12 novembre 2007

Roma: Accusati di «terrorismo» tre ultrà arrestati

Ieri sera, poco prima di mezzanotte, la zona circostante allo stadio Olimpico sembrava ancora un campo di battaglia: barricate improvvisate, motorini e auto bruciate, puzza di bruciato e un via vai impressionante di mezzi di polizia e di ambulanze. Era la coda ampiamente prevedibile di una giornata iniziata con l’omicidio di Gabriele Sandri, tifoso della Lazio, avvenuto alle 9 di mattina in un autogrill vicino Arezzo, per mano di un agente della polizia stradale. La ricostruzione dell’accaduto ormai sembra chiara: nell’area di servizio di Badia al Pino lungo l’A1, due piccoli gruppi di tifosi juventini e laziali avevano avuto una discussione accesa, forse una rissa durata nemmeno due minuti. Le due macchine stavano ripartendo quando, dall’altra parte della carreggiata, una pattuglia della polizia ha pensato bene di intervenire sparando alcuni colpi di pistola. Uno di questi ha attraversato il lunotto posteriore della automobile dei laziali colpendo al collo Gabriele, che muore dopo pochi minuti. Autore dello sparo è l’agente Giuseppe Ledda, 32 anni, «una carriera irreprensibile», come dirà subito il questore di Arezzo. Da questo momento, una gigantesca catena di errori, reticenze, depistaggi, sottovalutazioni segna gli sviluppi della giornata. A partire dalle forze di polizia e dal ministero degli interni che, fin dal mattino, offrono una versione lacunosa dei fatti che, addirittura, lascia ipotizzare uno scontro armato tra tifosi. In una difesa preventiva e a oltranza delle forze dell’ordine, il capo della polizia Manganelli spinge la Federcalcio a non sospendere tutte le partite, imponendo soltanto il rinvio di Inter-Lazio e il posticipo del calcio di inizio. Una decisione assurda che scatena l’ira degli ultras di tutta Italia. La domanda corre da una curva all’altra: perchè la vita di un tifoso vale meno di quella di un poliziotto? Il riferimento ovvio è all’uccisione dell’agente Filippo Raciti avvenuta a Catania, in circostanze ancora oscure, nello scorso febbraio. A Bergamo, i tifosi della nord decidono che lo spettacolo si deve fermare. Stessa sorte a Taranto, mentre tutte le curve d’Italia tolgono gli striscioni in segno di protesta e intonano cori contro polizia e carabinieri. Nel frattempo, la grancassa mediatica mostra il suo lato peggiore, discettando amabilmente di «violenza negli stadi», «ricatti ultras», «legislazione speciale». L’assassinio di un innocente, prima che di un tifoso di calcio, scompare nei deliri securitari di questi tempi. Per toccare il fondo bisogna attendere il tardo pomeriggio, quando in una conferenza stampa surreale, il portavoce della polizia Roberto Sgalla [lo stesso del G8 di Genova] chiede ai cronisti di non fare domande per non interrompere la lettura della «velina» del questore di Arezzo, Vincenzo Giacobbe: «Questa mattina alle 9 e 10, due pattuglie della Stradale di Arezzo erano all’interno dell’area di servizio direzione sud. All’improvviso hanno sentito forti rumori e urla provenienti dall’altro lato della stessa area di servizio, quello in direzione nord…Allora uno degli agenti, da 60-70 metri di distanza, ha pensato di sparare due colpi in aria… Lungo il tragitto gli occupanti della Megan Renault si sono accorti che Gabriele Sandri era stato attinto al collo. L’intervento dell’ambulanza del 118, subito chiamata, serviva solo a constatare il decesso del ragazzo». Una farsa che rimanda immediatamente all’uccisione di Carlo Giuliani, con il relativo corollario di perizie balistiche «creative», proiettili vaganti, reticenze di stato e varie impunità. Ma anche ai casi più recenti di Federico Aldovrandi e Aldo Bianzino, morti in circostanze sospette dopo l’arresto da parte delle forze di polizia. Come era facile immaginare, la campagna «legge e ordine» inaugurata dal governo e sostenuta dai media mainstream, rischia di produrre un circolo vizioso di esasperazione e violenza. Gli incidenti di ieri, la loro diffusione, la trasversalità sportiva e politica, annuncia una «dinamica banlieue» all’italiana, che esplode nel suo punto più critico in termini di aggregazione sociale e di «laboratorio del controllo»: lo stadio. Una spirale che sembra non arrestarsi. È di pochi minuti fa la notizia che i tre tifosi arrestati ieri sera a Roma non saranno giudicati per direttissima, ma gli atti saranno trasmessi all’ufficio del Gip per la convalida dei fermi. Per la prima volta nella storia del calcio, i tre tifosi sono accusati di «terrorismo». A chi tocca domani?


Milano: Confermati in appello 4 anni per gli arrestati dell'11 marzo

Oggi presso il tribunale di Milano si è tenuta l’ultima udienza del processo di appello per la mobilitazione antifascista dell’11 marzo 2006, indetta per protestare contro una sfilata di nostalgici fascisti, a pochi giorni dalla ricorrenza della morte di Dax. Per 15 dei 18 ragazzi accusati c’è stata la conferma della condanna in primo grado, ovvero 4 anni di reclusione per concorso morale in devastazione e saccheggio. Stamattina alle nove un sit in di solidarietà per gli arrestati si era svolto davanti al tribunale: «Sotto accusa era e continua ad essere» dicono i manifestanti dopo aver saputo della sentenza «la militanza antifascista».

11 novembre 2007

Verità per Gabriele!

La rabbia per essere stati purtroppo profeti di quanto successo oggi, con l'omicidio di Gabriele Sandri in un'area di servizio dell'autosole, domina le nostre riflessioni, e si accompagna al disgusto per la decisione di non sospendere il campionato in segno di lutto. La morte non è uguale per tutti?
Da tempo denunciavamo il pericolo di questa continua repressione, dell'incremento costante della tensione, della crescente militarizzazione degli stadi, senza alcun interesse per strategie di dialogo e lavoro sociale. Il risultato di tutto ciò è stata la rapida trasformazione - agli occhi dei cittadini e delle forze dell'ordine - di qualsiasi tifoso in un possibile delinquente, nei confronti del quale ogni provvedimento è possibile. Si vietano le partite, si vietano le trasferte, si impediscono diritti costituzionali... E, da oggi, si spara.

La morte di Gabriele NON è stata un fatto accidentale, NON è slegata dallo sport e dal tifo, come dichiarate in queste ore. Finiamola con i luoghi comuni.

La morte di Gabriele è la naturale conseguenza delle decisioni sbagliate delle autorità e delle istituzioni su questi temi.

Ora esigiamo chiarezza, vogliamo sapere perchè un ragazzo, un tifoso, è stato ucciso da un agente di polizia. Se davvero vogliamo che si fermi la spirale di violenza cominciata quest'oggi in alcune città, questa è l'unica strada da percorrere.
Le nostre più sentite condoglianze alla famiglia e agli amici di Gabriele Sandri.

Arezzo: Tifoso laziale ucciso da un poliziotto

La tragedia che scuote l'Italia, che provoca un'ondata di indignazione in tutte le tifoserie, che riaccende il dibattito sia sulle violenze degli ultras sia sugli errori che a volte commettono gli uomini delle forze dell'ordine, comincia poco dopo le 9, nell'autogrill di Badia al Pino, lungo l'autostrada A1. Un accenno di rissa tra sostenitori juventini e laziale, la polizia stradale che subito dopo interviene, un agente che spara uno, forse due colpi di pistola, a grande distanza: muore un ragazzo. Gabriele Sandri, 28 anni, supporter biancazzurro, noto dj dei locali romani, titolare di un negozio di abbigliamento, viene colpito al collo, mente si trova all'interno di un'auto, una Renault Megane. Una morte assurda, "un tragico errore", come alcune ore dopo il fatto ammette il questore di Arezzo Vincenzo Giacobbe. Diversa l'opinione di Luigi Conti, legale della famiglia della vittima, che accusa: "E' omicidio volontario". Così come il fratello di Gabriele, Cristiano Sandri, che urla tutto il suo dolore: "Me lo hanno ammazzato". Adesso, naturalmente, spetta agli inquirenti fare piena luce sull'accaduto: sia ascoltando i testimoni - a partire dall'agente che ha sparato, a quanto sembra un trentenne con diversi anni di esperienza alle spalle - sia attraverso altri tipi di riscontri. Come i filmati delle telecamere di sicurezza dell'autogrill, sequestrati dalla polizia scientifica. In attesa di conoscere l'esito delle indagini, quel che sembra certo è che, poco prima delle 9 del mattino, un'auto di tifosi juventini, nel piazzale di sosta, viene avvicinata da alcuni supporter laziali, armati di spranghe. C'è tensione, ma i bianconeri riescono a sottrarsi all'aggressione. L'incidente però, ormai concluso, richiama l'attenzione di una pattuglia della Polstrada, che dalla corsia opposta tenta di intervenire. La Megane dei laziali sta già uscendo dall'area di servizio. In quel momento, dall'altra parte della carreggiata l'agente spara, un colpo almeno trapassa il vetro posteriore della Megane e colpisce a morte Sandri, seduto sul sedile posteriore sinistro. Forse un goffo tentativo di sparare in aria proiettili di avvertimento: ma questo lo si vedrà nel corso delle indagini.
Gli amici di Sandri, con lui agonizzante in auto, continuano a guidare, e si fermano più avanti, praticamente al casello di Arezzo, quando vengono raggiunti dalla volante. Ma per Gabriele, non c'è più nulla da fare. Tra i primi a essere interrogato, l'agente che ha sparato: trentenne, con diversi anni di servizio. Ma per ora le sue dichiarazioni restano top secret. E già poco dopo la tragedia le indiscrezioni si rincorrono, si comincia a dire che la vittima non è stata colpita da tifosi avversari, ma da un uomo delle forze dell'ordine. Vertici calcistici e dirigenti del Viminale si riuniscono subito, e alla fine decidono di sospendere Inter-Lazio, e di far cominciare le altre partite di A con 10 minuti di ritardo. Si sa anche che il Viminale deciderà di vietare d'ora in poi tutte le trasferte. Ma questo non basta a sedare gli animi dei tifosi: incidenti si registrano in vari stadi. Atalanta-Milan viene interrotta dopo pochi minuti, per motivi di ordine pubblico, lo stesso accade a Taranto per Taranto-Massese di C1. A Milano, tifosi interisti e laziali formano insieme un corteo e percorrono le strade vicino allo stadio. Davanti a un commissariato parte una sassaiola. In quasi tutti gli stadi si sprecano gli insulti alla polizia.



