30 novembre 2007

G8 Genova: Lettera aperta al Presidente della Repubblica Italiana

Sono una cittadina italiana di 53 anni e, le scrivo, per chiederle di intervenire urgentemente in nome ed a salvaguardia della democrazia del paese che lei rappresenta.
Non lo chiedo per me che, dopo oltre sei anni, ho perso ogni fiducia, lo chiedo per mia figlia, per i nipoti che spero un giorno di avere. Per tutti i giovani che vivono in Italia e che vorrebbero continuare a viverci, con la certezza dei diritti (insieme ai doveri) che ogni cittadino si aspetta in un paese democratico.
Nel mese di luglio del 2001 mia figlia, allora ventunenne, è stata massacrata dalla polizia alla Scuola Diaz di Genova, durante il G8, ricoverata in ospedale per le ferite riportate, sequestrata e “desaparecida” nella caserma di Genova Bolzaneto per due giorni, nuovamente sottoposta ad ingiurie e torture. Indagata per anni, sospettata di gravissimi reati, quali l’associazione a delinquere finalizzata alla devastazione e saccheggio, l’appartenenza al gruppo dei black-bloc, fino alla completa archiviazione per lei e tutti i 93 della Diaz. I giudici di Genova hanno dimostrato che le prove addotte (le molotov ritrovate nella scuola, l’accoltellamento di un agente e molte altre) erano false, prodotte dalle stesse forze di polizia per giustificare la “macelleria messicana” operata nella scuola.
Da allora mi batto per ottenere verità e giustizia, anche a nome di tutti i cittadini italiani e stranieri che in quei giorni subirono violenze e torture da parte delle forze di polizia, nelle piazze, alla Diaz, nelle caserme di Bolzaneto e Forte San Giuliano. Scrivo a lei, perché intervenga pubblicamente, in nome del popolo italiano, per chiedere scusa a tutte le vittime della repressione di quei giorni, nessuno ancora lo ha fatto e sono passati più di sei anni.
Indirizzo questa lettera direttamente a lei e non al Capo del Governo o al Governo, perché nulla hanno fatto finora per promuovere la Commissione d’inchiesta contenuta nel loro programma. Anzi, hanno approvato le promozioni indecenti di numerosi funzionari imputati o indagati nel processo Diaz in corso a Genova, ultime quelle dell’ex-capo di polizia Giovanni De Gennaro (indagato per “induzione alla falsa testimonianza”) a capo gabinetto del ministero degli interni, e quella di Giovanni Luperi, imputato nel processo Diaz e promosso a capo del Dipartimento analisi dell’ex-Sisde.
Le chiedo di intervenire perché siano immediatamente sospesi l’ex-capo della polizia Giovanni De Gennaro; Spartaco Mortola, nel 2001 capo della Digos genovese e poi assurto al rango di vice questore di Torino; l’ex questore di Genova, Francesco Colucci. Dalle ultime notizie, infatti, c’è il grave sospetto che questi funzionari abbiamo interferito pesantemente nelle indagini e nel processo in corso per i fatti della Scuola Diaz, assicurando impunità e promozioni per i responsabili. Se l’Italia fosse un paese normale avremmo avuto in prima serata e sulle prime pagine dei giornali le prese di posizione, e di distanza da costoro, da parte dell’attuale capo della polizia Manganelli, del capo del governo Prodi, del ministro degli interni Amato. Invece abbiamo il silenzio, che mi fa paura, perché sottende ignoranza o compartecipazione, entrambi inaccettabili.
Scrivo a lei perché siano sospesi tutti i funzionari e gli agenti rinviati a giudizio nei procedimenti in corso a Genova per i fatti della Diaz e di Bolzaneto. Se l’Italia fosse un paese normale, i funzionari imputati, avrebbero fatto essi stessi un passo indietro, invece di occupare posti strategici per la sicurezza e la legalità nel nostro paese.
Amnesty International, nei suoi interventi in tutto il mondo, sottolinea ogni volta che di fronte a processi per abusi commessi dalle forze dell'ordine, e per evitare che violenze sui cittadini si ripetano, è indispensabile agire con il massimo rigore, allontanando ogni ipotesi di impunità.
Amnesty International reputa necessari alcuni atti: la condanna politica delle violenze, condanne penali per i colpevoli degli abusi e sospensione degli agenti sotto inchiesta. Sono passaggi indispensabili per evitare che si crei un clima di impunità, o che qualcuno si senta legittimato a tenere certi comportamenti. Sono misure necessarie a tutelare la qualità della democrazia. In Italia stiamo andando contro tendenza: gli imputati “eccellenti”, invece di essere sospesi in attesa della sentenza, sono addirittura promossi, ricevono premi ed encomi, nel totale disprezzo delle regole minime di correttezza democratica ed istituzionale.
Queste promozioni, insieme alle intercettazioni pubblicate in questi giorni, sono la dimostrazione che ai vertici delle forze dell'ordine e del governo non ci si cura minimamente dei diritti di cittadinanza e della credibilità etica e democratica delle forze di polizia.

Enrica Bartesaghi - Presidente Comitato verità e giustizia per Genova

29 novembre 2007

G8 Genova: L'ex questore Colucci si preoccupa: «Manganelli si è arrabbiato»

Le intercettazioni riguardano anche la sparizione delle due molotov. L'ex questore di Genova riferisce le pressioni che il capo della polizia avrebbe esercitato contro i pubblici ministeri che indagano sul G8

«Il capo della polizia è arrabbiato per l'accaduto e ha detto che devono andarci giù di forza». L'ex questore di Genova Francesco Colucci riporta in una telefonata l'umore del capo Manganelli, nei confronti dei magistrati genovesi e soprattutto contro il pm Enrico Zucca. Siamo nei giorni immediatamente successivi al 22 maggio e Colucci ha appena ricevuto un avviso di garanzia per falsa testimonianza al processo Diaz (il titolare è sempre Zucca, insieme a Francesco Cardona Albini). I vertici del Viminale, intercettati attraverso il telefono dell'ex questore, non se l'aspettavano. E l'attuale capo della polizia, a quanto dice Colucci nelle intercettazioni anticipate ieri da il manifesto, la prende male. Colucci, sempre parlando di Manganelli con un altro interlocutore, riferisce che il capo della polizia avrebbe detto che «devono fare un'azione comune per essere pesanti contro i magistrati». La pressione dei capi la sentono tutti: in una telefonata tra l'indagato Spartaco Mortola e Maddalena, ispettore inviato a Genova dal ministero per indagare sulla sparizione delle due molotov, quest'ultimo riferisce a Mortola quanto ha saputo dai magistrati nel corso delle indagini in questura. Nell'inchiesta per la sparizione delle molotov, da cui è nata l'attuale indagine per falsa testimonianza, vede per ora è indagato un artificiere. La procura di Genova è venuta a conoscienza del ruolo dell'artificiere quasi per caso, lavorando sugli affari di un imprenditore di origine siriana ma genovese di adozione e sui suoi rapporti con il successore di Colucci, Oscar Fioriolli. Tra i due episodi non sembra esserci alcun collegamento, ma lo scenario appare inquietante. Fioriolli, si è trovato in mezzo a un'inchiesta partita da Montecarlo, su un giro di riciclaggio e affari tra Africa, Italia e Ucraina, in cui sarebbero finite intercettazioni relative alle famose bottiglie molotov, scomparse dagli armadi degli uffici della questura genovese. Due anni fa un bonifico di 50 mila euro finisce nelle tasche dell'ex questore di Genova, Fioriolli, oggi a Napoli. Il personaggio osservato dai pm monegaschi, e dal quale parte «il prestito», come lo ha definito Fioriolli, è Ahmad Fouzi Hadj, nato in Siria, ma genovese di adozione, all'epoca acquirente di un lussuoso hotel nel principato. Presidente della Lucchese Calcio, nel 2005 si era interessato anche all'acquisto del Genoa. L'ipotesi degli inquirenti monegaschi era basata sul reato di riciclaggio e sulle amicizie pericolose (il leader della Guinea Conakry, Lansana Contè) del siriano, stigmatizzate anche dall'organizzazione non governativa Human Rights Watch. Il rapporto che lega Fioriolli a Hadj è testimoniato da intercettazioni telefoniche, durante le quali i due parlano del trasferimento del questore da Genova a Napoli. Proprio la vicinanza del siriano all'intellighenzia economica di Genova, aveva destato l'interesse della procura ligure. Pur senza aver iscritto nessuno nel registro degli indagati, in mezzo al calderone degli intercettati sarebbe finito anche Marcellino Melis, responsabile del nucleo artificieri Digos di Genova, già ascoltato nel corso del procedimento contro i 25 manifestanti e il cui nome è spuntato fuori nell'indagine sulla sparizione delle due bottiglie molotov. E' lui l'anello di congiunzione delle indagini che hanno portato dalle vicende oscure del medico italo siriano ai superpoliziotti italiani, fino ad arrivare a tangere anche l'attuale capo della polizia, Manganelli.

28 novembre 2007

Torino: processo agli antifascisti, presidio davanti al tribunale

Al Torino Film Festival, una della tante vetrine di questa Torino Luna Park, oggi c’è stato un fuori programma. Non invitati sono arrivati anche un buon numero di antifascisti.Il 29 novembre ci sarà la sentenza al processo contro 10 antifascisti torinesi accusati di devastazione e saccheggio per aver preso parte ad un corteo antifascista il 18 giugno del 2005. Il corteo era stato indetto per denunciare la grave aggressione e il ferimento di due occupanti del Barocchio da parte di una squadraccia fascista. Partito da piazza Madama Cristina era stato caricato dalla polizia in via Po per impedire ai manifestanti di arrivare in piazza Castello.Dopo due anni il PM Tatangelo ha chiesto cinque anni e cinque mesi per i dieci antifascisti.
Per rompere il silenzio intorno a questa vicenda in questa città stordita dalle luci del baraccone chiampariniano una cinquantina di antifascisti hanno partecipato a modo loro a questa seconda giornata del Festival. Un gruppo ha aperto uno striscione con la scritta “l’antifascismo non si arresta” spiegando al megafono le ragioni della protesta mentre all’interno un compagno si incatenava ed altri volantinavano.
La massiccia presenza di digos e polizia in divisa non ha impedito la comunicazione con il vasto pubblico del festival. Due anarchici si sono spogliati e ricoperti di farina tracciandosi reciprocamente sul corpo una svastisca, una celtica e i simboli dell’euro e del dollaro.
Un modo semplice ed immediato per ricordare che i teoremi giudiziari contro gli antifascisti non sono che l’altra faccia della repressione che si scatena contro tutti coloro che si oppongono a questa società ingiusta e violenta, dove i potenti progettano grattacieli e i fascisti bruciano a colpi di molotov le baracche dei rom.
Prima dell’inizio della proiezione serale una delegazione di manifestanti è entrata nella sala aprendo lo striscione e facendo un intervento dal palco molto applaudito dai presenti.
I prossimi appuntamenti sono il 29 novembre dalle 10,30 davanti al tribunale di Torino in corso Vittorio Emanuele 130.
Dopo la sentenza sempre giovedì 29 alle 18 presidio in Piazza XVIII dicembre – Porta Susa

27 novembre 2007

... e dopo le promozioni... arrivano le premiazioni

Gli imputati della Diaz vengono promossi, gli altri protagonisti di quella notte, invece, vengono premiati. Roberto Sgalla, direttore dell'Ufficio Relazioni Esterne e Cerimoniale del Dipartimento della Pubblica Sicurezza, il 7 novembre ha ricevuto il premio «Comunicazione Pubblica» dal Salone Europeo delia comunicazione di Bologna. Fu proprio Roberto Sgalla a gestire ia manovra medìatica post irruzione alla Diaz a Genova (l'ex capo della polizia De Gennaro è indagato in relazione alla deposizione dell'ex questore di Genova, Colucci, proprio su Sgalla; Colucci disse in aula di aver chiamato lui Sgalla, anziché De Gennaro), mandato invece direttamente dall'ex capo De Gennaro per gestire una situazione che si poteva prevedere piuttosto burrascosa. Fu lui il primo a rilasciare dichiarazioni, mentre mezzo mondo aspettava di conoscere ie ragioni della mattanza. Recentemente lo stesso Sgalla era ai fianco dei questore di Arezzo nella nota conferenza stampa sulla morte dì Sandri. Fu Sgalla ad avvertire i giornalisti; niente domande. Due colpi in aria. Fine delle trasmissioni.

