17 ottobre 2007

Roma: Due cilene fermate a Roma Tre; volevano srotolare a Michelle Bachelet uno striscione per i Mapuche

Due signore, Violeta Valenzuela, di 50 anni, cittadina italiana di origine cilena, e Jeannette Paillan di 38, mapuche sono state fermate stamane nel piazzale antistante all'Università di Roma Tre, dove la presidente cilena Michelle Bachelet doveva inaugurare l'anno accademico.Le due donne, assolutamente sole, circa 75 minuti prima dell'arrivo della Presidente, avevano iniziato a distribuire volantini che denunciavano la situazione dei circa 50 prigionieri politici Mapuche detenuti in Cile. Cinque di loro, insieme a 20 familiari, sono da sei giorni in sciopero della fame a oltranza per denunciare le condizioni di detenzione.Violeta e Jeannette, la seconda è residente in Spagna, avevano con loro uno striscione arrotolato che chiedeva la liberazione dei prigionieri politici mapuche. Prima che potessero srotolarlo sono state bloccate dalla Polizia, che le ha portate in commissariato e le ha rilasciate dopo circa un'ora dietro la promessa di non srotolare lo striscione in territorio italiano.Nei giorni scorsi, l'associazione pacifista Wenuykan della quale le due signore fanno parte -Valenzuela ne è la presidente- avevano inviato una lettera al Ministro per l'Università e la Ricerca Fabio Mussi, esponendo le loro ragioni perché la Laurea Honoris Causa, che sarà concessa domani a Bachelet dall'Università di Siena, venga cancellata. Ieri pomeriggio il vicepresidente dell'associazione, Gavino Puggioni, 60 anni, cittadino italiano residente a Como, ha ricevuto la visita della Digos che, mostrando a Puggioni la lettera indirizzata a Mussi, ha preteso di conoscere le iniziative previste dall'associazione per protestare contro la visita della Bachelet e, come nel caso di stamane, impedirle

Genova: denunce e avvisi di garanzia agli attivisti dell'Assemblea Antifascista Permanente

Genova è stata interessata in pochi mesi da uno stillicidio di denunce e avvisi di garanzia, contro appartenenti all’ASSEMBLEA ANTIFASCISTA PERMANENTE e contro altri Compagni.In meno di un anno di esistenza, questa Assemblea ,organismo aperto e orizzontale, è stato in grado di mobilitarsi su alcuni aspetti centrali che riguardano ogni proletario:La sicurezza sul lavoro , lo scippo del TFR , l’antifascismo militante, la lotta contro la guerra.Questo ambito è composto da lavoratori di differenti sensibilità politico-sindacali,accomunati da una pratica antifascista militante e inscindibile dall’agire di classe,che sperimentano una crescita collettiva indipendente dalle varie burocrazie dei partiti e dei sindacati. Il Potere teme che si realizzi , sia pure limitatamente ad ambiti specifici, l’unità della classe tra tutti coloro che hanno, nella mente e nel cuore,un altro mondo possibile,sempre più necessario.
Il 13 aprile di quest’anno avviene l’ennesimo infortunio mortale in porto; è il trentesimo negli ultimi 10 anni nell’area portuale. Alcuni lavoratori portuali scendono spontaneamente in sciopero e bloccano il traffico in Lungomare Canepa. Altri, solidali con la lotta e stanchi delle chiacchere inconcludenti dei politici sulla tutela della salute nei luoghi di lavoro, si uniscono a loro. Tre giorni di iniziativa politica pratica: sciopero, blocchi del traffico e manifestazioni, incrementano, almeno in parte, la coscienza che l’unico modo per reagire all’attuale condizione di precarietà è la lotta. La provocazione di un automobilista che ha cercato di forzare il blocco, investendo alcuni lavoratori, è servita come pretesto per far scattare 6 denunce.
Il 19 maggio, in piena campagna elettorale, viene autorizzato dalle istituzioni (in aperta violazione delle loro stesse leggi in merito al divieto di ricostituzione dei partiti fascisti), un corteo alla feccia nazi-fascista di Forza Nuova. Nessuna voce sdegnata si leva “a sinistra”.
L’Assemblea, insieme ad altri compagni, decide di contrastarli direttamente in piazza, perché i fascisti sono, non solo autori impuniti di aggressioni a danni di attivisti politici, immigrati e omosessuali, portatori di un’ideologia razzista e omofobica, ma anche storico strumento stragista nelle mani dei padroni quando si presenta questa necessità. Il corteo dei compagni, caricato dalle forze dell’ordine, si ricompatta in via XX Settembre dove è oggetto di altre provocazioni da parte dei fascisti di Comunità Militante. Anche in questa circostanza a subire la repressione saranno i compagni: 12 perquisizioni (con relativo sequestro di indumenti presumibilmente indossati il giorno del corteo) ed altrettanti avvisi di garanzia, sono stati notificati, 5 mesi dopo i fatti, ad alcuni appartenenti all’Assemblea e ad altri compagni.
Il 16 giugno, nel quartiere di Bolzaneto, un partecipato presidio autorizzato di controinformazione dell’Assemblea, in un clima disteso di interesse e di scambio con gli abitanti, viene ripetutamente provocato da tre fascisti che fanno più volte il saluto romano in direzione del presidio stesso. I tre, ovviamente allontanati, sporgono in seguito denunce tanto fantasiose quanto pesanti alla Polizia, denunce che porteranno all’incriminazione di 2 compagni.
Forse si aspettavano di essere accolti come gli altri abitanti del quartiere con focaccia e vino bianco… La maggior parte delle nostre iniziative ha dunque, evidentemente, suscitato un interesse “particolare” nei magistrati e nei questurini che hanno usato, in modo pretestuoso, fatti assolutamente marginali, per criminalizzare sia le ragioni delle iniziative politiche intraprese, sia i compagni che hanno contribuito a promuoverle.
Rispondiamo a questi attacchi rivendicando tutto il nostro percorso e ogni iniziativa svolta. Diciamo a gran voce che se qualcuno ha pensato di indebolirci, si è sbagliato di grosso.

Assemblea Permanente Antifascista di Genova

Genova G8: Il medico di guardia a Bolzaneto si sentiva in guerra

Al processo genovese di scena il dottor Toccafondi, imputato per le violenze nella caserma di Bolzaneto: avevamo i sacchi per i cadaveri, è andata bene che non c’è scappato il morto.


Il dottor Giacomo Toccafondi è uno degli imputati per le violenze di Bolzaneto con il più alto numero di capi di imputazione, diciassette: avrebbe omesso di denunciare l'uso di gas urticante contro una ragazza in cella, costretto alcune vittime a cantare «viva il Duce», puntato un manganello alla bocca di una ragazza con la mandibola sfasciata. Insieme a questo e altro, ci sono gli abusi d'ufficio e la mancata redazione di diari clinici, come invece richiesto dalle disposizioni pre-G8. Toccafondi - che oggi esercita la professione nel carcere femminile di Pontedecimo, nonostante i fatti a lui contestati e una condanna in primo grado per omicidio colposo, per il decesso di una detenuta - è stato ascoltato a Genova: due udienze lunghe, nelle quali il medico che coordinava i servizi di assistenza sanitaria nel carcere provvisorio del G8, si è difeso dalle accuse della procura e delle vittime.Il dottore a Bolzaneto per farsi riconoscere indossa i pantaloni mimetici e la maglietta blu della polizia penitenziaria. Effettua i primi controlli, l'ormai celebre triage - «inventato dai chirurghi di Napoleone dopo le battaglie per capire chi doveva essere curato e chi si doveva lasciare morire», ha specificato - con guanti di pelle e tramite «manate» sulla testa delle vittime, per capirne lo stato sanitario. Poi, una volta giunti all'infermeria, gli è sufficiente uno sguardo per capire che tutti possono essere tradotti in carcere. Non effettua la verifica di compatibilità delle lesioni con gli scontri di piazza o con botte ricevute in caserma, ovvero non chiarisce la natura delle ferite. Il dottor Toccafondi descrive Genova come una guerra: «Era così abnorme l'afflusso di arrestati che è andata bene non ci sia scappato il morto». Avevano anche preparato i sacchi per raccogliere i cadaveri, ha riferito. Eppure lui, nelle sue missioni in Kosovo e Albania, deve averne viste di emergenze. Toccafondi ha intercalato la sua doppia deposizione con «positivo» e «negativo» anziché «sì» o «no»: secondo i testimoni era lui il medico che al termine del triage esclamava ai feriti «abile e arruolato».Il dottore in mimetica si è difeso, citando termini in inglese, raccogliendo immagini dalla sua memoria di quei giorni. Ha ricordato di avere utilizzato anche una tuta verde, proprio come ha raccontato una delle vittime (con frattura mandibolare, ma idonea ad essere tradotta in carcere, anziché in ospedale, per il medico). Proprio la ragazza, A.K, aveva ricordato in aula il suo passaggio in infermeria e lo scherno dei dottori presenti. Toccafondi si ricorda i detenuti con la faccia rivolta al muro, le braccia e le gambe larghe, ma nega trattamenti inumani, i cori fascisti, le offese e le minacce di stupro alle ragazze. La «Bolzaneto dei fantasmi», come ebbero a dire i pm durante le prime fasi delle indagini, ritorna nelle parole degli imputati: nessuno ha visto né sentito niente. Gli insulti a lui attribuiti, «dovevano ammazzarvi tutti alla Diaz», «bastardi», «vai a morire in cella», sono negati con estrema decisione: la banalità del male e il clima di impunità di Bolzaneto sembrano riecheggiare ad ogni udienza.Percepibili sono anche le tensioni del processo Diaz, contro 29 funzionari e dirigenti di polizia. Il procedimento domani giungerà ad una nuova interruzione, per la dismissione del mandato di uno dei difensori. I legali dei poliziotti hanno proseguito ad attaccare procura e processi, tra esposti sulle spese dei pm e richieste di documenti non agli atti: segno della posta in palio, alta, nel procedimento alla polizia italiana non solo di allora, viste le promozioni ottenute dagli imputati in soli sei anni. Nell'attesa di capire se l'ex questore di Genova Colucci ritratterà o meno la propria deposizione, che aveva inguaiato lui e anche l'ex capo della polizia Gianni De Gennaro, oggi capo gabinetto dell'Interno, finito tra gli indagati con l'accusa di aver invitato alla falsa testimonianza proprio Colucci, nei prossimi giorni sono previste interrogazioni parlamentari su alcuni aspetti a margine dei processi: la presenza di un'ispettrice dello Sco - già in servizio a Bari con Gratteri e Fabbrocini, entrambi imputati - durante le udienze Diaz e i presunti esborsi dello Stato per la difesa dei poliziotti.




