25 settembre 2007

Busto Arsizio: Insulti al reduce dei lager: "Sporco partigiano"

Angioletto Castiglioni, 84 anni, testimone della barbarie nazista, aggredito verbalmente in pieno centro da un gruppo di giovani neonazisti. Insulti al reduce dei lager: “Sporco partigiano”

A Busto, volenti o nolenti, si dovranno fare ancora a lungo i conti con neonazismo e dintorni, anche dopo il voto del consiglio comunale che sembrava aver sopito la questione con l’unanime condanna delle ideologie totalitarie. Sabato verso le ore 20 in pieno centro, in via Milano, Angioletto Castiglioni, 84enne partigiano e reduce dei lager nazisti, ha subito un’aggressione verbale da parte di una ventina di ragazzotti di estrema destra, per la maggior parte teste rasate, molti con svastiche tatuate sulle braccia o sul collo. «Sporco partigiano» gli ha sibilato in faccia uno di loro, con neanche un quarto dei suoi anni sulle spalle. Un insulto cui l’ex combattente della guerra di Liberazione ha risposto a testa alta ricordando il suo passato di combattente senza macchia, torturato e deportato nei campi della morte, a Flossenbürg. A due riprese il branco ha stretto da presso Castiglioni, già bersaglio anni fa di facinorosi. Solo l’intervento del capo dei naziskin, un giovane descritto come particolarmente alto e robusto, ha impedito che all’anziano reduce della Resistenza venissero messe le mani addosso.
Angioletto Castiglioni non desidera commentare quanto accaduto, anzi non voleva neppure che questa storia emergesse: non lui, che non desidera si faccia eccessiva pubblicità a questi comportamenti, ma altri hanno fatto giungere la notizia alla stampa. Lo si è dovuto convincere perchè presentasse un’informativa alla Digos in Commissariato. Del resto il suo, e lo ha ripetuto spesso a chi lo conosce, non vuole essere un ruolo di vittima, ma di testimone per chi non c’è più, per chi non tornò, per chi passò per il camino.

Cosenza: Riprende il processo al Sud ribelle

E' ripreso, dopo la pausa estiva, il processo al Sud ribelle. Il processo era stato avviato in seguito alle indagini condotte dalla procura di Cosenza. L'accusa formulata per i tredici imputati è quella di associazione sovversiva. Sul banco dei testimoni, tra gli altri, Enzo Mangini, giornalista di Carta, Giovanni Russo Spena, capo gruppo di Rifondazione comunista al Senato, Grazielle Mascia, vicepresidente del gruppo Prc alla Camera dei deputati e Ramon Mantovani, deputato dello stesso partito. Durante il suo interrogatorio la vice capogruppo del Prc alla Camera ha tra l'altro detto: "Ricordo, che prima dell'omicidio Giuliani, ero vicino a Franco Giordano, all'epoca capo gruppo alla Camera, a cui chiesi, preoccupata da veri segnali di allarme che arrivavano, di telefonare al ministro dell'Interno Claudio Scajola per sapere se era vero che le forze dell'ordine avevano intrapreso la via degli scontri con cariche continue. La risposta di Scajola fu: 'non ci sono problemi, non c'è stata nessuna carica, la situazione è tutta sotto controllo'". "Di lì a poco - ci fu la morte di Giuliani, preceduta da almeno due ore di scontri, quindi suppongo - ha detto ancora Graziella Mascia - che il ministro abbia mentito al telefono con Giordano". Ma la deposizione di Mascia si arricchisce di ulteriori dettagli, come quello che a suo avviso "durante gli scontri vennero usati dalle forze dell'ordine 6200 candelotti lacrimogeni, ed un gas del tipo Cs che è vietato in tutta Europa, perché particolarmente penetrante".

Gorizia. Dopo la rivolta al Cpt, rimpatriati 50 egiziani

Sono stati rimpatriati con un volo decollato alle 2.45 dall'aeroporto di Trieste-Ronchi dei Legionari i cinquanta immigrati egiziani che la scorsa notte avevano dato vita a una sommossa nel Cpt di Gradisca d'Isonzo (Gorizia) proprio per tentare di sottrarsi al rimpatrio. Sono stati imbarcati su un velivolo delle linee aeree egiziane e affidati alle autorità di polizia egiziane. E' stata intanto dimessa la bambina eritrea di 8 mesi che era stata trasportata all'ospedale di Gorizia per aver respirato il gas dei lacrimogeni sparati dalle forze dell'ordine. La bambina e la madre sono ora nella sezione del Cpt gradiscano riconvertita a centro di prima accoglienza, dove per entrambe sembra sia stato avanzato il procedimento per l'ottenimento dello status di rifugiate.

24 settembre 2007

Tentativo di fuga da un Cpt Immigrati bloccati con i lacrimogeni

E' successo a Gradisca d'Isonzo (Gorizia) ed è la terza volta in meno di un meseI gas hanno provocato disturbi a una bambina di sei mesi che si trovava nel Cpa accanto

Una ventina di immigrati clandestini egiziani hanno tentato di fuggire, la scorsa notte, per la terza volta in meno di un mese, dal Cpt (Centro di Permanenza Temporanea) di Gradisca d'Isonzo. Saliti sui tetti della struttura, sono stati bloccati da polizia e carabinieri, che hanno sparato lacrimogeni. Alcuni immigrati sono rimasti feriti o contusi. I lacrimogeni hanno provocato disturbi non gravi anche a una bimba di sei mesi che, insieme alla mamma, si trovava nel Cpa (il Centro di Accoglienza che si trova nella stessa struttura del Cpt). La bimba è stata soccorsa e trasportata in ospedale; le sue condizioni non destano preoccupazioni. Il tentativo di fuga è cominciato poco dopo le 22. Gli immigrati hanno tentato di fuggire dalle stanze nelle quali si trovavano, riuscendo a raggiungere l'esterno dei fabbricati, ma non a uscire dal Cpt che, dopo i tentativi di fuga delle settimane scorse, è tenuto sotto stretta sorveglianza dalle forze dell'ordine. Il gruppo di egiziani, ai quali si sono man mano uniti altri immigrati, è quindi salito sui tetti, cominciando una rumorosa protesta, senza comunque desistere dal tentativo di fuga. Sono rientrati solo dopo lo sparo dei lacrimogeni e una volta dentro, però, hanno cominciato a danneggiate suppellettili e arredi. Un nuovo intervento delle forze dell'ordine ha indotto gli immigrati a desistere dall'iniziativa. Nella struttura - sempre secondo le informazioni trapelate finora - la calma è tornata dopo la mezzanotte.


Ferrara, duecento persone al presidio per Federico Aldrovandi

Quasi duecento persone ieri in Via dell'Ippodromo a Ferrara, al presidio in occasione del secondo anniversario dell'omicidio di Federico Aldrovandi, avvenuto il 23 settembre 2005 a seguito di un fermo di Polizia. Il presidente della Camera Fausto Bertinotti ha incontrato i genitori del giovane a Palazzo dei Diamanti, mentre il sindaco Gaetano Sateriale ha fatto una breve e imbarazzata apparizione. Durante la commemorazione sono state lette alcune poesie.
Per il prossimo 19 ottobre è previsto l'inizio del processo contro i poliziotti che quella notte fermarono Federico, portandolo alla morte.

Processo Diaz: Altre piccole menzogne svelate


"Guardi che queste mazze e questi picconi sono grossi, perché non portate via tutto, che non vorrei che poi ci accusassero di nascondere delle armi". E' la frase ironica che Anna Pizzo, ora consigliere regionale del Lazio e all'epoca del G8 responsabile del gruppo di comunicazione del Genoa Social Forum, rivolge al funzionario della provincia che le sta consegnando la scuola Diaz e le due stanze contenenti il materiale da cantiere per la ristrutturazione dello stesso istituto. Durante l'udienza di oggi Anna Pizzo ha confermato che le famose armi attribuite ai 93 arrestati (di cui 61 feriti) presenti alla scuola Diaz, non erano altro che materiali di un cantiere edile presente nella scuola: un altro alibi per i pestaggi della polizia che viene smentito, un'altra bugia svelata. Non è la sola: le difese dei 29 poliziotti accusati di lesioni, falso ideologico e calunnia, hanno spesso cercato di dimostrare che la scuola fosse effettivamente piena di black bloc - come se questo bastasse a giustificare un massacro come quello avvenuto - usando una telefonata che segnalava la presenza di persone del blocco nero alla Diaz nel pomeriggio del sabato. Anna Pizzo ha fatto luce (come già altri in precedenza) sull'origine di questa telefonata: "c'erano dieci ragazzi giovani, effettivamente mascherati di nero, che per qualche minuto si sono accampati vicino al media center, forse sperando di entrare senza pass che veniva dato a tutti coloro che ne facevano richiesta, ma senza non si entrava". Equivoco risolto, nonostante il tentativo malizioso dei difensori degli imputati di riportarlo in auge in tribunale. L'ex redattrice di Carta poi, come anche i due avvocati presenti come testimoni in questa centoseiesima udienza, ha confermato la presenza di un ufficio legale al primo piano della scuola Pascoli in cui venivano raccolte testimonianze e dati anagrafici delle persone che avrebbero poi dovuto essere ricontattate per redigere le denunce. Tutto materiale sparito durante la perquisizione illegale, mentre gli avvocati accorsi venivano strattonati e "fisicamente impediti a prestare servizio presso le persone che li avevano nominati per assistere alla perquisizione in atto" (le parole sono dell'avvocato Alessandra Ballerini). Così come gli hard disk del computer usato dagli avvocati e le videocassette che riprendevano in parte l'irruzione in corso. Le bugie hanno le gambe corte, e in aula il percorso per disvelarle è più lento di quello che occorre alle persone che hanno visto le scene della notte cilena alla Diaz, per rendersi conto che qualcosa non quadra e che qualcuno ne dovrà rispondere.

