Il viaggio ai confini della realtà del tribunale di Napoli - IV sezione - si è concluso! 'Tre anni e 4 mesi' è infatti l'incredibile sentenza di primo grado per“estorsione di pummarole”, riferita a nove attivistidella rete dei'Comitati per la IV settimana' (fra essi Mario Avoletto del lab. Ska, Francesco Caruso, Michele Franco e Terracciano Antonietta del movimento precari della Rdb). I fatti: nel 2004 oltre 200 precari realizzarono un presidio contro ilcarovita dentro l'ipercoop di Afragola. L'iniziativa si iscriveva in una campagna pubblica nazionale contro ilcarovita e per il diritto al reddito, che coinvolse, in decine di iniziative, i sindacati di base, i centri sociali, i collettivi e i movimenti dei disoccupati organizzati, dei precari e delle precarie. Si apriva lo scontro politico su un tema, quello del diritto al reddito, la cui centralità è oggi sempre più evidente rispetto alla qualità della vita e della democrazia nel nostro paese. Il presidio si concluse con la messa a disposizione volontaria, da parte della direzione aziendale, di pasta e pelati (!) distribuiti gratuitamente agli stessi clienti del supermercato. Il valore della merce, calcolato dalla stessa azienda, è di circa 350 euri... L'iniziativa nacque spontaneamente dalla dirigenza aziendale per venire incontro ad una protesta che evidentemente si riteneva nuocesse all'immagine dell'Ipercoop. Il tutto si svolse in forme assolutamente pubbliche e pacifiche, tanto che furono diffuse ovunque le immagini della protesta per pubblicizzarne ulteriormente i contenuti. Pochi mesi dopo, del resto, la stessa direzione dell’Ipercoop accettò di intavolare con i Comitati per la Quarta Settimana una contrattazione che definì e rese fruibile un elenco di prodotti divario genere a prezzi calmierati. Eppure si è aperto questo incredibile procedimento giudiziario che arriva oggi alla sentenza di primo grado con la condanna per “estorsione aggravata dal numero di persone”. Come nel Processo per un'altra protesta contro il carovita, attuata il 6 novembre 2004 a Roma, sconcerta l’assoluta sproporzione e la gratuità del reato ipotizzato e delle pene previste rispetto alle caratteristiche concrete delle azioni messe in campo! In una città come Napoli, dove il concetto di estorsione richiama ben altre pratiche e ben altri poteri, ad essere colpite sono ancora una volta le istanze sociali, penalizzate dall'assenza di qualunque politica in sostegno dei redditi e ora anche criminalizzate nelle aule dei tribunali. Per questo facciamo appello ai precari, ai movimenti, alle associazioni, alle forze sinceramente democratiche a esprimere il proprio dissenso contro la criminalizzazione delle lotte sociali e rilanciare la battaglia per idiritti dei precari e delle precari e calpestati dal carovita e da unalegislazione che anche questo governo ritiene evidentemente intoccabile!4 ottobre 2007
Napoli: condannati a 3 anni di reclusione attivisti della rete per la IV settimana
Il viaggio ai confini della realtà del tribunale di Napoli - IV sezione - si è concluso! 'Tre anni e 4 mesi' è infatti l'incredibile sentenza di primo grado per“estorsione di pummarole”, riferita a nove attivistidella rete dei'Comitati per la IV settimana' (fra essi Mario Avoletto del lab. Ska, Francesco Caruso, Michele Franco e Terracciano Antonietta del movimento precari della Rdb). I fatti: nel 2004 oltre 200 precari realizzarono un presidio contro ilcarovita dentro l'ipercoop di Afragola. L'iniziativa si iscriveva in una campagna pubblica nazionale contro ilcarovita e per il diritto al reddito, che coinvolse, in decine di iniziative, i sindacati di base, i centri sociali, i collettivi e i movimenti dei disoccupati organizzati, dei precari e delle precarie. Si apriva lo scontro politico su un tema, quello del diritto al reddito, la cui centralità è oggi sempre più evidente rispetto alla qualità della vita e della democrazia nel nostro paese. Il presidio si concluse con la messa a disposizione volontaria, da parte della direzione aziendale, di pasta e pelati (!) distribuiti gratuitamente agli stessi clienti del supermercato. Il valore della merce, calcolato dalla stessa azienda, è di circa 350 euri... L'iniziativa nacque spontaneamente dalla dirigenza aziendale per venire incontro ad una protesta che evidentemente si riteneva nuocesse all'immagine dell'Ipercoop. Il tutto si svolse in forme assolutamente pubbliche e pacifiche, tanto che furono diffuse ovunque le immagini della protesta per pubblicizzarne ulteriormente i contenuti. Pochi mesi dopo, del resto, la stessa direzione dell’Ipercoop accettò di intavolare con i Comitati per la Quarta Settimana una contrattazione che definì e rese fruibile un elenco di prodotti divario genere a prezzi calmierati. Eppure si è aperto questo incredibile procedimento giudiziario che arriva oggi alla sentenza di primo grado con la condanna per “estorsione aggravata dal numero di persone”. Come nel Processo per un'altra protesta contro il carovita, attuata il 6 novembre 2004 a Roma, sconcerta l’assoluta sproporzione e la gratuità del reato ipotizzato e delle pene previste rispetto alle caratteristiche concrete delle azioni messe in campo! In una città come Napoli, dove il concetto di estorsione richiama ben altre pratiche e ben altri poteri, ad essere colpite sono ancora una volta le istanze sociali, penalizzate dall'assenza di qualunque politica in sostegno dei redditi e ora anche criminalizzate nelle aule dei tribunali. Per questo facciamo appello ai precari, ai movimenti, alle associazioni, alle forze sinceramente democratiche a esprimere il proprio dissenso contro la criminalizzazione delle lotte sociali e rilanciare la battaglia per idiritti dei precari e delle precari e calpestati dal carovita e da unalegislazione che anche questo governo ritiene evidentemente intoccabile!Emergenza salute nelle carceri italiane
Un detenuto su quattro ha l'epatite C e prolificano Hiv e Tbc. Le prigioni del Bel Paese non garantiscono il diritto alla sanità«Le carceri sono la nostra Africa, il nostro "terzo mondo"». Bando al politically correct dunque, i medici degli istituti penitenziari scelgono la linea della schiettezza per denunciare lo stato di salute dei detenuti nelle carceri del belPaese. Del resto sono i numeri a parlare chiaro e senza possibilità di appello: un detenuto su quattro ha l'Epatite C. Poi ci sono i problemi psichiatrici, l'Hiv, la Tubercolosi, e via dicendo. Una lista nera, una fotografia impietosa sullo stato dei nostri istituti di pena che dovrebbe far riflettere e spingere ad una soluzione immediata. E dobbiamo tenere presente, come ha più volte ricordato Giulio Starnini, infettivologo all'ospedale Belcolle di Viterbo, che le malattie non si fermano certo dietro le sbarre. E considerando che le carceri italiane sono una porta girevole, 10 giorni la durata media di un soggiorno, è evidente che il problema riguarda l'intera comunità. Come se non bastasse, l'effetto indulto sta rapidamente esaurendosi, e le carceri italiane stanno tornando al sovraffollamento dell'anno scorso. «I detenuti aumentano, e con loro le malattie - ha continuato Starnini - L'unica cosa che non aumenta, anzi viene dastricamente ridotta, sono i finanziamenti». Per quanto riguarda l'emergenza Epatite C, si diceva, i numeri sono davvero impressionanti, al limite dell'allarme sanitario: «Il 62% dei detenuti ha una patologia che necessita di intervento medico. Il 28% di questi ha una malattia virale cronica di cui l'Epatite C è largamente la prima». In tutto questo i detenuti, i pazienti, non ricevono cure adeguate alla gravità della loro situazione. Solo la metà di loro viene infatti messo in terapia, e fra questi, un quarto rifiuta la cura o la sospende prima del previsto. Basta infatti un semplice trasferimento per mandare all'aria un percorso terapeutico adeguato e incisivo. Soluzioni? «Bisognerebbe potenziare i reparti di medicina protetta che, oltre a superare il concetto di camera blindata, portano a un risparmio economico per la sicurezza - continua Giulio Starnini - Il nostro è l'unico in Italia ad accogliere detenuti con malattie virali - abbiamo 10 posti letto, un servizio di sorveglianza con 4 agenti a rotazione, sbarre alle finestre e porte blindate. Inoltre il personale è altamente qualificato e formato per trattare con questo tipo di pazienti».Netto il giudizio di Patrizio Gonnella di Antigone: «Nelle carceri italiane il diritto alla salute non è ancora rispettato. La salute in carcere è casuale - spiega Gonnella - e non è assicurata a tutti in maniera adeguata. Bisognerebbe affrontare immediatamente il problema, perchè la situazione rischia di "toccare" non solo i detenuti, ma anche coloro che sono fuori dal carcere». Finiti, come già detto, gli effetti dell'indulto, e passati invano questi mesi - «in quasi un anno e mezzo non si è fatto nulla per questo problema - attacca ancora Gonnella - eppure la legge sull'indulto aveva come obiettivo quello di riformare il nostro sistema penitenziario. L'Italia resta un Paese ondivago - conclude, amaro, il presidente di Antigone - perchè oggi si occupa di un problema, ma domani l'ha già dimenticato». In tutto questo i detenuti dovrebbero poter usufruire deigli stessi identici diritti di chi in carcere non ci sta: «Passare dal sanità peitenziaria al servizio sanitario nazionale - continua Gonnella - Ad oggi la salute del detenuto non è assolutamente garantita».Ma altri numeri danno l'idea della complessità e della drammaticità del pianeta carcere. Intanto la fascia d'età più presente è quella dei trentenni, quella dunque in cui si costruiscono percorsi di vita lavorativa ed affettiva. La fascia dei 30-34enni è la più presente in assoluto, segue quella tra i 35-39enni e infine la fascia compresa tra i 25 ed i 29 anni. Molti, moltissimi gli atti di autolesionismo. Solo nel 2006 sono stati più di 4200. Alto anche il numero di suicidi. 50 nel 2006. Insomma, il dato di fondo che emerge dalla ricerca Eurisko è dato dal fatto che le carceri italiane vivono in una situazione di profonda crisi. Del resto in un istituzione che ha del tutto messo da parte il valore di recupero della persona, in luogo di quello esclusivamente punitivo e repressivo, non c'era da aspettarsi di meglio.Di tutto questo si parlerà nel corso del prossimo congresso della Società di medicina penitenziaria, che avrà luogo il prossimo 4 ottobre a Roma. Il presidente Roberto Monarca spiega infatti che il congresso sarà l'occasione per denunciare con ancora più forza la situazione di difficoltà degli operatori sanitari pressati da una cronica mancanza di personale e risorse. «Il tutto - ha spiegato Monarca - con una domanda di salute in continua e costante crescita. L'indulto ha alleviato solo in parte una situazione tanto grave». Ma accanto alle denunce il congresso proporrà soluzione proposte. Per questo parteciperanno tutti gli attori coinvolti nel sistema carceri: medici penitenziari, operatori del Dap, del Sistema sanitario nazionale e tante altre realtà che vivono in prima persone disagi e drammi quotidiani degli istituti di pena.
