21 settembre 2007

Roma: Assalto squadrista al campo rom. Il razzismo "made in Italy" fa proseliti

Incredibile episodio di odio e violenza nella capitale. In quaranta, con coltelli, mazze da baseball e molotov assaltano un campo E' il terzo e più grave episodio in una settimana. Dopo Opera e Pavia dilaga la violenza contro i rom, senza argini e indignazioni

La piccola Angel Teresa dorme placida nel lettone di mamma Angela. Pannoloni e mosche sulle braccia grassocce, un anno e quattro mesi di vita, non può saperlo, lei, che intorno gli adulti sono tutti agitati. Sono giorni di paura al campo nomadi di via Furio Cicogna, vicino a Ponte Mammolo, zona est di Roma. Non era mai successo prima, mai da due anni che esiste il piccolo accampamento rom. Questa settimana è successo: lunedì notte e poi martedì, poi ancora nella notte tra mercoledì e giovedì quando in zona prestavano servizio di pattugliamento dei carabinieri in borghese, allertati dagli episodi precedenti. Si sono presentati in quaranta con coltelli, mazze da baseball, bottiglie incendiarie che hanno lanciato dal ponte che sovrasta il campo. Non orde organizzate di estrema destra, nè leghiste e nemmeno baby gang di periferia. Lo dice lo stesso tenente Papa, intervenuto sul posto, che si tratta niente più che degli «abitanti del vicino quartiere di Casal de' Pazzi». Età dai 20 ai 40 anni. Due notti fa, l'unico che sono riusciti a fermare è un uomo di 40 anni, con qualche precedente penale. L'accusa è di resistenza a pubblico ufficiale e porto abusivo di armi e oggetti atti a offendere. Con sè aveva un coltello da cucina, un taglierino, un cacciavite. E' sotto interrogatorio, tramite lui gli inquirenti vogliono risalire agli altri che con il volto coperto si sono presentati al campo rom al grido di «vi ammazziamo tutti» e armati anche di una tanica di benzina, lasciata lì e sequestrata dalle forze dell'ordine che ora presidiano il campo 24 ore su 24. Se fai un giro in quartiere, nei dintorni della fontanella dove i rom di solito si riforniscono d'acqua, nessuno sa niente del recente "trambusto" notturno che per fortuna non ha provocato feriti. Ma chiunque incontri è disposto a sfogarsi su «questi rumeni che ti rubano tutto», sul fatto che «prima questa era una zona tranquilla» e ora invece «non lo è più». Tanto che la signora Gabriella ha preferito addirittura non andare in vacanza quest'estate per non lasciare casa incustodita. Paura incontrollata in un quartiere abitato da ceti popolari ma anche da classe media "benpensante". Paura che ora si sente legittimata dalla campagna mediatica e di certa politica sulla sicurezza. Emilio, 45 anni, è un po' il "capo" del campo rom, ruolo che gli deriva spontaneamente dal suo italiano fluente. Non si è accorto della "deportazione" dei rom in atto a Pavia, legge poco i giornali, guarda la televisione (che non ne ha parlato), ma comunque non ha dubbi. L'arrivo della violenza e dell'intolleranza anche al campo di Ponte Mammolo è figlia della «pubblicità di tv e stampa su quello che avviene altrove, a Livorno per esempio. Fino ad oggi qui ci rispettavano, non ci hanno mai detto niente anche quando andavamo a prendere l'acqua alla fontana». Nemmeno a dirlo, dall'inizio della settimana Emilio e gli altri non ci vanno più a prendere l'acqua. Hanno paura della paura dei residenti che di questi tempi si sente legittimata e si manifesta come tale: con strafottenza e arroganza nonostante si sappia, in zona, che già da lunedì i rom hanno allertato i carabinieri.Sei baracche, corrente alimentata da un piccolo generatore artigianale. Trenta famiglie, cinquanta bambini. Solo Emilio ne ha sei. Nikita Dunca, 40 anni, ne ha otto e si agita sotto lo sguardo delle telecamere nel suo italiano stentato. «I miei figli vanno a scuola, quella pubblica italiana, e sono perfettamente integrati. Noi qui non siamo abusivi». E dopo si scopre il perchè. Nikita sfodera la «carta» di cui parla dall'inizio della conversazione. Sembra un atto di vendita, ma si vede subito che è fasullo. E' la cessione del terreno su cui sorge il campo rom da parte di un italiano, I.S. A Ponte Mammolo i rom non sono abusivi perchè hanno acquistato il suolo per «11mila euro», almeno così dice Nikita che non sa che Totò cercò di vendere la Fontana di Trevi. La moglie Fabiola, 39 anni, sguardo seccato che scruta il piccolo cortile dove svolazzano le mosche e passeggiano i topi, non ne vuole sapere di sgombero («I bambini vanno a scuola qui»). Perchè la voce circola, anche se il comune non è mai passato agli atti ufficiali. «Si sa come finisce - Emilio traduce i pensieri degli altri - sgomberano con la promessa di un'altra sistemazione e poi ti lasciano in mezzo a una strada...». Almeno Emilio un lavoro ce l'ha e anche un permesso di soggiorno. Sono 800-1000 euro al mese per fare l'autista in una ditta di trasporto di generi alimentari. Alin Cioaca, 32 anni, pure ce l'ha un lavoro, ma in nero, a chiamata, e non ha problemi a dirlo: «35-40 euro al giorno in un deposito edile nelle vicinanze». Gli altri si arrangiano in giro a chiedere l'elemosina, ma non lo dicono. «Gli altri sono attori, musicisti, lavorano nei locali», se la sbriga Emilio.Ivano Caradonna, presidente del V municipio, dei Ds, si dice preoccupato per gli «inaccettabili» episodi di violenza e rivendica quanto fatto a Ponte Mammolo in materia di «solidarietà e inclusione sociale, anche grazie all'impegno delle associazioni di volontariato e della comunità locale». Che vota (scusate se è poco), mentre i rom non possono. Ma questa non è materia che sembra preoccupare Maria, sorriso che brilla di qualche dente dorato, ampia gonna verde smeraldo che luccica di paillette al sole quando lei viene fuori dalla baracca, dove oziano i grandi e giocano i bambini, per chiedere una sigaretta e «qualche soldo». Maria e gli altri ostentano una spensieratezza che quasi stride con l'agitazione di Emilio e Nikita e con l'aria maleodorante del campo, riuscendo forse a fare pendant solo con l'ingegnosa architettura delle baracche e i colori allegri di tende e vestiti. E' una forma di reazione come quella di un'altra Maria che si fa coraggio ed esce dal campo con la piccola Mariana affaccendata ad addentare un pezzo di carne arrosto nel passeggino. «Lei ha sete, vado a prendere l'acqua alla fontana. Paura? Cerco di non averne».

20 settembre 2007

Genova:Vogliono sgomberare il Centro sociale Buridda.