26 novembre 2007

G8 Genova: De Gennaro chiese di fare marcia indietro

Agli atti i colloqui fra l'ex questore Colucci e il funzionario Mortola L'ex capo della polizia De Gennaro verso il rinvio a giudizio

"Ho parlato con il capo. Devo fare marcia indietro". Siamo alla fine dell'aprile scorso. Francesco Colucci, già questore di Genova, tra poco testimonierà nel processo per il blitz della polizia nella scuola Diaz, durante il G8. Il "capo" cui fa riferimento sarebbe Gianni De Gennaro, allora numero uno della polizia italiana: che la procura di Genova vuole processare per "induzione alla falsa testimonianza". Di Colucci, appunto. Il funzionario è al cellulare con Spartaco Mortola, imputato nello stesso procedimento. I due non sanno di essere intercettati: i magistrati hanno infatti aperto un'altra inchiesta, dopo la misteriosa sparizione delle bottiglie molotov che erano state falsamente attribuite ai no-global arrestati. Colucci viene registrato in almeno due occasioni: nell'altra ammette di aver letto le dichiarazioni che a suo tempo De Gennaro aveva reso sulla sciagurata operazione del luglio 2001. "Devo modificare quello che avevo già detto", spiega il questore al suo interlocutore. Tutto ruota intorno alla presenza nella scuola, al termine dell'intervento, di Roberto Sgalla, responsabile delle pubbliche relazioni per la Polizia di Stato. Colucci aveva in precedenza giurato che De Gennaro gli aveva detto di avvertire Sgalla e inviarlo alla Diaz. Secondo gli inquirenti, questo dimostrerebbe che anche i massimi vertici dell'Interno erano perfettamente a conoscenza di quanto era accaduto nell'istituto (per quel blitz sono sotto processo 29 tra agenti e super-poliziotti). Ma chiamato a testimoniare in aula - e dopo la telefonata intercettata -, il questore cambierà versione: "Sono stato io, di mia iniziativa, a chiamare Sgalla". Per gli inquirenti sarebbe stato lo stesso De Gennaro ad indurlo al "ripensamento". Le intercettazioni telefoniche fanno parte del fascicolo aperto dalla procura genovese nei confronti di De Gennaro, Colucci e Mortola. In questi giorni ai tre sono stati notificati gli avvisi di conclusione delle indagini preliminari. Hanno venti giorni di tempo per presentare memorie difensive, nuovi elementi o farsi interrogare. trascorso questo periodo la procura potrà chiederne il rinvio a giudizio.

Bergamo: chiesto il rinvio a giudizio per 21 carabinieri e vigili per violenze contro migranti

Ventuno rinvii a giudizio sono stati chiesti per la 'banda della Panda nera', cioe' il gruppo di carabinieri, vigili e civili che effettuavano aggressioni nei confronti di immigrati e spacciatori, concontrolli violenti di sospetti, sparizione di cellulari, soldi e droga. Le richieste sono state effettuate dai pm Enrico Pavone e Giancarlo Mancusi, che hanno giudicato le azioni del gruppo come dei veri e propri raid punitivi. L'inchiesta (che ha di fatto azzerato la stazione dei carabinieri di Calcio, i cui componenti erano parte della banda) era partita quando la Procura era stata messa in allarme da alcune segnalazioni e denunce relative ad un presunto comportamento ai limiti della legalita' tenuto da alcuni carabinieri. L'inchiesta si era allargata fino a coinvolgere anche l'allora comandante della Compagnia dei carabinieri di Treviglio Massimo Pani e tre suoi sottoposti per un'altra vicenda: un chilo di hashish che non sarebbe stato sequestrato, ma restituito allo spacciatore. Il 6 dicembre il gip diBergamo decidera' se accogliere le richieste dei pm o accettare le eventuali richieste di riti alternativi.

25 novembre 2007

G8 Genova: l'ex capo della polizia De Gennaro verso il rinvio a giudizio per vicenda Diaz

In queste ore si consegnano a indagati e difensori gli atti di fine inchiesta. Forse coinvolto un altro poliziotto di cui fino a oggi non si era saputo nulla

I suoi avvocati, il romano Franco Coppi e il genovese Carlo Biondi, negli ultimi mesi li si era visti frequentare con assiduità il nono piano di palazzo di giustizia. Ma nonostante incontri e discussioni con i capi della procura, sembra difficile che i due legali riescano ad impedire che su Gianni De Gennaro, ex capo della polizia italiana e oggi capo gabinetto del ministro dell'Interno Giuliano Amato, si abbatta l'onta di una richiesta di rinvio a giudizio. In queste ore sono, infatti, in fase di notifica i cosiddetti Acip, ovvero gli atti con cui si avvisano gli indagati e i loro difensori, che si sono concluse le indagini e possono prendere visioni degli atti. Sembra inoltre che nella vicenda possa essere coinvolta una terza persona, forse un altro poliziotto, di cui fino ad oggi non si era ancora saputo nulla. L'inchiesta che coinvolge De Gennaro nasce dal processo per l'irruzione alla Diaz, la scuola dormitorio del G8 del luglio 2001. Nel corso di un'udienza in cui venne chiamato come testimone l'ex questore del capoluogo ligure Francesco Colucci, rilasciò una serie di dichiarazioni per le quali, la procura, chiese l'iscrizione al registro degli indagati per falsa testimonianza. Per il reato di istigazione alla falsa testimonianza fu invece indagato De Gennaro. Nel corso di una conversazione tra Colucci ed un collega, intercettata durante altre indagini, l'ex questore si sarebbe compiaciuto per aver soddisfatto il "capo". Interrogato a luglio, De Gennaro ha spiegato che Colucci potrebbe aver equivocato quella che era solo una chiacchierata sulla vicenda Diaz. La spiegazione non avrebbe però convinto i pm Enrico Zucca e Francesco Cardona Albini, e con loro il procuratore aggiunto Mario Morisani. In realtà, si era profilata, ad un certo punto, una possibile via d'uscita. Se Colucci avesse chiesto di poter nuovamente testimoniare per ritrattare le dichiarazioni false, la legge gli avrebbe offerto l'automatica estinzione del reato. A quel punto, anche per De Gennaro sarebbe stato più semplice uscire di scena senza danni. Eventualità per altro non del tutto accantonata visto che il processo Diaz è ancora in corso. Colucci, ai primi di maggio, chiamato a deporre come teste contro 29 poliziotti accusati di falso, lesioni e calunnia, ribaltò una sua precedente ricostruzione dei fatti, raccontando che la notte dell'irruzione nella scuola dormitorio non fu De Gennaro a chiedere di allertare l'addetto stampa Roberto Sgalla, bensì fu una sua iniziativa spontanea.
Ma se De Gennaro vede avvicinarsi il rischio del processo, per tutti i suoi fedelissimi, il disastro del G8 e le imputazioni per la Diaz (entro la metà del 2008 la sentenza) non hanno comportato effetti collaterali. Anzi. E' di due giorni fa la promozione di Giovanni Luperi, ex vicedirettore dell'Ucigos, a capo del Dipartimento analisi dell'Aisi (Agenzia informazioni e sicurezza interna), l'ex Sisde. Francesco Gratteri, nel 2001 capo dello Sco, oggi è al vertice del Dipartimento Centrale Anticrimine. Nomine, tra le tante, che hanno sollevato dure critiche specie dall'estrema sinistra. Proprio nei confronti di Gratteri poi, ha annunciato un'interrogazione Graziella Mascia di Rifondazione Comunista. Il caso è quello di un'ispettrice in servizio allo Sco e in passato in forze alla questura di Bari, la cui presenza in aula durante diverse udienze del processo Diaz ha sollevato alcuni interrogativi in merito al suo possibile incarico.

Regione Veneto: pubblicità scandalo

Fiere e Regione del Veneto presentano Job&Orienta 2007. In collaborazione con il ministero del lavoro e il ministero della pubblica istruzione è, come si legge nella presentazione, «la più completa e accreditata rassegna nazionale di servizi, percorsi e progetti relativi al mondo dell'orientamento, della scuola, della formazione e del lavoro». Migliaia di studenti vengono accompagnati quotidianamente a visitare gli oltre 400 stand degli espositori. Al centro della fiera campeggiano i pannelli della regione Veneto. Rappresentano il bene versus il male, il bello versus il brutto. La coerenza versus l'incoerenza. La lealtà versus la slealtà. Concetti che naturalmente vengono traslati nel piccolo mondo Veneto. E allora il bello è l'Arena di Verona e il brutto il Petrolchimico di Marghera. L'identità sono le scarpe made in Italy, l'invasione la fabbrica dei cinesi. Via Anelli e il muro di Padova rappresentano lo spaccio a cui contrapporre la speranza, una chiesa. E poi c'è il soldato, faccia pulita da ragazzino per bene. La didascalia ci informa che è un pacificatore. Messo contro il pacifista, che ha il volto di Luca Casarini. Che non la prende bene: «La cosa sarebbe da liquidare con una battuta se gli intenti dell'operazione non fossero così pesanti. Siamo di fronte a una propaganda fascista della peggior specie. Questi pannelli dovrebbero spiegare agli studenti in visita cos'è il bene e cos'è il male». «Purtroppo non possiamo liquidare la cosa con una battuta - dice Casarini - perché questo episodio dimostra in che mani siamo. Questa cosa serve a indottrinare, a indicare il nemico pubblico numero uno». Alla regione Veneto e «in particolare al governatore Giancarlo Galan (nella foto) - aggiunge - chiederò un milione di euro di danni. Visto che Berlusconi ha chiesto la stessa cifra a me per danni all'immagine in occasione del G8 di Genova, Galan potrebbe saldarli direttamente a Berlusconi». Ieri alla Fiera di Verona è andato anche il ministro del lavoro Cesare Damiano che, a chi gli chiedeva un commento su Casarini, ha risposto che «la regione avrà le sue buone ragioni». Immediata la replica del disobbediente: «Che Damiano non sia un cuor di leone non è una novità».