3 ottobre 2007
Genova G8: Torture a Bolzaneto. Dopo Perugini perde la memoria anche Poggi
«Non ho mai assistito a violenze ne' ho mai sentito persone che si lamentavano all'interno della caserma», aveva affermato non molto tempo fa Alessandro Perugini, vice capo della Digos durante il G8 del 2001, accusato di abuso d'ufficio e di non aver impedito che alcuni manifestanti venissero picchiati o maltrattati nell'ambito del processo per gli abusi e le violenze avvenute all'interno della caserma di Bolzaneto. E ieri ,dopo Perugini, anche Anna Poggi, vice questore aggiunto della polizia di stato, non ricorda nulla di quanto successo a Bolzaneto, anche se ne era una delle responsabili principali. Ritiene, anzi, che non sia successo nulla di eccezionale, altrimenti sarebbe intervenuta. Il problema è proprio questo: ciò che è accaduto a Bolzaneto da parte di poliziotti e secondini è forse considerato qualcosa di normale per i nostri istituti circondariali e per le nostre illuminate questure. «C'era tanta confusione e non ricordo. C'era confusione anche all'esterno della casermetta: c'era un continuo andirivieni di personale del reparto mobile. Non ho mai visto o sentito persone che si lamentavano o che gridavano. Non ricordo di aver assistito a visite mediche, nè di aver parlato con personale della Polizia Penitenziaria». Interrogata sulla visita dell'allora ministro di grazia e giustizia Roberto Castelli, l'imputata ha risposto:«Ricordo che venne ma non lo vidi neanche perchè si trattenne pochissimo, una decina di minuti».Genova: Sindaco presenta il libro "Camicette nere"
È violenta polemica all'interno del centrosinistra a Genova per l'annunciata partecipazione della sindaco Marta Vincenzi (Ds) alla presentazione del libro «Camicette nere» (Mursia ed.) della giornalista del Secolo d'Italia Annalisa Terranova, sulle donne della destra italiana da Salò ad Alleanza Nazionale, in programma sabato prossimo. «Con un atto di questo genere legittimando la destra fascista della Repubblica di Salò, si va persino oltre quanto Cofferati sta facendo a Bologna - scrive in una nota la segreteria regionale di Rifondazione Comunista - È evidente che ciò introduce una grave contraddizione nella maggioranza che ha sostenuto la sua candidatura». «Penso che introdurre un sano contraddittorio su un tema così spinoso per la storia del nostro Paese, sia espressione di democrazia», replica Marta Vincenzi. Che nota: «Probabilmente il presidente della Camera Fausto Bertinotti, autorevole esponente di Rifondazione Comunista, non la pensava come i rappresentanti liguri del suo partito quando ha partecipato alla festa dei giovani di Alleanza Nazionale». Secondo Marco Nesci, capogruppo regionale di Prc, «a Genova medaglia d'oro della Resistenza e protagonista con le donne della Liberazione dal nazifascismo, nella Genova protagonista del 30 giugno e con la sua cultura antifascista non si può condividere la partecipazione della sua prima cittadina alla celebrazione nostalgica delle 'camicette nerè che da Salò ad AN sempre nere sono». Ma la sindaco non accetta la lezione: «Io porterò la mia opinione, la mia storia e i miei valori, che non possono essere messi in discussione da questa mia partecipazione. Porto i valori miei e delle forze a cui appartengo e che mi sostengono, che non sono in contraddizione ma affermano le idee che tutta la maggioranza condivide».fonte: ANSA
Speculazione securitaria. In Italia la paura rende
Sarà che la svolta securitaria, come dice qualcuno, «non è di destra né di sinistra», fatto sta che l’Italia è il paese europeo che in proporzione spende di più per la sicurezza pubblica e privata. E’ l’inquietante dato emerso, ieri a Roma, durante il convegno organizzato da Libera, l’associazione di don Luigi Ciotti, insieme alla provincia e alla Tavola per la pace e dal titolo «Più diritti uguale più sicurezza per tutti». Ha spiegato il professor Salvatore Palidda, docente dell’università di Genova e autore del libro «Polizia postmoderna» [Feltrinelli], che moltissime risorse «si perdono negli sprechi dell'amministrazione della giustizia, e vanno a garantire i privilegi di pochi, a fronte di alcune carenze anche molto gravi», ma anche che «esiste nel nostro paese una speculazione sull’insicurezza che porta a situazioni drammaturgiche e a una sorta di neofascismo in cui si invoca solo la tolleranza zero e un regime di autorità». Secondo Palidda, sarebbe per esempio ora di valutare la produttività e l’efficienza di alcuni dei mezzi più usati per «la sicurezza», spesso costosissimi, come gli strumenti di videosorveglianza. Tecnologie che, a suo parere, «andrebbero sostituite piuttosto con operatori sociali sul territorio». Secondo le statistiche, dal ‘90 ad oggi il numero dei reati commessi in Italia è rimasto sostanzialmente lo stesso, mentre è aumentato il numero delle denunce, e a finire in carcere sono sempre di più i cittadini stranieri. Secondo la relazione della Corte dei conti 2004-2005, l’80 per cento dei soldi spesi per i migranti va alla repressione, e solo il 20 per cento alle politiche di sostegno.fonte: carta
2 ottobre 2007
Bologna: Cofferati si incazza anche con Amato
Non è andata proprio giù, a Sergio Cofferati, la Street space parade che sabato scorso ha sfilato per le vie del centro di Bologna nonostante i divieti. Il sindaco bolognese ha deciso di scrivere un esposto al ministro dell'Interno Giuliano Amato e di non partecipare più alle riunioni del Comitato per la sicurezza. «Farò un esposto al ministero dell'Interno sulla situazione della sicurezza a Bologna e ho scritto una lettera al prefetto nella quale formalizzo la decisione di non partecipare alle prossime riunioni del Comitato per l'ordine e la sicurezza - ha annunciato il sindaco - perché la distanza che si è determinata in più circostanze, e l'ultima è quella di sabato, tra le ipotesi di gestione lì prese in considerazione e poi la gestione concreta degli eventi è tale, a mio parere, da rendere inefficace quella sede di confronto». Cofferati ha poi annunciato che promuoverà un'azione civile contro gli organizzatori della street parade per i danni prodotti alle proprietà del Comune e ha ricordato che i privati cittadini si possono rivolgere alle associazioni che rappresentano i proprietari di case in base a una convenzione firmata ieri mattina e che prevede l'assistenza legale gratuita. Intanto, il procuratore capo Enrico Di Nicola ha spiegato che si procederà per il reato di istigazione a commettere contravvenzioni (ma non si conosce il numero dei denunciati) e ha comunque precisato che la manifestazione «è andata benissimo» rispetto alle premesse. Il questore ha invece spiegato la decisione di buonsenso di non intervenire, a fronte del numero di manifestanti presenti. A meno di non provocare gravi incidenti. E per sabato prossimo, intanto, è prevista un'altra manifestazione poco gradita a Cofferati: un corteo dei centri sociali contro gli sgomberi e la repressione.
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Parma: Sgomberato il centro sociale la Realidad
Questa mattina alle 6 un reparto della celere ha sgomberato il centro sociale La Realidad, aperto a Parma appena tre giorni fa. L’edificio, abbandonato da anni e di proprietà di un privato, era stato occupato da un gruppo di studenti e precari, il collettivo «Spam». Ieri sera, proprio per protestare contro lo sgombero che si sapeva imminente, c’è stata una manifestazione davanti al Teatro Regio. Alcuni fra le forze dell’ordine hanno reagito con brutalità, minacciando gli occupanti: «Stasera veniamo e vi rompiamo la testa». Milano: Restaurato il graffito per Carlo Giuliani. Il Comune: sarà cancellato.
Queste le dichiarazioni di vice sindaco De Corato riportate Lunedì 1 Ottobre 2007 sulla edizione milanede del Corriere della Sera...Per la Questura doveva essere solo «un presidio» in via Bramante, davanti all’ ex centro sociale Bulk. S’ è trasformato, ieri pomeriggio, in una sessione di restauro per graffitisti. Gli autori del murale per Carlo Giuliani, il ragazzo ucciso al G8 il 20 luglio del 2001, hanno ridipinto la parte del disegno che era stata sbiancata da uno sconosciuto: Giuliani in piedi, estintore sopra la testa, davanti alla camionetta dei carabinieri. Un lavoro inutile. L’ assessore al Decoro urbano, Maurizio Cadeo: «Darò ordine di cancellare il graffito, come abbiamo fatto in Darsena con il Dax. È la linea della giunta». Il vicesindaco Riccardo De Corato: «I writer saranno denunciati»."
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Firma la Petizione per salvare il graffito dedicato a Carlo Giuliani sito a Milano, la petizione globale lanciata dal gruppo giovani Urban Vision per salvare il graffito, la petizione in 3 lingue, italiano, inglese e spagnolo è sottoscrivibile on line al sito http://www.petitiononline.com/urbanvis/petition.html
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Milano: Difendono un pachistano, due accoltellati.
All'aggressore se ne è aggiunto un secondo armatoStavano comprando delle rose per le loro fidanzate davanti a un locale quando un ultrà ha cominciato a insultare il venditore ambulante. Insultati, presi a spintoni, accoltellati più volte e feriti in modo grave solo per aver preso le difese di un giovane pachistano, venditore ambulante di fiori, che era stato preso di mira con insulti razzisti. È successo nella notte tra giovedì e venerdì davanti al locale Gioia 69, in via Melchiorre Gioia. I protagonisti dell'aggressione sono stati fermati dai carabinieri, uno è un ultrà milanista noto alle forze dell'ordine. I due giovani feriti, di 24 e 25 anni, sono stati aggrediti sotto gli occhi delle fidanzate, alle quali stavano comprando delle rose dal pachistano. Ora sono ricoverati in gravi condizioni.
CALCI E PUGNI - Erano circa le 2, i due giovani con le fidanzate stanno chiacchierando davanti al locale, quando sono usciti una dozzina tra ragazzi e ragazze, molto su di giri, già protagonisti di liti con gli altri avventori all'interno del discopub. Mentre i due amici si avvicinano al giovane venditore ambulante, è arrivato il primo dei due aggressori, 27enne di Cormano, un ultrà già diffidato (e condannato a stare fuori dagli stadi fino al 2010) che fa parte dei «Guerrieri ultras». «Pachistano di m...» urla all'ambulante e gli mette le mani addosso, spintonandolo. I due ragazzi hanno cercato di calmarlo. A quel punto è scoppiata la rissa: volano calci e pugni, mentre interviene anche un secondo aggressore, che tira fuori un coltello e fa partire due, forse tre colpi.
