12 ottobre 2007

Sicurezza. Le associazioni: «Amato ci ascolti»

Oggi, il ministro degli interni, Giuliano Amato, in una breve relazione al Consiglio dei ministri, ha detto che il «pacchetto sicurezza», in discussione il 23 ottobre, sarà affiancato da altri tre disegni di legge per dare il via a un «intervento organico di forte impatto per contrastare fenomeni criminali e degrado sociale e urbano». Intanto, una decina di associazioni nazionali e locali [Antigone, Arci, Cantieri sociali, Gruppo Abele e altre] hanno inviato una lettera ai ministri competenti sulla vicenda «pacchetto sicurezza», chiedendo di essere ascoltati. Finora non hanno avuto risposte, ma si dicono molto preoccupate per la bozza del disegno di legge sicurezza resa pubblica, «che va in direzione completamente contraria a quelle che sono le nostre idee in materia». Le associazioni hanno reso noto, a loro volta, il testo completo della lettera. «Il tema della sicurezza nelle città – scrivono le associazioni - è assurto alla ribalta del dibattito pubblico e politico e il governo si appresta a varare il cosiddetto ‘Pacchetto sicurezza’. Volendo intendere il concetto di sicurezza come un processo di costruzione sociale tra le diverse competenze e attori che vivono le città e vi operano e i diversi livelli delle competenze istituzionali sul piano locale e centrale, sia fondamentale che il confronto del Governo avvenga anche con le Organizzazioni non
profit». E ancora: «Abbiamo maturato in questi anni un bagaglio di esperienze sporcandoci le mani, occupandoci di migranti, italiani, donne, uomini, minori, transgender che vivono una condizione di marginalità.
Per questo proponiamo che nei territori vengano attivati Tavoli di Concertazione per la costruzione della sicurezza sociale in forma partecipata e concordata».


Incendio campo rom di Opera, rinviato a giudizio consigliere della Lega

Il Pm di Milano, Laura Barbaini, ha chiesto il rinvio a giudizio di nove persone tra le quali il capogruppo della Lega Nord nel consiglio comunale di Opera (Milano), Ettore Fusco, in relazione all’incendio del 21 dicembre scorso nel campo nomadi allestito dalla Protezione civile. Oltre all’esponente politico, tra gli indagati ci sono alcuni residenti del comune del milanese, accusati, a vario titolo, di incendio, danneggiamento aggravato e interruzione di pubblico servizio. Fusco è accusato di istigazione a delinquere, in quanto avrebbe incitato, durante il consiglio comunale, i cittadini ad occupare il campo nomadi.

11 ottobre 2007

Festa nel lager. Naziskin a Dachau

Giovani da Bolzano nei campi di concentramento SS, per gridare 'Sieg heil'. O per farsi ritrarre con l'accendino sotto le immagini delle sinagoghe bruciate. In esclusiva le foto del 'turismo dell'Olocausto'
Sono l'avanguardia dell'orrore, quella capace di superare ogni limite. Nazisti pronti all'insulto più estremo, all'oltraggio di qualunque memoria. Eccoli, fare il saluto hitleriano davanti al cippo che ricorda il forno crematorio di Dachau. Mettersi in posa compiaciuti accanto a quella scritta agghiacciante 'Arbeit macht frei' sul cancello che migliaia di ebrei hanno varcato una sola volta. Poi mostrare le loro magliette con le machine-pistol usate dai guardiani per abbattere chi non obbediva ciecamente agli ordini. E sfoggiare le t-shirt con la sagoma delle SS davanti al monumento ispirato dall'intreccio dei corpi scheletrici nelle fosse comuni. Istantanee di una gita che incenerisce i confini della decenza, scattate per renderle oggetto di culto tra i camerati, come per dimostrare un primato ideologico: avere inneggiato al führer del Terzo Reich nel luogo dove l'Olocausto venne concepito. Dachau, a pochi chilometri da Monaco di Baviera, è il primo lager, quello in cui furono rinchiusi gli ebrei catturati nella 'Notte dei cristalli' e gli oppositori del regime, quello usato per sperimentare il genocidio.Le foto che 'L'espresso' pubblica in esclusiva sono state sequestrate dai carabinieri del Ros di Bolzano durante un'inchiesta sui naziskin altoatesini. Erano conservate da alcune delle persone ritratte, che le esibivano con orgoglio ai loro accoliti. I sette camerati ripresi nelle immagini hanno patteggiato condanne comprese tra 12 e 30 mesi di carcere: l'ultima sentenza risale a poche settimane fa. Ma ai fini della pena questo reportage incredibile non ha avuto effetti: per il codice penale italiano il turismo dello sterminio non ha rilevanza. Nemmeno la legge Mancino, quella creata nel 1991 per porre freno all'ondata montante di razzismo, ha ipotizzato un tale baratro di disprezzo. Il procuratore capo Cuno Tarfusser e il pm Axel Bisignano nel sostenere l'accusa contro la banda di gitanti a Dachau non hanno potuto far pesare quello sfregio alla Memoria. Eppure il fenomeno dei tour nazisti è in crescita costante: dai luoghi hitleriani classici si passa sempre più spesso a incursioni antisemite. Che precipitano dalla goliardia alla vergogna.
Come definire altrimenti la foto, sequestrata dal Ros nella stessa operazione, che ritrae i due naziskin con l'accendino in mano sotto la lapide che ricorda la prima sinagoga incendiata in Germania durante la 'Notte dei cristalli'? In quella vacanza a Potsdam, in Brandeburgo, nel luogo del primo assalto delle camicie brune, la formazione è la stessa. Sono sette italiani dell'Alto Adige, inquadrati come militari, capeggiati dal 'comandante' Armin Sölva e dal suo vice Christoph Andergassen. Hanno dai 18 ai 26 anni e nonostante le sentenze restano a piede libero.L'organizzazione di Sölva e Andergassen è la Südtiroler Kameradschaftsring per la lotta di liberazione del Sudtirolo, con tanto di statuto messo nero su bianco: tra gli obiettivi, l'istigazione all'odio razziale e la venerazione di Hitler e ai suoi gerarchi. Una fede malvagia celebrata, secondo i risultati delle indagini, con minacce, pestaggi e devastazioni. Che li trasforma nell'avanguardia di una rete nera che attraversa l'Europa e che vede sfilare fianco a fianco camerati di ogni paese, spesso divisi da questioni etniche, come accade tra sudtirolesi e italiani, ma pronti a fare fronte comune con il braccio teso. Identici gli slogan, testimoniati anche dalle magliette indossate nel lager bavarese. In una foto si vede Armin Sölva inginocchiato, mani giunte in atto di ringraziamento per lo sterminio, nella cappella che ricorda i 3 mila sacerdoti cattolici deportati. In un'altra, due camerati entrano nell'edificio centrale del campo dove è allestita la mostra sul Terzo Reich e in tenuta da skinheads posano sorridenti davanti alla grande scritta SS. Altri due compaiono vicini a una celebre frase della propaganda del Reich: 'Unsere Letzte Hoffung. Hitler' (la nostra ultima speranza: Hitler). Indossano t-shirt con l'immagine di un soldato tedesco e di supporter di estrema destra, sempre dentro il campo di Dachau. Poi di spalle, piegati, con l'immagine di un mitragliatore su una t-shirt e sull'altra la scritta 'Siamo dei criminali convinti', spingono giù il cippo di marmo eretto dove sorgevano i forni crematori. In un'altra immagine due del gruppo si mettono davanti al muro di cinta, sono ai lati di un cartello che indica la linea oltre la quale le guardie sparavano sui deportati:si immedesimano negli aguzzini degli ebrei.Il lager, un monumento che dovrebbe essere tutelato in nome dell'intera umanità, appare incustodito. Nessuno ferma questi giovani altoatesini dal look inconfondibile. Si sono mossi indisturbati per ore, padroni del campo di sterminio dove non è stato nemmeno possibile stabilire un bilancio del massacro: dei 206 mila reclusi registrati, almeno 43 mila persero la vita. Ma si ritiene che molti deportati non venissero segnati nella contabilità del genocidio e che negli ultimi mesi del 1945 malattie e denutrizione fossero più letali delle SS: gli americani scoprirono 39 vagoni ferroviari colmi di cadaveri spettrali. Un inferno, che adesso serve come fondale per le foto-trofeo dei 'figli del Führer'.Le trasferte in Germania e in Austria del gruppo altoatesino non servono solo per il turismo dell'orrore: sono fondamentali per consolidare i legami con le altre formazioni di estrema destra. I carabinieri dei Ros hanno infatti scoperto rapporti con almeno tre gruppi tedeschi e due austriaci con sede a Innsbruck, Vienna, Linz, Dresda, Berlino, Monaco e Norimberga. In una foto Sölva e Andergassen sono nella sede della Npd, il partito tedesco di estrema destra, con due rappresentanti del movimento politico berlinese: uno di questi è lo stesso uomo che ha accompagnato Sölva a Potsdam e che forse ha fatto da guida turistica nei lager.È in questi raduni che si saldano anche i rapporti fra i neonazisti altoatesini di lingua tedesca e quelli italiani. A Passau, nella manifestazione per ricordare Rudolf Hess, l'enigmatico delfino di Hitler diventato uno dei miti nazisti, hanno marciato insieme. In una foto si vede in primo piano il gruppo di altoatesini e dietro sfilano gli aderenti al Fronte Veneto Skinheads, oggi rappresentati da Giordano Caracino, 28 anni. Secondo i rapporti dei carabinieri, nel marzo 2006 a Braunau am Inn, paese natale di Hitler, giovani del Fronte Veneto e naziskin da Roma, Verona, Trieste hanno sfilato e gridato slogan dentro un capannone: "Siamo tutti figli del Führer e discepoli del Duce". Erano presenti anche gli skinheads dei Braunau Bulldog, che nel 2005 fecero una gita a Mauthausen e dopo se ne andarono in una pizzeria a festeggiare: in Austria lo scandalo diventò un caso politico. Ma il loro gesto è diventato un modello da imitare, anche per i bolzanini. Che nelle istantanee posano davanti al cippo del forno crematorio di Dachau, dove una scritta invita alla riflessione: 'Pensate a come noi morimmo qui'. E loro invece alzano il braccio e gridano 'Sieg heil!'.