Lettera aperta al sindaco di Firenze

Pubblichiamo di seguito la lettera aperta al sindaco di Firenze, Leonardo Domenici, dei promotori del digiuno a staffetta contro l´ordinanza sui lavavetri iniziato il 21 settembre e che si concluderà il 17 ottobre, giornata mondiale di lotta alla povertà. I firmatari sono Matteo Bortolon, Lorenzo Guadagnucci, Camilla Lattanzi, Luca Limata, Alessandro Santoro, Marco Sodi, Saverio Tommasi.

«Egregio signor sindaco,
la sua nuova ordinanza contro i lavavetri ci riempie di tristezza e al tempo stesso di maggiore convinzione nella nostra lotta. Da quasi un mese, come avra´ notato la mattina arrivando in ufficio, ogni giorno due persone, in sciopero della fame per 24 ore, sostano sotto PalazzoVecchio indossando dei cartelloni. Forse avrà letto i testi. Contengono due messaggi: la richiesta di ritiro immediato dell´ordinanza contro i lavavatri, e l´affermazione che occorre combattere la poverta´, non i poveri. Questa nostra lotta nonviolenta è iniziata il 21 settembre con l´obiettivo di indurla a un ripensamento. Intendevamo aprire una discussione con l´amministrazione pubblica, nello spirito della nonviolenza, che promuove sempre il dialogo, anche quando esprime il massimo dissenso. Abbiamo sperato fino all´ultimo che lei avrebbe accettato il confronto, senza rifiutare a priori di ascoltare le nostre ragioni. Nei giorni scorsi avevamo anche concordato con l´assessore Graziano Cioni, promotore delle ordinanze, un incontro pubblico da tenersi prima del 30 ottobre, data di scadenza `naturale´ dell´ordinanza `contingibile e urgente´.Il suo nuovo provvedimento, reso noto ieri, in anticipo rispetto al previsto, sembra chiudere anche questo spazio di discussione. Siamo sinceramente amareggiati di questa sua chiusura, che ha un carattere etico e culturale, prima ancora che politico. Speravamo ancora, nonostante tutto, che lei avrebbe accettato di recuperare quell´idea di citta´ accogliente, solidale, operatrice di pace che è stata di alcuni suoi illustri predecessori. E´ un´idea di città che ha reso Firenze celebre e popolare nel mondo. Oggi Firenze si fa conoscere per questa sua lotta senza quartiere a un ristretto gruppo di persone- si parla di una cinquantina di cosiddetti lavavetri-in nome di un concetto di sicurezza che non fa ben sperare per il futuro.Signor sindaco, noi crediamo che lei abbia assecondato un certo senso di insofferenza e di paura, presente fra i nostri concittadini, che andrebbe affrontato con altri argomenti. Siamo convinti che non vi sia mai stata in citta´ alcuna `emergenza lavavetri´ e che non si possano affrontare i disagi o il fastidio suscitati dai comportamenti di pochissime persone, mettendo `fuori legge´ chi sta comunque cercando di cavarsela, guadagnando pochi euro agli incroci. Pensiamo che un´amministrazione aperta, solidale e operatrice di pace avrebbe agito in modo molto diverso, ad esempio cercando di incontrare i 50 lavavetri, di dialogare con loro, alla ricerca di condizioni di vita e di lavoro migliori e piu´ sicure per tutti. Un´amministrazione accogliente e con un alto senso della solidarieta´ avrebbe mandato un messaggio distensivo ai cittadini e agli automobilisti, senza enfatizzare il problema, e sforzandosi di mantenere la questione dentro i binari della razionalita´ e del buon senso.La città che noi vorremmo e per la quale continuiamo a batterci, si impegnerebbe per affermare un´idea di sicurezza che include la possibilità-per tutti-di avere un tetto e il diritto a ricercare condizioni di vita e di lavoro dignitose. E´ questo un concetto di sicurezza molto impegnativo, perche´ porterebbe a battersi-ad esempio- per cambiare una serie di leggi in materia di immigrazione [a cominciare da quella detta Bossi-Fini], ad estendere le politiche sociali, ad includere nella nostra società chi oggi resta ai margini. Nella nostra città vivono migliaia di poveri, di senza tetto, di `sans papier´, di esclusi da tutto e da tutti... L´approccio che noi immaginiamo, porterebbe anche a contrastare l´idea di sicurezza oggi diffusa a Firenze e in gran parte d´Italia: una sicurezza basata su slogan equivoci come `tolleranza zero´ e imperniata sui divieti, i controlli di polizia, le limitazioni dei diritti e delle libertà. La storia ci insegna che l´estensione delle misure repressive, anche quando avviene con il consenso apparente delle popolazioni, è foriera di disastri.Siamo convinti che un´idea allargata e solidale di sicurezza sia alla portata della nostra città. A Firenze possiamo attingere a una tradizione democratica e popolare della quale dobbiamo andare orgogliosi: questo e´ il tempo di non cedere agli umori del momento, alla tentazione delle scorciatoie repressive, ma di mettere a frutto quanto di meglio ci arriva dal passato. Oggi Firenze è una città che mostra un volto ostile: è chiusa, incattivita, insofferente. Non è la città che desideriamo, e siamo convinti che nemmeno lei voglia diffondere un´immagine di Firenze così deteriorata.Nonostante tutto, signor sindaco, noi non disperiamo e per questo le chiediamo di accettare al più presto un incontro pubblico con noi e con quella parte di città che non si riconosce nello spirito delle sue ordinanze.Per quanto ci riguarda, oggi e domani saremo ancora in piazza della Signoria coi nostri cartelli, e mercoledì notte celebreremo a modo nostro la Giornata mondiale di lotta alla povertà, dormendo all´addiaccio, davanti all´ingresso di Palazzo Vecchio. Il nostro digiuno a staffetta a quel punto sarà concluso, ma il discorso non può che restare aperto. Le persone, le loro vite, le loro aspettative e i loro diritti, non si cancellano a colpi d´ordinanza. Vogliamo continuare a credere che Firenze può ancora cambiare rotta e tornare ad essere una città aperta, solidale, altruista».

16 ottobre 2007

Da Badu 'e Carros alle carceri turche

Due turchi, militanti dell'estrema sinistra, condannati e a rischio estradizione

Stanno in carcere dall'1 aprile 2004. Uno nella sezione alta sorveglianza di Badu 'e Carros (Nuoro), l'altra a Rebibbia. Ma Avni Er e Zeynep Kulic è come se fossero invisibili. Anzi, adesso rischiano pure di essere estradati, lui in Turchia e lei in Germania, senza che nessuno se ne accorga. I due giovani turchi sono stati condannati (lui a sette anni, lei a cinque) per partecipazione ad associazione terroristica internazionale. L'associazione è il Dhkp-c (Partito rivoluzionario per la liberazione del popolo). I due sono stati arrestati in Italia, mentre operazioni di polizia parallele hanno portato in carcere, sia in Turchia che in altri paesi europei, decine di persone. Di tutti gli arrestati (compresi quelli in Turchia) soltanto Avni Er e Zeynep Kulic sono stati condannati e sono ancora in carcere. La loro vicenda giudiziaria trae origine dalla modifica dell'art. 270 bis del codice penale, dopo gli attentati alle Twin Towers del 2001. Questa modifica, assieme alle decisioni assunte nel 2002 in sede europea in materia di terrorismo, creano il substrato giuridico su cui si innesta l'operazione primo aprile. L'Ue ha approvato, nel 2002, la black list nella quale l'attività di organizzazioni come Pkk, Sendero Luminoso, Jihad islamica palestinese e lo stesso Dhkp-c viene qualificata come terroristica. E sempre nel 2002 il Consiglio della Ue ha approvato la «decisione quadro sulla lotta contro il terrorismo» con la quale si attesta sulla definizione di terrorismo approvata dal governo inglese nel Terrorism act: è considerata terroristica ogni azione violenta compiuta con finalità politica. Viene dunque annullata la tradizionale distinzione tra terrorismo ed eversione.Avni Er e Zeynep Kulic sono dunque accusati di appartenere al Dhkp-c, con ruoli diversi (lui come dirigente, lei come sostenitrice), e vengono condannati al termine di un processo di primo grado celebrato a Perugia. Le difese hanno tentato di dimostrare che l'attività portata avanti dalla sinistra rivoluzionaria turca era assimilabile a una lotta di liberazione combattuta contro il regime fascista turco che si esprime nelle stesse forme in cui si realizzò la resistenza italiana. «Una lotta - spiega Rossi Albertini - quella del Dhkp-c, interpretata non solo con l'uso delle armi ma sostenuta e portata avanti da una fitta rete di resistenza sociale composta di associazioni, sindacati, radio, giornali». Inoltre le azioni militari del Dhkp-c non sono mai state rivolte contro obiettivi civili ma sempre contro rappresentanti delle istituzioni o dell'esercito. La corte ha comunque condannato i due giovani turchi. Che sono stati trasferiti, a Rebibbia lei e a Nuoro lui. In attesa del processo di appello. Ma nel frattempo altri si sono mossi. La Germania ha richiesto l'estradizione di Zeynep Kulic. La corte d'appello di Roma ha già concesso il nulla osta all'estradizione attualmente sospesa in attesa della conclusione del processo. La Turchia invece ha richiesto l'estradizione di Avni Er. Il ministro della giustizia Clemente Mastella ha immediatamente richiesto la custodia cautelare per Er. E il procuratore generale ha richiesto che l'uomo venga estradato. Se Avni Er verrà estradato in Turchia il rischio di torture e maltrattamenti è evidentemente molto elevato. Per la Turchia (che gli contesta sostanzialmente la partecipazione a manifestazioni di solidarietà, in Europa, con i detenuti politici in sciopero della fame nelle carceri turche) Avni Er è, infatti, il collegamento in Europa del Dhkp-c, quindi l'uomo che è a conoscenza della struttura europea dell'organizzazione. I tempi stringono. Qualcuno finalmente si sta muovendo anche a livello istituzionale. Il deputato del Prc Francesco Caruso ha presentato una interrogazione, lo stesso faranno i senatori Russo Spena e Fosco Giannini.