ROM: CONSIGLIERE TRENTO FIAMMA INDAGATO PER ODIO RAZZIALE

Il consigliere comunale di Trento, Emilio Giuliana (Fiamma tricolore), e’ iscritto nel registro degli indagati dalla Procura di Trento per ‘istigazione all’odio razziale’ dopo un esposto presentato dalle Associazioni Sinti e Nevo Drom. Secondo l’esposto in un intervento durante il consiglio comunale del 20 giugno scorso, l’esponente della Fiamma tricolore aveva parlato degli zingari come “assassini, aguzzini e non genitori, canaglie e zingari che costituiscono abitualmente gruppi delittuosi”. Giuliana, se i giudici dovessero riscontrare la violazione della legge Mancino, rischierebbe una pena da uno a sei anni di reclusione.

23 novembre 2007

Un nuovo insulto alla verità

Sabato scorso centomila persone sono scese in piazza Genova per chiedere verità e giustizia. Oggi assistiamo all'ennesimo schiaffo alla verità. La promozione di uno dei dirigenti imputati al processo Diaz, Giovanni Luperi, nominato capo del Dipartimento analisi dell'ex Sisde - è un nuovo insulto alle migliaia di cittadini che dai 6 anni chiedono verità, una nuova bastonatura per chi fu vittima delle violenze e degli abusi nella "famigerata "macelleria messicana", definita a suo tempo "una notte cilena" dall'attuale ministro degli Esteri. La sospensione dello stato di diritto avvenuta a Genova nel luglio 2001 non ha portato a scelte serie e forti in difesa delle garanzie costituzionali. Né il governo del tempo, né quello attuale hanno chiesto scusa alle vittime, sospeso i dirigenti implicati, promosso una commissione parlamentare d'inchiesta, come dovrebbe avvenire in un paese democratico, fedele alla lettera e allo spirito della Costituzione. Si è legittimato l'operato delle forze di polizia, protagoniste di ripetute violazioni dei diritti umani e civili. La partecipazione al sanguinoso blitz alla Diaz, che ha macchiato in modo indelebile l'immagine della polizia di stato, sembra aver favorito le carriere dei dirigenti rinviati a giudizio. I cinque-sei imputati di grado più alto sono stati tutti promossi. La nomina dell'imputato Luperi a un ruolo così delicato nell'ambito dei servizi segreti è una triste e preoccupante conferma dell'incapacità del potere politico di garantire e difendere i diritti democratici di tanti cittadini umiliati nelle strade, nelle scuole e nelle caserme di Genova durante il G8 del 2001.

Italo Di Sabato - resp. Osservatorio sulla Repressione del Prc/Se

Genova: Marocchino picchiato. Condannati due poliziotti

Accusato di resistenza e lesioni, l´uomo è poi stato assolto. Era stato fermato senza motivo. Per le botte ricevute risarcimento da 250mila euro . Agli agenti inflitti anche due anni di reclusione

L´Assoluzione di un falegname marocchino di 44 anni, pronunciata ieri dal giudice Emilio Gatti, è l´ultimo capitolo di una brutta pagina della polizia genovese. Un genere di storia che da qualche anno si ripete con inquietante frequenza nel capoluogo ligure. Lo straniero era stato accusato di resistenza e lesioni dai due agenti che lo avevano fermato. «Il fatto non sussiste», ha invece stabilito il tribunale, smentendo - con tanto di testimoni - la tesi degli appartenenti alle forze dell´ordine. Ma c´è dell´altro, purtroppo. Perché il giorno del fermo, il nordafricano fu portato in una cella di sicurezza della questura. E picchiato con tanta violenza che gli spappolarono la milza. Operato d´urgenza, lo straniero è oggi un invalido. I due poliziotti, che lo accusavano ingiustamente di aver «resistito», sono stati condannati a due anni di reclusione (con la condizionale). Non lavorano più a Genova. Dovranno risarcire il falegname, che attraverso il suo avvocato chiede 250.000 euro. Anche in questo caso i giudici gli hanno dato ragione, fissando per il momento una provvisionale - da liquidare al più presto - di 40.000 euro.Sono sempre più numerose le denunce presentate da cittadini extracomunitari, che lamentano soprusi e violenze da parte della polizia. La conferma arriva dai legali che tutelano le associazioni degli stranieri, e dalla stessa procura genovese. Il caso di I. V., difeso dall´avvocato Graziella Delfino, è però esemplare. Marocchino da quindici anni regolarmente residente in Italia, in possesso di un permesso di soggiorno e di una carta d´identità italiana, falegname specializzato nella costruzione di imbarcazioni, sposato e padre di due bambini. Questo è il nostro uomo. Che in un giorno di festa, sale a bordo di un autobus cittadino. Vorrebbe obliterare il biglietto, ma davanti alla macchinetta ci sono due poliziotti in divisa. Sorride, si rivolge a quelli con una battuta: «Ma lavorate anche oggi?». E però gli agenti non la prendono bene. Per niente. Gli intimano di scendere dal bus, chiedono i documenti. I. V. mostra la carta d´identità. Non ha con sé il permesso di soggiorno, ma basterebbe una verifica via-radio per chiarire tutto. Arriva una "volante". Il falegname viene invitato ad andare con i poliziotti in questura. Comprensibilmente protesta. «Non ho fatto niente», ripete. Finisce il cella di sicurezza, e più tardi viene fatto salire ai piani superiori per il fotosegnalamento. «Si è ribellato, ci ha aggrediti», racconteranno gli agenti. «Ho solo detto che era un´ingiustizia, e loro si sono messi a picchiarmi», risponderà lui. Pesto e dolorante, il giorno dopo lo straniero si presenta al pronto soccorso. Mezz´ora più tardi è in sala operatoria. La milza è spappolata. Partono due procedimenti: quello avviato dagli agenti, che lo accusano di resistenza e lesioni (uno dei poliziotti presenta un certificato medico: sette giorni di prognosi); quello mandato avanti dal nordafricano grazie all´avvocato Delfino, per lesioni. Ieri il tribunale ha rimesso le cose a posto: il racconto dei poliziotti, secondo cui I.V. era ubriaco e violento, è stato smentito dagli stessi colleghi.

L'Ue smonta il proibizionismo

Settanta milioni di europei hanno consumato cannabis nella loro vita, oltre 12 milioni hanno sniffato cocaina, 11 milioni ha preferito come eccitanti le amfetamine e 9,5 milioni l'ecstasy. E una considerazione: le politiche repressive non fanno diminuire i consumi, anzi li accrescono. I numeri sono quelli del Rapporto 2007 dell'Osservatorio europeo sulla droga, che verranno presentati questa mattina al Parlamento europeo. Si tratta di cifre che indicano chiaramente, anche per quest'anno, come il consumo di droghe non diminuisca, anzi aumenti. La domanda è trainata dalla cocaina, ma anche le droghe sintetiche dimostrano di avere di fronte un mercato in continua crescita mentre si mantiene stabile l'uso di eroina, ma attenzione: l'anno scorso c'è stato un boom della produzione in Afghanistan, il che potrebbe portare a ricadute in Europa.«Aumenta la quantità e diminuisce l'età», ha riassunto ieri il direttore dell'Osservatorio Wolfgang Gotz di fronte alla Commissione libertà civili del Parlamento europeo. Sempre più giovani consumano tanto che, si legge nel rapporto, circa 4.000 under 15 sono attualmente in trattamento per droga. Record ben poco positivi che però dimostrano ancora una volta come le politiche repressive siano state sconfitte dai fatti. Uno su tutti: nell'Olanda dei coffeeshop il consumo di cannabis si piazza sotto la media europea. Ed è invece l'Italia della dose ultraminima a far registrare il maggior numero di fumatori di erba e hashish. Ci dobbiamo invece accontentare del terzo posto, dietro a Spagna e Regno unito, per la cocaina. Ma siamo in crescita, come tutta Europa.A impressionare i tecnici dell'Osservatorio sono proprio i dati sulla cocaina. L'analisi targata 2006 indicava in 3,5 milioni gli europei che ne avevano fatto uso negli ultimi 12 mesi, adesso sono 4,5 milioni. Si arriva a superare i 12 milioni contando chi ha sniffato almeno una volta nella sua vita, ossia circa il 4% della popolazione adulta. L'ultimo allarme è che i consumatori sono sempre più giovani: «L'aumento viene registrato in tutti i paesi soprattutto nella fascia di età dai 15 ai 34 anni». Ancora peggio va in Spagna e Regno unito, con una forte crescita dell'uso «già tra i 15 e 24 anni». E subito dietro si piazzano italiani e danesi, seguiti a ruota dai tedeschi. Uno degli elementi che spiega la popolarità della cocaina è nel prezzo, in costante calo dall'inizio del nuovo millennio. Secondo il Rapporto un grammo costa tra i 45 e i 120 euro, anche se di media nei 29 paesi analizzati (i 27 più Norvegia e Turchia) varia tra i 50 e gli 80. Scende il costo e cala anche la purezza, assicura sempre l'Osservatorio, con livelli medi che variano tra il 30 e il 60%. Aumenta il consumo ed esplode il numero di richieste di trattamento: nel 2005 sono arrivate 48.000 domande, il 13% del totale delle cure per droghe. E la percentuale cresce al 35% in Olanda e al 42% in Spagna, dove la cocaina ha ormai superato l'eroina nella classifica dei trattamenti. La gran parte di chi sceglie di disintossicarsi ha iniziato a sniffare giovanissimo. Se il consumo di cocaina è ormai secondo solo alla cannabis a livello europeo, in alcuni paesi sono le droghe sintetiche a conquistare la piazza d'onore. Oltretutto si tratta di prodotti made in Europe: Belgio, Olanda, Polonia, Estonia e Lituania sfornano amfetamine; Repubblica Ceca, Slovacchia e Moldova metamfetamine. Il consumo delle droghe sintetiche è impressionante tra i giovani estoni, britannici, danesi, ungheresi e norvegesi, ma il record spetta ai cechi con il 14,6% di giovani adulti che si è impasticcato almeno una volta in vita sua. L'Italia guida invece, assieme alla Spagna, la lista europea dei consumatori di cannabis con l'11,2% degli adulti che ha fumato uno spinello nell'ultimo anno. La percentuale lievita fino al 29,3% se si considera chi l'ha fatto almeno una volta nella sua vita. Poi vengono la Repubblica Ceca (che ha però il record di giovani fumatori: il 28% nell'ultimo anno), il Regno unito, Francia, Austria e Germania. E quindi l'Olanda, sotto la media, e che comunque indica una bassa percentuale giovanile. Dati che fanno dire al rapporto che «non è facile intravedere una relazione diretta o semplice tra politiche di applicazione della legge e prevalenza generale del consumo di cannabis». Una brutta frase, buona però per dire che le leggi repressive non diminuiscono assolutamente il consumo. Anzi.