10 ottobre 2007

Milano: Prima l'aggressione fascista, poi le botte dalla polizia

Questa mattina nell’atrio dell’università Statale di Milano si teneva un banchetto di Azione Universitaria (gruppo universitario di Alleanza Nazionale).Un gruppo di studenti, infastiditi dalla presenza di liste studentesche che promuovono la diffusione di politiche xenofobe e razziste, chiede in un primo tempo la chiusura del banchetto e l’allontanamento dall’università. I ragazzi del banchetto sostenendo di essere stati spaventati dalle richieste chiamano i loro cosiddetti “rinforzi”.
Successivamente, alcuni degli studenti notano la presenza di individui fisicamente facilmente identificabili e riconducibili all’area nazifascista (magliette con scritte tendenziose: “zetazeroalfa”, riconosciuto gruppo di estrema destra, o “nel dubbio mena”).Riconosciuti effettivamente gli individui, anche per la loro età, come non frequentanti l’Università si chiede: “allontanate immediatamente da un luogo di cultura quale l’università questi squadristi!”.Coinvolte in tutto una decina di persone, il bilancio finale sarà di due antifascisti finiti al pronto soccorso e due partecipanti al banchetto lievemente contusi, ed uno di loro denunciato. All'uscita dall'ospedale, quattro vittime del pestaggio in università sono state avvicinate da alcuni poliziotti. Rifiutatisi di sporgere denuncia, sarebbero stati aggrediti. I testimoni raccontano di botte, sangue per terra, ragazzi malmenati e ammanettati nelle macchine. I quattro sono finiti in questura. Uno di loro, il ragazzo ferito al naso, è stato denunciato per resistenza.

Processo G8 Genova: Il Pm Canciani non può occultare le gravissime responsabilità delle forze dell'ordine.

Tutte le ricostruzioni di quanto accaduto al corteo delle tute bianche parlano chiaro: le cariche della polizia furono immotivate e perciò tese consapevolmente a creare scontri e tensioni nel corteo. La responsabilità è stata di chi ha ordinato quelle cariche contro un corteo autorizzato.
Cariche iniziate ben prima dell'arrivo del corteo alla meta prevista. Gli scudi, di cui parla il Pm Canciani per cercare di giustificare un'impossibile proporzionalità del comportamento delle polizie, furono travolti a quel momento, cioè subito, alla prima carica. E i pestaggi da parte delle forze dell'ordine ai danni dei manifestanti sono iniziati subito dopo. Di questo il Pm Canciani non parla e invece è proprio questo che dovrebbe spiegare. Dire che "non è compito di questo processo appurare se ci sono stati errori da parte delle forze dell'ordine nel gestire le piazze durante il G8" è il tentativo evidente di occultare non solo gli errori, che ci sono stati e sono stati gravi, ma le responsabilità politiche che sono di una gravità ancora maggiore. Non solo, sono uno sfregio per chi da anni, come il movimento e un'intera generazione politica, sta lottando per avere finalmente verità e giustizia sulle giornate di Genova, sulle violenze perpetrate ai danni dei manifestanti, sull'omicidio di Carlo Giuliani.
Proprio per questo continuiamo con forza a chiedere che venga istituita la commissione di inchiesta parlamentare sulle violenze di Genova: questo parlamento e questa maggioranza hanno il dovere di rispondere a chi ha vissuto in quei giorni in un paese in cui ogni regola democratica è stata sospesa.

Italo Di Sabatoresp. Naz.le Osservatorio sulla Repressione PRC/SE

UN ATTACCO ALLA MEMORIA COLLETTIVA

«La storia siamo noi» non è uno slogan. E' un approccio preciso; da un lato la storia sociale, dall'altro la storia del potere. Chi lo ha cantato in questi anni lo ho fatto con l'istinto di chi sa di aver vissuto un pezzo importante della storia, ufficiosa o ufficiale. Che sia. E lo ha fatto pensando a Genova 2001. Con ogni mezzo necessario. Ma dal giorno in cui è iniziata la requisitoria dei pm Andrea Canciani e Anna Canepa (Md), la storia la scrive qualcun altro. E pare che le 300mila persone che hanno cantato quella canzone sei anni fa non si accorgano di nulla. In questi giorni la verve accusatoria attacca frontalmente la nostra memoria collettiva. I pm non si sono risparmiati: hanno biasimato le violenze delle forze dell'ordine; la gestione dell'ordine pubblico paragonato a una guerra tra bande, la partigianeria di testimoni inqualificabili e come rappresentanti dello Stato. Hanno però voluto porre un limite alle accuse e a un processo che si deve occupare slo delle devastazioni dei manifestanti; tutto il resto non può essere usato davanti alla Corte. Allora non si può parlare delle spranghe di ferro usate dai carabinieri nella carica di via Tolemaide, perché non hanno avuto alcun effetto di retto sulle devastazioni dei manifestanti; non si può parlare di via Alimonda, un fatto tragico ma già archiviato; non si può dubitare che le centinaia di lacrimogeni sparati sul lungomare non abbiano mai raggiunto il corteo, ma solo la piazza antistante lo schieramento di polizia; non si può non notare che in via Tolemaide ci siano stati solo 100 secondi di corpo a corpo e che, quindi, le cariche non siano state così violente; non si può non notare che, in fondo, il blindato abbia caricato ad alta velocità i manifestanti solo due o tre volte. Quindi, poco da lamentarsi. In pratica, la rabbia di tutti noi in quei giorni per le sopraffazioni vigliacche che aggredivano chi non poteva difendersi, che esprimevano il monopolio più vecchio del mondo, quello dell'uso della forza pubblica, dobbiamo dimenticarla, perché conta poco, mentre si giustificano le forze dell'ordine e chi le comandava. Allora la carica di via Tolemaide si comprende bene. Cos'altro avrebbe dovuto fare la polizia? Allora quella di Placanica è legittima difesa, mentre quella di tutti coloro che si sono ribellati al G8 no. Forse anche i pm avrebbero dovuto essere in strada per capire cosa è stata Genova. «Non si può parlare della Diaz», affermano. Contemporaneamente offrono agli avvocati degli alti gradi della polizia un assist, sotto forma di affermazioni non provate e dossier già noti, che non cambiano nulla, ma che risultano ampiamente suggestivi per i media. Condannano l'operato della polizia nella scuola, ma si dimenticano di ricordare che fu proprio la dottoressa Canepa a essere «interpellata» quella notte dai dirigenti poi imputati per il massacro. Ai pm «non piacciono i cattivi maestri», ma forse dai loro «buoni maestri» dovrebbero apprendere anche che non si può pensare di giocare al gioco della politica senza sporcarsi le mani. 300mila persone - bianche, pink, black, disobbediénti, migranti, pacifisti, autonomi - lo hanno fatto sei anni fa, senza paura. Se la storia siamo noi, se la memoria non è un souvenir da quattro soldi ma un prezioso ingranaggio collettivo, queste stesse persone dovrebbero correre a Genova e far sentire la propria voce in un processo che si è abituato a risolversi come una cosa «per i soli addetti ai lavori». «Addetti ai lavori» come i 25 imputati-capri espiatori sui quali si vorrebbero scaricare tutte le responsabilità di quello che fu Genova, la cui condanna sarebbe utilìssima per chiudere ì conti che tutti sono ansiosi da sempre di chiudere, o rimuovere. La storia non è una questione per addetti ai lavori di un'aula di tribunale. La storia siamo noi.

SUPPORTO LEGALE

Bologna: Ventidue denunce per i due cortei

Ventidue denunce. Sono quelle spiccate su altrettanti manifestanti che a Bologna hanno partecipato alla Street Space Parade di sabato 29 settembre e al corteo di sabato scorso indetto da Crash. Nove persone sono state denunciate dalla Digos per aver violato le prescrizioni imposte sul percorso della Street e per aver oltrepassato il limite orario previsto per la mezzanotte indicendo un rave che si è protratto in periferia fino al mattino. Altre 13 persone sono state invece denunciate per danneggiamento e occupazione abusiva della nuova sede di via Zanardi del collettivo Crash. È il prezzo dovuto per la riappacificazione tra il questore Cirillo e Cofferati che infatti, soddisfatto per aver incassato due vittorie in un solo giorno, fa sapere che tornerà subito a sedere al tavolo del Comitato per l'ordine e la sicurezza. Intanto a Palazzo D'Accursio la spaccatura con la sinistra si fa più profonda: ieri Valerio Monteventi (indipendente del Prc) e Roberto Panzacchi (Verdi) hanno formalizzato le dimissioni dalle commissioni che presiedevano. Sd invece deciderà in settimana se uscire dalla maggioranza.