Dal 2003 ad oggi la Buridda, autogestita ed alimentata dalla volontà di centinaia di persone, è divenuta parte integrante del tessuto associativo e democratico di questa città. Sede di un' associazione culturale composta da più di 25 soggetti, di una palestra popolare, sale prove musicali, teatri, libreria, laboratori artistici e di fotografia, sede della Casa della Cultura Peruviana, luogo di incontro per molte comunità migranti.Da qui nascono progetti di cooperazione e solidarietà con il Messico e la Palestina.
Qui si svolgono non solo concerti musicali – con un occhio a etichette indipendenti e gruppi emergenti - ma manifestazione culturali di respiro nazionale ed internazionale; dal Critical Wine all'hack meeting, dall'incontro con Frederika Newton membro delle Black Panther alla tavola rotonda con istituzioni e forzesindacali sulla precarietà, dall'Illegal Art a numerose presentazioni di libri e film.
Oggi veniamo fatti oggetto di assolute falsità, quali quelle di essere responsabili di spaccio di droga, di atti di vandalismo all'interno e all'esterno dell'edificio, di non pagare regolarmente le utenze. Valuteremo il da farsi rispetto a tali infamità eventualmente anche in sede legale.
Il laboratorio sociale Buridda nasce quattro anni fa dall'esigenza comune a molte realtà politiche e culturali, di avere a disposizione spazi non mercificati di aggregazione.Il laboratorio trovò casa in un grande edificio chiuso e dimenticato da oltre sette anni: costretti ad un atto di illegalità ci piace pensare che – non abbiamo occupato – ma liberato uno spazio che come tanti altri in città veniva lasciato al degrado, alimentando speculazioni di ogni genere.
Chi ci critica oggi, già maggioranza in circoscrizione quando dallo stabile di via Bertani la facoltà di Economia fu trasferita nei nuovi locali della Darsena, non alzò la voce per denunciare lo stato di completo abbandono in cui fu lasciato l'edificio.Questa maggioranza, che utilizza la pratica ideologica ed ignorante della calunnia, non può capire il valore sociale di un'esperienza di auto-organizzazione, di aggregazione giovanile, di accoglienza, di una cultura concepita come bene comune fuori dal mercato.
A chi non ha mai voluto confrontarsi con la nostra realtà rispondiamo che da anni tentiamo un dialogo con le istituzioni che porti ad un riconoscimento e alla valorizzazione di questa ed altre esperienza a noi analoghe.Di fronte a questo attacco strumentale e politico risponderemo con il nostro fare, con la nostra capacità di iniziativa , con la mobilitazione e la lotta.

Laboratorio sociale Buridda
via bertani 1, genova, pianeta t/Terra
http://www.buridda.org/ - info@buridda.org

Nazi-ultrà e picchiatori a Lucca, 11 arresti

Nel mirino il gruppo dei Bulldog, protagonista di scontri in curva e di pestaggi nei confronti di militanti di sinistra. Sequestrate bandiere con svastiche e il sito con il fascio littorio


Se gli ultras neonazisti di Varese marciavano con il passo dell'oca in direzione degli stadi avversari, i loro camerati di Lucca conosciuti come Bulldog non si limitavano alle coreografie. Pestaggi, violenze e aggressioni quasi non si contavano più, quando nel febbraio scorso il tentato omicidio del giovane Emanuele Pardini segnò un punto di non ritorno. Mesi di indagini. Poi l'arresto dei responsabili materiali dell'aggressione a Pardini. Infine ieri mattina sono arrivati dieci ordini di custodia cautelare in carcere, uno agli arresti domiciliari, e altri cinque indagati con obbligo di firma. Tutti dovranno difendersi in tribunale dalle accuse di associazione a delinquere, percosse, lesioni personali gravi, violenza privata, minacce aggravate, porto ingiustificato di strumenti atti a offendere, e danneggiamento.L'operazione della Digos di Lucca, coordinata dal procuratore capo Giuseppe Quattrocchi, ha portato anche a numerose altre perquisizioni, oltre al sequestro di una bandiera con la svastica e un'altra con la croce celtica, coltelli, pugni di ferro e mazze di legno. Inoltre è stato finalmente sequestrato e ridotto al silenzio anche il sito dei Bulldog (www.bulldoglucca.it), che per gli investigatori della Digos - e del resto bastava darci un occhiata per farsi un'idea - era il principale mezzo di propaganda delle idee, delle azioni e della mentalità del gruppo che aveva fatto tabula rasa del tifo lucchese in curva ovest. Chiamiamola «incompatibilità», visto il fascio littorio stilizzato logo dei Bulldog, perfettamente in linea con le reiterate azioni squadristiche che nelle ultime tre stagioni avevano portato all'espulsione dalla curva degli altri gruppi di tifosi rossoneri.Nel sito si poteva trovare di tutto. Compresi link verso altri siti di chiara matrice fascista. Richiami a biografie di gerarchi del ventennio. Consigli su come comportarsi in caso di fermo di polizia. Offerta di oggettistica da stadio (cappellini, sciarpe, ecc) con la chicca di felpe con su scritto «L'amico è fidato se tace il tuo reato», oppure «Tifoso anticomunista squadrista». Tutta farina del sacco di Andrea Palmeri, 28 anni, leader dei Bulldog chiamato dai fedeli camerati «il generalissmo». Poi i lucchesi Andrea Di Vecchio, Mirco Santucci, Davide Giovannetti, Daniel Fratello e Stefano Vannucci, tutti dai 19 ai 28 anni, e Lorenzo Pucci, Adam Alexander Mossa, Luigi Marotta e Francesco Venturini, residenti nella vicina Capannori e anche loro poco più che maggiorenni. Il più anziano del gruppo, Andrea Vanni, 36 anni, è quello finito agli arresti domiciliari.Dietro i Bulldog naturalmente, anche se sull'argomento i prudenti investigatori lucchesi preferiscono restare nel vago, si staglia l'ombra dei neofascisti di Forza Nuova, particolarmente attivi nella provincia lucchese. Quelli di Forza Nuova respingono altrettanto naturalmente ogni ipotesi di coinvolgimento diretto nelle iniziative dei Bulldog. Anche se non hanno mai mancato di solidarizzare apertamente con chi veniva di volta in volta indagato o arrestato. Dopo aggressioni assortite (omosessuali, studenti, perfino il tentato incendio della libreria Baroni) che hanno segnato la vita cittadina degli ultimi anni, solo il tentato omicidio di Emanuele Pardini nel febbraio scorso - il ragazzo del Cantiere Resistente è rimasto vivo per miracolo - ha segnato una svolta forse definitiva. Sancita anche dai tremila scesi in piazza pochi giorni dopo per una manifestazione indetta da un comitato genitori-insegnanti. Stufi di vedere i loro figli e i loro allievi vivere quotidianamente nell'angoscia.