15 ottobre 2007

Firenze: Nuova ordinanza contro i lavavetri da parte del sindaco Domenici (PD)

Il sindaco di Firenze, Leonardo Domenici ha firmato una nuova ordinanza, la terza da agosto, contro i lavavetri. Nel nuovo provvedimento, pero’, a differenza dai due precedenti, scompare il riferimento all’articolo 650 del Codice penale, che prevedeva anche l’arresto. Ora, chi trasgredira’, verra’ punito con una sanzione amministrativa da 75 a 500 euro. Il provvedimento si ispira al regolamento della polizia municipale e indica il divieto ‘’a chiunque, nelle strade cittadine e agli incroci semaforici, di avvicinarsi agli automobilisti per offrire attivita’ di pulizia vetri o fari dell’automezzo e aspettarsi, in conseguenza, l’elargizione di denaro’’. ’’L’ultima ordinanza, come quella precedente–ha spiegato oggi il sindaco Leonardo Domenici–era contingibile e urgente, cioe’ limitata nel tempo. A un certo punto, lo sapevamo, sarebbe stato necessario passare dalla fase emergenziale, che tuttavia ha dato un risultato apprezzabile, alla fase ordinaria’’. Con la nuova ordinanza, che scade il 31 ottobre, ‘’si va a regime facendo riferimento al regolamento della polizia municipale e tenendo conto nella dovuta considerazione ai suggerimenti che sono venuti, ad esempio, dalla Procura’’.

Modena: Deceduto ragazzo tunisino recluso nel Cpt

Ennesima tragedia tra le mura di un centro di permanenza temporanea. Secondo il medico legale si tratterebbe di suicidio.
Un ragazzo tunisino di 23 anni è morto questa notte nel Cpt di Modena. A quanto riportato dalla Prefettura il corpo è stato trovato all'interno della zona notte, dove il ragazzo si trovava da solo. Secondo il medico legale, si tratterebbe di un caso di suicidio. Il ministero dell'Interno ha ordinato un sopralluogo e un incontro tra il direttore centrale del dipartimento delle Liberta' Civili e Immigrazione, il vice prefetto, il questore e il responsabile dell'ente gestore della struttura.
«Poco o nulla è cambiato in queste strutture del diritto speciale, luoghi nefasti e inutili, che il governo si era impegnato a 'superarè ma che ancora sussistono, con le stesse norme della Bossi Fini»: così Stefano Galieni, responsabile immigrazione del Prc, commenta la morte del giovane tunisino nel Cpt di Modena, «quello millantato come il migliore, il più bello e costoso d'Italia». Per Galieni, «la chiusura di ogni luogo di detenzione amministrativa resta l'unica soluzione da frapporre alla deriva securitaria del diritto, cominciata tanti anni fa e mai interrotta. Anche per questo - conclude - è necessario essere in piazza il 20 ottobre».
E la chiusura immediata dei Cpt , a partire da quello di Modena, lo chiede anche la deputata di Rifondazione Comunista Sinistra-Europea Mercedes Frias, esprimendo il proprio rammarico per la morte del cittadino tunisino avvenuta la scorsa notte nel Cpt di Modena. «I centri di permanenza -afferma la deputata di Rifondazione- sono dei 'non luoghì dove i più elementari diritti della persona vengono sospesi e violati, spazi di detenzione e privazione del tutto incostituzionali che hanno dimostrato in molte occasioni la loro inadeguatezza». «L'episodio di Modena dimostra come un Cpt, per quanto costoso e millantato come funzionale, rimanga pur sempre una galera etnica. La morte del cittadino tunisino -conclude Frias- si aggiunge alla lunga serie di violazioni, incidenti e abusi che hanno caratterizzato la vita dei centri di permanenza italiani, ed è l'ennesima conferma della loro inutilità e della necessità di procedere alla loro chiusura definitiva»

Un pacchetto sicurezza inaccettabile ed inquietante

Nella forma attuale il pacchetto sicurezza che il governo si prepara ad approvare è inaccettabile. Non solo, infatti, non configura una politica della sicurezza innovativa, come è lecito aspettarsi da un governo di centrosinistra, ma registra invece dei drastici passi indietro rispetto al livello di civiltà giuridica raggiunto dal nostro paese, al punto di autorizzare il dubbio di anticostituzionalità. E questo, a mio parere, senza neppure riuscire ad affrontare seriamente, con efficacia invece propagandisticamente il nodo della sicurezza. Nel ddl, in realtà, ci sono anche alcuni (pochi) elementi positivi. E' un bene, prima di tutto, che si tratti appunto di un disegno di legge e non di un decreto, come chiedevano le destre. Vi sarà, così, possibilità di un serio confronto in Parlamento. E' positiva, inoltre, la previsione di una accelerazione delle procedure concernenti la confisca dei beni mafiosi e la loro consegna agli enti pubblici per una nuova destinazione sociale. Si interviene, finalmente, come Don Ciotti e "Libera" hanno sempre chiesto, su una legge importantissima che Berlusconi aveva depotenziato gravemente. Giusta è anche l'equiparazione dei familiari delle vittime della mafia a quelli delle vittime del terrorismo (anche questa è sempre stata una richiesta delle associazioni antimafia), ed è infine del tutto apprezzabile il rafforzamento degli uffici giudiziari, soprattutto nel Sud. Ma qui finiscono gli esili dati positivi. Per il resto la legge non presenta aspetti condivisbili, e alcune norme, se confermeranno quanto sinora annunziato sono anzi inaudita gravità. L'ipotesi di estendere l'obbligo di custodia cautelare ai reati considerati "di massimo allarme sociale", indipendentemente dalla gravità oggettiva del reato in questione, si configura a mio parere come una plateale violazione dell'art. 13 della Costituzione. Anche per reati in sé minori come ad esempio lo scippo, in nome dell' "massimo allarme sociale", non sarebbe più prevista alcuna sospensione della pena in attesa di giudizio. E' il caso di segnalare che una misura simile va ben oltre la stessa richiesta di "certezza della pena", formula che anche nella sua formula più restrittiva non significa affatto rendere obbligatorie le misure cautelari oltre i casi previsti tassativamente dall'ordinamento.. E', in secondo luogo, un incivile stravolgimento delle regole il cosiddetto "provvedimento anti-Rom"; in base al quale i prefetti potranno aver mano libera nell'espellere anche i cittadini comunitari. Senza nessun controllo né provvedimento giurisdizionale; e, si badi, non solo per sospetto di terrorismo, ma anche per motivi di "ordine e sicurezza pubblica". Una formula, come si vede, che rende la discrezionalità prefettizia massima, i controlli minimi, le garanzie per i soggetti inesistenti.
E' infine grave il provvedimento che riguarda l'estensione dei poteri dei sindaci. Il comma 3 dell'articolo 54 del testo unico degli enti locali parla soltanto di poteri di intervento per "gravi pericoli che minacciano l'incolumità". Ora si introduce il principio di "sicurezza urbana dei cittadini e di gravi pericoli che recano pregiudizio al decoro urbano". Con queste modifiche si ampliano a dismisura i poteri dei sindaci sul terreno proprio delle forze dell'ordine. Per chi disegna sui muri è prevista la procedibilità d'ufficio per i reati di danneggiamento. Avete letto bene: per i ragazzi che disegnano sui muri è prevista la "procedibilità d'ufficio". Ogni ulteriore commento sarebbe superfluo. Aldilà dei suoi specifici, e già di per sé pericolosissimi, contenuti è l'identità di fondo del proveddimento a essere pessima e assai inquietante. Si tratta infatti della metafora di una lotta alla povertà che diventa subito, per tanta parte del centrosinistra, lotta contro i poveri. Come ha segnalato Marco Revelli siamo di fronte ad una vera e propria "pedagogia del disumano". Sarà contento Beppe Grillo, che nei Rom vede "una bomba a tempo; va disinnescata".Per opporsi alla deriva di cui questo provvedimento è frutto e insieme sintomo, credo che ci si debba misurare con un dato di fondo: non si può continuare a legiferare sotto il peso dell'emergenza, in una sosta di "stato di eccezione permanente" come capita da tempo immemorabile e ora di nuovo, con i lavavetri e i Rom nella parte del nemico emergenziale di turno. L'esigenza di sicurezza è sacrosanta, ma va assicurata entro le regole dello stato di diritto e del sistema delle garanzie. Altrimenti diventa sicuritarismo, "caccia al diverso", creazione del "nemico", una pratica iniqua e oltretutto inefficace.La sicurezza, infatti, passa per la costruzione di presidi democratici sul territorio e per l' incentivazione degli elementi di socializzazione, non per l'autoritarismo xenofobo e per il razzismo istituzionale.La più grande sciocchezza ripetuta in questi giorni è che la "sicurezza non è né di destra né di sinistra". Il modo in cui si combatte l'insicurezza sociale è, al contrario, il grande discrimine tra destra e sinistra dentro e contro la globalizzazione liberista.