Sicurezza, vittoria dei sindaci-sceriffo

Il governo propone: più poteri sull'ordine pubblico ai primi cittadini che diventeranno «ufficiali di governo». E i prefetti liberi di espellere i rom. Entusiasmo bipartisan aspettando l'ok del consiglio dei ministri

Felici e contenti i sindaci italiani all'uscita dal Viminale. Chiedevano maggiori poteri e maggiori strumenti per amministrare le loro città e maggiori poteri e maggiori strumenti avranno. Felici e contenti anche alcuni esponenti della destra e della Lega che non si aspettavano che si osasse tanto. Come felice e contento dev'essere anche Beppe Grillo. Non più di quattro giorni fa nel suo blog il suo ultimo anatema: «I rom sono una bomba a tempo. Va disinnescata. Una volta i confini della patria erano sacri, i politici li hanno sconsacrati». Eccolo accontentato. D'ora in poi il comico genovese troverà nel prefetto una mano amica. Amica verso di lui ma pesante verso tutti i cittadini comunitari che potranno essere, dal prefetto in persona, espulsi per reati che minano l'ordine pubblico.Anche questo prevede il «pacchetto sicurezza» allo studio del governo e che sarà sul tavolo del Consiglio dei ministri il prossimo venerdì. Ieri intanto il vice ministro dell'Interno, Marco Minniti, ne ha dato un piccolo assaggio incontrando alcuni esponenti dell'Anci (associazione dei comuni italiani). Da Veltroni a Domenici, da Cofferati alla Jervolino, da Chiamparino a Emiliani, tutti soddisfatti dell'incontro e della linea dura imposta dal Viminale.Entrando nel dettaglio quello che si farà è mettere mano al comma tre dell'articolo 54 del testo unico degli enti locali. In poche parole i sindaci avranno maggiori funzioni in materia di decoro urbano e sicurezza. Sulle espulsioni era stato lo stesso ministro Amato, intervenendo lo scorso 25 settembre in Senato, a segnalare come, nel recepire una direttiva comunitaria, fosse stato commesso un errore «finendo con l'attribuire, di fatto, al solo ministro il potere di espulsione» dei comunitari. «Questo errore va corretto», aveva sottolineato il ministro dell'Interno. E la correzione è arrivata subito, al primo «tavolo» utile, trovando consensi quasi unanimi. L'unico che storce la bocca è il vice sindaco di Milano, Riccardo De Corato di An, deluso dall'incontro di ieri e dai provvedimenti presi, ritenuti «troppo morbidi e non risolutivi». «Se si vuole rendere efficace per esempio il provvedimento di espulsione - è la ricetta del vice di Moratti - l'allontanamento deve essere coatto, con la pena dell'arresto per chi cerca di rientrare nel nostro Paese».Entusiasti invece sia Veltroni sia Cofferati, perché entrambi sognavano misure di questo tipo. Per il sindaco di Roma era diventata quasi una priorità e da tempo andava dicendo a destra e manca che bisognava al più presto «risolvere la questione dei rom». E ora che vede la «soluzione» lì ad un passo si augura solo che «diventi legge il più presto possibile con il concorso di tutte le forze del parlamento». Per non parlare del suo collega di Bologna che della lotta all'immigrazione ne ha fatto un suo manifesto di governo. Sindaco antesignano delle politiche anti-immigrazioni, i suoi numerosi sgomberi di cittadini romeni (e non solo) sono sempre stati un vanto della sua amministrazione e dopo anni di appelli inascoltati, ora il governo amico corre in suo aiuto. Dotandolo anche di «strumenti di lavoro» efficaci, come la possibilità di accedere personalmente alle banche dati del Viminale.Sembra dunque lampante che a vincere sia stata la linea dura dei cosiddetti sindaci-sceriffo. Lampante per tutti ma non per il primo cittadino di Firenze Leonardo Domenici, lo «sceriffo» del decreto contro i lavavetri. Nessuna stelletta sul petto, «si chiariscono solo meglio le competenze degli amministratori comunali - si difende - e non si configura una loro sfera autonoma slegata dalle forze dell'ordine». Nell'attuale articolo 54 si parla soltanto di «gravi pericoli che minacciano l'incolumità», una volta approntate le modifiche vigerà il principio di «sicurezza urbana dei cittadini e di gravi pericoli che arrecano pregiudizio al decoro urbano». Un dettaglio non da poco. I primi a subirne le conseguenze saranno i writers: per chi disegna sui muri, infatti, è prevista la procedibilità d'ufficio per i reati di danneggiamento. Il «pacchetto» comprende anche un bel giro di vite su chi fa uso di sostanze stupefacenti, e in particolare svolgendo un servizio pubblico. Più sicurezza sulle strade con l'aumento del numero delle forze dell'ordine a presidio delle città. Allo studio del Viminale anche norme sulla certezza della pena. L'obiettivo è rendere obbligatorie le misure cautelari, in modo che chi ha commesso delitti gravi non torni facilmente in libertà. Si pensa ad un «doppio binario» per questi reati, così come avviene per i delitti di mafia. Da sciogliere resta il nodo di norme più severe nella lotta alla contraffazione, caldeggiato dal ministro Mastella. Mentre fuori, al momento, restano le norme anti prostituzione.Adesso la palla passa ai tecnici del Viminale che dovranno limare il testo il più possibile per sottoporlo all'attenzione di Amato. Poi si attenderà il consiglio dei ministri di venerdì quando Cofferati & co. potranno dirsi ufficialmente felici e contenti.


9 ottobre 2007

Genova G8: Per il Pm nessuna caccia all'uomo

«Le violenze commesse dai dimostranti dei no global il pomeriggio del 20 luglio del 2001 a Genova, in occasione del G8, non sono state determinate dagli interventi delle forze dell'ordine»: lo ha sostenuto il pm Andrea Canciani nella sua requisitoria tenuta oggi al processo contro i 25 manifestanti accusati di devastazione e saccheggio. «Si tratta -ha aggiunto Canciani di persone che hanno scelto deliberatamente di contrapporsi alle forze dell'ordine». Il pm ha detto le forze dell'ordine non hanno fatto «nessuna caccia all'uomo. Se la carica ci doveva essere, quali modalita' diverse avrebbero potute essere adottate?». Nell'incredibile icostruzione di Canciani, «Tutti gli scontri non vedono contrapposto alle forze dell'ordine il corteo pacifico. Se i lacrimogeni usati dalle forze dell'ordine siano o meno gli stessi usati in precedenza, se i manganelli siano diversi da quelli d'ordinanza, sono punti interessanti per una commissione parlamentare - ha proseguito Canciani - ma non per questo tribunale che deve porsi il problema della causalita', del nesso causa-effetto, tra l'uso di questi oggetti e i fatti di cui si discute. Cos'altro avrebbero dovuto usare le forze dell'ordine se non i lacrimogeni?». Quello contro i 25 manifestanti è il primo dei processi genovesi che dovrebbe arrivare a sentenza.

Benevento: cariche della polizia contro manifestanti antifascisti

Probabilmente la città di Benevento non ha mai assistito a quello che è accaduto ieri sera, non ha mai assistito alla gratuita violenza, alla prepotenza, alla tracotanza delle forze dell’ordine che senza batter ciglio hanno deciso di caricare brutalmente un assembramento spontaneo di cittadini che si sono riuniti a Piazza Matteotti in difesa dell’antifascismo e del valore simbolico, politico e culturale che quella piazza custodisce.Ieri infatti dopo aver appreso dalla stampa di una fiaccolata indetta dai fascisti di Forza Nuova, un gruppo nutrito di cittadini si è radunato spontaneamente in Piazza Matteotti per evitare che quest’ultimi potessero sfilare ed entrare liberamente in quella piazza, intitolata ad un martire del fascismo.Ma in nome della legalità le forze dell’ordine si sono sentiti in dovere di allontanare a colpi di manganello i cittadini e di consentire a persone che non si riconoscono nella Costituzione e nelle Leggi Scelba e Mancino di sfilare senza alcun problema.Ieri eravamo a Piazza Matteotti per ricordare ancora una volta il sacrificio di uomini e donne cadute per consegnarci un paese libero, fondato sulla Costituzione antifascista dalla quale derivano quelle leggi che le forze dell’ordine dicono di eseguire e difendere facendo sfilare fascisti che in quelle leggi non si riconoscono.Ieri siamo stati picchiati barbaramente in nome della legalità.Legalità utilizzata a pretesto per difendere persone illegali che obbediscono al principio della violenza squadrista e della barbarie.La stessa barbarie che ha ucciso Giacomo Matteotti oppure quattro anni fa Davide Cesari, accoltellato barbaramente a Milano davanti un bar.Barbarie che l’opinione pubblica e la stampa fanno finta di non vedere ponendo allo stesso livello fascismo e anti-fascismo e continuando a ridurre il problema ad uno scontro tra opposte fazioni come se si giocasse una partita di calcio a rischio tra tifoserie rivali.Come se si ponessero mafia ed anti-mafia allo stesso livello.Per questo all’ipocrita tormentone del rispetto della legalità sbandierato dalle forze dell’ordine ieri sera rispondiamo dicendo che il fascismo è illegale, la violenza e la barbarie fascista sono illegali, coloro che coprono e difendono i fascisti sono illegali.Bloccarli o tentare di farlo è un dovere.L’assembramento di ieri sera disperso a suon di manganelli deve far aprire una riflessione.Se un cittadino impedisce con il suo corpo ad un fascista di sfilare senza far del male a nessuno compie un atto violento?O è più violento chi si rifà al fascismo, chi uccide giovani dei centri sociali, oppure chi picchia con le spranghe gli immigrati o ancora di più chi cerca di coprire e difendere queste persone in nome di una presunta legalità o ancora chi cerca di omettere la verità?Da diverso tempo assistiamo sgomenti all’omissione della verità, alla difesa di questi loschi personaggi sia da parte delle forze dell’ordine che delle istituzioni locali.Nel 2003 un convegno di Forza Nuova all’ Hotel Italiano si concluse con la carica degli antifascisti e con la denuncia di quattro cittadini per manifestazione non autorizzata e resistenza e lesioni: i fascisti tornano a casa protetti e impuniti. La stampa parlerà della violenza dei no global.Nel Giugno del 2007 il Convegno del Campo Hobbit viene autorizzato al Pala Parente da Questura, Prefettura e con la complicità velata dell’Assessorato alla Cultura. I fascisti tornano a casa scortati, protetti e impuniti. La stampa concentra l’attenzione sulla violenza dei no global che poteva esserci. Ieri sera Forza Nuova ha sfilato in città ed infine a Piazza Matteotti con tanto di bandiere celtiche e svastiche, le forze dell’ordine hanno consentito l’ingresso picchiando barbaramente i cittadini indignati.C’è stata la violenza delle forza dell’ordine. Speriamo che qualcuno ne parli……