Perugia: In migliaia in piazza per chiedere giustizia per Aldo Bianzino

La manifestazione per chiedere verità e giustizia per il 44enne ucciso dal carcereDopo l'arresto per possesso di piante di marijuana. Dubbi sulla versione ufficiale

«Ce lo dica se suo marito soffre di cuore, ce lo dica che lo salviamo!», le diceva a brutto muso un ispettore capo entrato nella cella alle sette e mezza di quella domenica. «Ce lo dica… ma Aldo era già morto». Roberta Radici ricorda con rabbia mentre sfila con duemila persone per le strade di Perugia. In duemila per chiedere verità e giustizia sulla morte del suo compagno Aldo Bianzino, arrestato con lei, per possesso di marijuana, al mattino di due giorni prima, di fronte al figlio più piccolo, Rudra, minorenne, che restò solo con la nonna di 91 anni in un casale di Pietralunga, a nord di Perugia, tra Gubbio e Città di Castello. Infarto, dirà la prima bozza di versione ufficiale ma poi le perizie scopriranno lesioni alla milza, al fegato, quattro emorragie al cervello molto importanti, ossia con grandi perdite di sangue. E nessun segno esteriore di percosse. La magistratura indaga contro ignoti per omicidio e su una presunta omissione di soccorso di un agente penitenziario di servizio quel 14 ottobre che incassa subito la solidarietà preventiva di An. Un pestaggio da professionisti, una roba da film americano, pensano molti di quelli venuti a manifestare da varie città accanto agli amici e ai familiari di Aldo. I tre figli sul camioncino che guida il corteo ringraziano tutti. Uno è avvolto in una bandiera arcobaleno. Mite falegname, esile, meditativo, incensurato. Aldo era venuto negli anni '80 dal Piemonte, passando per l'India dei suoi maestri spirituali, a cercare terra per vivere in pace e suonare l'armonium per il suo canto rituale. Molti manifestanti sono gente della montagna come lui. Altri sono attivisti della sinistra umbra, Prc, Cuc, anarchici, antiproibizionisti dell'Mdma, Cobas, Rdb, ultras delle curve di Perugia e Ternana, militanti del Gabrio di Torino, gente venuta da Roma, dalla Toscana ma anche Radicali e gente normale scossa dalla vicenda di Aldo. Con le lacrime agli occhi, «non si può morire per del fumo», sfilano gli amici di Alberto Mercuriali, suicida a Forlì dopo l'arresto per pochi grammi d'hashish. E, dietro uno striscione con cinque nomi scritti, i compagni e gli amici degli anarchici arrestati pochi giorni fa a Perugia con l'accusa di terrorismo. Avrebbero spedito una busta con due proiettili alla presidente dell'Umbria, Maria Rita Lorenzetti. Li ha arrestati Ganzer, il capo del Ros dei carabinieri, quello del teorema di Cosenza. «Ma le intercettazioni parlano d'altro e non c'è lo straccio di una prova, anche dopo un interrogatorio reputato violento dal difensore ha ribadito la sua innocenza - dice Aurelio Fabiani, il padre di Michele, il più giovane dei cinque - Lo accusano di aver scritto un volantino contro l'ecomostro di Spoleto (7 piani per 30 metri di larghezza nel centro storico, ndr) simile, per "affinità terminologiche" a un volantino insurrezionalista. In realtà sono solo accusati di essere anarchici. E il sorriso di Lorenzetti, a fianco di Ganzer, suona come una condanna preventiva»."Sicuri da morire" dice lo striscione d'apertura legando la vicenda di Aldo all'ossessione sicuritaria che vive il Paese. «La città ha dato una prima risposta dal basso», osserva Francesco Piobbichi, responsabile nazionale Droghe del Prc, «questa piazza parla anche di Genova ma chiede di uscire dalla narrazione retorica sulla sicurezza. Se a Perugia ci sono state 31 overdose in dieci mesi è anche perché la logica repressiva produce clandestinizzazione».Aldo coltivava marijuana, ne hanno trovate 57 piante, ed è bastato a sbatterlo in carcere nonostante una sentenza della Cassazione abbia sancito che possedere erba per uso personale non è reato. Qualcosa è successo in quella cella di Capanne, il nuovissimo carcere perugino, inaugurato da Castelli quand'era guardasigilli. «Non è un luogo famigerato - spiega Patrizio Gonnella di Antigone - è nella media. Per questo quello che è successo ci preoccupa molto di più. E' una storia anomala. Tra suicidi e morti "naturali", dietro le sbarre muoiono in 180 ogni anno. Ma Bianzino non era un piantagrane e la sua non è una morte naturale». Giuseppe Bianzino somiglia come una goccia d'acqua ad Aldo. «Pare di rivederlo», dice chi conosceva il falegname di Pietralunga. «Al di là di tutto, mio figlio era pacifico e tranquillo - dice - ma anche il peggiore dei delinquenti non lo puoi trattare così. Che nessuno mi chieda se voglio perdonare». «Mai stato tossico, mai stato in un Sert», ripete Gioia Toniolo, la madre dei primi due figli di Aldo, per smentire le «insinuazioni» della stampa locale. D'altronde, l'esame tossicologico non ha rilevato che tracce d'erba. Per quelle non si va al Sert. Il comitato Verità per Aldo non ha dubbi: lo ha ucciso il sistema carcerario, e non c'è fiducia «per uno Stato che processa sé stesso perché tende ad assolversi». L'incidente probatorio della scorsa settimana, quando due dei 5 detenuti sentiti hanno dichiarato di aver sentito Aldo suonare il campanello e la guardia rispondergli sgarbata «Basta, non rompere il cazzo». La paura fa novanta dietro le sbarre. Chissà perché gli altri non hanno parlato? Perché Aldo stava male? Perché cercava un medico, visto che le autopsie hanno trovato una salute di ferro? Perché le amministrazioni stanno zitte? «Chissà a quanti altri è capitato?», si chiede ancora Roberta. «Bianzino è una delle troppe vittime delle leggi repressive - dice Italo Di Sabato dell'Osservatorio contro la repressione - come la Fini Giovanardi».

10 novembre 2007

Il G8 non finisce mai: indagati sette carabinieri

20 luglio 2001 I cc sono accusati di falso e calunnia per il fermo di alcuni no global

Sette carabinieri indagati per falso e calunnia. Il motivo è l'arresto di quattro persone avvenuto venerdì 20 luglio 2001, in prossimità della caserma dei carabinieri genovesi nei pressi di via San Martino. Ranieri Miniati, uno dei pm del procedimento per le torture di Bolzaneto, nel momento di pausa del processo sulla caserma degli orrori, ha iscritto i sette nel registro degli indagati: evitata così la possibilità di prescrizione per questi reati e ottenuta una parità di trattamento tra militari e no global. Tre dei manifestanti infatti - uno, minorenne, è stato archiviato - andranno a giudizio il 27 novembre. Il risultato è duplice: da un lato sette carabinieri, uno dei quali è un maresciallo, interrogati giorni fa a Genova e sotto inchiesta, dall'altro un nuovo scossone nel palazzo di giustizia genovese, all'interno del gruppo dei pm che indaga da anni sugli eventi del G8.La novità, infatti, si incrocia con il processo contro i 25 manifestanti e le famose frasi dei pm Canepa e Canciani nella loro requisitoria. Per i pm non ci fu caccia all'uomo e l'atteggiamento delle forze dell'ordine per le strade fu ineccepibile. Come molti ricordano, o hanno potuto vedere in filmati, o ascoltare in aula, durante quei giorni molti comportamenti di polizia e carabinieri si distinsero per essere ben al di là delle regole. Qualcuno tra gli esponenti delle forze dell'ordine ascoltati a Genova, come scritto dal manifesto, arrivò a negare arresti, quando le immagini che scivolavano via sui monitor del tribunale dimostravano il contrario. Venerdì 20 luglio 2001: la carica al corteo di Tolemaide spacca in mille rivoli la manifestazione. Un gruppetto di persone, nei pressi di via San Martino, viene caricato da un contingente di carabinieri. Quattro di loro sono fermati e portati prima nella caserma e poi a San Giuliano, la Bolzaneto dei carabinieri. Le due versioni però discordano: i militari attribuirono ai ragazzi il possesso di oggetti contundenti e ne denunciarono la resistenza all'arresto. I ragazzi invece segnalarono le botte prese sia nel tragitto verso la caserma, sia in quello verso forte San Giuliano.Il loro caso finisce tra le mani di Canepa e Canciani, che decidono di fidarsi solo dei carabinieri, ignorando la denuncia dei no global e la possibilità di sentire subito, e non sei anni dopo, i militari coinvolti.L'evento cadde in uno dei tanti cassetti del dimenticatoio genovese circa i soprusi e le violenze delle forze dell'ordine nelle strade genovesi. Così come durante il processo ai 25, anche di fronte a palesi reticenze, i pm hanno scelto di non prendere provvedimenti (al contrario di quanto accaduto nel procedimento Diaz, nel quale alcuni agenti sono sotto indagine per falsa testimonianza). Sei anni dopo Ranieri Miniati ha interrogato i sette carabinieri, che hanno confermato le accuse dell'epoca. Sarebbe emerso però un nuovo elemento: i ragazzi lamentarono l'uso di gas urticante da parte dei militari, all'epoca negato dal maresciallo. Nel nuovo interrogatorio pare invece che i carabinieri avrebbero confermato di possedere, in quei frangenti, come armamentario di ordinanza, anche i gas urticanti.Un piccolo evento, che segna la temperatura del tribunale genovese: Canepa e Canciani pare non abbiano apprezzato l'operazione del collega, che fornisce un appiglio agli avvocati delle difese impegnati, anche oggi, nelle arringhe difensive per i 25 manifestanti accusati di devastazione e saccheggio, per i quali la procura ha chiesto 225 anni di carcere. Un piccolo evento, che dimostra la scarsa attenzione della procura nei confronti dei tanti arresti illegali e abusi delle forze dell'ordine commessi nei giorni del G8.


9 novembre 2007

La storia siamo noi !. Il 17 novembre tutti a Genova

Perché un evento storico come la mobilitazione contro il G8 del 2001, di straordinaria potenza e di innovazione delle forme di partecipazione politica, non venga riscritto nelle aule di tribunale. Per impedire che 25 persone a Genova e 13 a Cosenza paghino, con secoli di carcere e milioni di euro, la volontà di rivalsa sul fatto che 300.000 persone scesero in piazza nel 2001 contro i padroni del mondo. Perché questi processi con imputazioni assurde e anacronistiche come il reato di "devastazione e saccheggio" e con le loro prossime sentenze, non diventino un'ipoteca sulla libertà di manifestare di tutti i movimenti. Perché Genova, come nel 2001, si faccia portatrice di un mondo senza frontiere, contro ogni forma di razzismo, contro politiche securitarie ed espulsioni di massa che mettono a rischio le libertà di tutti. Le promozioni di De Gennaro e di molti altri dirigenti delle forze dell'ordine coinvolti nei fatti di Genova, la sicura prescrizione dei processi contro i poliziotti imputati per il massacro della scuola Diaz e le torture della caserma di Bolzaneto, l'archiviazione del processo per l'omicidio di Carlo Giuliani, così come la bocciatura della commissione parlamentare d'inchiesta sulla gestione dell'ordine pubblico in quelle giornate, rappresentano un'ulteriore offesa ai movimenti e uno schiaffo alla città di Genova. Invitiamo a ripartire da Genova per mobilitarci contro chi devasta la nostra storia e saccheggia le nostre vite. Chiediamo a chi di competenza che siano rimossi tutti gli ostacoli per un accesso a tariffa sociale dei servizi delle F.S. come sempre stato per simili occasioni fino al 2006.

