound, centro sociale di estrema destra interno al partito. Dal giorno della caduta di Prodi l'estrema destra nella capitale è entrata in effervescenza. In particolare la forza guidata da Romagnoli, movimentista ma non restia ad «attraversamenti» istituzionali. E pronta ad allearsi con Berlusconi alle prossime elezioni, come scrive uno dei leader, Giuliano Castellino, su Fare Quadrato (fanzine della Fiamma): «Berlusconi e il centrodestra non sono Mussolini e il fascismo, ma almeno in questa coalizione non esiste la pregiudiziale antifascista». E ancora: «Berlusconi non ha mai festeggiato un 25 aprile e ha sempre speso parole positive sul nostro Duce». Non a caso la Fiamma giovedì sera è stata la prima a festeggiare in piazza la caduta di Prodi. «Il problema è la connivenza istituzionale e culturale con la Cdl. In un clima di politiche sicuritarie e razziste a loro viene data mano libera», denuncia ancora la Ram. Il ricordo va alle predenti campagne elettorali (soprattutto quella del '94 che vedeva Fini candidato sindaco di Roma) caratterizzate proprio da un'escalation di violenza fascista. «Avranno pane per i loro denti», afferma Andrea Alzetta di Action, che spinge per «una rete di autodifesa da parte delle realtà sociali». Ma la risposta della Ram è soprattutto politica: «Bisogna riorganizzare la sinistra culturalmente e ricostruire un tessuto sociale di forze democratiche che siano maggioritarie nella città». Sotto accusa «l'equidistanza» di Veltroni che «non chiude i loro covi» e il mancato intervento della prefettura. Tante aggressioni ma nessun colpevole: Villa Ada in primis. Subito è arrivata la solidarietà dei gruppi comunali della sinistra arcobaleno e del ministro Ferrero, che dice: «Chiederò ad Amato di intervenire, sperando che l'episodio non sia l'inizio della campagna elettorale dell'estrema destra».

Bologna: Il laboratorio Crash sotto sequestro

Nei giorni scorsi due nuovi attacchi sono andati a colpire nuovamente l'esperienza del Laboratorio Crash!: da un lato la magistratura ha avviato una pretestuosa richiesta di sequestro cautelare sullo stabile di via Zanardi 106; dall'altro lato l'amministrazione comunale, per bocca dell'assessora Patullo, è tornata a criminalizzare la pratica dell'occupazione.Due attacchi condotti su due differenti fronti ma con un medesimo obiettivo: quello di negare ancora la possibilità che realtà politiche e sociali si possano veder riconosciuto uno spazio autogestito.La richiesta di sequestro preventivo ha come unico obiettivo politico quello di far cessare l'esperienza del laboratorio CRASH!. Dove non arriva la politica repressiva dell'amministrazione cittadina, è la magistratura a portare l'attacco agli spazi sociali.Se è del tutto pretestuosa la prima delle due motivazioni addotte per la richiesta di sequestro, cioè la presenza di un impianto di refrigerazione dismesso come indice di presunta pericolosità (impianto peraltro già necessariamente bonificato); è politicamente grave e pesante la seconda motivazione: che l'occupazione sia finalizzata a commettere altri reati. E' evidente come con quest'ultima si neghi di fatto la valenza politica, sociale e culturale tramite cui tutti gli spazi sociali di Bologna, in anni di percorsi di autogestione, abbiano innervato e quotidianamente innervino il tessuto cittadino, contribuendo a creare quella socialità che si oppone alla desertificazione sociale e culturale a cui questa città sembra destinata, da quando è diventata teatro di sperimentazione delle politiche securitarie.Quello che per Bologna sono gli spazi sociali, cioè riqualificazione e ricchezza prodotta dal basso, per la magistratura sono solo atti da criminalizzare e condannare.L'altro fronte di attacco è mosso dall'amministrazione comunale, che per bocca dell'assessore Patullo ha ribadito nei fatti la linea Cofferati: nessun dialogo con chi occupa.Queste posizioni sono un attacco trasversale a tutto il movimento bolognese, che ha sempre praticato e rivendicato l'occupazione come strumento di riappropriazione e soddisfazione di tutti quei bisogni sociali che quotidianamente e sistematicamente vengono negati. Così come di fronte dell'emergenza casa (a decine sono stati gli appartamenti occupati da precari, che concretamente hanno soddisfatto un bisogno primario lasciato irrisolto dalla politica cittadina), gli spazi sociali che vengono dall'esercizio della pratica dell'occupazione, tramite essa hanno sottratto spazi metropolitani alla retorica del degrado e della segmentazione sociale, trovando la capacità di esprimere la propria progettualità sociale, intervenire concretamente nel recupero di parti della città, e dare forma ad un diverso modo di interpretare l'urbanistica e la territorialità.Se oggi l'unica progettualità di cui l'amministrazione sembra volersi dotare in merito alle dinamiche di vita metropolitana è quella della separazione, della creazione di “diverse Bologne” per i diversi soggetti che la abitano, gli spazi sociali rappresentano per la città la capacità di uscire da questi ghetti, di fare dell'aggregazione sociale una priorità assoluta.Di fronte a questa ricchezza le politiche cofferatiane, oggi in forte crisi di legittimazione, non hanno saputo che sgomberare e reprimere queste esperienze, non dicendo e non facendo niente circa le problematiche sociali cui quelle occupazioni di fatto rispondevano; e l'assessore Patullo, quando di fronte ad un'occupazione dichiara che non ci può essere dialogo, non fa altro che legittimare l'operato e la linea politica di Cofferati, che non si è mai posto nessun problema a sgomberare decine di famiglie rumene sul lungo Reno, nei campi nomadi, piuttosto che le esperienze di occupazione e auto-recupero di case dei precari dei collettivi M.A.O., Casa Bresci e Passepartout, e degli spazi sociali come Open The Space e Crash!.Sembra evidente che la criminalizzazione della pratica dell'occupazione da parte dell'assessore Patullo, sia rivolta a tutte quelle esperienze dell'autorganizzazione sociale che, passando per percorsi di occupazione, attualmente si sono riappropriate di uno spazio.Non possono e non potranno essere questi gli strumenti con i quali di nuovo si vuole mettere in discussione l'esistenza del Laboratorio Crash! così come quella di tutti gli altri spazi sociali occupati e autogestiti, del loro portato sociale, dei loro percorsi culturali e politici. Come realtà di autogestione degli spazi sociali metropolitani, che tutti i giorni vivono le contraddizioni del territorio di questa città e il suo inestinguibile bisogno di cultura e socialità dal basso, proseguiremo nel rivendicare e vivere il nostro portato, tornando ad affermare la nostra comune solidarietà, volontà e determinazione a difenderci dagli attacchi che mirano a negare la nostra legittimità e ruolo sociale, pronti a tornare ad animare le strade e le piazze della città contro chi, contro ogni forma di dissenso, agisce nuovamente in termini repressivi.

Laboratorio Crash! - Tpo – Xm24 – Vag61 - Open the Space - Atlantideù


MARTEDI 29, giorno fissato per l'udienza del riesame sul sequestro, saremo in PRESIDIO sotto al TRIBUNALE, in via Garibaldi 6, a partire dalle h. 9:00 del mattino, contro la criminalizzazione delle lotte sociali e per riaffermare l'assoluta legittimità e necessità dei percorsi di autogestione degli spazi sociali a Bologna.

Verona: Il sindaco Tosi vieta la giornata della memoria agli antifascisti

Il sindaco leghista di Verona Flavio Tosi, dopo la città, è riuscito a blindare anche la memoria. Un gruppo di attivisti antifascisti, arrivati domenica mattina al palazzo della Gran Guardia per partecipare alla cerimonia ufficiale in ricordo delle vittime della Shoah, è stato bloccato all'entrata dalla polizia. Inutile l'intervento della senatrice del Prc Tiziana Valpiana, che ha annunciato un'interrogazione sull'accaduto, e del capogruppo del Pdci in consiglio comunale Graziano Perini, che hanno tentato una trattativa con il questore e il sindaco. Niente da fare, i quindici cittadini in odor di centro sociale non hanno potuto entrare. Quando il sindaco, notoriamente legato alla destra radicale - il capogruppo della sua lista civica è uno skin della Fiamma - è uscito dal palazzo per recarsi a depositare la tradizionale corona alla stele dei deportati, s'è beccato comunque la contestazione degli antifascisti.

27 gennaio 2008

Firenze: studenti aggrediti da azione giovani

Venerdì 25 gennaio, al termine di un iniziativa di comunic/azione antifascista promossa dagli Studenti Autorganizzati del liceo Pascoli (Firenze) fuori l’istituto stesso, 5 dei compagni presenti, mentre si dirigevano verso i propri mezzi per poi tornare a casa, vengono vigliaccamente aggrediti da una decina di militanti di Azione Giovani. Inutile sottolineare la gravità del fatto, che arriva dopo l’aggressione di Treviso (14/01) contro la studentessa “colpevole” di canticchiare “bella ciao” e quella razziale di Pescara (22/01) ai danni di uno studente immigrato filippino. Questo solo per quanto riguarda gli studenti. Ci teniamo a precisare che non è con vili aggressioni come queste che una banda di infami può arrogarsi il diritto di definire “proprio” il quartiere e il nostro liceo.La violenza fascista non riuscirà a fermare il percorso che noi tutti abbiamo intrapreso all’interno e all’esterno delle nostre scuole e che siamo determinati a continuare a percorrere.
“Non si può più far finta di niente, non si può concedere a organizzazioni studentesche neofasciste come Azione Giovani e Blocco Studentesco di avere una qualsiasi agibilità politica all’interno delle nostre scuole. Non possiamo tollerare che queste vengano usate da un manipolo di infami laudamente finanziati da poteri economici e coperti dalle istituzioni per proporre (ed imporre) le loro campagne razziste, nazionaliste, sessiste ed omofobe.”
Questo recitava il volantino distribuito all’iniziativa, e questo continuiamo a ribadire.Dimostreremo loro che non è così che ci sconfiggeranno.
Puliamo le strade e le scuole dalla feccia fascista!Ne’ al Pascoli né altrove, per la merda ci sono le fogne!