Cofferati ferma anche la moschea

Il «maiale day» di Calderoli ottiene già un risultato: il comune di Bologna ritira la delibera sul contestato luogo di preghiera islamico. La Lega Nord esulta e promette di proseguire la battaglia anti-islamica Il sindaco si appella alla partecipazione: decideremo con i cittadini, anche con un referendum. L'intenzione sarebbe di edificarla in un altro luogo più piccolo


La moschea si farà ma il percorso riparte da zero. A Bologna la giunta ieri ha annullato la delibera che assegnava al centro di cultura islamica un terreno in periferia dove costruire un nuovo luogo di culto più adatto alle esigenze della comunità musulmana . Cinquantadue mila metri quadri, sei mila edificabili, un terreno troppo ampio per la Curia che aveva paventato il rischio dell'invasione «verranno da tutto il Nord», erano state le parole del vescovo ausiliario Ernesto Vecchi.Ha vinto il leghista Roberto Calderoni che pochi giorni fa aveva lanciato l'ignobile provocazione del maiale day? Ha vinto la Lega Nord che a questo progetto ha fatto una sguaiata opposizione organizzando una raccolta firme per un referendum ma soprattutto facendo il partito ombra della Lega Antidiffamazione Cristiana, gruppo di cittadini che si è presentato all'assemblea di quartiere con striscioni come «Italia terra cristiana, mai musulmana»? Ha vinto Alleanza Nazionale che scenderà comunque in piazza il 29 settembre contro la moschea ( lo stesso giorno in cui è prevista anche la street parade organizzata dal Livello 57 e altri centri sociali)? Di fronte all'evidenza che non si torna indietro dall'idea di dare la possibilità alla comunità islamica di avere un nuovo luogo di culto, il sindaco Sergio Cofferati afferma sicuro che non c'è nessuna retromarcia. E invocando la partecipazione dice che non è un arretramento ma solo la necessità di consultare i cittadini. Partirà un'istruttoria nel quartiere dove verrà costruita la moschea, che rimane sempre quello, ed entro la fine di ottobre ( quindi in tempi abbastanza rapidi) la giunta conta di poter licenziare il nuovo provvedimento. Quello che cambierà saranno sicuramente le dimensioni su cui si erano centrati alcuni rilievi della Curia ma su cui anche la Margherita aveva segnalato i suoi dubbi. Il progetto dovrà essere reso noto in anticipo «in linea di massima anche per quanto riguarda le attività previste», dicono dal Comune. L'assessore all'urbanistica, il diessino Virginio Merola, ha escluso che la decisione sia un cedimento alle pressioni della Curia. «Non abbiamo colto una sollecitazione della Curia, non ho paura di revocare decisioni quando questo è necessario, perché non lavoro per la mia vanità». Non la pensa così Rifondazione Comunista con il capogruppo in consiglio comunale Roberto Sconciaforni che invece lancia un sospetto e dice «sarebbe grave se la giunta cedesse all'offensiva fondamentalista della destra e dei vertici della Curia». I diretti interessati, ovvero il centro di cultura islamica che è legato all'Ucoii continuano sul terreno della calma e della cautela che li ha contraddistinti fino ad ora. «Non vedo perché dovremmo puntare i piedi adesso», dice il vicepresidente Daniele Parracino. «Questo servirà a calmare gli animi e ad arrivare all'obiettivo in modo trasparente perché non abbiamo nulla da nascondere». Dall'inizio il centro islamico sul progetto della nuova moschea ( che va a sostituire quella che già c'è) ha condiviso l'iter della nascita parallela di una fondazione che avesse il ruolo di organismo di controllo. La proposta di An era stata raccolta e deliberato un protocollo d'intesa che avrebbe portato anche al controllo sulle attività che venivano messe in campo per finanziare il luogo di culto oltre che alla condivisione della carta dei valori del ministro dell'interno Giuliano Amato. Inutile dire che la destra ieri ha cantato vittoria. Dalla Lega Nord che urlava minacciosa che nessuna moschea si dovrà costruire, a quelli della Lega Antidiffamazione Cristiana che annunciavano un pellegrinaggio al santuario della Madonna di San Luca, ad Alleanza Nazionale, partito del deputato Enzo Raisi che ha addirittura fatto un paragone con le Br avvertendo il Comune della sottovalutazione del rischio terroristico. Insomma un mosaico di posizioni, commenti, rigurgiti del più conservatore sentimento religioso fomentato da una destra che ha utilizzato un linguaggio razzista e agitato il sentimento della paura come una clava. Questa stessa destra ora non frena e si opporrà sicuramente anche al prossimo progetto, «non è stato fermato lo scempio», dice la vicepresidente dei parlamentari di Forza Italia, Isabella Bertolini.

19 settembre 2007

Genova G8: Il processo Diaz e le "ferite pregresse"

Sarebbero certamente morti se non fossero stati portati in ospedale». Il riferimento è a due ragazzi picchiati violentemente dalle forze dell'ordine nella notte del 21 luglio alla scuola Diaz. Le parole sono di Leonardo Chessa, chirurgo dell'ospedale San Martino e volontario dei medici del Genoa social forum durante i giorni di Genova. E' sua la testimonianza più importante di oggi, alla ripresa delle udienze del processo per l'irruzione alla scuola Diaz e al media center nella scuola Pascoli daparte delle forze dell'ordine. La sua testimonianza è servita ancora una volta per sconfessare il tentativo delle difese dei poliziotti, basato sul presupposto che i feriti della Diaz avessero in realtà ferite pregresse e non causate dall'irruzione delle forze dell'ordine. Il dottor Chessa ha invece affermato con certezza che l'infermeria del GSF si trovava nello stesso edificio del media center, dove curavano solo alcuni casi, inviando fratture e ferite più gravi a ospedali e pronto soccorso. Alla Diaz non c'erano ferite pregresse: «sabato ho visto alcuni feriti contusi, non più di dieci, alla Pascoli».Prima di lui aveva testimoniato Enrica Bartesaghi, fondatrice del Comitato Verità e Giustizia e madre di una delle vittime della scuola Diaz. La prossima udienza, la centoseiesima, è prevista per domani giovedì 20 settembre 2007.
La trascrizione integrale dell'udienza la potete trovare al seguente indirizzo internet:

18 settembre 2007

Rieti: Un neonazista in consiglio comunale

«Non avremmo mai voluto scrivere queste righe eppure siamo costretti ancora una volta a denunciare come in questi anni il governo delle destre ha prodotto un degrado politico tale che il secondo mandato del Sindaco Emili ha permesso anche l'ingresso in Consiglio comunale di un neonazista a quanto pare membro di una organizzazione al vaglio della indagine della Magistratura. In questi anni l'Amministrazione comunale ha coperto politicamente e finanziato gruppi esplicitamente inneggianti al fascismo ed al nazismo (ma allo stesso tempo interni a Partiti del centro destra) che hanno anche beneficiato di contributi regionali all'epoca della giunta Storace per aprire, al centro della città, covi e sedi palesemente orientate verso il neofascismo». È quanto dichiarano, in una nota i Verdi, Rifondazione Comunista-Sinistra Europea, Comunisti Italiani e Sinistra Democratica del consiglio comunale di Rieti. «È stato una conseguenza, dunque, che qualcuno prima o poi riuscisse anche a sedere negli scranni del Consiglio comunale - proseguono - Siamo sconcertati e fortemente preoccupati per la notizia trapelata dagli organi di stampa per la quale un Consigliere comunale (evidentemente della maggioranza che sostiene Emili) sarebbe inquisito per il reato di incitamento all'odio e alla violenza razziale in quanto membro di una cellula di un movimento neonazista ramificato su tutto il territorio nazionale. La destra nostrana mostra il suo vero volto o quantomeno dimostra di non aver fatto fino in fondo i conti con il suo passato. Le indagini avranno il loro corso e noi, anche in una situazione così grave e delicata, rimaniamo ancorati ad un sano garantismo ma lo cosa grave che denunciamo è che in questi anni la politica del centro destra nella nostra città è stata decisamente complice e vicina a settori di estrema destra e neofascisti (raduni neonazisti a Terminillo, Via Pavolini, revisionismo sul 25 aprile e sulla resistenza nel reatino) che evidentemente hanno trovato terreno fertile e hanno anche avuto l'opportunità, dagli stessi Partiti che governano il nostro Comune, di essere eletti e dunque diventare amministratori della comunità. A questo punto esigiamo un chiarimento da parte del Sindaco e una presa di posizione da parte di tutte quelle forze che dicono di richiamarsi ai valori dell'antifascismo e della democrazia affinché il Consiglio comunale tutto respinga dal suo seno chiunque si richiami o inneggi al razzismo e al fascismo».