Torino: presidi fascisti e attacchi contro i ROM

Solo ieri sera è circolata la notizia che, il giorno prima, una donna rom che risiede in uno dei campi sul lungo stura è stata malmenata da due italiani. Era con i suoi figli, di ritorno dalla scuola. I bambini sono stati allontanati e lei pestata, senza altro motivo che il fatto di essere rom. Lei ha rinunciato ad andare a farsi medicare al pronto soccorso per paura, e sempre per paura non ha sporto denuncia.
Sempre ieri sera si è saputo che nella notte precedente una bottiglia incendiaria è stata tirata contro il campo nomadi della Barcaiola, nella periferia torinese. Per fortuna senza danni, a differenza di quello che successo tre settimane fa in via Vistrorio, dove il campo nomadi è andato completamente a fuoco.
Ieri sera una cinquantina di fascisti di AN e di Azione Giovani si sono ritrovati all’imbocco di via Germagnano, a Torino, per protestare contro la presenza dei rom in città. Tra slogan razzisti e inviti espliciti allo sterminio dei Rom, i fascisti non hanno avuto il coraggio, come avevano annunciato, di bloccare la strada di accesso ai campi nomadi che si trovano in fondo alla strada.Tra i fascisti, anche un muratore rumeno. Ex militare, ha raccontato con nostalgia ai giornalisti di quando in patria irrompeva con i blindati dentro ai quartieri dei Rom.
Dall’altro lato della strada una sessantina di compagni, guardati a vista dalla celere, si sono radunati per dire “no al razzismo” e “basta roghi”. Sulla salita di via germagnano stazionavano una decina di camionette – tra polizia e carabinieri – pronti ad intervenire contro i compagni. Verso la fine del presidio, ignote massaie, da un autobus di passaggio, hanno bersagliato di uova i militanti fascisti, imbrattandone molti.

8 novembre 2007

Bologna: Writers in carcere

Erano finiti in carcere per aver scritto sui muri con la vernice spray. Anche il tribunale del riesame di Bologna ha sposato la linea dura del giudice che ha condannato a 10 mesi due anarchici arrestati tre settimane fa quando, con bombolette e stampi in cartone, stavano tracciando scritte di solidarietà contro l' arresto di altri loro compagni. In tutto le persone fermate erano state cinque, le altre tre sono state condannate a quattro mesi e rimesse in libertà perché incensurate ma per loro è stato disposto il divieto di dimora in città. Una condanna che definire severa pare un eufemismo e che sembra prendere alla lettera le parole che aveva utilizzato Sergio Cofferati quando, a fine agosto, aveva lanciato un'offensiva anti writers. Era stato lo stesso pm Valter Giovannini a chiedere una condanna anche più alta giudicando le scritte «un'offesa alla città», perché fatte su muri di valore storico.

7 novembre 2007

Guglionesi (CB): Grave Episodio di Violenza razzista

Il giorno 4 novembre un grave fatto ha scosso un tranquillo pomeriggio di una solita domenica anonima di Guglionesi (Cb).

Difatti un cittadino Tunisino di 25 anni di nome Sasshaidin è stato picchiato a sangue nei pressi di una Bar nella centralissima Viale R. Margherita detto “Lungomare” tanto che è stato necessario il trasferimento all’Ospedale di S. Giovanni Rotondo dopo un primo esame della grave situazione nel pronto soccorso dell’ Ospedale di Termoli e le sue condizioni sono gravissime tali da temere per la sua sopravvivenza.

Il ragazzo Tunisino da come si dice con certezza, abbia richiesto dei soldi dovutogli dal proprietario del Bar per dei lavori di raccolta dell’ulivo fatti nei campi di proprietà dello stesso gestore del Bar .

Per tutta risposta al cittadino extracomunitario dopo che gli sono stati mostrati i soldi e a tutto sfregio gli è stato gridato “ i soldi sono qui ma non te li voglio dare”, è stato aggredito e malmenato a calci e pugni dal gestore del Bar tale da ridurlo in fin di vita.

Nessun organo di stampa ha dato notizia immediata di questa cosa di una gravità, violenza e intolleranza inaudita accaduto in un apparente tranquillo paese del Basso Molise e solo oggi qualche giornale Regionale ha riportato la notizia in modo molto approssimativo e in mattinata Primonumero.it Termoli in rete, ha riportato la notizia con un ampio servizio.

Ma la cosa più grave è il silenzio sull’accaduto del servizio pubblico, che solo stamattina nel corso del GR Rai Molise delle ore 7,20 ne ha dato notizia timidamente da studio con poche parole e parlando in modo generico di litigio fra le due persone.

Se la cosa accadeva all’incontrario cioè che il ragazzo Tunisino mandava all’ospedale il cittadino Italiano si sarebbe scatenato sicuramente il finimondo e arrivavano a Guglionesi tutti gli organi di stampa Nazionali e Internazionali e molti si sarebbero scagliati di nuovo contro tutti gli stranieri abitanti in Italia come per il caso di Roma, scatenando rigurgiti razzisti e magari sarebbe servito anche al Governo per inasprire ulteriormente il così detto “ Decreto Sicurezza “ facendosi condizionare ulteriormente dalla Destra Fascista che vuole rendere difficile e impossibile la vita ai cittadini non “Italiani”.

Ho sentito il dovere di scrivere questa missiva in quanto sono rimasto sconvolto e stupefatto da cittadino Guglionesano impegnato da oltre 30 anni nel sindacato e nella politica, quanto sono venuto a conoscenza di questa grave notizia di violenza e intolleranza nei confronti di un cittadino straniero accaduto a Guglionesi dove ci sono da alcuni anni, cittadini Rumeni che non danno fastidio a nessuno, anzi lavorano onestamente, gli uomini in edilizia e in agricoltura e le donne come badanti, utilissimi per la collettività e in particolare per le badanti necessarie per la popolazione anziana che ne fa richiesta in quanto non potendo essere per ovvie ragioni accuditi dai familiari rimarrebbero sole e senza assistenza.

Queste cose non devono più accadere in un comunità dimezzata dall’ emigrazione a cavallo degli anni 50/60 e che la quasi totalità delle persone residenti di una certa età, chi per più tempo, chi per meno tempo, hanno subìto l’umiliazione dell’emigrazione in Germania, Svizzera, Francia, Belgio e Americhe per cui più di altri dobbiamo essere tolleranti verso i “Diversi” affinché ci sia sempre più integrazione e accoglienza per i lavoratori stranieri utilissimi per la collettività.

Guglionesi, 07/11/2007

SISTO Pasquale
Sindacalista della CGIL di TERMOLI

lettera di Maria Ciuffi, madre di Marcello Lonzi, rivolta ai parenti di Aldo Bianzino

Sono la mamma di Marcello Lonzi, morto nel carcere delle Sughere l'11 luglio 2003.Voglio mandare un forte abbraccio alla famiglia del povero Aldo Bianzino, morto nel carcere di Perugia. Vi sono vicina nel dolore e nella rabbia. Ma vorrei dirvi, non mollate.Capisco che non è facile, ma io da 4 anni stò combattendo per avere giustizia.Anche per mio figlio (morte naturale), se non era per le ferite al volto, ci sarei caduta.Un anno fa, però, è stato riesumato e avendo scoperto che non aveva due costole rotte, ma otto, il polso sinistro rotto, due buchi profondi alla testa sino all'osso, mandibola fratturata, non si può definire la sua morte naturale.Anche io fui avvertita con 12 ore di ritardo e c'è stata un'archiviazione.Ma non ho accettato e ho combattuto contro tutti e tutto, tra poco avrò finalmente una vera risposta. Non credo alle parole del sostituto procuratore Giuseppe Petrazzini, perchè le ho già sentite, ma poi ci fu un'archiviazione. Ecco perchè vi ripeto non mollate.All'inizio ci sono state le interrogazioni, tutte quelle belle parole alle quali ti aggrappi con tutta la tua forza, che svaniscono in una bolla di sapone, allora ti chiedi perchè? Perchè? Piangi, vorresti urlare, spaccare tutto e continui a guardare quella foto, l'unica cosa che ti è rimasta.Mi sono chiesta tante volte: perchè quando muore un detenuto la tv, tipo la Rai ecc. non ne parla? Sono figli nostri, mariti; e muoiono in un posto dove lo stato li prende in consegna, e dovrebbe proteggerli. Invece lo stato li uccide.
Un abbraccio dal profondo del cuore.

MARIA CIUFFI, Pisa

6 novembre 2007

Torino: Condannato a quattro anni e due mesi per un grammo di hascish

Dichiarazione di Francesco Piobbichi, responsabile politiche sociali Prc. "Quattro anni e 2 mesi di carcere per poco piu' di un grammo di hashish. La sentenza di condanna emessa oggi a Torino, nei confronti della quale il giudice ha applicato la "Fini-Giovanardi", è senza dubbio l'esempio della stupidità giuridica prodotta dalla logica securitaria della destra. Il nostro Paese prevede più galera per chi cede qualche spinello che nel caso d'infanticidio in condizioni di abbandono, l'Unione deve al più presto eliminare tale abominio giuridico".

5 novembre 2007

Roma: tre ragazzi gay aggrediti alla stazione Termini

La violenza da parte di giovani italiani la notte di Halloween

Lo rende noto un comunicato dell’associazione di cultura omosessuale Mario Mieli che denuncia: “Roma continua ad essere terreno di caccia di bande più o meno organizzate che picchiano e minacciano gay, lesbiche e transessuali”.
I tre ragazzi, spiega il comunicato, erano usciti da poco dalla serata ‘Muccassassina’, e si trovavano alla stazione Termini alla ricerca di un bar dove fare colazione prima di tornare a casa. Mentre scendevano le scale mobili i tre ragazzi omosessuali sono stati raggiunti da un gruppo di giovani italiani che li hanno accerchiati rivolgendo loro epiteti offensivi. I tre hanno cercato di allontanarsi ma uno del gruppo ha bloccato loro la strada ed aggredito e picchiato uno di loro. L’intervento del 113 chiamato con un cellulare ha permesso di fermare alcuni componenti del gruppo.
Il ragazzo gay picchiato è stato medicato al pronto soccorso della stazione Termini con un referto di 7 giorni di prognosi, si legge nel comunicato.