Firenze: corteo e sciopero della fame antirazzista

Ieri mattina un corteo ha sfilato contro i relatori della Conferenza nazionale sull'immigrazione per dire «no al pacchetto sicurezza delgoverno, no ai sindaci-sceriffi». E don Alessandro Santoro ha iniziato uno sciopero a staffetta contro l'ordinanza dell'assessore Cioni

Novembre 2002. A Palazzo Vecchio c'è Domenici e Firenze accoglie migliaia e migliaia di attivisti per il Forum Sociale Europeo. Anche la Firenze "bene" scende in piazza per la pace in una manifestazione pacifica che inonda le strade sfilando tra i palazzi colorati dalle bandiere arcobaleno: al diavolo la Fallaci e i profeti di disordini e sventura. Settembre 2007. A Palazzo Vecchio c'è sempre Domenici, ma ora Firenze ha paura. Del diverso, dello straniero. Si fa forte dell'ordinanza dell'assessore Cioni e se la prende con i lavavetri. Li lascia soli e quasi se ne vanta. E così ieri in circa duemila, per la maggior parte rom, senegalesi, etiopi più alcuni collettivi organizzati e rappresentanti del Prc e i partiti della sinistra, sono scesi in piazza per portare fischi (pacifici) fin davanti a Palazzo Vecchio, dov'era in corso la conferenza sull'immigrazione con il ministro Amato e lo stesso Domenici. In piazza forse anche per chiedersi: cosa è successo rispetto a cinque anni fa?Al diavolo la scarsa partecipazione del ‘fiorentino medio'. Un corteo composto per la maggior parte di extracomunitari, quelli che a Firenze alloggiano nelle case occupate (sotto sgombero per ora congelato) del Luzzi, è comunque un successo. In piazza, contro l'ordinanza anti-lavavetri (dei quali ormai non c'è nemmeno l'ombra ai semafori), ma anche per il diritto al lavoro, all'abitare, all'istruzione, per la solidarietà e l'integrazione. Contro la paura. "Noi non conosciamo il razzismo". Lo striscione di testa non si vede bene se non ti avvicini. Sfila basso, quasi striscia sull'asfalto. A portarlo ci sono Jorin, Florin, Sorin, Ana e altri, nomi bene in vista sui cartelli che portano al collo. Età compresa tra i 5 e gli 8 anni. Sono i bambini del Luzzi e chi pensa ad una strumentalizzazione dei piccoli da parte dei grandi si fermi subito. Jorin e i suoi amici hanno una rivendicazione ben specifica: un servizio bus che li porti a scuola, dato che abitano a dieci chilometri dalla città e dato che quando lo hanno avuto è stato per la "carità" di qualche associazione di volontariato. "Fermate Domenici" e anche un ironico "Basta strac-Cioni", si legge qualche metro più in là. Molte le sigle presenti al corteo: Prc, Cobas, Movimento di lotta per la casa, Comitato per la Costituzione, Movimento antagonista toscano, le comunita' di immigrati, Comunità delle Piagge, Emergency, Comitato Fermiamo la guerra. C'è il prete don Alessandro Santoro, che da venerdì è in sciopero della fame contro l'ordinanza Cioni, in collegamento con un neonato blog: "digiunoastaffetta". C'è lo storico Paul Ginsborg, impegnato in un percorso unitario della sinistra fiorentina che proprio questo weekend svolge una tre giorni di dibattiti. C'è Bruno Paladini del Movimento Antagonista Toscano che annuncia l'occupazione simbolica dei monumenti di Firenze «se non saremo ascoltati». Cosa è successo dal 2002 ad oggi?Succede che qualcuno a Firenze prova a resistere e a sfondare l'ansia securitaria della maggioranza in municipio e nella città. Qualcuno che si fa vedere in piazza, ma non solo. C'è anche chi non si presenta con nome e cognome, ma che prova a reagire e a fare comunicazione. Succede così che su molti palazzi, tra le ormai rare bandiere arcobaleno, campeggi una scritta: "Cioni ti odia". La vedi ovunque, non è dato conoscerne la paternità, ma in città c'è chi la ricollega a gruppi di attivisti anonimi che in passato si sono fatti vivi con iniziative simili. "Cioni ti odia", non "Cioni ti odio": semplice e schietto avvertimento di sapore nonviolento.Segni che nel Palazzo Vecchio non recepiscono. Invitato dai giornalisti a commentare la manifestazione dei lavavetri, il ministro Amato glissa in modo anche volgare: «Non rispondo su temi che non riguardano il convegno, sono qui per parlare di integrazione, non mi occupo di lavastoviglie». Domenici poi ne approfitta per mirare dritto al cuore del problema, attaccando la sinistra radicale, che in consiglio comunale a Firenze si è mossa unita contro l'ordinanza Cioni (nonostante che il Prc sia all'opposizione, mentre Sd, Verdi e Pdci sono in maggioranza). «Mi chiedo - dice il sindaco - se oggi ci siano ancora le condizioni per continuare a governare insieme».E' il benvenuto per Franco Giordano, Oliviero Diliberto, Titti Di Salvo, Alfonso Pecoraro Scanio arrivati in città nel pomeriggio di ieri per la seconda giornata di dibattiti organizzati dalla sinistra "unita e plurale" fiorentina. «Quanto ancora Catilina abuserà della nostra pazienza?"», è una delle domande del confronto alla Flog. Cioè: la sinistra può ancora stare al governo con questo Partito Democratico? La citazione di Cicerone fa sbilanciare anche l'ex diessina Di Salvo: «E' difficile stare al governo con chi caccia i lavavetri». «Domenici è come Rutelli, come Mastella, come Di Pietro: ci vogliono espellere come corpi estranei da un centrosinistra che così diventa centro», dice il segretario del Pdci. «Se facessi come Massimo Cacciari e dessi del matto a Domenici saremmo già alla crisi di governo - risponde il segretario del Prc - Veniamo dallo stesso ceppo che voleva contrastare la povertà. Ora loro contrastano i poveri. Cosa è successo?». Dalla platea urlano che nel 2002 Domenici ha accolto il popolo noglobal solo «perché in vista c'erano le elezioni». Oggi, Giordano avverte Domenici: «Se lo fai per fini elettorali, sappi che alla copia la gente preferisce la destra originale». Per il segretario di Rifondazione il punto è «la costruzione culturale del Piddì, tutta piegata sul governo, sull'acquisizione del palazzo d'inverno. Possiamo vincere se ricostruiamo il legame sociale. Dobbiamo riempire le piazze, non semplicemente con le notti bianche». Il pensiero va al 20 ottobre che serve per chiedere che «il governo rispetti il popolo che lo ha votato e il programma». «Guardate che ci conteranno - dice Diliberto - Dovete venire in massa, altrimenti la Finanziaria la faranno come vogliono loro». Nonostante il documento unitario presentato da Prc, Sd, Verdi e Pdci a Prodi, «inizio della produzione di idee della sinistra», sottolinea Di Salvo. Sul 20 ottobre la platea fiorentina applaude, ma vuole di più e lo ha mandato a dire ai leader già venerdì scorso, nel primo dibattito della tre giorni coordinato da Ginsborg. Osare di più della federazione della sinistra, organizzare una costituente per fondere le identità e garantire la partecipazione. Come si risponde?Diliberto è diretto: «Questo è l'ultimo dibattito sull'unità a sinistra al quale partecipo. A furia di dibattiti si muore. Dobbiamo fare un passo avanti». Cioè «riunioni operative per individuare come si fa, non quando si fa l'unità a sinistra». Le proposte: «Forme che garantiscano la partecipazione di tutti, una testa un voto per eleggere i propri rappresentanti; organismi composti per il 50 per cento da entrambi i sessi e dopo due mandati si "scende" tutti dal Parlamento, a cominciare da me». Per Di Salvo la ricetta è: «Organizzare insieme una campagna d'ascolto nel paese, coordinare i gruppi parlamentari, avere l'ambizione di costruire, nel percorso unitario, un nuovo gruppo dirigente». Per Pecoraro c'è bisogno di «contenuti». Guardate il Partito Democratico, è l'invito del leader dei Verdi: «Non hanno contenuti forti che aggreghino. Il risultato è che in Senato dal Pd sono nati quattro nuovi gruppi: Sd, l'Ulivo e poi quello di Dini, quello di Bordon e Manzione». Insomma, «frammentazione». Invece, la sinistra deve porsi l'obiettivo di individuare «le sue dieci grandi riforme» e di «aggregare non solo chi sta fuori dal Pd, ma puntando a non essere marginali nel centrosinistra». Giordano: "«Rifondazione si mette a disposizione per un soggetto unitario e plurale che entro l'anno vivrà la sua assise fondativa con gli stati generali della sinistra». Quindi, la risposta ad Asor Rosa, rammaricato al dibattito di venerdì scorso per il fallimento della "sua" Camera di consultazione. I tentativi di unità sperimentati in passato sono falliti per un «vizio verticistico», dice Giordano. Adesso, la federazione è il primo passo verso una «sinistra pacifista, antiliberista, laica, ambientalista che investa nella partecipazione», che combatta «passività e americanizzazione», che si sappia contrapporre ai «Mastella che sognano Casini nel governo, ai Letta che flirtano con Tremonti. Ma allora la destra vera - domanda il segretario del Prc - chi dovrebbe avere al governo? Jack lo squartatore?». Risate in platea, ma nemmeno troppe. Perché si sa: potrebbe non esserci un'altra occasione, sulla Finanziaria 2008 si pone un problema di "efficacia" della sinistra. Il ministro Paolo Ferrero, alla Flog in mattinata, mantiene la calma e provoca gli alleati di governo: «I punti che poniamo non hanno contraddizioni nell'Unione. Avete mai sentito qualcuno che dica di prendere ai poveri per dare ai ricchi come faceva il governo Berlusconi? No. Dunque, si può trovare l'accordo e se questo governo farà una Finanziaria buona potrà tenere perché ricostruirà il rapporto di fiducia con gli elettori».

