26 ottobre 2007

Aldo Bianzino, ucciso in carcere

Chi ha ammazzato Bianzino non voleva lasciare segni sul corpo. Arrestato per marijuana, l'uomo è morto in una cella d'isolamento del carcere di Perugia. La procura indaga per omicidio volontario.

Aldo Bianzino, trovato morto dieci giorni fa nella cella di un carcere di Perugia, è stato ucciso. Ed è stato ucciso senza lasciar tracce esterne sul corpo. L'ipotesi a cui sta dunque lavorando la procura di Perugia è quella dell'omicidio, mentre sta vagliando la possibilità che le lesioni interne riscontrate dagli esami autoptici possano essere dovute all'atto volontario di persone al momento non identificate. Ignoti, che colpirono in modo da non lasciare segni esterni. In due parole: omicidio volontario. Particolari sempre più inquietanti emergono nel caso del quarataquattrenne piemontese che da anni viveva pacificamente nel suo casale della campagna umbra con la famiglia e che venerdì 12 ottobre fu arrestato con la compagna per possesso di piante di canapa. E dopo oltre dieci giorni dalla sua morte, rimasta confinata in prima lettura nella casistica delle «morti naturali» e approdata soltanto nelle cronache delle edizioni locali, la vicenda sta diventando un caso nazionale già oggetto di due interrogazioni parlamentari, dell'interessamento diretto del sottosegretario alla giustizia Manconi e dell'osservatorio sulla repressione del Prc che fa capo a Haidi Giuliani.Tra gli amici di Aldo, che fin dal primo momento avevano avanzato più di un sospetto sulla morte di un ragazzo che non aveva niente a che fare con giri di mala e spaccio e che tutt'al più si fumava qualche spinello, la sensazione che finalmente la procura abbia imboccato la via giusta è rafforzata dalle assicurazioni che il sostituto procuratore Giuseppe Petrazzini, che si occupa dal caso, ha dato personalmente alla famiglia: «Sarebbe mostruoso pensare che io possa coprire qualcuno», ha detto alla compagna di Aldo, Roberta Radici, e al figlio Rudra, accompagnati ieri dall'avvocato Massimo Zaganelli in procura. «La giustizia farà il suo corso». A questo punto non potrebbe fare altrimenti dopo che i risultati di una prolungata autopsia, che ancora non si è conclusa, avrebbero evidenziato lesioni profonde nella regione cerebrale che però non corrispondono a nessun segno sul corpo di Aldo. A sorpresa ieri mattina, Zaganelli ha fatto assistere alle prove autoptiche anche una consulente legale di parte, la dottoressa Laura Paglicci Reattelli, una donna di lunga esperienza (che si occupò del riconoscimento del corpo dell'estremista di destra Nardi). E il responso, non ancora definitivo, conduce a due ipotesi scartandone ampiamente una. Quella scartata riguarda la possibilità che le lesioni interne siano dovute e una caduta accidentale (dal lettino della cella ad esempio): ci sarebbe infatti un ematoma che però non c'è. Le due ipotesi possibili, entrambe riconducibili a un atto violento contro il corpo di Aldo, potrebbero invece ricondurre o a un violento sbatacchiamento del collo che ha prodotto emorragie interne o a lesioni alla materia cerebrale causate con un'arma impropria, utilizzata in modo da non far percepire i colpi (spranghe ricoperte da stracci bagnati ad esempio). Una sorta di «codice rosso» utilizzato per punire Aldo cercando poi di avvalorare la tesi del decesso per cause cardiache, come infatti era emerso in un primo tempo. Ipotesi inquietanti e che rimandano a responsabilità, individuali o collettive, che la magistratura dovrà chiarire. Come che sia, l'ombra che grava sulla prigione perugina di Capanne, anche solo per omessa sorveglianza, si allunga a vista d'occhio. Resa più oscura da almeno due elementi. Il primo è che, come ancora ieri ha confermato la magistratura umbra, Aldo in cella era solo, come richiede il regolamento. Il secondo è che Aldo fu visto in buona salute, non solo dall'avvocato d'ufficio che lo incontrò nel primo pomeriggio di sabato, il giorno prima del decesso, ma anche da altri funzionari dei servizi sociali carcerari, come ieri si è saputo. Il dipartimento dell'Amministrazione penitenziaria per ora mantiene il silenzio assoluto sulla vicenda ma una risposta è attesa dal ministero della giustizia dopo le due interrogazioni depositate in Senato: quella del senatore Mauro Bulgarelli e quella presentata dai parlamentari Giovanni Russo Spena, Haidi Giuliani ed Erminia Emprin Gilardini nella quale, oltre a ben quattro commozioni cerebrali, si citano lesioni al fegato e due costole rotte. I senatori chiedono a Mastella quali «procedure urgenti» il ministro intenda avviare per «fare completa chiarezza sulla vicenda». Una vicenda dai contorni ancora tutti da chiarire e che richiederà tempo. Ciò significa inoltre che il corpo di Aldo non potrà essere restituito agli amici e soprattutto a Roberta e ai tre figli, dei quali Rudra è il minore. Un ragazzo solo quattordicenne dai «tratti nobili e belli e di una grande compostezza e serenità», come lo ha definito ieri l'avvocato di famiglia dopo l'incontro in procura col magistrato.

Emanuele Giordana
Lettera22

25 ottobre 2007

Lettera aperta ai pm Andrea Canciani e Anna Canepa

Egregio Dr. Canciani, Egregia Dr.sa Canepa,
non sono d’accordo con la vostra lettura dei fatti di Genova. Questa frase voglio specificarla: non ho detto semplicemente che non concordo con le pene chieste per i manifestanti imputati per il G8 genovese, ma che dissento dall’impianto complessivo della vostra ricostruzione.
Ho letto che auspicate uguale severità per le forze dell’ordine coinvolte nella "macelleria messicana" della Diaz o nelle sevizie di Bolzaneto. Alcuni, probabilmente, vi accuseranno di cerchiobottismo; personalmente ritengo sincero il vostro auspicio, ma lo inquadro in modo persino più negativo. Tendo a riconoscere a chiunque, in prima valutazione, la buonafede; a voi la riconosco non solo per principio, ma per sincera convinzione. Siete uomini di legge, quella è la vostra bussola, e vorreste vederla applicata con rigore e inflessibilità, nei fatti di piazza come alla Diaz. Ma è una bussola strabica, e comunque insufficiente.
Io, vi confesso, non credo alla giustizia divina, ma soprattutto non credo che quella umana ne sia un surrogato. Questa giustizia terrena che rincorre codici e cavilli la vedo più come una meccanica razionale che vuole ingabbiare i comportamenti umani secondo schemi che prescindono la complessità delle situazioni. Dr. Canciani, Dr.sa Canepa, voi state cercando di misurare Genova con un metro inadatto allo scopo, di contare le colpe col pallottoliere. La vostra colpa non sta tanto nell’aver usato quei mezzi (sono i soli che avete a disposizione) quanto nel non saperne o volerne vedere l’inadeguatezza.
Accantoniamo per un momento le prescrizioni incombenti per i rappresentanti delle forze dell’ordine negli altri processi, nonché la sproporzione fra le pene richieste per i manifestanti e quelle ipotizzabili per agenti e funzionari. Si tratta di questioni fondamentali e da non dimenticare, ma rischiano di farmi usare lo stesso metro e lo stesso pallottoliere. Questi aspetti dovrebbero far riflettere più voi che me, ma non è il punto su cui voglio soffermarmi.
Da qualche parte ho letto che bisogna andarci cauti nell’attaccare la procura genovese, perché sulla Diaz o su Bolzaneto avrebbe lavorato bene, fra mille difficoltà. Ebbene, a me di difendere o attaccare la procura di Genova non interessa nulla: io voglio spostare la prospettiva con cui si dovrebbe guardare ai fatti del luglio 2001. E lanciare un allarme: non deleghiamo la ricostruzione della verità alla sola dimensione processuale. Si rischia la deriva pericolosissima di banalizzare il dibattito in termini calcistici: col processo ai 25 manifestanti si segna l’uno a zero "per gli agenti", con quello sulla Diaz potrebbero pareggiare "gli imputati", poi sarà Bolzaneto a far pendere le sorti dell’incontro da una parte o dall’altra.
Non ci sto, questa logica mi è aliena (oltre a ricordarmi tristemente l’esultanza di quella poliziotta che inneggiava in modo analogo alla notizia della morte di Carlo). A Genova abbiamo visto "la più grave sospensione dei diritti democratici in un paese occidentale dopo la seconda guerra mondiale". Questo fu il giudizio di Amnesty International, ed è un dato di partenza (e non di arrivo) per chiunque voglia affrontare i fatti del G8 2001.
Dr. Canciani, Dr.sa Canepa, ho visto troppi imputati giocare alle tre scimmiette nel processo su Bolzaneto. Non hanno visto, non hanno sentito, sicuramente non parlano. E quel che hanno visto o sentito l’hanno ritenuto "normale". Sulla Diaz molti imputati, dall’alto delle loro poltrone (inattaccate o addirittura rese più elevate e confortevoli in questi anni) hanno addirittura snobbato il processo. I fatti di Genova sono stati banalizzati, riconducendoli a logiche di violenze contrapposte: da un lato i manifestanti che "devastano e saccheggiano", dall’altro gli "eccessi" delle forze dell’ordine. A questa logica vi siete conformati, ma la verità su Genova non verrà data dal pallottoliere che conterà i cattivi dividendoli in due squadre e facendo la conta. Così si potrà dare soddisfazione a quella giustizia meccanica che chiuderà le sue pratiche con un’equità ipocrita, totalmente avulsa dalla ricostruzione della verità. Forse a voi basta, a me sicuramente no.
Francesco "baro" Barilli

Milano: Presidio contro le nuove politiche repressive

Domani (26 ottobre) a Milano si svolgerà un presidio davanti al tribunale e un’assemblea pubblica in solidarietà agli arrestati per gli scontri in via Buenos Aires, seguiti alla manifestazione antifascista dell’11 marzo 2006. Come per i processi di Genova, il reato contestato è devastazione e con l’aggravante del “concorso morale”, che ha consentito la condanna in primo grado a quattro anni di carcere per 18 persone, senza che siano stati loro contestati episodi specifici. Per seguire le varie fasi processuali è nata qualche mese fa “Libereribelli”, sigla riunisce alcuni imputati e compagni milanesi che promuovono l’assemblea di domani. L’incontro partirà dagli arresti di Corso Buones Aires per arrivare ad una riflessione più generale sulle nuove politiche repressive. Interverranno gli avvocati, gli imputati, le realtà di movimento, i comitati di genitori, ma anche le persone coinvolte in alti procedimenti come quello del “Sud Ribelle”. L’assemblea si svolgerà alle 21 presso il Barrio’s in via Barona 51 a Milano, mentre alle 9 l’appuntamento è davanti al tribunale di Milano per l’udienza in cui si raccoglieranno le dichiarazioni della difesa.