Giovanni Russo Spena - capogruppo Prc-Se al Senato

Bologna: Aggressione fascista all'artistico

Grave provocazione nella notte di venerdi 12 all’Artistico di Bologna, da parte di una squadraccia di fascisti entrati con mazze da baseball, ferendo alcuni studenti, ma poi scappati quando riconosciuti. Invitiamo tutti gli antifascisti a vigilare contro questa emergenza e a scacciare i fascisti dalle nostre scuole e dalla città. La cultura razzista, omofoba, antipopolare che contraddistingue questi topi di fogna, va combattuta.Le scuole e la città di Bologna non meritano di essere terrorizzate da questi figuri, che mal sopportano lo spirito antifascista del movimento studentesco di Bologna.Il coordinamento studentesco iskra, è vicino ai ragazzi colpiti dall’odio fascista, e non tollererà più simili aggressioni.
No al razzismo No al fascismo

Coordinamento studentesco Iskra-Bologna


12 ottobre 2007

Sicurezza. Le associazioni: «Amato ci ascolti»

Oggi, il ministro degli interni, Giuliano Amato, in una breve relazione al Consiglio dei ministri, ha detto che il «pacchetto sicurezza», in discussione il 23 ottobre, sarà affiancato da altri tre disegni di legge per dare il via a un «intervento organico di forte impatto per contrastare fenomeni criminali e degrado sociale e urbano». Intanto, una decina di associazioni nazionali e locali [Antigone, Arci, Cantieri sociali, Gruppo Abele e altre] hanno inviato una lettera ai ministri competenti sulla vicenda «pacchetto sicurezza», chiedendo di essere ascoltati. Finora non hanno avuto risposte, ma si dicono molto preoccupate per la bozza del disegno di legge sicurezza resa pubblica, «che va in direzione completamente contraria a quelle che sono le nostre idee in materia». Le associazioni hanno reso noto, a loro volta, il testo completo della lettera. «Il tema della sicurezza nelle città – scrivono le associazioni - è assurto alla ribalta del dibattito pubblico e politico e il governo si appresta a varare il cosiddetto ‘Pacchetto sicurezza’. Volendo intendere il concetto di sicurezza come un processo di costruzione sociale tra le diverse competenze e attori che vivono le città e vi operano e i diversi livelli delle competenze istituzionali sul piano locale e centrale, sia fondamentale che il confronto del Governo avvenga anche con le Organizzazioni non
profit». E ancora: «Abbiamo maturato in questi anni un bagaglio di esperienze sporcandoci le mani, occupandoci di migranti, italiani, donne, uomini, minori, transgender che vivono una condizione di marginalità.
Per questo proponiamo che nei territori vengano attivati Tavoli di Concertazione per la costruzione della sicurezza sociale in forma partecipata e concordata».


Incendio campo rom di Opera, rinviato a giudizio consigliere della Lega

Il Pm di Milano, Laura Barbaini, ha chiesto il rinvio a giudizio di nove persone tra le quali il capogruppo della Lega Nord nel consiglio comunale di Opera (Milano), Ettore Fusco, in relazione all’incendio del 21 dicembre scorso nel campo nomadi allestito dalla Protezione civile. Oltre all’esponente politico, tra gli indagati ci sono alcuni residenti del comune del milanese, accusati, a vario titolo, di incendio, danneggiamento aggravato e interruzione di pubblico servizio. Fusco è accusato di istigazione a delinquere, in quanto avrebbe incitato, durante il consiglio comunale, i cittadini ad occupare il campo nomadi.

11 ottobre 2007

Festa nel lager. Naziskin a Dachau

Giovani da Bolzano nei campi di concentramento SS, per gridare 'Sieg heil'. O per farsi ritrarre con l'accendino sotto le immagini delle sinagoghe bruciate. In esclusiva le foto del 'turismo dell'Olocausto'
Sono l'avanguardia dell'orrore, quella capace di superare ogni limite. Nazisti pronti all'insulto più estremo, all'oltraggio di qualunque memoria. Eccoli, fare il saluto hitleriano davanti al cippo che ricorda il forno crematorio di Dachau. Mettersi in posa compiaciuti accanto a quella scritta agghiacciante 'Arbeit macht frei' sul cancello che migliaia di ebrei hanno varcato una sola volta. Poi mostrare le loro magliette con le machine-pistol usate dai guardiani per abbattere chi non obbediva ciecamente agli ordini. E sfoggiare le t-shirt con la sagoma delle SS davanti al monumento ispirato dall'intreccio dei corpi scheletrici nelle fosse comuni. Istantanee di una gita che incenerisce i confini della decenza, scattate per renderle oggetto di culto tra i camerati, come per dimostrare un primato ideologico: avere inneggiato al führer del Terzo Reich nel luogo dove l'Olocausto venne concepito. Dachau, a pochi chilometri da Monaco di Baviera, è il primo lager, quello in cui furono rinchiusi gli ebrei catturati nella 'Notte dei cristalli' e gli oppositori del regime, quello usato per sperimentare il genocidio.Le foto che 'L'espresso' pubblica in esclusiva sono state sequestrate dai carabinieri del Ros di Bolzano durante un'inchiesta sui naziskin altoatesini. Erano conservate da alcune delle persone ritratte, che le esibivano con orgoglio ai loro accoliti. I sette camerati ripresi nelle immagini hanno patteggiato condanne comprese tra 12 e 30 mesi di carcere: l'ultima sentenza risale a poche settimane fa. Ma ai fini della pena questo reportage incredibile non ha avuto effetti: per il codice penale italiano il turismo dello sterminio non ha rilevanza. Nemmeno la legge Mancino, quella creata nel 1991 per porre freno all'ondata montante di razzismo, ha ipotizzato un tale baratro di disprezzo. Il procuratore capo Cuno Tarfusser e il pm Axel Bisignano nel sostenere l'accusa contro la banda di gitanti a Dachau non hanno potuto far pesare quello sfregio alla Memoria. Eppure il fenomeno dei tour nazisti è in crescita costante: dai luoghi hitleriani classici si passa sempre più spesso a incursioni antisemite. Che precipitano dalla goliardia alla vergogna.
Come definire altrimenti la foto, sequestrata dal Ros nella stessa operazione, che ritrae i due naziskin con l'accendino in mano sotto la lapide che ricorda la prima sinagoga incendiata in Germania durante la 'Notte dei cristalli'? In quella vacanza a Potsdam, in Brandeburgo, nel luogo del primo assalto delle camicie brune, la formazione è la stessa. Sono sette italiani dell'Alto Adige, inquadrati come militari, capeggiati dal 'comandante' Armin Sölva e dal suo vice Christoph Andergassen. Hanno dai 18 ai 26 anni e nonostante le sentenze restano a piede libero.L'organizzazione di Sölva e Andergassen è la Südtiroler Kameradschaftsring per la lotta di liberazione del Sudtirolo, con tanto di statuto messo nero su bianco: tra gli obiettivi, l'istigazione all'odio razziale e la venerazione di Hitler e ai suoi gerarchi. Una fede malvagia celebrata, secondo i risultati delle indagini, con minacce, pestaggi e devastazioni. Che li trasforma nell'avanguardia di una rete nera che attraversa l'Europa e che vede sfilare fianco a fianco camerati di ogni paese, spesso divisi da questioni etniche, come accade tra sudtirolesi e italiani, ma pronti a fare fronte comune con il braccio teso. Identici gli slogan, testimoniati anche dalle magliette indossate nel lager bavarese. In una foto si vede Armin Sölva inginocchiato, mani giunte in atto di ringraziamento per lo sterminio, nella cappella che ricorda i 3 mila sacerdoti cattolici deportati. In un'altra, due camerati entrano nell'edificio centrale del campo dove è allestita la mostra sul Terzo Reich e in tenuta da skinheads posano sorridenti davanti alla grande scritta SS. Altri due compaiono vicini a una celebre frase della propaganda del Reich: 'Unsere Letzte Hoffung. Hitler' (la nostra ultima speranza: Hitler). Indossano t-shirt con l'immagine di un soldato tedesco e di supporter di estrema destra, sempre dentro il campo di Dachau. Poi di spalle, piegati, con l'immagine di un mitragliatore su una t-shirt e sull'altra la scritta 'Siamo dei criminali convinti', spingono giù il cippo di marmo eretto dove sorgevano i forni crematori. In un'altra immagine due del gruppo si mettono davanti al muro di cinta, sono ai lati di un cartello che indica la linea oltre la quale le guardie sparavano sui deportati:si immedesimano negli aguzzini degli ebrei.Il lager, un monumento che dovrebbe essere tutelato in nome dell'intera umanità, appare incustodito. Nessuno ferma questi giovani altoatesini dal look inconfondibile. Si sono mossi indisturbati per ore, padroni del campo di sterminio dove non è stato nemmeno possibile stabilire un bilancio del massacro: dei 206 mila reclusi registrati, almeno 43 mila persero la vita. Ma si ritiene che molti deportati non venissero segnati nella contabilità del genocidio e che negli ultimi mesi del 1945 malattie e denutrizione fossero più letali delle SS: gli americani scoprirono 39 vagoni ferroviari colmi di cadaveri spettrali. Un inferno, che adesso serve come fondale per le foto-trofeo dei 'figli del Führer'.Le trasferte in Germania e in Austria del gruppo altoatesino non servono solo per il turismo dell'orrore: sono fondamentali per consolidare i legami con le altre formazioni di estrema destra. I carabinieri dei Ros hanno infatti scoperto rapporti con almeno tre gruppi tedeschi e due austriaci con sede a Innsbruck, Vienna, Linz, Dresda, Berlino, Monaco e Norimberga. In una foto Sölva e Andergassen sono nella sede della Npd, il partito tedesco di estrema destra, con due rappresentanti del movimento politico berlinese: uno di questi è lo stesso uomo che ha accompagnato Sölva a Potsdam e che forse ha fatto da guida turistica nei lager.È in questi raduni che si saldano anche i rapporti fra i neonazisti altoatesini di lingua tedesca e quelli italiani. A Passau, nella manifestazione per ricordare Rudolf Hess, l'enigmatico delfino di Hitler diventato uno dei miti nazisti, hanno marciato insieme. In una foto si vede in primo piano il gruppo di altoatesini e dietro sfilano gli aderenti al Fronte Veneto Skinheads, oggi rappresentati da Giordano Caracino, 28 anni. Secondo i rapporti dei carabinieri, nel marzo 2006 a Braunau am Inn, paese natale di Hitler, giovani del Fronte Veneto e naziskin da Roma, Verona, Trieste hanno sfilato e gridato slogan dentro un capannone: "Siamo tutti figli del Führer e discepoli del Duce". Erano presenti anche gli skinheads dei Braunau Bulldog, che nel 2005 fecero una gita a Mauthausen e dopo se ne andarono in una pizzeria a festeggiare: in Austria lo scandalo diventò un caso politico. Ma il loro gesto è diventato un modello da imitare, anche per i bolzanini. Che nelle istantanee posano davanti al cippo del forno crematorio di Dachau, dove una scritta invita alla riflessione: 'Pensate a come noi morimmo qui'. E loro invece alzano il braccio e gridano 'Sieg heil!'.