TENTATO OMICIDIO - Coltellate che volevano uccidere, spinte in profondità nell'addome, secondo una prima valutazione degli investigatori del Nucleo radiomobile. L'accusa ipotizzata a carico di entrambi è di concorso in tentato omicidio. Gli aggressori fuggono. Sono le fidanzate delle vittime a chiamare il 112 e a indicare l'auto sulla quale si stava allontanando uno dei due aggressori. Alla guida c'è un ragazzo di 29 anni, ubriaco come gli altri, poi denunciato per favoreggiamento. Poche ore dopo, grazie ai primi accertamenti sui testimoni, e a un sms, viene individuato e fermato anche il secondo feritore, che era già a casa.
fonte: corriere della sera
Violenze nel cpt, 5 anni a don Cesare Lodeserto
La condanna del tribunale di Lecce per le violenze inferte alle immigrate ospiti del centro «Regina Pacis» di San FocaMinaccia, calunnia, estorsione, sequestro di persona, violenza privata, lesioni, abuso dei mezzi di correzione. Stavolta per don Cesare Lodeserto le accuse sono davvero pesanti. Ma il «sacerdote di frontiera» è uno di scorza dura. Ben voluto e ben protetto dalla sua gente (ha perfino una scorta privata che lo scorazza in lungo e in largo per l'Italia) e poi, nonostante tutto, qualche santo in paradiso continua ad averlo, lui che è arrivato alla terza condanna in due anni ed è ancora a piede libero. L'ultima, giovedì sera, emessa dal giudice per l'udienza preliminare di Lecce, Nicola Laricchia che, dopo quattro ore di camera di consiglio, gli ha inflitto una pena di cinque anni e quattro mesi.I fatti. Don Cesare, che per questo processo ha chiesto il rito abbreviato, venne arrestato nel marzo del 2005 dopo varie denunce mosse da alcune donne straniere del suo centro, il famigerato «Regina Pacis» il cpt da lui diretto a San Foca, nel leccese, e in seguito chiuso a causa delle violenze perpetrate al suo interno e riconosciute durante i vari processi. In particolare dodici ragazze extracomunitarie lo avevano additato, cinque quelle che secondo il giudice avrebbero effettivamente subito la privazione della libertà. Secondo le accuse, don Cesare le obbligò a lavorare presso la fabbrica di mobili «Soft Style» di Carmiano.Assunte in modo irregolare erano costrette a rimanere in servizio al mobilificio per otto ore al giorno, dal lunedì al venerdì, e ulteriori cinque ore il sabato, per soli 25 euro giornalieri. Se rifiutavano scattava l'intimidazione: nessuna possibilità di uscire dal centro, anche per diverse settimane. E, nel peggiore dei casi, scattavano pure le botte. Insieme al sacerdote è stato condannato anche un suo nipote, Giuseppe Lodeserto (tre anni e due mesi), più due collaboratori, Natalieu Vieru (due anni e otto mesi) e Armando Marra (pena pecuniaria di 30mila euro).La nuova accusa non lo ha sconvolto più di tanto perché don Cesare a tutto questo è abituato. Negli ultimi anni infatti sembra aver frequentato di più le aule giudiziarie che le sedi ecclesiali. Tre le condanne in due anni. La prima il 23 maggio 2005 quando il Tribunale di Lecce lo riconobbe colpevole di simulazione di reato condannandolo ad otto mesi di reclusione, pena che sarà poi sospesa. La seconda due mesi dopo e l'accusa è violenza privata e lesioni (pena di 16 mesi anche questa sospesa) ai danni di otto maghrebini che tentarono la fuga dal suo cpt. Allora i carabinieri lo andarono ad arrestare a Quistello, un paesino vicino Mantova, mentre era in visita all'altro cpt da lui diretto, gemello a quello di San Foca.Passò qualche giorno in carcere e, una volta uscito, tornò ai suoi affari. Chiuso il centro in Puglia ha esportato il suo «modello» all'estero, nei paesi dell'Est. Tre nuovi centri sono sorti nel giro di pochi mesi in Romania, Moldavia e in Ucraina, tutti e tre tuttora funzionanti. Grazie alla ragnatela di conoscenze, ben radicate nel suo territorio, continua ad essere un personaggio di spicco, ben voluto e rispettato dai suoi concittadini. Uno in particolare, l'arcivescovo di Lecce monsignor Cosmo Francesco Ruppi che gli è sempre stato vicino dopo ogni condanna. E così è capitato anche questa volta. «Perché non si può dimenticare - ha detto il monsignore - l'immenso lavoro fatto da don Cesare e dai suoi preziosi collaboratori nell'accoglienza di migliaia e migliaia di profughi e immigrati, come anche per i tanti bambini di strada e per la moltitudine di poveri». Tre condanne in due anni dicono però l'esatto contrario.
fonte: il manifesto
1 ottobre 2007
Bologna: Street parade oltre duemila in corteo, nonostante i divieti della Questura
Sfilando dal Pratello a piazza Venti Settembre, il "corteo funebre" ha sfidato i divieti della Questura portando in strada il dissenso verso l'amministrazione Cofferati. Nonostante i rigidi divieti della questura, la Street Space Parade ha attraversato ieri le strade della città per quello che gli organizzatori, raccolti dietro la sigla Open the Space, hanno definito il "funerale per una Bologna che sta morendo". E difatti proprio una bara nera, con tanto di officianti, ha aperto il corteo che da piazza San Rocco ha raggiunto piazza Venti Settembre, passando per via Marconi e via dei Mille, con oltre duemila persone al seguito. Pratello blindato, niente musica dai camion e un'imponente schieramento di forze dell'ordine non hanno impedito ai manifestanti di di sfilare in difesa degli spazi sociali e contro le politiche repressive della giunta comunale. Una manifestazione tranquilla e pacifica (brevi momenti di tensione solo in via dei Mille) che, accompagnata dagli slogan contro Cofferati, si è sciolta nei pressi della stazione per poi concludere la nottata in periferia.
Scende in piazza la Pavia antirazzista. Duemila persone contro la caccia al nomade
Dopo l'allontanamento dei rom da Pavia il sindaco Piera Capitelli disse che «la città ha voluto così». La risposta si è avutasabato pomeriggio. Una manifestazione così numerosa a Pavia non la si ricordava da almeno trent'anni: 2000 persone a dire «no al razzismo» e a ogni altra forma di discriminazione. In una città che si credeva governata da un sindaco di sinistra lo slogan più gridato è stato «Piera razzista sindaco leghista», seguito da «casa lavoro sanità sono diritti umani non sono carità». Pavia deve ora misurarsi con la diaspora dei rom locali, cacciati dalla città e dispersi per valli e paesi della provincia e anche oltre. Leonardo è andato a Naguarido, in Valtellina. Un mese fa viveva tra i topi alla Snia, poi l'hanno parcheggiato con la madre tra le serpi di Cascina de' Mensi presso Albuzzano, un luogo peggiore dell'ex fabbrica. Tornare in Romania? Neanche a parlarne. Così Leo ha preferito accettare il trasferimento nel rustico tra i monti. A Cascina de' Mensi è rimasto solo Dumitru, con la giovane compagna e quattro figli che devono andare a scuola (erano in 26), ad aspettare una nuova allocazione, che ancora una volta non sarà facile trovare. La sorella Gheorghita vive da reclusa con il marito Scandal, 6 figli e altre 2 famiglie a Cascina Gandina di Pieve Porto Morone (18 persone; prima erano 48); sono senza gas e senza legna da ardere e di notte piovono pietre, petardi e insulti su 10 bimbi per i quali l'obbligo scolastico esiste solo a parole.Dei 140 Rom sgomberati dall'ex Snia, a Pavia e dintorni ne sono rimasti soltanto 55. Ciurar Udila detto Natalino e altre 10 persone dormono precariamente in un cascinale periferico freddo e senz'acqua a est della città. Entro un mese dovranno sgomberare. Ogni giorno Natalino bussa a qualche porta in cerca di una casa e di un lavoro. Il corteo multietnico ha attraversato la città: una tappa davanti a Palazzo Mezzabarba, sede del Comune, infine Piazza della Vittoria, dove Leonardo e Natalino hanno raccontato della loro recente odissea (qualcuno ha gridato «Natalino sindaco!»), Serge del Camerun del suo rapporto con Pavia e la peruana Carmen Silva dell'integrazione possibile. C'erano molti rumeni, latinoamericani, africani, asiatici, insomma il colorato mondo della nuova immigrazione. In collegamento telefonico, Moni Ovadia ha sollecitato l'applicazione dei valori cristiani: «Se Gesù fosse vivo starebbe dalla parte dei Rom e dei Sinti».Carmen Silva era tra i volontari che sono intervenuti all'ex Snia. A luglio ha fondato una cooperativa sociale che darà lavoro a donne immigrate, anche Rom e rumene, dopo un corso formativo di 110 ore (40 delle quali remunerate). In corteo hanno sventolato le bandiere di Rifondazione, dei Comunisti italiani, dell'Italia dei valori, eccetera. Per Rifondazione comunista erano presenti Alberto Burgio, Luciano Muhlbauer, il segretario regionale lombardo Alfio Nicotra, Roberta Fantozzi e molti militanti. Burgio ha esortato «a mantenere alta la coscienza civile»; Muhlbauer ha invitato «a togliere spazio a nazismo e fascismo dopo mesi di isteria xenofoba»; per Fantozzi «bisogna tornare a parlare di diritti per tutti».30 settembre 2007
Cagliari: Il tribunale di Cagliari assolve un giovane trovato con due piante di Marijuana
Coltivare un paio di piantine di marijuana nel terrazzo della propria casa non è reato. Ma solo se si dimostra che la piantagione serve a soddisfare le esigenze personali di consumo. Il Tribunale di Cagliari questa mattina ha assolto un giovane denunciato dai carabinieri lo scorso agosto perchè nella sua abitazione erano state trovate due piante di marijuana. L'imputato, giudicato col rito abbreviato, è stato assolto perché il fatto non sussiste. Le motivazioni si conosceranno fra trenta giorni, ma è probabile che il giudice abbia accolto le argomentazioni del suo difensore, l'avvocato Giovanni Battista Gallus, che ha richiamato una decisione della Cassazione dello scorso maggio e una, di analogo contenuto, del Gup di Cagliari, risalente a giugno. Il 10 maggio la VI Sezione Penale della Suprema Corte aveva annullato la decisione della Corte d'Appello di Roma, confermativa di quella di un tribunale locale, che aveva condannato un giovane per aver coltivato nel proprio fondo cinque piante di marijuana. La Cassazione aveva assolto il ragazzo perché il fatto non sussisteva, individuando una netta differenza tra la coltivazione in senso tecnico e la detenzione per uso personale. La coltivazione presuppone infatti la disponibilità di un terreno, oltre a una serie di attività, che vanno dalla preparazione della terra alla semina, dal controllo delle piante alla creazione di magazzini per la custodia del prodotto. La cosiddetta coltivazione "domestica" di poche piantine non poteva essere compresa all'interno del concetto tecnico-giuridico. La piantagione casalinga era stata equiparata dalla Suprema Corte alla detenzione per uso personale, ragione per cui la condanna del giovane romano era stata annullata senza rinvio, mettendo fine alla vicenda. Insomma, di volta in volta, sarebbe toccato al giudice valutare se una coltivazione rientrasse nel concetto di piantagione illecita oppure no. E il tribunale di Cagliari ha sentenziato: la coltivazione di quel ragazzo, due piantine in totale, è lecita, perché la droga è destinata solo a lui.fonte: Liberazione
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29 settembre 2007
Dire No al razzismo, all'intolleranza e al fascismo
L’ondata di violenza e di legittimazione della violenza in atto nel paese “per dare sicurezza ai cittadini” e per spiegare le aggressioni organizzate da gruppi xenofobi, razzisti e fascisti contro migranti, rom, omosessuali, giovani di sinistra e centri sociali ci preoccupa moltissimo.