Torino: Processo agli antifascisti per i fatti di via Po del 18 giugno 2005

Martedì 30 ottobre 2007 si svolgerà al tribunale di Torino una nuova udienza (forse quella conclusiva) per i fatti di via Po del 18 giugno 2005. Quel giorno si svolse a Torino una grande manifestazione in solidarietà con due occupanti del Barocchio che erano stati accoltellati da alcuni nazifascisti. La manifestazione di piazza diede luogo a cariche da parte delle forze dell’ordine, cui i giovani antifascisti opposero resistenza. L’esito fu l’arresto con detenzione in carcere di un gruppo di persone, per lo più giovani, cui venne contestato il reato di devastazione e saccheggio. Si tratta di un’imputazione gravissima, che prevede pene detentive fino a 15 anni. Essa è stata assurdamente applicata anche per i fatti di Milano dell’11 marzo 2006, e il processo di primo grado si è concluso con 18 condanne a 4 anni; ora di quel processo è in corso l’appello, che si concluderà l’8 novembre prossimo. Per gli antifascisti torinesi al periodo iniziale di carcerazione seguirono mesi di arresti domiciliari e misure cautelari. Oggi gli imputati sono in libertà, ma il processo sta avendo il suo corso e l’imputazione continua a gravare su di loro. Come familiari e amici vorremmo ribadire che gli episodi e le forme di resistenza contestate furono parte di una manifestazione politica, furono l’espressione urlata di idee e valori a cui tutti noi, cittadine e cittadini democratici, continuiamo a fare riferimento. Chi di noi non ricorda manifestazioni politiche di piazza in cui i diritti, valori e domanda di democrazia non fossero urlati ed espressi in linguaggi ed atteggiamenti che le istituzioni hanno sempre fatto fatica a riconoscere come proprie? L’imputazione di devastazione e saccheggio è di una tale sproporzione rispetto ai fatti che ci induce sollecitare una riflessione, da parte di tutti, sul significato della parola giustizia e sulle derive che portano alla punizione come repressione di idee. Nei mesi scorsi moltissimi hanno risposto al nostro appello per una giusta sentenza sui fatti di giugno 2005: anche uomini e donne delle istituzioni, della politica, della cultura, del sindacato, della scuola. Vogliamo continuare a credere nell’antifascimo, che non è solo un bel retaggio di storia italiana, ma un principio vivo e attuale. Di volta in volta l’antifascismo assume il volto di coloro che liberarono l’Italia dal regime nazifascista, di coloro che oggi lottano contro il razzismo, la xenofobia, le discriminazioni, le guerre; che lottano per il lavoro, per la pace, per la dignità della vita, per il futuro dei nostri figli. Di generazione in generazione, il testimone dell’antifascismo passa in mano ai più giovani, i quali lo portano avanti con orgoglio e con rabbia, una rabbia forse difficile da gestire ma che bisogna provare a comprendere. Non lasciamoli soli!

Udienza del processo per i fatti di via Po del 18 giugno 2005
appuntamento martedì 30 ottobre 2007 dalle 9,00
davanti al Tribunale di Torino
(c. Vittorio Emanuele 130)

Comitato antifascista 18 giugno
Per contatti: sangyc@libero.it 3332851980

24 ottobre 2007

Processi G8. Si va in piazza a Genova il 17 novembre

In risposta alle richieste avanzate ieri a conclusione della requisitoria, dai pubblici ministeri Anna Canepa e Andrea Canciani, di 225 anni di pena complessiva per i 25 manifestanti accusati di «devastazione e saccheggio», i firmatari dell’appello «Noi, quelli di via Tolemaide» hanno lanciato oggi, in una conferenza stampa alla Comunità di San Benedetto al Porto, presente don Andrea Gallo, un invito a tornare in piazza a Genova il 17 novembre prossimo, quando i giudici dovranno pronunciare la sentenza sui 25 manifestanti. Una protesta, è stato detto, contro il tentativo di criminalizzare il movimento anti-G8 e di «riscrivere la storia dal punto di vista del potere», come si legge nell’appello.
Michele De Palma e Italo Di Sabato, responsabili per il Prc rispettivamente per i movimenti e per l'osservatorio sulla repressione, reagiscono alla «inquietante» richiesta di condanne al processo per i fatti del G8 a Genova nel 2001, chiedendo l'immediata creazione di una commissione parlamentare di inchiesta. Per i due rappresentanti del Prc, «la richiesta della procura di Genova di 225 anni di carcere per 25 manifestanti è inquietante: non si capisce come sia possibile chiedere pene così severe per gli imputati», perchè «a Genova, come testimoniano i tanti drammatici filmati su quei giorni, ci furono scontri violentissimi, le forze di polizia ferirono centinaia di manifestanti, giungendo ad uccidere Carlo Giuliani». «Ed è in questo clima - secondo Di Sabato e Di Palma - che maturarono gli scontri che videro coinvolti anche quei ragazzi per i quali oggi si chiedono pene così esemplari. Mentre i processi per le violenze poliziesche si avviano inesorabilmente verso la prescrizione». «Continuiamo con forza - è la conclusione - a chiedere che venga subito istituita la commissione d'inchiesta sulle violenze di Genova».
E l'istutuzione della commissione di inchiesta è stato fonte di discussione parlamentare. Per Daniele Farina, vice presidente della commissione Giustizia alla Camera, il comportamento tenuto dal gruppo di Di Pietro durante la votazione dei pareri sulla proposta di legge per la istituzione di una commissione di inchiesta monocamerale su quanto accaduto nei giorni del G8 a Genova « l'Italia dei valori usando impropriamente la sede della commissione Giustizia, ha cercato di mettere in discussione il merito del provvedimento e la stessa istituzione della commissione di inchiesta sui fatti del G8 di Genova del 2001». «Risultano sorprendenti le motivazioni con cui l'Italia dei Valori ha votato contro l'istituzione di una commissione di inchiesta - dice Farina - Se infatti la presenza di inchieste in corso da parte della magistratura rappresentasse un motivo ostativo, le commissioni d'inchiesta istituite in tutta la storia della Repubblica si conterebbero sulle dita di una mano». «E visti i tempi della Giustizia - conclude - al massimo sarebbero commissioni di storici e di archeologi

Interrogazione del PRC sulla morte di Aldo Bianzino

La vicenda di Aldo Bianzino, morto nel carcere di Perugia e sul cui decesso la Procura del capoluogo umbro sta indagando per omicidio, sbarca in Parlamento grazie a un'interrogazione urgente al ministro della giustizia, Clemente Mastella, presentata oggi dai senatori del Prc Erminia Emprin, Giovanni Russo Spena e Haidi Giuliani. Nell'interrogazione si ricorda la vicenda di Bianzino, arrestato venerdì 12 ottobre nella sua casa a Pietralunga, in provincia di Perugia. Dopo l'arresto, il giovane sarebbe stato condotto assieme alla moglie nel commissariato di Città di Castello per le formalità di rito e quindi trasferito nel carcere di Capanne; i coniugi sarebbero stati divisi non appena entrati in carcere, e sarebbero state riscontrate da parte dell'avvocato d'ufficio condizioni normali di salute in entrambi. Nella notte di sabato - prosegue l'interrogazione - Bianzino è deceduto all'interno della struttura penitenziaria. Le lesioni riscontrate sul suo corpo dopo il decesso, si afferma ancora, «configurerebbero la compatibilità con l'omicidio, in quanto il medico legale escluderebbe la morte per infarto, riscontrando quattro commozioni cerebrali, lesioni al fegato, due costole rotte». I tre senatori chiedono quindi al ministro della giustizia di sapere «quali procedure urgenti intenda avviare per fare completa chiarezza sulla vicenda». Ieri il sottosegretario alla Giustizia, Luigi Manconi, aveva assicurato che il ministero «opererà affinchè siano accertate nella maniera più completa ed esauriente le circostanze di quella morte, e non resti ombra alcuna sulla dinamica e le eventuali responsabilità dell'accaduto».

fonte: Ansa

Genova: Arrestata dai vigili urbani compagna del centro sociale Buridda

Sono giorni che la destra genovese agita la questione della sicurezzaper indire ronde anti immigrati nei quartieri del centro storico e del ponente e sono da ricondurre a questo clima, episodi come quello diieri pomeriggio, quando una compagna del Laboratorio Buridda è stata arrestata dai vigili urbani per aver semplicemente preso le difese di un ragazzo equadoriano strattonato dai controllori dell'AMT e inseguito circondato e immobilizzato dalla municipale. Un pericoloso criminale di 14 anni, colpevole di non avere il biglietto dell'autobus, ha prodotto un parapilgia in pieno centro,dove sono accorse volanti della polizia da cui scendevano alla"stursky e hutch" tutori dell' ordine i quali si accanivano anche sui cittadini presenti che prendevano le difese del ragazzo sud americano. Processata per direttissima questa mattina, la nostra compagna, a cui è stato convalidato l'arresto a piede libero, è accusata di resistenza aggravata. Per chi, nei "pacchetti sicurezza" chiede maggiori poteri di polizia consigliamo anche di inserire un corso da stuntman per vigili urbani, così che energumeni come quello impegnato ieri nell'immobilizzare la nostra compagna possano almeno evitare di farsi refertare 15 giorni di prognosi per aver spintonato e malmenato una donna. Ai presidenti di municipio che fanno gli sceriffi, ai vigili urbaniche diventano maldestri cowboy, alla destra che organizza ronde da kuklux klan risponderemo con la mobilitazione nelle strade e la lotta per estendere i diritti di tutti e tutte.