10 ottobre 2007

Milano: Prima l'aggressione fascista, poi le botte dalla polizia

Questa mattina nell’atrio dell’università Statale di Milano si teneva un banchetto di Azione Universitaria (gruppo universitario di Alleanza Nazionale).Un gruppo di studenti, infastiditi dalla presenza di liste studentesche che promuovono la diffusione di politiche xenofobe e razziste, chiede in un primo tempo la chiusura del banchetto e l’allontanamento dall’università. I ragazzi del banchetto sostenendo di essere stati spaventati dalle richieste chiamano i loro cosiddetti “rinforzi”.
Successivamente, alcuni degli studenti notano la presenza di individui fisicamente facilmente identificabili e riconducibili all’area nazifascista (magliette con scritte tendenziose: “zetazeroalfa”, riconosciuto gruppo di estrema destra, o “nel dubbio mena”).Riconosciuti effettivamente gli individui, anche per la loro età, come non frequentanti l’Università si chiede: “allontanate immediatamente da un luogo di cultura quale l’università questi squadristi!”.Coinvolte in tutto una decina di persone, il bilancio finale sarà di due antifascisti finiti al pronto soccorso e due partecipanti al banchetto lievemente contusi, ed uno di loro denunciato. All'uscita dall'ospedale, quattro vittime del pestaggio in università sono state avvicinate da alcuni poliziotti. Rifiutatisi di sporgere denuncia, sarebbero stati aggrediti. I testimoni raccontano di botte, sangue per terra, ragazzi malmenati e ammanettati nelle macchine. I quattro sono finiti in questura. Uno di loro, il ragazzo ferito al naso, è stato denunciato per resistenza.

Processo G8 Genova: Il Pm Canciani non può occultare le gravissime responsabilità delle forze dell'ordine.

Tutte le ricostruzioni di quanto accaduto al corteo delle tute bianche parlano chiaro: le cariche della polizia furono immotivate e perciò tese consapevolmente a creare scontri e tensioni nel corteo. La responsabilità è stata di chi ha ordinato quelle cariche contro un corteo autorizzato.
Cariche iniziate ben prima dell'arrivo del corteo alla meta prevista. Gli scudi, di cui parla il Pm Canciani per cercare di giustificare un'impossibile proporzionalità del comportamento delle polizie, furono travolti a quel momento, cioè subito, alla prima carica. E i pestaggi da parte delle forze dell'ordine ai danni dei manifestanti sono iniziati subito dopo. Di questo il Pm Canciani non parla e invece è proprio questo che dovrebbe spiegare. Dire che "non è compito di questo processo appurare se ci sono stati errori da parte delle forze dell'ordine nel gestire le piazze durante il G8" è il tentativo evidente di occultare non solo gli errori, che ci sono stati e sono stati gravi, ma le responsabilità politiche che sono di una gravità ancora maggiore. Non solo, sono uno sfregio per chi da anni, come il movimento e un'intera generazione politica, sta lottando per avere finalmente verità e giustizia sulle giornate di Genova, sulle violenze perpetrate ai danni dei manifestanti, sull'omicidio di Carlo Giuliani.
Proprio per questo continuiamo con forza a chiedere che venga istituita la commissione di inchiesta parlamentare sulle violenze di Genova: questo parlamento e questa maggioranza hanno il dovere di rispondere a chi ha vissuto in quei giorni in un paese in cui ogni regola democratica è stata sospesa.

Italo Di Sabato – resp. Naz.le Osservatorio sulla Repressione PRC/SE

UN ATTACCO ALLA MEMORIA COLLETTIVA

«La storia siamo noi» non è uno slogan. E' un approccio preciso; da un lato la storia sociale, dall'altro la storia del potere. Chi lo ha cantato in questi anni lo ho fatto con l'istinto di chi sa di aver vissuto un pezzo importante della storia, ufficiosa o ufficiale. Che sia. E lo ha fatto pensando a Genova 2001. Con ogni mezzo necessario. Ma dal giorno in cui è iniziata la requisitoria dei pm Andrea Canciani e Anna Canepa (Md), la storia la scrive qualcun altro. E pare che le 300mila persone che hanno cantato quella canzone sei anni fa non si accorgano di nulla. In questi giorni la verve accusatoria attacca frontalmente la nostra memoria collettiva. I pm non si sono risparmiati: hanno biasimato le violenze delle forze dell'ordine; la gestione dell'ordine pubblico paragonato a una guerra tra bande, la partigianeria di testimoni inqualificabili e come rappresentanti dello Stato. Hanno però voluto porre un limite alle accuse e a un processo che si deve occupare slo delle devastazioni dei manifestanti; tutto il resto non può essere usato davanti alla Corte. Allora non si può parlare delle spranghe di ferro usate dai carabinieri nella carica di via Tolemaide, perché non hanno avuto alcun effetto di retto sulle devastazioni dei manifestanti; non si può parlare di via Alimonda, un fatto tragico ma già archiviato; non si può dubitare che le centinaia di lacrimogeni sparati sul lungomare non abbiano mai raggiunto il corteo, ma solo la piazza antistante lo schieramento di polizia; non si può non notare che in via Tolemaide ci siano stati solo 100 secondi di corpo a corpo e che, quindi, le cariche non siano state così violente; non si può non notare che, in fondo, il blindato abbia caricato ad alta velocità i manifestanti solo due o tre volte. Quindi, poco da lamentarsi. In pratica, la rabbia di tutti noi in quei giorni per le sopraffazioni vigliacche che aggredivano chi non poteva difendersi, che esprimevano il monopolio più vecchio del mondo, quello dell'uso della forza pubblica, dobbiamo dimenticarla, perché conta poco, mentre si giustificano le forze dell'ordine e chi le comandava. Allora la carica di via Tolemaide si comprende bene. Cos'altro avrebbe dovuto fare la polizia? Allora quella di Placanica è legittima difesa, mentre quella di tutti coloro che si sono ribellati al G8 no. Forse anche i pm avrebbero dovuto essere in strada per capire cosa è stata Genova. «Non si può parlare della Diaz», affermano. Contemporaneamente offrono agli avvocati degli alti gradi della polizia un assist, sotto forma di affermazioni non provate e dossier già noti, che non cambiano nulla, ma che risultano ampiamente suggestivi per i media. Condannano l'operato della polizia nella scuola, ma si dimenticano di ricordare che fu proprio la dottoressa Canepa a essere «interpellata» quella notte dai dirigenti poi imputati per il massacro. Ai pm «non piacciono i cattivi maestri», ma forse dai loro «buoni maestri» dovrebbero apprendere anche che non si può pensare di giocare al gioco della politica senza sporcarsi le mani. 300mila persone - bianche, pink, black, disobbediénti, migranti, pacifisti, autonomi - lo hanno fatto sei anni fa, senza paura. Se la storia siamo noi, se la memoria non è un souvenir da quattro soldi ma un prezioso ingranaggio collettivo, queste stesse persone dovrebbero correre a Genova e far sentire la propria voce in un processo che si è abituato a risolversi come una cosa «per i soli addetti ai lavori». «Addetti ai lavori» come i 25 imputati-capri espiatori sui quali si vorrebbero scaricare tutte le responsabilità di quello che fu Genova, la cui condanna sarebbe utilìssima per chiudere ì conti che tutti sono ansiosi da sempre di chiudere, o rimuovere. La storia non è una questione per addetti ai lavori di un'aula di tribunale. La storia siamo noi.

SUPPORTO LEGALE

Bologna: Ventidue denunce per i due cortei

Ventidue denunce. Sono quelle spiccate su altrettanti manifestanti che a Bologna hanno partecipato alla Street Space Parade di sabato 29 settembre e al corteo di sabato scorso indetto da Crash. Nove persone sono state denunciate dalla Digos per aver violato le prescrizioni imposte sul percorso della Street e per aver oltrepassato il limite orario previsto per la mezzanotte indicendo un rave che si è protratto in periferia fino al mattino. Altre 13 persone sono state invece denunciate per danneggiamento e occupazione abusiva della nuova sede di via Zanardi del collettivo Crash. È il prezzo dovuto per la riappacificazione tra il questore Cirillo e Cofferati che infatti, soddisfatto per aver incassato due vittorie in un solo giorno, fa sapere che tornerà subito a sedere al tavolo del Comitato per l'ordine e la sicurezza. Intanto a Palazzo D'Accursio la spaccatura con la sinistra si fa più profonda: ieri Valerio Monteventi (indipendente del Prc) e Roberto Panzacchi (Verdi) hanno formalizzato le dimissioni dalle commissioni che presiedevano. Sd invece deciderà in settimana se uscire dalla maggioranza.

Sicurezza, vittoria dei sindaci-sceriffo

Il governo propone: più poteri sull'ordine pubblico ai primi cittadini che diventeranno «ufficiali di governo». E i prefetti liberi di espellere i rom. Entusiasmo bipartisan aspettando l'ok del consiglio dei ministri