Le destre usano demagogicamente la sicurezza sovrapponendola a quella delle politiche migratorie e dei diritti civili. Nell’ultimo mese i provvedimenti messi in atto da sindaci e amministratori di importanti città italiane e politici legati al costituente Partito democratico hanno cercato di imitarle. Telecamere, braccialetti elettronici, cancelli e porte blindate, poliziotti di quartiere e spray al peperoncino, ronde, deportazioni, sgomberi dei campi per nomadi, parole ossessivamente ripetute, divenute alfabeto della nostra inquietudine quotidiana. Basti pensare al dibattito sull’indulto che ha alimentato la percezione dell’insicurezza favorendo lo slittamento dalle politiche sociali a penali, basta pensare che nell’Italia delle mafie l’allarme lavavetri mette più angoscia a giornalisti e politici. Il sociologo Pierre Bordieu amava dire che “la precarietà è ovunque”, ovvero è un sistema che si tiene insieme, destruttura il mercato del lavoro e i diritti del welfare.
La dottrina della guerra ai poveri, ma anche ai giovani, magari graffitari o occupanti, chiude gli spazi pubblici: piazze e giardini recintati, polizie locali, private, città assediate in regime di coprifuoco notturno. Questo accade perchè le città devono essere solo un enorme rete produttiva in cui il ciclo valorizzazione e dismissione ha un ritmo temporale velocissimo.
Noi pensiamo che la destra è funzionale al modello delle città del capitale. La destra agisce promuovendo maschilismo e violenza: povertà, miseria, si mescolano a xenofobe e omofobia sono debolezze da basso impero intollerabili per l’uomo italico. Questo il “declino da aggredire” scrivono i giovani di alleanza nazionale, in cerca di una identità in trasformazione negli ultimi anni. Ma a destra dei giovani alleati nazionali crescono nelle scuole associazioni, gruppi, blocchi in rete tra loro che fanno della violenza contro ogni diversità o diversa abilità la ragione politica della loro esistenza. Una politica del “bullismo”, esibita nei video girati coi telefonini e mostrata in internet con concerti ballati a cinghiate. A questo si aggiunge il controllo del territorio attraverso gruppi paramilitari e bande di mafiosetti di quartiere che vivono delle briciole dei grandi traffici.
La loro battaglia per il controllo incontra resistenze, luoghi di socialità non coatta che funziona come un contropotere alla valorizzazione capitalista del territorio. E allora lo spirito paramilitare prende il sopravvento e le aggressioni diventano pane quotidiano per i gruppi neofascisti.
C’è bisogno di dare una risposta politica forte e chiara alla follia securitaria.
Questo fine settimana a Pavia, Napoli e Roma ci saranno importanti manifestazioni per dire no al razzismo, all’intolleranza, al fascismo che dovranno riversarsi nella manifestazione nazionale del 20 ottobre a Rome. Rifondazione Comunista parteciperà perchè la vera emergenza è la violenza nei confronti di una parte dei cittadini che vivono una condizione di insicurezza: immigrati, gay e lesbiche, giovani, donne, lavavetri. La sicurezza delle nostre città dipende dalle condizioni sociali, economiche e culturali dei cittadini. La sinistra ha la responsabilità della lotta alla cultura maschilista e violenta che il sicuritarismo cova nelle viscere del populismo autoritario.
Le destre usano demagogicamente la sicurezza sovrapponendola a quella delle politiche migratorie e dei diritti civili. Nell’ultimo mese i provvedimenti messi in atto da sindaci e amministratori di importanti città italiane e politici legati al costituente Partito democratico hanno cercato di imitarle. Telecamere, braccialetti elettronici, cancelli e porte blindate, poliziotti di quartiere e spray al peperoncino, ronde, deportazioni, sgomberi dei campi per nomadi, parole ossessivamente ripetute, divenute alfabeto della nostra inquietudine quotidiana. Basti pensare al dibattito sull’indulto che ha alimentato la percezione dell’insicurezza favorendo lo slittamento dalle politiche sociali a penali, basta pensare che nell’Italia delle mafie l’allarme lavavetri mette più angoscia a giornalisti e politici. Il sociologo Pierre Bordieu amava dire che “la precarietà è ovunque”, ovvero è un sistema che si tiene insieme, destruttura il mercato del lavoro e i diritti del welfare.
La dottrina della guerra ai poveri, ma anche ai giovani, magari graffitari o occupanti, chiude gli spazi pubblici: piazze e giardini recintati, polizie locali, private, città assediate in regime di coprifuoco notturno. Questo accade perchè le città devono essere solo un enorme rete produttiva in cui il ciclo valorizzazione e dismissione ha un ritmo temporale velocissimo.
Noi pensiamo che la destra è funzionale al modello delle città del capitale. La destra agisce promuovendo maschilismo e violenza: povertà, miseria, si mescolano a xenofobe e omofobia sono debolezze da basso impero intollerabili per l’uomo italico. Questo il “declino da aggredire” scrivono i giovani di alleanza nazionale, in cerca di una identità in trasformazione negli ultimi anni. Ma a destra dei giovani alleati nazionali crescono nelle scuole associazioni, gruppi, blocchi in rete tra loro che fanno della violenza contro ogni diversità o diversa abilità la ragione politica della loro esistenza. Una politica del “bullismo”, esibita nei video girati coi telefonini e mostrata in internet con concerti ballati a cinghiate. A questo si aggiunge il controllo del territorio attraverso gruppi paramilitari e bande di mafiosetti di quartiere che vivono delle briciole dei grandi traffici.
La loro battaglia per il controllo incontra resistenze, luoghi di socialità non coatta che funziona come un contropotere alla valorizzazione capitalista del territorio. E allora lo spirito paramilitare prende il sopravvento e le aggressioni diventano pane quotidiano per i gruppi neofascisti.
C’è bisogno di dare una risposta politica forte e chiara alla follia securitaria.
Questo fine settimana a Pavia, Napoli e Roma ci saranno importanti manifestazioni per dire no al razzismo, all’intolleranza, al fascismo che dovranno riversarsi nella manifestazione nazionale del 20 ottobre a Rome. Rifondazione Comunista parteciperà perchè la vera emergenza è la violenza nei confronti di una parte dei cittadini che vivono una condizione di insicurezza: immigrati, gay e lesbiche, giovani, donne, lavavetri. La sicurezza delle nostre città dipende dalle condizioni sociali, economiche e culturali dei cittadini. La sinistra ha la responsabilità della lotta alla cultura maschilista e violenta che il sicuritarismo cova nelle viscere del populismo autoritario.
Michele De Palma – segreteria nazionale, resp. Area Movimenti Prc/Se
Italo Di Sabato – resp. Naz.le osservatorio sulla repressione Prc/Se
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28 settembre 2007
Rimini: Andavano ad assaltare il Paz. Arrestati 11 di Forza Nuova
Concorso in tentato incendio e tentato sequestro di persona, aggravato dal numero delle persone che vi hanno preso parte, dall'aver determinato a commettere i reati anche minori, dall'aver agito con finalità di terrorismo e di eversione dell'ordine democratico. Con queste accuse sono stati arrestati a Rimini undici militanti del movimento di estrema destra Forza Nuova. Sono indagati anche due minori. Secondo gli inquirenti il gruppo stava progettando un'irruzione all'interno del Laboratorio occupato Paz di Rimini, con l'intenzione di sequestrare temporaneamente l'unico giovane dell'area antagonista presente stabilmente nella struttura di via Montevecchio, e di danneggiare poi internamente l'edificio con liquido infiammabile. L'assalto sarebbe stato deciso in riunione notturna nell'abitazione del responsabile provinciale di Forza Nuova, Cesare Bonetti, 33 anni, residente a Rimini, che è tra i fermati. Il gruppo è stato bloccato mentre stava andando a bordo delle auto a compiere l'incursione. Immediata è arrivata la risposta del Laboratorio Paz: «Si fa tanto parlare di sicurezza, legalità e ordine pubblico, ma non ci si preoccupa di quello che queste parole generano fra la gente, l'odio e le intolleranze che stimolano. Cosa avrebbero fatto questi fascisti se arrivavano al Paz nella notte di lunedì? Cosa avrebbero fatto alla persona che ha trovato una dimora e accoglienza presso la nostra struttura? Rimini appare oggi una città senza memoria, se questi fatti fossero accaduti in altri luoghi, quelli della politica ufficiale, quella dei palazzi, come avrebbe reagito? Come mai in questi mesi si è attivata una campagna denigratoria nei confronti del Paz? Come mai il Laboratorio Paz è sotto sgombero da parte di questa giunta di centrosinistra che incalza più politiche collaborazioniste con la destra (vedi le vergognose iniziative poliziesche sul tema dei venditori ambulanti) che un serio confronto sulle problematiche sociali?».Commissione d'inchiesta sul G8 di genova: Idv e Udeur stanno con la Cdl
Non è bastata l'ennesima mediazione proposta dal vicecapogruppo dell'Ulivo alla camera Gianclaudio Bressa. La commissione di inchiesta sul G8 di Genova (anche se limitata rispetto alle promesse elettorali) spacca ancora il centrosinistra. Per Italia dei valori e Udeur «la polizia non si processa in piazza e in parlamento». I centristi dell'Unione si allineano infatti con la destra, che chiede un'inchiesta anche sui «manifestanti. «Questa commissione - ribatte Bressa - non è affatto contro le forze dell'ordine, deve servire a ridare dignità al parlamento, che con la precedente commissione ha fatto ridere l'intero parlamento europeo».27 settembre 2007
Bologna: La questura dice no alla Street space organizzata per sabato prossimo dal Livello 57.