Laboratorio Sociale Occupato Buridda

Genova, pene severe a senso unico

I giornali titolano “225 anni di carcere per i 25 manifestanti”: è la pena richiesta dai pm Anna Canepa e Andrea Canciani al processo per devastazione e saccheggio seguito al G8 di Genova del 2001. Canciani in aula ha parlato esplicitamente di “pene severe” da infliggere affinché non accada più niente di simile, sostenendo che altrettanto dovrà avvenire per il processo in corso contro 29 poliziotti accusati del “massacro alla Diaz” (anche queste parole di Canciani, che a leggere le notizie di agenzia non ha citato Bolzaneto). E’ in sostanza il classico concetto di sentenza esemplare.
Due domande. Una sentenza non dovrebbe prima di tutto essere giusta, cioè equa? Stiamo parlando della vita, concretissima e attuale, di 25 persone. I pm hanno chiesto praticamente il massimo della pena prevista, e stiamo parlando di pene severissime, dai 6 ai 16 anni, come avviene quando si tratta di stupri e omicidi. Sarebbe bene ricordare che gli imputati, se anche fossero colpevoli, non hanno colpito o danneggiato nessuna persona, solo cose inanimate. Non è un dettaglio.
La seconda domanda è veramente terra terra. Se danno dai sei ai sedici anni a chi ha rotto qualche vetrina e rovesciato qualche automobile (cose, per carità, che non vanno fatte), quanto dovrebbero dare a chi ha picchiato selvaggiamente, con un manganello usato a rovescia, delle persone inermi, poi arrestate e accusate di reati enormi sulla base di prove false? E’ la mia esperienza personale, e ho anche la sensazione di avere rischiato qualcosa: gli squarci che avevo sulle braccia, al punto che si vedeva l’osso, potevano colpire la testa, se non avessi avuto la prontezza e la forza di ripararmi… I picchiatori, in aggiunta, erano uomini in divisa, e questa è un’aggravante non da poco.
I pm Canepa e Canciani - gli stessi che m’interrogarono in ospedale, in stato d’arresto, quando anch’io ero accusato di essere un black bloc - parlano di sentenze esemplari da infliggere in tutti i processi scaturiti dal G8. Non sono d’accordo, ma se anche lo fossi, vorrei che si dicesse tutto, senza fingere equanimità: i poliziotti non rischiano quasi nulla. Non sono andati né andranno in galera, e la prescrizione, quasi certamente, salverà tutti.
Una volta di più, il “dopo Genova”, per la nostra democrazia, si rivela peggiore delle tragiche giornate del luglio 2001.

Lorenzo Guadagnucci

23 ottobre 2007

Genova G8: la procura chiede 225 anni per 25 no global Il pm: "Fu devastazione e saccheggio"

Due anni e mezzo di processo, due secoli e mezzo di galera. 25 imputati, 180 testimoni, migliaia di foto, decine di ore di video. E' senz'altro un processo dai grandi numeri quello contro i manifestanti di Genova del luglio 2001 rincorsi dall'accusa di devastazione e saccheggio. Accusa pesante, inventata per i vandali in azione dopo terremoti e bombardamenti, rispolverata all'indomani delle giornate del luglio per un procedimento che a molti è sembrato essere un contrappeso a quelli che si sarebbero dovuti aprire a carico delle forze di polizia. L'Italia era scossa davvero da quella violenza vista in diretta, immane, contro migliaia di manifestanti per lo più inermi. Così venne fuori una prima retata di manifestanti cattivi, che neppure si conoscevano tra loro ma furono considerati in compartecipazione psichica. Ma l'accusa pesante poteva reggere solo se le loro azioni fossero state congelate, staccate dal contesto determinato dalla furia di reparti in assetto da guerra che andarono a guadagnarsi la giornata, marciando, con armi nuovissime, i tonfa, comprate apposta per Genova, e anche con armi improprie, illegittime, illegali, come le mazze di ferro del Battaglione Lombardia e la carica che partì a freddo contro un corteo regolarmente autorizzato che scendeva dal Carlini verso una zona rossa che nessuno avrebbe potuto violare, col patto di non usare violenza alla città e, naturalmente alle persone. Era necessario, sganciare quelle cariche e quelle azioni dalla mano che spuntò dal retro di un defendere con la pistola impugnata da professionista e che lasciò a terra un ragazzo di 23 anni che l'aveva vista e s'era chinato a raccogliere un estintore per difendersi. E questa è stata proprio la strada battuta dai pm che ieri hanno concluso la requisitoria a Palazzo di Giustizia. Due soli imputati presenti. Tutti devastatori e saccheggiatori. Massimo della pena, 16 anni, richiesto per Marina Cugnaschi, lecchese, considerata una black bloc. 15 gli anni chiesti per il romano Alberto Funaro e il catanese Francesco Puglisi, 14 per il bergamasco Vincenzo Vecchi, 12 per Luca Finotti di Pavia e il calabrese Carlo Cuccomarino, 10 per i palermitani Antonino Valguarnera e Carlo Arculeo, 9 per Massimiliano Monai, che era in Piazza Alimonda, "l'uomo della trave", 8 anni e sei mesi per il toscano Mauro Degl'Innocenti e i siciliani Dario Ursino e Ines Morasca. Per gli altri 13 le pene chieste vanno dai 6 ai 7 anni e 6 mesi.Interpretazione dei fatti e quadro giuridico vengono contestati con vigore dai difensori. «Sedici anni, quelli chiesti per Cugnaschi, non li prende nemmeno chi commette un omicidio», dichiara l'avvocata Laura Tartarini.Ma il pm Canciani, che aveva iniziato la requisitoria da alcune udienze, ha chiesto di «avere il coraggio di chiamare le cose col loro nome, come avremo il coraggio di definire massacro quello che è avvenuto alla Diaz» prima di reclamare «pene severe» augurandosi che «analoga severità venga usata in altri processi perché l'interesse comune è che quello che è avvenuto nel 2001 a Genova non accada più». Eppure è stato proprio il suo impianto a minimizzare le responsabilità delle forze dell'ordine negli scontri che precedettero l'omicidio (archiviato tre anni fa) di Carlo Giuliani, a scollegare i fatti in oggetto «dalla militarizzazione della città - ricorda la segreteria del Supporto al legal forum - l'utilizzo di reparti speciali, di spranghe al posto di manganelli, la completa incapacità di gestire l'ordine pubblico». «Se chi si difende da violenze ingiustificate o ruba un prosciutto merita 225 anni quanti se ne dovrebbero pretendere per chi ha rotto teste, denti, costole, per chi ha torturato, ucciso?», si domanda amaramente Haidi Giuliani, la mamma di Carlo che ora siede a Palazzo Madama sui banchi di Rifondazione. «E quale condanna andrebbe chiesta per il responsabile principale di quelle giornate, il capo della polizia?», aggiunge Salvatore Cannavò, deputato Prc. «Costernata e offesa», Haidi esprime tutta la sua solidarietà ai 25 imputati. Pene «ingiustificate e sproporzionate» anche per Graziella Mascia, capogruppo Prc alla commissione Affari costituzionali della Camera dove è in esame la proposta di una reale commissione di inchiesta su fatti definiti da Amnesty, parte della più immane sospensione dei diritti costituzionali in un paese occidentale dalla fine della seconda guerra mondiale. «Contestare quei reati è fuori dalla storia, chiedere pene così pesanti è delirante», dice Mascia. Sulla stessa linea il suo collega Francesco Caruso: «La procura invoca una sentenza che sia un monito intimidtorio per i movimenti futuri». In questo senso la richiesta di Canciani e Canepa si inserisce a pieno titolo nella mole di processi politici in corso lungo la Penisola contro precari, pacifisti, disobbedienti, studenti, antifascisti. «Non dobbiamo dimenticare il clima tragico e violento in cui maturarono gli scontri», ricordano Alberto Burgio e Claudio Grassi, parlamentari entrambi del Prc. Che la maggioranza non resti «neutrale o equidistante», avanza Paolo Cento, sottosegretario verde all'Economia, ma il timore è che si voglia dare «un colpo al cerchio e uno alla botte, salvando i responsabili politici dei misfatti», ribatte il consigliere lombardo del Prc, Luciano Muhlbauer, all'epoca tra i portavoce del Gsf che si autodenunciarono in solidarietà coi manifestanti accusati. Ma le parole di Canepa e Canciani, viceversa, sono musica alle orecchie delle destre. A sentire Iole Santelli, di Forza Italia, si sarebbe rotto un tabù dimostrando che i manifestanti erano tutt'altro che pacifici. Edmondo Cirielli, deputato di An, ribuca gli schermi, dopo aver legato il suo nome a uno dei tentativi di leggi ad personam per Berlusconi, dicendo quanto sarebbe «vergognoso» chiedere una vera inchiesta parlamentare, forse in dirittura d'arrivo. Lui la farebbe contro i manifestanti. Ma lui è dello stesso partito di Fini e Ascierto che non hanno mai spiegato cosa ci stessero a fare nella caserma dei carabinieri mentre partiva la carica illegittima che avvelenò l'aria di Genova.
fonte: Liberazione

Perugia: Muore in carcere dopo l'arresto per Marijuana

C’è fermento e preoccupazione nella provincia perugina dopo la morte, in carcere, di un uomo arrestato per coltivazione e detenzione di stupefacenti. Una storia dai contorni ancora piuttosto oscuri e su cui la procura di Perugia ha deciso di aprire un’indagine. Aldo Bianzino, 44 anni, è nella sua casa di Capanne, una frazione di Pietralunga, poco distante da Città di Castello, quando uomini della squadra mobile della cittadina umbra perquisiscono giardino e casa e lo portano in carcere a Perugia con l’accusa di detenzione illegale di hashish. Le accuse sono pesanti: nella conferenza stampa organizzata sabato mattina dalle forze dell’ordine si è parlato di 110 piantine di hashish, una metà in giardino e una parte già raccolte, insieme a 15 involucri contenenti marijuana, che sarebbero stati rinvenuti insieme al restanti. Una cifra che avrebbe lasciato increduli quanti conoscevano Aldo da tempo e che non riterrebbero possibile che l’uomo coltivasse hashish per poi venderlo.
Arrestato venerdì scorso, Bianzino avrebbe dovuto incontrare il gip che segue le indagini il lunedì successivo per la conferma dell’arresto. Ma la mattina di domenica arriva la notizia: Aldo è stato trovato morto nella sua cella. Nei momenti frenetici si inseguono le voci che parlano di un problema cardiaco, ma ci pensa l’autopsia del dottor Luca Lalli, martedì, a rimescolare le carte in tavola, mentre nella famiglia si fanno largo le prime inquietudini. I dati che emergerebbero dall’esame autoptico, a cui avrebbe assistito anche un consulente di parte approvato da Cristina Di Natale, avvocato della ex moglie di Bianzino, sembrano allarmanti. Il referto ufficiale non è ancora stato pubblicato, ma indiscrezioni escluderebbero i problemi cardiaci paventati all’inizio, dando invece la colpa del decesso a non ancora giustificate lesioni interne. Si tratterebbe di danni al cervello, emorragie interne, e – raccontano persone vicine alla famiglia – lesioni a milza e fegato, e alcune costole rotte. All’esterno, invece, non ci sarebbe traccia di ematomi e contusioni.
Un mistero che per giorni è rimasto confinato alle cronache locali e ai pochi giornali che, come la Nazione, hanno provato a ricostruire la storia di Bianzino su cui, adesso la procura di Perugia ha deciso di aprire una seconda inchiesta. Sono molti gli interrogativi al momento senza risposta considerando che, dal giorno della conferenza stampa di sabato, non sono state rilasciate dichiarazioni ufficiali e ancora non è chiaro se, al momento della morte, Bianzino fosse solo nella cella dove è stato trovato. Nella frazione di Pietralunga il clima è sempre più teso. Il dolore degli amici si mischia allo sgomento della famiglia che resta ancora in attesa di potere vedere la salma. A rallentare ulteriormente la famiglia di Bianzino in queste ore sta cercando un nuovo avvocato per seguire il caso, dopo che il legale d’ufficio assegnato al momento dell’arresto è diventato un testimone base per l’inchiesta perché l’ultimo civile a vedere in vita Aldo.
Nel frattempo amici e parenti si stanno adoperando per assicurare a Aldo una cerimonia funebre in linea con la religione indù che da tempo aveva scelto come seguace della divinità indiana Babaji. Una comunità che raccoglie fedeli in tutta Italia, pronti a mobilitarsi e a raggiungere l’Umbria per far luce sui fatti e sostenere la famiglia secondo lo spirito di fratellanza della comunità. Un aiuto gradito visto che sono molti gli amici di Aldo a lamentare una scarsa solidarietà in paese, forse anche per le abitudini diverse di un uomo che da tempi aveva scelto una vita appartata e basata sulla meditazione. Ma adesso i familiari hanno deciso di chiedere sostegno alle istituzioni per avere chiarezza e nei giorni scorsi alcune persone vicine alla vittima si sono rivolte anche al sindaco di Pietralunga Luca Sborzacchi.
Bisognerà attendere i primi risultati dell’indagine e l’ufficializzazione dell’autopsia per saperne di più. Intanto sono in molti a voler mantenere alta l’attenzione su una morte che sembra sempre più assurda e su una vicenda di cui – raccontano fonti vicine alla famiglia – si starebbe interessando anche l’osservatorio del Prc che vigila sulle ipotesi di repressione, in cui è attiva anche Heidi Giuliani.