Felici e contenti i sindaci italiani all'uscita dal Viminale. Chiedevano maggiori poteri e maggiori strumenti per amministrare le loro città e maggiori poteri e maggiori strumenti avranno. Felici e contenti anche alcuni esponenti della destra e della Lega che non si aspettavano che si osasse tanto. Come felice e contento dev'essere anche Beppe Grillo. Non più di quattro giorni fa nel suo blog il suo ultimo anatema: «I rom sono una bomba a tempo. Va disinnescata. Una volta i confini della patria erano sacri, i politici li hanno sconsacrati». Eccolo accontentato. D'ora in poi il comico genovese troverà nel prefetto una mano amica. Amica verso di lui ma pesante verso tutti i cittadini comunitari che potranno essere, dal prefetto in persona, espulsi per reati che minano l'ordine pubblico.Anche questo prevede il «pacchetto sicurezza» allo studio del governo e che sarà sul tavolo del Consiglio dei ministri il prossimo venerdì. Ieri intanto il vice ministro dell'Interno, Marco Minniti, ne ha dato un piccolo assaggio incontrando alcuni esponenti dell'Anci (associazione dei comuni italiani). Da Veltroni a Domenici, da Cofferati alla Jervolino, da Chiamparino a Emiliani, tutti soddisfatti dell'incontro e della linea dura imposta dal Viminale.Entrando nel dettaglio quello che si farà è mettere mano al comma tre dell'articolo 54 del testo unico degli enti locali. In poche parole i sindaci avranno maggiori funzioni in materia di decoro urbano e sicurezza. Sulle espulsioni era stato lo stesso ministro Amato, intervenendo lo scorso 25 settembre in Senato, a segnalare come, nel recepire una direttiva comunitaria, fosse stato commesso un errore «finendo con l'attribuire, di fatto, al solo ministro il potere di espulsione» dei comunitari. «Questo errore va corretto», aveva sottolineato il ministro dell'Interno. E la correzione è arrivata subito, al primo «tavolo» utile, trovando consensi quasi unanimi. L'unico che storce la bocca è il vice sindaco di Milano, Riccardo De Corato di An, deluso dall'incontro di ieri e dai provvedimenti presi, ritenuti «troppo morbidi e non risolutivi». «Se si vuole rendere efficace per esempio il provvedimento di espulsione - è la ricetta del vice di Moratti - l'allontanamento deve essere coatto, con la pena dell'arresto per chi cerca di rientrare nel nostro Paese».Entusiasti invece sia Veltroni sia Cofferati, perché entrambi sognavano misure di questo tipo. Per il sindaco di Roma era diventata quasi una priorità e da tempo andava dicendo a destra e manca che bisognava al più presto «risolvere la questione dei rom». E ora che vede la «soluzione» lì ad un passo si augura solo che «diventi legge il più presto possibile con il concorso di tutte le forze del parlamento». Per non parlare del suo collega di Bologna che della lotta all'immigrazione ne ha fatto un suo manifesto di governo. Sindaco antesignano delle politiche anti-immigrazioni, i suoi numerosi sgomberi di cittadini romeni (e non solo) sono sempre stati un vanto della sua amministrazione e dopo anni di appelli inascoltati, ora il governo amico corre in suo aiuto. Dotandolo anche di «strumenti di lavoro» efficaci, come la possibilità di accedere personalmente alle banche dati del Viminale.Sembra dunque lampante che a vincere sia stata la linea dura dei cosiddetti sindaci-sceriffo. Lampante per tutti ma non per il primo cittadino di Firenze Leonardo Domenici, lo «sceriffo» del decreto contro i lavavetri. Nessuna stelletta sul petto, «si chiariscono solo meglio le competenze degli amministratori comunali - si difende - e non si configura una loro sfera autonoma slegata dalle forze dell'ordine». Nell'attuale articolo 54 si parla soltanto di «gravi pericoli che minacciano l'incolumità», una volta approntate le modifiche vigerà il principio di «sicurezza urbana dei cittadini e di gravi pericoli che arrecano pregiudizio al decoro urbano». Un dettaglio non da poco. I primi a subirne le conseguenze saranno i writers: per chi disegna sui muri, infatti, è prevista la procedibilità d'ufficio per i reati di danneggiamento. Il «pacchetto» comprende anche un bel giro di vite su chi fa uso di sostanze stupefacenti, e in particolare svolgendo un servizio pubblico. Più sicurezza sulle strade con l'aumento del numero delle forze dell'ordine a presidio delle città. Allo studio del Viminale anche norme sulla certezza della pena. L'obiettivo è rendere obbligatorie le misure cautelari, in modo che chi ha commesso delitti gravi non torni facilmente in libertà. Si pensa ad un «doppio binario» per questi reati, così come avviene per i delitti di mafia. Da sciogliere resta il nodo di norme più severe nella lotta alla contraffazione, caldeggiato dal ministro Mastella. Mentre fuori, al momento, restano le norme anti prostituzione.Adesso la palla passa ai tecnici del Viminale che dovranno limare il testo il più possibile per sottoporlo all'attenzione di Amato. Poi si attenderà il consiglio dei ministri di venerdì quando Cofferati & co. potranno dirsi ufficialmente felici e contenti.


9 ottobre 2007

Genova G8: Per il Pm nessuna caccia all'uomo

«Le violenze commesse dai dimostranti dei no global il pomeriggio del 20 luglio del 2001 a Genova, in occasione del G8, non sono state determinate dagli interventi delle forze dell'ordine»: lo ha sostenuto il pm Andrea Canciani nella sua requisitoria tenuta oggi al processo contro i 25 manifestanti accusati di devastazione e saccheggio. «Si tratta -ha aggiunto Canciani di persone che hanno scelto deliberatamente di contrapporsi alle forze dell'ordine». Il pm ha detto le forze dell'ordine non hanno fatto «nessuna caccia all'uomo. Se la carica ci doveva essere, quali modalita' diverse avrebbero potute essere adottate?». Nell'incredibile icostruzione di Canciani, «Tutti gli scontri non vedono contrapposto alle forze dell'ordine il corteo pacifico. Se i lacrimogeni usati dalle forze dell'ordine siano o meno gli stessi usati in precedenza, se i manganelli siano diversi da quelli d'ordinanza, sono punti interessanti per una commissione parlamentare - ha proseguito Canciani - ma non per questo tribunale che deve porsi il problema della causalita', del nesso causa-effetto, tra l'uso di questi oggetti e i fatti di cui si discute. Cos'altro avrebbero dovuto usare le forze dell'ordine se non i lacrimogeni?». Quello contro i 25 manifestanti è il primo dei processi genovesi che dovrebbe arrivare a sentenza.

Benevento: cariche della polizia contro manifestanti antifascisti

Probabilmente la città di Benevento non ha mai assistito a quello che è accaduto ieri sera, non ha mai assistito alla gratuita violenza, alla prepotenza, alla tracotanza delle forze dell’ordine che senza batter ciglio hanno deciso di caricare brutalmente un assembramento spontaneo di cittadini che si sono riuniti a Piazza Matteotti in difesa dell’antifascismo e del valore simbolico, politico e culturale che quella piazza custodisce.Ieri infatti dopo aver appreso dalla stampa di una fiaccolata indetta dai fascisti di Forza Nuova, un gruppo nutrito di cittadini si è radunato spontaneamente in Piazza Matteotti per evitare che quest’ultimi potessero sfilare ed entrare liberamente in quella piazza, intitolata ad un martire del fascismo.Ma in nome della legalità le forze dell’ordine si sono sentiti in dovere di allontanare a colpi di manganello i cittadini e di consentire a persone che non si riconoscono nella Costituzione e nelle Leggi Scelba e Mancino di sfilare senza alcun problema.Ieri eravamo a Piazza Matteotti per ricordare ancora una volta il sacrificio di uomini e donne cadute per consegnarci un paese libero, fondato sulla Costituzione antifascista dalla quale derivano quelle leggi che le forze dell’ordine dicono di eseguire e difendere facendo sfilare fascisti che in quelle leggi non si riconoscono.Ieri siamo stati picchiati barbaramente in nome della legalità.Legalità utilizzata a pretesto per difendere persone illegali che obbediscono al principio della violenza squadrista e della barbarie.La stessa barbarie che ha ucciso Giacomo Matteotti oppure quattro anni fa Davide Cesari, accoltellato barbaramente a Milano davanti un bar.Barbarie che l’opinione pubblica e la stampa fanno finta di non vedere ponendo allo stesso livello fascismo e anti-fascismo e continuando a ridurre il problema ad uno scontro tra opposte fazioni come se si giocasse una partita di calcio a rischio tra tifoserie rivali.Come se si ponessero mafia ed anti-mafia allo stesso livello.Per questo all’ipocrita tormentone del rispetto della legalità sbandierato dalle forze dell’ordine ieri sera rispondiamo dicendo che il fascismo è illegale, la violenza e la barbarie fascista sono illegali, coloro che coprono e difendono i fascisti sono illegali.Bloccarli o tentare di farlo è un dovere.L’assembramento di ieri sera disperso a suon di manganelli deve far aprire una riflessione.Se un cittadino impedisce con il suo corpo ad un fascista di sfilare senza far del male a nessuno compie un atto violento?O è più violento chi si rifà al fascismo, chi uccide giovani dei centri sociali, oppure chi picchia con le spranghe gli immigrati o ancora di più chi cerca di coprire e difendere queste persone in nome di una presunta legalità o ancora chi cerca di omettere la verità?Da diverso tempo assistiamo sgomenti all’omissione della verità, alla difesa di questi loschi personaggi sia da parte delle forze dell’ordine che delle istituzioni locali.Nel 2003 un convegno di Forza Nuova all’ Hotel Italiano si concluse con la carica degli antifascisti e con la denuncia di quattro cittadini per manifestazione non autorizzata e resistenza e lesioni: i fascisti tornano a casa protetti e impuniti. La stampa parlerà della violenza dei no global.Nel Giugno del 2007 il Convegno del Campo Hobbit viene autorizzato al Pala Parente da Questura, Prefettura e con la complicità velata dell’Assessorato alla Cultura. I fascisti tornano a casa scortati, protetti e impuniti. La stampa concentra l’attenzione sulla violenza dei no global che poteva esserci. Ieri sera Forza Nuova ha sfilato in città ed infine a Piazza Matteotti con tanto di bandiere celtiche e svastiche, le forze dell’ordine hanno consentito l’ingresso picchiando barbaramente i cittadini indignati.C’è stata la violenza delle forza dell’ordine. Speriamo che qualcuno ne parli……

BENEVENTO ANTIFASCISTA

CSA DEPISTAGGIO

8 ottobre 2007

Ancora condanne per chi si mobilita pacificamente e democraticamente

La IV sezione del tribunale di Napoli ha condannato in primo grado a tre anni e quattro mesi nove attivisti dei “Comitati per la quarta settimana”, tra cui Francesco Caruso. Ci pare davvero incredibile che si possa venir condannati per una iniziativa di protesta pubblica, pacifica e simbolica avvenuta nell’ottobre 2004 presso l’Ipercoop di Agragola, che si concluse con la distribuzione a scopo simbolico ai clienti dell’ipermercato, di poche scatole di pomodoro e pasta date volontariamente ai manifestanti dalla direzione della stessa azienda, come testimoniato anche dagli agenti della digos presenti.
Vogliamo esprimere la nostra solidarietà verso gli imputati, vogliamo rimarcare che i temi della precarietà del lavoro e del carovita costituiscono a tutt’oggi gravi questioni che interrogano in maniera pressante l’agire delle forze sociali e l’agenda delle forze politiche.
Migliaia di procedimenti giudiziari gravano sulle lotte sociali di questi anni, dal mondo del lavoro, alla scuola, ai movimenti ecologisti e contro la guerra, minacciando il protagonismo sociale di un’intera generazione e l’emergere di nuovi movimenti.
La sentenza del tribunale di Napoli colpisce tutti noi che in questi anni abbiamo costruito reti, movimenti, prodotto una nuova stagione della partecipazione e di aver animato la vita democratica del paese, contribuendo a promuovere valori di solidarietà e di giustizia sociale e forme di rinnovamento nella rappresentanza della società civile.


primi firmatari:
Michele De Palma, Italo Di Sabato, Pierluigi Sullo, Salvatore Amura, Piero Sansonetti, Don Andrea Gallo, Don Vitaliano Della Sala, Bruno Bartolozzi, Haidi Giuliani, Ramon Mantovani, Maurizio Acerbo, Gino Sperandio, Paolo Cacciari, Peppe De Cristofaro, Luigi Pirelli, Massimo Algarotti, Francesco Manna, Paolo Orrù, Marcella Stumpo, Eduardo Sassi, Francesco "baro" Barilli, Giancarlo Torricelli, Leonardo Ragozzino, Michele Citoni, Lillia Francesca

per adesioni: osservatorio@posta.rifondazione.it

Aggrediti dai naziskin attivisti del centro sociale Mezza Canaja di Senigallia (AN)

Prima che il chiacchiericcio si trasformi in leggenda urbana offuscando quello che è accaduto venerdì sera, è meglio partire dai fatti.