BENEVENTO ANTIFASCISTA

CSA DEPISTAGGIO

8 ottobre 2007

Ancora condanne per chi si mobilita pacificamente e democraticamente

La IV sezione del tribunale di Napoli ha condannato in primo grado a tre anni e quattro mesi nove attivisti dei “Comitati per la quarta settimana”, tra cui Francesco Caruso. Ci pare davvero incredibile che si possa venir condannati per una iniziativa di protesta pubblica, pacifica e simbolica avvenuta nell’ottobre 2004 presso l’Ipercoop di Agragola, che si concluse con la distribuzione a scopo simbolico ai clienti dell’ipermercato, di poche scatole di pomodoro e pasta date volontariamente ai manifestanti dalla direzione della stessa azienda, come testimoniato anche dagli agenti della digos presenti.
Vogliamo esprimere la nostra solidarietà verso gli imputati, vogliamo rimarcare che i temi della precarietà del lavoro e del carovita costituiscono a tutt’oggi gravi questioni che interrogano in maniera pressante l’agire delle forze sociali e l’agenda delle forze politiche.
Migliaia di procedimenti giudiziari gravano sulle lotte sociali di questi anni, dal mondo del lavoro, alla scuola, ai movimenti ecologisti e contro la guerra, minacciando il protagonismo sociale di un’intera generazione e l’emergere di nuovi movimenti.
La sentenza del tribunale di Napoli colpisce tutti noi che in questi anni abbiamo costruito reti, movimenti, prodotto una nuova stagione della partecipazione e di aver animato la vita democratica del paese, contribuendo a promuovere valori di solidarietà e di giustizia sociale e forme di rinnovamento nella rappresentanza della società civile.


primi firmatari:
Michele De Palma, Italo Di Sabato, Pierluigi Sullo, Salvatore Amura, Piero Sansonetti, Don Andrea Gallo, Don Vitaliano Della Sala, Bruno Bartolozzi, Haidi Giuliani, Ramon Mantovani, Maurizio Acerbo, Gino Sperandio, Paolo Cacciari, Peppe De Cristofaro, Luigi Pirelli, Massimo Algarotti, Francesco Manna, Paolo Orrù, Marcella Stumpo, Eduardo Sassi, Francesco "baro" Barilli, Giancarlo Torricelli, Leonardo Ragozzino, Michele Citoni, Lillia Francesca

per adesioni: osservatorio@posta.rifondazione.it

Aggrediti dai naziskin attivisti del centro sociale Mezza Canaja di Senigallia (AN)

Prima che il chiacchiericcio si trasformi in leggenda urbana offuscando quello che è accaduto venerdì sera, è meglio partire dai fatti.

Mercoledì 3 ottobre nel treno che da Bologna porta a Senigallia, alla stazione di Fano salgono tre naziskin. Dentro il vagone riconoscono una ragazza del Mezza Canaja. Benché fosse sola questi tre “valorosi” uomini le si siedono accanto e per tutto il tragitto da Fano a Senigallia la insultano e la minacciano con le seguenti frasi: “Le ragazze del centro sociale sono tutte puttane”, “Ai ragazzi li massacriamo e gli pisciamo in faccia”… ed altre di questo tono. Scesi dal treno i fascistelli pedinano la ragazza fin che non sale nella macchina dei genitori.

Venerdì 5 ottobre in una delle vie del centro storico uno di questi naziskin appartenente al gruppo che ha minacciato la ragazza, viene visto da due attivisti del Mezza Canaja. Vola qualche parola d’indignazione e di insulto verso chi si riempie la bocca di parole come orgoglio e poi da buoni vigliacchi minacciano in tre una ragazza da sola. Nonostante tutto, la questione si risolve a parole.
Un quarto d’ora dopo, quattro ragazzi (due uomini e due donne) passeggiano tranquillamente - come si dovrebbe fare un venerdì sera qualsiasi - in Piazza del Duca, quando dal Caffè del Duca alcuni naziskin aggrediscono prima verbalmente e poi fisicamente i quattro ragazzi riconoscendoli come appartenenti al Mezza Canaja. Ne nasce una piccola zuffa sotto gli occhi di tutti, anche dei baristi che non intervengono minimamente per tranquillizzare la situazione. Cosa strana se non altro per puri scopi commerciali, nessun barista tollererebbe una simile situazione nel proprio locale. Ci teniamo a precisare che tutti i partecipanti alla zuffa, di entrambe, le parti non erano presenti allo scontro verbale avvenuto poco prima in un'altra via del centro. La zuffa finisce presto e tutti ne escono incolumi.
In quel momento, a zuffa finita, arrivano anche altri quattro militanti del centro sociale, avvisati di quello che stava accadendo poco prima. Neanche il tempo di finire la frase “che cazzo sta succedendo” che un bicchiere di vetro colpisce in fronte a Nicola… volano pugni e sedie prima che i baristi questa volta intervengano per riportare la calma. Il gruppo di naziskin fugge.
Un barista accusa gli attivisti del Mezza Canaja di avergli rovinato economicamente la serata, facendo finta per ovvie amicizie, di non sapere che in entrambi i casi, sono stati i suoi “clienti preferiti” a compiere le aggressioni, e quindi a procurargli i danni economici… Chi è causa del suo mal pianga se stesso!
Il barista non chiama nemmeno la polizia, cosa più unica che rara da parte di un gestore di un’attività commerciale, soprattutto quando questo avviene nel proprio locale e con il bicchiere di birra da lui appena venduto. Questo comportamento ha due spiegazioni: o si è incapaci di intendere e volere o si vuole coprire gli aggressori.
Quello che avviene dopo, è ancora più assurdo e grave; i naziskin in preda ad un delirio alcolico si presentano al pronto soccorso urlando minacce, dicendo di avere i coltelli. La scena viene vista con sgomento dagli infermieri e dalle persone presenti al pronto soccorso.

Sabato 6 ottobre più di duecento persone manifestano in Piazza del Duca contro l’ennesima e grave aggressione fascista avvenuta in città, si chiede e si ottiene la chiusura del Cafè del Duca. Ci teniamo a precisare per senso di responsabilità e di serietà che solo uno dei gestori del bar ha rapporti con i naziskin. Non è un caso che da quando questo bar ha aperto questo gruppetto di turpi individui è comparso stabilmente in città.

E’ dall’aggressione avvenuta al Mezza Canaja durante il Summer Jamboree che abbiamo pubblicamente affermato la presenza di questi individui dediti all’alcool, ai coltelli ( com’è avvenuto a Pergola, sono sempre gli stessi), alle risse ed alle aggressioni a chiunque sia riconosciuto come estraneo alla loro primitiva ideologia.
Potremmo stare qui a lamentarci, ma non lo facciamo, fa parte del gioco … un gioco macabro al quale va posto immediatamente termine. Non è una questione di opposti estremismi o di bande avverse e neanche di idee o credi politici differenti. E’ una questione di “ Uomini e non”, di civiltà e inciviltà, di democrazia o barbarie.

E’ ora che ognuno si assuma le proprie responsabilità, è ora che ogni spazio sia reso inagibile a questi pericolosi individui, è ora che ogni persona con un minimo di coscienza civile rifiuti la presenza di questi loschi figuri, anche quando si tratti di una birra nello stesso locale. E’ il momento di fargli terra bruciata intorno prima che la nostra città si trasformi in un campo di battaglia. Per questo prima che l’inverno faccia sentire il suo freddo, ritorneremo pubblicamente in Piazza del Duca per riempirla di parole, musica, colori e corpi che siano incompatibili con la presenza di questi balordi e fanatici.
Per quanto ci riguarda, tolleranza zero!

CSOA MEZZA CANAJA

7 ottobre 2007

Bologna: Crash, nuova occupazione in Via Zanardi al termine del corteo cittadino del 6 ottobre

Si è concluso nel migliore dei modi il corteo per la difesa degli spazi autogestiti indetto da Crash per sabato 6 ottobre. Al civico 106 della stessa Via Zanardi dove il 20 agosto l'intervento repressivo dell'amministrazione Cofferati aveva posto fine a un anno di occupazione, è stato liberato in mattinata un altro stabile, raggiunto intorno alle 17.30 dal corteo partito da Via Indipendenza. In Piazza dei Martiri le decine di migliaia di dimostranti hanno deviato dal percorso concordato dalla questura imboccando via Don Minzoni anziché via Marconi e dirigendosi verso la nuova struttura, dove da oggi gli attivisti del collettivo Crash potranno tornare a progettare le attività politiche e culturali del laboratorio del precariato metropolitano in lotta. Sul percorso è stato anche riaperto temporaneamente lo spazio di Via Zanardi 48, mostrando in una conferenza stampa come la necessità addotta dal Comune a ragione dello sgombero di operare urgentemente lavori di ristrutturazione fosse del tutto fittizia. In serata notevoli difficoltà per i manifestanti che dovevano raggiungere le rispettive città di provenienza: per lunghe ore Trenitalia ha negato la possibilità di viaggiare a prezzi popolari, con la stazione centrale piena di agenti di polizia. Alla fine partiti sia il treno per il nordest che quello per Milano.