AGGRESSIONE FASCISTA al CSA CAPOLINEA di FAENZA

Nella notte fra il 31 ottobre e l´1 novembre, tra mezzanotte e l´una circa, mentre al c.s.a. Capolinea di Faenza si é da poco conclusa la presentazione di un libro, non lontano dall´ingresso del centro, due ragazze ed un ragazzo scendono dalla loro auto e si apprestano ad entrare.In base a quanto poi raccontato, da due utilitarie, presumibilmente parcheggiate poco lontano, scendono cinque ragazzi (mentre altri restano in auto, in totale sono forse una decina) apparentemente molto giovani, alcuni con il volto coperto (sembra indossino dei passamontagna), bomber e sciarpe tipo ultras, teste rasate, parlano un italiano senza evidenti accenti locali. Alcuni di loro si avvicinano ai ragazzi e domandano se sia quello il centro sociale. Dopo una risposta affermativa, mentre i restanti “bloccano” le ragazze, uno di loro, a volto scoperto, aggredisce il ragazzo (da pochi giorni a Faenza, per la prima volta al centro) prendendolo a calci, insultandolo ripetutamente, bloccandolo a terra con un ginocchio per poi accoltellarlo ai glutei.Fieri e soddisfatti dell´aggressione “ben riuscita”, si dileguano non prima di aver schernito nuovamente il ragazzo ed avergli rubato il cappellino (che indossano come “trofeo”)!Quando dall´interno ci si rende conto di cosa stia realmente accadendo e quindi si sopraggiunge numerosi in strada pronti ad intervenire, degli infami aggressori non vi é già più traccia.Il ragazzo viene prontamente medicato ma la ferita é tale da richiedere una notte in osservazione al Pronto Soccorso: solo il caso ha evitato che l´aggressione si trasformasse, come spesso purtroppo è successo, in tragedia.Questi sono i fatti come sommariamente ricostruiti a poche ore dall´accaduto.
Di fronte all´ennesimo episodio di violenza che vede presi di mira persone e collettivi da anni impegnati nella militanza antifascista, resta un preoccupante vuoto da parte di chi tollera nel silenzio i crimini di questi vigliacchi, e lasciando a loro campo libero, di fatto se ne rende complice.Quanto a noi, noi restiamo quì.Come sempre contro questi pagliacci e contro i delinquenti che li manovrano.

Il Collettivo di Gestione del c.s.a. Capolinea

Le critiche dell'Asgi al decreto sulle espulsioni

L’Associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione [Asgi] critica duramente il decreto legge sulle espulsioni e i disegni di legge del pacchetto sicurezza del ministro dell’interno Giuliano Amato. Il consiglio dei ministri dovrebbe esaminare, e approvare, domani i nuovi provvedimenti che dopo l’omicidio di Giovanna Reggiani, hanno assunto–per il governo–il carattere di «necessità e urgenza» che giustifica il decreto al posto del disegno di legge. I provvedimenti del governo italiano, e i toni usati contro i cittadini rumeni, però, hanno provocato le critiche del governo di Bucarest che lunedì ha parlato di «misure improvvisate e capaci di generare odio». Nei prossimi giorni sarà in Italia il premier rumeno Tariceanu, mentre in parlamento il Partito democratico cerca l’appoggio dell’opposizione per far passare il pacchetto sicurezza, che invece Rifondazione e il resto della sinistra potrebbero non votare.

Ecco il testo del comunicato dell’Asgi:

«I disegni di legge elaborati su questo tema, nel prevedere nuove ipotesi di reato, aggravamenti di pena per reati già esistenti, limitazioni della sospensione condizionale della pena, limitazioni nella fruizione di misure alternative alla detenzione, forniscono già un quadro sconcertante in cui viene data una risposta carceraria e repressiva a problemi sociali, i quali, stante la loro complessità, avrebbero bisogno di un approccio ben diverso da quello che si sta attuando e che, contrariamente agli scopi dichiarati, rischia di colpire i soggetti più deboli. Il gravissimo delitto avvenuto a Roma va, in quanto tale va punito e perseguito con gli strumenti del diritto penale vigente. Tuttavia è insostenibile che ne debba derivare un’ennesima normativa emergenziale, ove si prevede un ulteriore allargamento di provvedimenti espulsivi, anche nei confronti di cittadini comunitari (leggasi rumeni e in particolare “rom”), con una incredibile dilatazione del concetto di sicurezza, dalla sicurezza nazionale alla sicurezza pubblica e ai “motivi imperativi” di pubblica sicurezza, con allontanamenti forzati ad esecuzione immediata e divieti di reingresso la cui violazione è sanzionata con un reato punito gravemente. A questo si aggiungono forme di allontanamento nei confronti di cittadini comunitari, semplicemente privi di mezzi di sostentamento, con previsione di ipotesi di reato in mancanza di attestazione dell’ obbligo di adempimento dell’allontanamento, da presentare presso il consolato italiano nel paese di provenienza. Al di là di gravissimi dubbi di costituzionalità e di evidenti violazioni della normativa comunitaria in tema di libera circolazione, è intollerabile che in una società democratica si continui a trattare il tema migratorio sull’asse portante del binomio: più carcere / più espulsioni. L’iniquità, l’illegittimità, ma anche l’inefficacia di tale approccio è stata ampiamente dimostrata dalla storia stessa dei fenomeni migratori. Il fulcro della nuova politica migratoria doveva essere il superamento dei Cpt e dell’ottica straniero/ordine pubblico/criminalità : assistiamo invece al consolidamento dell’impianto della legge Bossi–Fini, tuttora pienamente in vigore ed anzi in tal modo rafforzata. Ne discende che il dissenso non può che essere totale nei confronti di queste misure, che si pongono in contrasto insanabile con il percorso che è stato fatto nella tutela dei diritti dei migranti».

Pacchetto sicurezza: Appello per i diritti e la Costituzione.

Sotto la spinta di una grave crisi di identità, il governo Prodi si compatta varando un decreto legge attuativo in tema di sicurezza con cui si introducono, senza alcun approfondimento o controllo parlamentare, e contro il parere di magistrati e penalisti, importanti modifiche riguardanti le attività di ordine pubblico, il codice penale e la sua applicazione, l'ordinamento penitenziario. Parliamo di misure quali la custodia cautelare in carcere obbligatoria, retaggio del periodo fascista.
Evidentemente, il governo Prodi pensa di superare la crisi in cui è attanagliato decidendo di scavalcare a destra nella restrizioni delle libertà individuali, prendendo spunto ed esempio dalle leggi promosse da Bush, dopo l'11 Settembre 2001 e generalizzando l'emergenza.
Con il decreto legge sul tema della sicurezza, si prendono decisioni opposte agli impegni riformatori che questo governo si era assunto in tema di giustizia e democrazia, ma soprattutto si scavalcano le regole democratiche intervenendo, su una materia così delicata, sull'onda emotiva di tragici fatti di cronaca, rispondendo alle pressioni irresponsabili di una parte della classe politica e di amministratori locali.
Un ennesimo fatto grave se l'attuale governo, nato col sostegno del popolo di sinistra, si mostra eversivo dei principi e delle regole della democrazia, e tutto questo nello stesso giorno in cui la Commissione Affari Costituzionali della Camera affossa la Commissione di inchiesta sulle tragiche giornate di Genova del Luglio 2001.
Ricordiamo che i provvedimenti di legge approvati aumentano i poteri dei prefetti e danno poteri di polizia ai sindaci, minando alla radice uno dei principi base di uno stato di diritto, e cioè la divisione dei poteri. Si interviene anche sui temi processuali introducendo il cosiddetto "processo immediato" con grave indebolimento delle possibilità di difesa e delle garanzie del giusto processo. Il merito dei provvedimenti inizialmente parte delle proposte di legge del governo coi ddL contenuti nel "pacchetto sicurezza", successivamente con l'aggiunta del decreto legge attuativo, dovranno trovare la più larga e puntuale vigilanza democratica, la ferma contestazione di ogni elemento illegittimo e contrario ai principi costituzionali, e l'opposizione di tutti coloro che non rinunciano a lottare per la giustizia, la verità, la democrazia e la libertà.
A soli 10 giorni da una imponente manifestazione di popolo che chiedeva all'attuale governo una svolta profonda nella politica del governo e della maggioranza, si porta a compimento un nuovo duro colpo non solo alla sinistra, ma alla stessa coscienza democratica del Paese. Qui è in ballo la democrazia, i suoi fondamenti, le garanzie e i diritti di tutte/i oggi attaccati per decreto.

Primi Firmatari:


Mario D'Acunto (PRC Tognetti Pisa), Mercedes Frias (parlamentare PRC-SE), Adriano Ascoli, Sergio Bontempelli (Africa Insieme PI), Luigi Antonini, Cristina Polimeno, Giovani Comunisti (PI), Daniele Ippolito (direz.PRC-Pisa ),Massimilano Righi (segretario PRC Volterra), Goia Valerio, Fosco Giannini (Parlamentare PRC), Gianluiigi Pegolo (sen.PRC), Yassir Goretz (dir.PRC Roma), Lucia Monti, Eugenio Simoncini, Antonello Tiddia (segretario PRC Sant'Antioco -CI-), Andrea Martocchia (BO), Fabio Pasquinelli, Paola Ferroni (BO), Leo Bragliani (BO), Pierangelo Pancaldi (BO), Mariella Saviotti (BO), Andrea Vecchi C.P.Reg.PRC (RE), Silvia De Bernardinis, ricercatrice (Roma), Alessio Bellini Assessore Politiche Sociali Santa Croce sull'Arno (PI), Emiliano Alessandroni, GC (Urbino), Monica Sabattini (segreteria PRC-BO), Marco Scalvini (New York University), Djordje Sredanovic (PRC-BO), Stefano Tacconi (Roma), Savant Giovanna (TO), Felisati Giuliana (segretaria PRC San Donato BO), Ascanio Bernardeschi (Capogruppo PRC in Consiglio Prov.le Pisa), Gilberto Vento (COBAS, PRC PI), Massimiliano Bacchiet (Coordinatore cittadino PRC Pisa), Fulvio Grimaldi (giornalista), Sandra Paganini (antropologa, segr.Italia-Cuba Tuscia), Manuela Ausilio (Roma), Vincenzo Brandi (ricercatore ENEA, Roma), Stanislao Rinaldi (Studi questione criminale, BO), Alessandro Valboni Castelfranco di Sopra (Ar), Gianna Foschi (Roma)