Vietata la «parade» sgradita a Cofferati. «Incompatibile con la città», così il sindaco ha bloccato la manifestazione che intendeva protestare contro le politiche repressive della sua giuntaFino a sabato c'è tempo per trovare un accordo, o forse no. Il questore di Bologna ha vietato la Street space parade, la manifestazione organizzata dal centro sociale Livello 57 e dal cartello di associazioni e collettivi «Open the Space». Non va bene il percorso che attraversa gran parte del centro storico, «ma non accetteranno neanche quello che abbiamo proposto in alternativa», racconta Rosario Picciolo del Livello. Ieri pomeriggio infatti è andato in questura a portare un itinerario alternativo che presenta alcuni cambiamenti nelle piazze di arrivo e di partenza ma non scioglie il nodo del passaggio per il centro. «Continuano a proporci di far finire la manifestazione in periferia – continua Picciolo –ma noi abbiamo già detto che questo non è un rave ma una manifestazione diversa». Meno antiproibizionista, marcatamente anti Cofferati, gli organizzatori sono convinti che questo sia un pretesto e una «decisione politica». Non sono disposti a rinunciare alla Street space e annunciano che diranno la loro venerdì ma già è in corso il confronto con le altre realtà cittadine per decidere come replicare al divieto «sempre in forme pacifiche». «Non accettano che sfili il dissenso a questa amministrazione», è il pensiero di Rosario. «Tra i motivi assurdi che hanno inserito per notificarci il divieto c'è anche quello che i residenti contrari sarebbero stati pronti a scendere in strada per bloccare la manifestazione, e poi dicono che i violenti siamo noi». Quello che sta accadendo in questi giorni a Bologna ha tanto il sapore di un dejà vu, come quando due anni fa la Street estiva fu oggetto di un braccio di ferro tra il sindaco che la voleva assolutamente «stanziale», gli organizzatori, e questura e prefettura impegnate a garantire il diritto a manifestare. Anche stavolta Cofferati ha detto che il percorso è «incompatibile» con la città e che l'unica soluzione sarebbe una manifestazione ferma lontana da zone abitate. Poi si sono aggiunti i vari comitati antidegrado che sono saliti sulle barricate per dire che non vogliono un'ennesima concentrazione di persone sotto le finestre che tolga loro il sonno. E anche il presidente del quartiere San Vitale dove la Street dovrebbe finire nelle intenzioni degli organizzatori, il verde Carmelo Adagio, è stato attaccato da un comitato di cittadini dopo aver detto che non vede problemi nell'arrivo della manifestazione nel cuore della zona universitaria. A Bologna tutto assume troppo in fretta dimensioni esagerate e passano in secondo piano anche le caratteristiche che dovrebbe avere la Street, almeno nelle promesse. Niente camion ma furgoncini e piccoli concerti lungo il percorso, una mobilitazione nata come locale ma che attraverso il web sembra comunque in grado di far arrivare persone da fuori città. La settimana successiva, sabato 6 ottobre, è in programma un'altra mobilitazione promossa dal collettivo Crash sgomberato ad agosto dallo spazio che aveva occupato l'anno scorso. «Nessun problema su due appuntamenti entrambi anti Cofferati così vicini», dicono dal Livello, «più manifestazioni ci sono meglio è». E il centro sociale più vecchio della città deve affrontare un'altra grana. Il comune vuole stracciare la convenzione che era stata raggiunta con la precedente giunta di centrodestra del sindaco Giorgio Guazzaloca. Le due sedi sono sotto sequestro dall'anno scorso su ordine del pm Paolo Giovagnoli che sta chiudendo l'inchiesta per detenzione e spaccio di stupefacenti in base alla legge Fini Giovanardi. Sono otto le persone che sono state indagate dopo la perquisizione con un blitz dei carabinieri del maggio 2006. Il comune ha chiesto l'arretrato dell'affitto, pari a sette mila euro, che il centro sociale non può pagare dando un ultimatum che è già scaduto. Un ultimo aspetto ma non secondario: la Street sarà dedicata ad Alberto Mercuriali, un agronomo di ventotto anni di Castrocaro Terme che lo scorso luglio è stato trovato in possesso di una piccola quantità di hashish finendo sulle pagine dei quotidiani locali. Alberto si è ucciso pochi giorni dopo con i gas di scarico della sua macchina e a lui gli amici hanno dedicato un sito (http://amicidialberto.blogspot.com/) e stanno organizzando diverse iniziative di confronto sul tema delle sostanze stupefacenti.
fonte: il manifesto
Padova: Apartheid professionale alla Carraro
Apartheid alla Carraro? Il titolo del volantino con cui oggi i lavoratori del reparto verniciatura della Carraro Assali di Campodarsego (in provincia di Padova), annunciano uno sciopero di quattro ore per turno non poteva essere più esplicito. Una ventina di operai, tutti migranti, dipendenti di una cooperativa (la Cps) che all’interno della Carraro gestisce il reparto verniciatura. Modificato il contratto (oggi i dipendenti lavorano con il contratto delle coop metalmeccaniche) i lavoratori si trovano a lavorare nel reparto peggiore dello stabilimento. La Carraro è una fabbrica metalmeccanica storica, un’azienda globalizzata con dieci stabilimenti in giro per il mondo. Su Italia Domani viene presentata come una fabbrica tecnologicamente molto avanzata, quasi pulita. E Mario Carraro, il padrone, sostiene che «le tute blu oggi non esistono quasi più. Il colore prevalente - spiega - è il beje. Il lavoratore assume responsabilità sempre più importanti». L’operaio dunque non più come ingranaggio ma parte integrante del funzionamento della fabbrica. E allora perché gli operai del reparto verniciatura hanno un trattamento economico e non solo così diverso da quello che hanno i lavoratori degli altri cinque reparti dello stabilimento di Campodarsego? Eppure la verniciatura è il reparto in cui confluiscono tutti i pezzi prodotti dagli altri. E si sa che questo è un reparto pericoloso per la salute, dove le condizioni dei lavoratori devono essere tutelate più che altrove. Invece i lavoratori migranti (e già la scelta "etnica" di affidare questo che è il lavoro sporco solo a migranti la dice lunga) sono costretti a lavorare otto ore al giorno per cinque giorni. I loro colleghi invece lavorano sette ore (ma vengono pagati otto) e godono della quattordicesima. Non solo. Gli impianti, sostengono gli operai, funzionano a singhiozzo. Il che significa che un lavoratore deve essere sempre in cabina per rimediare ai "buchi" del robot. Gli operai del reparto-ghetto erano iscritti alla Cgil, ma stanchi di non ottenere risposte, dicono, hanno deciso di associarsi alla Adl, associazione difesa lavoratori-Rdb. «Abbiamo chiesto un incontro con la cooperativa», dice Gianni Boetto dell’Adl. Sei i punti contenuti nella piattaforma: equiparazione dell’orario e della paga a quella degli altri dipendenti, due pause di 20 minuti pagate, un’indennità di rischio pari a 100 euro per tutti, un premio di produzione uguale per tutti, l’introduzione della quattordicesima, un intervento sugli aspiratori, l’obbligo di rimanere in cabina non più di due ore consecutive. Finora nessuna risposta da parte della cooperativa. Da qui la decisione di effettuare le quattro ore di sciopero per turno. Dalla fabbrica intanto i lavoratori fanno sapere che in questi ultimi due giorni sono arrivati dei lavoratori interinali, forse chiamati per sostituire i lavoratori in sciopero oggi. Un contratto di un giorno per aggirare il problema sciopero. In Veneto ormai sono diverse le vertenze aperte che vedono come protagonisti i dipendenti (quasi sempre migranti) delle cooperative. Sabato pomeriggio a Padova ci sarà una manifestazione per l’abolizione della figura di socio-lavoratore, per l’abrogazione della Bossi Fini.fonte: il manifesto
Cassazione. Occupare case popolari non sempre è realto
Occupare le case popolari non sempre e' reato. Lo sottolinea la Cassazione con la sentenza 35580 della seconda sezione penale nella quale afferma che lo "stato di indigenza" puo' costituire giustificato motivo dell'occupazione della casa, ''bene primario''. Forte di questo principio, piazza Cavour ha accolto il ricorso di una 38enne romana, Giuseppa D., condannata dal tribunale di Roma a 600 euro di multa per il reato di occupazione abusiva di un immobile di proprieta' dell'Iacp. La condanna era stata confermata anche dalla Corte d'appello della capitale nel dicembre 2006 ma ora la Suprema Corte ha accolto il ricorso di Giuseppina in quanto 'fondato'. Scrive il relatore Pietro Zappia che ''ai fini della sussistenza dell'esimente dello stato di necessita' previsto dall'art. 54 c.p., rientrano nel concetto di danno grave alla persona non solo la lesione della vita o dell'integrita' fisica, ma anche quelle situazioni che attentano alla sfera dei diritti fondamentali della persona, secondo la previsione contenuta nell'art. 2 della Costituzione''. E dunque, sottolinea la Suprema Corte l'occupazione di una casa popolare puo' essere giustificata dallo stato di poverta' in quanto tra i beni tutelati dalla Costituzione va ''ricompreso il diritto all'abitazione in quanto l'esigenza di un alloggio rientra tra i beni primari della persona''. Non l'avevano pensata allo stesso modo i giudici di primo e secondo grado che avevano condannato Giuseppa a 600 euro di multa per aver occupato una casa popolare insieme al figlio minore. Ma ora la Suprema Corte ha accolto la protesta di Giuseppina e ha sottolineato che la Corte d'appello della capitale, cui e' stato rinviato il caso, dovra' svolgere una ''piu' attenta e penetrante indagine giudiziaria'' per capire se effettivamente lo stato di poverta' della donna giustificava l'occupazione dell'immobile. Nel caso in questione, infatti, rileva ancora la Cassazione ''e' stata totalmente omessa qualsiasi indagine sia al fine di verificare le effettive condizioni dell'imputata, l'esigenza di tutela del figlio minore, la minaccia dell'integrita' fisica degli stessi, sia al fine di verificare la sussistenza dei requisiti delle necessita' e inevitabilita' che consentono di ritenere la sussistenza della esimente''.''La sentenza della Cassazione che individua il diritto all'abitazione come uno dei diritti fondamentali della persona e quindi la casa come un bene primario come la vita o la salute e' importantissima. Fissa un punto fermo di grande civilta' nei diritti sociali delle persone e rende obbligatoria una decisa svolta nelle politiche sulla casa che in questi ultimi anni non hanno tenuto in nessun conto il diritto delle persone all'abitare''. E' quanto afferma il ministro della solidarietà sociale Paolo Ferrero per il quale ''la Finanziaria dovra' tenere nel debito conto questa sentenza definendo le risorse per un nuovo piano casa''. ''Questa sentenza ci dice anche - prosegue Ferrero - che le polemiche di questi giorni in merito al blocco degli sfratti per gli strati sociali deboli sono da considerarsi sostanzialmente prive di fondamento. Fatta salva la necessita' del Governo di dotarsi di politiche coerenti con la soddisfazione del bisogno abitativo risulta infatti evidente che il diritto primario all'abitazione non puo' certo ritenersi subordinato al diritto di proprieta'''.