Tiziana Guerrisi
Emanuele Giordana
lettera 22

22 ottobre 2007

Genova: Aggressione fascista al rientro dalla manifestazione di Roma

Domenica mattina due compagni di ritorno dalla manifestazione di Roma sono stati vigliaccamente aggrediti da un gruppo di neofascisti nell'atrio della stazione Brignole di Genova.
Solidarietà ai manifestanti aggrediti Oggi ci stringiamo intorno ai compagni aggrediti vigliaccamente sabato notte, sapendo che loro, sono pronti a riprendere il cammino verso un altro mondo. Non sarà certo la violenza qualche stolto a fermarci. Sabato in tanti genovesi, siamo andati a Roma. In tanti aderenti ai partiti e cittadini di sinistra, abbiamo dato vita ad una grande giornata di lotta pacifica e gioiosa. Una festa in cui le differenze erano ricchezza. Chi ha paura delle differenze, chi ha paura dell'altro, si fa schermo con barbare ideologie.Il rifiuto del confronto e la pratica della violenza, sono la cifra dei fascismi, contro i quali non ci stancheremo mai di lottare.Siamo certi che le autorità competenti abbiano colto la gravità dei fatti ed interverranno con severità e tempestività.

Mirko Lombardi
PRC-Se Federazione di Genova

Appello: NOI, QUELLI DI VIA TOLEMAIDE

Questo è l'appello presentato sabato 20 ottobre presso il Teatro degli Zingari della Comunità San Benedetto al Porto, per promuovere una iniziativa a Genova in occasione della sentenza al processo contro i 25 manifestanti.


E’ vero, vi è una storia delle lotte, dei movimenti, delle persone e una storia del potere. Su questo non vi è dubbio e Genova lo conferma. La storia del potere è spesso scritta per via giudiziaria. I pubblici ministeri che hanno accusato di devastazione e saccheggio 25 manifestanti e che mantengono, per ora, nei loro cassetti centinaia di procedimenti aperti contro altrettanti partecipanti alle manifestazioni contro il g8, sintetizzano bene nelle loro requisitorie questa pratica. Riscrivere, modificare, stravolgere ciò che è accaduto per tentare non solo di cambiarne il senso, ma anche per rimuovere quelle anomalie che rappresentano il segno tangibile della crisi di un sistema. Riscrivere la storia a proprio uso e consumo, infatti, non è solo un vecchio vizio di chi comanda, è anche la misura di quanto questa democrazia, in crisi profonda e irreversibile, abbia la necessità di creare artificiosamente attorno a sé quella legittimazione che non c’è più. Le roboanti parole, scelte con sapienza da questo o quel servitore dello Stato, pronunciate nelle aule di un Tribunale, dovrebbero coprire quello che centinaia di migliaia di persone hanno vissuto, e che in milioni già conoscono. Quelle parole, diventeranno storia ufficiale quando saranno scritte nero su bianco, in calce a condanne ad anni di carcere per chi ha avuto la sfortuna di essere stato scelto come capro espiatorio e la colpa di essere stato a Genova il 19, 20 e 21 luglio del 2001 a contestare il G8. L’archiviazione dell’omicidio di Carlo Giuliani, è stato il primo capitolo della storia di Genova, scritta per il potere dai tribunali. Tuttavia commetteremmo un grave errore a pensare che la questione si esaurisca così, in maniera semplificata. Nella requisitoria dei pubblici ministeri, e nella gestione del processo di Genova, traspare ben di più che la sola conferma di un vecchio assunto, con cui tutti i movimenti di lotta hanno avuto a che fare. Innanzitutto per un fatto molto semplice: la storia del potere e quella “sociale”, non viaggiano parallele, ma si scontrano, confliggono. Ed è la forza con cui avviene questo impatto, che determina il risultato. Se si lascia spazio a ciò che il “sistema democratico”, dal parlamento ai tribunali, vuole produrre su Genova, ecco che il risultato sarà sempre a favore del mantenimento del potere e di chiusura per i movimenti, quelli di allora, e soprattutto quelli che verranno. Il secondo grave errore sarebbe pensare che anche la storia di movimento sia scritta nero su bianco. Sia statica, depositata, perenne. Non è così. Questa storia è viva, a differenza di quella scritta dai tribunali, e cresce, oppure diventa invisibile, carsica, frantumata, insieme a chi l’ha vissuta. Dopo le giornate di Genova, nessuno di noi, di quelli che in maniere diverse hanno contribuito a costruire quella straordinaria insorgenza, che come tutte le cose vere ha fatto i conti anche con le tragedie, ha saputo riprendere parola con forza. Alcuni perché, dopo quell’esperienza di rivolta, molto semplicemente hanno preferito tornare, o saltare, nel solco della “politica ufficiale”, nei parlamenti e nei partiti. Altri perché, a volte, la pratica dei movimenti, ti porta in strade nuove, difficili da sperimentare, piene di dubbi ed incertezze. In generale non siamo stati capaci di assumere i processi contro alcuni di noi, come fatto politico fondamentale, e abbiamo troppo spesso permesso quindi, che la nostra storia fosse scritta da altri. Ma cosa significa riprendere la parola con forza? Crediamo che abbia poco a che fare con il semplice parlare, denunciare, testimoniare. Questo, certo, è il minimo, ma come abbiamo visto, se non vi è qualcosa in più, qualcosa che diventi motore di tutto il resto, anche quello che si da per scontato, viene inghiottito in una routine che diventa in fretta incapacità. E’ un’idea forza che ha prodotto Genova, non la sommatoria di chi vi partecipava. Ed è dalla nostra idea forza, quella di Via Tolemaide, che noi vogliamo contribuire a rimettere al centro ciò che Genova ci ha consegnato. In questi giorni i pubblici ministeri hanno chiarito bene qual è la chiave che lo stato vuole usare per la criminalizzazione del movimento di genova. Il nodo di via Tolemaide, che è stato anche il corteo più partecipato di quei giorni, è l’anomalia che chi riscrive la storia dal punto di vista del potere, deve attaccare. Attorno alla moltitudine degli oltre ventimila di via Tolemaide e del Carlini, a ciò che ha generato l’attacco dei carabinieri, ruotano tutti i fatti del 20 di luglio, compreso l’omicidio di Carlo. Quella moltitudine aveva fatto una scelta precisa: disobbedire all’imposizione della zona rossa, che era il simbolo concreto di tutto il potere esercitato dal G8 in quei giorni. Questa scelta era stata resa pubblica. La disobbedienza, la violazione della legge, era divenuta spazio pubblico e direttamente costituente per una enorme comunità di soggetti, singoli e collettivi. Vedendo oggi ciò che stanno facendo i compagni di Copenhagen, o quello che è successo a Rostock, si ha la dimensione, spaziale e temporale, di quanto quella scelta, rinnovata ed arricchita, sia divenuta pratica di movimento. E non si tratta della “forma di lotta”, anche se le tecniche, ad esempio quella degli scudi, le abbiamo viste ormai ovunque utilizzate, ma del paradigma della disobbedienza. La scelta di violare la zona rossa, di dichiararlo pubblicamente e quindi di non “clandestinizzare” né le pratiche né il processo di costruzione di questo percorso, è parte di questa anomalia attaccata dai tribunali e dallo stato. I ventimila di via Tolemaide sono stati possibili grazie a questo. E questa scelta, l’essere in tanti e costituirsi a partire da una pratica condivisa e non da altro, oggi la ritroviamo in molte esperienze di resistenza che accompagnano movimenti veri che si battono contro le basi o contro il tav. Ma aver trasformato il proprio obiettivo in uno spazio pubblico costituente, porta ad un’altra incompatibilità per lo stato, che poi i giudici nei tribunali tentano di criminalizzare: il consenso. Il corteo di via Tolemaide, e l’esperienza del Carlini, potevano contare di un appoggio, anche solo in termini di opinione, che andava molto oltre il numero dei partecipanti. E’ possibile per il potere ammettere questa stranezza? Si può essere cattivissimi, ferocissimi, ma bisogna essere pochi, isolati da tutti, costituenti solo della propria sconfitta: questo è compatibile. Anzi, al di là della volontà dei protagonisti, alcune volte generosi e riempiti di anni di carcere, lo stato assegna un ruolo a tutto ciò, come lo assegna alla testimonianza e alla denuncia. L’importante è che il risultato finale rafforzi le istituzioni, e il loro precario legame con legittimità e consenso. Ma se il consenso si incardina per un attimo a qualcosa che prelude a una non accettazione delle leggi, dell’ordine costituito, e lo pratica collettivamente? Via Tolemaide era anche questo. Un altro nodo, fondamentale, è ciò che è accaduto dopo l’attacco dei carabinieri. L’esercizio di un diritto di resistenza, spontaneo, diretto, diffuso. La disobbedienza non si è trasformata in un gioco di ruolo, appunto. Nelle distorsioni spesso operate da chi, anche all’interno di quel percorso, parlava di disobbedienza ma pensava al governo, la disobbedienza ha rischiato di morire rinsecchita varie volte. Prima perdendo la sua originalità legata al contesto che l’aveva prodotta, e richiamandosi a modelli “storici”: come dire che la nonviolenza dei movimenti birmani è la stessa cosa di quella propagandata da certi parlamentari italiani, che votano le guerre tralaltro. Poi rischiando di diventare un feticcio, un’identità chiusa e pesante, fondata sulle tecniche di lotta più che su un sentire comune. Via Tolemaide, con l’esercizio da parte della disobbedienza, del diritto di resistenza, ha spazzato via tutti i tentativi di questo tipo. La disobbedienza non poteva più essere considerata né un modello, né una forma. Oggi in Italia ed in Europa ci sembra dimostrato che si tratta dell’assunzione di un percorso, che può avere forme e modi diversi ed articolati, e trova il suo fondamento in alcune linee di tendenza. Dal Carlini si è partiti con un obiettivo: agire con la disobbedienza. Ci si è ritrovati a resistere, con ogni mezzo possibile, alla furia cieca e di annientamento, che nessuno aveva potuto prevedere in quei termini, che carabinieri e polizia hanno scaricato contro quel corteo. Questo è stato un passaggio naturale, ed è per questo che la resistenza di quel corteo, rivendicata collettivamente fino in fondo, è per lo stato, i tribunali e le istituzioni, difficile da digerire. Ed è in quel contesto che va letto l’omicidio di Carlo. In assenza quindi di facili strumentalizzazioni possibili, in quel caso lo stato ha scelto l’archiviazione. E’ questo il nodo che si tenta di annullare con il processo di Genova. Perché parla agli altri movimenti, quelli di oggi e quelli di domani, e lo fa con speranza e determinazione, con rabbia e lucidità. Via Tolemaide ha messo in difficoltà il potere, e per questo bisogna tentare di riscriverne la storia, facendola rientrare in un contesto compatibile. A Genova con l’assunto: “In Via Tolemaide erano tutti violenti”, a Cosenza con l’imputazione di “associazione sovversiva composta da oltre ventimila aderenti”. Con questa idea forza dobbiamo riprendere la nostra corsa che è stata interrotta lì, in quella via di Genova, in quella piazza poco distante bagnata del sangue di uno di noi. Altri hanno ripreso a correre, in Germania, in Danimarca, in Val di Susa, a Vicenza. Sappiamo da dove partire per raggiungerli. Dalla difesa di tutti i compagni sotto processo, dal riconoscere ciò che ci ha consegnato Genova, da Via Tolemaide. Sottoscriviamo quanto sopra per prendere un impegno, quello di organizzare, durante il ritiro in camera di consiglio dei giudici del processo di Genova, una mobilitazione. La sentenza, cioè il tentativo di riscrivere la storia dal punto di vista del potere, deve trovare un contrasto diretto da parte di tutti coloro che in quei giorni del 2001 scesero in strada nonostante le minacce, l’arroganza, la violenza scatenata contro chi voleva cambiare. Iniziamo noi, con i nostri nomi e cognomi, perché innanzitutto qui vi è la scelta, personale e politica, di continuare a batterci per una verità che non sia addomesticata, che non sia occasione per chiudere ulteriormente gli spazi dei movimenti e del dissenso in questo paese. Ma facciamo da subito appello a tutti, singoli e realtà collettive, perché aderiscano alle iniziative che si proporranno. Perché tutti i compagni processati a Genova siano liberi, perché la storia del potere non sia un ostacolo alla corsa di tutti, quelli che c’erano e quelli che verranno, verso la libertà.Con Carlo nel cuore.