4 novembre 2007

In molti a Genova per costruire l'unità

E' risuonato in questi giorni uno spontaneo appello: tutti a Genova il 17 novembre . A mio avviso è ancora una volta indispensabile una unità di intenti,voglia di linguaggi comprensibili, voglia di sentirsi comunità, la parola non è solo «compagni» ma spesso si usa anche «fratelli».C'è voglia di solidarietà e di larga partecipazione.La parola speranza è come se modificasse la vecchia utopia al vivere precario dei nostri giorni.C'è un bisogno impellente di trovare nuovi sbocchi di costruzione della polis democratica, perché la violenza e la distruzione la stanno mettendo in atto i potenti.Certamente 300.000 persone, Carlo ucciso e archiviato, un mese di terrorismo mediatico, i lenti processi, le richieste di condanne esemplari ai 25 capri espiatori, la promozione di molti funzionari, la bocciatura della commisione parlamentare (addio articolo 82 della Costituzione), e il rumore ossessivo delle catene (repressione e galera) proveniente dal Palazzo in queste ore, ci chiedono una risposta a dimensione umana, una risposta chiara, lucida, senza tentennamenti e distinguo inopportuni.Una risposta a chi vuol isolare per renderci individui individualizzati, sempre più individualisti facili prede da colpire.L'unità non è solo questione di strategia, è profondo desiderio di ricomposizione, che non è calcolata, una volontà intrinseca di una moltitudine di solitudini.Chi se non chi era a Genova può rilanciare la politica dell'inclusione partecipativa per opporsi al meccanismo produttivo globale che ci esclude non solo dai diritti, ma dalla nostra stessa vita e di quella di miliardi di persone in tutto il mondo. Ritroviamoci gioiosi a Genova.Nel 2001 Genova umiliata, militarizzata. Porto chiuso, aeroporto presidiato, stazioni ferroviarie bloccate, negozi barricati.E soprattutto è saltata la «legalità» con numerosi e inaspettati episodi di «squadrismo di stato» culminato nella tortura degli arrestati.Riscopriamo Genova con cortei,dibatti incontri musica...ecologia,lavoro, precarietà, rapporti umani controllo dei media, controllo delle menti, la pace, la giustizia, la verità.Un movimento che si globalizza e si interroga ormai in tante parti del mondo: la resistenza indio-afro-popolare.Vogliamo tornare a parlarci, a raccontarci, a organizzarsi, dove le differenze si riconoscano legittime, in cui la pluralità sia esplicitata per edificare gioiosi divenire collettivi.Sia ben chiaro: la consapevolezza di partire da un momento di grande indignazione e di resistenza attiva.La «gente» di Genova non può perdere questa grande opportunita'! Donne, uomini, ragazze, ragazzi che non vogliono più sentire parlare dell'onnipotenza del mercato, dei valori di scambio e della guerra continua.Vogliamo con tutto il cuore impegnarci nello stare insieme, sperimentando il costruire comune: l'essere comuni e pacifici. Questo vecchio prete partigiano, persuaso di far cosa utile, invita per martedì 6 novembre alle ore 10.30 nella comunità San Benedetto in Genova gli animatori di quelle giornate per mettere le basi dell'organizzazione. Se questa condizione è condizione di molti dobbiamo parlare fra molti.

Don Andrea Gallo

«Verità per Aldo». Sabato 10 novembre manifestazione a Perugia

La voce corrente è che tutto sia cominciato con una mail a perugialife.it, sito perugino di intrattenimento e non solo. Era il 20 ottobre ed erano passati sei giorni dalla morte nel carcere di Capanne di Aldo Bianzino, ucciso nella notte tra sabato e domenica nella cella dove era stato rinchiuso dopo l'arresto e dalla quale è poi uscito senza vita. La mail l'aveva spedita Tommaso Ciacca, un antiproibizionista storico della città umbra, dopo aver letto le cronache dei giornali. In men che non si dica sul suo messaggio «postato» erano arrivati un migliaio di contatti. E' nata così, sotto traccia, la mobilitazione della gente che ha sentito, nella storia di Aldo, gli echi di una cultura del carcere che a Capanne si è declinata con la morte. E ne è uscito il Comitato verità per Aldo Bianzino dove c'è un po' di tutto: Arci, radicali, amici di Aldo, associazioni e circoli. «Il comitato - spiega Luca Boccardini, uno dei promotori - è aperto a tutti senza distinzione». Ci sono forse anche quelli che intanto si sono indignati per il caso dei cinque «terroristi» spoletini arrestati con una mobilitazione di forze spropositata a quella che appare come un'operazione con gambe indiziarie molto fragili. Si moltiplicano le azioni di solidarietà: piccole e grandi iniziative nate in modo spontaneo ma sempre più organizzato. Tra le piccole c'è quella di Carla Fiacchi, ad esempio, un'insegnante di Perugia che si è portata a scuola tutti i giorni il giornale per far conoscere la vicenda di Capanne e raccogliere denari da mettere sul conto corrente intestato alla compagna e al figlio di Aldo. Tra le grandi c'è invece la manifestazione indetta per sabato 10 novembre a Perugia dal comitato. Una manifestazione che, nelle intenzioni degli organizzatori, vuol andar oltre le mura di Capanne e oltre quelle dell'Umbria.Nella testa dei promotori il 10 novembre sarà infatti un «appuntamento nazionale contro tutte le intolleranze, perché un paese intollerante - hanno detto ieri alle agenzie di stampa - tutto è tranne che un paese sicuro». Secondo il comitato «la vicenda di Aldo Bianzino sembra simile a quella di altri, vittime del proibizionismo e di una generale paranoia securitaria che agisce violentemente, psicologicamente e fisicamente. Dal G8 di Genova in poi - dicono - i comportamenti fuori dagli schemi vengono criminalizzati in nome di una sicurezza vista come maggiore controllo e non intesa come rispetto e garanzia di quei diritti che permettono una vita meno precaria, casa, reddito e salute». La manifestazione si svolgerà a partire dal primo pomeriggio di sabato e si articolerà in un corteo per le vie del centro storico. Appuntamento dunque tra una decina di giorni.Intanto, proprio mentre si decideva della manifestazione, nel carcere di Capanne si svolgeva la festa provinciale della polizia penitenziaria dedicata al patrono del Corpo, S. Basilide. Festa con cerimonia e presenza di poliziotti, funzionari e prelati come monsignor Giuseppe Chiaretti, arcivescovo di Perugia che nella sua omelia ha invitato gli agenti di polizia penitenziaria a «non dimenticare mai di trovarsi in ogni caso davanti a delle persone umane, non dinanzi a degli individui. La persona - ha detto - è una realtà che pensa, che ama, che desidera la libertà, che desidera lo sviluppo». Parole sante. Ma nel carcere di Capanne qualcuno non ha fatto tesoro di questi insegnamenti. Sta ora alla procura, che sta indagando per omicidio, capire chi ha ucciso ma anche accertare le eventuali responsabilità di chi ha coperto una verità che stenta a venire a galla in una vicenda dai contorni ancora molto oscuri.

Polizia e carabinieri, il caos di Genova / 2 parte

Il G8 del 2001 Quello che è emerso nelle udienze, la Commissione mancata e il 17 novembre

Le giornate di Genova non sono state solo caccia all'uomo, cariche sconsiderate, militarizzazione della città. Sono state anche il teatro prescelto per scontri di potere all'interno delle stesse forze dell'ordine. In materia di ordine pubblico i carabinieri non possono fare alcunché senza l'autorizzazione del funzionario di polizia che ne accompagna i contingenti. A Genova però, su chi avesse «il manico» rimane ancora oggi molta confusione. Fini, allora ministro degli Esteri, era nella caserma di San Giuliano, il centro di controllo dei carabinieri - nonché con Bolzaneto carcere temporaneo per gli arrestati - a testimonianza del rapporto privilegiato dell'Arma con la destra italiana. Dall'altro lato una centrale operativa della polizia che più volte, ascoltando le registrazioni delle telefonate, appare in panne nella comunicazione tra reparti, tanto con i carabinieri, quanto nella gestione delle emergenze segnalate dai cittadini.Una polizia che giunge al G8 con De Gennaro saldamente in carica, ma desideroso di dimostrare la propria lealtà anche ai nuovi padroni del centrodestra (era stato nominato nel maggio 2000 dal centrosinistra). Il sabato, soprattutto con l'irruzione alla Diaz, la polizia risponderà alle critiche di chi li accusava di avere fatto pochi arresti e di un comportamento in tono minore per le strade. Dopo l'omicidio di Carlo, i carabinieri durante la disastrosa giornata di sabato vengono tenuti in disparte. Il venerdì però lo scontro avviene, tra incomprensioni, decisioni autonome dei carabinieri, insulti via radio: il processo e i testimoni delle forze dell'ordine, tra mille tentativi di giustificare il tutto con difficoltà tecniche - pare non funzionassero bene le radio e gli auricolari in dotazione - hanno messo in evidenza contrasti tra polizia e carabinieri, sfociati in una generale disorganizzazione organizzata di cui hanno fatto le spese migliaia di manifestanti. Un altro dei tanti conflitti - come quello tra reparti mobili e squadre mobili in seno alla polizia emerso la notte e anche nel processo Diaz - consumatisi in quelle giornate del 2001.Un Di Furia di carabiniereTra i carabinieri impegnati nelle vie genovesi c'è anche chi è rimasto fuori dai giochi, dando luogo ad una esilarante, se non fosse tragico il contesto, gag. E' il capitano maggiore Di Furia, ore e ore di comunicazione con la centrale di servizio a litigare con funzionari della polizia, per andare a caricare i manifestanti e infine per chiedere cibo: «Io ho già tutto il personale sui mezzi, i mezzi accesi, mi basta solo un via libera da parte vostra quando volete. 112: d'accordo. Dobbiamo ricattare la questura per farci liberare. 112: lo stiamo facendo. Perché io lo ammazzo questo funzionario, odio più lui dei no global, se dessero fuoco alla questura farei festa».Dopo innumerevoli telefonate, dalla Centrale non arrivano novità, anzi dopo diversi tentativi Di Furia sembra non trovare mai un ascoltatore intenzionato ad aiutarlo.«Sono il maggiore Di Furia, buongiorno con chi parlo? Di Furia che cazzo vuoi sono Biscotti. Bisco, senti qui abbiamo un cretino di funzionario che non ci sta facendo sganciare nemmeno un mezzo per poterci andare a prendere i panini che ci hanno tra l'altro preparato, sono 3 ore».Con il passare dei minuti sale la tensione. Nel resto della città i carabinieri e la polizia stanno caricando, via radio passano le notizie, l'atmosfera si surriscalda anche per il reparto bloccato: «Di Furia, quanti siete? Siamo 72 incazzati come bombe. Ok va bene signor maggiore. Mandateci a lavorare per Dio. Va bene salve».Di Furia sente via radio che i carabinieri sono in difficoltà. Cerca ancora il contatto, vuole aiutare i suoi colleghi: «Il bello che ci avevano detto che eravamo qui per rinforzo per emergenze, quali emergenze se questa non è un'emergenza, è da bruciarli tutti, siamo qui a non fare un cazzo».Infine l'amaro epilogo: «Tranquillo, tranquillo, lo ammazzerei di legnate, sarei contento se gli dessero fuoco a tutta la questura, maledetti bastardi, scusa 112: no, fai bene a sfogarti, ma purtroppo la direzione ce l'hanno loro e c'è poco da fare, va bene. X: va bene, ciao».«Massacrateli»Nella trentaduesima udienza del processo in aula a Genova viene esaminato Raffaele Mascia, dirigente di un contingente di 100 carabinieri che venerdì vengono inviati sulla massicciata della ferrovia Brignole a protezione dei reparti impegnati nella carica di via Tolemaide. Poi seguiranno i contingenti fino in corso Gastaldi e infine chiuderanno i varchi in piazza Martinez in una mossa a tenaglia, sottolineata da molti testimoni. Giulietto Chiesa, chiamato a Genova a testimoniare, dirà che mai in vita sua aveva assistito a cariche senza lasciare vie d'uscita ai manifestanti. In aula vengono fatte ascoltare a Mascia alcune conversazioni radio, come questa: «Cot (Centro operativo telecomunicazioni, ndr): Mascia, devi scendere per corso Gastaldi, Archimede, via Giusti e vai in piazza Martinez, hai capito? Mascia: sì ho capito, con tutti quelli che ho qui con me? Cot: confermo con tutti però devi fare una cosa veloce e devi massacrare. Mascia: confermi? Cot: confermiamo piazza Martinez».Carabinieri in autonomia La catena di comando ha costituito per buona parte del processo l'argomento clou. Il tentativo, specie da parte delle difese, è stato quello di comprendere l'organizzazione delle forze dell'ordine, per evidenziare gli errori e una situazione di confusione creata dagli stessi apparati di sicurezza, che ha portato i manifestanti ad una difesa ad oltranza dagli attacchi. Il primo marzo del 2005 in aula a Genova si presenta il maggiore Frassinetto, responsabile della sala operativa dei carabinieri, presso la caserma di San Giuliano. E' lui a chiarire, si fa per dire, l'ambiguità gerarchica creata in quelle giornate: la questura comunicava le informazioni all'ufficiale in sala crisi, poi via telefono, alla centrale operativa dei carabinieri e infine a Frassinetto. Era quest'ultimo a comunicare gli spostamenti ai Ccir. Frassinetto è chiaro sulle autonomie operative riservate ai carabinieri: «Essere a disposizione della questura non significa prendere ordini direttamente dal funzionario di piazza» e ancora, «la questura non può muovere per proprio disegno gli uomini dei carabinieri».«Sono stati loro, anzi noi»Ai testimoni delle forze dell'ordine giunti in aula è stato più volte chiesto il riconoscimento di coloro che menavano e fendevano mazzate contro i manifestanti. A Guido Ruggeri, il comandante dell'ex Battaglione Tuscania, assorto nel 1996 - a Livorno - a Reggimento (e transitato nel 2002 dalle dipendenze della Brigata Folgore alla II Brigata Mobile dei Carabinieri) vengono mostrate scene di pestaggi. Il tentativo è scaricare sui colleghi: «Sono poliziotti - dice in aula - non personale del Tuscania. Eravamo riconoscibili per il cerotto arancione dietro al casco e per lo stemma verde del Tuscania sul petto». Infine, di fronte all'ennesimo video, non può che ammettere: «Riconosco un militare del Tuscania». Vomito e attrezzaturePaolo Faedda, tenente dei carabinieri, responsabile del contingente del III Battaglione Lombardia, quelli di via Tolemaide, alcuni dei quali protagonisti nei pestaggi del San Paolo a Milano dopo la morte di Davide «Dax» Cesare, è il carabiniere che si vede vomitare durante una delle tante cariche. Faedda in aula non si riconosce in una immagine in cui compare di profilo, con un segno evidente sul retro del casco. Nega di avere avuto segni di riconoscimento, ma poco dopo è chino a vomitare con in mano il casco mostrato poco prima. Dice anche di non avere effettuato arresti in via Tolemaide. Ancora una volta un video lo inchioda: è lui che senza casco e con le manette in mano sta arrestando un manifestante. Finge di non sapere che il III Battaglione Lombardia ha fatto uso di manganelli irregolari, ammettendo però che possa essere accaduto «perché il tonfa non è sicuro e si può perdere», nonostante altri suoi colleghi avessero sottolineato, tra le mirabilie dei tonfa, proprio la sua forma, grazie alla quale era molto difficile perderlo. Nel finale dell'udienza un'altra sorpresa: si scopre infatti che «i carabinieri possono munirsi di materiale comprato a proprie spese». In aula si crea sbigottimento, ma il teste tenta il salvataggio in corner specificando che alludeva a «baschi, fondine, materiale deteriorabile». Le mazze di ferro di Genova e le mazze da baseball del San Paolo sono lì a testimoniare il contrario.Il Presidente e TruglioNel febbraio 2007 arriva a Genova uno dei big, ovvero il tenente colonnello Giovanni Truglio, protagonista dei fatti di piazza Alimonda. Nella sua deposizione interviene pesantemente la Corte, che chiede chiarimenti e un giudizio del militare sui fatti. «Le chiedo proprio come fatto storico, cioè da parte sua non c'è mai stato il dubbio di aver commesso, o lei personalmente o altri colleghi suoi, o non colleghi suoi, tipo appunto la Polizia di Stato, degli errori nella gestione di quei momenti?» Alla domanda del presidente Devoto segue una risposta confusa. Sull'ennesima domanda, «l'Arma non ha fatto una sua ricostruzione dei fatti?», Truglio ha la risposta più decisa di tutta la sua deposizione. Un «no» forte e chiaro che dimostra e nasconde tante responsabilità non ancora appurate di quelle giornate.