26 settembre 2007
Sicurezza: Il Piano Amato " Meno rom e prostitute"
Prostituzione, punire i clienti E i prefetti potranno espellere i rom Non solo la multa, ma anche l'imbarazzo del verbale inviato a casa. E poi ancora divieto di prostituzione in determinate zone delle città, in particolare vicino ai luoghi di culto e a quelli frequentati dai bambini. E ancora, espulsioni più facili per i cittadini comunitari, in particolare i rom, dei quali c'è «un vero e proprio esodo» dalla Romania, rafforzare la certezza della pena, dare più risorse e forze fresche per le forze dell'ordine. Questo il piano esposto ieri dal ministro degli Interni Giuliano Amato ieri alla Commissione Affari costituzionali del Senato in attesa del «pacchetto sicurezza» che dovrebbe essere pronto tra qualche settimana. Ma le perplessità sono molte, a partire dalle proposte sulla prostituzione. I primi a non essere convinti delle proposte del ministro sono associazioni cattoliche come la Caritas, che temono che in questo modo la prostituzione si trasferisca in luoghi incontrollabili e nascosti oppure al chiuso. Sull'argomento c'è da alcuni mesi al lavoro un Osservatorio, presieduto dal sottosegretario all'Interno, Marcella Lucidi, cui partecipano diverse associazioni, con il compito di fornire al ministro una relazione sull'argomento che tenga insieme le ragioni di tutti i soggetti interessati. Una mediazione - attesa a giorni - che potrebbe essere in linea con quanto proposto oggi dal ministro. Amato, da parte sua, ha ricordato che «azioni repressive contro questa comunità servono più in Romania, da dove è in atto un vero e proprio esodo di rom che scappano da condizioni di non vita. Lo abbiamo detto anche oggi al rappresentante del governo rumeno». Ed essendo la Romania entrata nell'Unione europea, si pensa a rendere più agevole l'espulsione, dando ai prefetti il potere di espellere i cittadini comunitari per motivi di sicurezza pubblica, che ora è in capo al ministro.
Genova G8: dirigente Digos non vide, non sentì, non parla
Non ha visto violenze nella caserma di Bolzaneto: la situazione era difficile ma tutto è proceduto regolarmente. Ha anche comprato di tasca sua dell’acqua da distribuire ai fermati. Però qualche collega alzò la voce, qualcun altro spruzzò gas urticante nelle celle. Alessandro Perugini ( nella foto con la maglia gialla), vicecapo della Digos genovese durante le giornate del G8 a Genova nel 2001, respinge ogni addebito. È stato il primo dei 45 imputati - tra poliziotti, penitenziaria, carabinieri e personale medico - ad essere sentito nel processo appena aperto sugli episodi di violenza denunciati da decine di persone fermate e portate in quella caserma. Decine di testimonianze parlano di atmosfera da “dittatura cilena” ma tant’è. Quello che all’epoca era il massimo dirigente della polizia a Bolzaneto è accusato di abuso d'ufficio, abuso d'autorità contro detenuti o arrestati e di non aver impedito che alcuni manifestanti venissero picchiati o maltrattati. «Non ho sentito urlare né ho visto episodi di violenza »Durante l'interrogatorio del pm Patrizia Petruzziello, iniziato intorno alle 11 e 30 di martedì e durato poco più di due ore, Perugini ha risposto a tutte le domande. Dalle sue parole si ricaverebbe che nulla sia avvenuto in quelle stanze. Degli episodi gravissimi di umiliazioni e percosse ribaditi da decine di manifestanti italiani e stranieri insomma non ci sarebbe traccia. «Dalla mia postazione non ho sentito urlare nè ho visto episodi di violenza avvenire nei corridoi» ha dichiarato al magistrato. «All'inizio non era previsto un servizio di vigilanza dei fermati - ha spiegato - Nelle prime ore del venerdì pomeriggio (20 luglio 2001) arrivò una disposizione dell'ufficio di Gabinetto che ordinava agli agenti che accompagnavano i fermati anche di sorvegliarli. Sabato (21 luglio 2001) un contingente di carabinieri venne deputato alla sorveglianza e nella notte, quando andai via, non mi interessai più della questione». «Non mi sono chiesto perché stessero volto e mani rivolti al muro»Qualcosa però combacia con alcune deposizioni di chi si trovò in quelle celle. Perugini ricorda che durante tutte quelle ore trascorse a Bolzaneto solo «in due circostanze ho avuto accesso alle celle» e che, in entrambe le occasioni, «ho visto all'interno di ciascuna cella una decina di persone, con il volto e le mani rivolte verso il muro. Non ricordo di aver visto donne. Non mi sono chiesto il perchè stessero in quella posizione, non mi ha colpito quella circostanza».Solo «un collega alzò la voce». E “altri” «spruzzarono gas urticante nelle celle»«Ricordo un episodio in cui un collega stava alzando la voce contro un fermato e sono intervenuto per dirgli di calmarsi - ha ricostruito. - Non ricordo il nome del fermato. Doveva fare una inalazione per l'asma e dissi che non c'erano problemi. Mi chiesero l'autorizzazione e la diedi» ha spiegato. Anzi, quando poteva dava una mano. Ricorda di aver soccorso un manifestante telefonando al padre col proprio cellulare, di essere intervenuto quando furono spruzzati gas urticanti in una delle celle dall'esterno. Anche se poi «non ho fatto nessun nota perchè nell'immediatezza c'erano tante cose da fare, ma informai la mia collega Anna Poggi».Lui intanto acquistava di tasca propria bottigliette di acqua minerale per i fermati: «Ho fatto arrivare del cibo e dell'acqua per i nostri e ho fatto distribuire una cassa d'acqua, erano bottigliette da mezzo litro, anche ai detenuti nelle celle. Ho valutato da solo che ce ne fosse bisogno perchè faceva caldo».
Le identificazioni e i cittadini stranieriQuanto alle denunce di tanti ragazzi stranieri che (come gli italiani) non hanno potuto chiamare il loro consolato, un avvocato o semplicemente a casa, Perugini precisa: «Se gli stranieri lo richiedevano venivano sempre avvisati i consolati con moduli plurilingue». Però ammette che ci furono dei ritardi protratti nell’identificazione, tant’è che per due giorni alcuni reclusi denunciano di essersi sentiti tagliati fuori dal mondo senza poter dare notizie di se all’esterno della caserma: «I tempi di identificazione dei fermati si allungarono in modo esponenziale rispetto alle nostre previsioni», ha detto e conclude: «Il clima era caldo».
«Ricordo solo Marco Mattana. Per motivi personali»«La situazione era difficile ma conservavo la mia lucidità. Le persone venivano accompagnate sotto braccio. Ricordo di aver visto una persona ammanettata e di aver detto di togliergli le manette. Eravamo dentro la caserma e non c'era alcun pericolo di fuga - ha ripetuto Perugini. - Non ho mai visto neanche minorenni dentro la caserma, ricordo soltanto Mattana. Mi è rimasto impresso per motivi personali». Marco Mattana aveva 15 anni nel 2001, era uno studente di Ostia arrivato nel capoluogo ligure per manifestare. Le sue immagini hanno fatto il giro delle tv perché tra i pestaggi della polizia per le strade di Genova fu uno dei più agghiaccianti: il minorenne venne preso a calci da Perugini e da altri poliziotti il 21 luglio. Il ragazzo, con il volto tumefatto, alla fine riuscì ad uscire dal cerchio e si avvicinò supplicante alla videocamera che lo riprendeva. Per qual pestaggio ingiustificato, documentato in più di un video, Perugini insieme ai colleghi è indagato anche in un altro procedimento.
Canada: Sospetta morte di un italiano in un carcere canadese
Si tratta di un giovane imprenditore siciliano. Fermato e forse colpito con una pistola elettrica, è morto il giorno dopo.E' morto dopo aver trascorso una notte in cella nel tranquillo Quebec, e ora i genitori, arrivati ieri dalla Sicilia, chiedono «verità». L'uomo, Claudio Castagnetta, 32 anni, era emigrato in Canada da Palermo nel 2002. Come riporta il quotidiano Le Soleil, Castagnetta era noto negli ambienti artistici del Quebec. Si era laureato in Italia e poi diplomato in marketing all'università di Laval in Quebec, ed era membro del consiglio di amministrazione della società Promotions Recto-Verso. Aveva ricoperto il ruolo di direttore esecutivo dell'ufficio del Quebec della Camera di commercio italiana in Canada da marzo a ottobre 2006. Secondo la cyberpresse, Castagnetta negli ultimi tempi soffriva di depressione.L'uomo è stato fermato dalla polizia municipale di Quebec City, dove vivono circa 500 mila persone, il 18 settembre. Non sono chiari i motivi, stando alla polizia di Quebec city l'uomo aveva un comportamento aggressivo e confuso, tanto che la polizia ha utilizzato la pistola elettrica. Poi è stato trasportato nel centro di detenzione. Il giorno successivo è stato portato per una prima udienza in tribunale. Alla fine, mentre veniva condotto in cella, ha chiesto di essere condotto in infermeria perché stava male. E' morto qualche ora dopo, alle 14 del 20 settembre. Anche il portavoce della Surété Quebec, la polizia provinciale, ha ammesso che «il detenuto era gravemente ferito alla testa e che le ferite - ha precisato - non erano compatibili con la pistola elettrica. I traumi erano molto gravi». La polizia provinciale ha aperto un'inchiesta sull'operato della polizia municipale di Quebec city e sugli agenti carcerari della prigione locale. Il portavoce della polizia provinciale québécois ha dichiarato che nell'inchiesta sono coinvolte due persone. Le ferite a Castagnetta potrebbero essere state inferte da agenti carcerari o da poliziotti. La terza possibilità è quella attualmente considerata la ragione ufficiale: Castagnetta avrebbe sbattuto la testa contro il muro durante la notte nella cella di isolamento dove era stato rinchiuso. In passato, negli anni Settanta, la polizia del Quebec era nota per avere metodi spicci e violenti.
fonte: il manifesto
25 settembre 2007
Busto Arsizio: Insulti al reduce dei lager: "Sporco partigiano"
Angioletto Castiglioni, 84 anni, testimone della barbarie nazista, aggredito verbalmente in pieno centro da un gruppo di giovani neonazisti. Insulti al reduce dei lager: “Sporco partigiano”A Busto, volenti o nolenti, si dovranno fare ancora a lungo i conti con neonazismo e dintorni, anche dopo il voto del consiglio comunale che sembrava aver sopito la questione con l’unanime condanna delle ideologie totalitarie. Sabato verso le ore 20 in pieno centro, in via Milano, Angioletto Castiglioni, 84enne partigiano e reduce dei lager nazisti, ha subito un’aggressione verbale da parte di una ventina di ragazzotti di estrema destra, per la maggior parte teste rasate, molti con svastiche tatuate sulle braccia o sul collo. «Sporco partigiano» gli ha sibilato in faccia uno di loro, con neanche un quarto dei suoi anni sulle spalle. Un insulto cui l’ex combattente della guerra di Liberazione ha risposto a testa alta ricordando il suo passato di combattente senza macchia, torturato e deportato nei campi della morte, a Flossenbürg. A due riprese il branco ha stretto da presso Castiglioni, già bersaglio anni fa di facinorosi. Solo l’intervento del capo dei naziskin, un giovane descritto come particolarmente alto e robusto, ha impedito che all’anziano reduce della Resistenza venissero messe le mani addosso.