Studenti Autorganizzati Pascoli (Fi)


auto_organizzati@hotmail.it

Trasferito al carecere di Massima sicurezza di Sulmona Michele Fabiani

Michele Fabiani, il "capo" del "manipolo" di pericolosissimi "terroristi" di Spoleto, rei confessi di aver fatto qualche scritta sui muri, carcerati senza alcuna prova con l'accusa di aver minacciato la Presidente della Regione Lorenzetti, è stato portato via da Perugia, di nascosto dagli avvocati e di nascosto dai parenti, che hanno appreso la notizia quando questa mattina ( madre e le due nonne ) si sono recati a fargli visita nel carcere di Capanne.
Il terzo mondo è qui. La violenza con cui le istituzioni "democratiche" trattano i detenuti e i loro famigliari fa vergogna, e neanche una carcerazione sulla base di presunti indizi e in mancanza di qualsiasi condanna fa differenza.
Il nostro cuore piange, ma dai nostri occhi non uscirà una lacrima, abbiamo da combattere una battaglia di liberazione che non lascia spazio alle emozioni.
Attraverso Internet siamo venuti a conoscenza che Michele è inserito negli elenchi dei detenuti politici di Sulmona dal 24 gennaio, ore 12.
Il carcere di Sulmona, altrimenti chiamato il crcere dei suicidi, ha visto un lungo elenco di carcerati usiti morti in pochissimi anni, alo punto che molti giornali hanno detto che da quelle celle è più facile uscire morti che vivi.
Attraverso l'Avvocato difensore Vittorio Trupiano il caso Fabiani sarà da martedì all'attenzione della Corte Europea per la difesa dei diritti dell'uomo con sede in Strasburgo.
La difesa invocherà l'applicazione delle misure provvisorie (artt. 54-57 regolamento A), perchè la Corte blandisce severamente le carcerazioni preventive ad usum confessionale.
Chiediamo a chi ha a cuore la giustizia e la libertà di schierarsi immediatamente.
Non solo l'innocenza certa alla prova dei fatti, ma perfino le accuse, peraltro inventate e prive di riscontri, appaiono ridicole e misere a fronte di quello che gli stanno facendo. Il disprezzo che esce dai nostri cuori non potrebbe essere più grande verso coloro che gestiscono questo circo dell'orrore che chiamano giustizia.

Scrivete subito a Michele Fabiani Carcere di massima sicurezza - via Lamaccio 21 - Sulmona

Comitato 23 ottobre
Spoleto 26 gennaio 2008

La Corte di Strasburgo ha condannato l'articolo 41 bis ed esaminerà un caso di ergastolo

Il 27 novembre 2007, la Corte Europea dei diritti dell'uomo ha emesso una sentenza di condanna nei riguardi dell'Italia per il regime del 41 bis, regime di carcere duro a cui fra l'altro sono sottoposti molti ergastolani. La condanna, di cui si è avuta notizia in data 8 gennaio grazie a un comunicato stampa dell'Unione delle Camere Penali Italiane, fa riferimento al mancato rispetto del termine di 10 giorni, come previsto per legge, per l'esame da parte del Tribunale di Sorveglianza competente sul ricorso del detenuto contro il provvedimento applicativo del regime di carcere duro. La condanna di Strasburgo, inoltre, secondo l'Ucpi, «si rivolge nei confronti dei decreti ministeriali fotocopia che uguali per tutti applicano le restrizioni previste dal 41 bis». Questa condanna è una risoluzione importante per tutti coloro che da tempo in Italia criticano lo Stato penale e le sue espressioni più antitetiche al diritto alla dignità e alla vita: l'articolo 41 bis e l'ergastolo.Anche a proposito di questo secondo problema le cose si stanno muovendo su scala europea.La Corte di Strasburgo si appresta ad esempio a discutere un caso relativo all'ergastolo che potrebbe fare da punto di riferimento per la critica della pena detentiva perpetua in tutto il Vecchio Continente.Questo caso riguarda Panayiotis Agapiou Panayi, alias Kafkaris, una persona di 62 anni, arrestata nel 1989 e attualmente detenuta nel carcere centrale di Nicosia, a Cipro.Il 9 marzo 1989 Kafkaris è stato dichiarato colpevole dalla Corte d'Assise di Limmasol per tre omicidi premeditati. Il giorno successivo è stato condannato all'ergastolo per ognuno di questi casi. Kafkaris aveva collocato e fatto esplodere una bomba in un'automobile, uccidendo i suoi passeggeri, un uomo e i suoi due bambini, di età compresa tra 11 e 13. Durante l'udienza concernente la condanna inflitta a Kafkaris, il pubblico ministero invitò il giudice d'assise a esaminare il significato del termine "ergastolo" e, in particolare, a chiarire se ciò avrebbe comportato una detenzione del condannato per il resto della sua vita, o per un periodo di 20 anni, come previsto dal Regolamento generale del carcere del 1981 e dalla modifica del 1987 di tale Regolamento, ai sensi dell'articolo 4 della legge sulla disciplina penitenziaria (legge n° 286).La Corte d'Assise di Limassol si appoggiò alla sentenza della Corte d'Assise di Nicosia del 1988 sull'affaire "The Republic of Cyprus v. Andreas Costa Aristodemou, alias Yiouroukkis" (affaire no 31175/87) e si dichiarò incompetente ad esaminare la validità del Regolamento o per avere una precisa cognizione delle sue ripercussioni sulla pena detentiva.Ad ogni modo, subito dopo la sentenza, Kafkaris ebbe un certificato di detenzione con il fine pena fissato per il 16 luglio 2002, subordinatamente alla sua buona condotta durante la detenzione. In altre parole, la sua condanna all'ergastolo equivaleva a 20 anni di detenzione che, calcolando la buona condotta e stando a quel certificato, diventavano 13 anni e 8 mesi circa.Le cose però gli sono andate diversamente da quella ipotesi prevista dai benefici della legge cipriota.Dopo aver commesso un illecito disciplinare, la sua liberazione è stata rinviata al 2 novembre 2002.Kafkaris però non è stato scarcerato il 2 novembre 2002.Di conseguenza, in data 8 gennaio 2004 ha presentato una richiesta di habeas corpus alla Corte suprema per contestare la legittimità della sua detenzione, ma tale richiesta è stata respinta. A quel punto Kafkaris ha presentato un ricorso alla Corte di Strasburgo che un paio di anni dopo, nel 2006, ne ha accettato la validità e, su questa base, ha fissato l'udienza per il prossimo 24 gennaio.Intanto c'è da chiedersi: se fa giustamente scandalo a Cipro una detenzione lunga quasi 19 anni come quella di Kafkaris, cosa bisogna pensare dei casi relativi a migliaia di persone che in Italia, soprattutto a causa del "fine pena mai", stanno in carcere da ben oltre 20 o anche 30 anni?

Sandro Padula

25 gennaio 2008

Roma: Ancora violenza fascista, aggredito militante dei Giovani Comunisti

Le imprese dell'estrema destra purtroppo ormai fanno notizia solo se riguardano la bolla di vetro del Grande Fratello, mentre passano sotto silenzio la aggressioni e le violenze che quotidianamente subiscono i migranti, gli attivisti della sinistra, tutti coloro che non si rassegnano a considerare normale la presenza di gruppi fascisti nella nostra città. L'ultimo episodio è di ieri sera, giovedì 24 Gennaio. A subirlo Marco, un militante dei Giovani Comunisti di Rifondazione, che mentre tornava a casa in automobile è stato circondato e aggredito a colpi di spranga da personaggi a testa rasata che dopo il pestaggio sono fuggiti. Contemporaneamente le squadracce di Fiamma Tricolore imperversavano per le strade di Roma, per "festeggiare" a modo loro la caduta del Governo Prodi. Sono mesi e anni che come Giovani Comunisti denunciamo le continue violenze neofasciste e l'inagibilità delle strade di Roma, denuncia che rimane inascoltata da parte delle istituzioni. Ancora una volta constatiamo come la politica del sindaco Veltroni non si faccia carico di chi mette veramente a rischio la sicurezza dei cittadini: i fascisti e chi li copre. A Marco va la nostra solidarietà. Nelle prossime settimane saremo ancora nelle nelle scuole, nelle università, nei posti di lavoro, nei quartieri per costruire un'opposizione sociale al ciarpame fascista ripartendo dalla lotta alla precarietà e dalle lotte al fianco degli immigrati.

Le/i Giovani Comuniste/i di Roma

Siamo tutti sovversivi !

La richiesta di condanna per associazione sovversiva chiesta dal Pm Fiordalisi al processo in atto a Cosenza contro 13 attivisti del movimento ci indigna. Una richiesta ad oltre 50 anni di carcere complessivamente, che non trova riscontro nella ricostruzione prodotta dallo stesso Fiordalisi, più volte caduto in contraddizione durante la sua requisitoria. In maniera chiara è emerso, infatti, l’intento di perseguire gli attivisti del cosiddetto “sud ribelle”, per il solo fatto di essere stati fra gli animatori di quel grande movimento di contestazione che sfilò nelle piazze di Napoli e Genova nel 2001, dove conobbero la violenza repressiva delle forze dell’ordine. Si tratta di un processo alle idee e non ai fatti, che punta a limitare l’agibilità politica ed il diritto di espressione di tutti coloro i quali, come noi, ogni giorno si impegnano per costruire un altro mondo possibile. Se per questo Fiordalisi considera sovversivi quanti hanno il coraggio di affermare ad alta voce le proprie idee, anche noi sentiamo il dovere di dichiararci coinvolti alla pari degli imputati.
Di fronte a questo ennesimo ribaltamento della storia, sabato 2 febbraio, in migliaia torneremo a sfilare nelle strade di Cosenza, convinti che le idee non si possono imprigionare.