LA GIORNATA: passo per passo
LE FOTO DEL CORTEO: 1 - 2 - 3
SCARICA GLI AUDIO IN Mp3:Vagamondo ore 11.30; finestre pomeridiane ore 16.00 - 18.00;interviste a Beppe di Crash alla partenza e all'arrivo del corteo

5 ottobre 2007

Milano: Scontri dell'11 marzo, il pm: confermare le condanne agli antifascisti

La sentenza definitiva arriverà molto probabilmente l'8 novembre, ma ieri l'accusa ha sparato le sue cartucce, chiedendo la conferma di tutte le condanne comminate in primo grado a carico di 18 manifestanti che hanno preso parte ai fatti dell'11 marzo del 2006 a Milano. Quattro anni di reclusione per danneggiamenti, devastazione, saccheggio e per l'incendio dell'An point di corso Buenos Aires. Una requisitoria breve, ma dura, quella tenuta dal sostituto procuratore generale Gianluigi Fontana: «La durata dell'episodio non è rilevante, conta ciò che è avvenuto. Anche se per soli 20 minuti in quel tratto di strada di Milano vi è stata lesione completa dell'ordine pubblico». Poco importa se i manifestanti erano scesi in piazza per manifestare contro un corteo (che era stato autorizzato) dei fascisti della Fiamma tricolore proprio in vicinanza dell'anniversario della morte di Davide «Dax» Cesare, un militante del centro sociale Orso accoltellato da due neofascisti la notte tra il 16 e il 17 marzo del 2003. Quel fatto «può avere rilevanza politica che non sussiste però ai fini del processo». E, per il procuratore generale, non c'è neppure distinzione di responsabilità tra chi ha messo in atto danneggiamenti e incendi e chi ha dato vita alla barriera dietro cui si sono riparati i manifestanti prima dell'intervento delle forze dell'ordine. «Chi era sulla barriera - dice Fontana - sapeva quello che gli accadeva intorno».Dopo la requisitoria, parola alle parti civili, che hanno confermato la richiesta dei danni fatta in primo grado: 53mila euro per il ministero dell'interno e della difesa, risarcimento per danni materiali e all'immagine da parte del comune di Milano e 5mila euro per il carabiniere rimasto ferito durante gli scontri. Il 26 ottobre la parola passerà alla difesa. Due i punti su cui sosterrà le sue tesi, come spiega l'avvocato Mirco Mazzali, difensore di molti dei condannati: che non c'è stato pericolo per l'ordine pubblico (e quindi verrebbe a cadere l'accusa di devastazione e saccheggio) e che non si possono condannare dei ragazzi per concorso morale. Non ci sarebbero infatti prove che gli accusati abbiano partecipato agli atti di danneggiamento. Semplicemente, erano lì a manifestare. Che, per qualcuno, può già essere una colpa, e anche grave.

Ferrara: Omicidio Aldrovandi, poliziotti convocati dal pm.

Primi interrogatori sulle presunte manipolazioni degli atti di inchiesta. E a Ferrara arriva Amnesty

I capi di imputazione vanno da omissione di atti di ufficio al falso, e gli indagati sono tre poliziotti che hanno ricoperto anche ruoli di rilievo all'interno della questura di Ferrara. Muove così i primi passi, con gli interrogatori di garanzia, la cosiddetta «inchiesta bis» nata dal processo sulla morte del giovane Federico Aldrovandi. Il pubblico ministero Nicola Proto - che poco prima dell'estate ha chiesto e ottenuto il rinvio a giudizio di quattro agenti della volante ferrarese per l'omicidio colposo del ragazzo - ha voluto ascoltare nei giorni scorsi i poliziotti che in quei primi giorni di settembre del 2005 hanno avuto, per le funzioni che ricoprivano, un coinvolgimento diretto nella stesura degli atti. Atti che, si sospetta, potrebbero essere stati manipolati. E' su questo che sta indagando Proto, il quale venne a sapere della presenza di documenti praticamente per caso: si tratta del brogliaccio originale delle telefonate giunte la notte della morte di Federico al 113, in cui alcuni cittadini segnalavano la presenza di un ragazzo agitato in strada e di sette tamponi del sangue della vittima. Erano stati i legali dei quattro agenti a chiedere di entrare in possesso dei documenti. Si scoprì che gli atti erano chiusi nella cassaforte della polizia giudiziaria e che tra le trascrizioni consegnate al pubblico ministero e quelle originali c'erano alcune difformità, in particolare sull'orario di intervento delle pattuglie, posticipato di cinque minuti. Si tratta di normali difformità tra la bella e la «brutta» copia, oppure di un intervento studiato ad arte per depistare le indagini? E come mai quei fogli non furono mai consegnati al pm? Dimenticanza o selezione consapevole da parte di alcuni colleghi degli agenti intervenuti quella notte? Questo sta cercando di ricostruire il pm Proto, che la scorsa settimana ha invitato a comparire nel suo ufficio Marcello Bulgarelli, Paolo Marino e Mario Pirani sui quali pendono capi di imputazione di diversa natura, a seconda del ruolo ricoperto all'epoca dei fatti. Il primo, difeso dall'avvocato Dario Bolognesi, è il poliziotto che trascrisse materialmente le telefonate. Marino, difeso dal legale Eugenio Gallerani, è invece l'ex dirigente dell'Ufficio prevenzione generale della questura di Ferrara. Mentre Mario Pirani, assistito dal legale Gianluigi Pieraccini, all'epoca lavorava per la polizia giudiziaria e era il principale collaboratore del primo pubblico ministero che si occupò dell'inchiesta, Mariaemanuela Guerra., I difensori per ora non rilasciano dichiarazioni, anche perché l'inchiesta è all'inizio. Intanto, il 19 ottobre si apre il processo a carico dei quattro agenti accusati della morte del diciottenne. E del caso ha iniziato a occuparsi anche Amnesty International: lunedì due dirigenti dell'associazione, giunti appositamente da Londra, si recheranno a casa della famiglia di Federico.

4 ottobre 2007

Genova G8: Processo Diaz. La reticenza non paga, altri due indagati per falsa testimonianza

Il pm Cardona ha chiesto la trasmissione degli atti per falsa testimonianza per due agenti della DIGOS di Genova, Bassani e Pantanelli: sono loro che hanno prelevato dalla scuola Pascoli le quattro videocassette che non riportate nel verbale di sequestro dell'operazione, sono riapparse durante il processo. I due agenti sostengono di averle trovate su un tavolo "abbandonate" e quindi di aver pensato di prelevarle "per motivi di sicurezza", mentre il loro legittimo proprietario all'epoca ha affermato che le cassette furono sottratte dalla sua telecamera. Non è l'unico punto oscuro della testimonianza dei due agenti alle dipendenze del funzionario e imputato nel processo dottor Di Sarro: i due si recano alla Diaz, entrano nella Pascoli dopo aver scorto una persona che sta filmando, sostenendo di volerla identificare come se filmare fosse un atto illecito. Una volta arrivati, si rendono conto che è in corso una perquisizione e decidono di portare via quelle cassette: non ne fanno un verbale di sequestro, non notificano a nessuno il fatto di averle prese, solo dopo 17 giorni fanno una relazione su richiesta del loro superiore in cui scrivono che non è successo nulla alla Pascoli e che le cassette le hanno prese loro, consegnandole a un non ben identificato personale che avrebbe provveduto a redigere il verbale di sequestro. La puzza di copertura e di bugie raffazzonate è fin troppo evidente perché non se ne accorga anche il Presidente del Collegio Barone che però continua a indulgere nella favola della buona fede delle forze dell'ordine, prediligendo le opposizioni della difesa alle legittime curiosità della pubblica accusa. Dottor Barone, quando accetterà anche lei che le forze dell'ordine sui crimini della Diaz si stanno comportando come degli ordinari mafiosi? Quando deciderà di smetterla di considerarli degli innocenti vessati da un processo eccessivo e ideologico? Forse non è ancora troppo tardi.

Trascrizione della CVIII udienza: supporto legale

La solidarietà della confererazione Cobas ai condannati per la spesa sociale

Ieri, il Tribunale di Napoli ha emesso una stravolgente quanto forcaiola sentenza di condanna a 3 anni e 4 mesi ( più l’ulteriore aggravante “dell’interdizione per 5 anni dai pubblici uffici” ) per 9 compagni appartenenti ai centri sociali e al movimento dei disoccupati - tra cui Mario Avoletto , Francesco Caruso, Michele Franco - per il reato di “ estorsione aggravata”.La sentenza fa riferimento ad una iniziativa del 2004 “ contro il carovita, per la contrattazione di un calmiere prezzi al fine di raggiungere la 4° settimana”, che ha avuto come interlocutore la IperCoop di Afragola e con la quale si realizzò la donazione gratuita del pane e di uno stock di pasta e pomodori.Dunque, una tranquilla iniziativa sociale ( ribadita anche dalla Digos in aula) , che il Tribunale di Napoli ha voluto piegare alle contingenti sollecitazioni securitarie invocate da ministro di polizia Amato e dai fac-simile sindaci Cofferati,Domenici,Gentilini, ovvero dal coro della “ tolleranza zero” istigato unanimemente da centrosinistra e centrodestra.Un pessimo segnale. Che fa ormai del Tribunale di Napoli un “ tribunale speciale” per le centinaia di feroci sentenze emesse contro disoccupati,senzatetto,nullatenenti,disgraziati, “ islamici” e antagonisti . Un tribunale capestro, agito con disinvoltura e mano pesante contro la città dolente e coloro che si cimentano per alleviarne l’assedio, mentre le camorrie politiche e malavitose vengono lasciate libere di fare il bello e cattivo tempo, di continuare a depredare ed affamare il presente e il futuro.Questa sopraffazione non è più sopportabile !La Confederazione Cobas, che insieme ad altre forze solidali cerca di affrontare e dare sollievo alle piaghe e miserie di questa cruda realtà, non si rassegna al disastro,tanto meno a sentenze assurde,sproporzionate e liberticide come quelle sancite dal Tribunale di Napoli contro i 9 nostri compagni, a cui va l’incondizionata solidarietà e il sostegno per ribaltare da ora all’Appello il senso e la tragicità di quella condanna.La Confederazione Cobas , in questa pressante emergenza, fa appello a quanti aspirano ad un cambiamento profondo della società a non lasciare nulla di intentato nel fare blocco intorno ai compagni colpiti e nel rimuovere le cause che ostacolano la “ libertà di movimento”.
Confederazione Cobas