fonte: Omniroma

Catania, antifascismo in piazza

Il coordinamento 16 settembre ha dato vita ad una serata di musica contro l’escalation di violenza squadrista dell’ultimo anno. E l’Unione chiede le dimissioni di Scapagnini




Domenica sera piazza Dante ha ospitato una serata di concerti come risposta alle aggressioni fasciste degli ultimi periodi. Il Coordinamento 16 settembre nasce dopo l’aggressione di gruppi neofascisti nei confronti dei manifestanti del Pride 2006. Da allora Open Mind; Iqbal Masih, Attac, Circolo Precari Prc e Giovani Comunisti, Officina Rebele hanno deciso di fare fronte comune alle continue ingerenze fasciste nella vita politica e sociale, costituendo un comitato permanente non solo sull’antifascismo ma anche su altre questioni che riguardano la vita sociale e politica della città, facendo perno sull’aggregazionismo e il coinvolgimento. «Fare antifascismo a Catania - dichiara Pierpaolo Montalto del Prc di Catania - vuol dire affrontare i nodi della nostra società perché è nello stato di disoccupazione, degrado, precarietà che Forza Nuova e la cultura fascista trovano l’humus per crescere». Un antifascismo che non nasce solo da un processo di aggregazione culturale ma nella difesa del lavoro, della libertà di espressione e di autodeterminazione del proprio corpo. Da circa un anno la città etnea è stata pervasa dalle politiche neofasciste, basta guardare alle aggressioni subite dai giovani comunisti, da innumerevoli immigrati e gli atti di violenza nei centri sociali; gesti che portano Catania indietro negli anni, ad una storia cittadina circoscritta dalle politiche fasciste e dai fenomeni mafiosi. A distanza di venti anniil capoluogo etneo sembra assorto nel vuoto dei diritti e nelle violenze quotidiane: basta osservare la crescita ed il moltiplicarsi degli iscritti a Forza Nuova che trova la propria legittimità anche nelle politiche dell’amministrazione comunale e provinciale, non per niente il camerata Fatuzzo ha avuto il suo benvenuto a Palazzo degli Elefanti e la Provincia Regionale ha patrocinato un convegno che ha per oggetto la dottrina “nera”. «La violenza e l’arroganza di una politica sempre più lontana a Catania viene ancor più determinata dalle scelte di governance della giunta Scapagnini dichiara Francesco Manna responsabile nazionale enti locali Prc - dall’offesa che i cittadini devono quotidianamente subire per lo scandalo dei parcheggi, per la vicenda che ha visto protagonista il porto di Catania ed il suo Waterfront, ma ancora Catania Risorse ed il tentativo di svendere i propri beni architettonici. L’esempio è quello di una città che è quasi un non luogo». Il non luogo passa anche attraverso la gestione provinciale
che per circa sei mesi ha portato i lavoratori Conad, Coem, Cesame ed Elmec a mantenere lo stato di agitazione perché i protocolli firmati anni prima venivano disattesi. Quelli dell’attuale amministrazione vengono avvertiti dai cittadini come progetti invasivi ed aggressivi in un sistema, come quello catanese, dove l’assenza di una più dura politica dei partiti di centro sinistra ha determinato il crollo di un processo di riforma sociale. E’ notizia di oggi che i partiti dell’Unione hanno avviato una petizione per chiedere le dimissioni del sindaco, una proposta che il Prc aveva sottolineato in diverse occasioni già da tempo. Negli ultimi anni la città ha subito un rapido processo di fascistizzazione che ha coinvolto anche i luoghi simbolo della sinistra, basti pensare a piazza Dante .«A questi atti di violenza- dice Valerio Marletta, dei Giovani comunisti - abbiamo riposto con un metodo nuovo. Superando la vecchia dinamica antifascista del face to face, questa ricchezza deriva dai valori che ogni organizzazione fornisce all’interno dello stesso Coordinamento.

Varese, nazisti in Padania sognavano la secessione

47 perquisizioni tra gli aderenti a un partitino hitleriano che da tre anni si presenta nei piccoli comuni lombardi.