Don Andrea Gallo (Fondatore Comunita' San Benedetto al Porto-Genova) Valeria Cavagnetto (Genova) Vladia Ghillino (Genova) Milena Zappon (Genova) Domenico Chionetti (Genova) Simone Savona (Genova) Luciano Bregoli (Genova) Luca Oddone (Genova) Paolo Languasco (Genova) Matteo Jade (Genova) Luca Daminelli (Genova) Luca Casarini ( Marghera - imputato a Cosenza) Tommaso Cacciari (Venezia) Michele Valentini (Marghera) Max Gallob (Padova) Vilma Mazza (Padova) Duccio Bonechi (Padova-imputato a Genova) Federico Da Re ( Padova-imputato a Genova) Cristian Massimo (Monfalcone) Donatello Baldo (Trento) Domenico Mucignat ( Bologna) Gianmarco De Pieri (Bologna) Manila Rizzi (Rimini) Daniele Codelupi (Reggio Emilia) Claudio Sanita (Alessandria) Luca Corradini (Milano) Silvia Liscia (Milano) Francesco Raparelli (Roma) Francesco Brancaccio (Roma) Emiliano Viccaro (Roma) Luca Blasi (Roma) Antonio Musella (Napoli)




19 ottobre 2007

Ferrara: Inizia il processo per la morte di Federico Aldrovandi

E' iniziato questa mattina a Ferrara il processo ai quattro agenti di polizia accusati di «omicidio colposo» per aver «cagionato il decesso» di Federico Aldrovandi, ucciso la mattina del 25 settembre 2005, a 18 anni, nel corso di un controllo di polizia. I quattro agenti sono imputati di omicidio colposo «per aver superato i limiti del legittimo intervento» e per non aver richiesto l’intervento del 118. Hanno picchiato Federico «per vincerne la resistenza» [arrivando a rompere due manganelli] e hanno continuato a farlo anche dopo averlo immobilizzato. Infine, gli agenti sono accusati di non aver prestato le prime cure al ragazzo che invocava aiuto: al contrario, ormai agonizzante, lo hanno tenuto in posizione prona fino alla morte per ipossia.
Quella di stamattina è stata l'udienza «filtro». Gli avvocati dell'accusa e della difesa hanno presentato al giudice Francesco Maria Caruso le liste dei testimoni, in tutto un centinaio.

18 ottobre 2007

Bologna: Nuova aggressione fascista

Due nostri compagni sono stati aggrediti ieri sera semplicemente perchè parlavano tra di loro di politica e di antifascismo in un bar di via Irnerio a Bologna.
Dopo l'aggressione subita dagli studenti del polo artistico e dopo diverse provocazioni fasciste di questi ultimi mesi, in città si è verificato l'ennesimo atto di inciviltà ai danni di due giovani comunisti.
Ovviamente non ci facciamo intimidire e chi inneggia al duce non ci fa paura, ma invitiamo tutte le compagne ed i compagni, i militanti antifascisti alla massima vigilanza contro i retaggi di un passato di barbarie che i cittadini democratici devono rigettare con nettezza.
Invitiamo tutte le forze politiche democratiche, i cittadine e le cittadine di Bologna, tutte e tutti gli antifascisti, a partecipare in massa alla manifestazione antifascista che si terrà domani, con partenza alle 14,30 da Piazza del Nettuno

Giovani Comunisti/e - Emilia Romagna
Giovani Comunisti/e - Bologna

Potenza: Procura contro i sindacalisti dello Slai-Cobas

Nella mattinata del 16 ottobre, gli agenti della digos si sono presentati nelle case dei dirigenti e di alcuni lavoratori iscritti e non iscritti allo slai cobas con mandati di perquisizione: hanno perquisito gli appartamenti, hanno perquisito le sedi sindacali e sequestrato i computer per ordine della procura di Potenza per presunti reati previsti dagli articoli 270bis e 272. Riteniamo questo fatto gravissimo e lesivo dei diritti dei lavoratori rappresentati dallo slai cobas per il sindacato di classe e di tutti i lavoratori in generale; un attacco deliberato alle libertà di esprimere le proprie opinioni contro qualsiasi governo che attacchi gli interessi dei lavoratori; contro chi lotta quotidianamente e fino in fondo per gli interessi della classe operaia, i giovani, le donne le cui condizioni vengono ogni giorno peggiorate dalle politiche antipopolari di questo governo. I dirigenti e i delegati insieme ai lavoratori denunceranno sin da subito ogni tentativo di impedire loro di esercitare i propri diritti fino in fondo, e in ogni città in cui siamo presenti ci mobiliteremo con assemblee, volantinaggi di denuncia con e tra gli operai, i lavoratori nei posti di lavoro, nelle fabbriche, nei quartieri popolari. Non ci lasceremo intimidire né tanto meno fermare nella nostra attività da iniziative che hanno il carattere di vere e proprie montature elaborate in chissà quali laboratori propri di quello che somiglia sempre più ad uno stato di polizia.

Slai Cobas per il sindacato di classe
Palermo/Taranto/Ravenna/Milano/Venezia/Bergamo

17 ottobre 2007

Modena: un altro suicidio nel Cpt

Due ragazzi si sono impiccati nel giro di due giorni nel Centro di permanenza temporanea di Modena. Questa volta della vittima non si conosce il nome, ma si sa che era originario del Maghreb, ed era venticinquenne. Trasferito nel Cpt di Modena il 10 ottobre, è stato trovato senza vita all'interno del dormitorio, ciò che ha scatenato la rivolta degli altri detenuti. Lo ha comunicato la Prefettura di Modena. Proprio ieri il sindaco di Modena, Giorgio Pighi, e il presidente della Provincia, Emilio Sabattini, avevano visitato il Cpt dopo il suicidio di un giovane tunisino. I due hanno scritto oggi al viceministro dell'interno, Marco Minniti: ritengono necessario «un impegno del governo «per la riforma di queste strutture nell'ambito di una nuova normativa sull'immigrazione che riconduca lo strumento del Cpt all'interno di un quadro complessivo di governo del fenomeno migratorio ripensandone funzioni e modalità che garantiscano un sostanziale rispetto dei diritti umani». Sono in corso indagini per appurare se i due decessi, a distanza di poche ore l'uno dall'altro e con modalità simili, nel Cpt gestito dalla Confraternita della Misericordia e dal fratello gemello di Giovanardi, siano collegati. Per il segretario regionale di Rifondazione comunista, Nando Mainardi, e il segretario della Federazione di Modena Stefano Lugli, «non è ammissibile che in uno stato civile esistano luoghi di detenzione per chi non ha commesso reati e non è ammissibile che non vi vengano rispettate le minime condizioni per una vita dignitosa». Per il ministro alla solidarietà sociale Paolo Ferrero i due suicidi che si sono verificati nell’arco di due giorni nel Cpt di Modena evidenziano i limiti strutturali dei Cpt e la necessità di lavorare sul loro superamento. Mercedes Frias, deputato del Prc, chiede che il governo «venga subito in Parlamento a riferire su quello che sta accadendo» a Modena. Secondo Frias, è «inammissibile» che due persone si siano tolte la vita in un Cpt nel giro di tre giorni. «Le condizioni di vita all'interno del centro di Modena sono talmente disumane da spingere le persone recluse ad atti estremi - prosegue Frias - Dopo il primo suicidio avevamo chiesto al governo di riferire in commissione Affari Sociali, ma dopo il suicido di un altro migrante, e dopo la notizia delle protesta scoppiata oggi al centro di permanenza di Modena, l'audizione in Commissione non ci basta più. Vogliamo che il Governo riferisca direttamente alla Camera».