21 novembre 2007

Genova: Otto mesi in carcere ed era innocente

La vicenda di Altin Dakoli, albanese, accusato di spaccio di droga su falsa testimonianza, condannato in contumacia in primo grado e assolto dalla Corte d'Appello di Genova. La storia era iniziata quando i carabinieri di Massa sorpresero Domenico Franco e Franco Volpi con 18 kg di eroina. Franco raccontò che la droga era di Dakoli, fornitore di Volpi. Il pm e il gup di Massa presero per buona la versione di Franco e gli consentirono di patteggiare la pena. Dakoli venne processato in contumacia (malgrado fosse nota la sua residenza non fu mai cercato) e ne suoi confronti venne emesso un ordine di custodia cautelare. Arrivato per caso in Italia finì in manette. È rimasto in carcere otto mesi, fino al processo d'Appello, in cui ha potuto dimostrare documentariamente di essere innocente. Ora chiede i danni per ingiusta detenzione. «Se questa brutta vicenda -dichiara al quotidiano l'avvocato Giovanni Ricco, che assiste l'albanese - avesse riguardato un cittadino di una nazione con un maggior peso internazionale dell'Albania, lo Stato italiano sarebbe certamente chiamato a scusarsi di fronte al consesso dei paesi civili»

Omicidio Biagetti: Per il Gup è stata una semplice rissa.

Per il giudice il giovane romano ucciso vicino Roma nell'agosto del 2006 non fu vittima di un'aggressione fascista, ma venne ucciso al termine di una lite tra «balordi». La rabbia dei familiari e degli amici: «In questo modo si affossa la verità»

Non un omicidio con una chiara matrice politica, ma una banale rissa tra «balordi». Quattro mesi dopo la sentenza che ha condannato il 19enne Vittorio Emiliani a 15 anni di carcere per l'omicidio volontario di Renato Biagetti, il gup Giovanni Giorgianni ha reso note le motivazioni di quella decisione. E la lettura del provvedimento ha suscitato dubbi e rabbia nella famiglia e negli amici del giovane assassinato nell'agosto del 2006 lungo il litorale romano. «Le motivazioni insultano la memoria di Renato e non chiariscono la ricostruzione dei fatti», affermano all'unisono quanti in questo ultimo anno si sono battuti per ristabilire l'esatta versione di ciò che è avvenuto quella notte.Biagetti, 26 anni, fu ucciso con 8 coltellate fuori da un locale di Focene per mano di due giovani ragazzi del posto, di cui uno maggiorenne (con celtica tatuata sul braccio) e uno minorenne. «Tornatevene a casa vostra» gridarono i due aggressori al giovane romano e ai suoi amici. Un avvertimento ben scandito che ha portato alla sua morte e al ferimento di un altro ragazzo, Paolo Berardi, accoltellato vicino ai polmoni. Chiarezza su quella vicenda non è mai stata fatta e nelle aule dei tribunali la verità sembra addirittura allontanarsi. Per il gup si trattò di una rissa finita male perché qualcuno dei litiganti aveva con sé il coltello. Una ricostruzione contestata dai compagni di Biagetti: «Non ci fu nessuna colluttazione tra due gruppi - ribadiscono - la violenza è stata unilaterale». Anche il collegio difensivo, composto dagli avvocati di parte civile Arturo Salerni, Maria Luisa D'Addabbo e Luca Santini, si dice «insoddisfatto»: «Se da una parte emerge un chiaro e incontrovertibile dolo diretto di Emiliani, dall'altra non viene fatta luce sulla vicenda». Con questa sentenza il rischio di stravolgere la verità affossando definitivamente il processo è alto. «Ancora non si è fatta chiarezza su alcuni aspetti fondamentali», dice Arturo Salerni, riferendosi alla leggerezza sulle indagini rispetto alla ricerca delle armi del delitto («Non è mai stato trovato il secondo coltello che per noi è stato utilizzato dal minore») e alla mancata verbalizzazione dei carabinieri di Ponte Galeria delle ultime parole dette da Renato in ospedale. Cosa che un agente ha fatto con quasi un anno di ritardo. Eppure tale verbale assume un ruolo probatorio centrale nell'articolazione delle motivazioni del gup. Al contrario non viene dato adito alla ricostruzione di Laura Lombardelli e Paolo Berardi, aggrediti insieme a Biagetti quella notte. In base alla loro testimonianza il minorenne G. A., in attesa di giudizio al tribunale minorile e che con queste motivazioni esce «pulito», «colluttò per la maggior parte del tempo con Renato scappando completamente sporco del suo sangue». Tesi pare confermata dalla prognosi dell'ospedale che ha evidenziato ferite sul corpo di Biagetti sia davanti che dietro, come fosse stato colpito su due fronti contemporaneamente. «Laura e Paolo hanno fornito versioni dei fatti coerenti e precise fin dall'inizio, eppure le loro testimonianze vengono screditate», denuncia con sdegno Cristiana del centro sociale Acrobax, che continua: «L'obiettivo dei due imputati era quello di aggredire e allontanare dal proprio territorio chiunque fosse di sinistra o di una cultura alternativa». Insomma il movente politico sembra palese per tutti. Ma non per il giudice che già durante l'istruttoria aveva cercato di escludere il connotato politico, rifiutando la richiesta di costituzione di parte civile di Anpi e Comune di Roma. «Non è dalle aule di tribunale che uscirà mai la verità sull'omicidio», commenta Stefania, la mamma di Renato, che denuncia le omissioni e i depistaggi in cui è avvolto il processo, nonché il clima fascista e intollerante in cui è maturato l'omicidio. Intanto l'avvocato Santini annuncia di voler procedere contro il minore in sede civile, per un risarcimento e perché «quella sede servirà per fare piena chiarezza sui fatti». Le associazioni nate dopo l'uccisione di Biagetti, «I Sogni di Renato» e «Mamme contro il fascismo», si preparano a mantenere alta l'attenzione e a promuovere iniziative in suo ricordo. A partire dall'inaugurazione di una sala prove musicale e una partita di rugby «antifascista».

20 novembre 2007

Padova: Cacciato da coro della parrocchia perchè gay.

Il parroco convoca il capo dei chierichetti e gli comunica la decisione. Il giovane era stato ospite dalla trasmissione "Ciao Darwin" condotta da Bonolis

Capo-chierichetto alla basilica delle Grazie dove è anche stato catechista e cantore alla messa del sabato, domenica mattina e sera. Dopo 7 anni ieri sera Alberto Ruggin, 20 anni, omosessuale, per la prima volta non si è presentato alla messa. Non per sua volontà. A chiedergli di non farsi vedere è stato il parroco don Paolino col quale ieri ha avuto un lungo e difficile incontro. Il parroco lo ha accusato di non avergli mai raccontato nulla della sua omosessualità invitandolo espressamente a non farsi vedere. Ma le sorprese amare per Alberto, dopo aver confessato in pubblico la sua omosessualità ed aver partecipato alla trasmissione "Ciao Darwin" di Paolo Bonolis in onda martedì sera su Canale 5, non sono finite. Molti conoscenti non lo salutano più per strada. Nemmeno Forza Italia ha accolto la notizia con entusiasmo. Anzi. Qualche mugugno è stato espresso a chiare lettere ai responsabili del Circolo delle Libertà di cui Alberto fa parte. Ma questi ultimi lo hanno difeso in modo fermo e convinto. La ferita che maggiormente gli brucia è essere stato escluso dalla messa. "Amare Gesù Cristo per me è la cosa più importante della vita - dice come un fiume in piena - don Paolino mi ha detto che non sono stato sincero con lui. Io ho risposto da cattolico praticante che in confessione ho sempre parlato della mia sessualità e di come la vivo. Sono sempre stato assolto. Mi ritengo riconciliato col Signore". "Sono deluso da una chiesa che parla di accoglienza e amore - aggiunge - di vicinanza ai bisognosi ma che nella pratica poi dimostra esattamente il contrario". "Quando insegnavo catechismo ho sempre detto che il 10 per cento dei cattolici praticanti non apre gli occhi su chi sta fuori. Noi non siamo veri cristiani fuori dalla chiesa. C'è gente che ieri mattina non mi salutava più, che si volta da una altra parte, catechisti". Non è stato accolto calorosamente nemmeno dai forzisti. A difenderlo solo quelli del circolo". In Forza Italia di Este non mi rispecchio: ho come riferimento piuttosto Giancarlo Galan che parla di matrimoni tra omosessuali ed adozioni delle coppie gay".
Alberto si accorge della sua omosessualità in seconda media. E i genitori? "Lo sanno da un anno. Mi hanno risposto che la cosa più importante per loro è la mia felicità". Oggi non canterà in chiesa ma, per tutto il giorno sarà al banchetto in piazza Maggiore proposto dai Circoli della Libertà contro il governo Prodi.


Cittadella (PD): «Via i poveri da Città». Diktat del sindaco leghista

L'ordinanza prevede l'obbligo di dimostrare un reddito annuo di 5 mila euro per avere la residenza. Il ministro Ferrero accusa: «Questa è una misura razzista»

Al peggio non c'è mai fine. Dopo le sparate del sindaco di Treviso, il leghista Gentilini, ecco l'ordinanza di un altro esponente del carroccio. Massimo Bitonci, sindaco di Cittadella (in provincia di Padova) ha infatti stabilito che d'ora in poi i cittadini stranieri per ottenere la residenza dovranno dimostrare di avere un reddito annuo di almeno cinquemila euro. «Molte altre amministrazioni in Veneto e Lombardia - ha detto ieri il sindaco - mi hanno contattato in questi giorni per avere copia dell'ordinanza. In particolare - ha aggiunto - gli uffici legali di Verona e Treviso stanno studiando la possibilità di adottare un'ordinanza simile alla nostra». Verona e Treviso, cioè le due città venete che sono riuscite ad adottare alcuni tra i provvedimenti più antidemocratici degli ultimi tempi. L'ordinanza prevede che i nuclei familiari intermedi, con due o tre congiunti oltre al richiedente, dovranno dimostrare un reddito annuo di poco più di 10mila euro. La dimostrazione di avere un reddito riguarda anche il cittadino dell'Unione europea «che decida di soggiornare in Italia senza svolgere un'attività lavorativa o di studio o di formazione professionale». Per gli altri cittadini della Ue, per l'iscrizione anagrafica, è richiesta la «documentazione attestante l'attività lavorativa - continua l'ordinanza - subordinata o autonomamente esercitata». Per i lavoratori subordinati viene chiesta copia dell'ultima busta paga o copia del contratto di lavoro con i dati Inps ed Inail. «I cittadini della Romania e della Bulgaria - prosegue il documento - dovranno inoltre esibire il nulla osta rilasciato dallo sportello unico per l'immigrazione nei settori diversi da quello agricolo, turistico alberghiero, lavoro domestico e di assistenza alla persona, edilizio, metalmeccanico, dirigenziale e altamente qualificato, lavoro stagionale». L'ordinanza nelle premesse fa riferimento in particolare a motivi di sicurezza igienico-sanitari legati all'incremento «a livelli esponenziali dei flussi migratori». Un fenomeno che «potrebbe assurgere a connotati di vera e propria emergenza - è scritto - sotto il profilo della salvaguardia a dell'igiene e della sanità pubblica nonchè dell'incolumità dell'ordine e della sicurezza». Le scelte dell'amministrazione di Cittadella sono state criticate duramente dal ministro alla solidarietà sociale Paolo Ferrero: «Misure decisamente razziste e discriminatorie - ha detto Ferrero - E' evidente che per farsi campagna elettorale o per garantirsi una maggioranza un amministratore locale può arrivare perfino a violare diritti civili e costituzionali». Ferrero sottolinea che «questo tipo di iniziative dimostrano anche la bontà della scelta che abbiamo fatto sul pacchetto sicurezza, non concedendo ai sindaci le prerogative dei prefetti». Una battuta il ministro la riserva anche al presidente della regione Veneto Giancarlo Galan. «Che qualcuno consideri queste scelte come dettate dal buon senso la dice lunga sull'idea di democrazia e libertà che ha la destra in questo paese». Galan aveva infatti sottolineato come l'idea del sindaco di Cittadella fosse «accettabile e di buon senso».