La guerra è guerra, in un conflitto è normale che la gente muoia. I morti ebrei sono presunti, i campi di sterminio sono diventati tali solo dopo il 1948. Hanno stancato con questa mania di protagonismo...». Pierluigi Pagliughi ne parlava pubblicamente e si presentava alle elezioni con la sigla Nsab-Mlns (Nationalsozialistische arbeiter bewegung – Movimento nazionalista socialista dei lavoratori). Nazisti in Padania. Lo stralcio di riportato nel leed fa parte di un’intervista rilasciata al sito varesenews, da un albergatore di Castano Primo, nel milanese, portavoce del movimento e consigliere comunale a Nosate, a mezza strada tra Milano e Varese. E’ la digos di quest’utima città ad aver coordinato, all’alba di ieri, il blitz in 47 abitazioni di personaggi legati alla sigla nata ufficialmente nel 2002 dopo tre anni di gestazione e che, con i suoi 200 iscritti dichiarati, ha corso in una ventina di consultazioni elettorali senza trovare quasi mai ostacoli - nonostante un’interrogazione parlamentare - nelle commissioni elettorali.
Eccezione quella di Gallarate che ha stoppato, per questioni di timbri, la lista nazista alle comunali di Inarzo. La strategia del Mlns era quella di infiltrarsi - con lo slogan della creazione di una provincia etnica dell’Insubria (gli insubri erano una popolazione italica di ceppo celtico insediata tra Varese, Novara, Lecco) - nei municipi più piccoli, sette tra i 100 e i 700 abitanti, dove una manciata di voti è sufficiente per avere un seggio. In tutto hanno incassato 287 voti, 23 dei quali a Belgirate, in provincia di Verbania, che hanno fruttato loro 4 consiglieri. Flop, invece, nell’unico comune del varesotto, Duno dove non hanno preso un voto. Ma nel varesotto, scelto da Priebke per le vacanze estive, si diffonde l’uso di salutare il 25 aprile - è accaduto a Venegono nel 2006 - con svastiche sui muri. Il blitz ha coinvolto 47 persone, una ventina solo in provincia di Varese, ritenuti parte di un circuito europeo. Tutti indagati, in base all’articolo 3 della legge del 1975 che vieta attività discriminatorie e razziste e la costituzione di organizzazioni votate a questi fini. I promotori rischiano una pena che può arrivare fino a 6 anni di carcere. Gli agenti hanno cercato e trovato materiale propagandistico (definito 1interessante» dal procuratore varesino Maurizio Grigo) in case private e in un centro di aggregazione di destra, noto per i concerti di nazi rock, a Busto Arsizio, Comunità Giovanile, finanziato da molti anni dal comune. Impegnati anche reparti di Milano, Roma, Rieti, Novara, Vercelli e Piacenza - 150 agenti in tutto tra digos e repartoprevenzione crimine. Lombardia e il Lazio sono gli epicentri di una attività febbrile di gruppuscoli nazifascisti fatta di aggressioni a frequentatori di centri sociali, gay, migranti, raid contro simboli della resistenza, scritte oltraggiose antisemite. Il catalogo è stato ripetuamente fornito dalle reti antifasciste (l’ultima volta in occasione dell’anniversario dell’omicidio di Renato Biagetti) mentre, diverse amministrazioni comunali - Roma e Milano in particolare - non hanno trovato nulla da ridire nella continua apertura di sedi, spesso camuffate da pub, spesso in strutture concesse dai comuni, riferibili ad un’area composita di sigle che vanno da settori di destra sociale ancora legata ad An fino a personaggi come quelli del partitello nazista insubre. «Anche a sinistra esiste una sottovalutazione che si traduce in un’insana tolleranza», avverte il consigliere regionale lombardo del Prc Luciano Muhlbauer - se l’inchiesta di Varese dovesse rimanere un fatto isolato, difficilmente riuscirà a incidere su un preoccupante fenomeno in rapida crescita». E’ in questa escalation, secondo Muhlbauer che deve essere iscritto l’assedio di esponenti di Forza nuova, protetti dalle forze dell’ordine, a una famiglia rom ospite nel Pavese, a Pieve Porto Morone. Inni al fuhrer che hanno fatto il giro d’Italia sui Tg. «I neofascisti - alleati di Berlusconi nella Cd - non faticano a trovare comprensione o complicità in settori della destra istituzionale». E’ ancora il quotidiano on line, varesenews, a raccontare il festeggiamento del compleanno di Hitler, lo scorso 23 aprile a Baguggiate, sul Lago di Varese in una struttura dove solo una settimana prima si beveva birra e si mangiava salsiccia alla festa della Lega in un locale gestito dal capogruppo di An a Busto Arsizio, perquisito anche lui e che ha ammesso di conoscere i nazisti insubri, ma di trovarli, tutto sommato, normali. Le telecamere della polizia avrebbero filmato dando il via all’inchiesta che spazierebbe anche nel mondo dei cosiddetti centri sociali neri, in realtè veri e propri fortini invalicabili e supersorvegliati, come i romani Casa Pound e Casa Italia. «Ci eravamo molto incuriositi a leggere il programma del Partito nazionalsocialista dei lavoratori - ha detto ieri il capo della procura di Varese Grigo convinto di trovarsi di fronte a un circuito più sofisticato di quello dei naziskin con la parecipazione di figure storiche di quell’ambiente. Per ora non sarebbero spuntati nomi notissimi e sembra essere di fronte a un gruppo originale formato da personaggi senza retroterra di rilievo. Gente, tra l’altro, che avrebbe anche raccolto fondi per detenuti - per loro figure mitiche - legati allo stragismo e all’eversione nera come Concutelli.

«Gli innocenti stiano tranquilli? Lo diceva anche il Mein Kampf»

Parla un attivista della tutela della privacy: «Sbagliato accettare i controlli con noncuranza. In Gran Bretagna i dati archiviati sono stati rubati e rivenduti ad aziende private»

«Limitare i controlli forzosi dovrebbe essere un diritto esercitato da ciascuno di noi». Marco Calamari è un informatico che ha fatto della lotta per la tutela della privacy una ragione di battaglia quotidiana. E' tra i fondatori del progetto Winston Smith, una rete informatica che, prendendo in prestito il nome del protagonista del romanzo di Orwell «1984», mette a disposizione gratuitamente tecnologie «anti-spionaggio». Ed è tra gli autori del progetto di legge presentato dal radicale Maurizio Turco sull'obbligo di cancellazione dei dati informatici. Sembra che il progetto di legge di banca dati del dna, in arrivo al consiglio dei ministri, si basi sul modello inglese, così come chiedeva Francesco Rutelli. Come funzionano le cose in Gran Bretagna?Il database inglese è quello nato per primo, le sue informazioni vengono messe a disposizione di qualunque organizzazione, in sostanza i dati raccolti per il terrorismo si usano per combattere l'evasione fiscale. Recentemente qualcuno aveva proposto di estenderne l'uso alla generalità della popolazione, ma al momento l'idea è bloccata, un po' perché il progetto è costoso, un po' per le polemiche legate alla vulnerabilità di questo archivio, che ha già subito una serie di furti e violazioni. Già oggi quel database riguarda un numero consistente di cittadini, anche perché chi ci finisce non può esserne cancellato. C'è modo di tutelare la propria privacy da questa costante acquisizione di dati? Tutelarsi da archivi previsti per legge è molto difficile. Ma lo è soprattutto perché i cittadini accettano di sottoporsi a questi controlli con noncuranza. Il «chi non ha niente da nascondere non ha nulla da temere» non sta in piedi. E' la base della società totalitaria, e infatti ne parlava anche il Mein Kampf. Negli ultimi anni noi estremisti della privacy ci siamo accorti che il problema non è la tecnologia, perché l'evoluzione delle macchine apre nuovi spazi anche a chi cerca di prendersi delle garanzie. Piuttosto sono le macchine legali ad essere preoccupanti, perché non sono né perfette né garantiste, ma erratiche anche quando non pilotate. La nostra associazione ha cercato di impegnarsi nel dare servizi a tutti, nel fornire la possibilità di usare sistemi come Anonymous remailer e Pgp. Ci sembrava una cosa meritoria per i cittadini e invece siamo stati guardati con sospetto. Le Br hanno archiviato i loro computer in Pgp...Ma hanno usato anche una Renault 4 per metterci il cadavere di Moro eppure nessuno ha vietato l'uso delle Renault 4.Quella italiana è una società molto controllata o poco? Dal punto di vista tecnico e pratico i rischi del controllo sono più o meno gli stessi qui come negli Stati uniti. Dal punto di vista legale saremmo più tutelati, sia dalla legge sulla privacy sia dalla Costituzione. Abbiamo una base legalmente garantista che viene però stiracchiata di volta in volta.E se queste norme servissero davvero a far diminuire i reati? Fino ad ora non mi risulta che questo genere di controlli abbia fatto la differenza. Anzi, vorrei vedere un controesempio, qualcuno che mi dicesse «abbiamo fatto questo solo grazie al dna». E capire comunque le conseguenze.

Salerno come Firenze. Il sindaco Ds multa la «movida»

Vincenzo De Luca è lo stesso sindaco che negli anni del dopo Tangentopoli riqualificò il centro storico aprendolo ai giovani. Ora firma una delibera contro ambulanti, parcheggiatori abusivi, accattoni e i «cafoni» che «bivaccano» per strada lasciando in giro rifiuti.