Concluso l'iter per la commissione d'inchiesta su Genova

La commissione Affari costituzionali della Camera dei deputati ha concluso l’esame del provvedimento che istituisce una commissione monocamerale d’inchiesta sui fatti del G8 di Genova del 2001. Italia dei valori e Udeur non hanno partecipato alla seduta. Il testo unificato messo a punto da Gianclaudio Bressa (Ulivo) stabilisce che la commissione di inchiesta sul G8 di Genova sia composta da trenta deputati nominati dal presidente della camera in proporzione al numero dei componenti i gruppi parlamentari, comunque assicurando la presenza di un rappresentante per ciascun gruppo. La commissione avrà gli stessi poteri e le stesse limitazioni dell’autorità giudiziaria, e dovrà concludere i propri lavori entro dieci mesi dalla data della sua costituzione ed entro i successivi due mesi presenterà alla Camera una relazione conclusiva. La commissione, si legge nel testo Bressa, ha il compito di «ricostruire in maniera puntuale gli avvenimenti accaduti a Genova in occasione del vertice dei Paesi del G8 e delle manifestazioni del Genoa Social Forum; accertare se durante i giorni in cui ha avuto luogo il vertice del G8 si sia verificata una sospensione dei diritti fondamentali garantiti a tutti i cittadini dalla Costituzione; ricostruire la gestione dell’ordine pubblico facendo luce sulla catena di comando e sulle dinamiche innescate che hanno provocato azioni violentemente repressive nei confronti dei manifestanti». Per i fatti oggetto dell’inchiesta parlamentare–si legge ancora nel testo–non è opponibile alla commissione il segreto di Stato, né quello di ufficio, professionale e bancario". Le sedute della Commissione saranno pubbliche anche se, a maggioranza semplice, i componenti possono decidere di riunirsi in seduta segreta. Le spese per il funzionamento della Commissione sono stabilite nel testo nel limite massimo di 50 mila euro e sono poste a carico del bilancio interno della Camera.

Roma: Due cilene fermate a Roma Tre; volevano srotolare a Michelle Bachelet uno striscione per i Mapuche

Due signore, Violeta Valenzuela, di 50 anni, cittadina italiana di origine cilena, e Jeannette Paillan di 38, mapuche sono state fermate stamane nel piazzale antistante all'Università di Roma Tre, dove la presidente cilena Michelle Bachelet doveva inaugurare l'anno accademico.Le due donne, assolutamente sole, circa 75 minuti prima dell'arrivo della Presidente, avevano iniziato a distribuire volantini che denunciavano la situazione dei circa 50 prigionieri politici Mapuche detenuti in Cile. Cinque di loro, insieme a 20 familiari, sono da sei giorni in sciopero della fame a oltranza per denunciare le condizioni di detenzione.Violeta e Jeannette, la seconda è residente in Spagna, avevano con loro uno striscione arrotolato che chiedeva la liberazione dei prigionieri politici mapuche. Prima che potessero srotolarlo sono state bloccate dalla Polizia, che le ha portate in commissariato e le ha rilasciate dopo circa un'ora dietro la promessa di non srotolare lo striscione in territorio italiano.Nei giorni scorsi, l'associazione pacifista Wenuykan della quale le due signore fanno parte -Valenzuela ne è la presidente- avevano inviato una lettera al Ministro per l'Università e la Ricerca Fabio Mussi, esponendo le loro ragioni perché la Laurea Honoris Causa, che sarà concessa domani a Bachelet dall'Università di Siena, venga cancellata. Ieri pomeriggio il vicepresidente dell'associazione, Gavino Puggioni, 60 anni, cittadino italiano residente a Como, ha ricevuto la visita della Digos che, mostrando a Puggioni la lettera indirizzata a Mussi, ha preteso di conoscere le iniziative previste dall'associazione per protestare contro la visita della Bachelet e, come nel caso di stamane, impedirle

Genova: denunce e avvisi di garanzia agli attivisti dell'Assemblea Antifascista Permanente

Genova è stata interessata in pochi mesi da uno stillicidio di denunce e avvisi di garanzia, contro appartenenti all’ASSEMBLEA ANTIFASCISTA PERMANENTE e contro altri Compagni.In meno di un anno di esistenza, questa Assemblea ,organismo aperto e orizzontale, è stato in grado di mobilitarsi su alcuni aspetti centrali che riguardano ogni proletario:La sicurezza sul lavoro , lo scippo del TFR , l’antifascismo militante, la lotta contro la guerra.Questo ambito è composto da lavoratori di differenti sensibilità politico-sindacali,accomunati da una pratica antifascista militante e inscindibile dall’agire di classe,che sperimentano una crescita collettiva indipendente dalle varie burocrazie dei partiti e dei sindacati. Il Potere teme che si realizzi , sia pure limitatamente ad ambiti specifici, l’unità della classe tra tutti coloro che hanno, nella mente e nel cuore,un altro mondo possibile,sempre più necessario.
Il 13 aprile di quest’anno avviene l’ennesimo infortunio mortale in porto; è il trentesimo negli ultimi 10 anni nell’area portuale. Alcuni lavoratori portuali scendono spontaneamente in sciopero e bloccano il traffico in Lungomare Canepa. Altri, solidali con la lotta e stanchi delle chiacchere inconcludenti dei politici sulla tutela della salute nei luoghi di lavoro, si uniscono a loro. Tre giorni di iniziativa politica pratica: sciopero, blocchi del traffico e manifestazioni, incrementano, almeno in parte, la coscienza che l’unico modo per reagire all’attuale condizione di precarietà è la lotta. La provocazione di un automobilista che ha cercato di forzare il blocco, investendo alcuni lavoratori, è servita come pretesto per far scattare 6 denunce.
Il 19 maggio, in piena campagna elettorale, viene autorizzato dalle istituzioni (in aperta violazione delle loro stesse leggi in merito al divieto di ricostituzione dei partiti fascisti), un corteo alla feccia nazi-fascista di Forza Nuova. Nessuna voce sdegnata si leva “a sinistra”.
L’Assemblea, insieme ad altri compagni, decide di contrastarli direttamente in piazza, perché i fascisti sono, non solo autori impuniti di aggressioni a danni di attivisti politici, immigrati e omosessuali, portatori di un’ideologia razzista e omofobica, ma anche storico strumento stragista nelle mani dei padroni quando si presenta questa necessità. Il corteo dei compagni, caricato dalle forze dell’ordine, si ricompatta in via XX Settembre dove è oggetto di altre provocazioni da parte dei fascisti di Comunità Militante. Anche in questa circostanza a subire la repressione saranno i compagni: 12 perquisizioni (con relativo sequestro di indumenti presumibilmente indossati il giorno del corteo) ed altrettanti avvisi di garanzia, sono stati notificati, 5 mesi dopo i fatti, ad alcuni appartenenti all’Assemblea e ad altri compagni.
Il 16 giugno, nel quartiere di Bolzaneto, un partecipato presidio autorizzato di controinformazione dell’Assemblea, in un clima disteso di interesse e di scambio con gli abitanti, viene ripetutamente provocato da tre fascisti che fanno più volte il saluto romano in direzione del presidio stesso. I tre, ovviamente allontanati, sporgono in seguito denunce tanto fantasiose quanto pesanti alla Polizia, denunce che porteranno all’incriminazione di 2 compagni.
Forse si aspettavano di essere accolti come gli altri abitanti del quartiere con focaccia e vino bianco… La maggior parte delle nostre iniziative ha dunque, evidentemente, suscitato un interesse “particolare” nei magistrati e nei questurini che hanno usato, in modo pretestuoso, fatti assolutamente marginali, per criminalizzare sia le ragioni delle iniziative politiche intraprese, sia i compagni che hanno contribuito a promuoverle.
Rispondiamo a questi attacchi rivendicando tutto il nostro percorso e ogni iniziativa svolta. Diciamo a gran voce che se qualcuno ha pensato di indebolirci, si è sbagliato di grosso.

Assemblea Permanente Antifascista di Genova

Genova G8: Il medico di guardia a Bolzaneto si sentiva in guerra

Al processo genovese di scena il dottor Toccafondi, imputato per le violenze nella caserma di Bolzaneto: avevamo i sacchi per i cadaveri, è andata bene che non c’è scappato il morto.


Il dottor Giacomo Toccafondi è uno degli imputati per le violenze di Bolzaneto con il più alto numero di capi di imputazione, diciassette: avrebbe omesso di denunciare l'uso di gas urticante contro una ragazza in cella, costretto alcune vittime a cantare «viva il Duce», puntato un manganello alla bocca di una ragazza con la mandibola sfasciata. Insieme a questo e altro, ci sono gli abusi d'ufficio e la mancata redazione di diari clinici, come invece richiesto dalle disposizioni pre-G8. Toccafondi - che oggi esercita la professione nel carcere femminile di Pontedecimo, nonostante i fatti a lui contestati e una condanna in primo grado per omicidio colposo, per il decesso di una detenuta - è stato ascoltato a Genova: due udienze lunghe, nelle quali il medico che coordinava i servizi di assistenza sanitaria nel carcere provvisorio del G8, si è difeso dalle accuse della procura e delle vittime.Il dottore a Bolzaneto per farsi riconoscere indossa i pantaloni mimetici e la maglietta blu della polizia penitenziaria. Effettua i primi controlli, l'ormai celebre triage - «inventato dai chirurghi di Napoleone dopo le battaglie per capire chi doveva essere curato e chi si doveva lasciare morire», ha specificato - con guanti di pelle e tramite «manate» sulla testa delle vittime, per capirne lo stato sanitario. Poi, una volta giunti all'infermeria, gli è sufficiente uno sguardo per capire che tutti possono essere tradotti in carcere. Non effettua la verifica di compatibilità delle lesioni con gli scontri di piazza o con botte ricevute in caserma, ovvero non chiarisce la natura delle ferite. Il dottor Toccafondi descrive Genova come una guerra: «Era così abnorme l'afflusso di arrestati che è andata bene non ci sia scappato il morto». Avevano anche preparato i sacchi per raccogliere i cadaveri, ha riferito. Eppure lui, nelle sue missioni in Kosovo e Albania, deve averne viste di emergenze. Toccafondi ha intercalato la sua doppia deposizione con «positivo» e «negativo» anziché «sì» o «no»: secondo i testimoni era lui il medico che al termine del triage esclamava ai feriti «abile e arruolato».Il dottore in mimetica si è difeso, citando termini in inglese, raccogliendo immagini dalla sua memoria di quei giorni. Ha ricordato di avere utilizzato anche una tuta verde, proprio come ha raccontato una delle vittime (con frattura mandibolare, ma idonea ad essere tradotta in carcere, anziché in ospedale, per il medico). Proprio la ragazza, A.K, aveva ricordato in aula il suo passaggio in infermeria e lo scherno dei dottori presenti. Toccafondi si ricorda i detenuti con la faccia rivolta al muro, le braccia e le gambe larghe, ma nega trattamenti inumani, i cori fascisti, le offese e le minacce di stupro alle ragazze. La «Bolzaneto dei fantasmi», come ebbero a dire i pm durante le prime fasi delle indagini, ritorna nelle parole degli imputati: nessuno ha visto né sentito niente. Gli insulti a lui attribuiti, «dovevano ammazzarvi tutti alla Diaz», «bastardi», «vai a morire in cella», sono negati con estrema decisione: la banalità del male e il clima di impunità di Bolzaneto sembrano riecheggiare ad ogni udienza.Percepibili sono anche le tensioni del processo Diaz, contro 29 funzionari e dirigenti di polizia. Il procedimento domani giungerà ad una nuova interruzione, per la dismissione del mandato di uno dei difensori. I legali dei poliziotti hanno proseguito ad attaccare procura e processi, tra esposti sulle spese dei pm e richieste di documenti non agli atti: segno della posta in palio, alta, nel procedimento alla polizia italiana non solo di allora, viste le promozioni ottenute dagli imputati in soli sei anni. Nell'attesa di capire se l'ex questore di Genova Colucci ritratterà o meno la propria deposizione, che aveva inguaiato lui e anche l'ex capo della polizia Gianni De Gennaro, oggi capo gabinetto dell'Interno, finito tra gli indagati con l'accusa di aver invitato alla falsa testimonianza proprio Colucci, nei prossimi giorni sono previste interrogazioni parlamentari su alcuni aspetti a margine dei processi: la presenza di un'ispettrice dello Sco - già in servizio a Bari con Gratteri e Fabbrocini, entrambi imputati - durante le udienze Diaz e i presunti esborsi dello Stato per la difesa dei poliziotti.