Michele De Palmasegreteria nazionale Prc/Se
Italo Di Sabatoresp. Osservatorio sulla Repressione

Cosenza: Il Pm Fiordalisi chiede oltre 50 anni di carcere per gli attivisti del "Sud Ribelle"

Le pesanti accuse del pm Fiordalisi: attentato allo Stato, cospirazione politica, associazione sovversivaAl processo di Cosenza l'accusa chiede pene pesanti contro tredici no global accusati di sovversione in relazione al Global forum di Napoli e al G8 del 2001. Per il pubblico ministero a Genova gli imputati avrebbero tentato di impedire all'allora governo di centrodestra di esercitare le sue funzioni
Altri 50 anni: le pene richieste dalla procura di Cosenza, si vanno ad aggiungere a quelle già sancite a Genova, dai giudici di primo grado. Se il luglio del 2001 è distante solo sette anni, ormai, il protrarsi dei procedimenti giudiziari contro i manifestanti sembra non avere temporalmente fine. «Lo Stato italiano è stato attaccato nella sua personalità interna ed internazionale»: per questo il pm Domenico Fiordalisi - sul quale il Csm ha indagato quattro volte e famoso per aver chiuso l'indagine sulla trasporta-rifiuti Jolly Rosso - al termine di una requisitoria durata sei ore, ha chiesto ai giudici di condannare i 13 imputati del Sud Ribelle a pene dai 2 ai 6 anni e sei mesi di reclusione, aggiungendo anche svariati anni di libertà vigilata. Si diceva che Cosenza fosse una Genova bis, in termini di processi contro i movimenti che parteciparono al G8 genovese: nelle due città, durante le udienze, sono passati gli stessi testi, gli atti dei processi sono rimbalzati da un luogo all'altro, i magistrati si sono incontrati, confrontati, scambiati materiale. In entrambi i casi la ricostruzione della procura non è cambiata nel corso del dibattimento, proseguendo diritta sulla propria strada, insistendo teste per teste, esame per esame, sul punto di partenza dell'inchiesta. La requisitoria del pm cosentino, Fiordalisi, ha confermato le presunte istanze emerse dall'accusa fin dall'inizio del procedimento: i 13 avrebbero avuto la volontà di «costituire un gruppo sovversivo». Le intercettazioni ambientali, telefoniche e telematiche, una montagna, ne costituirebbero la prova suprema: «gli strumenti informatici in questa vicenda sono stati fondamentali perché è proprio attraverso questi strumenti che è stato possibile diffondere idee di violenza». Un clima, un ambiente e delle intenzioni, secondo la procura, che confermerebbero la sfilza di reati analizzati: cospirazione politica mediante associazione, al fine di impedire l'esercizio delle funzioni del governo italiano durante il G8 a Genova nel luglio 2001 e creare una più vasta associazione composta da migliaia di persone volta a sovvertire violentemente l'ordinamento economico costituito nello Stato; attentato contro gli organi dello Stato, a Napoli, a Genova, associazione a delinquere, sovversiva. Una marea di delitti, ma neanche un video o una testimonianza diretta a provarli, niente. Prima della requisitoria la Corte d'assise ha rigettato tutte le eccezioni sollevate dai difensori nella precedente udienza, circa l'inutilizzabilità delle intercettazioni telefoniche ambientali e telematiche, di cui erano state denunciate alcune irregolarità. Fiordalisi ha avuto il via libera che attendeva, snocciolando conversazioni, riferimenti, supposizioni. Un «teorema» per imputati e movimenti: poco prima di entrare in aula, Francesco Caruso, deputato di Rifondazione comunista ed imputato, aveva espresso l'animo dei 13 sotto processo: «le accuse abnormi che ci rivolge il pm, ci riempiono di orgoglio. Sono le stesse accuse che venivano rivolte a Pertini e Mazzini, ben altra cosa da chi viene accusato e condannato per mafia, tangenti e corruzione. Entriamo in tribunale a testa alta convinti che le nostre battaglie contro le ingiustizie e le disuguaglianze sociali non possono essere fermate da un tribunale o da un pm e ancor meno dai suoi assurdi teoremi». L'altro imputato noto, Luca Casarini, aveva avuto modo di commentare l'operato del pm: «è una requisitoria che si annuncia vergognosa già dalle prime battute, basata su un teorema politico per criminalizzare chi partecipò alle lotte da Seattle a Genova». In attesa della sentenza, come già accadde a Genova in occasione della manifestazione del 17 novembre, a Cosenza si dà appuntamento il movimento, pronto a scendere ancora una volta per strada, per ribadire la propria appartenenza ad una storia, in fase di traumatica riscrittura da parte dei tribunali nazionali: il 2 febbraio a Cosenza è prevista una mobilitazione nazionale. Nel frattempo toccherà agli avvocati difensori ribadire le proprie ragioni, tentando di riportare ogni cosa nel suo corretto piano di interpretazione: non sarà facile, in un processo in cui sembrano mancare le basi da cui partire.

fonte: il manifesto

21 gennaio 2008

Bologna: Un'altra aggressione fascista

Attorno alle 18 di domenica 20 gennaio, in via Azzo Gardino, sono stati vigliaccamente aggrediti un ragazzo e una ragazza, rispettivamente di 19 e 17 anni, iscritti ai GC diBologna. I due giovani si stavano recando al cinema Lumière per assistere alla proiezione di un documentario di Ascanio Celestini.
L'aggressore, che aveva cucito sul giubbotto il simbolo della formazione neofascista terza posizione, ha insultato e minacciato i due compagni dei GC e poi inseguito il tragazzo per le vie limitrofe brandendo un coltello a serramanico.
Adesso basta davvero! Non è pensabile che i nostri compagni per le strade della città debbano rischiare la propria incolumità a causa di bande di neosquadristi. Rinnoviamo il nostro appello ad una mobilitazione generale antifascista che coinvolga tutte le realtà di movimento, le forze politichedemocratiche cittadine e la società civile.

Tiziano Loreti - Segretario Provinciale PRC-SE Bologna

Agostino Giordano - Coordinatore Provinciale Giovani Comunisti PRC-SE Bologna

20 gennaio 2008

A Lucca la coltivazione domestica di marijuana non è un reato. E nel resto d'Italia?

Il Tribunale di Lucca nei mesi scorsi ha dichiarato "il non luogo a procedere" perché "il fatto non è previsto dalla legge come reato" nei confronti di un imputato che deteneva 25 piantine di marijuana. Nelle motivazioni il Giudice riprende quanto affermato dalla VI sezione della Corte di Cassazione che, con la sentenza del 10 maggio scorso, ha annullato la decisione della Corte di Appello di Roma (confermativa di quella del Tribunale locale) la quale aveva condannato un giovane per aver coltivato nel proprio fondo cinque piante di marijuana.Una linea interpretativa che era stata inaugurata sempre dalla VI sezione della Suprema Corte nel 1994, quando si ebbe a distinguere la coltivazione in senso tecnico, un procedimento che presuppone la disponibilità di un terreno e di una serie di attività (ad es., preparazione del terreno, semina, governo dello sviluppo delle piante, ubicazione di locali destinati alla custodia del prodotto), dalla detenzione per uso personale. Dunque, hanno precisato gli Ermellini, la decisione del 1994 ebbe il merito "di tracciare un margine ineludibile tra detenzione e coltivazione in senso tecnico, non potendo ricomprendersi in tale ultima nozione, giuridicamente definita, la cosiddetta coltivazione domestica". Allo stesso modo il Giudice di Lucca distingue l'illecito penale della "attività di coltivazione in senso tecnico", cioè quella che si appresti ad una produzione per il mercato, dall'illecito amministrativo della "coltivazione domestica", quella di modeste dimensioni quantitative che non è giuridicamente ricompresa nel concetto di coltivazione in senso tecnico, inquadrabile piuttosto "nella nozione di detenzione interpretata estensivamente".A supporto della tesi dell'uso domestico, spiegano gli avvocati difensori Mario Angelelli, Arturo Salerni e Luca Santini, vi era la circostanza che nell'abitazione dell'interessato, oltre le 25 piantine, erano stati rinvenuti pochi grammi di sostanza stupefacente e che, la stessa, non era destinata a terzi in quanto non si presentava confezionata o ripartita in dosi, né tanto meno erano stati rinvenuti strumenti idonei alla coltivazione intensiva.Di segno opposto la tesi prospettata dalla IV sezione penale della Cassazione secondo la quale è da perseguire penalmente la coltivazione anche di una sola piantina di marijuana, indipendentemente dalle sue caratteristiche droganti. Urge dunque un intervento delle Sezioni Unite per evitare prassi difformi non solo tra i diversi tribunali competenti di primo e secondo grado ma anche a seconda del fatto che l'eventuale giudizio di Cassazione venga affidato alla IV o VI sezione. D'altra parte le Sezioni Unite hanno già avuto modo, sempre nel 2007, di sposare la tesi della VI sezione in merito all'irrilevanza penale della coltivazione domestica, ma il caso di specie riguardava l'uso ornamentale di piantine di marijuana. Ma oltre ad auspicare l'intervento della Sezioni Unite è ormai giunta l'ora di passare dalle promesse ai fatti: Governo e Parlamento devono abrogare la Fini-Giovanardi e superare l'approccio proibizionista della Turco-Napolitano. Non solo per non deludere gli elettori ma anche perché non è plausibile che le forze di polizia arrestino consumatori di droghe leggere piuttosto che i narcotrafficanti, chi immette sul mercato sostanze che, come sta accadendo a Roma e in altre città, mietono morti per eroina tagliata in modo letale per gli assuntori. Vieppiù, con la equiparazione delle droghe leggere alle pesanti, gli spacciatori hanno un tangibile interesse ad immettere sul mercato, a parità di rischi, le sostanze stupefacenti più redditizie: non è forse un caso il boom della cocaina anche tra giovanissimi.

Gennaro Santoro - Associazione Antigone

17 gennaio 2008

Isernia: Tutti in piazza sabato 19 contro la violenza neo-fascista

Perché è stato accoltellato Celeste Caranci, presidente del Circolo Arci di Isernia, che lavora per l’aggregazione intorno alle tematiche sociali, la cittadinanza attiva e l’accoglienza

Perché la recrudescenza fascista è cresciuta, grazie alla depenalizzazione del reato di apologia del fascismo, nell’indifferenza dell’opinione pubblica, contando sull’inerzia delle forze di polizia e delle istituzioni che hanno voluto girare la testa da un’altra parte con fastidio e sufficienza

Perché anche nella nostra regione, come in tutta Italia, si sono intensificate minacce, intimidazioni ed aggressioni ai danni di giovani colpevoli soltanto di indossare una maglietta non gradita, di avere il colore delle pelle diverso, di appartenere ad una diversa etnia, di avere una particolare acconciatura di capelli

La risposta migliore al clima di intimidazione e violenza che vorrebbero imporci è quella di essere in tanti e festosi, rivendicando il nostro desiderio di felicità, ribadendo che la nostra lotta sarà sempre per la liberazione di tutti da qualsiasi fardello di ingiustizia, che noi amiamo la vita ed il bene comune ..... il fascismo è violenza, morte, oppressione... e la differenza non è poco


Sabato 19 gennaio ore 17.00 - concentramento p.zza Stazione – Isernia
Corteo-manifestazione antifascista
C.so Garibaldi – Tribunale – Questura – Prefettura – Portici P.zza Mercato/ Aula Consiliare Comune di Isernia

16 gennaio 2008

Rho (MI): Il sindaco vuole sgomberare il centro sociale SOS Fornace

Secondo un articolo della stampa locale il sindaco di Rho Zucchetti vorrebbe far sgomberare il Centro Sociale SOS Fornace di Rho per realizzare un nuovo commissariato di polizia.
Una scelta che, se confermata, rappresenterebbe una irresponsabile e inedita provocazione non solo per il Centro Sociale SOS Fornace che ha criticato a Rho le politiche securitarie dell'amministrazione di centrodestra dalle elezioni del maggio 2007 ad oggi, ma per tutte le
realtà che, ben oltre i confini di Rho, costruiscono come SOS Fornace, spazi di aggregazione, politica, socialità e cultura dando con l' autogestione e l' autorganizzazione un' alternativa al nulla che le nostre città offrono in particolare ai giovani.
Ci domandiamo se questa sia solo una provocazione che verrà presto smentita, oppure se il sindaco di Rho e il prefetto di Milano abbiano scelto la città di Rho come terreno di sperimentazione di una nuova strategia autoritaria e repressiva in vista del fatto che questa zona della città potrebbe ospitare l' Expo 2015.
Il commissariato di polizia, per cui nel 2008 sono stati stanziati 3 milioni e 300 mila euro, appare oltretutto inutile e ingiustificabile, vista l'apertura, solo due anni fa, del commissariato di Rho Fiera e la presenza in città di un comando dei carabinieri. Meglio avrebbero fatto il sindaco e l' assessore all' educazione della Lega Nord a investirli, come da protocollo d'intesa sottoscritto da comune di Rho e provincia di Milano, nella nuova sede del Liceo Clemente Rebora, di cui nel piano triennale delle opere pubbliche si è perso ogni traccia.