Napoli: «Siete ladri». A fuoco la casa dei rumeni.

Per vendicarsi del furto subito da un'amica, tre ragazzi assaltano a Napoli l'abitazione di sei immigrati. Del tutto estranei al furto

Avevano preso una casa nella Napoli bene, a Chiaia nel quartiere delle vetrine, delle firme, dello shopping. Unica municipalità di centrodestra, cuore della movida partenopea di alto borgo. Loro però abitavano nei vicoli a ridosso della Riviera, vicino al mare in quelle case un tempo dei pescatori oggi diventate popolar-chic. In vico San Guido vivevano da due mesi in sei in un basso. Nonostante si trattasse di un piccolo buco pagavano un affitto un po' più salato di altre zone, ma almeno avevano la possibilità di essere vicini ai luoghi di lavoro ristoranti, pub e case da rassettare. Nella notte tra martedì e mercoledì l'abitazione è stata presa di mira e bruciata solo perché loro, gli inquilini, erano rumeni. Ad appiccare il fuoco dei ragazzini, due sedicenni e un ventitreenne di buona famiglia. Perché? La fidanzatina di uno dei tre dopo aver subito una rapina ha descritto l'aggressore con concitazione: «un extracomunitario alto, della zona». Tanto è bastato ai giovani per identificare il criminale tra i sei abitanti di vico San Guido, tra l'altro loro vicini di casa, facendo scattare il raid punitivo alle prime luci dell'alba. I tre si sono presentati con una tanica di benzina e hanno appiccato il fuoco alla porta di casa. Le fiamme sono dilagate rapidamente raggiungendo i letti delle tre coppie che sorprese nel sonno hanno tentato di domare le fiamme con coperte e cuscini fino all'arrivo dei vigili del fuoco. Fortunatamente la spedizione non ha avuto un epilogo tragico: il bilancio è stato di un unico ferito, con un piede ustionato. Ma lo choc per quelle ore di terrore è stato molto forte. Nonostante le traballanti rassicurazioni degli agenti del commissariato di San Ferdinando che hanno escluso la matrice etnico-politica, ieri le vittime - per gli inquirenti del tutto estranee alla rapina - hanno preso un aereo e sono tornati in patria, a Buzau nella loro città d'origine. E' chiaro che i ragazzi, dopo il clima di razzismo montato nei confronti dei rumeni, hanno immediatamente collegato la rapina a quei loro vicini che invece lavoravano tutti «regolarmente a nero» in città, da un anno e mezzo. I tre uomini erano impiegati in pizzerie e pub come lavapiatti, uno aveva anche appena trovato un posto come cuoco in un rinomato ristorante, le tre donne lavoravano invece come collaboratrici domestiche. Tutti giovanissimi i protagonisti di questa vicenda, i romeni avevano tra i venti e i trenta anni, due degli aggressore addirittura minorenni, con i primi impegnati in una piena integrazione e i secondi accecati dal rancore su cui ha soffiato negli ultimi tempi anche la politica. Ora per gli adolescenti napoletani si aprirà un processo, i tre ragazzi sono stati infatti immediatamente acciuffati e accusati di incendio doloso e lesioni personali. Eppure in città fino a questo momento non era stata ancora attraversata dall'onda lunga del razzismo scatenato dopo la morte di Giovanna Reggiani, sia perché la comunità rumena è presente in percentuali ridotte rispetto ad altri gruppi di stranieri residenti sul territorio, sia perché i rom, di cui invece negli anni si è verificata un'importante migrazione dalla Romania, sono stati già rimpatriati negli anni. In ogni caso le decisioni delle amministrazioni spesso non aiutano. Sempre mercoledì infatti è scattato un blitz di carabinieri e polizia in uno dei cinque campi rom di Ponticelli. Le forze dell'ordine hanno quindi fermato venti rumeni, undici con precedenti penali. In due sono stati condotti nel cpt di Bari, per nove sono state avviate le procedure di allontanamento dal territorio, mentre un uomo è stato immediatamente fatto rimpatriare a bordo di un aereo.

«Accidentalmente», spari ad altezza d'uomo. Gli ultimi 21 «errori» letali che non hanno fatto notizia

L'unico, tra gli esponenti istituzionali, a porre il problema è stato il presidente della camera Fausto Bertinotti. «L'uso delle armi da fuoco deve essere diversamente sorvegliata - ha detto al Gr Parlamento commentando la morte di Gabriele Sandri -. In base alla dinamica dei fatti che conosco ritengo incomprensibile che si sia potuto utilizzare un'arma da fuoco. Le armi non devono essere utilizzate se non in condizioni estreme. Con tutta la partecipazione umana anche per il poliziotto coinvolto, non è ammissibile che avvengano casi come questo».Il dibattito ha preso invece un'altra via, quella delle problematiche relative alle tifoserie e alle trasferte. Forse perché, nonostante l'attualità del tema, quello dell'uso delle armi da parte delle forze dell'ordine rimane ancora un tabù. Tanto è vero che non si dispone nemmeno di dati ufficiali su cui provare a ragionare.Nel 1986 Luca Rossi, studente milanese, viene ucciso da un colpo di pistola partito, accidentalmente, dalla pistola di un agente della Digos. Gli amici di Luca Rossi fondano un centro di iniziativa politica provando a ragionare sul loro dolore. Si interrogano su quanti siano i morti e i feriti per mano delle forze dell'ordine dalla introduzione della legge Reale, la norma approvata nel 1975 che ha aumentato i poteri delle forze di polizia.Dai loro dati, che arrivano al 1989, basati sulle notizie di stampa, emerge che tra i morti (254) e i feriti (371) si arriva al numero di 625 persone. Pubblicano questi dati in un libro dal titolo «625 Libro bianco sulla Legge Reale - Ricerca sui casi di uccisione e ferimento da legge Reale». E chiamano a discuterne alcuni intellettuali tra cui Franco Fortini. Purtroppo, il loro lavoro si è fermato ad alcuni anni fa. Visto che dati recenti non c'erano, abbiamo deciso di produrli noi, con un criterio ancora più selettivo.Abbiamo esaminato solo i casi avvenuti durante un controllo o un fermo di polizia, non abbiamo preso in esame cioè né i casi di conflitto a fuoco con altre persone armate né il caso di Carlo Giuliani. Dal 1998 ad oggi, emerge che sono almeno 18 le persone uccise da un colpo di pistola esploso «accidentalmente». A questi casi, si potrebbero aggiungere altri 3 episodi, in cui la vittima è stata soffocata (2) o si è «gettata» dalla finestra (1). Caratteristica comune di questi casi è che la versione ufficiale ha sempre un avverbio, un «accidentalmente», alla base della ricostruzione ufficiale.Nell'elenco non manca nessuno corpo delle forze dell'ordine, dai carabinieri alla polizia, dalla guardia di finanza alla polizia penitenziaria, dai vigili urbani al corpo della guardia forestale. Quello che segue è una breve panoramica dei casi più recenti.Solo quest'anno sono tre gli episodi. Il 4 luglio 2007 Susanna Venturini, 51 anni, incensurata, madre di tre figli, muore in un'area di servizio nel veronese. Scoperta durante un tentativo di estorsione fugge e viene uccisa, in auto, dal colpo di pistola di un carabiniere.L'otto settembre è la volta di una donna rumena, in fuga dopo aver rubato 300 euro ad un supermercato di Ivrea. L'auto su cui viaggia non si ferma all'alt dei carabinieri.Il ventotto ottobre a Somma Vesuviana, nel napoletano, muore Pasquale Guadagno, 20 anni. Viaggia su un'auto che non si ferma all'alt dei carabinieri. Dopo un lungo inseguimento, viene ucciso da un colpo esploso da una pistola.Nel 2006 un cittadino nomade di 51 anni, Giuseppe Laforè, viene ucciso dopo un inseguimento dei carabinieri, a Piasco, sulla strada tra Saluzzo e Cuneo. La vittima, accanto al guidatore, viaggiava su una vettura che, secondo una prima ricostruzione, non si sarebbe fermata a un posto di blocco, viene uccisa dal colpo di pistola partito «accidentalmente».Nel 2005, nel giro di tre mesi, muoiono due immigrati. A Milano un giovane tunisino, 26 anni, muore dopo che, durante una colluttazione, è colpito da un colpo di pistola accidentalmente partito dalla pistola di un agente della Guardia di Finanza. A Torino, cambiano nazionalità della vittima, a perdere la vita è un senegalese, e la divisa di chi ha sparato è quella di un agente di polizia. Rimane l'«accidentalmente» per l'omicidio avvenuto questa volta durante un normale controllo. Un immigrato nigeriano, a Torino, invece si getta da una finestra durante un controllo di polizia. Molto conosciuto il caso di Federico Aldrovandi che muore a Mantova durante un fermo. In questi due casi non vi è l'uso di armi da fuoco.Molte di queste tragedie non hanno fatto notizia: sono state confinate nelle brevi di cronaca o nelle pagine dei quotidiani locali. È il caso, ad esempio, di Domenico Palumbo 30 anni, soffocato, il 31 ottobre 2004, durante un fermo effettuato da tre agenti di polizia penitenziaria di fronte la sede della loro scuola di polizia. Oppure come il caso di Gregorio Fichera che muore a diciotto anni, mentre, a Catania, è alla guida di un auto rubata. Il colpo di pistola è di un appuntato dei carabinieri. A Brescia, invece, Stefano Cabiddu muore mentre è sul bordo del fiume Mella in compagnia dei suoi fratelli. «Un doloroso incidente», lo definisce il procuratore capo di Brescia Giancarlo Tarquini.È giugno 2003, quando ad Arzano vicino Napoli, Mohamed Kadiatou Cisse viene ucciso nell'abitazione della sorella. È a letto, soffre di una forte depressione. La famiglia ha chiamato il 118, ma arrivano i carabinieri. La sua morte si dimentica in due giorni, mentre i familiari ancora si battono per avere giustizia, o almeno la verità.A Gorizia Bostian Brecelj, di 30 anni, è ferito con un colpo di pistola alla testa sparato - «accidentalmente», secondo la ricostruzione degli stessi carabinieri - durante una colluttazione avvenuta dopo un lungo inseguimento. Sempre dopo un lungo inseguimento, questa volta a Bari, trova la morte Michele Ditrani, 47 anni. Anche qui a sparare la pistola di un carabiniere. A Padova (2002) Nunzio Albanese, sospettato di far parte di una banda che ruba camion, viene ucciso in un'area di servizio, da una sventagliata di una mitraglietta il cui portatore, un carabiniere, scivola accidentalmente.Infine, ecco l'unico caso che ha avuto una certa attenzione dei media, prima di cadere nel dimenticatoio. Siamo a Napoli. È il 21 settembre 2000. Mario Castellano ha solo 17 anni e come tanti gira in motorino senza casco. Non si ferma all'alt dell'agente di polizia Tommaso Leone. Il poliziotto si volta e spara o, se preferite, inciampa e accidentalmente parte un colpo. Mario Castellano muore con un polmone bucato. Tommaso Leone viene condannato definitivamente (dopo che la Cassazione annulla il processo di secondo grado in cui era stato assolto), nel 2005, a dieci anni con l'accusa di omicidio volontario.Perché non tutto avviene sempre accidentalmente.