2-fine


3 novembre 2007

Sicurezza: I prefetti cacciano, i razzisti attaccano

Arrivano i primi effetti del decreto del governo. Nella periferia a sud della capitale scatta la caccia al rumeno con passamontagna e bastoni. E la comunità è spaventata.

È cominciata con le ruspe del comune di Roma ed è finita con una spedizione punitiva. Da Tor di Quinto a Tor Bella Monaca. Dalla zona nord a quella sud della capitale. In mattinata l'evacuazione degli ultimi cittadini rumeni nella baraccopoli (che sarà demolita a giorni) distante pochi metri dal ritrovamento del corpo di Giovanna Reggiani. In serata la prima rivendicazione per quel delitto. Una decina di persone nascoste da passamontagna e con in mano bastoni e coltelli, circondano quattro rumeni nel parcheggio di un centro commerciale di via Tor Bella Monaca, periferia sud di Roma. Gli gridano frasi razziste e li massacrano di botte. Tre finiscono in ospedale.Ora la comunità rumena è spaventata. «Per colpa di un bastardo, non può pagare un intero popolo», ripetono. Dopo che un loro connazionale, Nicolae Mailat, si è macchiato di un crimine così efferato si sentono perseguitati, braccati. Hanno lasciato le loro baracche di Tor di Quinto senza avere una destinazione precisa, e in molti pensano di ritornare in Romania. «Qui gli italiani ci odiano», dicono. Paura di ritorsioni, ma anche della legge italiana che da ieri è diventata più dura. E' entrato infatti in vigore il decreto legge sulle espulsioni, approvato «a caldo» lo scorso mercoledì da un Consiglio dei ministri straordinario. Il testo, contenente «disposizioni urgenti in materia di allontanamento dal territorio nazionale per esigenze di pubblica sicurezza» è nero su bianco sulla Gazzetta ufficiale e può essere dunque applicato. Il primo ad impugnarlo è stato il prefetto di Milano Gian Valerio Lombardi che ha già firmato quattro decreti di allontanamento nei confronti di altrettanti cittadini romeni. Ma le espulsioni, giura, saranno molte di più. «Un centinaio e verranno tutti espulsi per motivi di pubblica sicurezza - fa sapere il vice sindaco milanese e assessore alla sicurezza Riccardo de Corato - grazie all'identificazione della polizia municipale, supportata dalla polizia, potrebbero diventare molti di più, se si aggiungono quelli non in grado di autosostenersi».Anche a Roma non si è perso tempo. E mentre in Campidoglio destra e sinistra chiedono al sindaco Veltroni un consiglio comunale straordinario sul tema della sicurezza, il prefetto Carlo Mosca gioca d'anticipo firmando i primi provvedimenti di espulsione. Si augura tempi brevissimi, annunciando che il numero sarà «consistente, tale da poter alleggerire il peso di una quantità di delinquenti che effettivamente rendono insopportabile la vita della nostra città».La corsa all'espulsione e allo sgombero è dunque ufficialmente partita, un po' in tutta Italia. A Firenze la polizia è entrata nel campo nomade del Poderaccio che ospita la più numerosa comunità rom della Toscana. Sempre a Roma sono stati identificati 150 immigrati e 12 cittadini romeni sono finiti in manette per reati che vanno dal furto in abitazione al borseggio. Altri insediamenti abusivi sono stati controllati dai carabinieri che hanno anche battuto le zone di Roma più frequentate da cittadini rumeni, su tutte Nomentana, Trionfale ed Eur. Sgomberato in mattinata anche il campo di Porta Portese: in tutto 25 baracche abbattute, quelle adagiate a pochi metri dal Ponte Sublicio, sul margine destro del Tevere.Ieri, intanto, è stato interrogato Nicolae Mailat che dal carcere di Regina Coeli continua a difendersi dall'accusa di omicidio, ripetendo di aver aggredito la Reggiani solo per rapinarle la borsa. Nega di averla uccisa, ne tantomeno violentata. Il Gip ha convalidato comunque l'arresto del giovane per omicidio volontario, violenza sessuale e rapina. «Il mio assistito - ha detto il suo avvocato Piero Piccinini - ha fatto delle parziali ammissioni e dato una versione diversa da quella che si è letta sui giornali. Ma questa non è stata ritenuta credibile dal Gip». Mailat è apparso «attonito» e ha avuto un atteggiamento «assolutamente composto». Contro di lui, e più in generale contro «il pericolo rumeno» ieri una quindicina di esponenti della Destra di Storace hanno manifestato davanti all'ambasciata della Romania presso la Santa Sede. «Ora basta! L'Italia non è la vostra fogna dove scaricare assassini, spacciatori e prostitute», si leggeva su un volantino.