Caruso: Orgoglioso di essere stato condannato. Lo rifarei tutti i giorni

Non credo presentarò appello per la condanna: vorrei andare immediatamente in carcere perchè, come nella migliore tradizione della disobbedienza civile, ritengo questa sia la migliore forma di denuncia contro un sistema che lascia nell'impunità chi ruba e intasca miliardi di tangenti e condanna invece attivisti precari e disoccupati che denunciano il carovita, che distribuiscono poche decine di scatole di pelati e pacchi di pasta alle famiglie più povere all'esterno di un supermercato.
Siamo estorsori di diritti, lo siamo sempre stati e lo continueremo ad essere, orgogliosi delle nostre azioni, del nostro essere ogni giorno al fianco dei più deboli, dei poveri, degli esclusi, di chi non riesce ad arrivare a fine mese, di chi
conta i centesimi ogni volta per far la spesa, perchè la pensione non basta mai, perchè i salari sono sempre più bassi e i prezzi sempre più alti, con i figli che devono crescere e gli anziani che bisogna accudire.Oggi l'istat ci dice che sono quasi 8 milioni gli indigenti in Italia, ma a chi volge lo sguardo verso il basso e non sceglie di restar accecato dalla ricchezza e il privilegio, non ha bisogno delle fredde statistiche per sapere che bisogna lottare contro il dilagare drammatico della precarietà e della povertà.Ci possono anche arrestare, ma non riusciranno mai a fermare nemmeno con il carcere la nostra voglia di lottare contro le ingiustizie sociali, la nostra voglia di mobilitarci per rivendicare diritti per tutti e non favori per qualcuno.Ai magistrati che ci hanno condannato rivolgo l'appello a inquisire e condannare i vertici sindacali della CGIL, i leader dei
partiti della sinistra, perchè anche loro, sotto la minaccia della mobilitazione di piazza, cercano ogni giorno di estorcere misure e provvedimenti a favore dei più deboli.Non nutro astio nei loro confronti come non ne nutro nei confronti dei magistrati che hanno lasciato a piede libero i Tanzi, i Consorte, i Ricucci che hanno defraudato miliardi alle famiglie e ai cittadini: avrei preferito la condanna al massimo della pena, senza alcun attenuante per il valore sociale dell'azione o la lieve entità dei fatti. Per dimostrare come ancora una volta loro rubano, corrompono, imbrogliano, evadono, abusano del potere, e invece sono delinquenti coloro i quali combattono le ingiustizie, denunciano le prepotenze, si mobilitano al fianco delle sofferenze sociali del nostro tempo. Loro sono innocenti, siamo noi i veri delinquenti.

Francesco Caruso

Napoli: condannati a 3 anni di reclusione attivisti della rete per la IV settimana

Il viaggio ai confini della realtà del tribunale di Napoli - IV sezione - si è concluso! 'Tre anni e 4 mesi' è infatti l'incredibile sentenza di primo grado per“estorsione di pummarole”, riferita a nove attivistidella rete dei'Comitati per la IV settimana' (fra essi Mario Avoletto del lab. Ska, Francesco Caruso, Michele Franco e Terracciano Antonietta del movimento precari della Rdb). I fatti: nel 2004 oltre 200 precari realizzarono un presidio contro ilcarovita dentro l'ipercoop di Afragola. L'iniziativa si iscriveva in una campagna pubblica nazionale contro ilcarovita e per il diritto al reddito, che coinvolse, in decine di iniziative, i sindacati di base, i centri sociali, i collettivi e i movimenti dei disoccupati organizzati, dei precari e delle precarie. Si apriva lo scontro politico su un tema, quello del diritto al reddito, la cui centralità è oggi sempre più evidente rispetto alla qualità della vita e della democrazia nel nostro paese. Il presidio si concluse con la messa a disposizione volontaria, da parte della direzione aziendale, di pasta e pelati (!) distribuiti gratuitamente agli stessi clienti del supermercato. Il valore della merce, calcolato dalla stessa azienda, è di circa 350 euri... L'iniziativa nacque spontaneamente dalla dirigenza aziendale per venire incontro ad una protesta che evidentemente si riteneva nuocesse all'immagine dell'Ipercoop. Il tutto si svolse in forme assolutamente pubbliche e pacifiche, tanto che furono diffuse ovunque le immagini della protesta per pubblicizzarne ulteriormente i contenuti. Pochi mesi dopo, del resto, la stessa direzione dell’Ipercoop accettò di intavolare con i Comitati per la Quarta Settimana una contrattazione che definì e rese fruibile un elenco di prodotti divario genere a prezzi calmierati. Eppure si è aperto questo incredibile procedimento giudiziario che arriva oggi alla sentenza di primo grado con la condanna per “estorsione aggravata dal numero di persone”. Come nel Processo per un'altra protesta contro il carovita, attuata il 6 novembre 2004 a Roma, sconcerta l’assoluta sproporzione e la gratuità del reato ipotizzato e delle pene previste rispetto alle caratteristiche concrete delle azioni messe in campo! In una città come Napoli, dove il concetto di estorsione richiama ben altre pratiche e ben altri poteri, ad essere colpite sono ancora una volta le istanze sociali, penalizzate dall'assenza di qualunque politica in sostegno dei redditi e ora anche criminalizzate nelle aule dei tribunali. Per questo facciamo appello ai precari, ai movimenti, alle associazioni, alle forze sinceramente democratiche a esprimere il proprio dissenso contro la criminalizzazione delle lotte sociali e rilanciare la battaglia per idiritti dei precari e delle precari e calpestati dal carovita e da unalegislazione che anche questo governo ritiene evidentemente intoccabile!

Emergenza salute nelle carceri italiane

Un detenuto su quattro ha l'epatite C e prolificano Hiv e Tbc. Le prigioni del Bel Paese non garantiscono il diritto alla sanità


«Le carceri sono la nostra Africa, il nostro "terzo mondo"». Bando al politically correct dunque, i medici degli istituti penitenziari scelgono la linea della schiettezza per denunciare lo stato di salute dei detenuti nelle carceri del belPaese. Del resto sono i numeri a parlare chiaro e senza possibilità di appello: un detenuto su quattro ha l'Epatite C. Poi ci sono i problemi psichiatrici, l'Hiv, la Tubercolosi, e via dicendo. Una lista nera, una fotografia impietosa sullo stato dei nostri istituti di pena che dovrebbe far riflettere e spingere ad una soluzione immediata. E dobbiamo tenere presente, come ha più volte ricordato Giulio Starnini, infettivologo all'ospedale Belcolle di Viterbo, che le malattie non si fermano certo dietro le sbarre. E considerando che le carceri italiane sono una porta girevole, 10 giorni la durata media di un soggiorno, è evidente che il problema riguarda l'intera comunità. Come se non bastasse, l'effetto indulto sta rapidamente esaurendosi, e le carceri italiane stanno tornando al sovraffollamento dell'anno scorso. «I detenuti aumentano, e con loro le malattie - ha continuato Starnini - L'unica cosa che non aumenta, anzi viene dastricamente ridotta, sono i finanziamenti». Per quanto riguarda l'emergenza Epatite C, si diceva, i numeri sono davvero impressionanti, al limite dell'allarme sanitario: «Il 62% dei detenuti ha una patologia che necessita di intervento medico. Il 28% di questi ha una malattia virale cronica di cui l'Epatite C è largamente la prima». In tutto questo i detenuti, i pazienti, non ricevono cure adeguate alla gravità della loro situazione. Solo la metà di loro viene infatti messo in terapia, e fra questi, un quarto rifiuta la cura o la sospende prima del previsto. Basta infatti un semplice trasferimento per mandare all'aria un percorso terapeutico adeguato e incisivo. Soluzioni? «Bisognerebbe potenziare i reparti di medicina protetta che, oltre a superare il concetto di camera blindata, portano a un risparmio economico per la sicurezza - continua Giulio Starnini - Il nostro è l'unico in Italia ad accogliere detenuti con malattie virali - abbiamo 10 posti letto, un servizio di sorveglianza con 4 agenti a rotazione, sbarre alle finestre e porte blindate. Inoltre il personale è altamente qualificato e formato per trattare con questo tipo di pazienti».Netto il giudizio di Patrizio Gonnella di Antigone: «Nelle carceri italiane il diritto alla salute non è ancora rispettato. La salute in carcere è casuale - spiega Gonnella - e non è assicurata a tutti in maniera adeguata. Bisognerebbe affrontare immediatamente il problema, perchè la situazione rischia di "toccare" non solo i detenuti, ma anche coloro che sono fuori dal carcere». Finiti, come già detto, gli effetti dell'indulto, e passati invano questi mesi - «in quasi un anno e mezzo non si è fatto nulla per questo problema - attacca ancora Gonnella - eppure la legge sull'indulto aveva come obiettivo quello di riformare il nostro sistema penitenziario. L'Italia resta un Paese ondivago - conclude, amaro, il presidente di Antigone - perchè oggi si occupa di un problema, ma domani l'ha già dimenticato». In tutto questo i detenuti dovrebbero poter usufruire deigli stessi identici diritti di chi in carcere non ci sta: «Passare dal sanità peitenziaria al servizio sanitario nazionale - continua Gonnella - Ad oggi la salute del detenuto non è assolutamente garantita».Ma altri numeri danno l'idea della complessità e della drammaticità del pianeta carcere. Intanto la fascia d'età più presente è quella dei trentenni, quella dunque in cui si costruiscono percorsi di vita lavorativa ed affettiva. La fascia dei 30-34enni è la più presente in assoluto, segue quella tra i 35-39enni e infine la fascia compresa tra i 25 ed i 29 anni. Molti, moltissimi gli atti di autolesionismo. Solo nel 2006 sono stati più di 4200. Alto anche il numero di suicidi. 50 nel 2006. Insomma, il dato di fondo che emerge dalla ricerca Eurisko è dato dal fatto che le carceri italiane vivono in una situazione di profonda crisi. Del resto in un istituzione che ha del tutto messo da parte il valore di recupero della persona, in luogo di quello esclusivamente punitivo e repressivo, non c'era da aspettarsi di meglio.Di tutto questo si parlerà nel corso del prossimo congresso della Società di medicina penitenziaria, che avrà luogo il prossimo 4 ottobre a Roma. Il presidente Roberto Monarca spiega infatti che il congresso sarà l'occasione per denunciare con ancora più forza la situazione di difficoltà degli operatori sanitari pressati da una cronica mancanza di personale e risorse. «Il tutto - ha spiegato Monarca - con una domanda di salute in continua e costante crescita. L'indulto ha alleviato solo in parte una situazione tanto grave». Ma accanto alle denunce il congresso proporrà soluzione proposte. Per questo parteciperanno tutti gli attori coinvolti nel sistema carceri: medici penitenziari, operatori del Dap, del Sistema sanitario nazionale e tante altre realtà che vivono in prima persone disagi e drammi quotidiani degli istituti di pena.