Accusa di omicidio colposo per il primario dell'ospedale in cui morì Giuseppe Casu

L'assurda storia di Giuseppe Casu, pensionato di Quartu Sant'Elena morto a 60 anni dopo aver subito un ricovero coatto e sette giorni di contenzione, con mani e piedi legati al letto, giunge a una svolta. A conclusione dell'inchiesta aperta sulla vicenda, il sostituto procuratore del Tribunale di Cagliari, Giangiacomo Pilia, ha rinviato a giudizio con l'accusa di omicidio colposo il primario del Servizio psichiatrico dell'ospedale cagliaritano Santissima Trinità, Giampaolo Turri, e la psichiatra dello stesso reparto che ha avuto in cura il pensionato, Maria Cantone. A breve si attende l'udienza preliminare.Storia ancora più assurda se si tiene conto che il trattamento sanitario obbligatorio subito da Giuseppe Casu il 15 giugno dello scorso anno non è stato comunicato al giudice entro i termini di legge. Il pensionato è morto nelle stanze dell'ospedale "Santissima Trinità" durante un ricovero coatto non convalidato nei tempi stabiliti.Si aggiunga che parti anatomiche di Casu, utili per lo svolgimento dell'inchiesta aperta dalla Procura di Cagliari, sono sparite misteriosamente dagli scaffali dello stesso ospedale.Giuseppe Casu non poteva essere costretto nel letto di contenzione per sette giorni di seguito. Per di più il paziente era stato sottoposto a trattamento farmacologico. La commissione di inchiesta interna della Azienda sanitaria 8 ha ritenuto «non accettabile sotto il profilo clinico, oltre che etico, un così prolungato provvedimento di contenzione fisica in assenza di tentativi finalizzati alla sua interruzione».Un secondo procedimento, oltre quello per omicidio colposo, è stato aperto dalla Procura sulla distruzione di parti di cadavere. Ad accorgersi che il flacone con i pezzi anatomici di Casu era stato sostituito sono gli stessi consulenti tecnici della Procura. Il barattolo con le parti del corpo del pensionato, morto per tromboembolia, sarebbe stato scambiato con un recipiente contenente parti del corpo di un altro paziente, morto sempre per tromboembolia, causata da un tumore. Ma all'origine di questo disturbo ci può essere anche una immobilizzazione prolungata, così come successo a Casu. In questa direzione la Procura indaga anche per il reato di frode processuale.La questione della ritardata notifica del trattamento sanitario obbligatorio è un altro aspetto che gli avvocati della famiglia Casu, Mario Canessa e Dario Sarigu, hanno sottoposto all'attenzione della magistratura. «Il fatto documentalmente provato della trasmissione tardiva al giudice dell'ordinanza sindacale relativa al Tso applicato a Casu, può rappresentare un'ipotesi di reato da approfondire», dicono i legali. Il sindaco di Quartu Sant'Elena ha disposto il ricovero con l'ordinanza numero 7 del 15 giugno 2006. Per legge il provvedimento del sindaco deve essere trasmesso al giudice tutelare per la convalida entro le 48 ore successive. Invece il giudice riceve la notifica solo il 20 giugno, come risulta dal timbro di deposito della Cancelleria del Tribunale. Cioè cinque giorni dopo l'ordine di ricovero. Il 21 giugno, con procedimento numero VG. 1176/06, avviene la convalida del Tso. Il 22 giugno Casu muore. Gli avvocati Canessa e Sarigu sottolineano come desti sconcerto la motivazione addotta dai medici per giustificare il Tso. In un modulo prestampato della Asl si legge: "Agitazione psicomotoria". Due parole che hanno attivato la procedura d'urgenza nei confronti di Casu mentre esercitava la sua occasionale attività di venditore ambulante. Ma se si osservano le fotografie del freelance Italo Orrù, depositate in Procura, si vede Casu quella mattina in atteggiamento sereno e scherzoso nei confronti di carabinieri sorridenti. Atteggiamento che pare incompatibile con lo stato di agitazione che ha giustificato il ricovero. Scavando nella vicenda si scopre invece che Casu si rifiutava di sgomberare la sua bancarella e che: «Era un pensionato che saltuariamente faceva l'ambulante senza avere la licenza. Non era l'ultimo, né l'unico degli ambulanti abusivi di Quartu Sant'Elena, era piuttosto il soggetto più vulnerabile. Svolgeva questa attività in modo anomalo perché in realtà spesso lasciava la merce e il mezzo incustoditi», racconta il "Comitato verità e giustizia per Giuseppe Casu" nel sito Comitatogiuseppecasu.it , ricco di informazioni e documenti sulla vicenda. «Nella tarda mattinata del 15 giugno, come in molte altre occasioni, si presentano al signor Casu i vigili urbani, i quali, va sottolineato, la mattina precedente avevano comminato a quest'ultimo una contravvenzione di ben 5000 euro "per vendita senza licenza di frutta e verdura in strada"», spiega nella interrogazione presentata dal senatore Mauro Bulgarelli ai ministri dell'Interno e della Salute. «Sanzione di importo analogo viene elevata a Casu anche nella mattinata del 15, suscitando la comprensibile reazione di quest'ultimo. Una reazione assolutamente pacifica», continua il senatore. Dopodichè in pochissimo tempo intervengono i carabinieri e un'ambulanza. Casu viene afferrato di fronte a molti passanti. Cade a terra, viene immobilizzato e ammanettato, come appare chiaramente nella fotografia di Orrù pubblicata in questa pagina . Quindi caricato sull'ambulanza. Ancora Bulgarelli: «Non vi è, apparentemente, alcuna spiegazione plausibile che giustifichi un intervento tanto violento, essendo il signor Casu un individuo indifeso e pacifico, tanto da far pensare che l'intervento delle forze dell'ordine sia motivato dall'intenzione di infliggere una "punizione esemplare" a uno dei tanti venditori abusivi che ogni mattina affollano la piazza».

18 novembre 2007

Genova: Il sogno non si "arresta" 100.000 in piazza

«Siamo più di cinquantamila», dicevano a un certo punto gli organizzatori guardando il fiume di persone in cui erano immersi costeggiando il lungomare prima di risalire Carignano e dirigersi a Piazza De Ferrari. Quanto di più? «Centomila!». Più i genovesi che sono scesi a guardare la manifestazione, più quelli che hanno rinunciato perché scoraggiati da Trenitalia oppure colpiti dalla strategia della tensione, orchestrata da un importante giornale locale, con la collaborazione di un impresario di vigilanza privata attendibile quanto un collaboratore della commissione Mitrokin. Dicevano che sarebbero calate le orde di ultras, che ogni negozio chic avrebbe dovuto munirsi di body guard. Ora lo dovranno spiegare a chi, come la signora Gianna ha chiuso la sua trattoria per dare retta ai professionisti della paura. O a qualsiasi “sciur Parodi” che la mattina legge il giornale. Ma non tutti hanno ascoltato le Cassandre, e se qualche saracinesca è restata abbassata è stato per lo sciopero dei lavoratori del commercio dopo la rottura delle trattative. A voler essere coerenti dovrebbero titolare a nove colonne “Non è successo niente”. Invece è successo molto. E’ successo che centomila persone, la più grande manifestazione all’ombra della Lanterna dopo il 2002, hanno manifestato contro il ribaltamento su 25 manifestanti dell’accusa di devastazione e saccheggio che invece, 300mila persone, erano venute a formulare nel luglio 2001 agli Otto grandi: devastazione e saccheggio ma del pianeta. Con l’aggravante della sospensione della democrazia, la più grave dalla fine della Seconda guerra mondiale, avrebbe detto Amnesty international, nei tre giorni di lugubre kermesse del G8 culminata con l’omicidio di un ventitreenne che aveva visto spuntare da un defender dei carabinieri la pistola che lo avrebbe ammazzato. Nello stesso momento gli 8G stavano ascoltando il premier giapponese che suonava uno Stradivari fatto venire apposta in zona rossa. E il ministro degli Esteri e un parlamentare-sottufficiale dei cc, tutti e due di An, erano in una caserma dell’Arma mentre i carabinieri sferravano la carica illegittima, anche con armi improprie, contro un corteo autorizzato, dando il via a tre ore di scontri feroci. Chiunque, nel corteo, sa che non è vero quello che ha detto il pm Canciani quando ha chiesto 225 anni e un milione di risarcimento ai 25 manifestanti: che non ci sarebbe un legame tra le cariche e la difesa di una parte dei manifestanti, tra le cariche e l’omicidio di un ragazzo.Dal camion della comunità di S.Benedetto al Porto, che guida lo sfilamento, prende la parola Andrea Gallo, splendida figura di prete di strada, fondatore della comunità, orgoglioso dei suoi ragazzi che tengono lo striscione: “La storia siamo noi”. «Vi parla don Gallo – avverte dal microfono come se parlasse a Radio Londra, quella che ascoltava da partigiano – non lasciatevi provocare, ‘fanculo ai profeti di sventura!». E, ancora: «Sono stato incaricato di leggervi un messaggio di Alex Zanotelli». “Anarchico cristiano”, definizione di don Gallo, anche il comboniano che interroga la piazza: «Ma se 25 persone diventano i capri espiatori mentre i responsabili delle violenze vengono promossi ad alte cariche dello Stato, che democrazia è questa?». E che cos’è la democrazia? «Questa manifestazione offre alla sinistra l’opportunità di ridurre la frattura tra istituzioni e pezzi di giovani generazioni. Punti dirimenti la commissione d’inchiesta, cambio dei vertici della polizia, evitare la prescrizione dei reati commessi alla Diaz e Bolzaneto. Oggi è la prima volta dalla vittoria dell’Unione che siamo in piazza insieme fuori dal dilemma con Prodi o contro, con una piattaforma autonoma». «Vedo una straordinaria dinamica di movimento, è come rivedere via Tolemaide – sembra rispondere a don Gallo, Luca Casarini, ex tuta bianca del Nordest facendo notare la composizione del corteo: in testa le moltitudini, in fondo gli spezzoni dei partiti – è una risposta che rimette in gioco la riflessione a sinistra: l’unità è per il movimento o per il governo?». «E’ un segnale forte – commenta Piero Bernocchi, portavoce Cobas – tantissimi sono venuti per conto proprio, c’è voglia di movimento e nessuna fiducia per una commissione d’inchiesta che sarebbe gestita da chi ha avallato la deriva sicuritaria». «Non abbiamo governi amici, né un amico al governo», insiste dal camion palco anche Luchino, cantante degli Assalti frontali, che suoneranno a De Ferrari con Roy Paci, Zulu, Bisca. «Penso che il 9 giugno è mancata una parte della sinistra, il 20 ottobre, invece, ne è mancata un’altra. Questa manifestazione segna una discontinuità e la possibile riapertura di un percorso che rimetta al centro il metodo che costruì il Gsf e quindi la contaminazione. Ho visto una manifestazione carica di emozione, come non succedeva da tempo», spiega Federico Tomasello, coordinatore nazionale dei Giovani comunisti.«Ma la commissione è necessaria per far luce sulla strage del diritto di quei giorni – dice Giuliano Pisapia, può servire a chiedere ad un Amato sotto giuramento perché De Gennaro è diventato il suo capo di gabinetto, perché i suoi sono stati tutti promossi». E passano No Tav, No Tir, No Dal Molin, dinamiche rese possibili da Genova 2001, altrimenti impensabili. Sfilano i comitati di memoria, verità e giustizia, il supporto legale, i mediattivisti. Parlano di Federico Aldrovandi, Aldo Bianzino, Renato Biagetti, Carlo Giuliani, con gli occhi e le voci dei loro compagni, genitori, amici. Parlano delle vittime della Diaz e di Bolzaneto. E’ contenta e sdegnata Enrica Bartesaghi, la mamma di Sara, desaparecida a Bolzaneto dov’era stata portata dalla Diaz. Contenta della piazza, «tutti insieme, oltre ogni aspettativa», non certo del processo «indegno» ai 25, e del «silenzio delle istituzioni». Intanto il sole tramonta, anzi «si uccide tra le onde» per citare De André, poeta e genovese, che citerà anche don Gallo alla fine di tutto, scegliendo i versi della Storia di un impiegato e di una bomba: «E se credete che tutto sia come prima, perché avete votato ancora la sicurezza e la disciplina, convinti di allontanare la paura di cambiare, verremo ancora alle vostre porte e grideremo ancora più forte: per quanto voi vi crediate assolti, siete lo stesso coinvolti». Versi dedicati alla sua città. Giulia, che studiava alla Diaz sei anni fa, dice che «hanno vinto loro», «che è un mortorio». Il lillipuziano Alberto Zoratti dice che è «una città difficile dopo la fine del movimento operaio, la società civile fatica a costruire reti, come se il 2001 non fosse accaduto». «Città spaventata ad arte – ammette Simone Leoncini, dirigente locale del Prc – ma pezzi importanti hanno risposto: è la più grande manifestazione dal 2002».Arci, Attac, antifascisti, antagonisti, anarchici, ambientalisti, lillipuziani, comunisti rifondati o italiani, critici o ortodossi, cattolici, cobas, centri sociali, redskin della Sharp con le sciarpe del tifo. Ci sono tutte le anime del social forum e tutti i portavoce di quei giorni e gran parte dei manifestanti sono reduci, recidivi. E ci sono anche delle new entry: Sinistra democratica, ad esempio, e pezzi di Cgil che disobbediscono agli ordini e scendono in piazza col simbolo della confederazione, come la Rete 28 aprile di Cremaschi. Più tardi don Gallo dirà dal palco che avrebbe dovuto esserci Epifani a concludere la manifestazione e non «due poveri preti» (don Vitaliano e lui) nella stessa piazza dove, a soli 17 anni, festeggiò la liberazione dal nazifascismo e 15 anni dopo vide i ragazzi con le magliette a strisce scontrarsi con la polizia per impedire il congresso dei neofascisti del Msi.Ciascuno rinarra la sua Genova mentre ripercorre i passi del corteo dei migranti che aprì quei giorni di sei anni fa e riuscì a non essere violentato dal “blue bloc”. Ironia della sorte, il 90% di quei migranti rischia l’espulsione «se dovesse tramutarsi in legge il decreto sulla sicurezza che attribuisce ai prefetti, sulla base di valutazioni discrezionali, la facoltà di espellere anche i parenti di chi commette un crimine», ha avvertito Giuliano Pisapia, ex presidente della commissione Giustizia della Camera al convegno del mattino in un auditorium del centro storico. Perché da Genova 2001 in poi, segnala Pisapia, ogni decreto contro il terrorismo o contro la violenza negli stadi, è diretto in realtà anche contro i movimenti sociali limitandone l’agibilità, la possibilità stessa di azioni di disobbedienza civile non violenta.Ma molti, nel 2001, nemmeno c’erano. Perché troppo giovani. Come Greta, diciottenne, liceale di Voltri, attiva nell’Uds che ieri ha manifestato anche al mattino nella giornata mondiale per il diritto allo studio, una sorta di primo maggio studentesco. Come Giorgio, romano dei collettivi della Sapienza, 16 anni nel 2001- La politica, nella sua vita, sarebbe arrivata l’anno dopo. Per loro Genova furono tre giorni in cui si cercò di spezzare le gambe a un movimento appena nato a Seattle. «Per chi è venuto dopo quella cicatrice era ben presente, del social forum Firenze – dice Giorgio – mi ricordo anche la tensione e la paura».