Sembravano tranquille città di provincia e invece erano ghetti da bonificare. Anche Salerno si scopre sporca e insicura, assediata da ambulanti, parcheggiatori abusivi dai modi violenti e «cafoni» riuniti in gruppi che lasciano dietro montagne di rifiuti. Insomma, anche sul lungomare salernitano è scattata la «tolleranza zero». Venerdì, infatti, è entrata in vigore l'ordinanza che punisce con 500 euro di multa chi sporca la città o bivacca per strada, su muretti e panchine, lasciando rifiuti in giro, fuori dai cassonetti. Linea dura, ribadisce il sindaco Ds Vincenzo De Luca, anche contro l'accattonaggio, categoria interpretata in senso ampio, includendo anche la prostituzione, l'occupazione impropria di suolo pubblico e gli odiati parcheggiatori abusivi. «L'intento - spiega il sindaco De Luca - è quello di prevenire e punire i comportamenti scorretti ed irregolari che inficiano il decoro urbano e la vivibilità della città di Salerno». Insomma, comitive che sostano la sera su panchine, aiuole, scale pubbliche, muretti, tra birre, chiacchiere e panini lasciano dietro una scia di rifiuti, indicati dall'ordinanza come terreno di coltura per topi e altri parassiti. «Protagonisti di questi atti incivili sono - sempre secondo il comune - cittadini italiani ed extracomunitari ubriachi, in preda alla droga, o violenti che creano problemi di decoro e igiene urbana oltre che di sicurezza ed ordine pubblico». Insomma, fino a un paio d'anni fa quella che invade il lungomare salernitano e ha contribuito a riqualificare il degradato centro storico - dove sono sorte decine di locali - la chiamavano movida e la esibivano orgogliosamente sulle riviste italiane e straniere, insieme al progetto per la ristrutturazione urbanistica firmata dall'architetto spagnolo Oriol Bohigas, un esempio di città a misura d'uomo dove la notte i giovani sanno divertirsi, adesso li chiamano «cafoni», una piaga da bonificare per riportare ordine e decoro nel caos e degrado urbano. E' evidente che qualcosa è cambiato nel clima generale. Una campagna che spesso fa leva su episodi di microdelinquenza, amplificati dai media locali. Da settimane, ad esempio, incalza la polemica sui parcheggiatori abusivi, accusati in alcuni casi di minacciare gli automobilisti e gli ausiliari del traffico dell'azienda Salerno Mobilità, che gestisce per conto del comune il servizio di sosta. Negli ultimi sette giorni, circa sette abusivi sono stati multati per 675 euro, ma le accuse possono arrivare fino al reato di estorsione. Gli episodi più gravi nella zona del centro e intorno allo stadio Arechi, domenica scorsa, durante l'incontro casalingo della salernitana. «Questi ormai gestiscono un racket» si lamentano alcuni, mentre secondo altri aiutano a organizzare la circolazione delle autovetture, soprattutto nella zona della movida. Piazza Sant'Agostino, ad esempio, cuore della vita notturna, è l'area di sosta più ambita, letteralmente presa d'assalto dai salernitani in libera uscita nel week end. Il primo posto dove applicare la nuova ordinanza. Eppure i due abusivi che da anni gestiscono la piazza, dal martedì alla domenica, regolarmente divisi in turni, sembrano svolgere un buon lavoro, con le auto ordinatamente in fila in attesa che si liberi un posto alle spalle del Palazzo della Provincia. I due, garanti che venga rispettato la precedenza in fila, vegliano sulla notte e non impongono un «pizzo» fisso, solo «un'offerta a piacere» come si dice da queste parti. Piazza Cavour, invece, è controllata da posteggiatori occasionali, che arrivano nel fine settimana per gestire la zona tra il Palazzo della Provincia, dal lato mare, fino a palazzo Sant'Agostino. Anche per loro «tolleranza zero».


16 settembre 2007

Bologna: Cofferati contro la street parade

«Intollerabile tolleranza zero: vogliamo accessibilità e diciamo basta ai divieti insensati». Torna la street parade in versione tardo estiva, meno antiproibizionista e marcatamente anti Cofferati. E già a Bologna si fanno le barricate. L'evento organizzato dal Livello 57 e da una rete cittadina raccolta sotto il nome «Open the space» non piace al sindaco di Bologna che la considera «incompatibile con la città» e lascia trapelare un certo fastidio per non poter proibirla e per l'orientamento della Questura invece ad autorizzarla. «Non so se verrà convocato il tavolo della sicurezza - ha detto Cofferati - ma voglio ricordare che chi è invitato a quel tavolo, in base a un robusto e apprezzabile galateo istituzionale, non ha alcun potere, chi ce l'ha è solo il prefetto». In quella sede, assicura, «chiederò a prefetto e questore come intendano agire rispetto alla manifestazione, e se mi sarà domandato esprimerò la mia opinione. Poi, sulla base di quello che decideranno, l'amministrazione agirà per la parte che le compete». Il meeting point è fissato per le tre del pomeriggio del 29 settembre e quella cui pensano quelli del Livello è una street che attraversi le vie del centro fino al cuore della zona universitaria. «Una manifestazione pacifica ma rumorosa» dicono gli organizzatori, un corteo contro Cofferati e le sue azioni amministrative, da quelle che riguardano gli orari oltre i quali non si può uscire da un bar con un bicchiere d'alcolico in mano alle ultime affermazioni che invocano più severità verso chi viene sorpreso a scrivere sui muri fino a ipotizzare l'arresto. L'idea è di portare in giro per le strade della città dei furgoncini e alternare piccoli concerti a spettacoli teatrali.

15 settembre 2007

Pavia: Vigliaccata dei fascisti, assalto di massa a 10 bambini rom

Manifestazione di Forza Nuova contro il centro di accoglienza che ospita 17 persone (10 bimbi)