Lettera aperta al sindaco di Firenze

Pubblichiamo di seguito la lettera aperta al sindaco di Firenze, Leonardo Domenici, dei promotori del digiuno a staffetta contro l´ordinanza sui lavavetri iniziato il 21 settembre e che si concluderà il 17 ottobre, giornata mondiale di lotta alla povertà. I firmatari sono Matteo Bortolon, Lorenzo Guadagnucci, Camilla Lattanzi, Luca Limata, Alessandro Santoro, Marco Sodi, Saverio Tommasi.

«Egregio signor sindaco,
la sua nuova ordinanza contro i lavavetri ci riempie di tristezza e al tempo stesso di maggiore convinzione nella nostra lotta. Da quasi un mese, come avra´ notato la mattina arrivando in ufficio, ogni giorno due persone, in sciopero della fame per 24 ore, sostano sotto PalazzoVecchio indossando dei cartelloni. Forse avrà letto i testi. Contengono due messaggi: la richiesta di ritiro immediato dell´ordinanza contro i lavavatri, e l´affermazione che occorre combattere la poverta´, non i poveri. Questa nostra lotta nonviolenta è iniziata il 21 settembre con l´obiettivo di indurla a un ripensamento. Intendevamo aprire una discussione con l´amministrazione pubblica, nello spirito della nonviolenza, che promuove sempre il dialogo, anche quando esprime il massimo dissenso. Abbiamo sperato fino all´ultimo che lei avrebbe accettato il confronto, senza rifiutare a priori di ascoltare le nostre ragioni. Nei giorni scorsi avevamo anche concordato con l´assessore Graziano Cioni, promotore delle ordinanze, un incontro pubblico da tenersi prima del 30 ottobre, data di scadenza `naturale´ dell´ordinanza `contingibile e urgente´.Il suo nuovo provvedimento, reso noto ieri, in anticipo rispetto al previsto, sembra chiudere anche questo spazio di discussione. Siamo sinceramente amareggiati di questa sua chiusura, che ha un carattere etico e culturale, prima ancora che politico. Speravamo ancora, nonostante tutto, che lei avrebbe accettato di recuperare quell´idea di citta´ accogliente, solidale, operatrice di pace che è stata di alcuni suoi illustri predecessori. E´ un´idea di città che ha reso Firenze celebre e popolare nel mondo. Oggi Firenze si fa conoscere per questa sua lotta senza quartiere a un ristretto gruppo di persone- si parla di una cinquantina di cosiddetti lavavetri-in nome di un concetto di sicurezza che non fa ben sperare per il futuro.Signor sindaco, noi crediamo che lei abbia assecondato un certo senso di insofferenza e di paura, presente fra i nostri concittadini, che andrebbe affrontato con altri argomenti. Siamo convinti che non vi sia mai stata in citta´ alcuna `emergenza lavavetri´ e che non si possano affrontare i disagi o il fastidio suscitati dai comportamenti di pochissime persone, mettendo `fuori legge´ chi sta comunque cercando di cavarsela, guadagnando pochi euro agli incroci. Pensiamo che un´amministrazione aperta, solidale e operatrice di pace avrebbe agito in modo molto diverso, ad esempio cercando di incontrare i 50 lavavetri, di dialogare con loro, alla ricerca di condizioni di vita e di lavoro migliori e piu´ sicure per tutti. Un´amministrazione accogliente e con un alto senso della solidarieta´ avrebbe mandato un messaggio distensivo ai cittadini e agli automobilisti, senza enfatizzare il problema, e sforzandosi di mantenere la questione dentro i binari della razionalita´ e del buon senso.La città che noi vorremmo e per la quale continuiamo a batterci, si impegnerebbe per affermare un´idea di sicurezza che include la possibilità-per tutti-di avere un tetto e il diritto a ricercare condizioni di vita e di lavoro dignitose. E´ questo un concetto di sicurezza molto impegnativo, perche´ porterebbe a battersi-ad esempio- per cambiare una serie di leggi in materia di immigrazione [a cominciare da quella detta Bossi-Fini], ad estendere le politiche sociali, ad includere nella nostra società chi oggi resta ai margini. Nella nostra città vivono migliaia di poveri, di senza tetto, di `sans papier´, di esclusi da tutto e da tutti... L´approccio che noi immaginiamo, porterebbe anche a contrastare l´idea di sicurezza oggi diffusa a Firenze e in gran parte d´Italia: una sicurezza basata su slogan equivoci come `tolleranza zero´ e imperniata sui divieti, i controlli di polizia, le limitazioni dei diritti e delle libertà. La storia ci insegna che l´estensione delle misure repressive, anche quando avviene con il consenso apparente delle popolazioni, è foriera di disastri.Siamo convinti che un´idea allargata e solidale di sicurezza sia alla portata della nostra città. A Firenze possiamo attingere a una tradizione democratica e popolare della quale dobbiamo andare orgogliosi: questo e´ il tempo di non cedere agli umori del momento, alla tentazione delle scorciatoie repressive, ma di mettere a frutto quanto di meglio ci arriva dal passato. Oggi Firenze è una città che mostra un volto ostile: è chiusa, incattivita, insofferente. Non è la città che desideriamo, e siamo convinti che nemmeno lei voglia diffondere un´immagine di Firenze così deteriorata.Nonostante tutto, signor sindaco, noi non disperiamo e per questo le chiediamo di accettare al più presto un incontro pubblico con noi e con quella parte di città che non si riconosce nello spirito delle sue ordinanze.Per quanto ci riguarda, oggi e domani saremo ancora in piazza della Signoria coi nostri cartelli, e mercoledì notte celebreremo a modo nostro la Giornata mondiale di lotta alla povertà, dormendo all´addiaccio, davanti all´ingresso di Palazzo Vecchio. Il nostro digiuno a staffetta a quel punto sarà concluso, ma il discorso non può che restare aperto. Le persone, le loro vite, le loro aspettative e i loro diritti, non si cancellano a colpi d´ordinanza. Vogliamo continuare a credere che Firenze può ancora cambiare rotta e tornare ad essere una città aperta, solidale, altruista».

16 ottobre 2007

Da Badu 'e Carros alle carceri turche

Due turchi, militanti dell'estrema sinistra, condannati e a rischio estradizione

Stanno in carcere dall'1 aprile 2004. Uno nella sezione alta sorveglianza di Badu 'e Carros (Nuoro), l'altra a Rebibbia. Ma Avni Er e Zeynep Kulic è come se fossero invisibili. Anzi, adesso rischiano pure di essere estradati, lui in Turchia e lei in Germania, senza che nessuno se ne accorga. I due giovani turchi sono stati condannati (lui a sette anni, lei a cinque) per partecipazione ad associazione terroristica internazionale. L'associazione è il Dhkp-c (Partito rivoluzionario per la liberazione del popolo). I due sono stati arrestati in Italia, mentre operazioni di polizia parallele hanno portato in carcere, sia in Turchia che in altri paesi europei, decine di persone. Di tutti gli arrestati (compresi quelli in Turchia) soltanto Avni Er e Zeynep Kulic sono stati condannati e sono ancora in carcere. La loro vicenda giudiziaria trae origine dalla modifica dell'art. 270 bis del codice penale, dopo gli attentati alle Twin Towers del 2001. Questa modifica, assieme alle decisioni assunte nel 2002 in sede europea in materia di terrorismo, creano il substrato giuridico su cui si innesta l'operazione primo aprile. L'Ue ha approvato, nel 2002, la black list nella quale l'attività di organizzazioni come Pkk, Sendero Luminoso, Jihad islamica palestinese e lo stesso Dhkp-c viene qualificata come terroristica. E sempre nel 2002 il Consiglio della Ue ha approvato la «decisione quadro sulla lotta contro il terrorismo» con la quale si attesta sulla definizione di terrorismo approvata dal governo inglese nel Terrorism act: è considerata terroristica ogni azione violenta compiuta con finalità politica. Viene dunque annullata la tradizionale distinzione tra terrorismo ed eversione.Avni Er e Zeynep Kulic sono dunque accusati di appartenere al Dhkp-c, con ruoli diversi (lui come dirigente, lei come sostenitrice), e vengono condannati al termine di un processo di primo grado celebrato a Perugia. Le difese hanno tentato di dimostrare che l'attività portata avanti dalla sinistra rivoluzionaria turca era assimilabile a una lotta di liberazione combattuta contro il regime fascista turco che si esprime nelle stesse forme in cui si realizzò la resistenza italiana. «Una lotta - spiega Rossi Albertini - quella del Dhkp-c, interpretata non solo con l'uso delle armi ma sostenuta e portata avanti da una fitta rete di resistenza sociale composta di associazioni, sindacati, radio, giornali». Inoltre le azioni militari del Dhkp-c non sono mai state rivolte contro obiettivi civili ma sempre contro rappresentanti delle istituzioni o dell'esercito. La corte ha comunque condannato i due giovani turchi. Che sono stati trasferiti, a Rebibbia lei e a Nuoro lui. In attesa del processo di appello. Ma nel frattempo altri si sono mossi. La Germania ha richiesto l'estradizione di Zeynep Kulic. La corte d'appello di Roma ha già concesso il nulla osta all'estradizione attualmente sospesa in attesa della conclusione del processo. La Turchia invece ha richiesto l'estradizione di Avni Er. Il ministro della giustizia Clemente Mastella ha immediatamente richiesto la custodia cautelare per Er. E il procuratore generale ha richiesto che l'uomo venga estradato. Se Avni Er verrà estradato in Turchia il rischio di torture e maltrattamenti è evidentemente molto elevato. Per la Turchia (che gli contesta sostanzialmente la partecipazione a manifestazioni di solidarietà, in Europa, con i detenuti politici in sciopero della fame nelle carceri turche) Avni Er è, infatti, il collegamento in Europa del Dhkp-c, quindi l'uomo che è a conoscenza della struttura europea dell'organizzazione. I tempi stringono. Qualcuno finalmente si sta muovendo anche a livello istituzionale. Il deputato del Prc Francesco Caruso ha presentato una interrogazione, lo stesso faranno i senatori Russo Spena e Fosco Giannini.