3 ottobre 2007

Genova G8: Torture a Bolzaneto. Dopo Perugini perde la memoria anche Poggi

«Non ho mai assistito a violenze ne' ho mai sentito persone che si lamentavano all'interno della caserma», aveva affermato non molto tempo fa Alessandro Perugini, vice capo della Digos durante il G8 del 2001, accusato di abuso d'ufficio e di non aver impedito che alcuni manifestanti venissero picchiati o maltrattati nell'ambito del processo per gli abusi e le violenze avvenute all'interno della caserma di Bolzaneto. E ieri ,dopo Perugini, anche Anna Poggi, vice questore aggiunto della polizia di stato, non ricorda nulla di quanto successo a Bolzaneto, anche se ne era una delle responsabili principali. Ritiene, anzi, che non sia successo nulla di eccezionale, altrimenti sarebbe intervenuta. Il problema è proprio questo: ciò che è accaduto a Bolzaneto da parte di poliziotti e secondini è forse considerato qualcosa di normale per i nostri istituti circondariali e per le nostre illuminate questure. «C'era tanta confusione e non ricordo. C'era confusione anche all'esterno della casermetta: c'era un continuo andirivieni di personale del reparto mobile. Non ho mai visto o sentito persone che si lamentavano o che gridavano. Non ricordo di aver assistito a visite mediche, nè di aver parlato con personale della Polizia Penitenziaria». Interrogata sulla visita dell'allora ministro di grazia e giustizia Roberto Castelli, l'imputata ha risposto:«Ricordo che venne ma non lo vidi neanche perchè si trattenne pochissimo, una decina di minuti».

Genova: Sindaco presenta il libro "Camicette nere"

È violenta polemica all'interno del centrosinistra a Genova per l'annunciata partecipazione della sindaco Marta Vincenzi (Ds) alla presentazione del libro «Camicette nere» (Mursia ed.) della giornalista del Secolo d'Italia Annalisa Terranova, sulle donne della destra italiana da Salò ad Alleanza Nazionale, in programma sabato prossimo. «Con un atto di questo genere legittimando la destra fascista della Repubblica di Salò, si va persino oltre quanto Cofferati sta facendo a Bologna - scrive in una nota la segreteria regionale di Rifondazione Comunista - È evidente che ciò introduce una grave contraddizione nella maggioranza che ha sostenuto la sua candidatura». «Penso che introdurre un sano contraddittorio su un tema così spinoso per la storia del nostro Paese, sia espressione di democrazia», replica Marta Vincenzi. Che nota: «Probabilmente il presidente della Camera Fausto Bertinotti, autorevole esponente di Rifondazione Comunista, non la pensava come i rappresentanti liguri del suo partito quando ha partecipato alla festa dei giovani di Alleanza Nazionale». Secondo Marco Nesci, capogruppo regionale di Prc, «a Genova medaglia d'oro della Resistenza e protagonista con le donne della Liberazione dal nazifascismo, nella Genova protagonista del 30 giugno e con la sua cultura antifascista non si può condividere la partecipazione della sua prima cittadina alla celebrazione nostalgica delle 'camicette nerè che da Salò ad AN sempre nere sono». Ma la sindaco non accetta la lezione: «Io porterò la mia opinione, la mia storia e i miei valori, che non possono essere messi in discussione da questa mia partecipazione. Porto i valori miei e delle forze a cui appartengo e che mi sostengono, che non sono in contraddizione ma affermano le idee che tutta la maggioranza condivide».

fonte: ANSA

Speculazione securitaria. In Italia la paura rende

Sarà che la svolta securitaria, come dice qualcuno, «non è di destra né di sinistra», fatto sta che l’Italia è il paese europeo che in proporzione spende di più per la sicurezza pubblica e privata. E’ l’inquietante dato emerso, ieri a Roma, durante il convegno organizzato da Libera, l’associazione di don Luigi Ciotti, insieme alla provincia e alla Tavola per la pace e dal titolo «Più diritti uguale più sicurezza per tutti». Ha spiegato il professor Salvatore Palidda, docente dell’università di Genova e autore del libro «Polizia postmoderna» [Feltrinelli], che moltissime risorse «si perdono negli sprechi dell'amministrazione della giustizia, e vanno a garantire i privilegi di pochi, a fronte di alcune carenze anche molto gravi», ma anche che «esiste nel nostro paese una speculazione sull’insicurezza che porta a situazioni drammaturgiche e a una sorta di neofascismo in cui si invoca solo la tolleranza zero e un regime di autorità». Secondo Palidda, sarebbe per esempio ora di valutare la produttività e l’efficienza di alcuni dei mezzi più usati per «la sicurezza», spesso costosissimi, come gli strumenti di videosorveglianza. Tecnologie che, a suo parere, «andrebbero sostituite piuttosto con operatori sociali sul territorio». Secondo le statistiche, dal ‘90 ad oggi il numero dei reati commessi in Italia è rimasto sostanzialmente lo stesso, mentre è aumentato il numero delle denunce, e a finire in carcere sono sempre di più i cittadini stranieri. Secondo la relazione della Corte dei conti 2004-2005, l’80 per cento dei soldi spesi per i migranti va alla repressione, e solo il 20 per cento alle politiche di sostegno.

fonte: carta

2 ottobre 2007

Bologna: Cofferati si incazza anche con Amato

Non è andata proprio giù, a Sergio Cofferati, la Street space parade che sabato scorso ha sfilato per le vie del centro di Bologna nonostante i divieti. Il sindaco bolognese ha deciso di scrivere un esposto al ministro dell'Interno Giuliano Amato e di non partecipare più alle riunioni del Comitato per la sicurezza. «Farò un esposto al ministero dell'Interno sulla situazione della sicurezza a Bologna e ho scritto una lettera al prefetto nella quale formalizzo la decisione di non partecipare alle prossime riunioni del Comitato per l'ordine e la sicurezza - ha annunciato il sindaco - perché la distanza che si è determinata in più circostanze, e l'ultima è quella di sabato, tra le ipotesi di gestione lì prese in considerazione e poi la gestione concreta degli eventi è tale, a mio parere, da rendere inefficace quella sede di confronto». Cofferati ha poi annunciato che promuoverà un'azione civile contro gli organizzatori della street parade per i danni prodotti alle proprietà del Comune e ha ricordato che i privati cittadini si possono rivolgere alle associazioni che rappresentano i proprietari di case in base a una convenzione firmata ieri mattina e che prevede l'assistenza legale gratuita. Intanto, il procuratore capo Enrico Di Nicola ha spiegato che si procederà per il reato di istigazione a commettere contravvenzioni (ma non si conosce il numero dei denunciati) e ha comunque precisato che la manifestazione «è andata benissimo» rispetto alle premesse. Il questore ha invece spiegato la decisione di buonsenso di non intervenire, a fronte del numero di manifestanti presenti. A meno di non provocare gravi incidenti. E per sabato prossimo, intanto, è prevista un'altra manifestazione poco gradita a Cofferati: un corteo dei centri sociali contro gli sgomberi e la repressione.

Parma: Sgomberato il centro sociale la Realidad

Questa mattina alle 6 un reparto della celere ha sgomberato il centro sociale La Realidad, aperto a Parma appena tre giorni fa. L’edificio, abbandonato da anni e di proprietà di un privato, era stato occupato da un gruppo di studenti e precari, il collettivo «Spam». Ieri sera, proprio per protestare contro lo sgombero che si sapeva imminente, c’è stata una manifestazione davanti al Teatro Regio. Alcuni fra le forze dell’ordine hanno reagito con brutalità, minacciando gli occupanti: «Stasera veniamo e vi rompiamo la testa».

Milano: Restaurato il graffito per Carlo Giuliani. Il Comune: sarà cancellato.

Queste le dichiarazioni di vice sindaco De Corato riportate Lunedì 1 Ottobre 2007 sulla edizione milanede del Corriere della Sera...

Per la Questura doveva essere solo «un presidio» in via Bramante, davanti all’ ex centro sociale Bulk. S’ è trasformato, ieri pomeriggio, in una sessione di restauro per graffitisti. Gli autori del murale per Carlo Giuliani, il ragazzo ucciso al G8 il 20 luglio del 2001, hanno ridipinto la parte del disegno che era stata sbiancata da uno sconosciuto: Giuliani in piedi, estintore sopra la testa, davanti alla camionetta dei carabinieri. Un lavoro inutile. L’ assessore al Decoro urbano, Maurizio Cadeo: «Darò ordine di cancellare il graffito, come abbiamo fatto in Darsena con il Dax. È la linea della giunta». Il vicesindaco Riccardo De Corato: «I writer saranno denunciati»."
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Firma la Petizione per salvare il graffito dedicato a Carlo Giuliani sito a Milano, la petizione globale lanciata dal gruppo giovani Urban Vision per salvare il graffito, la petizione in 3 lingue, italiano, inglese e spagnolo è sottoscrivibile on line al sito http://www.petitiononline.com/urbanvis/petition.html
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Milano: Difendono un pachistano, due accoltellati.

All'aggressore se ne è aggiunto un secondo armato

Stavano comprando delle rose per le loro fidanzate davanti a un locale quando un ultrà ha cominciato a insultare il venditore ambulante. Insultati, presi a spintoni, accoltellati più volte e feriti in modo grave solo per aver preso le difese di un giovane pachistano, venditore ambulante di fiori, che era stato preso di mira con insulti razzisti. È successo nella notte tra giovedì e venerdì davanti al locale Gioia 69, in via Melchiorre Gioia. I protagonisti dell'aggressione sono stati fermati dai carabinieri, uno è un ultrà milanista noto alle forze dell'ordine. I due giovani feriti, di 24 e 25 anni, sono stati aggrediti sotto gli occhi delle fidanzate, alle quali stavano comprando delle rose dal pachistano. Ora sono ricoverati in gravi condizioni.