C'era persino il segretario nazionale Roberto Fiore alla manifestazione indetta da Forza Nuova davanti ai cancelli del centro diocesiano di Pieve Porto Morone (vicino Pavia) che da due settimane ospita un gruppo di rom sgomberato dalla ex Snia. I rom erano in 48, ne sono rimasti 17 (sette adulti e dieci bambini). Gli altri hanno accettato i 1300 euro offerti dalla Caritas per tornare in Romania. I diciassette vivono imprigionati. Oltre al lancio notturno di mattoni e petardi contro le finestre, ora vengono terrorizzati dal proprietario del campo confinante, che da giorni siede sotto un ombrellone con un fucile da caccia in mano e che all'occasione minaccia di sgozzarli facendo un gesto inequivocabile con la mano.Gli adulti non possono uscire per lavorare, i figli non possono frequentare la scuola: erano iscritti negli istituti di Pavia, che però dista 25 chilometri. E ieri sera hanno dovuto subire l'ennesima manifestazione xenofoba. Se c'era un senso dell'onore nelle vecchie squadracce fasciste - una certa idea del combattimento, del rischio, della sfida, magari del machismo - quel senso dell'onore Forza Nuova l'ha perduto definitivamente in questa piccola frazione delle campagne pavesi. Trecento ragazzotti muscolosi e rapati che circondano una casa minacciando donne e bambini: chissà se il principe Borghese e i suoi della X-Mas avrebbero approvato un blitz così vigliacco...Se non fosse per i volontari cattolici e laici, i rom sarebbero abbandonati a se stessi. La sindaca Piera Capitelli ha annunciato che probabilmente non presenzierà alla assemblea comunale di lunedì 17, la prima dopo il calvario estivo dei rom. Si può comprendere il timore della sindaca: con il Prc uscito dalla giunta, l'equilibrio è molto precario.La consigliera comunale di Pavia Irene Campari, un tempo iscritta a Rifondazione, ha reso nota la delibera con la quale la giunta stanziava 40mila euro per affrontare l'emergenza post-sgombero. Con quel denaro è probabile venga pagato il vitto e l'alloggio ai rom di Pieve Porto Morone, 10 euro al giorno per ogni ospite, ma nessuna istituzione ammette ufficialmente di fornire assistenza agli sgomberati, per timore di una nuova rivolta popolare. Campari chiede che le 17 persone rimaste vengano spostate al più presto «in un luogo sicuro e protetto», lontano dalle minacce. Di parere contrario Giovanni Giovannetti, presidente del circolo Pasolini: «Significherebbe cedere alla piazza e alla follia collettiva».Lunedì il prefetto Buffoni incontrerà a Pavia una commissione governativa rumena guidata dal primo segretario del premier rumeno Calin Pospescu Tariceanu, allarmato dai media del suo Paese che per giorni hanno dedicato molto spazio alla emergenza rom della ex Snia. Fortunata la famiglia di Cristinel Tanase, che da ieri mattina occupa un piccolo appartamento nella foresteria della Prefettura, per volontà di Buffoni. Cristinel lavora come manovale per una cooperativa milanese, le tre figliolette cominceranno finalmente ad andare a scuola.

Chiedono sicurezza e tolleranza zero, ma nessuno pensa a tutelare gli ultimi

I fenomeni di disturbo si contengono con le politiche sociali non con le manette. Chiamano crimine ciò che crimine non è.

Dicono: gli sgomberi dei campi rom servono a ripristinare ordine e legalità; ma lo sgombero senza alcuna alternativa getta sulla strada e nella disperazione centinaia di persone e questo, semmai, produce minore sicurezza.Dicono: alla solidarietà bisogna accompagnare il contrasto rigoroso dell'illegalità. Ma ben sanno che di solidarietà se ne vede sempre meno, perché, anche a sinistra, è stata messa in mora la cultura della accoglienza e dei diritti, mentre si insiste e si investe solo sulla repressione. Anche di fronte a percorsi di integrazione riusciti, come al campo milanese di San Dionigi, con bambini regolarmente a scuola e adulti al lavoro (sia pure, e non per colpa loro, in nero), la scelta è stata di sgomberare. Alla faccia di quel "Patto di legalità" che a quegli stessi rom era stato fatto sottoscrivere in cambio di percorsi di integrazione. Finiti anche questi sotto le ruspe.Dicono: applichiamo i principi di Tony Blair, duri con il crimine e duri con le cause del crimine. Ma chiamano crimine anche ciò che crimine non è, come l'accattonaggio, mentre rimuovono e dimenticano le cause.Dicono: ai cittadini bisogna dare ascolto, chiedono sgomberi e pugno di ferro. Ma i cittadini non sono solo quelli abbienti o che gridano più forte. Sono anche i poveri e i rom e tutti coloro (e non sono affatto pochi) che non reputano giuste le politiche di deportazione.Dicono: i campi non consentono condizioni igieniche e dignitose. Fingendo di non sapere che anche la maggioranza dei rom vorrebbe case stabili e non baracche, la possibilità di lavarsi e lavorare.Dicono: la percezione dei cittadini è quella dell'insicurezza. Anche se scarsamente fondata sui fatti, esige ascolto e risposte. Se è per quello, ci dicono gli istituti di ricerca, la percezione (assai più fondata) dei lavoratori è quella di essere sempre più poveri. Dicono: la paura cresce. È senz'altro vero, ma occorrerebbe chiedersi il perché. I principali motivi stanno nel venir meno di politiche sociali e welfare, nella precarizzazione del lavoro, nell'incertezza del futuro per sé e i propri figli.Dicono: lavavetri e accattoni, prostitute e immigrati, anche se non direttamente espressioni criminali, rendono invivibili le città. In alcune zone può pure essere. Ma le città sono rese ancor più invivibili dall'inquinamento, dal traffico, dai rifiuti, dal degrado urbano, dalla mancanza di spazi di socializzazione, del verde e così via.Dicono: il buonismo non aiuta, non si possono creare condizioni di favore per i rom. L'assessore milanese alle politiche sociali è arrivato ad affermare «i rom devono capire che è finito il tempo delle vacche grasse» (sic!). Dimenticando che sinora i rom hanno visto semmai solo topi grossi. E soprattutto dimenticando don Milani: «nulla è più ingiusto che fare parti eguali tra diseguali».Noi ne diciamo una sola: non ci sono i cittadini, da una parte, e, dall'altra, gli emarginati, i rom. I quali sono cittadini, per di più europei, esattamente come gli altri. Anche i rom hanno paura, specie quando sono vittime di aggressioni continue, come a Pavia o, prima, a Opera alle porte di Milano. Eppure la legge non sembra tutelarli per nulla.Se l'insofferenza dilaga e la paura cresce è anche perché pochi si assumono l'onere di ricordare verità scomode. Come ad esempio che, curiosamente, gli sgomberi seguono spesso la geografia e la tempistica degli interessi delle speculazioni immobiliari. Succede a Milano, a Sesto San Giovanni o a Pavia.La situazione di Milano è, non da oggi, tra le più difficili. Non perché la sicurezza sia minore, ma perché maggiore è la strumentalizzazione politica, la debolezza dell'opposizione, il silenzio degli intellettuali, la prudenza delle associazioni.Certo, c'è anche il problema della sicurezza, ma questa si promuove con l'inclusione e la coesione sociale, non fomentando pogrom e disperazione. Il disagio e i fenomeni di disturbo si contengono con le politiche sociali non con le manette. La legalità va considerata una condizione normale per tutti e per ciascuno, non una clava da agitare contro i più poveri.


Sergio Cusani
Sergio Segio

14 settembre 2007

Voghera: Multe ai senza tetto

Volete dormire su una panchina all'aperto? Non fatelo a Voghera. Nel comune padano, circa 38 mila abitanti in provincia di Pavia, rischiate una multa da 50 a 500 euro. Come quella comminata qualche giorno fa a M.C., 45enne senza dimora, colpito dall'ordinanza anti-bivacco emanata il 13 agosto scorso. "Questo provvedimento punisce chi bivacca, senza specificare che tipo di bivacco - dice Franco Vanzati, responsabile Politiche sociali e immigrazione per la Cgil di Pavia -E' un'azione indirizzata nei confronti dei più poveri ed emarginati. Si tratta di una sciocchezza doppia perché si colpiscono le zone dove collaboratori familiari e badanti si ritrovano al termine del lavoro, col rischio che anche quei ritrovi vengano considerati un bivacco. Con quest'ordinanza, rivolta al vagabondaggio, si vogliono colpire gli ultimi della fila. Nella rincorsa dei comuni alla legalità si fa un intervento di repressione nei confronti di queste aree, senza proporre un piano di inclusione sociale. Questa è gente inerme: al massimo si sdraia sulla panchina o vomita se sta male, ma non hanno mai aggredito nessuno. Non siamo di fronte a delinquenti incalliti, ma a poveri cristi". I senza dimora di Voghera sono assistiti dalla "Casa del pane Zanaboni", storico istituto che ospita i senza dimora della città, con 18 posti letto, 12 per uomini e 6 per donne. Un'altra decina di senza dimora vengono da fuori e passano le notti in giacigli di fortuna. "E per loro il Comune non dà alcuna assistenza", conclude Vanzati.