Angioletto Castiglioni non desidera commentare quanto accaduto, anzi non voleva neppure che questa storia emergesse: non lui, che non desidera si faccia eccessiva pubblicità a questi comportamenti, ma altri hanno fatto giungere la notizia alla stampa. Lo si è dovuto convincere perchè presentasse un’informativa alla Digos in Commissariato. Del resto il suo, e lo ha ripetuto spesso a chi lo conosce, non vuole essere un ruolo di vittima, ma di testimone per chi non c’è più, per chi non tornò, per chi passò per il camino.
Cosenza: Riprende il processo al Sud ribelle
E' ripreso, dopo la pausa estiva, il processo al Sud ribelle. Il processo era stato avviato in seguito alle indagini condotte dalla procura di Cosenza. L'accusa formulata per i tredici imputati è quella di associazione sovversiva. Sul banco dei testimoni, tra gli altri, Enzo Mangini, giornalista di Carta, Giovanni Russo Spena, capo gruppo di Rifondazione comunista al Senato, Grazielle Mascia, vicepresidente del gruppo Prc alla Camera dei deputati e Ramon Mantovani, deputato dello stesso partito. Durante il suo interrogatorio la vice capogruppo del Prc alla Camera ha tra l'altro detto: "Ricordo, che prima dell'omicidio Giuliani, ero vicino a Franco Giordano, all'epoca capo gruppo alla Camera, a cui chiesi, preoccupata da veri segnali di allarme che arrivavano, di telefonare al ministro dell'Interno Claudio Scajola per sapere se era vero che le forze dell'ordine avevano intrapreso la via degli scontri con cariche continue. La risposta di Scajola fu: 'non ci sono problemi, non c'è stata nessuna carica, la situazione è tutta sotto controllo'". "Di lì a poco - ci fu la morte di Giuliani, preceduta da almeno due ore di scontri, quindi suppongo - ha detto ancora Graziella Mascia - che il ministro abbia mentito al telefono con Giordano". Ma la deposizione di Mascia si arricchisce di ulteriori dettagli, come quello che a suo avviso "durante gli scontri vennero usati dalle forze dell'ordine 6200 candelotti lacrimogeni, ed un gas del tipo Cs che è vietato in tutta Europa, perché particolarmente penetrante".Gorizia. Dopo la rivolta al Cpt, rimpatriati 50 egiziani
Sono stati rimpatriati con un volo decollato alle 2.45 dall'aeroporto di Trieste-Ronchi dei Legionari i cinquanta immigrati egiziani che la scorsa notte avevano dato vita a una sommossa nel Cpt di Gradisca d'Isonzo (Gorizia) proprio per tentare di sottrarsi al rimpatrio. Sono stati imbarcati su un velivolo delle linee aeree egiziane e affidati alle autorità di polizia egiziane. E' stata intanto dimessa la bambina eritrea di 8 mesi che era stata trasportata all'ospedale di Gorizia per aver respirato il gas dei lacrimogeni sparati dalle forze dell'ordine. La bambina e la madre sono ora nella sezione del Cpt gradiscano riconvertita a centro di prima accoglienza, dove per entrambe sembra sia stato avanzato il procedimento per l'ottenimento dello status di rifugiate.24 settembre 2007
Tentativo di fuga da un Cpt Immigrati bloccati con i lacrimogeni
E' successo a Gradisca d'Isonzo (Gorizia) ed è la terza volta in meno di un meseI gas hanno provocato disturbi a una bambina di sei mesi che si trovava nel Cpa accantoUna ventina di immigrati clandestini egiziani hanno tentato di fuggire, la scorsa notte, per la terza volta in meno di un mese, dal Cpt (Centro di Permanenza Temporanea) di Gradisca d'Isonzo. Saliti sui tetti della struttura, sono stati bloccati da polizia e carabinieri, che hanno sparato lacrimogeni. Alcuni immigrati sono rimasti feriti o contusi. I lacrimogeni hanno provocato disturbi non gravi anche a una bimba di sei mesi che, insieme alla mamma, si trovava nel Cpa (il Centro di Accoglienza che si trova nella stessa struttura del Cpt). La bimba è stata soccorsa e trasportata in ospedale; le sue condizioni non destano preoccupazioni. Il tentativo di fuga è cominciato poco dopo le 22. Gli immigrati hanno tentato di fuggire dalle stanze nelle quali si trovavano, riuscendo a raggiungere l'esterno dei fabbricati, ma non a uscire dal Cpt che, dopo i tentativi di fuga delle settimane scorse, è tenuto sotto stretta sorveglianza dalle forze dell'ordine. Il gruppo di egiziani, ai quali si sono man mano uniti altri immigrati, è quindi salito sui tetti, cominciando una rumorosa protesta, senza comunque desistere dal tentativo di fuga. Sono rientrati solo dopo lo sparo dei lacrimogeni e una volta dentro, però, hanno cominciato a danneggiate suppellettili e arredi. Un nuovo intervento delle forze dell'ordine ha indotto gli immigrati a desistere dall'iniziativa. Nella struttura - sempre secondo le informazioni trapelate finora - la calma è tornata dopo la mezzanotte.
fonte: La Repubblica
Ferrara, duecento persone al presidio per Federico Aldrovandi
Quasi duecento persone ieri in Via dell'Ippodromo a Ferrara, al presidio in occasione del secondo anniversario dell'omicidio di Federico Aldrovandi, avvenuto il 23 settembre 2005 a seguito di un fermo di Polizia. Il presidente della Camera Fausto Bertinotti ha incontrato i genitori del giovane a Palazzo dei Diamanti, mentre il sindaco Gaetano Sateriale ha fatto una breve e imbarazzata apparizione. Durante la commemorazione sono state lette alcune poesie.Per il prossimo 19 ottobre è previsto l'inizio del processo contro i poliziotti che quella notte fermarono Federico, portandolo alla morte.
fonte: zero in condotta
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Processo Diaz: Altre piccole menzogne svelate

"Guardi che queste mazze e questi picconi sono grossi, perché non portate via tutto, che non vorrei che poi ci accusassero di nascondere delle armi". E' la frase ironica che Anna Pizzo, ora consigliere regionale del Lazio e all'epoca del G8 responsabile del gruppo di comunicazione del Genoa Social Forum, rivolge al funzionario della provincia che le sta consegnando la scuola Diaz e le due stanze contenenti il materiale da cantiere per la ristrutturazione dello stesso istituto. Durante l'udienza di oggi Anna Pizzo ha confermato che le famose armi attribuite ai 93 arrestati (di cui 61 feriti) presenti alla scuola Diaz, non erano altro che materiali di un cantiere edile presente nella scuola: un altro alibi per i pestaggi della polizia che viene smentito, un'altra bugia svelata. Non è la sola: le difese dei 29 poliziotti accusati di lesioni, falso ideologico e calunnia, hanno spesso cercato di dimostrare che la scuola fosse effettivamente piena di black bloc - come se questo bastasse a giustificare un massacro come quello avvenuto - usando una telefonata che segnalava la presenza di persone del blocco nero alla Diaz nel pomeriggio del sabato. Anna Pizzo ha fatto luce (come già altri in precedenza) sull'origine di questa telefonata: "c'erano dieci ragazzi giovani, effettivamente mascherati di nero, che per qualche minuto si sono accampati vicino al media center, forse sperando di entrare senza pass che veniva dato a tutti coloro che ne facevano richiesta, ma senza non si entrava". Equivoco risolto, nonostante il tentativo malizioso dei difensori degli imputati di riportarlo in auge in tribunale. L'ex redattrice di Carta poi, come anche i due avvocati presenti come testimoni in questa centoseiesima udienza, ha confermato la presenza di un ufficio legale al primo piano della scuola Pascoli in cui venivano raccolte testimonianze e dati anagrafici delle persone che avrebbero poi dovuto essere ricontattate per redigere le denunce. Tutto materiale sparito durante la perquisizione illegale, mentre gli avvocati accorsi venivano strattonati e "fisicamente impediti a prestare servizio presso le persone che li avevano nominati per assistere alla perquisizione in atto" (le parole sono dell'avvocato Alessandra Ballerini). Così come gli hard disk del computer usato dagli avvocati e le videocassette che riprendevano in parte l'irruzione in corso. Le bugie hanno le gambe corte, e in aula il percorso per disvelarle è più lento di quello che occorre alle persone che hanno visto le scene della notte cilena alla Diaz, per rendersi conto che qualcosa non quadra e che qualcuno ne dovrà rispondere.