22 settembre 2007

PAVIA CONTRO IL RAZZISMO E L’INTOLLERANZA

Nelle ultime settimane la provincia di Pavia è stata teatro di numerosi episodi violenti di stampo xenofobo e razzista che hanno colpito le famiglie Rom sgomberate dall’area ex-Snia. Questi fenomeni sono frutto non solo dell’intolleranza sempre più radicata in larghi strati della società, ma anche dell’incapacità delle istituzioni, sia locali che nazionali, di gestire le richieste di accoglienza e integrazione, forse troppo prese ad assecondare le mire di piccoli e grandi speculatori. I migranti sono una risorsa, non un’emergenza. Per questo è necessario superare completamente le vecchie politiche sull’immigrazione rifiutando la logica del mero assistenzialismo, o peggio, dell’ordine pubblico, e attuando progetti d’integrazione a lungo termine che permettano ai cittadini migranti di avere un lavoro, una casa e una scuola per i bambini. Siamo convinti che questa sia l’unica via per garantire a tutti i migranti pari diritti, pari doveri e pari opportunità. Denunciamo inoltre il lassismo di chi avrebbe dovuto vigilare per evitare che episodi come quelli avvenuti a Pieve Porto Morone potessero ripetersi per più giorni nella totale impunità. Esigiamo che venga applicata la Legge Mancino per impedire il radicarsi, attraverso l’apertura di sedi e l’organizzazione di manifestazioni razziste, di movimenti dichiaratamente fascisti e xenofobo come Forza Nuova. Non è più possibile rimanere a guardare,fermiamo ora la caccia alle streghe!
MANIFESTAZIONE REGIONALE ANTIRAZZISTA PER I DIRITTI DEI MIGRANTI ED IN SOLIDARIETA’ ALLE FAMIGLIE ROM SABATO 29 SETTEMBRE h.14 – PIAZZA DELLA STAZIONE –PAVIA

per adesioni e/o info: 29settembrepv@gmail.com tel.3393759156


Prime adesioni:

Italia dei Valori – segreteria provinciale Pavia
Partito dei Comunisti Italiani – Comitato Regionale Lombardo e Federazione di Pavia
Partito della Rifondazione Comunista - Comitato Regionale Lombardo e Federazione di Pavia
Federazione Giovanile Comunisti Italiani – coord. regionale e federazione Pavia
Giovani Comunisti/e- coord.regionale e federazione di Pavia
C.s.a. Barattolo –Pavia
Comitato in Difesa della Scuola Pubblica- Pavia
Cicolofficina popolare “I ciclopi” –Pavia
KronstadtOfficina Multimediale Pavese

Genova G8: Minacciata avvocato difensore dei manifestanti


«Se tu difendi quelle merde del Social forum, ti ammazziamo come stiamo ammazzando loro». E' questa la frase con la quale l'avvocato Alessandra Ballerini sarebbe stata minacciata la notte della Diaz. La legale del forum l'ha rievocata ieri al processo per l'irruzione nella scuola Diaz. Ballerini ha aggiunto che si era recata alla sede del Genoa social forum la notte dell'irruzione perché chiamata al telefono cellulare da un medico che in tono atterrito le aveva detto: «Vieni, che ci stanno ammazzando tutti». L'avvocato ha anche spiegato, rispondendo ai legali di parte civile, che con i colleghi del Legal social forum facevano dei turni dentro la scuola perchè temevano irruzioni improvvise della polizia dopo aver documentato infiltrazioni di agenti tra i black bloc. Tra le deposizioni di ieri, anche quella della giornalista di Carta Anna Pizzo.

21 settembre 2007

Roma: Assalto squadrista al campo rom. Il razzismo "made in Italy" fa proseliti

Incredibile episodio di odio e violenza nella capitale. In quaranta, con coltelli, mazze da baseball e molotov assaltano un campo E' il terzo e più grave episodio in una settimana. Dopo Opera e Pavia dilaga la violenza contro i rom, senza argini e indignazioni

La piccola Angel Teresa dorme placida nel lettone di mamma Angela. Pannoloni e mosche sulle braccia grassocce, un anno e quattro mesi di vita, non può saperlo, lei, che intorno gli adulti sono tutti agitati. Sono giorni di paura al campo nomadi di via Furio Cicogna, vicino a Ponte Mammolo, zona est di Roma. Non era mai successo prima, mai da due anni che esiste il piccolo accampamento rom. Questa settimana è successo: lunedì notte e poi martedì, poi ancora nella notte tra mercoledì e giovedì quando in zona prestavano servizio di pattugliamento dei carabinieri in borghese, allertati dagli episodi precedenti. Si sono presentati in quaranta con coltelli, mazze da baseball, bottiglie incendiarie che hanno lanciato dal ponte che sovrasta il campo. Non orde organizzate di estrema destra, nè leghiste e nemmeno baby gang di periferia. Lo dice lo stesso tenente Papa, intervenuto sul posto, che si tratta niente più che degli «abitanti del vicino quartiere di Casal de' Pazzi». Età dai 20 ai 40 anni. Due notti fa, l'unico che sono riusciti a fermare è un uomo di 40 anni, con qualche precedente penale. L'accusa è di resistenza a pubblico ufficiale e porto abusivo di armi e oggetti atti a offendere. Con sè aveva un coltello da cucina, un taglierino, un cacciavite. E' sotto interrogatorio, tramite lui gli inquirenti vogliono risalire agli altri che con il volto coperto si sono presentati al campo rom al grido di «vi ammazziamo tutti» e armati anche di una tanica di benzina, lasciata lì e sequestrata dalle forze dell'ordine che ora presidiano il campo 24 ore su 24. Se fai un giro in quartiere, nei dintorni della fontanella dove i rom di solito si riforniscono d'acqua, nessuno sa niente del recente "trambusto" notturno che per fortuna non ha provocato feriti. Ma chiunque incontri è disposto a sfogarsi su «questi rumeni che ti rubano tutto», sul fatto che «prima questa era una zona tranquilla» e ora invece «non lo è più». Tanto che la signora Gabriella ha preferito addirittura non andare in vacanza quest'estate per non lasciare casa incustodita. Paura incontrollata in un quartiere abitato da ceti popolari ma anche da classe media "benpensante". Paura che ora si sente legittimata dalla campagna mediatica e di certa politica sulla sicurezza. Emilio, 45 anni, è un po' il "capo" del campo rom, ruolo che gli deriva spontaneamente dal suo italiano fluente. Non si è accorto della "deportazione" dei rom in atto a Pavia, legge poco i giornali, guarda la televisione (che non ne ha parlato), ma comunque non ha dubbi. L'arrivo della violenza e dell'intolleranza anche al campo di Ponte Mammolo è figlia della «pubblicità di tv e stampa su quello che avviene altrove, a Livorno per esempio. Fino ad oggi qui ci rispettavano, non ci hanno mai detto niente anche quando andavamo a prendere l'acqua alla fontana». Nemmeno a dirlo, dall'inizio della settimana Emilio e gli altri non ci vanno più a prendere l'acqua. Hanno paura della paura dei residenti che di questi tempi si sente legittimata e si manifesta come tale: con strafottenza e arroganza nonostante si sappia, in zona, che già da lunedì i rom hanno allertato i carabinieri.Sei baracche, corrente alimentata da un piccolo generatore artigianale. Trenta famiglie, cinquanta bambini. Solo Emilio ne ha sei. Nikita Dunca, 40 anni, ne ha otto e si agita sotto lo sguardo delle telecamere nel suo italiano stentato. «I miei figli vanno a scuola, quella pubblica italiana, e sono perfettamente integrati. Noi qui non siamo abusivi». E dopo si scopre il perchè. Nikita sfodera la «carta» di cui parla dall'inizio della conversazione. Sembra un atto di vendita, ma si vede subito che è fasullo. E' la cessione del terreno su cui sorge il campo rom da parte di un italiano, I.S. A Ponte Mammolo i rom non sono abusivi perchè hanno acquistato il suolo per «11mila euro», almeno così dice Nikita che non sa che Totò cercò di vendere la Fontana di Trevi. La moglie Fabiola, 39 anni, sguardo seccato che scruta il piccolo cortile dove svolazzano le mosche e passeggiano i topi, non ne vuole sapere di sgombero («I bambini vanno a scuola qui»). Perchè la voce circola, anche se il comune non è mai passato agli atti ufficiali. «Si sa come finisce - Emilio traduce i pensieri degli altri - sgomberano con la promessa di un'altra sistemazione e poi ti lasciano in mezzo a una strada...». Almeno Emilio un lavoro ce l'ha e anche un permesso di soggiorno. Sono 800-1000 euro al mese per fare l'autista in una ditta di trasporto di generi alimentari. Alin Cioaca, 32 anni, pure ce l'ha un lavoro, ma in nero, a chiamata, e non ha problemi a dirlo: «35-40 euro al giorno in un deposito edile nelle vicinanze». Gli altri si arrangiano in giro a chiedere l'elemosina, ma non lo dicono. «Gli altri sono attori, musicisti, lavorano nei locali», se la sbriga Emilio.Ivano Caradonna, presidente del V municipio, dei Ds, si dice preoccupato per gli «inaccettabili» episodi di violenza e rivendica quanto fatto a Ponte Mammolo in materia di «solidarietà e inclusione sociale, anche grazie all'impegno delle associazioni di volontariato e della comunità locale». Che vota (scusate se è poco), mentre i rom non possono. Ma questa non è materia che sembra preoccupare Maria, sorriso che brilla di qualche dente dorato, ampia gonna verde smeraldo che luccica di paillette al sole quando lei viene fuori dalla baracca, dove oziano i grandi e giocano i bambini, per chiedere una sigaretta e «qualche soldo». Maria e gli altri ostentano una spensieratezza che quasi stride con l'agitazione di Emilio e Nikita e con l'aria maleodorante del campo, riuscendo forse a fare pendant solo con l'ingegnosa architettura delle baracche e i colori allegri di tende e vestiti. E' una forma di reazione come quella di un'altra Maria che si fa coraggio ed esce dal campo con la piccola Mariana affaccendata ad addentare un pezzo di carne arrosto nel passeggino. «Lei ha sete, vado a prendere l'acqua alla fontana. Paura? Cerco di non averne».

20 settembre 2007

Genova:Vogliono sgomberare il Centro sociale Buridda.

Dal 2003 ad oggi la Buridda, autogestita ed alimentata dalla volontà di centinaia di persone, è divenuta parte integrante del tessuto associativo e democratico di questa città. Sede di un' associazione culturale composta da più di 25 soggetti, di una palestra popolare, sale prove musicali, teatri, libreria, laboratori artistici e di fotografia, sede della Casa della Cultura Peruviana, luogo di incontro per molte comunità migranti.Da qui nascono progetti di cooperazione e solidarietà con il Messico e la Palestina.
Qui si svolgono non solo concerti musicali – con un occhio a etichette indipendenti e gruppi emergenti - ma manifestazione culturali di respiro nazionale ed internazionale; dal Critical Wine all'hack meeting, dall'incontro con Frederika Newton membro delle Black Panther alla tavola rotonda con istituzioni e forzesindacali sulla precarietà, dall'Illegal Art a numerose presentazioni di libri e film.
Oggi veniamo fatti oggetto di assolute falsità, quali quelle di essere responsabili di spaccio di droga, di atti di vandalismo all'interno e all'esterno dell'edificio, di non pagare regolarmente le utenze. Valuteremo il da farsi rispetto a tali infamità eventualmente anche in sede legale.
Il laboratorio sociale Buridda nasce quattro anni fa dall'esigenza comune a molte realtà politiche e culturali, di avere a disposizione spazi non mercificati di aggregazione.Il laboratorio trovò casa in un grande edificio chiuso e dimenticato da oltre sette anni: costretti ad un atto di illegalità ci piace pensare che – non abbiamo occupato – ma liberato uno spazio che come tanti altri in città veniva lasciato al degrado, alimentando speculazioni di ogni genere.
Chi ci critica oggi, già maggioranza in circoscrizione quando dallo stabile di via Bertani la facoltà di Economia fu trasferita nei nuovi locali della Darsena, non alzò la voce per denunciare lo stato di completo abbandono in cui fu lasciato l'edificio.Questa maggioranza, che utilizza la pratica ideologica ed ignorante della calunnia, non può capire il valore sociale di un'esperienza di auto-organizzazione, di aggregazione giovanile, di accoglienza, di una cultura concepita come bene comune fuori dal mercato.
A chi non ha mai voluto confrontarsi con la nostra realtà rispondiamo che da anni tentiamo un dialogo con le istituzioni che porti ad un riconoscimento e alla valorizzazione di questa ed altre esperienza a noi analoghe.Di fronte a questo attacco strumentale e politico risponderemo con il nostro fare, con la nostra capacità di iniziativa , con la mobilitazione e la lotta.