2 novembre 2007

Sud Ribelle: Torna Fiordalisi, il pm del teorema

Il 29 luglio 2004 a metà pomeriggio tre pm che indagano sui fatti del G8, a Genova e Cosenza, Andrea Canciani, Anna Canepa e Domenico Fiordalisi, si incontrano nel capoluogo ligure. Con loro un maresciallo dei Ros, Roberto Galdo. Fiordalisi riceve dai colleghi genovesi video e procedimenti in atto, relativi ad alcuni imputati del processo cosentino. Il pm di Cosenza estrapola alcuni frame, annotazioni e intercettazioni. L'altro ieri a Cosenza il processo contro il Sud Ribelle (13 persone accusate di sovversione dell'ordine economico costituito con la finalità di devastare Genova e Napoli nel 2001) si è rimesso in moto, con novità e un calendario particolare. Le novità riguardano il procedimento in sé: Fiordalisi nell'ultima udienza a Cosenza ha presentato il dono speciale ricevuto da Canepa e Canciani anni fa, ovvero le intercettazioni e alcune note della Digos, chiedendone l'acquisizione. I brogliacci non sembrano costituire alcuna novità per il processo, ma conta l'effetto mediatico. Altra sorpresa, il calendario stilato a Cosenza prevede la requisitoria del pm il 16 novembre, un giorno prima della manifestazione a Genova, e la sentenza il 19 dicembre, potenzialmente in contemporanea con quella attesa nel capoluogo ligure.Non sono le sole stranezze che, in tre anni di udienze, si sono ammirate a Cosenza. Il processo al Sud Ribelle, infatti, ha una genesi e un protagonista, il pm Fiordalisi, piuttosto curiosi. Magistrato del tribunale di Paola, Fiordalisi era stato spostato a Cosenza. L'8 marzo del 2007 non gli viene rinnovata l'applicazione alla procura di Cosenza per seguire il processo no global. In tutta fretta, il 27 ottobre di quest'anno, Fiordalisi, poiché a conoscenza degli atti e con il suo parere favorevole, pur rimanendo magistrato del tribunale di Paola, ritorna ad essere proprietario del processo al Sud Ribelle. In tempo per stilare il calendario e chiedere l'acquisizione delle intercettazioni con date e tempismi quantomeno bizzarri. Fiordalisi è stato l'unico magistrato italiano che nel novembre 2002, risponde sì, al giro delle procure italiane fatte dai Ros e i loro preziosi materiali. Secondo questi ultimi - e la Digos - gli attuali imputati avrebbero partecipato alle manifestazioni di Genova, prendendo parte agli scontri con le forze dell'ordine e alle devastazioni. La supposta associazione avrebbe inoltre organizzato, il 2 luglio del 2001, l'invasione delle agenzie di lavoro interinale di Taranto, Cosenza e Napoli. Nel 2002 perquisizioni e arresti: saranno 41, nel complesso, le persone indagate nel filone d'inchiesta relativo ai fatti di Genova e alle «prove generali» del marzo 2001, a Napoli. Un processo sghembo, basato su un teorema costruito intorno a intercettazioni telefoniche e su nessuna testimonianza o contributo video. Un processo dispendioso e che parte da lontano, dal 10 aprile 2000, anno in cui vengono fatti recapitare in uno stabilimento Zanussi a Rende (provincia di Cosenza) delle rivendicazioni a firma Nipt (Nuclei di iniziativa proletaria e rivoluzionaria). Da lì un'operazione colossale: cifre approssimative parlano di centinaia di uomini e di diversi milioni di euro spesi in migliaia di ore di intercettazioni ambientali, telefoniche e telematiche, appostamenti e pedinamenti, il tutto riportato in oltre 50 mila pagine di materiale cartaceo raccolto nei due anni d'indagine (2000-2002). Da subito venne definito come una sorta di processo ai 25 bis, poiché nelle aule del tribunale si sono succeduti, con i medesimi silenzi e reticenze, gli stessi vertici di polizia e carabinieri ascoltati a Genova. Non mancano episodi curiosi: nell'aprile del 2005 Fiordalisi minaccia nuovi sequestri dei pc per gli imputati e consegna il proprio materiale digitale ai difensori: distrattamente ci infila il suo intero hard disk, subito riconsegnato dalle difese. Il 16 conosceremo le richieste di pena. Lo stesso giorno, dopo il presidio in tribunale, da Cosenza si ritornerà a Genova per la manifestazione del 17 novembre.

DI NUOVO A GENOVA PER RIPRENDERCI LA PAROLA

Prima è arrivata la vergognosa decisione di archiviare senza processo la morte di Carlo: ancora oggi speriamo che un pronunciamento della CorteEuropea chieda all'Italia di riaprire il caso. Poi, a distanza di anni, al processo contro 25 persone accusate didevastazione e saccheggio, i due pmhanno formulato richieste di pena pesantissime, da sei a sedici anni, assolutamente sproporzionate e fuori dal senso comune, sulla base di unafigura di reato rispolverata dai tempi della seconda guerra mondiale e mai utilizzata prima del G8 di Genova per manifestazioni di piazza. Gli imputati rischiano d'essere trasformati in autentici capri espiatori, nell'ambito di una riscrittura inaccettabile delle giornate del luglio 2001, che furono caratterizzate da una plateale e continuata violazione delle garanzie costituzionali da parte delle forze dell'ordine. A Genova, nelle aule di tribunale, sono in corso anche alcuni processi contro decine di agenti, funzionari e dirigenti delle forze dell'ordine, a dispetto dei silenzi e degli ostacoli frapposti dai vertici delle forze di polizia. Questi processi si concluderanno in primo grado l'anno prossimo, ma e' pressoché certo che gli imputati saranno salvati dalla prescrizione, vista la lieve entità delle pene previste per i reati contestati. Alcuni dei dirigenti imputati, nel frattempo, sono stati addirittura promossi. Tutto questo sarebbe già sufficiente per organizzare a Genova una grande iniziativa, con una forte e corale richiesta di verità e giustizia, traguardi che rischiano di restare soffocati nelle aule giudiziarie. La votazione di martedì alla Camera, con la gravissima e irresponsabile bocciatura della proposta di istituire una commissione d'inchiesta sul G82001, rende questa necessità assolutamente improrogabile. A Cosenza, in un processo parallelo collegato ai fatti di Genova, sono in arrivo nei prossimi giorni le richieste di condanna: è un altro procedimento che rischia dicondurre alla ricerca di una “sentenza esemplare”, che non colpirebbe solo gli imputati ma anche, indirettamente, chi organizzò e partecipò alle manifestazioni del luglio 2001. Per tutte queste ragioni è necessario ritrovare lo spirito di Genova, fare fronte comune nella richiesta di verità e giustizia, e nel rifiuto di ogni logica punitiva e vendicativa. E' necessaria una risposta che coinvolga il 'popolo di Genova' e tutti i cittadini e le organizzazioni che hanno a cuore la tutela delle garanzie democratiche, calpestate nelle drammatiche giornate del 2001. Pensiamo a iniziative in grado di coinvolgere il mondo della cultura, i sindacati, la società civile, quell'universo di uomini e donne che ha condiviso con noi l'impegno e le speranze di quei giorni. Vorremmo ritrovarci tutti a Genova, con quello stesso spirito che permise a ciascuno di sentirsi a casa propria, pur nella diversità di storie e culture. Nei giorni scorsi un documento intitolato “Noi, quelli di via Tolemaide” ha lanciato una mobilitazione per sabato 17 novembre. E' un appello importante, ma che rappresenta solo una parte del movimento sceso in piazza oltre sei anni fa. Non tutte/i, e non tutte le organizzazioni, possono riconoscersi in quel testo, perciò pensiamo che sarebbe necessario fare un passo avanti e ricostruire quella capacità di tenere insieme le diversità di culture e dilinguaggi che permise il “miracolo” della straordinaria mobilitazione del2001. Perciò proponiamo ai firmatari di quell'appello e a quanti condividono lo “spirito di Genova” di lavorare al testo di un documento comune, in modo da organizzare, nell'intera giornata del 17, una mobilitazione condivisa e promossa da tutte/i, che comprenda dibattiti, manifestazioni, spettacoli, e che riproponga il 'patto' sul rispetto delle cose e delle persone che fu sottoscritto sei anni fa. Il popolo di Genova deve riprendere il suo diritto-dovere di parola.
Ci auguriamo che queste nostre riflessioni possano essere condivise eraccolte dai nostri interlocutori.


Vittorio Agnoletto, Haidi Giuliani, Lorenzo Guadagnucci

Pacchetto e contropacchetto:Il pacchetto sicurezza perché fa male alla Costituzione e alla giustizia

La questione del pacchetto sicurezza, ormai da oltre un mese, non manca di suscitare le uscite più violente da parte di politici, opinion maker e gruppi di pressione vari. Non c'è giornata che non si prenda spunto da singoli episodi, in realtà statisticamente poco significativi, per concludere con lapidari giudizi, ora sull'operato dei giudici di sorveglianza, ora sull'impianto di quelle leggi interne all'ordinamento penitenziario che tentavano di dare risposta alla richiesta di adeguamento dei codici, in larga parte originati dalla dittatura fascista, ai principi sanciti nella nostra Costituzione. Non serve elencare qui l'insieme un po' goffo di misure accorpate in questo "pacchetto" sicurezza, dalla reintroduzione dei reati dei viandanti, sarà dura rivedere in giro madonnari o artisti di strada, alla sospensione dei diritti costituzionali per i cittadini comunitari e a intere categorie di indagati, cioè sospensione dei diritti e delle garanzie per tutti noi. Vorremmo cercare di evidenziare il senso di questo impazzimento della politica, qualcosa che forse risulta evidente in queste ore più che altro a chi si trova quotidianamente a contatto con la dura realtà del carcere e dell'emarginazione sociale: le associazioni che finora inascoltate hanno tentato di porre qualche spunto di pacata riflessione sulle conseguenze di un simile operare. E certo c'è dell'irresponsabilità nel propagandare a gran voce posizioni e proposte che, se approvate, trasformerebbero il nostro Paese in qualcosa di molto più simile ad un regime che non ad una democrazia; qualcosa che certo non può trovare né il consenso né la complicità di chi continua a ritenersi e ad essere di sinistra, né l'approvazione di chi ha a cuore le sorti della democrazia.Il pacchetto sicurezza , salvo modifiche dell'ultim'ora, si proporrebbe anche di equiparare nuove categorie di detenuti in relazione all'esclusione dalle misure alternative già in vigore per determinati reati, introducendo la novità della custodia cautelare in carcere obbligatoria. Verrebbero introdotte delle complesse commissioni composte da più giudici col compito di decidere sullo specifico di ogni richiesta di attenuazione del regime detentivo (i domiciliari per esempio), ed è facile immaginare quale intasamento e impossibilità di ottenere parere favorevole per le inevitabili lungaggini burocratiche ed organizzative. Tra rinvii e disaccordi ancora non è chiara quale sarà la versione definitiva, e ancora meno cosa si intende per processo "immediato" nei casi di reati di "pericolosità sociale": non è chiaro se si parla di riti di tipo ordinario o meno. Il risultato immediato più dirompente sarà con certezza l'aumento vertiginoso della popolazione detenuta, quale risposta repressiva alla crescente insicurezza e precarietà sociale. Una spada di damocle sulla testa del conflitto sociale. Ma come interpretare la fraseologia gretta, a tratti spietata, la dose di ignoranza e superficialità così in voga tra avveduti leaders di ambedue gli schieramenti? Quale considerazione può spingere un uomo di indole "bonaria" come il ministro Mastella ad abbandonarsi a frasi del tipo "non metteremo fuori più nessuno", pena anticipata (che vuol dire prima di una condanna o di una possibile assoluzione!), annunciando che dai provvedimenti allo studio per il prossimo consiglio dei ministri vi sono misure "che lasceranno un po' stupefatti gli avvocati", e cose del genere. Come fanno autorevoli esponenti dell'UDC (il partito di Cuffaro, recentemente rinviato a giudizio per concorso in associazione mafiosa) a chiedere la modifica in senso ancora più restrittivo dei brandelli che rimangono della legge Gozzini, quando già oggi migliaia di detenuti avrebbero le carte in regola per accedere a permessi e misure alternative e tuttavia non li ottengono per lungaggini burocratiche, ritardi dell'amministrazione, diritti negati all'interno del carcere. Quante tragedie umane si consumano nel silenzio. In realtà gli addetti ai lavori sanno benissimo che le misure alternative non sono in alcun modo responsabili di una recrudescenza criminale, la recidiva è enormemente più bassa che per quei detenuti cui le misure alternative sono state negate. I governanti sanno bene, ma fingono di non sapere, che loro stessi e in più occasioni, l'ultima volta nel dicembre del 2002, hanno messo mano al codice penale e di procedura, all'ordinamento penitenziario e via dicendo per aumentare le pene e per escludere determinate categorie di detenuti, raggruppati in discutibili classificazioni, dalle misure alternative previste in applicazione dell'art. 27 della Costituzione circa la finalità della pena. E da nessuna parte è scritto che pena sia sinonimo di galera. Questo stava scritto tra l'altro nel programma elettorale dell'Unione, questo è scritto nella Costituzione italiana. Con l'art.4bis dell'ordinamento penitenziario già oggi sono esclusi dalle misure alternative previste dalla legge Simeone e Gozzini la quasi totalità dei detenuti condannati per reati di natura associativa; l'elenco di tali esclusioni è stato aggiornato cinque anni fa con ulteriori restrizioni inserite nella legge n°279 del dicembre 2002 comprendendo tutti i reati di natura eversiva, anche nella assenza di responsabilità concrete in atti di qualsivoglia natura (parliamo cioè di idee). In pratica, sarà forse per una svista, si salvano solo i politici accusati di concorso esterno in associazione mafiosa! Le violazioni costituzionali e le illegalità riservate dal regime carcerario ai detenuti raggruppati per tipologia di reato nei reparti 41bis o EIV hanno fatto tristemente scuola, così alcuni discussi articoli del codice penale fascista mai riformato. Eppure i reparti EIV, non regolamentati da alcuna legge, sono in contrasto anche con le direttive europee, i richiami della Corte Europea di Strasburgo e della stessa Corte Costituzionale. Non c'è male a proposito di legalità, bisognerebbe dirlo a Cofferati.....in effetti sullo sfondo di queste vicende c'è pure un'altra emergenza, quella relativa a indagini e accertamenti che coinvolgono una parte trasversale della nostra classe politica in affari poco chiari. La campagna d'ordine e sicurezza potrebbe allora rivelarsi oltre che un maldestro tentativo di accaparrarsi e contendersi voti con la destra più estrema, anche un abile diversivo volto a concentrare l'attenzione della pubblica opinione, e perché no il lavoro della magistratura, verso argomenti che non nuocciano a chi da sempre, vinca uno o l'altro schieramento, esercita o amministra il Potere.