CENTRO SOCIALE SOS FORNACE
sosfornace@inventati.org
www.inventati.org/od

15 gennaio 2008

Nuove aggressioni fasciste. Il Ministro degli Interni intervenga urgentemente

Nell’arco di 24 ore due gravissimi episodi di violenza fascista. Ad Isernia il presidente dell’Arci Celeste Caranci è stato accoltellato da un militante di Fascismo e Liberta, a Treviso una studentessa Ludovica Bragagnolo, attivista dell’Uds è stata aggredita e picchiata in treno da militanti di Forza Nuova.
Esprimiamo la piena solidarietà alle vittime e alle proprie organizzazioni, e la più ferma condanna ai grave atti di aggressione e intimidazione. Da troppo tempo, ormai, si respira un clima di violenza, intimidazione ripetuta e diffusa contro la sinistra, i militanti dei movimenti e dei centri sociali, del Prc e dei Gc.
Gli ignobile episodi di Isernia e Treviso arrivano come ultimi gesti, in ordine di tempo, di una catena di episodi criminosi che purtroppo in alcuni casi hanno portato anche all’assassinio di compagni come Dax a Milano e Renato Biagetti a Focene.
Le forze politiche dovrebbero discutere e interrogarsi seriamente su questi episodi, invece di rimuoverli come se fossero semplici atti di teppismo.
Da tempo denunciamo e chiediamo al Ministero degli Interni interventi urgenti a prevenire episodi criminosi di violenza fascista
Ci inquieta, inoltre, che nel Parlamento italiano ci sia chi ritiene di dover avviare una crociata contro i centri sociali ed i luoghi di aggregazione giovanile, come fanno ad esempio ripetutamente esponenti del centro destra, che guarda caso sono pronti ad allearsi con la destra più estremista ed xenofoba ad ogni competizione elettorale.
I centri sociali, hanno dimostrato, con fatti concreti, in questi anni di essere presidi di socialità democratica in luoghi dove il tessuto sociale è devastato dalle politiche liberiste.

Michele De Palmasegreteria naz.le PRC/Se
Italo Di Sabato resp. Osservatorio sulla Repressione

Treviso: Giovane militante dell'Uds aggredita in treno dai fascisti

Una 18enne trevigiana, coordinatrice dell'Unione degli Studenti, è stata aggredita mentre viaggiava in treno da due sconosciuti che le hanno disegnato a forza su un braccio una croce celtica. Lo rende noto la stessa Unione degli Studenti (UdS), precisando che la ragazza, Ludovica Bragagnolo, ha presentato alla Polfer una denuncia contro ignoti. Secondo la vittima, gli aggressori sarebbe militanti di Forza Nuova che oltre alla croce celtica le hanno disegnato sul braccio il simbolo dell'organizzazione neofascista. L'episodio - riferisce l'UdS - è avvenuto mentre la ragazza, coordinatrice dell'associazione studentesca a Castelfranco Veneto (Treviso), stava tornando in treno a casa, dopo aver partecipato ad un'iniziativa a Bassano del Grappa (Vicenza). I due sconosciuti sarebbero stati attirati dal fatto che la giovane canticchiava "Bella Ciao". Avvicinata la 18enne i due - sempre stando alla denuncia dell'UdS - l'avrebbero spinta fino a chiuderla dentro ad un bagno del treno. Qui, dopo averla minacciata e picchiata, l'avrebbero costretto a subire su un braccio il disegno a pennarello del simbolo già usato dal nazismo. Un episodio che lasciato in stato di choc la giovane la quale, fortunatamente, non ha riportato danni fisici di rilievo dall'aggressione.

14 gennaio 2008

Reggio Calabria: Bliz di polizia e vigili urbani contro artisti di strada

Quello che è successo questa mattina in piazza Italia a Reggio Calabria ha veramente dell’incredibile.
Capita spesso, sulla via principale della nostra città, che artisti di strada, più o meno abusivamente, improvvisino degli spettacoli per cercare, sperando nel buon senso dei passanti, di racimolare qualche spicciolo per “tirare a campare”.
Verso le 12 di questa mattina, davanti ad oltre 50 persone che guardavano molto divertiti lo spettacolo, si è svolto un perfetto blitz in stile antiterrorismo portato avanti dalla locale polizia municipale e da diversi agenti della digos della questura di Reggio Calabria.
Il loro obiettivo era quello di porre fine al concerto “non autorizzato” e di sequestrare tutti gli strumenti degli artisti.
I presenti hanno subito preso le difese degli artisti, chiedendo ai vigili di soprassedere, anche perché a Reggio Calabria quando si parla di illegalità ed abusivismo, si potrebbe cominciare sicuramente da qualche altra parte. Per esempio dalle delibere della giunta comunale che pur essendo state richieste dai consiglieri comunali da diversi mesi, ancora non sono state consegnate.
Per tutta risposta i vigili, davanti a più di cinquanta persone, hanno aggredito un cittadino che si opponeva energicamente al sequestro degli strumenti e lo hanno caricato di peso sull’automobile di vigili urbani: si tratta di Carlo Cuccomarino, professore, già condannato in primo grado, con accuse del tutto infondate, a sette anni e dieci mesi, in primo grado, per i fatti di Genova.
Lo stesso si trova tutt’ora in stato di fermo presso la locale stazione della polizia municipale. Il tutto è avvenuto sotto gli occhi degli agenti della digos che nulla hanno fatto, per impedire, a giudizio di chi scrive, un arresto del tutto arbitrario e senza alcuna contestazione specifica.
Agli artisti sono stati sequestrati gli strumenti senza rilasciare alcun verbale di sequestro.
A Reggio Calabria oramai da diverso tempo non si capisce più cosa è legale e cosa non lo è. La ’ndrangheta domina la città con il silenzio assenso di gran parte delle istituzioni locali.
L’abusivismo e la clientela sono le relazioni fondamentali della nostra realtà, e alcuni giovani che fanno musica in strada diventano un problema di ordine pubblico.
Francamente tutto questo è inaccetabile, già dai prossimi giorni ci mobiliteremo per aprire una vertenza contro i soprusi e gli abusi di potere.
Chiediamo l’intervento del Prefetto e chiediamo di sapere chi sono i responsabili dell’ordine pubblico che questa mattina hanno compiuto un vero e proprio sopruso ai danni di cittadini onesti ed indifesi.

13 gennaio 2008

Isernia: Aggressione fascista. Ferito il presidente del locale circolo Arci

La notte scorsa, intorno alle 2.00 all’ingresso del Circolo Arci di Isernia, sito in vico Ciarlante,9 si è verificato un episodio molto grave e, per la città, assolutamente mai registrato prima.
Un giovane, noto per la sua militanza nell’estrema destra e sempre vistosamente coperto di simboli nazisti, stava per introdursi nei locali dell’Associazione, riservati ai soli iscritti, quando è stato fermato dal presidente Celeste Caranci, in primo luogo perché era ovviamente sprovvisto di tessera ARCI, associazione culturale nata sui principi dell’antifascismo e della democrazia;
in secondo luogo perché il suo ingresso provocatorio avrebbe potuto rappresentare un pericolo per lui stesso e per i frequentatori.
La reazione del ragazzo è stata incredibile: ha estratto un coltello e ha colpito il nostro socio due volte. Ricoverato subito al pronto soccorso, Celeste, che ha rischiato la perforazione di un polmone e la rescissione dell’arteria femorale, dopo accurate analisi, è stato dimesso in mattinata con una prognosi di 15 giorni.
In noi volontari dell’Arci, che lavoriamo per l’aggregazione intorno alle tematiche sociali, la cittadinanza attiva e l’accoglienza, questa vile aggressione ha causato profonda indignazione e dolore.
Già da vari mesi, sia la nostra sia altre organizzazioni segnalavano alle autorità competenti la presenza ad Isernia di un gruppo di naziskin che ostentavano nell’abbigliamento svastiche e affiggevano manifesti inneggianti al fascismo.
Sono state fatte regolari denunce per scritte minatorie anche sul portone della bottega dello stesso nostro presidente.
Se il problema non fosse stato sottovalutato da parte delle istituzioni preposte e dell’opinione pubblica si sarebbe potuto evitare questo gravissimo episodio.

Arci Isernia

Degrado italiano....