15 ottobre 2007

Firenze: Nuova ordinanza contro i lavavetri da parte del sindaco Domenici (PD)

Il sindaco di Firenze, Leonardo Domenici ha firmato una nuova ordinanza, la terza da agosto, contro i lavavetri. Nel nuovo provvedimento, pero’, a differenza dai due precedenti, scompare il riferimento all’articolo 650 del Codice penale, che prevedeva anche l’arresto. Ora, chi trasgredira’, verra’ punito con una sanzione amministrativa da 75 a 500 euro. Il provvedimento si ispira al regolamento della polizia municipale e indica il divieto ‘’a chiunque, nelle strade cittadine e agli incroci semaforici, di avvicinarsi agli automobilisti per offrire attivita’ di pulizia vetri o fari dell’automezzo e aspettarsi, in conseguenza, l’elargizione di denaro’’. ’’L’ultima ordinanza, come quella precedente–ha spiegato oggi il sindaco Leonardo Domenici–era contingibile e urgente, cioe’ limitata nel tempo. A un certo punto, lo sapevamo, sarebbe stato necessario passare dalla fase emergenziale, che tuttavia ha dato un risultato apprezzabile, alla fase ordinaria’’. Con la nuova ordinanza, che scade il 31 ottobre, ‘’si va a regime facendo riferimento al regolamento della polizia municipale e tenendo conto nella dovuta considerazione ai suggerimenti che sono venuti, ad esempio, dalla Procura’’.

Modena: Deceduto ragazzo tunisino recluso nel Cpt

Ennesima tragedia tra le mura di un centro di permanenza temporanea. Secondo il medico legale si tratterebbe di suicidio.
Un ragazzo tunisino di 23 anni è morto questa notte nel Cpt di Modena. A quanto riportato dalla Prefettura il corpo è stato trovato all'interno della zona notte, dove il ragazzo si trovava da solo. Secondo il medico legale, si tratterebbe di un caso di suicidio. Il ministero dell'Interno ha ordinato un sopralluogo e un incontro tra il direttore centrale del dipartimento delle Liberta' Civili e Immigrazione, il vice prefetto, il questore e il responsabile dell'ente gestore della struttura.
«Poco o nulla è cambiato in queste strutture del diritto speciale, luoghi nefasti e inutili, che il governo si era impegnato a 'superarè ma che ancora sussistono, con le stesse norme della Bossi Fini»: così Stefano Galieni, responsabile immigrazione del Prc, commenta la morte del giovane tunisino nel Cpt di Modena, «quello millantato come il migliore, il più bello e costoso d'Italia». Per Galieni, «la chiusura di ogni luogo di detenzione amministrativa resta l'unica soluzione da frapporre alla deriva securitaria del diritto, cominciata tanti anni fa e mai interrotta. Anche per questo - conclude - è necessario essere in piazza il 20 ottobre».
E la chiusura immediata dei Cpt , a partire da quello di Modena, lo chiede anche la deputata di Rifondazione Comunista Sinistra-Europea Mercedes Frias, esprimendo il proprio rammarico per la morte del cittadino tunisino avvenuta la scorsa notte nel Cpt di Modena. «I centri di permanenza -afferma la deputata di Rifondazione- sono dei 'non luoghì dove i più elementari diritti della persona vengono sospesi e violati, spazi di detenzione e privazione del tutto incostituzionali che hanno dimostrato in molte occasioni la loro inadeguatezza». «L'episodio di Modena dimostra come un Cpt, per quanto costoso e millantato come funzionale, rimanga pur sempre una galera etnica. La morte del cittadino tunisino -conclude Frias- si aggiunge alla lunga serie di violazioni, incidenti e abusi che hanno caratterizzato la vita dei centri di permanenza italiani, ed è l'ennesima conferma della loro inutilità e della necessità di procedere alla loro chiusura definitiva»

Un pacchetto sicurezza inaccettabile ed inquietante

Nella forma attuale il pacchetto sicurezza che il governo si prepara ad approvare è inaccettabile. Non solo, infatti, non configura una politica della sicurezza innovativa, come è lecito aspettarsi da un governo di centrosinistra, ma registra invece dei drastici passi indietro rispetto al livello di civiltà giuridica raggiunto dal nostro paese, al punto di autorizzare il dubbio di anticostituzionalità. E questo, a mio parere, senza neppure riuscire ad affrontare seriamente, con efficacia invece propagandisticamente il nodo della sicurezza. Nel ddl, in realtà, ci sono anche alcuni (pochi) elementi positivi. E' un bene, prima di tutto, che si tratti appunto di un disegno di legge e non di un decreto, come chiedevano le destre. Vi sarà, così, possibilità di un serio confronto in Parlamento. E' positiva, inoltre, la previsione di una accelerazione delle procedure concernenti la confisca dei beni mafiosi e la loro consegna agli enti pubblici per una nuova destinazione sociale. Si interviene, finalmente, come Don Ciotti e "Libera" hanno sempre chiesto, su una legge importantissima che Berlusconi aveva depotenziato gravemente. Giusta è anche l'equiparazione dei familiari delle vittime della mafia a quelli delle vittime del terrorismo (anche questa è sempre stata una richiesta delle associazioni antimafia), ed è infine del tutto apprezzabile il rafforzamento degli uffici giudiziari, soprattutto nel Sud. Ma qui finiscono gli esili dati positivi. Per il resto la legge non presenta aspetti condivisbili, e alcune norme, se confermeranno quanto sinora annunziato sono anzi inaudita gravità. L'ipotesi di estendere l'obbligo di custodia cautelare ai reati considerati "di massimo allarme sociale", indipendentemente dalla gravità oggettiva del reato in questione, si configura a mio parere come una plateale violazione dell'art. 13 della Costituzione. Anche per reati in sé minori come ad esempio lo scippo, in nome dell' "massimo allarme sociale", non sarebbe più prevista alcuna sospensione della pena in attesa di giudizio. E' il caso di segnalare che una misura simile va ben oltre la stessa richiesta di "certezza della pena", formula che anche nella sua formula più restrittiva non significa affatto rendere obbligatorie le misure cautelari oltre i casi previsti tassativamente dall'ordinamento.. E', in secondo luogo, un incivile stravolgimento delle regole il cosiddetto "provvedimento anti-Rom"; in base al quale i prefetti potranno aver mano libera nell'espellere anche i cittadini comunitari. Senza nessun controllo né provvedimento giurisdizionale; e, si badi, non solo per sospetto di terrorismo, ma anche per motivi di "ordine e sicurezza pubblica". Una formula, come si vede, che rende la discrezionalità prefettizia massima, i controlli minimi, le garanzie per i soggetti inesistenti.
E' infine grave il provvedimento che riguarda l'estensione dei poteri dei sindaci. Il comma 3 dell'articolo 54 del testo unico degli enti locali parla soltanto di poteri di intervento per "gravi pericoli che minacciano l'incolumità". Ora si introduce il principio di "sicurezza urbana dei cittadini e di gravi pericoli che recano pregiudizio al decoro urbano". Con queste modifiche si ampliano a dismisura i poteri dei sindaci sul terreno proprio delle forze dell'ordine. Per chi disegna sui muri è prevista la procedibilità d'ufficio per i reati di danneggiamento. Avete letto bene: per i ragazzi che disegnano sui muri è prevista la "procedibilità d'ufficio". Ogni ulteriore commento sarebbe superfluo. Aldilà dei suoi specifici, e già di per sé pericolosissimi, contenuti è l'identità di fondo del proveddimento a essere pessima e assai inquietante. Si tratta infatti della metafora di una lotta alla povertà che diventa subito, per tanta parte del centrosinistra, lotta contro i poveri. Come ha segnalato Marco Revelli siamo di fronte ad una vera e propria "pedagogia del disumano". Sarà contento Beppe Grillo, che nei Rom vede "una bomba a tempo; va disinnescata".Per opporsi alla deriva di cui questo provvedimento è frutto e insieme sintomo, credo che ci si debba misurare con un dato di fondo: non si può continuare a legiferare sotto il peso dell'emergenza, in una sosta di "stato di eccezione permanente" come capita da tempo immemorabile e ora di nuovo, con i lavavetri e i Rom nella parte del nemico emergenziale di turno. L'esigenza di sicurezza è sacrosanta, ma va assicurata entro le regole dello stato di diritto e del sistema delle garanzie. Altrimenti diventa sicuritarismo, "caccia al diverso", creazione del "nemico", una pratica iniqua e oltretutto inefficace.La sicurezza, infatti, passa per la costruzione di presidi democratici sul territorio e per l' incentivazione degli elementi di socializzazione, non per l'autoritarismo xenofobo e per il razzismo istituzionale.La più grande sciocchezza ripetuta in questi giorni è che la "sicurezza non è né di destra né di sinistra". Il modo in cui si combatte l'insicurezza sociale è, al contrario, il grande discrimine tra destra e sinistra dentro e contro la globalizzazione liberista.


Giovanni Russo Spena - capogruppo Prc-Se al Senato

Bologna: Aggressione fascista all'artistico

Grave provocazione nella notte di venerdi 12 all’Artistico di Bologna, da parte di una squadraccia di fascisti entrati con mazze da baseball, ferendo alcuni studenti, ma poi scappati quando riconosciuti. Invitiamo tutti gli antifascisti a vigilare contro questa emergenza e a scacciare i fascisti dalle nostre scuole e dalla città. La cultura razzista, omofoba, antipopolare che contraddistingue questi topi di fogna, va combattuta.Le scuole e la città di Bologna non meritano di essere terrorizzate da questi figuri, che mal sopportano lo spirito antifascista del movimento studentesco di Bologna.Il coordinamento studentesco iskra, è vicino ai ragazzi colpiti dall’odio fascista, e non tollererà più simili aggressioni.
No al razzismo No al fascismo

Coordinamento studentesco Iskra-Bologna


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