Laboratorio sociale Buridda
via bertani 1, genova, pianeta t/Terra
http://www.buridda.org/ - info@buridda.org

Nazi-ultrà e picchiatori a Lucca, 11 arresti

Nel mirino il gruppo dei Bulldog, protagonista di scontri in curva e di pestaggi nei confronti di militanti di sinistra. Sequestrate bandiere con svastiche e il sito con il fascio littorio


Se gli ultras neonazisti di Varese marciavano con il passo dell'oca in direzione degli stadi avversari, i loro camerati di Lucca conosciuti come Bulldog non si limitavano alle coreografie. Pestaggi, violenze e aggressioni quasi non si contavano più, quando nel febbraio scorso il tentato omicidio del giovane Emanuele Pardini segnò un punto di non ritorno. Mesi di indagini. Poi l'arresto dei responsabili materiali dell'aggressione a Pardini. Infine ieri mattina sono arrivati dieci ordini di custodia cautelare in carcere, uno agli arresti domiciliari, e altri cinque indagati con obbligo di firma. Tutti dovranno difendersi in tribunale dalle accuse di associazione a delinquere, percosse, lesioni personali gravi, violenza privata, minacce aggravate, porto ingiustificato di strumenti atti a offendere, e danneggiamento.L'operazione della Digos di Lucca, coordinata dal procuratore capo Giuseppe Quattrocchi, ha portato anche a numerose altre perquisizioni, oltre al sequestro di una bandiera con la svastica e un'altra con la croce celtica, coltelli, pugni di ferro e mazze di legno. Inoltre è stato finalmente sequestrato e ridotto al silenzio anche il sito dei Bulldog (www.bulldoglucca.it), che per gli investigatori della Digos - e del resto bastava darci un occhiata per farsi un'idea - era il principale mezzo di propaganda delle idee, delle azioni e della mentalità del gruppo che aveva fatto tabula rasa del tifo lucchese in curva ovest. Chiamiamola «incompatibilità», visto il fascio littorio stilizzato logo dei Bulldog, perfettamente in linea con le reiterate azioni squadristiche che nelle ultime tre stagioni avevano portato all'espulsione dalla curva degli altri gruppi di tifosi rossoneri.Nel sito si poteva trovare di tutto. Compresi link verso altri siti di chiara matrice fascista. Richiami a biografie di gerarchi del ventennio. Consigli su come comportarsi in caso di fermo di polizia. Offerta di oggettistica da stadio (cappellini, sciarpe, ecc) con la chicca di felpe con su scritto «L'amico è fidato se tace il tuo reato», oppure «Tifoso anticomunista squadrista». Tutta farina del sacco di Andrea Palmeri, 28 anni, leader dei Bulldog chiamato dai fedeli camerati «il generalissmo». Poi i lucchesi Andrea Di Vecchio, Mirco Santucci, Davide Giovannetti, Daniel Fratello e Stefano Vannucci, tutti dai 19 ai 28 anni, e Lorenzo Pucci, Adam Alexander Mossa, Luigi Marotta e Francesco Venturini, residenti nella vicina Capannori e anche loro poco più che maggiorenni. Il più anziano del gruppo, Andrea Vanni, 36 anni, è quello finito agli arresti domiciliari.Dietro i Bulldog naturalmente, anche se sull'argomento i prudenti investigatori lucchesi preferiscono restare nel vago, si staglia l'ombra dei neofascisti di Forza Nuova, particolarmente attivi nella provincia lucchese. Quelli di Forza Nuova respingono altrettanto naturalmente ogni ipotesi di coinvolgimento diretto nelle iniziative dei Bulldog. Anche se non hanno mai mancato di solidarizzare apertamente con chi veniva di volta in volta indagato o arrestato. Dopo aggressioni assortite (omosessuali, studenti, perfino il tentato incendio della libreria Baroni) che hanno segnato la vita cittadina degli ultimi anni, solo il tentato omicidio di Emanuele Pardini nel febbraio scorso - il ragazzo del Cantiere Resistente è rimasto vivo per miracolo - ha segnato una svolta forse definitiva. Sancita anche dai tremila scesi in piazza pochi giorni dopo per una manifestazione indetta da un comitato genitori-insegnanti. Stufi di vedere i loro figli e i loro allievi vivere quotidianamente nell'angoscia.

Cofferati ferma anche la moschea

Il «maiale day» di Calderoli ottiene già un risultato: il comune di Bologna ritira la delibera sul contestato luogo di preghiera islamico. La Lega Nord esulta e promette di proseguire la battaglia anti-islamica Il sindaco si appella alla partecipazione: decideremo con i cittadini, anche con un referendum. L'intenzione sarebbe di edificarla in un altro luogo più piccolo


La moschea si farà ma il percorso riparte da zero. A Bologna la giunta ieri ha annullato la delibera che assegnava al centro di cultura islamica un terreno in periferia dove costruire un nuovo luogo di culto più adatto alle esigenze della comunità musulmana . Cinquantadue mila metri quadri, sei mila edificabili, un terreno troppo ampio per la Curia che aveva paventato il rischio dell'invasione «verranno da tutto il Nord», erano state le parole del vescovo ausiliario Ernesto Vecchi.Ha vinto il leghista Roberto Calderoni che pochi giorni fa aveva lanciato l'ignobile provocazione del maiale day? Ha vinto la Lega Nord che a questo progetto ha fatto una sguaiata opposizione organizzando una raccolta firme per un referendum ma soprattutto facendo il partito ombra della Lega Antidiffamazione Cristiana, gruppo di cittadini che si è presentato all'assemblea di quartiere con striscioni come «Italia terra cristiana, mai musulmana»? Ha vinto Alleanza Nazionale che scenderà comunque in piazza il 29 settembre contro la moschea ( lo stesso giorno in cui è prevista anche la street parade organizzata dal Livello 57 e altri centri sociali)? Di fronte all'evidenza che non si torna indietro dall'idea di dare la possibilità alla comunità islamica di avere un nuovo luogo di culto, il sindaco Sergio Cofferati afferma sicuro che non c'è nessuna retromarcia. E invocando la partecipazione dice che non è un arretramento ma solo la necessità di consultare i cittadini. Partirà un'istruttoria nel quartiere dove verrà costruita la moschea, che rimane sempre quello, ed entro la fine di ottobre ( quindi in tempi abbastanza rapidi) la giunta conta di poter licenziare il nuovo provvedimento. Quello che cambierà saranno sicuramente le dimensioni su cui si erano centrati alcuni rilievi della Curia ma su cui anche la Margherita aveva segnalato i suoi dubbi. Il progetto dovrà essere reso noto in anticipo «in linea di massima anche per quanto riguarda le attività previste», dicono dal Comune. L'assessore all'urbanistica, il diessino Virginio Merola, ha escluso che la decisione sia un cedimento alle pressioni della Curia. «Non abbiamo colto una sollecitazione della Curia, non ho paura di revocare decisioni quando questo è necessario, perché non lavoro per la mia vanità». Non la pensa così Rifondazione Comunista con il capogruppo in consiglio comunale Roberto Sconciaforni che invece lancia un sospetto e dice «sarebbe grave se la giunta cedesse all'offensiva fondamentalista della destra e dei vertici della Curia». I diretti interessati, ovvero il centro di cultura islamica che è legato all'Ucoii continuano sul terreno della calma e della cautela che li ha contraddistinti fino ad ora. «Non vedo perché dovremmo puntare i piedi adesso», dice il vicepresidente Daniele Parracino. «Questo servirà a calmare gli animi e ad arrivare all'obiettivo in modo trasparente perché non abbiamo nulla da nascondere». Dall'inizio il centro islamico sul progetto della nuova moschea ( che va a sostituire quella che già c'è) ha condiviso l'iter della nascita parallela di una fondazione che avesse il ruolo di organismo di controllo. La proposta di An era stata raccolta e deliberato un protocollo d'intesa che avrebbe portato anche al controllo sulle attività che venivano messe in campo per finanziare il luogo di culto oltre che alla condivisione della carta dei valori del ministro dell'interno Giuliano Amato. Inutile dire che la destra ieri ha cantato vittoria. Dalla Lega Nord che urlava minacciosa che nessuna moschea si dovrà costruire, a quelli della Lega Antidiffamazione Cristiana che annunciavano un pellegrinaggio al santuario della Madonna di San Luca, ad Alleanza Nazionale, partito del deputato Enzo Raisi che ha addirittura fatto un paragone con le Br avvertendo il Comune della sottovalutazione del rischio terroristico. Insomma un mosaico di posizioni, commenti, rigurgiti del più conservatore sentimento religioso fomentato da una destra che ha utilizzato un linguaggio razzista e agitato il sentimento della paura come una clava. Questa stessa destra ora non frena e si opporrà sicuramente anche al prossimo progetto, «non è stato fermato lo scempio», dice la vicepresidente dei parlamentari di Forza Italia, Isabella Bertolini.