Il vergognoso cartello segnaletico di divieto di accesso a nomadi e prostitute all'inizio di Via della Fornace a Resana, nel trevigiano

Ferrara: Processo Aldrovandi, prime risposte

Più che scandita, l'imprecazione esce sibilando dalle labbra di Patrizia Aldrovandi che si precipita fuori dall'aula mentre il tribunale osserva il filmato della scientifica girato un'ora dopo la morte di Federico, il diciottenne ferrarese ucciso il 25 settembre 2005 in un violentissimo controllo di polizia ma sempre meno misterioso da quando, il 19 ottobre scorso, s'è aperto il processo per omicidio colposo a carico di quattro agenti, gli equipaggi delle due volanti che intervennero in Via Ippodromo, una dopo l'altra, per la presenza di un giovane agitato. Il film della scientifica è muto con la camera che gira lentamente accanto al corpo senza vita del ragazzo incensurato e conosciuto come una persona pacifica e corretta. Anzi, il film è quasi muto perché intercetta poche parole, le lacrime di uno degli imputati, in sottofondo, e quelle che a Patrizia sembrano risate di personaggi insensibili che si aggirarono sulla scena del crimine subito dopo la constatazione della morte. Per questo fugge per pochi attimi, di nuovo sconvolta, dall'aula B del tribunale seguita da Lino, suo marito e Stefano, il fratello minore di Federico.Dopo le testimonianze di ieri, appare pressoché certo che carabinieri e personale sanitario, che arrivarono poco dopo le sei, in rapida successione - prima la gazzella, poi l'ambulanza e infine l'auto medica - trovarono già senza vita il diciottenne che, all'alba di una domenica, tornava a casa a piedi dopo una nottata con amici a Bologna. La questura, nella prima versione ufficiale, s'era sperticata a dire che carabinieri e 118 fossero testimoni delle escandescenze dell'Aldro. Invece era già senza vita, anche se alcuni testi trovano sinonimi più vaghi. Ad esempio i carabinieri che giunsero a rinforzo, ora si limitano a ricordare che Federico, «'sto pazzo scatenato che s'è avventato contro i colleghi», non si mosse mai, né si lamentò, né chiese aiuto, ammanettato com'era e tenuto fermo, faccia in giù, da due imputati accosciati su di lui. Ad esempio gli ambulanzieri saranno molto attenti a non dire che il volto del ragazzo fosse «tumefatto», come conferma dopo di loro la dottoressa che constatò il decesso: «respiro zero, traumi cranico e facciale», la parola sfigurato non piace alle difese ma può rendere l'idea. Dunque, la dottoressa constatò l'arresto cardiaco e l'asistolia, ossia l'assenza di attività elettrica. Particolare piuttosto importante perché l'asistolia avviene al termine di un ritmo defibrillabile. Traduzione: se fosse stato usato il defibrillatore, a bordo della pantera, anziché i manganelli, l'Aldro se la sarebbe cavata. Forse. Di certo i manganelli furono usati, spezzati addosso al diciottenne, ma quel mattino nessuno li ha visti. Sbucheranno solo il giorno appresso sulla scrivania di uno dei dirigenti che affollarono la scena dopo il fallimento delle manovre rianimatorie.Ecco il punto dell'udienza di ieri che ha ricostruito, con l'arrivo dei rinforzi e dei sanitari, un primo abbozzo della fase di avvio delle indagini. Quella in cui si decise che la polizia avrebbe indagato sulla polizia. E oggetto della cosiddetta inchiesta bis partita dalla scoperta delle manomissioni dei brogliacci della sala operativa del 113. Cominciano a delinearsi le presenze dell'allora capo dell'ufficio di polizia giudiziaria, Marino, il padrone della scrivania su cui sbucano i manganelli. Con lui, un addetto della scientifica, un ispettore della squadra mobile e il vicequestore vicario, Gennaro Sidero, il più alto in grado quella mattina. Fu a lui che l'ispettore Nicola Solìto, numero 2 della Digos estense, chiederà se fosse stata avvisata la magistrata di turno, ottenendo in risposta una scrollata di spalle. Un gesto che il presidente del tribunale chiederà di ripetere in aula. Solìto, da 25 anni a Ferrara, fu buttato giù dal letto alle 7.35 per identificare un ragazzo senza documenti in base alla sua esperienza. Gli bastò molto meno per riconoscere il figlio di suoi amici, un ragazzo che ha visto crescere. La voce si spezza nel racconto. Ricorda uno degli imputati che piangeva, uno che non riusciva a stare fermo e un'altra che ripeteva di aver bisogno di un avvocato. Solìto ascoltava a tratti perché in preda a un malore, poi sarà lui ad avvertire gli Aldrovandi. Restano aperte alcune domande. Quelle ripetute dal giudice monocratico Caruso: «Chi ha scelto il medico legale?». Quelle pronunciate dai legali di parte civile: «Perché alcune foto di quel medico non sono agli atti?». E chi ha convinto a ritrattare il signore che chiamò due volte "Chi l'ha visto" per riferire particolari inediti, di Federico che incontrò la prima volante tutt'altro che agitato? Ieri sera l'uomo ha detto che erano «tutte balle» e che voleva solo parlare con la popolare trasmissione. Mentre andiamo in stampa il giudice ha valutato l'inammissibilità, per ora, dei suoi nastri.

11 gennaio 2008

Depenalizzare i reati sociali, il 2 febbraio tutti a Cosenza

Finalmente due buone notizie. Ieri i tribunali di Roma e Milano hanno emesso due sentenze importanti che assolvono per " motivi di particolare valore morale e sociale" i militanti imputati per le occupazioni di Action nella capitale e per il Trainstopping contro la guerra, in Veneto. Queste sentenze danno ragione a chi agisce disobbedienza per opporsi alla guerra e a chi pratica la riappropriazione di case per non le ha. Finalmente vengono smentiti i politicanti che a destra come nell’Unione non si è fatto alcuno scrupolo a partecipare a una vera e propia campagna di criminalizzazione del movimento. Tutti ricordiamo le richieste di carcere per i pericolosi violenti e sovversivi che la magistratura, con sentenze di alto valore democratico ridonano alla partecipazione dal basso il valore e il potere di legiferare. Il pronunciamento dei tribunali di Roma e Milano sono una bella azione giuridica che impedisce di criminalizzare il percorso di larghi strati deboli della società e pongono alla politica il tema del riconoscimento delle azioni di conflitto e disobbedienza. In Italia è urgente l’apertura di un dibattito istituzionale per la depenalizzazione dei reati sociali, perché troppi sono ancora i processi in corso.
A Cosenza, si sta concludendo il processo contro 20 compagni e compagne del movimento. L´accusa è di aver costituito, col tramite di un’associazione sovversiva, una “cupola” capace di “tele-guidare” il movimento nei controvertici di Napoli e Genova 2001 per “devastare le città” al fine di “attentare all’ordine costituzionale e sovvertire l’ordine economico dello stato”. Ci sarebbe da ridere ma con queste ed altre gravissime contestazioni (cospirazione, propaganda sovversiva, associazione a delinquere ecc) il Pm Fiordalisi vuol concludere una vicenda processuale che ebbe l’attenzione di tutta l’Italia pochi giorni dopo il Social forum di Firenze del 2002 con l’arresto “cautelare” di diciotto attivisti meridionali. L’enorme solidarietà popolare (che portò a manifestare nelle strade di Cosenza oltre 100 mila persone), mise immediatamente in evidenza il carattere pretestuoso, tragicomico e incongruente del teorema accusatorio. Un teorema, quello della procura, che legge uno straordinario fenomeno sociale come il prodotto di un’organizzazione segreta e criminale. L’obiettivo di fondo è offrire false verità storiche, provando con una sentenza a ribaltare le vere responsabilità sui fatti di Napoli e di Genova 2001. La costituzione di parte civile del governo italiano che chiede 5 milioni di euro per ‘Danni d´immagine’ (!) conferma il permanere di una mancanza di discontinuità che tutti ci aspettavamo. In questi ultimi anni il meridione italiano è stato scosso da autentiche ribellioni popolari innescate dal diritto alla salute, al reddito e alla salvaguardia ambientale. Come si è dimostrano a Melfi, Scanzano e Acerra alcuni tra i temi più scottanti su cui si è schierato il movimento tendono a diffondersi “motu proprio” secondo i processi orizzontali e reticolari tipici dei grandi movimenti di massa. Con i processi sul Global Forum di Napoli e il G8 di Genova si apre una battaglia politica la cui posta in palio non è “soltanto” la sorte personale di decine di compagni e compagne e neppure la fondamentale affermazione della verità storica e sociale su quelle giornate, ma la possibilità stessa di continuare a ostacolare la nuova barbarie della guerra e della devastazione sociale e ambientale. L’unica “vittoria” possibile, in simili processi, non potrà pertanto limitarsi al piano giudiziario, ma dovrà essere la presa di coscienza in tutto il paese che nel 2001 ci fu una calcolata e drammatica sospensione dello stato di diritto: si estesero a uno straordinario fenomeno politico quei dispositivi di violazione dei diritti della persona che sempre più vengono sperimentati sui soggetti deboli della società a partire dai migranti. La sinistra non può non ricominciare anche dalle pratiche di dissenso, per questo dobbiamo esserci tutti, anche chi in questi anni non c’era. Il 2 febbraio dobbiamo essere Cosenza per partecipare alla manifestazione nazionale indetta de tutte le realtà con cui in questi anni abbiamo lottato contro il neoliberismo e la guerra. Saremo ancora una volta lì per impedire che diversamente dalle sentenze di Roma e Milano, la procura di Cosenza condanni la speranza di poter lottare per cambiare.

Michele De Palma - segretaria nazionale Prc/Se
Italo Di Sabato - Responsabile Osservatorio sulla Repressione del Prc/Se