16 novembre 2007

Gratteri al comando nell'assalto alla Diaz

Va in onda nell'aula bunker di Genova il filmato preparato dalle parti civili. Si vede un signore elegante che entra e esce dalla Diaz: è l'attuale capo della Direzione anticrimine. Ha sempre detto di non aver messo piede nella scuola


Qualche testimone in aula lo aveva già riconosciuto. Una ragazza aveva ricordato un uomo con la barba e un vestito elegante aggirarsi nella scuola, dopo i primi istanti dell'irruzione. Ieri si è avuta la conferma: Francesco Gratteri - ex capo dello Sco, poi questore a Bari, oggi capo della Direzione anticrimine centrale - durante l'operazione alla Diaz aveva in mano le redini del comando. Alle 23.59 è ripreso in via Battisti, mentre i Canterini Boys fanno irruzione nella scuola. Alle 00.02 si incammina e un minuto dopo entra nella scuola: casco in testa e manganello in mano. Poco dopo comanda un gruppo di poliziotti in via Argonne: un suo cenno fa sì che il contingente si muova. Da quel momento fino a oltre l'una di notte, Gratteri entra ed esce dalla scuola, confabula con altri funzionari, parla con la stampa e infine ordina ai carabinieri, disposti a difesa della zona, di lasciare un varco per il passaggio dei poliziotti. 33 identificazioni e una posizione processuale che si complica. Aveva detto di non essere mai entrato nella scuola.Nell'aula bunker di Genova che ospita il processo Diaz, si spengono le luci e, per una volta, non metaforicamente: il buio in aula accompagna il video preparato dai consulenti tecnici di parte civile. Per la prima volta le due ore di eventi tra l'irruzione e la fine delle operazioni sono messe in fila, minuto per minuto, secondo per secondo. A scandire la sequenzialità delle immagini provvedono i riferimenti temporali: nello schermo adottato in aula, in basso a sinistra c'è l'orario, sulla destra scorrono le telefonate che intercorrono tra i funzionari e la questura, il ministero, le centrali operative. A dare voce alle due ore di video, l'audio delle telefonate al 113 e 118, la diretta di Radio Gap e di Radio Popolare, la voce di chi c'era. Il quadro d'insieme è preciso, così come è forte, in termini emozionali, l'inizio del filmato: l'irruzione, violenta, seguita da urla e da poliziotti che dall'esterno buttano nel cortile della scuola oggetti trovati per strada. Radio Gap commenta in diretta, mentre gli agenti sfondano la porta. Fuori è il caos, mentre sullo schermo scorrono le telefonate dei poliziotti: non se ne conosce il contenuto ma è ugualmente importante scoprire che Sgalla, responsabile della comunicazione della polizia, regista della conferenza stampa che mostrerà i trofei recuperati alla Diaz, fin dal momento in cui inizia l'irruzione è al telefono con il ministero dell'interno. Arrivano i primi parlamentari, Vittorio Agnoletto, ex portavoce del Gsf. Graziella Mascia, Prc, parla ai giornalisti descrivendo: «Non si trova un responsabile, il capo della polizia non risponde e il questore ci ha detto che hanno un mandato del magistrato». Falso: nessun mandato per l'operazione, l'ex questore Colucci doveva saperlo. Forse per questo motivo Gilberto Caldarozzi, oggi capo dello Sco, rimane per alcuni minuti al telefono con Anna Canepa, pm genovese dei processi contro i manifestanti e non in servizio la notte cilena di Genova. Il film prosegue. L'irruzione si è ormai consumata: i funzionari e i dirigenti di polizia si dedicano ai conciliaboli nel cortile. Gli abitanti della zona tempestano di telefonate il 113 denunciando pestaggi. Le risposte sono vaghe, i poliziotti tagliano corto, anche con i colleghi che chiedono urgentemente di poter parlare con un funzionario. Una operatrice osa chiedere nome e cognome a Lorenzo Murgolo, all'epoca vicequestore vicario a Bologna, oggi al Sismi. Murgolo sproloquia e inveisce, ma il focus che la consulenza effettua su di lui chiarisce un punto ulteriore: non era lui il capo quella sera. La sua posizione è collegata a quello che potrebbe essere l'ultimo colpo di scena della Diaz: l'ex questore Colucci, che aveva indicato in Murgolo il capo delle operazioni, è stato infatti indagato per falsa testimonianza, trascinando con sé anche l'ex capo della polizia Gianni De Gennaro. La conclusione delle indagini su quest'ultimo e la eventuale ritrattazione in aula di Colucci costituiranno gli ultimi colpi di coda del processo Diaz.

15 novembre 2007

Caso Sandri: la morte di Gabriele e il silenzio dei poliziotti democratici

Sui fatti di domenica si potrebbero scrivere molte riflessioni: sull’uso delle armi da parte delle forze dell’ordine e sulla trasparenza di queste; sulla deriva che ha fatto assumere al calcio un’importanza spropositata, con conseguenti implicazioni sociali e di ordine pubblico. Ma qualche riflessione interessante può nascere anche solo ripercorrendo la sequenza temporale delle notizie.
I primi lanci di agenzia avvengono a mezzogiorno. Sono passate più di due ore dalla morte di Gabriele Sandri, ma queste notizie parlano di "scontri tra tifosi con un morto", non c’è menzione del poliziotto che ha sparato. Nei lanci successivi la rissa tra tifosi si sgonfia e di pari passo si fa strada la notizia, sempre ipotetica, che a sparare potrebbe essere stato un poliziotto: sono circa le 12,30.
Fra le 12,40 e le 13,00 cominciano le prime ammissioni: prima il questore poi il dirigente della squadra mobile di Arezzo parlano di "situazione delicata", e rimandano dichiarazioni più esplicite. La prima affermazione perentoria circa l’identità dello sparatore arriva alle 13,31, solo che a farla non sono fonti delle forze dell’ordine ma tifosi laziali. Da questo momento in avanti, di fronte all’evidenza, arrivano anche le ammissioni ufficiali, sempre timide e reticenti.
Alle 18,00 il questore, in conferenza stampa, parla di due colpi in aria, pur riconoscendo il nesso fra questi e la morte di Sandri. Alla conferenza stampa è presente il portavoce della Polizia, Roberto Sgalla, protagonista di un’altrettanto surreale conferenza stampa sei anni fa. Fu lui, dopo la notte della Diaz, ad illustrare ai giornalisti le "prove" raccolte alla scuola e a parlare di ferite pregresse per i ragazzi pestati. Domenica scorsa Sgalla ha proposto un repertorio leggermente diverso: si limita a troncare l’incontro con la stampa, e nega ai giornalisti di fare domande, costringendoli ad accontentarsi della laconica (ed errata) ricostruzione del questore. La "notte cilena" di sei anni fa ha forse insegnato a Sgalla l’arte di limitare le dichiarazioni, non certo la dote della trasparenza.
Perché il punto in fondo è tutto qui. Coloro che in queste ore tuonano contro i "detrattori delle forze dell’ordine" fingono di non capire che, per recuperare il rapporto di fiducia fra cittadini ed operatori di polizia, si deve prioritariamente invertire una tendenza: i fatti di sangue che vedono come protagonisti degli agenti non devono essere coperti da una cortina fumogena. La trasparenza non deve solo essere promessa, la si deve assicurare concretamente e nell’immediato: prometterla vagamente, come ha fatto il capo della polizia Antonio Manganelli a 12 ore di distanza dalla morte di Sandri, non è solo insufficiente, ma pure una rinnovata reticenza.
Molti hanno accostato la morte del giovane tifoso laziale a quella di Carlo Giuliani o di Federico Aldrovandi, io voglio andare più lontano, a più di trent’anni fa. Quando Roberto Franceschi viene raggiunto da un proiettile sparato da un agente la sera del 23 gennaio 1973, dopo alcuni disordini a seguito di un’assemblea del movimento studentesco a Milano. Ricoverato in condizioni disperate, si spegne pochi giorni dopo. Le sentenze non appureranno l’identità del colpevole, ma indicheranno con certezza la responsabilità della polizia.
Lydia, madre di Roberto, ricorda ancora d’aver apprezzato l’atteggiamento di alcuni agenti che qualche tempo dopo le dimostrarono sincera indignazione per quanto successo, atteggiamento ben distante dall’acritica difesa corporativa cui assistiamo oggi. Alcuni di questi, il 23 gennaio 1983 deposero sul monumento una corona con la scritta: "A Roberto Franceschi i poliziotti democratici".
La presa di coscienza di quei poliziotti è quello che davvero manca oggi, tanti anni dopo, la loro voce è l’assenza più pesante di queste ore. Un silenzio che ci parla di un passo indietro di decenni compiuto dalle nostre forze dell’ordine in materia di rispetto dei diritti individuali e di consapevolezza del proprio ruolo. Un passo indietro su un percorso sempre più scivoloso, che nessuno sembra saper arrestare.