19 settembre 2007

Genova G8: Il processo Diaz e le "ferite pregresse"

Sarebbero certamente morti se non fossero stati portati in ospedale». Il riferimento è a due ragazzi picchiati violentemente dalle forze dell'ordine nella notte del 21 luglio alla scuola Diaz. Le parole sono di Leonardo Chessa, chirurgo dell'ospedale San Martino e volontario dei medici del Genoa social forum durante i giorni di Genova. E' sua la testimonianza più importante di oggi, alla ripresa delle udienze del processo per l'irruzione alla scuola Diaz e al media center nella scuola Pascoli daparte delle forze dell'ordine. La sua testimonianza è servita ancora una volta per sconfessare il tentativo delle difese dei poliziotti, basato sul presupposto che i feriti della Diaz avessero in realtà ferite pregresse e non causate dall'irruzione delle forze dell'ordine. Il dottor Chessa ha invece affermato con certezza che l'infermeria del GSF si trovava nello stesso edificio del media center, dove curavano solo alcuni casi, inviando fratture e ferite più gravi a ospedali e pronto soccorso. Alla Diaz non c'erano ferite pregresse: «sabato ho visto alcuni feriti contusi, non più di dieci, alla Pascoli».Prima di lui aveva testimoniato Enrica Bartesaghi, fondatrice del Comitato Verità e Giustizia e madre di una delle vittime della scuola Diaz. La prossima udienza, la centoseiesima, è prevista per domani giovedì 20 settembre 2007.
La trascrizione integrale dell'udienza la potete trovare al seguente indirizzo internet:

18 settembre 2007

Rieti: Un neonazista in consiglio comunale

«Non avremmo mai voluto scrivere queste righe eppure siamo costretti ancora una volta a denunciare come in questi anni il governo delle destre ha prodotto un degrado politico tale che il secondo mandato del Sindaco Emili ha permesso anche l'ingresso in Consiglio comunale di un neonazista a quanto pare membro di una organizzazione al vaglio della indagine della Magistratura. In questi anni l'Amministrazione comunale ha coperto politicamente e finanziato gruppi esplicitamente inneggianti al fascismo ed al nazismo (ma allo stesso tempo interni a Partiti del centro destra) che hanno anche beneficiato di contributi regionali all'epoca della giunta Storace per aprire, al centro della città, covi e sedi palesemente orientate verso il neofascismo». È quanto dichiarano, in una nota i Verdi, Rifondazione Comunista-Sinistra Europea, Comunisti Italiani e Sinistra Democratica del consiglio comunale di Rieti. «È stato una conseguenza, dunque, che qualcuno prima o poi riuscisse anche a sedere negli scranni del Consiglio comunale - proseguono - Siamo sconcertati e fortemente preoccupati per la notizia trapelata dagli organi di stampa per la quale un Consigliere comunale (evidentemente della maggioranza che sostiene Emili) sarebbe inquisito per il reato di incitamento all'odio e alla violenza razziale in quanto membro di una cellula di un movimento neonazista ramificato su tutto il territorio nazionale. La destra nostrana mostra il suo vero volto o quantomeno dimostra di non aver fatto fino in fondo i conti con il suo passato. Le indagini avranno il loro corso e noi, anche in una situazione così grave e delicata, rimaniamo ancorati ad un sano garantismo ma lo cosa grave che denunciamo è che in questi anni la politica del centro destra nella nostra città è stata decisamente complice e vicina a settori di estrema destra e neofascisti (raduni neonazisti a Terminillo, Via Pavolini, revisionismo sul 25 aprile e sulla resistenza nel reatino) che evidentemente hanno trovato terreno fertile e hanno anche avuto l'opportunità, dagli stessi Partiti che governano il nostro Comune, di essere eletti e dunque diventare amministratori della comunità. A questo punto esigiamo un chiarimento da parte del Sindaco e una presa di posizione da parte di tutte quelle forze che dicono di richiamarsi ai valori dell'antifascismo e della democrazia affinché il Consiglio comunale tutto respinga dal suo seno chiunque si richiami o inneggi al razzismo e al fascismo».

fonte: Omniroma

Catania, antifascismo in piazza

Il coordinamento 16 settembre ha dato vita ad una serata di musica contro l’escalation di violenza squadrista dell’ultimo anno. E l’Unione chiede le dimissioni di Scapagnini




Domenica sera piazza Dante ha ospitato una serata di concerti come risposta alle aggressioni fasciste degli ultimi periodi. Il Coordinamento 16 settembre nasce dopo l’aggressione di gruppi neofascisti nei confronti dei manifestanti del Pride 2006. Da allora Open Mind; Iqbal Masih, Attac, Circolo Precari Prc e Giovani Comunisti, Officina Rebele hanno deciso di fare fronte comune alle continue ingerenze fasciste nella vita politica e sociale, costituendo un comitato permanente non solo sull’antifascismo ma anche su altre questioni che riguardano la vita sociale e politica della città, facendo perno sull’aggregazionismo e il coinvolgimento. «Fare antifascismo a Catania - dichiara Pierpaolo Montalto del Prc di Catania - vuol dire affrontare i nodi della nostra società perché è nello stato di disoccupazione, degrado, precarietà che Forza Nuova e la cultura fascista trovano l’humus per crescere». Un antifascismo che non nasce solo da un processo di aggregazione culturale ma nella difesa del lavoro, della libertà di espressione e di autodeterminazione del proprio corpo. Da circa un anno la città etnea è stata pervasa dalle politiche neofasciste, basta guardare alle aggressioni subite dai giovani comunisti, da innumerevoli immigrati e gli atti di violenza nei centri sociali; gesti che portano Catania indietro negli anni, ad una storia cittadina circoscritta dalle politiche fasciste e dai fenomeni mafiosi. A distanza di venti anniil capoluogo etneo sembra assorto nel vuoto dei diritti e nelle violenze quotidiane: basta osservare la crescita ed il moltiplicarsi degli iscritti a Forza Nuova che trova la propria legittimità anche nelle politiche dell’amministrazione comunale e provinciale, non per niente il camerata Fatuzzo ha avuto il suo benvenuto a Palazzo degli Elefanti e la Provincia Regionale ha patrocinato un convegno che ha per oggetto la dottrina “nera”. «La violenza e l’arroganza di una politica sempre più lontana a Catania viene ancor più determinata dalle scelte di governance della giunta Scapagnini dichiara Francesco Manna responsabile nazionale enti locali Prc - dall’offesa che i cittadini devono quotidianamente subire per lo scandalo dei parcheggi, per la vicenda che ha visto protagonista il porto di Catania ed il suo Waterfront, ma ancora Catania Risorse ed il tentativo di svendere i propri beni architettonici. L’esempio è quello di una città che è quasi un non luogo». Il non luogo passa anche attraverso la gestione provinciale
che per circa sei mesi ha portato i lavoratori Conad, Coem, Cesame ed Elmec a mantenere lo stato di agitazione perché i protocolli firmati anni prima venivano disattesi. Quelli dell’attuale amministrazione vengono avvertiti dai cittadini come progetti invasivi ed aggressivi in un sistema, come quello catanese, dove l’assenza di una più dura politica dei partiti di centro sinistra ha determinato il crollo di un processo di riforma sociale. E’ notizia di oggi che i partiti dell’Unione hanno avviato una petizione per chiedere le dimissioni del sindaco, una proposta che il Prc aveva sottolineato in diverse occasioni già da tempo. Negli ultimi anni la città ha subito un rapido processo di fascistizzazione che ha coinvolto anche i luoghi simbolo della sinistra, basti pensare a piazza Dante .«A questi atti di violenza- dice Valerio Marletta, dei Giovani comunisti - abbiamo riposto con un metodo nuovo. Superando la vecchia dinamica antifascista del face to face, questa ricchezza deriva dai valori che ogni organizzazione fornisce all’interno dello stesso Coordinamento.

Varese, nazisti in Padania sognavano la secessione

47 perquisizioni tra gli aderenti a un partitino hitleriano che da tre anni si presenta nei piccoli comuni lombardi.

La guerra è guerra, in un conflitto è normale che la gente muoia. I morti ebrei sono presunti, i campi di sterminio sono diventati tali solo dopo il 1948. Hanno stancato con questa mania di protagonismo...». Pierluigi Pagliughi ne parlava pubblicamente e si presentava alle elezioni con la sigla Nsab-Mlns (Nationalsozialistische arbeiter bewegung – Movimento nazionalista socialista dei lavoratori). Nazisti in Padania. Lo stralcio di riportato nel leed fa parte di un’intervista rilasciata al sito varesenews, da un albergatore di Castano Primo, nel milanese, portavoce del movimento e consigliere comunale a Nosate, a mezza strada tra Milano e Varese. E’ la digos di quest’utima città ad aver coordinato, all’alba di ieri, il blitz in 47 abitazioni di personaggi legati alla sigla nata ufficialmente nel 2002 dopo tre anni di gestazione e che, con i suoi 200 iscritti dichiarati, ha corso in una ventina di consultazioni elettorali senza trovare quasi mai ostacoli - nonostante un’interrogazione parlamentare - nelle commissioni elettorali.
Eccezione quella di Gallarate che ha stoppato, per questioni di timbri, la lista nazista alle comunali di Inarzo. La strategia del Mlns era quella di infiltrarsi - con lo slogan della creazione di una provincia etnica dell’Insubria (gli insubri erano una popolazione italica di ceppo celtico insediata tra Varese, Novara, Lecco) - nei municipi più piccoli, sette tra i 100 e i 700 abitanti, dove una manciata di voti è sufficiente per avere un seggio. In tutto hanno incassato 287 voti, 23 dei quali a Belgirate, in provincia di Verbania, che hanno fruttato loro 4 consiglieri. Flop, invece, nell’unico comune del varesotto, Duno dove non hanno preso un voto. Ma nel varesotto, scelto da Priebke per le vacanze estive, si diffonde l’uso di salutare il 25 aprile - è accaduto a Venegono nel 2006 - con svastiche sui muri. Il blitz ha coinvolto 47 persone, una ventina solo in provincia di Varese, ritenuti parte di un circuito europeo. Tutti indagati, in base all’articolo 3 della legge del 1975 che vieta attività discriminatorie e razziste e la costituzione di organizzazioni votate a questi fini. I promotori rischiano una pena che può arrivare fino a 6 anni di carcere. Gli agenti hanno cercato e trovato materiale propagandistico (definito 1interessante» dal procuratore varesino Maurizio Grigo) in case private e in un centro di aggregazione di destra, noto per i concerti di nazi rock, a Busto Arsizio, Comunità Giovanile, finanziato da molti anni dal comune. Impegnati anche reparti di Milano, Roma, Rieti, Novara, Vercelli e Piacenza - 150 agenti in tutto tra digos e repartoprevenzione crimine. Lombardia e il Lazio sono gli epicentri di una attività febbrile di gruppuscoli nazifascisti fatta di aggressioni a frequentatori di centri sociali, gay, migranti, raid contro simboli della resistenza, scritte oltraggiose antisemite. Il catalogo è stato ripetuamente fornito dalle reti antifasciste (l’ultima volta in occasione dell’anniversario dell’omicidio di Renato Biagetti) mentre, diverse amministrazioni comunali - Roma e Milano in particolare - non hanno trovato nulla da ridire nella continua apertura di sedi, spesso camuffate da pub, spesso in strutture concesse dai comuni, riferibili ad un’area composita di sigle che vanno da settori di destra sociale ancora legata ad An fino a personaggi come quelli del partitello nazista insubre. «Anche a sinistra esiste una sottovalutazione che si traduce in un’insana tolleranza», avverte il consigliere regionale lombardo del Prc Luciano Muhlbauer - se l’inchiesta di Varese dovesse rimanere un fatto isolato, difficilmente riuscirà a incidere su un preoccupante fenomeno in rapida crescita». E’ in questa escalation, secondo Muhlbauer che deve essere iscritto l’assedio di esponenti di Forza nuova, protetti dalle forze dell’ordine, a una famiglia rom ospite nel Pavese, a Pieve Porto Morone. Inni al fuhrer che hanno fatto il giro d’Italia sui Tg. «I neofascisti - alleati di Berlusconi nella Cd - non faticano a trovare comprensione o complicità in settori della destra istituzionale». E’ ancora il quotidiano on line, varesenews, a raccontare il festeggiamento del compleanno di Hitler, lo scorso 23 aprile a Baguggiate, sul Lago di Varese in una struttura dove solo una settimana prima si beveva birra e si mangiava salsiccia alla festa della Lega in un locale gestito dal capogruppo di An a Busto Arsizio, perquisito anche lui e che ha ammesso di conoscere i nazisti insubri, ma di trovarli, tutto sommato, normali. Le telecamere della polizia avrebbero filmato dando il via all’inchiesta che spazierebbe anche nel mondo dei cosiddetti centri sociali neri, in realtè veri e propri fortini invalicabili e supersorvegliati, come i romani Casa Pound e Casa Italia. «Ci eravamo molto incuriositi a leggere il programma del Partito nazionalsocialista dei lavoratori - ha detto ieri il capo della procura di Varese Grigo convinto di trovarsi di fronte a un circuito più sofisticato di quello dei naziskin con la parecipazione di figure storiche di quell’ambiente. Per ora non sarebbero spuntati nomi notissimi e sembra essere di fronte a un gruppo originale formato da personaggi senza retroterra di rilievo. Gente, tra l’altro, che avrebbe anche raccolto fondi per detenuti - per loro figure mitiche - legati allo stragismo e all’eversione nera come Concutelli.