10 gennaio 2008

Roma: Assolta Action, occupare case non è associazione a delinquere

Action non è un'associazione a delinquere, lottare per il diritto all'abitare anche attraverso occupazioni di stabili non costituisce associazione a delinquere. «E' stato respinto un sillogismo che confonde la politica con il codice penale, come se la Cgil fosse stata trascinata in giudizio per le occupazioni dei latifondi!», esclama uno dei difensori, Francesco Romeo, dei dodici imputati, tutti attivisti dell'agenzia romana per i diritti, Action. «Le lotte sociali - spiega il collega Marco Lucentini - non sono parte dell'associazione a delinquere e non possono essere processate». Ancor più lungimirante uno degli accusati, Bartolo Mancuso: «Così viene legittimata l'organizzazione degli ultimi!». Tra 45 giorni saranno note le motivazioni. Ieri sera, il presidente del tribunale, al termine di una breve camera di consiglio, s'è limitato a leggere il dispositivo della sentenza. Ma era stata una lunga giornata per i dodici imputati, tutti conosciuti per l'impegno nelle lotte per il diritto alla casa, tirati in ballo dai pm Cipolla e Vitello con un clamoroso teorema dell'associazione a delinquere che accomuna la vicenda dei romani di Action a quelle di attivisti di lotta per la casa di Venezia, ai disoccupati di Acerra accusati anche loro di associazione a delinquere finalizzata all'estorsione di case e posti di lavoro. Per non dire del processo di Cosenza al Sud ribelle, l'accusa è di cospirazione, che si avvia verso la requisitoria prevista per il 21 gennaio. Una conferenza stampa, oggi a mezzogiorno alla casa occupata di Via De Lollis, farà il punto della situazione.Al di là del grottesco, probabilmente involontario, di quei teoremi, va segnalato con forza il problema di un pezzo di magistratura che s'è posto il problema di decapitare, o in seconda battuta, di far vivere sotto una spada di Damocle, alcuni settori più radicali dei movimenti sociali. Il nome del pm Vitello ricorre in tutte le disavventure giudiziarie di Action. Sarà lui a condurre, dal 18 gennaio prossimo, il processo romano contro attivisti e precari coinvolti nelle azioni del 6 novembre 2004 di shopsurfing metropolitano avvenute all'Ipermercato Panorama di Roma. Il termine anglosassone, shopsurfing, fu tradotto malamente come esproprio proletario dai cronisti nostalgici degli anni '70, e compreso ancora peggio dagli ultras del codice Rocco che vorrebbero appiccicare l'etichetta di rapinatori, e con aggravanti, a precari, studenti, sindacalisti, impegnati nella ricerca di pratiche di lotta efficaci e innovative contro il carovita. Ancora più grave, il reato in ballo nel processo che ieri doveva giungere a conclusione, secondo le previsioni già in prima mattinata. Per le 11, infatti, era stata convocata una conferenza stampa di fronte alla Città giudiziaria. La vicenda è scaturita da un'inchiesta del 2003 su alcune occupazioni di case della Capitale, promosse e gestite da Action. La pubblica accusa non ha dubbi: Nunzio D'Erme, all'epoca consiglere comunale eletto nelle liste di Rifondazione, e Francesco Raparelli, Guido Lutrario, Andrea Alzetta, Fabrizio Nizi, Giovanna Cavallo, Fabrizio Pagnozzi, Luca Blasi, Fabiano Rosario, Bartolo Mancuso, Alessandro Luparelli e Laura Sponti, (tutti assistiti dagli avvocati Marco Lucentini, Tommaso Mancini e Romeo)sarebbero promotori di un'associazione a delinquere finalizzata all'occupazione di case, in una città che detiene il record dei prezzi e degli appartamenti sfitti. Capitale della speculazione edilizia e del disagio abitativo. Recita l'articolo 416 del codice penale: "quando tre o più persone si associano allo scopo di commettere più delitti, coloro che promuovono o costituiscono od organizzano l'associazione sono puniti, per ciò solo, con la reclusione da tre a sette anni. Per il solo fatto di partecipare all'associazione, la pena è della reclusione da uno a cinque anni... La pena è aumentata se il numero degli associati e' di dieci o più". Accusa e difesa, nella penultima udienza, avevano concordato sulla sufficienza delle prove, perlopiù volantini di Action, e i testi, in particolare gli agenti della digos - compreso il loro dirigente Giannini - che hanno condotto l'inchiesta «dichiarando - spiega uno dei difensori, Francesco Romeo - che non c'era alcuna associazione a delinquere». la difesa aveva anmche rinunciato ai suoi 160 testi. Il primo colpo di scena arriva in mattinata quando un pm diverso da quello della penultima udienza (l'ufficio del pm è impersonale), si tratta proprio di Cipolla, ha chiesto di riaprire l'istruttoria per sentire testi importanti, alcuni carabinieri. Gesto reputato gravissimo dalle difese, «scorretto e sleale» ma quando la campanella avvisa del termine della camera di consiglio si tira un sospiro di sollievo: la richiesta del pm è respinta e si invitano le parti a concludere. Lunga attesa, poi, in serata, la richiesta del pm (che molto probabilmente ricorrerà in appello): 2 anni e 2 mesi meno del minimo per i presunti capi dell'associazione. Un segnale, secondo gli addetti ai lavori, della debolezza di un teorema. Poco dopo le 21 il presidente della settima sezione penale legge il dispositivo, «il fatto non sussiste» e, per le occupazioni sotto accusa, «il reato non è stato commesso». Per i senzacasa e gli attivisti di movimento sarà una serata di festa.

Milano: Assolto Luca Casarini ed altri 4 attivisti per i Trainspotting

Chi blocca treni carichi di carrarmati diretti alla guerra agisce per «motivi di particolare valore morale e sociale». Valori più alti, certamente, di quanti viaggino a bordo di quel carrarmato e di chi li spedisce in guerra. C'è da aspettare una quarantina di giorni per leggere le motivazioni della sentenza che ieri ha assolto dalle accuse di blocco ferroviario e condannato a 760 euro di multa per interruzione di servizio Luca Casarini e altri quattro attivisti accusati per le azioni di trainspotting del febbraio di cinque anni fa. La novità sta proprio nella condanna lieve e nel riconoscimento dell'attenuante speciale dell'alto valore morale. Il pm aveva chiesto 8 mesi per i cinque no global, la difesa aveva reclamato l'assoluzione piena rivendicando la scriminante del diritto di resistenza a «scelte ingiuste e incostituzionali» oppure, in subordine, l'applicazione dell'attenuante. Il gup, in rito abbreviato, ha depennato il blocco ferroviario, il capo più pesante d'accusa, e comminato 20 giorni prigione commutati in 760 euro con pena indultata. «Una sentenza pilatesca», dirà Aurora D'Agostino, legale degli ex disobbedienti, ma il riconoscimento dell'alto valore morale di un gesto compiuto da centinaia di persone - disobbedienti, cattolici, militanti del Prc, che per alcuni giorni hanno rincorso quel famoso treno carico d'armi Usa, partito da Vicenza, alla vigilia dell'aggressione all'Iraq, e dirette a Livorno per imbarcarsi. «Non posso essere contenta ma stavolta, almeno, i cinque disobbedienti - ha commentato l'avvocata - hanno fatto poco il capro espiatorio per un'azione di massa». Non possono dire lo stesso i nordestini condannati un paio di giorni prima a Milano, nel processo Mayday del 2004, a un anno 2 mesi per qualche scritta sulle vetrine di Blockbuster e McDonald's. Casarini, da parte sua, ha apprezzato la concessione dell'attenuate speciale «fatta valere in un momento in cui tutto ciò che accade viene trasformato in atto da codice penale o di galera: noi abbiamo solo tentato di fermare un treno che portava, morte, omicidi, stragi, in una guerra da tutti definita inutile». Una sentenza che potrebbe rivelarsi un «arma contro tutte le guerre».

9 gennaio 2008

Milano: May Day 2004, dieci condannati con pene da 6 mesi a 1 anno e due mesi

Ancora una volta dalle aule dei tribunali le lotte sociali contro la precarietà non escono indenni: dieci condannati con pene da 6 mesi a 1 anno e due mesi e 22 assolti. 11 gennaio 2008

Si è concluso il 7 gennaio 2008 presso il Tribunale Penale di Milano con la sentenza il processo penale a 32 attivisti. Il sindacato CUB, promotore con altri della Mayday2004, protesta e denuncia l'uso abnorme e strumentale di gravi imputazioni e condanne che di volta in volta colpiscono settori sociali, sindacali e politici con l'intento di frenare le lotte per contrastare i peggioramenti delle condizioni di vita. A differenza di De Corato che definisce scene di guerriglia le manifestazioni lavoreremo per promuovere lotte che facciano arretrare la precarietà nella società. Un processo avviato per sovversione dello stato, devastazione saccheggio, danneggiamenti, imbrattamenti e in concorso o con aggravanti e manifestazione non autorizzata (15 maggio '04) in parte si rivela una forzatura e si smonta cammin facendo con la accusa di sovversione che rapidamente viene lasciata cadere ma che alfine porta alla condanna di una parte dei manifestanti con condanne più pesanti (1 anno e due mesi) delle richieste del pubblico ministero (9 mesi). Il processo era partito il 16 marzo 2007. E' caduta quasi subito la imputazione di sovversione dello stato per 5 attivisti accusati per i volantini distribuiti dalle varie forze presenti alla May Day. Al processo è stato sentito come testimone Gigi Malabarba (ex senatore) ed è stato seguito da decine di delegati sindacali del sindacato CUB. Durante la May Day 2004 venne dichiarato lo sciopero per la giornata del 1° maggio e chi ha provato a spiegare con presidi pacifici le ragioni di ciò è stato denunciato per violenza privata e poi assolto perché il fatto non costituisce reato. Altri erano accusati di devastazione e saccheggio in concorso o danneggiamenti: una parte assolti e una parte condannati. La May Day dal 2001 è stata nel pomeriggio del 1° maggio un grande momento di aggregazione di protesta contro la precarietà che è cresciuta negli anni anche come momento alternativo al primo maggio di Piazza San Giovanni dei sindacati confederali: alla May Day di anno in anno sono aumentate le presenze e nel 2004 decine di migliaia di persone e decine di carri si sono imposti alla attenzione di molti. La May Day ha certamente contribuito a scoperchiare, a porre l'attenzione sul dramma e sulla centralità della precarietà. Il sistema produttivo con la precarietà e il non rispetto delle leggi produce 4 morti al giorno e se nonostante la evoluzione tecnologica i morti continuano a non calare la colpa sarà pur di qualcuno e di qualcosa e la precarietà è una delle cause principali. I reati (aggravati dal concorso perché oltre 3 persone a commetterli) che sono stati attribuiti ai 32 si sono dimostrati in parte assurdi e comunque sproporzionati: la sovversione dello stato sulla base dell'art. 18 della legge 731 del 1931 dovrebbe essere decaduto dopo la Costituzione nata dalla Resistenza ma viena ancora utilizzato nelle aule dei tribunali. Le prove erano le decine di volantini che solitamente circolano nella manifestazioni.

8 gennaio 2008

Mentre i processi per le violenze e le torture stanno andando verso la prescrizione .... continuano le promozioni..

Fabio Ciccimarra, vice questore aggiunto (già commissario capo di Napoli) è stato promosso il 30 dicembre 2007 a capo della squadra mobile della Questura di Cosenza. Fabio Ciccimarra è imputato (insieme ad altri indagati delle Forze dell'Ordine con varie contestazioni tra le quali sequestro di persona, violenza e lesioni) per le violenze alla caserma Raniero di Napoli, marzo 2001. Imputato anche nel processo Diaz (Genova, luglio 2001).

Elenco promozioni imputati processi Diaz e Bolzaneto:


Gianni De Gennaro - promosso CAPO DI GABINETTO DEL MINISTERO DELL’INTERNO – già capo della polizia italiana durante i fatti di Napoli e di Genova nel 2001, indagato per istigazione e induzione a falsa testimonianza in procedimento correlato a quello per i fatti della Diaz.