CALCI E PUGNI - Erano circa le 2, i due giovani con le fidanzate stanno chiacchierando davanti al locale, quando sono usciti una dozzina tra ragazzi e ragazze, molto su di giri, già protagonisti di liti con gli altri avventori all'interno del discopub. Mentre i due amici si avvicinano al giovane venditore ambulante, è arrivato il primo dei due aggressori, 27enne di Cormano, un ultrà già diffidato (e condannato a stare fuori dagli stadi fino al 2010) che fa parte dei «Guerrieri ultras». «Pachistano di m...» urla all'ambulante e gli mette le mani addosso, spintonandolo. I due ragazzi hanno cercato di calmarlo. A quel punto è scoppiata la rissa: volano calci e pugni, mentre interviene anche un secondo aggressore, che tira fuori un coltello e fa partire due, forse tre colpi.


TENTATO OMICIDIO - Coltellate che volevano uccidere, spinte in profondità nell'addome, secondo una prima valutazione degli investigatori del Nucleo radiomobile. L'accusa ipotizzata a carico di entrambi è di concorso in tentato omicidio. Gli aggressori fuggono. Sono le fidanzate delle vittime a chiamare il 112 e a indicare l'auto sulla quale si stava allontanando uno dei due aggressori. Alla guida c'è un ragazzo di 29 anni, ubriaco come gli altri, poi denunciato per favoreggiamento. Poche ore dopo, grazie ai primi accertamenti sui testimoni, e a un sms, viene individuato e fermato anche il secondo feritore, che era già a casa.


Violenze nel cpt, 5 anni a don Cesare Lodeserto

La condanna del tribunale di Lecce per le violenze inferte alle immigrate ospiti del centro «Regina Pacis» di San Foca

Minaccia, calunnia, estorsione, sequestro di persona, violenza privata, lesioni, abuso dei mezzi di correzione. Stavolta per don Cesare Lodeserto le accuse sono davvero pesanti. Ma il «sacerdote di frontiera» è uno di scorza dura. Ben voluto e ben protetto dalla sua gente (ha perfino una scorta privata che lo scorazza in lungo e in largo per l'Italia) e poi, nonostante tutto, qualche santo in paradiso continua ad averlo, lui che è arrivato alla terza condanna in due anni ed è ancora a piede libero. L'ultima, giovedì sera, emessa dal giudice per l'udienza preliminare di Lecce, Nicola Laricchia che, dopo quattro ore di camera di consiglio, gli ha inflitto una pena di cinque anni e quattro mesi.I fatti. Don Cesare, che per questo processo ha chiesto il rito abbreviato, venne arrestato nel marzo del 2005 dopo varie denunce mosse da alcune donne straniere del suo centro, il famigerato «Regina Pacis» il cpt da lui diretto a San Foca, nel leccese, e in seguito chiuso a causa delle violenze perpetrate al suo interno e riconosciute durante i vari processi. In particolare dodici ragazze extracomunitarie lo avevano additato, cinque quelle che secondo il giudice avrebbero effettivamente subito la privazione della libertà. Secondo le accuse, don Cesare le obbligò a lavorare presso la fabbrica di mobili «Soft Style» di Carmiano.Assunte in modo irregolare erano costrette a rimanere in servizio al mobilificio per otto ore al giorno, dal lunedì al venerdì, e ulteriori cinque ore il sabato, per soli 25 euro giornalieri. Se rifiutavano scattava l'intimidazione: nessuna possibilità di uscire dal centro, anche per diverse settimane. E, nel peggiore dei casi, scattavano pure le botte. Insieme al sacerdote è stato condannato anche un suo nipote, Giuseppe Lodeserto (tre anni e due mesi), più due collaboratori, Natalieu Vieru (due anni e otto mesi) e Armando Marra (pena pecuniaria di 30mila euro).La nuova accusa non lo ha sconvolto più di tanto perché don Cesare a tutto questo è abituato. Negli ultimi anni infatti sembra aver frequentato di più le aule giudiziarie che le sedi ecclesiali. Tre le condanne in due anni. La prima il 23 maggio 2005 quando il Tribunale di Lecce lo riconobbe colpevole di simulazione di reato condannandolo ad otto mesi di reclusione, pena che sarà poi sospesa. La seconda due mesi dopo e l'accusa è violenza privata e lesioni (pena di 16 mesi anche questa sospesa) ai danni di otto maghrebini che tentarono la fuga dal suo cpt. Allora i carabinieri lo andarono ad arrestare a Quistello, un paesino vicino Mantova, mentre era in visita all'altro cpt da lui diretto, gemello a quello di San Foca.Passò qualche giorno in carcere e, una volta uscito, tornò ai suoi affari. Chiuso il centro in Puglia ha esportato il suo «modello» all'estero, nei paesi dell'Est. Tre nuovi centri sono sorti nel giro di pochi mesi in Romania, Moldavia e in Ucraina, tutti e tre tuttora funzionanti. Grazie alla ragnatela di conoscenze, ben radicate nel suo territorio, continua ad essere un personaggio di spicco, ben voluto e rispettato dai suoi concittadini. Uno in particolare, l'arcivescovo di Lecce monsignor Cosmo Francesco Ruppi che gli è sempre stato vicino dopo ogni condanna. E così è capitato anche questa volta. «Perché non si può dimenticare - ha detto il monsignore - l'immenso lavoro fatto da don Cesare e dai suoi preziosi collaboratori nell'accoglienza di migliaia e migliaia di profughi e immigrati, come anche per i tanti bambini di strada e per la moltitudine di poveri». Tre condanne in due anni dicono però l'esatto contrario.

1 ottobre 2007

Bologna: Street parade oltre duemila in corteo, nonostante i divieti della Questura

Sfilando dal Pratello a piazza Venti Settembre, il "corteo funebre" ha sfidato i divieti della Questura portando in strada il dissenso verso l'amministrazione Cofferati.
Nonostante i rigidi divieti della questura, la Street Space Parade ha attraversato ieri le strade della città per quello che gli organizzatori, raccolti dietro la sigla Open the Space, hanno definito il "funerale per una Bologna che sta morendo". E difatti proprio una bara nera, con tanto di officianti, ha aperto il corteo che da piazza San Rocco ha raggiunto piazza Venti Settembre, passando per via Marconi e via dei Mille, con oltre duemila persone al seguito. Pratello blindato, niente musica dai camion e un'imponente schieramento di forze dell'ordine non hanno impedito ai manifestanti di di sfilare in difesa degli spazi sociali e contro le politiche repressive della giunta comunale. Una manifestazione tranquilla e pacifica (brevi momenti di tensione solo in via dei Mille) che, accompagnata dagli slogan contro Cofferati, si è sciolta nei pressi della stazione per poi concludere la nottata in periferia.

Scende in piazza la Pavia antirazzista. Duemila persone contro la caccia al nomade

Dopo l'allontanamento dei rom da Pavia il sindaco Piera Capitelli disse che «la città ha voluto così». La risposta si è avutasabato pomeriggio. Una manifestazione così numerosa a Pavia non la si ricordava da almeno trent'anni: 2000 persone a dire «no al razzismo» e a ogni altra forma di discriminazione. In una città che si credeva governata da un sindaco di sinistra lo slogan più gridato è stato «Piera razzista sindaco leghista», seguito da «casa lavoro sanità sono diritti umani non sono carità». Pavia deve ora misurarsi con la diaspora dei rom locali, cacciati dalla città e dispersi per valli e paesi della provincia e anche oltre. Leonardo è andato a Naguarido, in Valtellina. Un mese fa viveva tra i topi alla Snia, poi l'hanno parcheggiato con la madre tra le serpi di Cascina de' Mensi presso Albuzzano, un luogo peggiore dell'ex fabbrica. Tornare in Romania? Neanche a parlarne. Così Leo ha preferito accettare il trasferimento nel rustico tra i monti. A Cascina de' Mensi è rimasto solo Dumitru, con la giovane compagna e quattro figli che devono andare a scuola (erano in 26), ad aspettare una nuova allocazione, che ancora una volta non sarà facile trovare. La sorella Gheorghita vive da reclusa con il marito Scandal, 6 figli e altre 2 famiglie a Cascina Gandina di Pieve Porto Morone (18 persone; prima erano 48); sono senza gas e senza legna da ardere e di notte piovono pietre, petardi e insulti su 10 bimbi per i quali l'obbligo scolastico esiste solo a parole.Dei 140 Rom sgomberati dall'ex Snia, a Pavia e dintorni ne sono rimasti soltanto 55. Ciurar Udila detto Natalino e altre 10 persone dormono precariamente in un cascinale periferico freddo e senz'acqua a est della città. Entro un mese dovranno sgomberare. Ogni giorno Natalino bussa a qualche porta in cerca di una casa e di un lavoro. Il corteo multietnico ha attraversato la città: una tappa davanti a Palazzo Mezzabarba, sede del Comune, infine Piazza della Vittoria, dove Leonardo e Natalino hanno raccontato della loro recente odissea (qualcuno ha gridato «Natalino sindaco!»), Serge del Camerun del suo rapporto con Pavia e la peruana Carmen Silva dell'integrazione possibile. C'erano molti rumeni, latinoamericani, africani, asiatici, insomma il colorato mondo della nuova immigrazione. In collegamento telefonico, Moni Ovadia ha sollecitato l'applicazione dei valori cristiani: «Se Gesù fosse vivo starebbe dalla parte dei Rom e dei Sinti».Carmen Silva era tra i volontari che sono intervenuti all'ex Snia. A luglio ha fondato una cooperativa sociale che darà lavoro a donne immigrate, anche Rom e rumene, dopo un corso formativo di 110 ore (40 delle quali remunerate). In corteo hanno sventolato le bandiere di Rifondazione, dei Comunisti italiani, dell'Italia dei valori, eccetera. Per Rifondazione comunista erano presenti Alberto Burgio, Luciano Muhlbauer, il segretario regionale lombardo Alfio Nicotra, Roberta Fantozzi e molti militanti. Burgio ha esortato «a mantenere alta la coscienza civile»; Muhlbauer ha invitato «a togliere spazio a nazismo e fascismo dopo mesi di isteria xenofoba»; per Fantozzi «bisogna tornare a parlare di diritti per tutti».

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