«Gli innocenti stiano tranquilli? Lo diceva anche il Mein Kampf»

Parla un attivista della tutela della privacy: «Sbagliato accettare i controlli con noncuranza. In Gran Bretagna i dati archiviati sono stati rubati e rivenduti ad aziende private»

«Limitare i controlli forzosi dovrebbe essere un diritto esercitato da ciascuno di noi». Marco Calamari è un informatico che ha fatto della lotta per la tutela della privacy una ragione di battaglia quotidiana. E' tra i fondatori del progetto Winston Smith, una rete informatica che, prendendo in prestito il nome del protagonista del romanzo di Orwell «1984», mette a disposizione gratuitamente tecnologie «anti-spionaggio». Ed è tra gli autori del progetto di legge presentato dal radicale Maurizio Turco sull'obbligo di cancellazione dei dati informatici. Sembra che il progetto di legge di banca dati del dna, in arrivo al consiglio dei ministri, si basi sul modello inglese, così come chiedeva Francesco Rutelli. Come funzionano le cose in Gran Bretagna?Il database inglese è quello nato per primo, le sue informazioni vengono messe a disposizione di qualunque organizzazione, in sostanza i dati raccolti per il terrorismo si usano per combattere l'evasione fiscale. Recentemente qualcuno aveva proposto di estenderne l'uso alla generalità della popolazione, ma al momento l'idea è bloccata, un po' perché il progetto è costoso, un po' per le polemiche legate alla vulnerabilità di questo archivio, che ha già subito una serie di furti e violazioni. Già oggi quel database riguarda un numero consistente di cittadini, anche perché chi ci finisce non può esserne cancellato. C'è modo di tutelare la propria privacy da questa costante acquisizione di dati? Tutelarsi da archivi previsti per legge è molto difficile. Ma lo è soprattutto perché i cittadini accettano di sottoporsi a questi controlli con noncuranza. Il «chi non ha niente da nascondere non ha nulla da temere» non sta in piedi. E' la base della società totalitaria, e infatti ne parlava anche il Mein Kampf. Negli ultimi anni noi estremisti della privacy ci siamo accorti che il problema non è la tecnologia, perché l'evoluzione delle macchine apre nuovi spazi anche a chi cerca di prendersi delle garanzie. Piuttosto sono le macchine legali ad essere preoccupanti, perché non sono né perfette né garantiste, ma erratiche anche quando non pilotate. La nostra associazione ha cercato di impegnarsi nel dare servizi a tutti, nel fornire la possibilità di usare sistemi come Anonymous remailer e Pgp. Ci sembrava una cosa meritoria per i cittadini e invece siamo stati guardati con sospetto. Le Br hanno archiviato i loro computer in Pgp...Ma hanno usato anche una Renault 4 per metterci il cadavere di Moro eppure nessuno ha vietato l'uso delle Renault 4.Quella italiana è una società molto controllata o poco? Dal punto di vista tecnico e pratico i rischi del controllo sono più o meno gli stessi qui come negli Stati uniti. Dal punto di vista legale saremmo più tutelati, sia dalla legge sulla privacy sia dalla Costituzione. Abbiamo una base legalmente garantista che viene però stiracchiata di volta in volta.E se queste norme servissero davvero a far diminuire i reati? Fino ad ora non mi risulta che questo genere di controlli abbia fatto la differenza. Anzi, vorrei vedere un controesempio, qualcuno che mi dicesse «abbiamo fatto questo solo grazie al dna». E capire comunque le conseguenze.

Salerno come Firenze. Il sindaco Ds multa la «movida»

Vincenzo De Luca è lo stesso sindaco che negli anni del dopo Tangentopoli riqualificò il centro storico aprendolo ai giovani. Ora firma una delibera contro ambulanti, parcheggiatori abusivi, accattoni e i «cafoni» che «bivaccano» per strada lasciando in giro rifiuti.


Sembravano tranquille città di provincia e invece erano ghetti da bonificare. Anche Salerno si scopre sporca e insicura, assediata da ambulanti, parcheggiatori abusivi dai modi violenti e «cafoni» riuniti in gruppi che lasciano dietro montagne di rifiuti. Insomma, anche sul lungomare salernitano è scattata la «tolleranza zero». Venerdì, infatti, è entrata in vigore l'ordinanza che punisce con 500 euro di multa chi sporca la città o bivacca per strada, su muretti e panchine, lasciando rifiuti in giro, fuori dai cassonetti. Linea dura, ribadisce il sindaco Ds Vincenzo De Luca, anche contro l'accattonaggio, categoria interpretata in senso ampio, includendo anche la prostituzione, l'occupazione impropria di suolo pubblico e gli odiati parcheggiatori abusivi. «L'intento - spiega il sindaco De Luca - è quello di prevenire e punire i comportamenti scorretti ed irregolari che inficiano il decoro urbano e la vivibilità della città di Salerno». Insomma, comitive che sostano la sera su panchine, aiuole, scale pubbliche, muretti, tra birre, chiacchiere e panini lasciano dietro una scia di rifiuti, indicati dall'ordinanza come terreno di coltura per topi e altri parassiti. «Protagonisti di questi atti incivili sono - sempre secondo il comune - cittadini italiani ed extracomunitari ubriachi, in preda alla droga, o violenti che creano problemi di decoro e igiene urbana oltre che di sicurezza ed ordine pubblico». Insomma, fino a un paio d'anni fa quella che invade il lungomare salernitano e ha contribuito a riqualificare il degradato centro storico - dove sono sorte decine di locali - la chiamavano movida e la esibivano orgogliosamente sulle riviste italiane e straniere, insieme al progetto per la ristrutturazione urbanistica firmata dall'architetto spagnolo Oriol Bohigas, un esempio di città a misura d'uomo dove la notte i giovani sanno divertirsi, adesso li chiamano «cafoni», una piaga da bonificare per riportare ordine e decoro nel caos e degrado urbano. E' evidente che qualcosa è cambiato nel clima generale. Una campagna che spesso fa leva su episodi di microdelinquenza, amplificati dai media locali. Da settimane, ad esempio, incalza la polemica sui parcheggiatori abusivi, accusati in alcuni casi di minacciare gli automobilisti e gli ausiliari del traffico dell'azienda Salerno Mobilità, che gestisce per conto del comune il servizio di sosta. Negli ultimi sette giorni, circa sette abusivi sono stati multati per 675 euro, ma le accuse possono arrivare fino al reato di estorsione. Gli episodi più gravi nella zona del centro e intorno allo stadio Arechi, domenica scorsa, durante l'incontro casalingo della salernitana. «Questi ormai gestiscono un racket» si lamentano alcuni, mentre secondo altri aiutano a organizzare la circolazione delle autovetture, soprattutto nella zona della movida. Piazza Sant'Agostino, ad esempio, cuore della vita notturna, è l'area di sosta più ambita, letteralmente presa d'assalto dai salernitani in libera uscita nel week end. Il primo posto dove applicare la nuova ordinanza. Eppure i due abusivi che da anni gestiscono la piazza, dal martedì alla domenica, regolarmente divisi in turni, sembrano svolgere un buon lavoro, con le auto ordinatamente in fila in attesa che si liberi un posto alle spalle del Palazzo della Provincia. I due, garanti che venga rispettato la precedenza in fila, vegliano sulla notte e non impongono un «pizzo» fisso, solo «un'offerta a piacere» come si dice da queste parti. Piazza Cavour, invece, è controllata da posteggiatori occasionali, che arrivano nel fine settimana per gestire la zona tra il Palazzo della Provincia, dal lato mare, fino a palazzo Sant'Agostino. Anche per loro «tolleranza zero».