Francesco "baro" Barilli

13 novembre 2007

Milano: Comunicato sulla sentenza d'appello per i fatti dell11 marzo

DEVASTANO le nostre VITE E SACCHEGGIANO il nostro FUTURO

60 anni di carcere per 15 degli antifascisti arrestati l’11 marzo 2006.Due le assoluzioni per non aver commesso il fatto, una condanna a 4 mesi per porto d’arma impropria.
Questo il risultato del processo d’appello che si è concluso oggi aMilano dove, in sostanziale continuità con la sentenza di primo grado, viene confermato il reato di devastazione e saccheggio. Un chiaro messaggio a tutti coloro che si erano illusi della possibilità, a due anni dai fatti, di una derubricazione del capo d’imputazione.La linea tenuta dalla magistratura conferma la volontà di colpireduramente, attraverso l’utilizzo del concorso morale in devastazione e saccheggio, le manifestazioni di dissenso e scontro di piazza. Così per Genova, così per Torino, e così sarà d’ora in avanti…Un processo che ha voluto essere fin dall’inizio un processo politico sia nella scelta dei capi di imputazione, che nell’utilizzo indiscriminato della carcerazione preventiva (4 mesi in galera seguiti più 3 mesi di domiciliari e altri di obblighi di firma), e infine nelle motivazioni della sentenza di condanna confermata dalla corte d’appello.Quell’11 marzo, a seguito dell’autorizzazione a sfilare concessa dalle autorità cittadine ai nazifascisti della Fiamma Tricolore scoppiarono scontri tra gli antifascisti, scesi in piazza per impedire la vergognosa manifestazione, e la polizia.Agli arresti e alle condanne si è associato il meccanismo didemonizzazione attraverso i mezzi di informazione, con il consuetoatteggiamento da “sbatti il mostro in prima pagina”, cercando cosìd’isolare gli imputati dal tessuto sociale che li circonda e spezzare la solidarietà.Una solidarietà che va costruita e alimentata per contrapporre la nostra verità a quella processuale e mediatica oggi a Milano come a Genova, altro processo in cui l’accusa chiede condanne esemplari (per un totale di 225 anni di carcere), sempre attraverso l’utilizzo della devastazione e saccheggio.
Le giornate del luglio 2001 sono un pezzo della nostra storia, della nostra memoria, a cui tocca tornare se vogliamo comprendere l’evoluzione e il consolidamento dei disegni repressivi e delle derive securitarie in atto oggi in Italia e non solo. Mai come nel caso di Genova il sistema calò la maschera, mostrandosi in tutta la sua brutalità, con la violenza in divisa che culminò nella mattanza alla scuola Diaz.Mentre gli artefici e i responsabili dei pestaggi in piazza e delle torture nelle caserme venivano promossi di grado, chi quei giorni era in strada per manifestare si trovava alla sbarra a doversi difendere da accuse pesantissime. L’impunità dei picchiatori in divisa non fu un passo verso l’avvallamento dei disegni di una destra autoritaria che si apprestava a governare l’Italia per 5 anni, seminando paure per poi proporre soluzioni forti, consistenti nell’aumento del controllo sociale ai danni di chi si sceglie di opporsi a un sistema ingiusto, prepotente e autoritario. Inquesti sei anni abbiamo visto cambiare radicalmente le nostre città, conuna continua esasperazione del bisogno di sicurezza cavalcato da politici e mass media, che si è tradotto in una crescente militarizzazione del territorio, nella continua criminalizzazione delle diverse forme di dissenso, nell’accanimento contro le fasce più deboli e marginali della popolazione e in un rigurgito di razzismi e autoritarismi. Una prassi reiterata dal governo attuale, e in particolare dai rappresentanti del Partito Democratico.
E’ quindi necessario costruire e organizzare la solidarietà con i 25compagn imputati a Genova il 17 novembre. E’ la nostra storia che viene messa alla sbarra e dobbiamo quindi costruire intorno alla vicenda processuale un forte momento di risposta e di lotta.Invitiamo tutti e tutte a riprenderci le strade di Genova per esprimere la massima solidarietà e complicità con i 25 imputati e per rivendicare ad alta voce il nostro rifiuto per una società che sembra assomigliare ogni giorno di più a una prigione. Mai liberi finchè l’ultimo sarà schiavo!


Libereribelli

12 novembre 2007

Una domenica tragica. L'incultura della "tolleranza zero"

Licenza di uccidere per le forze dell'ordine: così è morto Gabriele Sandri

Un colpo di pistola, sparato da un agente di PS, intervenuto a suo dire per sedare una presunta rissa tra una decina di tifosi della Lazio e della Juventus, ha ucciso un giovane di 28 anni, Gabriele Sandri. Il ministro degli Interni Giuliano Amato ha detto a poche ore dall’omicidio che si tratta “di un tragico errore”. Non voglio entrare nel merito del tragico avvenimento, in cui spero che la magistratura faccia piena luce e accerti le responsabilità del poliziotto accusato di aver esploso il colpo mortale. Tuttavia, credo chi ha più colpe non è il singolo poliziotto. Ritengo, invece, che ci siano delle responsabilità politiche, umani e sociali di chi ha prodotto leggi che portano alla licenza di uccidere; di una cultura che viene instillata negli agenti per cui è consentito sparare sapendo che si può uccidere, di un clima di intimidazione, intolleranza e di violenza. Le autorità dovrebbero garantire la pacifica convivenza ed invece contribuiscono a sconvolgerla (cosi come è accaduto a Genova durante il G8); si è prodotta negli anni una lunga legislazione di “emergenza” per cui si considera naturale sparare per le strade, per poi giustificare il tutto “come tragica fatalità”.
Questa cultura, questa non cultura ha ucciso Gabriele Sandri: il colpo di pistola è stato solo lo strumento.Accertare la verità e dare giustizia ai familiari di Gabriele è il modo migliore per avviare un dialogo e un dibattito serio anche intorno alla problematica della violenza negli stadi. Altrimenti si rischia ci creare una frattura e un solco profondo tra le tifoserie e le forze dell’ordine e le istituzioni preposte. E gli incidenti che si sono verificati dopo la notizia della morte di Gabriele Sandri non sono altro che la punta di un iceberg di un problema a lungo considerato solo una mera questione di ordine pubblico.L’intero dibattito sugli stadi si è sviluppato, in questi anni, lungo la falsa riga dell’emergenza e si sono sprecati i richiami all’utopistica e disastrosa strategia della “tolleranza zero”. Un’ossessione securitaria che impedisce di leggere la storia recente della violenza negli stadi oltre gli stereotipi delle “tifoserie armate”, del “poliziotto impotente”, della “illegalità tollerata”. Così facendo rimane fuori dalla discussione un elemento chiave, la militarizzazione degli stadi avvenuta a partire dai primi anni ’90. Un dispiegamento massiccio di polizia e carabinieri dentro e fuori gli stadi per impedire e prevenire il contatto con le tifoserie avversarie, cercando di imitare il thacheriano pugno di ferro che aveva portato alla “normalizzazione”degli stadi inglesi. In Italia, questa cura militare basata più sul numero che sulla qualità si è rilevata inefficace e miope, ed è servita soltanto a aumentare i tafferugli fra tifosi e forze dell’ordine. Questi ultimi, poi non sono affatto esenti da responsabilità: la casistica offre numerosi esempi di violenze gratuite scatenate dagli agenti e di eccessi repressivi, sia dentro ma soprattutto fuori gli stadi.
In questo clima un po’ cieco e marcato dell’autocensura, non si è parlato di prevenzione, di strategie di dialogo con i tifosi, di forme diverse di intervento da parte degli agenti, di criteri di formazione da rivedere. Sullo sfondo rimane la sensazione che parlare in termini critici, ma pur sempre costruttivi delle nostre forze dell’ordine, sia una sorte di tabù. Come se indicare gli errori, le storture, le pretese di impunità mostrata dalle forze dell’ordine negli ultimi anni fosse un attentato alla sicurezza dei cittadini e all’onore degli agenti e non il contrario.Le misure approvate e contenute nella legge Amato-Melandri, varata dopo i tragici incidenti a Catania che hanno portato alla morte dell’agente di polizia Raciti, sono in parti uguali ridicole e inefficaci; se fatte in buona fede dimostrano una miope informazione del problema, se fatta in cattiva fede dimostrano solo la volontà di far andare avanti il bussines che sta logorando lo sport più amato dagli italiani, con un’apparenza di disciplina da mostrare all’opinione pubblica ma a scapito del senso stesso del calcio.Ché se ne dica, gli ultras, il loro tifo sono uno degli elementi che rende una partita di calcio degna di chiamarsi con questo nome: le coreografie, i cori e gli striscioni tengono in vita un calcio morente, incapace di capire che l’infinita ricerca di soldi finirà per precipitarlo nel fallimento.Gli ultras nel bene e nel male, sono parte della nostra cultura, e se si vogliono arginare comportamenti teppistici o criminali bisogna prendere il problema alla radice, eliminando l’ignoranza, la povertà morale e il razzismo che affligge larga parte della nostra comunità. La repressione è sempre la risposta più facile e debole a un problema complesso: bisognerebbe investire tempo e sforzi sulla causa più che sull’effetto ultimo. E bisogna fare in fretta, perché a rimetterci come sempre sono i più deboli.


Italo di Sabato
Responsabile nazionale Osservatorio sulla repressione del Prc

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