Firenze: corteo e sciopero della fame antirazzista
Ieri mattina un corteo ha sfilato contro i relatori della Conferenza nazionale sull'immigrazione per dire «no al pacchetto sicurezza delgoverno, no ai sindaci-sceriffi». E don Alessandro Santoro ha iniziato uno sciopero a staffetta contro l'ordinanza dell'assessore CioniNovembre 2002. A Palazzo Vecchio c'è Domenici e Firenze accoglie migliaia e migliaia di attivisti per il Forum Sociale Europeo. Anche la Firenze "bene" scende in piazza per la pace in una manifestazione pacifica che inonda le strade sfilando tra i palazzi colorati dalle bandiere arcobaleno: al diavolo la Fallaci e i profeti di disordini e sventura. Settembre 2007. A Palazzo Vecchio c'è sempre Domenici, ma ora Firenze ha paura. Del diverso, dello straniero. Si fa forte dell'ordinanza dell'assessore Cioni e se la prende con i lavavetri. Li lascia soli e quasi se ne vanta. E così ieri in circa duemila, per la maggior parte rom, senegalesi, etiopi più alcuni collettivi organizzati e rappresentanti del Prc e i partiti della sinistra, sono scesi in piazza per portare fischi (pacifici) fin davanti a Palazzo Vecchio, dov'era in corso la conferenza sull'immigrazione con il ministro Amato e lo stesso Domenici. In piazza forse anche per chiedersi: cosa è successo rispetto a cinque anni fa?Al diavolo la scarsa partecipazione del ‘fiorentino medio'. Un corteo composto per la maggior parte di extracomunitari, quelli che a Firenze alloggiano nelle case occupate (sotto sgombero per ora congelato) del Luzzi, è comunque un successo. In piazza, contro l'ordinanza anti-lavavetri (dei quali ormai non c'è nemmeno l'ombra ai semafori), ma anche per il diritto al lavoro, all'abitare, all'istruzione, per la solidarietà e l'integrazione. Contro la paura. "Noi non conosciamo il razzismo". Lo striscione di testa non si vede bene se non ti avvicini. Sfila basso, quasi striscia sull'asfalto. A portarlo ci sono Jorin, Florin, Sorin, Ana e altri, nomi bene in vista sui cartelli che portano al collo. Età compresa tra i 5 e gli 8 anni. Sono i bambini del Luzzi e chi pensa ad una strumentalizzazione dei piccoli da parte dei grandi si fermi subito. Jorin e i suoi amici hanno una rivendicazione ben specifica: un servizio bus che li porti a scuola, dato che abitano a dieci chilometri dalla città e dato che quando lo hanno avuto è stato per la "carità" di qualche associazione di volontariato. "Fermate Domenici" e anche un ironico "Basta strac-Cioni", si legge qualche metro più in là. Molte le sigle presenti al corteo: Prc, Cobas, Movimento di lotta per la casa, Comitato per la Costituzione, Movimento antagonista toscano, le comunita' di immigrati, Comunità delle Piagge, Emergency, Comitato Fermiamo la guerra. C'è il prete don Alessandro Santoro, che da venerdì è in sciopero della fame contro l'ordinanza Cioni, in collegamento con un neonato blog: "digiunoastaffetta". C'è lo storico Paul Ginsborg, impegnato in un percorso unitario della sinistra fiorentina che proprio questo weekend svolge una tre giorni di dibattiti. C'è Bruno Paladini del Movimento Antagonista Toscano che annuncia l'occupazione simbolica dei monumenti di Firenze «se non saremo ascoltati». Cosa è successo dal 2002 ad oggi?Succede che qualcuno a Firenze prova a resistere e a sfondare l'ansia securitaria della maggioranza in municipio e nella città. Qualcuno che si fa vedere in piazza, ma non solo. C'è anche chi non si presenta con nome e cognome, ma che prova a reagire e a fare comunicazione. Succede così che su molti palazzi, tra le ormai rare bandiere arcobaleno, campeggi una scritta: "Cioni ti odia". La vedi ovunque, non è dato conoscerne la paternità, ma in città c'è chi la ricollega a gruppi di attivisti anonimi che in passato si sono fatti vivi con iniziative simili. "Cioni ti odia", non "Cioni ti odio": semplice e schietto avvertimento di sapore nonviolento.Segni che nel Palazzo Vecchio non recepiscono. Invitato dai giornalisti a commentare la manifestazione dei lavavetri, il ministro Amato glissa in modo anche volgare: «Non rispondo su temi che non riguardano il convegno, sono qui per parlare di integrazione, non mi occupo di lavastoviglie». Domenici poi ne approfitta per mirare dritto al cuore del problema, attaccando la sinistra radicale, che in consiglio comunale a Firenze si è mossa unita contro l'ordinanza Cioni (nonostante che il Prc sia all'opposizione, mentre Sd, Verdi e Pdci sono in maggioranza). «Mi chiedo - dice il sindaco - se oggi ci siano ancora le condizioni per continuare a governare insieme».E' il benvenuto per Franco Giordano, Oliviero Diliberto, Titti Di Salvo, Alfonso Pecoraro Scanio arrivati in città nel pomeriggio di ieri per la seconda giornata di dibattiti organizzati dalla sinistra "unita e plurale" fiorentina. «Quanto ancora Catilina abuserà della nostra pazienza?"», è una delle domande del confronto alla Flog. Cioè: la sinistra può ancora stare al governo con questo Partito Democratico? La citazione di Cicerone fa sbilanciare anche l'ex diessina Di Salvo: «E' difficile stare al governo con chi caccia i lavavetri». «Domenici è come Rutelli, come Mastella, come Di Pietro: ci vogliono espellere come corpi estranei da un centrosinistra che così diventa centro», dice il segretario del Pdci. «Se facessi come Massimo Cacciari e dessi del matto a Domenici saremmo già alla crisi di governo - risponde il segretario del Prc - Veniamo dallo stesso ceppo che voleva contrastare la povertà. Ora loro contrastano i poveri. Cosa è successo?». Dalla platea urlano che nel 2002 Domenici ha accolto il popolo noglobal solo «perché in vista c'erano le elezioni». Oggi, Giordano avverte Domenici: «Se lo fai per fini elettorali, sappi che alla copia la gente preferisce la destra originale». Per il segretario di Rifondazione il punto è «la costruzione culturale del Piddì, tutta piegata sul governo, sull'acquisizione del palazzo d'inverno. Possiamo vincere se ricostruiamo il legame sociale. Dobbiamo riempire le piazze, non semplicemente con le notti bianche». Il pensiero va al 20 ottobre che serve per chiedere che «il governo rispetti il popolo che lo ha votato e il programma». «Guardate che ci conteranno - dice Diliberto - Dovete venire in massa, altrimenti la Finanziaria la faranno come vogliono loro». Nonostante il documento unitario presentato da Prc, Sd, Verdi e Pdci a Prodi, «inizio della produzione di idee della sinistra», sottolinea Di Salvo. Sul 20 ottobre la platea fiorentina applaude, ma vuole di più e lo ha mandato a dire ai leader già venerdì scorso, nel primo dibattito della tre giorni coordinato da Ginsborg. Osare di più della federazione della sinistra, organizzare una costituente per fondere le identità e garantire la partecipazione. Come si risponde?Diliberto è diretto: «Questo è l'ultimo dibattito sull'unità a sinistra al quale partecipo. A furia di dibattiti si muore. Dobbiamo fare un passo avanti». Cioè «riunioni operative per individuare come si fa, non quando si fa l'unità a sinistra». Le proposte: «Forme che garantiscano la partecipazione di tutti, una testa un voto per eleggere i propri rappresentanti; organismi composti per il 50 per cento da entrambi i sessi e dopo due mandati si "scende" tutti dal Parlamento, a cominciare da me». Per Di Salvo la ricetta è: «Organizzare insieme una campagna d'ascolto nel paese, coordinare i gruppi parlamentari, avere l'ambizione di costruire, nel percorso unitario, un nuovo gruppo dirigente». Per Pecoraro c'è bisogno di «contenuti». Guardate il Partito Democratico, è l'invito del leader dei Verdi: «Non hanno contenuti forti che aggreghino. Il risultato è che in Senato dal Pd sono nati quattro nuovi gruppi: Sd, l'Ulivo e poi quello di Dini, quello di Bordon e Manzione». Insomma, «frammentazione». Invece, la sinistra deve porsi l'obiettivo di individuare «le sue dieci grandi riforme» e di «aggregare non solo chi sta fuori dal Pd, ma puntando a non essere marginali nel centrosinistra». Giordano: "«Rifondazione si mette a disposizione per un soggetto unitario e plurale che entro l'anno vivrà la sua assise fondativa con gli stati generali della sinistra». Quindi, la risposta ad Asor Rosa, rammaricato al dibattito di venerdì scorso per il fallimento della "sua" Camera di consultazione. I tentativi di unità sperimentati in passato sono falliti per un «vizio verticistico», dice Giordano. Adesso, la federazione è il primo passo verso una «sinistra pacifista, antiliberista, laica, ambientalista che investa nella partecipazione», che combatta «passività e americanizzazione», che si sappia contrapporre ai «Mastella che sognano Casini nel governo, ai Letta che flirtano con Tremonti. Ma allora la destra vera - domanda il segretario del Prc - chi dovrebbe avere al governo? Jack lo squartatore?». Risate in platea, ma nemmeno troppe. Perché si sa: potrebbe non esserci un'altra occasione, sulla Finanziaria 2008 si pone un problema di "efficacia" della sinistra. Il ministro Paolo Ferrero, alla Flog in mattinata, mantiene la calma e provoca gli alleati di governo: «I punti che poniamo non hanno contraddizioni nell'Unione. Avete mai sentito qualcuno che dica di prendere ai poveri per dare ai ricchi come faceva il governo Berlusconi? No. Dunque, si può trovare l'accordo e se questo governo farà una Finanziaria buona potrà tenere perché ricostruirà il rapporto di fiducia con gli elettori».
fonte: Liberazione
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22 settembre 2007
PAVIA CONTRO IL RAZZISMO E L’INTOLLERANZA
Nelle ultime settimane la provincia di Pavia è stata teatro di numerosi episodi violenti di stampo xenofobo e razzista che hanno colpito le famiglie Rom sgomberate dall’area ex-Snia. Questi fenomeni sono frutto non solo dell’intolleranza sempre più radicata in larghi strati della società, ma anche dell’incapacità delle istituzioni, sia locali che nazionali, di gestire le richieste di accoglienza e integrazione, forse troppo prese ad assecondare le mire di piccoli e grandi speculatori. I migranti sono una risorsa, non un’emergenza. Per questo è necessario superare completamente le vecchie politiche sull’immigrazione rifiutando la logica del mero assistenzialismo, o peggio, dell’ordine pubblico, e attuando progetti d’integrazione a lungo termine che permettano ai cittadini migranti di avere un lavoro, una casa e una scuola per i bambini. Siamo convinti che questa sia l’unica via per garantire a tutti i migranti pari diritti, pari doveri e pari opportunità. Denunciamo inoltre il lassismo di chi avrebbe dovuto vigilare per evitare che episodi come quelli avvenuti a Pieve Porto Morone potessero ripetersi per più giorni nella totale impunità. Esigiamo che venga applicata la Legge Mancino per impedire il radicarsi, attraverso l’apertura di sedi e l’organizzazione di manifestazioni razziste, di movimenti dichiaratamente fascisti e xenofobo come Forza Nuova. Non è più possibile rimanere a guardare,fermiamo ora la caccia alle streghe!MANIFESTAZIONE REGIONALE ANTIRAZZISTA PER I DIRITTI DEI MIGRANTI ED IN SOLIDARIETA’ ALLE FAMIGLIE ROM SABATO 29 SETTEMBRE h.14 – PIAZZA DELLA STAZIONE –PAVIA
per adesioni e/o info: 29settembrepv@gmail.com tel.3393759156
Prime adesioni:
Italia dei Valori – segreteria provinciale Pavia
Partito dei Comunisti Italiani – Comitato Regionale Lombardo e Federazione di Pavia
Partito della Rifondazione Comunista - Comitato Regionale Lombardo e Federazione di Pavia
Federazione Giovanile Comunisti Italiani – coord. regionale e federazione Pavia
Giovani Comunisti/e- coord.regionale e federazione di Pavia
C.s.a. Barattolo –Pavia
Comitato in Difesa della Scuola Pubblica- Pavia
Cicolofficina popolare “I ciclopi” –Pavia
KronstadtOfficina Multimediale Pavese
Genova G8: Minacciata avvocato difensore dei manifestanti

«Se tu difendi quelle merde del Social forum, ti ammazziamo come stiamo ammazzando loro». E' questa la frase con la quale l'avvocato Alessandra Ballerini sarebbe stata minacciata la notte della Diaz. La legale del forum l'ha rievocata ieri al processo per l'irruzione nella scuola Diaz. Ballerini ha aggiunto che si era recata alla sede del Genoa social forum la notte dell'irruzione perché chiamata al telefono cellulare da un medico che in tono atterrito le aveva detto: «Vieni, che ci stanno ammazzando tutti». L'avvocato ha anche spiegato, rispondendo ai legali di parte civile, che con i colleghi del Legal social forum facevano dei turni dentro la scuola perchè temevano irruzioni improvvise della polizia dopo aver documentato infiltrazioni di agenti tra i black bloc. Tra le deposizioni di ieri, anche quella della giornalista di Carta Anna Pizzo.
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