16 settembre 2007

Bologna: Cofferati contro la street parade

«Intollerabile tolleranza zero: vogliamo accessibilità e diciamo basta ai divieti insensati». Torna la street parade in versione tardo estiva, meno antiproibizionista e marcatamente anti Cofferati. E già a Bologna si fanno le barricate. L'evento organizzato dal Livello 57 e da una rete cittadina raccolta sotto il nome «Open the space» non piace al sindaco di Bologna che la considera «incompatibile con la città» e lascia trapelare un certo fastidio per non poter proibirla e per l'orientamento della Questura invece ad autorizzarla. «Non so se verrà convocato il tavolo della sicurezza - ha detto Cofferati - ma voglio ricordare che chi è invitato a quel tavolo, in base a un robusto e apprezzabile galateo istituzionale, non ha alcun potere, chi ce l'ha è solo il prefetto». In quella sede, assicura, «chiederò a prefetto e questore come intendano agire rispetto alla manifestazione, e se mi sarà domandato esprimerò la mia opinione. Poi, sulla base di quello che decideranno, l'amministrazione agirà per la parte che le compete». Il meeting point è fissato per le tre del pomeriggio del 29 settembre e quella cui pensano quelli del Livello è una street che attraversi le vie del centro fino al cuore della zona universitaria. «Una manifestazione pacifica ma rumorosa» dicono gli organizzatori, un corteo contro Cofferati e le sue azioni amministrative, da quelle che riguardano gli orari oltre i quali non si può uscire da un bar con un bicchiere d'alcolico in mano alle ultime affermazioni che invocano più severità verso chi viene sorpreso a scrivere sui muri fino a ipotizzare l'arresto. L'idea è di portare in giro per le strade della città dei furgoncini e alternare piccoli concerti a spettacoli teatrali.

15 settembre 2007

Pavia: Vigliaccata dei fascisti, assalto di massa a 10 bambini rom

Manifestazione di Forza Nuova contro il centro di accoglienza che ospita 17 persone (10 bimbi)

C'era persino il segretario nazionale Roberto Fiore alla manifestazione indetta da Forza Nuova davanti ai cancelli del centro diocesiano di Pieve Porto Morone (vicino Pavia) che da due settimane ospita un gruppo di rom sgomberato dalla ex Snia. I rom erano in 48, ne sono rimasti 17 (sette adulti e dieci bambini). Gli altri hanno accettato i 1300 euro offerti dalla Caritas per tornare in Romania. I diciassette vivono imprigionati. Oltre al lancio notturno di mattoni e petardi contro le finestre, ora vengono terrorizzati dal proprietario del campo confinante, che da giorni siede sotto un ombrellone con un fucile da caccia in mano e che all'occasione minaccia di sgozzarli facendo un gesto inequivocabile con la mano.Gli adulti non possono uscire per lavorare, i figli non possono frequentare la scuola: erano iscritti negli istituti di Pavia, che però dista 25 chilometri. E ieri sera hanno dovuto subire l'ennesima manifestazione xenofoba. Se c'era un senso dell'onore nelle vecchie squadracce fasciste - una certa idea del combattimento, del rischio, della sfida, magari del machismo - quel senso dell'onore Forza Nuova l'ha perduto definitivamente in questa piccola frazione delle campagne pavesi. Trecento ragazzotti muscolosi e rapati che circondano una casa minacciando donne e bambini: chissà se il principe Borghese e i suoi della X-Mas avrebbero approvato un blitz così vigliacco...Se non fosse per i volontari cattolici e laici, i rom sarebbero abbandonati a se stessi. La sindaca Piera Capitelli ha annunciato che probabilmente non presenzierà alla assemblea comunale di lunedì 17, la prima dopo il calvario estivo dei rom. Si può comprendere il timore della sindaca: con il Prc uscito dalla giunta, l'equilibrio è molto precario.La consigliera comunale di Pavia Irene Campari, un tempo iscritta a Rifondazione, ha reso nota la delibera con la quale la giunta stanziava 40mila euro per affrontare l'emergenza post-sgombero. Con quel denaro è probabile venga pagato il vitto e l'alloggio ai rom di Pieve Porto Morone, 10 euro al giorno per ogni ospite, ma nessuna istituzione ammette ufficialmente di fornire assistenza agli sgomberati, per timore di una nuova rivolta popolare. Campari chiede che le 17 persone rimaste vengano spostate al più presto «in un luogo sicuro e protetto», lontano dalle minacce. Di parere contrario Giovanni Giovannetti, presidente del circolo Pasolini: «Significherebbe cedere alla piazza e alla follia collettiva».Lunedì il prefetto Buffoni incontrerà a Pavia una commissione governativa rumena guidata dal primo segretario del premier rumeno Calin Pospescu Tariceanu, allarmato dai media del suo Paese che per giorni hanno dedicato molto spazio alla emergenza rom della ex Snia. Fortunata la famiglia di Cristinel Tanase, che da ieri mattina occupa un piccolo appartamento nella foresteria della Prefettura, per volontà di Buffoni. Cristinel lavora come manovale per una cooperativa milanese, le tre figliolette cominceranno finalmente ad andare a scuola.

Chiedono sicurezza e tolleranza zero, ma nessuno pensa a tutelare gli ultimi

I fenomeni di disturbo si contengono con le politiche sociali non con le manette. Chiamano crimine ciò che crimine non è.

Dicono: gli sgomberi dei campi rom servono a ripristinare ordine e legalità; ma lo sgombero senza alcuna alternativa getta sulla strada e nella disperazione centinaia di persone e questo, semmai, produce minore sicurezza.Dicono: alla solidarietà bisogna accompagnare il contrasto rigoroso dell'illegalità. Ma ben sanno che di solidarietà se ne vede sempre meno, perché, anche a sinistra, è stata messa in mora la cultura della accoglienza e dei diritti, mentre si insiste e si investe solo sulla repressione. Anche di fronte a percorsi di integrazione riusciti, come al campo milanese di San Dionigi, con bambini regolarmente a scuola e adulti al lavoro (sia pure, e non per colpa loro, in nero), la scelta è stata di sgomberare. Alla faccia di quel "Patto di legalità" che a quegli stessi rom era stato fatto sottoscrivere in cambio di percorsi di integrazione. Finiti anche questi sotto le ruspe.Dicono: applichiamo i principi di Tony Blair, duri con il crimine e duri con le cause del crimine. Ma chiamano crimine anche ciò che crimine non è, come l'accattonaggio, mentre rimuovono e dimenticano le cause.Dicono: ai cittadini bisogna dare ascolto, chiedono sgomberi e pugno di ferro. Ma i cittadini non sono solo quelli abbienti o che gridano più forte. Sono anche i poveri e i rom e tutti coloro (e non sono affatto pochi) che non reputano giuste le politiche di deportazione.Dicono: i campi non consentono condizioni igieniche e dignitose. Fingendo di non sapere che anche la maggioranza dei rom vorrebbe case stabili e non baracche, la possibilità di lavarsi e lavorare.Dicono: la percezione dei cittadini è quella dell'insicurezza. Anche se scarsamente fondata sui fatti, esige ascolto e risposte. Se è per quello, ci dicono gli istituti di ricerca, la percezione (assai più fondata) dei lavoratori è quella di essere sempre più poveri. Dicono: la paura cresce. È senz'altro vero, ma occorrerebbe chiedersi il perché. I principali motivi stanno nel venir meno di politiche sociali e welfare, nella precarizzazione del lavoro, nell'incertezza del futuro per sé e i propri figli.Dicono: lavavetri e accattoni, prostitute e immigrati, anche se non direttamente espressioni criminali, rendono invivibili le città. In alcune zone può pure essere. Ma le città sono rese ancor più invivibili dall'inquinamento, dal traffico, dai rifiuti, dal degrado urbano, dalla mancanza di spazi di socializzazione, del verde e così via.Dicono: il buonismo non aiuta, non si possono creare condizioni di favore per i rom. L'assessore milanese alle politiche sociali è arrivato ad affermare «i rom devono capire che è finito il tempo delle vacche grasse» (sic!). Dimenticando che sinora i rom hanno visto semmai solo topi grossi. E soprattutto dimenticando don Milani: «nulla è più ingiusto che fare parti eguali tra diseguali».Noi ne diciamo una sola: non ci sono i cittadini, da una parte, e, dall'altra, gli emarginati, i rom. I quali sono cittadini, per di più europei, esattamente come gli altri. Anche i rom hanno paura, specie quando sono vittime di aggressioni continue, come a Pavia o, prima, a Opera alle porte di Milano. Eppure la legge non sembra tutelarli per nulla.Se l'insofferenza dilaga e la paura cresce è anche perché pochi si assumono l'onere di ricordare verità scomode. Come ad esempio che, curiosamente, gli sgomberi seguono spesso la geografia e la tempistica degli interessi delle speculazioni immobiliari. Succede a Milano, a Sesto San Giovanni o a Pavia.La situazione di Milano è, non da oggi, tra le più difficili. Non perché la sicurezza sia minore, ma perché maggiore è la strumentalizzazione politica, la debolezza dell'opposizione, il silenzio degli intellettuali, la prudenza delle associazioni.Certo, c'è anche il problema della sicurezza, ma questa si promuove con l'inclusione e la coesione sociale, non fomentando pogrom e disperazione. Il disagio e i fenomeni di disturbo si contengono con le politiche sociali non con le manette. La legalità va considerata una condizione normale per tutti e per ciascuno, non una clava da agitare contro i più poveri.


Sergio Cusani
Sergio Segio

14 settembre 2007

Voghera: Multe ai senza tetto

Volete dormire su una panchina all'aperto? Non fatelo a Voghera. Nel comune padano, circa 38 mila abitanti in provincia di Pavia, rischiate una multa da 50 a 500 euro. Come quella comminata qualche giorno fa a M.C., 45enne senza dimora, colpito dall'ordinanza anti-bivacco emanata il 13 agosto scorso. "Questo provvedimento punisce chi bivacca, senza specificare che tipo di bivacco - dice Franco Vanzati, responsabile Politiche sociali e immigrazione per la Cgil di Pavia -E' un'azione indirizzata nei confronti dei più poveri ed emarginati. Si tratta di una sciocchezza doppia perché si colpiscono le zone dove collaboratori familiari e badanti si ritrovano al termine del lavoro, col rischio che anche quei ritrovi vengano considerati un bivacco. Con quest'ordinanza, rivolta al vagabondaggio, si vogliono colpire gli ultimi della fila. Nella rincorsa dei comuni alla legalità si fa un intervento di repressione nei confronti di queste aree, senza proporre un piano di inclusione sociale. Questa è gente inerme: al massimo si sdraia sulla panchina o vomita se sta male, ma non hanno mai aggredito nessuno. Non siamo di fronte a delinquenti incalliti, ma a poveri cristi". I senza dimora di Voghera sono assistiti dalla "Casa del pane Zanaboni", storico istituto che ospita i senza dimora della città, con 18 posti letto, 12 per uomini e 6 per donne. Un'altra decina di senza dimora vengono da fuori e passano le notti in giacigli di fortuna. "E per loro il Comune non dà alcuna assistenza", conclude Vanzati.