Mercoledì 3 ottobre nel treno che da Bologna porta a Senigallia, alla stazione di Fano salgono tre naziskin. Dentro il vagone riconoscono una ragazza del Mezza Canaja. Benché fosse sola questi tre “valorosi” uomini le si siedono accanto e per tutto il tragitto da Fano a Senigallia la insultano e la minacciano con le seguenti frasi: “Le ragazze del centro sociale sono tutte puttane”, “Ai ragazzi li massacriamo e gli pisciamo in faccia”… ed altre di questo tono. Scesi dal treno i fascistelli pedinano la ragazza fin che non sale nella macchina dei genitori.

Venerdì 5 ottobre in una delle vie del centro storico uno di questi naziskin appartenente al gruppo che ha minacciato la ragazza, viene visto da due attivisti del Mezza Canaja. Vola qualche parola d’indignazione e di insulto verso chi si riempie la bocca di parole come orgoglio e poi da buoni vigliacchi minacciano in tre una ragazza da sola. Nonostante tutto, la questione si risolve a parole.
Un quarto d’ora dopo, quattro ragazzi (due uomini e due donne) passeggiano tranquillamente - come si dovrebbe fare un venerdì sera qualsiasi - in Piazza del Duca, quando dal Caffè del Duca alcuni naziskin aggrediscono prima verbalmente e poi fisicamente i quattro ragazzi riconoscendoli come appartenenti al Mezza Canaja. Ne nasce una piccola zuffa sotto gli occhi di tutti, anche dei baristi che non intervengono minimamente per tranquillizzare la situazione. Cosa strana se non altro per puri scopi commerciali, nessun barista tollererebbe una simile situazione nel proprio locale. Ci teniamo a precisare che tutti i partecipanti alla zuffa, di entrambe, le parti non erano presenti allo scontro verbale avvenuto poco prima in un'altra via del centro. La zuffa finisce presto e tutti ne escono incolumi.
In quel momento, a zuffa finita, arrivano anche altri quattro militanti del centro sociale, avvisati di quello che stava accadendo poco prima. Neanche il tempo di finire la frase “che cazzo sta succedendo” che un bicchiere di vetro colpisce in fronte a Nicola… volano pugni e sedie prima che i baristi questa volta intervengano per riportare la calma. Il gruppo di naziskin fugge.
Un barista accusa gli attivisti del Mezza Canaja di avergli rovinato economicamente la serata, facendo finta per ovvie amicizie, di non sapere che in entrambi i casi, sono stati i suoi “clienti preferiti” a compiere le aggressioni, e quindi a procurargli i danni economici… Chi è causa del suo mal pianga se stesso!
Il barista non chiama nemmeno la polizia, cosa più unica che rara da parte di un gestore di un’attività commerciale, soprattutto quando questo avviene nel proprio locale e con il bicchiere di birra da lui appena venduto. Questo comportamento ha due spiegazioni: o si è incapaci di intendere e volere o si vuole coprire gli aggressori.
Quello che avviene dopo, è ancora più assurdo e grave; i naziskin in preda ad un delirio alcolico si presentano al pronto soccorso urlando minacce, dicendo di avere i coltelli. La scena viene vista con sgomento dagli infermieri e dalle persone presenti al pronto soccorso.

Sabato 6 ottobre più di duecento persone manifestano in Piazza del Duca contro l’ennesima e grave aggressione fascista avvenuta in città, si chiede e si ottiene la chiusura del Cafè del Duca. Ci teniamo a precisare per senso di responsabilità e di serietà che solo uno dei gestori del bar ha rapporti con i naziskin. Non è un caso che da quando questo bar ha aperto questo gruppetto di turpi individui è comparso stabilmente in città.

E’ dall’aggressione avvenuta al Mezza Canaja durante il Summer Jamboree che abbiamo pubblicamente affermato la presenza di questi individui dediti all’alcool, ai coltelli ( com’è avvenuto a Pergola, sono sempre gli stessi), alle risse ed alle aggressioni a chiunque sia riconosciuto come estraneo alla loro primitiva ideologia.
Potremmo stare qui a lamentarci, ma non lo facciamo, fa parte del gioco … un gioco macabro al quale va posto immediatamente termine. Non è una questione di opposti estremismi o di bande avverse e neanche di idee o credi politici differenti. E’ una questione di “ Uomini e non”, di civiltà e inciviltà, di democrazia o barbarie.

E’ ora che ognuno si assuma le proprie responsabilità, è ora che ogni spazio sia reso inagibile a questi pericolosi individui, è ora che ogni persona con un minimo di coscienza civile rifiuti la presenza di questi loschi figuri, anche quando si tratti di una birra nello stesso locale. E’ il momento di fargli terra bruciata intorno prima che la nostra città si trasformi in un campo di battaglia. Per questo prima che l’inverno faccia sentire il suo freddo, ritorneremo pubblicamente in Piazza del Duca per riempirla di parole, musica, colori e corpi che siano incompatibili con la presenza di questi balordi e fanatici.
Per quanto ci riguarda, tolleranza zero!

CSOA MEZZA CANAJA

7 ottobre 2007

Bologna: Crash, nuova occupazione in Via Zanardi al termine del corteo cittadino del 6 ottobre

Si è concluso nel migliore dei modi il corteo per la difesa degli spazi autogestiti indetto da Crash per sabato 6 ottobre. Al civico 106 della stessa Via Zanardi dove il 20 agosto l'intervento repressivo dell'amministrazione Cofferati aveva posto fine a un anno di occupazione, è stato liberato in mattinata un altro stabile, raggiunto intorno alle 17.30 dal corteo partito da Via Indipendenza. In Piazza dei Martiri le decine di migliaia di dimostranti hanno deviato dal percorso concordato dalla questura imboccando via Don Minzoni anziché via Marconi e dirigendosi verso la nuova struttura, dove da oggi gli attivisti del collettivo Crash potranno tornare a progettare le attività politiche e culturali del laboratorio del precariato metropolitano in lotta. Sul percorso è stato anche riaperto temporaneamente lo spazio di Via Zanardi 48, mostrando in una conferenza stampa come la necessità addotta dal Comune a ragione dello sgombero di operare urgentemente lavori di ristrutturazione fosse del tutto fittizia. In serata notevoli difficoltà per i manifestanti che dovevano raggiungere le rispettive città di provenienza: per lunghe ore Trenitalia ha negato la possibilità di viaggiare a prezzi popolari, con la stazione centrale piena di agenti di polizia. Alla fine partiti sia il treno per il nordest che quello per Milano.

LA GIORNATA: passo per passo
LE FOTO DEL CORTEO: 1 - 2 - 3
SCARICA GLI AUDIO IN Mp3:Vagamondo ore 11.30; finestre pomeridiane ore 16.00 - 18.00;interviste a Beppe di Crash alla partenza e all'arrivo del corteo

5 ottobre 2007

Milano: Scontri dell'11 marzo, il pm: confermare le condanne agli antifascisti

La sentenza definitiva arriverà molto probabilmente l'8 novembre, ma ieri l'accusa ha sparato le sue cartucce, chiedendo la conferma di tutte le condanne comminate in primo grado a carico di 18 manifestanti che hanno preso parte ai fatti dell'11 marzo del 2006 a Milano. Quattro anni di reclusione per danneggiamenti, devastazione, saccheggio e per l'incendio dell'An point di corso Buenos Aires. Una requisitoria breve, ma dura, quella tenuta dal sostituto procuratore generale Gianluigi Fontana: «La durata dell'episodio non è rilevante, conta ciò che è avvenuto. Anche se per soli 20 minuti in quel tratto di strada di Milano vi è stata lesione completa dell'ordine pubblico». Poco importa se i manifestanti erano scesi in piazza per manifestare contro un corteo (che era stato autorizzato) dei fascisti della Fiamma tricolore proprio in vicinanza dell'anniversario della morte di Davide «Dax» Cesare, un militante del centro sociale Orso accoltellato da due neofascisti la notte tra il 16 e il 17 marzo del 2003. Quel fatto «può avere rilevanza politica che non sussiste però ai fini del processo». E, per il procuratore generale, non c'è neppure distinzione di responsabilità tra chi ha messo in atto danneggiamenti e incendi e chi ha dato vita alla barriera dietro cui si sono riparati i manifestanti prima dell'intervento delle forze dell'ordine. «Chi era sulla barriera - dice Fontana - sapeva quello che gli accadeva intorno».Dopo la requisitoria, parola alle parti civili, che hanno confermato la richiesta dei danni fatta in primo grado: 53mila euro per il ministero dell'interno e della difesa, risarcimento per danni materiali e all'immagine da parte del comune di Milano e 5mila euro per il carabiniere rimasto ferito durante gli scontri. Il 26 ottobre la parola passerà alla difesa. Due i punti su cui sosterrà le sue tesi, come spiega l'avvocato Mirco Mazzali, difensore di molti dei condannati: che non c'è stato pericolo per l'ordine pubblico (e quindi verrebbe a cadere l'accusa di devastazione e saccheggio) e che non si possono condannare dei ragazzi per concorso morale. Non ci sarebbero infatti prove che gli accusati abbiano partecipato agli atti di danneggiamento. Semplicemente, erano lì a manifestare. Che, per qualcuno, può già essere una colpa, e anche grave.