Gilberto Caldarozzi imputato nel processo DIAZ - promosso DIRETTORE DEL SERVIZIO CENTRALE OPERATIVO DELLA POLIZIA DI STATO ed in seguito dirigente superiore "per meriti straordinari" in seguito all'arresto di Bernardo Provenzano.

Francesco Gratteri imputato nel processo DIAZ – promosso a DIRETTORE DELLA DIREZIONE ANTICRIMINE CENTRALE (DAC), già precedentemente promosso questore di Bari

Giovanni Luperi imputato nel processo DIAZ - promosso a CAPO DEL DIPERTIMENTO ANALISI DELL’EX-SISDE - in precedenza promosso ad un ruolo di grande responsabilità a livello europeo, già vice capo dell'Ucigos.

Spartaco Mortola imputato nel processo DIAZ – promosso QUESTORE VICARIO A TORINO.

Filippo Ferri imputato nel processo DIAZ – promosso alla GUIDA DELLA SQUADRA MOBILE DI FIRENZE.

Vincenzo Canterini imputato nel processo DIAZ – promosso QUESTORE – presta servizio in Romania, a Bucarest, in un organismo internazionale South East Cooperatioon e Investigation.

Alessandro Perugini imputato nel processo BOLZANETO (massimo responsabile della Polizia a Bolzaneto) ed imputato in altro procedimento per aver dato un calcio ad un manifestante, minorenne, già steso a terra e ferito – promosso VICE-QUESTORE .

Colonnello Doria imputato nel processo BOLZANETO - promosso GENERALE (disciolto corpo Agenti di Custodia)

Capitani Cimino e Pelliccia imputati nel processo BOLZANETO - promossi MAGGIORE (disciolto corpo Agenti di Custodia)

7 gennaio 2008

Milano: 9 gennaio processo d'appello per i pestaggi all'ospedale San Paolo

Un anno e otto mesi è la pesante sentenza di primo grado inflitta a due dei quattro compagni imputati per i pestaggi all’ospedale S. Paolo di Milano.
I fatti si riferiscono alla notte del 16 Marzo quando fu assassinato Dax e furono feriti altri due compagni da parte di un terzetto familiare dedito al culto del fascismo e all’uso del coltello.
I compagni giunti sul luogo dell’aggressione si spostarono poi all’ospedale S. Paolo dove erano stati trasportati gli aggrediti. Lì, però, trovarono pattuglie di polizia e carabinieri che li aspettavano.
Di fronte alla richiesta di poter rimanere soli, la polizia iniziò a provocare arrivando a caricare fin dentro i locali del Pronto Soccorso con una ferocia tale da proseguire con una sistematica caccia all’uomo.
Una decina di amici di Dax riportarono ferite come la rottura di ossa in diverse parti del corpo.
Secondo la sentenza, queste lesioni se le sarebbero procurate da soli visto che uno solo degli agenti, sui tre imputati, si sarebbe macchiato del porto di arma impropria (girava con una mazza da baseball). Il resto delle forze dell’ordine, presenti numerose quella notte, sarebbe stato discreto osservatore dei pestaggi da “macelleria italiana”.
Non sono pochi i casi in cui è stato possibile vedere le varie polizie in azione con metodi violentissimi, picchiando a sangue fino alla morte come nei recenti e noti casi della Diaz, del S. Paolo e di Aldrovandi.
La domanda che viene ripensando a tutte quelle situazioni è se queste aggressioni siano una pazzia individuale o siano accettate e consigliate dai comandi.
All’indomani dei pestaggi furono esemplari le dichiarazioni dell’allora Questore Buoncoraglio che giustificò l’operato degli agenti dicendo: “Stavano solo impedendo il trafugamento della salma”.
E per affidarci alle parole della magistratura, riportiamo parte delle motivazioni della sentenza: ”...producevano una reazione da una parte inefficace, dall’altra eccessivamente dura da parte delle forze dell’Ordine, culminata nell’inseguimento all’interno del Pronto Soccorso di
alcuni ragazzi che ivi si erano rifugiati e in indiscriminati comportamenti violenti (manganellate, calci e via esemplificando) non giustificati né da un’attuale opposizione dei singoli, né dalla necessità di compiere un atto di ufficio, MA DI NATURA PURAMENTE INTIMIDATORIA E RITORSIVA.”
Dunque il 9 gennaio ci sarà l’appello dei pestaggi del S. Paolo.
Vogliamo ringraziare i compagni e gli amici che ci sono stati vicini e che hanno seguito questa inquietante vicenda dal suo nascere ad oggi. Chi ha contribuito a ricostruire la verità assoluta di quanto è successo ed il percorso collettivo del processo.
Vogliamo denunciare la pesantezza e l’ insostenibilità della sentenza di primo grado alla luce anche delle motivazioni dei giudici.
E, come fatto in passato, rimandiamo le responsabilità oltre che alle pattuglie presenti anche ai loro vertici.
L’udienza è pubblica alla II Corte d’Assise il 9 Gennaio ore 9,30 al Tribunale di Milano.


Gli imputati

6 gennaio 2008

Carcere. Se 117 morti vi sembrano pochi...

L’articolo 27 della Costituzione prevede chiaramente la “rieducazione” del condannato. Non quello di morire.

Massimo Floris, 19 anni, in attesa di processo, si è impiccato, recentemente, in una cella del carcere di Cagliari, il Buoncammino. E’ uno dei tanti che si è tolto la vita in carcere, una vita senza prospettive, senza speranza, senza futuro. Ammazzarsi a 19 anni è terribile ma Massimo è in buona compagnia. Dall’inizio dell’anno (sino a metà dicembre 2007), i suicidi nelle carceri italiane sono stati 43. E’ una cifra in difetto perché è sempre molto difficile avere dati precisi sulle morti in carcere. I tentati suicidi, invece, nel 2006 (ultimi dati conosciuti), sono stati ben 640.
Massimo Floris era “dentro” per una rissa avvenuta un anno fa quando lui, solo diciottenne, aveva accoltellato un giovane di 24 anni. Nelle carceri italiane i detenuti si tolgono la vita con una frequenza 15 volte maggiore rispetto alle persone libere (dal 1991 al 2006 il tasso di suicidi è stato compreso tra lo 0,65 e lo 0,68 ogni 10 mila abitanti) soprattutto se sono ospiti di istituti carcerari fatiscenti, come appunto il Buoncammino, con poche attività trattamentali, con scarsa presenza del volontariato.
Ed è proprio in situazioni come questa che l’idea del suicidio prende corpo, soprattutto sui giovani, sui più fragili che perdono ogni speranza. Basta poco. Basta una lettera che non arriva, un colloquio non effettuato con un parente oppure, come il caso di Massimo, l’intenzione della fidanzata di lasciarlo. Anche i primi giorni di detenzione sono momenti a “rischio”, così come la notizia di un trasferimento in un altro carcere, l’esito negativo di un ricorso alla magistratura, la revoca di una misura alternativa al carcere. Tutti momenti difficili da superare per chi è solo col suo dramma e sa benissimo che anche se riacquisterà la libertà gli rimarrà il “marchio” del delinquente, una vita ai margini, con sofferenza fisica e psicologica.
Cosa avrà pensato Massimo? E gli altri prima di lui? Quali i suoi sentimenti, le sue aspettative, le sue passioni. Nessuno sa nulla. I giornali, anche quando portano la notizia di un suicidio o di una morte in carcere – il che non avviene sempre – fanno solo statistiche, scrivono numeri, spersonalizzano e violentano, ancora una volta la vita di queste persone. Si scrive 43 suicidi. Punto. E invece sono 43 vite umane recise. Persone di cui non conosciamo nulla e di cui non ricorderemo più nulla dopo aver letto la notizia.
La stessa cosa avviene per chi non si toglie la vita ma muore comunque in carcere. Quest’anno sono stati 117 (sempre sino a metà dicembre) le persone, uomini e donne che sono morti in carcere. Anche qua le cifre, certamente fredde e aride, sono in difetto. Non sempre le morti si conoscono, alcuni muoiono nel tragitto fra il carcere e l’ospedale, altri in ospedale. Ecco allora che la morte non è ascritta al carcere, ma alla conseguenza della malattia. E anche in tutti questi casi non sappiamo nulla del loro vissuto. Al lettore basta sapere che è morto un “delinquente”. Qualcuno penserà: uno di meno! Basta sapere che loro, i “delinquenti”, siano messi in condizioni di non nuocere. Se poi chi muore è uno straniero, difficilmente si verrà a sapere della sua morte. Chi non ha una cerchia di parenti, avvocati, amici solidali, volontari, spesso scompare, è solo un nome e, forse, neppure quello vero.
Molti non dovrebbero neppure stare in carcere e, invece, in carcere ci stanno e ci muoiono. In questi giorni c’è un gran dibattito se concedere la grazia o meno all’ex poliziotto ed ex numero tre del Sisde, Bruno Contrada. Condannato, definitivamente, a 10 anni per collusione con la mafia, Contrada da “servitore dello Stato” è diventato “servitore della mafia”. Oggi dice che è malato ed è incompatibile con il carcere. Sono d’accordo. Ma sono d’accordo a concedere la grazia a tanti altri detenuti meno noti che, pur malati, in carcere ci stanno e spesso ci muoiono.
Uno degli ultimi casi è quello di Fabrizio Ciappetta, 44 anni, morto dopo il suo ricovero all’ospedale “Santo Spirito” di Roma. Ormai era da tempo su una sedia a rotelle e pesava 120 chili. E’ rimasto paralizzato dopo aver subito una lesione midollare in carcere (sulle cui circostanze è aperto un procedimento penale) e le sue condizioni sono andate sempre a peggiorare. Per bloccare i dolori gli davano cortisone e metadone (la morfina, in carcere è proibita). Agli inizi di novembre il centro clinico del carcere di Rebibbia aveva segnalato l’incompatibilità del Ciappetta con il carcere.
Ex componente della banda della Magliana, Fabrizio Ciappetta aveva passato una ventina d’anni in carcere. Un anno fa, mentre era in misura alternativa aveva tentato una rapina. Arrestato era stato riportato in carcere.
Anche il Garante dei diritti delle persone private della libertà del Comune di Roma, Gianfranco Spadaccia, si era rivolto al Tribunale di Sorveglianza che aveva però respinto l’istanza perché precedentemente il detenuto aveva tentato di rapinare un negozio, non tenendo conto che i medici avevano sentenziato che la malattia degenerativa escludeva del tutto il ripetersi di questa possibilità.
Certamente Fabrizio Ciappetta non era una “mammoletta”. Bisogna però ricordare che in Italia non vige la pena di morte e che i detenuti assegnati alle carceri hanno il diritto di curarsi e che lo Stato deve garantire questo diritto. L’articolo 27 della Costituzione prevede chiaramente la “rieducazione” del condannato. Non quello di morire.