Sicurezza, ecco il dossier del governo Amato: "La tolleranza è finita"

Controlli e lotta a prostituzione ma anche a lavavetri e parcheggiatori. Incontro con le Fs: lotta a chi viaggia senza pagare il biglietto.

Cinquanta venditori abusivi fermati nel centro storico di Roma, 74 clienti di prostitute denunciati a Milano e 10 a Bologna, centinaia di parcheggiatori abusivi multatii a Napoli, 16 affittacamere segnalati alla procura a Sanremo. E perfino sequestri di ortaggi a Catania perché esposti il "luogo pubblico" senza autorizzazione. Un dossier di un centinaio di pagine con le operazioni in tutta Italia contro prostituzione minorile, abusivismo commerciale e parcheggiatori abusivi hanno "mandato in archivio", come ha detto il ministro dell'Interno Giuliano Amato, "la tolleranza diffusa per l'illegalità che si era troppo affermata nel nostro Paese". E - dopo la firma delle settimane scorse dei "patti per la sicurezza" delle grandi città - rappresenta ora il primo bilancio degli interventi concertati da Viminale e sindaci. Scesi in campo, a fianco di carabinieri, polizia e finanza, anche i vigili urbani, in particolare per arginare il fenomeno delle ragazze minorenni costrette a prostituirsi. Il dossier, arrivato ieri al Viminale, è la dimostrazione, per Amato, "che fare rispettare la legalità nelle nostre città è possibile". Sempre ieri al ministero s'è svolta una riunione tecnica a cui hanno partecipato i ministeri di Giustizia, Difesa, Pari opportunità e solidarietà sociale per mettere a fuoco altri strumenti di intervento per rendere più efficace la politica della sicurezza del governo. Proprio nel giorno nel quale il presidente dell'Anci Veneto ha dichiarato guerra, a Padova, ai venditori di fiori ai semafori, il titolare del Viminale ha risposto, in modo indiretto, al sindaco di Firenze che aveva lanciato la proposta di arrestare i lavavetri.
"Il dossier con le operazioni di questi giorni - ha commentato Amato - sono l'inizio di un cambiamento anche culturale senza che questo comporti, come si sta dimostrando in città come Roma, Bologna, Genova, Firenze e Napoli, guerre forsennate contro nessuno, tantomeno contro i lavavetri. Non si sono violati i diritti di nessuno, ma s'è affermato il principio che la legalità va fatta rispettare a tutti i livelli proprio per difendere i diritti dei più, soprattutto dei più deboli". Le misure per il ripristino della legalità riguardano non solo le strade delle città italiane, ma anche le ferrovie. Il ministro dell'Interno ha incontrato ieri il presidente delle Ferrovie, Innocenzo Cipolletta, per un rafforzamento della vigilanza sui treni in relazione al diffondersi di reati sui convogli a lunga percorrenza, soprattutto notturni, ma anche a proposito della nuova politica di rigore delle Fs sul pagamento del biglietto. "Anche questo è un tassello per l'affermarsi di una nuova cultura della legalità in Italia", ha dichiarato Amato. Che ha aggiunto: "per anni s'è lasciata diffondere la convinzione che tutto sommato di poteva viaggiare anche gratis, ma ora quei temi sono finiti". Nel dossier giunto ieri al Viminale sono elencate centinaia di operazioni svolte in queste due settimane dalle varie polizie. Eccone alcune. Cinquanta persone sono state fermate a Roma dalla polizia municipale alla stazione Tiburtina e in Piazza Navona per il decoro urbano e contro il commercio abusivo. A Milano nelle ultime due settimane sono state denunciate nell'ambito dell'ordinanza antiprostituzione 74 clienti, alcune decine a Verona, una decina a Bologna. Negli ultimi 4 giorni dieci fermi, un arrestato e oltre 2mila articoli abusivi sono stati sequestrati a Firenze in servizi straordinari di controllo contro l'abusivismo commerciale. Nell'ambito della linea dura decisa contro i parcheggiatori abusivi e la sosta selvaggia a Napoli sono state elevate centinaia di contravvenzioni, una cinquantina invece sono quelli multati a Roma. Sedici proprietari di immobili sono stati denunciati dalla polizia municipale di Sanremo nell'ambito del contrasto degli affitti irregolari. A Catania, infine, sono stati eseguiti sequestri di prodotti ortofrutticoli perché esposti abusivamente sul suolo pubblico.

13 settembre 2007

Vergognosi rigurgiti.

Ancora una volta Albano Laziale, dal 13 al 16 settembre, sarà teatro dei vergognosi rigurgiti neofascisti: questa volta non con un semplice corteo, ma con un festival nazionale di Fiamma Tricolore e Forza Nuova. Per di più utilizzando strutture comunali (Villa Doria). L'Assemblea Antifascista dei Castelli Romani invita pertanto tutte e tutti a partecipare al Contro Festival, organizzato in questo modo: oggi e domani presidio presso piazza S. Pietro dalle 17; sabato 15 corteo pacifista-antifascista dalle 16 in piazza Mazzini. Chiediamo a tutte le compagne e a tutti i compagni di Roma e provincia una forte mobilitazione, ricordando a tutti che la nostra Costituzione recita «E' vietata la riorganizzazione, sotto qualsiasi forma, del disciolto partito fascista».


Il Coordinamento Democratico Antifascista di Albano Laziale (Rm)

Lettera al ragazzo che si è ucciso perché denunciato per cannabis

Caro Alberto, scusaci se non siamo riusciti a salvarti da leggi e ipocrisia.
Adesso vogliamo giustizia. Alla fine dell'assemblea che ha riunito metà paese le persone escono che hanno ancora gli occhi rossi per aver versato le ultime lacrime in ricordo di Alberto. Se questa vicenda è un po' l'esempio di quello che sta provocando in Italia l'intolleranza mista all'autoritarismo, al tempo stesso sempre da questa piccola grande storia, che nasce per la tragica morte di un ragazzo suicidatosi dopo essere stato denunciato per cannabis, possiamo trovare gli elementi e le pratiche per uscire a guardare in avanti rispetto al dibattito sulle droghe. Paradossalmente quella comunità pacificata, chiusa verso il diverso, sulla quale la destra ha costruito la sua egemonia antimoderna fatta di capri espiatori e slogan intolleranti si dimostra solidale, aperta, pronta ad indignarsi ed a mobilitarsi quando l'autoritarismo passa il limite del vivere civile. Un paese che si mobilita per chiedere legalità nei confronti del comportamento delle forze dell'ordine è un paese che dimostra di avere alto il senso della democrazia, e di questi tempi non è da poco. In questa vicenda infatti emerge in maniera chiara come - al di là di quanto possono dire sondaggi e classe politica - il corpo sociale è in grado di padroneggiare discussioni in maniera molto più intelligente di chi li rappresenta, senza cadere in stereotipi o farsi travolgere dalla paura rispetto ai fenomeni complessi. Ma soprattutto, quello che impressiona è come gli interventi che si susseguono, svelino come un ingranaggio mediatico e normativo, possa sconvolgere la vita di un ragazzo normale.Le ipocrisie dettate da una doppia morale vigente in questo paese, di una classe politica che proietta nella società la sua ideologia morale, intollerante nei confronti di chi sgarra, senza confrontarsi mai sul piano della realtà producono uno stigma che marchia a fuoco la pelle. "Smascherato" c'era scritto sul giornale locale, "giovane di buona famiglia", "insospettabile", quasi a dare l'impressione che un giovane beccato con un po' di fumo debba diventare da lì in poi un "deviante fluorescente". Come ha detto Don Gallo in assemblea: «Quando si inizia a stigmatizzare la sostanza si finisce per stigmatizzare il consumatore, e questo provoca danni enormi». L'arrivismo poi ha condotto un colonnello dei carabinieri in cerca di punti di carriera, a non esitare nemmeno un attimo, convocando una conferenza stampa che ha fatto passare un semplice sequestro di sostanza di un consumatore, per una brillante operazione antidroga. Nello stesso giornale il sequestro di decine di kg di cocaina ha avuto paradossalmente meno spazio che la storia di Alberto.La precarietà invece, mista ad un giornalismo che ha perso ogni funzione critica hanno fatto il resto. Le redazioni sono ridotte e non fanno più inchiesta, non verificano la notizia, - dice in un intervento non facile per il clima in sala il presidente dell'ordine dei giornalisti dell'Emilia Romagna - se poi i giornalisti mettono elementi di critica, sono spesso ricattati dalle condizioni di precarietà che li rendono troppo deboli nei confronti di direttori che non esistano un attimo ad allungare le notizie, semplici fatti di cronaca così si mischiano a pettegolezzi per vendere qualche copia in più. Ma questo clima, fatto da comportamenti che hanno agito come aggravanti, è spinto da leggi assurde e dal dibattito politico. Se la Fini Giovanardi che mette insieme un consumatore con uno spacciatore fa solo pena, altrettanto danno fanno le dichiarazioni di Amato sulla tolleranza zero e degli sceriffi, perché il clima politico le forze dell'ordine lo annusano molto bene e si comportano di conseguenza. E qui mi sento in pieno di condividere ancora una volta quello che ha detto Don Gallo - "scusaci Alberto non per quello che ti hanno fatto, ma per quello che ti abbiamo fatto". Scusaci, se puoi, di non essere riusciti in un anno e più di governo a buttare giù quella maledetta legge, scusaci se puoi di non essere riusciti a fermare quel vento intollerante che soffia oggi così forte. A nessuno sfugge che ci sia una enorme difficoltà di parlare di questi argomenti nel nostro paese. Lo sanno bene gli amici di Alberto, che guardano avanti e non perdono la speranza e vogliono che il loro blog ( amicidialberto.blogspot.com) divenga un laboratorio in cui si possa discutere in maniera civile di droghe, dal basso. Dobbiamo diventare un battaglione dice uno di loro, perchè da soli non si vince. Allora è anche da questa vicenda che si può pensare di ricostruire quell'intellettualità diffusa che analizzi i fenomeni sociali e riconquisti spazio nel discorso pubblico, uno spazio pubblico che non deleghi alla tecnica, alla scienza, il pallino del piano discorso ma apra il confronto, e ricostruisca attraverso la presa di voce un'idea di società in cui libertà e partecipazione generino tessuto sociale contro ogni intolleranza e demagogia.

Francesco Piobbichi - resp. naz.le Politiche sociali Prc

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