Adriano Ascoli, Marco Dal Toso, Giovanni Montefusco


Genova G8, lo Stato non vuole risarcire i manifestanti picchiati dalla polizia

Negato l´indennizzo di poche migliaia di euro a due persone vittime delle violenze da parte degli agentiIl giudice: pagate per le botte. L´avvocatura si oppone.

Lo Stato italiano chiede tre milioni di euro di risarcimento ai no-global accusati di aver devastato e saccheggiato la città di Genova durante il G8. Ma non ha nessuna intenzione di pagare per i danni procurati dai suoi poliziotti. Neppure quando il ministero dell´Interno è già stato condannato dal tribunale per l´ingiustificato pestaggio di alcuni cittadini inermi. Neppure quando si tratta di poche migliaia di euro.Gli atti di citazione in appello sono due, e corrispondono alle due sentenze emesse contro le forze dell´ordine. Nel primo caso il giudice istruttore Angela Latella aveva condannato gli sconosciuti agenti che in corso Assarotti manganellarono una missionaria di cinquant´anni, Marina Spaccini. Nel secondo il giudice Cesare Viazzi aveva assegnato un indennizzo ad una pacifista, Simona Coda Zabetta, massacrata di botte in piazza Manin. E´ tradizione liquidare le somme ed eventualmente appellarsi, ma questa volta l´Avvocatura di Stato - probabilmente anche per lanciare un segnale - ha invece bloccato i procedimenti. Interessanti le motivazioni addotte per contestare la decisione dei magistrati. «Non è possibile stabilire con chiarezza chi ha picchiato Marina Spaccini: quel giorno volavano bastonate da tutte le parti, e se i colpi fossero arrivati proprio da un no-global?», è la sintesi di una delle surreali tesi. «Non è giusto fissare certe somme di risarcimento solo perché il colpevole è un poliziotto, applicando cioè il principio del "danno punitivo". E comunque, certe conseguenze dopo le botte subite non sono assolutamente provate», è l´altra riflessione, che lascia ancora più sconcertati: perché è come se lo Stato non riconoscesse che i suoi agenti devono essere due volte responsabili, quando sono in servizio.Gli appelli sono stati notificati nei giorni scorsi ad Alessandra Ballerini e Marco Vano, legali delle donne vittime delle violenze da parte delle forze dell´ordine. Marina Spaccini, pediatra di origini triestine che per quattro anni ha lavorato in due ospedali missionari in Kenia, era stata la prima pacifista del G8 a veder riconosciute le proprie ragioni da un tribunale. Venne aggredita alle due del pomeriggio del 20 luglio 2001, partecipava alla manifestazione della Rete Lilliput ed era tra quelli che alzava in alto le mani dipinte di bianco urlando: «Non violenza!». Gli agenti e i loro capi avrebbero poi raccontato che stavano dando la caccia ad un gruppo di Black Bloc, che c´era una gran confusione e qualcuno tirava contro di loro le molotov, che non era possibile distinguere tra «buoni» e «cattivi»: bugie smascherate nel corso del processo, come sottolineato dal giudice. I cattivi c´erano per davvero, ed erano i poliziotti che a bastonate aprirono una vasta ferita sulla fronte della pediatra. Dal momento che era impossibile identificare gli agenti, il ministero dell´Interno fu condannato al pagamento di cinquemila euro tra invalidità, danni morali ed esistenziali. Oggi l´Avvocatura si appella: spiegando che le testimonianze del pestaggio non sono così chiare, che la polizia fu comunque costretta ad usare le maniere forti per la necessità di «respingere la violenza organizzata» e di «proteggere la Zona Rossa», e che comunque chissà chi ha davvero colpito la donna. «Anche i manifestanti erano muniti di bastoni e oggetti contundenti - scrivono i legali dello Stato - ce n´era pure una con in mano una scopa».A Simona Coda Zabetta devono essere liquidati quasi quindicimila euro a titolo di risarcimento del danno biologico, esistenziale e morale. In questo caso l´Avvocatura sostiene che i guasti subìti dalla donna non sono precisati come dovrebbe, e che per colmare queste lacune il giudice ha voluto sottolineare la gravità del comportamento dei poliziotti, «che avrebbero invece dovuto tutelare l´incolumità della cittadina». Il ragionamento del giudice Viazzi sembrerebbe condivisibile a tutti: l´integrità e l´incolumità della persona è stata messa a repentaglio non da reati colposi, ma volontari, per di più commessi da agenti. Ma lo Stato la pensa in maniera diversa: spiega che nel nostro ordinamento non esiste il "danno punitivo". E non vuole pagare.


Fonte Repubblica Genova

1 novembre 2007

Sicurezza: Il governo espelle per decreto

Un consiglio dei ministri straordinario dà il via libera ai prefetti per espellere i cittadini comunitari. Amato: «Diamo la caccia ai delinquenti, non a tutti i rumeni». Napolitano: «Profondamente impressionato da quanto accaduto»


Da oggi i prefetti potranno espellere i cittadini comunitari che cometteranno reati. La misura, inizialmente inserita in uno dei cinque disegni di legge che costituiscono il pacchetto sicurezza approvato martedì da palazzo Chigi, ieri è stata stralciata e resa immediatamente operativa attraverso un decreto legge. A deciderlo è stato un consiglio dei ministri straordinario convocato a sera da Romano Prodi in seguito all'indignazione suscitata dallo stupro compiuto da un giovane rumeno a Tor di Quinto. Un episodio di una brutalità tale da spingere anche il presidente della repubblica Giorgio Napolitano - «profondamente impressionato» da quanto accaduto - a prendere la parola per sollecitare il governo a «compiere ogni sforzo per garantire il bene prezioso della sicurezza e della vita dei cittadini». E l'esecutivo, per una volta all'unanimità e senza litigi, ha agito di conseguenza: «Non ci muoviamo sull'onda della rabbia» ha tenuto a precisare Prodi al termine della riunione. «Quanto accaduto a Roma è gravissimo e di fronte ai ripetuti atti di violenza è necessario dare una risposta concreta», ha poi proseguito il premier garantendo sull'impegno assunto dal Quirinale per firmare immediatamente il decreto legge. Vista l'eco suscitata, per i governo era impossibile non reagire di fronte a un episodio di violenza come quello compiuto martedì sera. Eppure, perché qualcosa si muovesse è dovuta passare quasi l'intera giornata. Il primo a reagire, a dare la spinta, è Walter Veltroni. Il sindaco della capitale, e leader del Pd, si reca al Viminale per un vertice con Amato e il prefetto di Roma Carlo Mosca. Un'ora di colloquio al termine del quale palazzo Chigi comunica di aver convocato un consiglio dei ministri staordinario. Quale sono i provedimenti da prendere è chiaro. E' da questa estate che i sindaci chiedono di avere maggiori poteri e tra questi di riconoscere ai prefetti la possibilità di espellere i cittadini comunitari, come previsto da una specifica normativa dell'Unione europea. Provvedimenti sui quali Amato è d'accordo e che sono inseriti in uno dei disegni di legge che danno corpo al pacchetto di sicurezza varato solo ventiquatto ore prima. Ma i ddl dovono essere discussi dal parlamento e richiedono quindi tempi lunghi perché diventino operativi. Veltroni invece ha fretta e sollecita il governo a muoversi. Da qui la decisione diconvocare un consiglio straordinario, riunendo i ministri presenti a Roma e sentendo al telefono tutti gli altri. Prodi sente il premier rumeno Calin Popescu Tariceanu, al quale spiega i provvedimenti che il governo italiano si prepara ad adottare e dal quale riceve la promessa di massima collaborazione. E come primo atto concreto già nelle prossime ore dovrebbe arrivare a Roma una task force di poliziotti rumeni specializzati nel contrasto della criminalità organizzata e nel controllo del territorio. Il rischio, comunque, e che sull'onda della giusta indignazione per quanto accaduto, possa crearsi un'ingiustificata caccia alla streghe. Un rischio evidentemente percepito dal titolare degli Interni, che infatti fa molta attenzione a spiegare lo spirito con cui il governo ha deciso di agire: «Dobbiamo dare la caccia ai delinquenti, anche rumeni. Ma non dobbiamo dare la caccia ai rumeni», spiega infatti a un certo punto della sera Amato. «E' stata proprio una rumena che ha messo la polizia sulle tracce del delinquente», ci tiene a ricordare. Per quanto riguarda il decreto legge, aggiunge, si è trattato di una necessità dettata dai tempi: «Vogliano essere in condizione di espellere prima che accadano ancora episodi simili - prosegue -. ma serve il potere di espulsione urgente per evitare che cose del genere possano ripetersi». Per il ministro sia a Roma che in altre città «si sono formati sottoboschi di persone che vivono in realtà di delinquenza. Noi vogliano essere in condizione di espellerli prima che altri fatti accadano».Il decreto legge adottato ieri potrebbe essere solo il primo di una serie di provvedimenti analoghi. Fin da subito dopo l'approvazione del pacchetto sicurezza, infatti, palazzo Chigi aveva sottolineato come il via libera ai ddl da parte del parlamento debba avvenire in tempi rapidi. «Altrimenti si torna all'ipotesi del decreto legge», aveva avvertito Amato. Lo stesso concetto ieri è stato ripetuto anche da Francesco Rutelli. «Se i disegni di legge del pacchetto sicurezza non saranno approvati entro la metà di dicembre - ha ripetuto infatti il vicepremier - occorrerà inserire gran parte delle norme previste in un decreto legge ad hoc per dargli certezza di operatività».


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