Ferrara: Omicidio Aldrovandi, poliziotti convocati dal pm.

Primi interrogatori sulle presunte manipolazioni degli atti di inchiesta. E a Ferrara arriva Amnesty

I capi di imputazione vanno da omissione di atti di ufficio al falso, e gli indagati sono tre poliziotti che hanno ricoperto anche ruoli di rilievo all'interno della questura di Ferrara. Muove così i primi passi, con gli interrogatori di garanzia, la cosiddetta «inchiesta bis» nata dal processo sulla morte del giovane Federico Aldrovandi. Il pubblico ministero Nicola Proto - che poco prima dell'estate ha chiesto e ottenuto il rinvio a giudizio di quattro agenti della volante ferrarese per l'omicidio colposo del ragazzo - ha voluto ascoltare nei giorni scorsi i poliziotti che in quei primi giorni di settembre del 2005 hanno avuto, per le funzioni che ricoprivano, un coinvolgimento diretto nella stesura degli atti. Atti che, si sospetta, potrebbero essere stati manipolati. E' su questo che sta indagando Proto, il quale venne a sapere della presenza di documenti praticamente per caso: si tratta del brogliaccio originale delle telefonate giunte la notte della morte di Federico al 113, in cui alcuni cittadini segnalavano la presenza di un ragazzo agitato in strada e di sette tamponi del sangue della vittima. Erano stati i legali dei quattro agenti a chiedere di entrare in possesso dei documenti. Si scoprì che gli atti erano chiusi nella cassaforte della polizia giudiziaria e che tra le trascrizioni consegnate al pubblico ministero e quelle originali c'erano alcune difformità, in particolare sull'orario di intervento delle pattuglie, posticipato di cinque minuti. Si tratta di normali difformità tra la bella e la «brutta» copia, oppure di un intervento studiato ad arte per depistare le indagini? E come mai quei fogli non furono mai consegnati al pm? Dimenticanza o selezione consapevole da parte di alcuni colleghi degli agenti intervenuti quella notte? Questo sta cercando di ricostruire il pm Proto, che la scorsa settimana ha invitato a comparire nel suo ufficio Marcello Bulgarelli, Paolo Marino e Mario Pirani sui quali pendono capi di imputazione di diversa natura, a seconda del ruolo ricoperto all'epoca dei fatti. Il primo, difeso dall'avvocato Dario Bolognesi, è il poliziotto che trascrisse materialmente le telefonate. Marino, difeso dal legale Eugenio Gallerani, è invece l'ex dirigente dell'Ufficio prevenzione generale della questura di Ferrara. Mentre Mario Pirani, assistito dal legale Gianluigi Pieraccini, all'epoca lavorava per la polizia giudiziaria e era il principale collaboratore del primo pubblico ministero che si occupò dell'inchiesta, Mariaemanuela Guerra., I difensori per ora non rilasciano dichiarazioni, anche perché l'inchiesta è all'inizio. Intanto, il 19 ottobre si apre il processo a carico dei quattro agenti accusati della morte del diciottenne. E del caso ha iniziato a occuparsi anche Amnesty International: lunedì due dirigenti dell'associazione, giunti appositamente da Londra, si recheranno a casa della famiglia di Federico.

4 ottobre 2007

Genova G8: Processo Diaz. La reticenza non paga, altri due indagati per falsa testimonianza

Il pm Cardona ha chiesto la trasmissione degli atti per falsa testimonianza per due agenti della DIGOS di Genova, Bassani e Pantanelli: sono loro che hanno prelevato dalla scuola Pascoli le quattro videocassette che non riportate nel verbale di sequestro dell'operazione, sono riapparse durante il processo. I due agenti sostengono di averle trovate su un tavolo "abbandonate" e quindi di aver pensato di prelevarle "per motivi di sicurezza", mentre il loro legittimo proprietario all'epoca ha affermato che le cassette furono sottratte dalla sua telecamera. Non è l'unico punto oscuro della testimonianza dei due agenti alle dipendenze del funzionario e imputato nel processo dottor Di Sarro: i due si recano alla Diaz, entrano nella Pascoli dopo aver scorto una persona che sta filmando, sostenendo di volerla identificare come se filmare fosse un atto illecito. Una volta arrivati, si rendono conto che è in corso una perquisizione e decidono di portare via quelle cassette: non ne fanno un verbale di sequestro, non notificano a nessuno il fatto di averle prese, solo dopo 17 giorni fanno una relazione su richiesta del loro superiore in cui scrivono che non è successo nulla alla Pascoli e che le cassette le hanno prese loro, consegnandole a un non ben identificato personale che avrebbe provveduto a redigere il verbale di sequestro. La puzza di copertura e di bugie raffazzonate è fin troppo evidente perché non se ne accorga anche il Presidente del Collegio Barone che però continua a indulgere nella favola della buona fede delle forze dell'ordine, prediligendo le opposizioni della difesa alle legittime curiosità della pubblica accusa. Dottor Barone, quando accetterà anche lei che le forze dell'ordine sui crimini della Diaz si stanno comportando come degli ordinari mafiosi? Quando deciderà di smetterla di considerarli degli innocenti vessati da un processo eccessivo e ideologico? Forse non è ancora troppo tardi.

Trascrizione della CVIII udienza: supporto legale

La solidarietà della confererazione Cobas ai condannati per la spesa sociale

Ieri, il Tribunale di Napoli ha emesso una stravolgente quanto forcaiola sentenza di condanna a 3 anni e 4 mesi ( più l’ulteriore aggravante “dell’interdizione per 5 anni dai pubblici uffici” ) per 9 compagni appartenenti ai centri sociali e al movimento dei disoccupati - tra cui Mario Avoletto , Francesco Caruso, Michele Franco - per il reato di “ estorsione aggravata”.La sentenza fa riferimento ad una iniziativa del 2004 “ contro il carovita, per la contrattazione di un calmiere prezzi al fine di raggiungere la 4° settimana”, che ha avuto come interlocutore la IperCoop di Afragola e con la quale si realizzò la donazione gratuita del pane e di uno stock di pasta e pomodori.Dunque, una tranquilla iniziativa sociale ( ribadita anche dalla Digos in aula) , che il Tribunale di Napoli ha voluto piegare alle contingenti sollecitazioni securitarie invocate da ministro di polizia Amato e dai fac-simile sindaci Cofferati,Domenici,Gentilini, ovvero dal coro della “ tolleranza zero” istigato unanimemente da centrosinistra e centrodestra.Un pessimo segnale. Che fa ormai del Tribunale di Napoli un “ tribunale speciale” per le centinaia di feroci sentenze emesse contro disoccupati,senzatetto,nullatenenti,disgraziati, “ islamici” e antagonisti . Un tribunale capestro, agito con disinvoltura e mano pesante contro la città dolente e coloro che si cimentano per alleviarne l’assedio, mentre le camorrie politiche e malavitose vengono lasciate libere di fare il bello e cattivo tempo, di continuare a depredare ed affamare il presente e il futuro.Questa sopraffazione non è più sopportabile !La Confederazione Cobas, che insieme ad altre forze solidali cerca di affrontare e dare sollievo alle piaghe e miserie di questa cruda realtà, non si rassegna al disastro,tanto meno a sentenze assurde,sproporzionate e liberticide come quelle sancite dal Tribunale di Napoli contro i 9 nostri compagni, a cui va l’incondizionata solidarietà e il sostegno per ribaltare da ora all’Appello il senso e la tragicità di quella condanna.La Confederazione Cobas , in questa pressante emergenza, fa appello a quanti aspirano ad un cambiamento profondo della società a non lasciare nulla di intentato nel fare blocco intorno ai compagni colpiti e nel rimuovere le cause che ostacolano la “ libertà di movimento”.
Confederazione Cobas

Caruso: Orgoglioso di essere stato condannato. Lo rifarei tutti i giorni

Non credo presentarò appello per la condanna: vorrei andare immediatamente in carcere perchè, come nella migliore tradizione della disobbedienza civile, ritengo questa sia la migliore forma di denuncia contro un sistema che lascia nell'impunità chi ruba e intasca miliardi di tangenti e condanna invece attivisti precari e disoccupati che denunciano il carovita, che distribuiscono poche decine di scatole di pelati e pacchi di pasta alle famiglie più povere all'esterno di un supermercato.
Siamo estorsori di diritti, lo siamo sempre stati e lo continueremo ad essere, orgogliosi delle nostre azioni, del nostro essere ogni giorno al fianco dei più deboli, dei poveri, degli esclusi, di chi non riesce ad arrivare a fine mese, di chi
conta i centesimi ogni volta per far la spesa, perchè la pensione non basta mai, perchè i salari sono sempre più bassi e i prezzi sempre più alti, con i figli che devono crescere e gli anziani che bisogna accudire.Oggi l'istat ci dice che sono quasi 8 milioni gli indigenti in Italia, ma a chi volge lo sguardo verso il basso e non sceglie di restar accecato dalla ricchezza e il privilegio, non ha bisogno delle fredde statistiche per sapere che bisogna lottare contro il dilagare drammatico della precarietà e della povertà.Ci possono anche arrestare, ma non riusciranno mai a fermare nemmeno con il carcere la nostra voglia di lottare contro le ingiustizie sociali, la nostra voglia di mobilitarci per rivendicare diritti per tutti e non favori per qualcuno.Ai magistrati che ci hanno condannato rivolgo l'appello a inquisire e condannare i vertici sindacali della CGIL, i leader dei
partiti della sinistra, perchè anche loro, sotto la minaccia della mobilitazione di piazza, cercano ogni giorno di estorcere misure e provvedimenti a favore dei più deboli.Non nutro astio nei loro confronti come non ne nutro nei confronti dei magistrati che hanno lasciato a piede libero i Tanzi, i Consorte, i Ricucci che hanno defraudato miliardi alle famiglie e ai cittadini: avrei preferito la condanna al massimo della pena, senza alcun attenuante per il valore sociale dell'azione o la lieve entità dei fatti. Per dimostrare come ancora una volta loro rubano, corrompono, imbrogliano, evadono, abusano del potere, e invece sono delinquenti coloro i quali combattono le ingiustizie, denunciano le prepotenze, si mobilitano al fianco delle sofferenze sociali del nostro tempo. Loro sono innocenti, siamo noi i veri delinquenti.

Francesco Caruso

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