5 gennaio 2008

Genova: Rinviato il processo per le torture a Bolzaneto, "impunità" sempre più vicina

La temporanea indisponibilità di Elena Minici, giudice a latere con Luisa Carta nella sezione del tribunale presieduto da Renato De Lucchi, porterà inevitabilmente ad un rinvio del processo per le violenze e i soprusi nella caserma di Bolzaneto durante il G8. Le udienze rischiano di slittare di almeno un mese, sempre che il presunto attacco al sistema informatico di ieri pomeriggio - e di cui raccontiamo nell´articolo in basso - non provochi ulteriori ritardi. Per la sentenza, attesa in un primo tempo intorno a luglio, si passa con ogni probabilità al prossimo autunno. E l´ombra nera della prescrizione, che scatterà esattamente tra di un anno, si allunga a questo punto in maniera pesante.Terminata il 30 ottobre scorso l´istruttoria dibattimentale, la prossima udienza dovrebbe essere quella di lunedì 14 gennaio: in programma c´è la requisitoria dei due pubblici ministeri, Patrizia Petruzziello e Vittorio Ranieri Miniati. Scontato il rinvio a data ancora da definirsi. Si attende il rientro di Elena Minici. I più ottimisti parlano di febbraio, e a questo punto spulciano preoccupati il calendario. L´ultima delle udienze, già programmate da De Lucchi, era prevista per martedì 8 aprile. Si va dunque a maggio nella migliore delle ipotesi, ma nel conto andranno inserite alcune settimane di fisiologici, ulteriori ritardi. Il rischio è che la sentenza non arrivi prima della pausa estiva: rimandare all´autunno significherebbe sfiorare pericolosamente il gennaio 2009, data in cui cadrà comunque la prescrizione. La speranza è che almeno si possa arrivare ad un primo grado di giudizio.Quarantacinque imputati tra generali, funzionari di polizia, ufficiali dei carabinieri, agenti, militari e medici: accusati a diverso titolo di abuso d´ufficio, violenza privata, abuso di autorità contro detenuti o arrestati, falso, violazione dell´ordinamento penitenziario e della convenzione per la salvaguardia dei diritti dell´uomo e delle libertà fondamentali. Le persone offese sono 209. Il processo aveva preso il via il 12 ottobre di due anni fa: le udienze sono state 157, in aula sono state ascoltate 392 persone (compresi 12 imputati). Gli accusati si sono sostanzialmente difesi, sostenendo di non aver compiuto - e tantomeno visto compiere - nulla di illegale. I pm ritengono invece che la tesi accusatoria sia uscita pienamente rafforzata dal dibattimento. Ci sono buone ragioni per credere che la loro requisitoria ricalcherà in larga parte quanto già denunciato in una esemplare memoria agli atti. Dove Petruzziello, Ranieri Miniati (e Francesco Pinto, che firma con loro il documento) ricordano le «pagine brutte che sono state scritte in quei giorni a Bolzaneto nella caserma Nino Bixio: pagine brutte di comportamenti gravi che, se anche dovessero incontrare la prescrizione, tuttavia difficilmente potranno essere dimenticati». I magistrati rifiutano di credere «ad esplosioni improvvise di violenze. I capi ed i vertici di quella caserma hanno permesso e consentito che in quei tristi giorni del luglio 2001 a Genova si verificasse una grave compromissione dei diritti delle persone, perché è questo ciò che le indagini hanno provato essere accaduto. Ancora più grave perché erano delle persone detenute, già private della loro libertà personale; persone che in quella caserma, a prescindere dal comportamento precedente che ve le aveva portate, erano inermi e impotenti, spesso ferite, quasi sempre spaventate e terrorizzate».In questi anni è stato prosciolto in udienza preliminare Vittorio Bertone, mentre Antonio Biribao - unico ad aver scelto il rito abbreviato - non era stato riconosciuto dalle vittime e quindi assolto. Tra gli indagati era comparso anche il giudice Antonio Sabella, che durante il G8 era il più alto in grado tra i responsabili della gestione dei fermati a Bolzaneto: la sua posizione era stata successivamente archiviata.

Lettera di Aurelio Fabiani, padre di Michele in carcere a Perugia

MICHELE L’ANARCHICO E IL SUO AMICO ANDREA

Michele è un ragazzino ma è già uomo d’altri tempi, scrive il suo giornale, il Rivoluzionario, Filosofo precoce, Razionale e Assurdo, t’ hanno messo in croce. Una croce di cemento, quattro strette mura, 10 metri quadri di moderna tortura.
Andrea tuo compagno di sventura l’ hanno messo nella stessa strettura.
La buia notte del 23 ottobre è stata illuminata dai fari del potere. Sono scesi in più di cento, hanno volato sopra i tetti, buttando giù dal letto, bambini e vecchietti. Nelle case sono entrati, armati e incappucciati, portando via 5 ragazzi disarmati.
Spoleto allibita non crede a quel che vede ha paura dell’esercito che nella città è sbarcato, teme ognuno d’essere arrestato. Ma la città che di se conosce ogni cosa intimamente ha giudicato lo spettacolo indecente.
Come in ogni grande avvenimento c’è rabbia e sgomento, e un clima di paura e di indignazione attraversa la popolazione Abbassano la voce al supermercato, non alzano il telefono può esser controllato.
Gli articoli sono pronti già dal giorno prima, mancano le immagini dei ragazzi ammanettati, per questo i giornalisti sono stati convocati, il prodotto non si vende bene se in prima pagina non c’è il giovane in catene.
Ragazzi terroristi spara Il Messaggero, lo spara a più riprese, vuol far sembrare sia vero. E la Nazione conosce ancor prima degli avvocati, l’ordinanza d’arresto con tutti gli allegati. La notizia è forte, anche se è un gran cazzata:‘Organizzava una rapina questa banda armata.’
Ganzer è sorridente, la Lorenzetti non è da meno, si congratulano a vicenda, hanno fatto il pieno. Dopo le tempeste di Perugia e di Milano la governante e il militare si danno la mano, dopo tante nuvole uno sprazzo di sereno.
Da quel 23 ottobre sono passati mesi in totale isolamento, Quanto dovrà durare ancora questo tormento, per il magistrato dipende dall’atteggiamento. “Nessuna confessione restino in prigione, nessun pentimento stiano in isolamento.”
Accuse senza fondamento non danno confessione, i ragazzi non danno collaborazione, ma per giustificare questa avventura occorre almeno un’abiura, da Michele non avran mai quello, restano chiuse le porte del cancello.
Michele i tuoi vent’anni son duri come sassi, li possono spezzare ma si debbon rassegnare, i sassi non si possono piegare. Andrea è come te, vent’anni e uomo vero.
Hai guardato in faccia gli occhi del potere, con il coraggio antico di chi ha fede. Fede nelle idee di libertà e uguaglianza, di chi dall’alto guarda la proterva ignoranza, dell’arrivista che ad occhi bassi avanza.
Ostaggi di un teorema di questi nostri tempi che utilizza leggi degli anni venti e così Michele e Andrea sono stati condannati a essere terroristi prima di esser processati. Delle accuse non c’è prova, non esiste l’associazione, è stata inventata per tenervi in prigione.
Il Generale molto esperto che sa di tutto questo, ha già dichiarato li abbiam fermati prima degli attentati.
Vogliono l’abiura, vogliono la confessione solo per questo vi tengono in prigione.

AURELIO FABIANI COMUNISTA, PADRE DI MICHELE L’ANARCHICO

4 gennaio 2008

Genova: Attacco informatico ai computer della procura. A rischio il processo sulle torture a Bolzaneto.

Pare se ne siano inventata un'altra per far perdere un po' di tempo ed arrivare alla prescrizione. Qualche misterioso "hacker" ha messo fuori uso i computer e paralizzato l'attività al Palazzo di Giustizia. In particolare, è stato esaminato dai tecnici il computer al quale stanno lavorando i pm Patrizia Petruzziello e Vittorio Ranieri Miniati che stanno ultimando la loro requisitoria per il processo sui fatti nella caserma di Bolzaneto durante il G8. Il rischio era quello che circa un mese di lavoro (centinaia di pagine) fosse andato distrutto: pare, invece, che la maggior parte della requisitoria si sia salvata. Le udienze rischianoo comunque si slittare di almeno un mese anche per la malattia di un giudice e la prescrizione scatta tra un anno esatto."....

Perugia: Respinta l’istanza di scarcerazione per Michele e Andrea

L’ istanza di scarcerazione presentata dagli avvocati di Michele Fabiani, Parente e Trupiano è stata respinta, così come era stata respinta pochi giorni fa quella presentata dalla difesa di Andrea Di Nucci, confermando l’accanimento ingiustificabile che finora ha guidato i magistrati alla ricerca di riscontri al loro teorema accusatorio ancora privo di prove. Questo configura ancora una volta una scelta dei magistrati di natura politica e non giuridica. Politica perché in mancanza di prove la scarcerazione è un fatto doveroso.
La linea della presunzione della colpevolezza e l’utilizzo della carcerazione come forma di pressione per ottenere una confessione impossibile continua ad essere esercitata su due ragazzi di venti anni, colpevoli di essere anarchico l’uno e amico di un anarchico l’altro. Questo uso all’inverso della legge sta già minando nel fisico e nella psiche i due giovani prigionieri e noi non siamo disposti a farli spegnere come larve.
L’abbiamo scritto nel nostro ultimo comunicato stampa, in troppi sono interessati a fare dei giovani spoletini il capro espiatorio di una situazione ormai per loro insopportabile. Ci sono responsabilità enormi se siamo a questo punto e a partire dalle dichiarazioni incaute, frettolose e prevenute della Lorenzetti al momento degli arresti, i condizionamenti ambientali che hanno sbarrato le porte delle celle a Michele e Andrea sono stati potenti.
Contro questo sistema di fare giustizia che imprigiona due ventenni senza una prova si levino le voci degli uomini che credono nella libertà. Ognuno si prenda le sue responsabilità e prima che sia tardi faccia la sua parte."

COMITATO 23 OTTOBRE

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