Sicurezza, ecco il dossier del governo Amato: "La tolleranza è finita"

Controlli e lotta a prostituzione ma anche a lavavetri e parcheggiatori. Incontro con le Fs: lotta a chi viaggia senza pagare il biglietto.

Cinquanta venditori abusivi fermati nel centro storico di Roma, 74 clienti di prostitute denunciati a Milano e 10 a Bologna, centinaia di parcheggiatori abusivi multatii a Napoli, 16 affittacamere segnalati alla procura a Sanremo. E perfino sequestri di ortaggi a Catania perché esposti il "luogo pubblico" senza autorizzazione. Un dossier di un centinaio di pagine con le operazioni in tutta Italia contro prostituzione minorile, abusivismo commerciale e parcheggiatori abusivi hanno "mandato in archivio", come ha detto il ministro dell'Interno Giuliano Amato, "la tolleranza diffusa per l'illegalità che si era troppo affermata nel nostro Paese". E - dopo la firma delle settimane scorse dei "patti per la sicurezza" delle grandi città - rappresenta ora il primo bilancio degli interventi concertati da Viminale e sindaci. Scesi in campo, a fianco di carabinieri, polizia e finanza, anche i vigili urbani, in particolare per arginare il fenomeno delle ragazze minorenni costrette a prostituirsi. Il dossier, arrivato ieri al Viminale, è la dimostrazione, per Amato, "che fare rispettare la legalità nelle nostre città è possibile". Sempre ieri al ministero s'è svolta una riunione tecnica a cui hanno partecipato i ministeri di Giustizia, Difesa, Pari opportunità e solidarietà sociale per mettere a fuoco altri strumenti di intervento per rendere più efficace la politica della sicurezza del governo. Proprio nel giorno nel quale il presidente dell'Anci Veneto ha dichiarato guerra, a Padova, ai venditori di fiori ai semafori, il titolare del Viminale ha risposto, in modo indiretto, al sindaco di Firenze che aveva lanciato la proposta di arrestare i lavavetri.
"Il dossier con le operazioni di questi giorni - ha commentato Amato - sono l'inizio di un cambiamento anche culturale senza che questo comporti, come si sta dimostrando in città come Roma, Bologna, Genova, Firenze e Napoli, guerre forsennate contro nessuno, tantomeno contro i lavavetri. Non si sono violati i diritti di nessuno, ma s'è affermato il principio che la legalità va fatta rispettare a tutti i livelli proprio per difendere i diritti dei più, soprattutto dei più deboli". Le misure per il ripristino della legalità riguardano non solo le strade delle città italiane, ma anche le ferrovie. Il ministro dell'Interno ha incontrato ieri il presidente delle Ferrovie, Innocenzo Cipolletta, per un rafforzamento della vigilanza sui treni in relazione al diffondersi di reati sui convogli a lunga percorrenza, soprattutto notturni, ma anche a proposito della nuova politica di rigore delle Fs sul pagamento del biglietto. "Anche questo è un tassello per l'affermarsi di una nuova cultura della legalità in Italia", ha dichiarato Amato. Che ha aggiunto: "per anni s'è lasciata diffondere la convinzione che tutto sommato di poteva viaggiare anche gratis, ma ora quei temi sono finiti". Nel dossier giunto ieri al Viminale sono elencate centinaia di operazioni svolte in queste due settimane dalle varie polizie. Eccone alcune. Cinquanta persone sono state fermate a Roma dalla polizia municipale alla stazione Tiburtina e in Piazza Navona per il decoro urbano e contro il commercio abusivo. A Milano nelle ultime due settimane sono state denunciate nell'ambito dell'ordinanza antiprostituzione 74 clienti, alcune decine a Verona, una decina a Bologna. Negli ultimi 4 giorni dieci fermi, un arrestato e oltre 2mila articoli abusivi sono stati sequestrati a Firenze in servizi straordinari di controllo contro l'abusivismo commerciale. Nell'ambito della linea dura decisa contro i parcheggiatori abusivi e la sosta selvaggia a Napoli sono state elevate centinaia di contravvenzioni, una cinquantina invece sono quelli multati a Roma. Sedici proprietari di immobili sono stati denunciati dalla polizia municipale di Sanremo nell'ambito del contrasto degli affitti irregolari. A Catania, infine, sono stati eseguiti sequestri di prodotti ortofrutticoli perché esposti abusivamente sul suolo pubblico.

13 settembre 2007

Vergognosi rigurgiti.

Ancora una volta Albano Laziale, dal 13 al 16 settembre, sarà teatro dei vergognosi rigurgiti neofascisti: questa volta non con un semplice corteo, ma con un festival nazionale di Fiamma Tricolore e Forza Nuova. Per di più utilizzando strutture comunali (Villa Doria). L'Assemblea Antifascista dei Castelli Romani invita pertanto tutte e tutti a partecipare al Contro Festival, organizzato in questo modo: oggi e domani presidio presso piazza S. Pietro dalle 17; sabato 15 corteo pacifista-antifascista dalle 16 in piazza Mazzini. Chiediamo a tutte le compagne e a tutti i compagni di Roma e provincia una forte mobilitazione, ricordando a tutti che la nostra Costituzione recita «E' vietata la riorganizzazione, sotto qualsiasi forma, del disciolto partito fascista».


Il Coordinamento Democratico Antifascista di Albano Laziale (Rm)

Lettera al ragazzo che si è ucciso perché denunciato per cannabis

Caro Alberto, scusaci se non siamo riusciti a salvarti da leggi e ipocrisia.
Adesso vogliamo giustizia. Alla fine dell'assemblea che ha riunito metà paese le persone escono che hanno ancora gli occhi rossi per aver versato le ultime lacrime in ricordo di Alberto. Se questa vicenda è un po' l'esempio di quello che sta provocando in Italia l'intolleranza mista all'autoritarismo, al tempo stesso sempre da questa piccola grande storia, che nasce per la tragica morte di un ragazzo suicidatosi dopo essere stato denunciato per cannabis, possiamo trovare gli elementi e le pratiche per uscire a guardare in avanti rispetto al dibattito sulle droghe. Paradossalmente quella comunità pacificata, chiusa verso il diverso, sulla quale la destra ha costruito la sua egemonia antimoderna fatta di capri espiatori e slogan intolleranti si dimostra solidale, aperta, pronta ad indignarsi ed a mobilitarsi quando l'autoritarismo passa il limite del vivere civile. Un paese che si mobilita per chiedere legalità nei confronti del comportamento delle forze dell'ordine è un paese che dimostra di avere alto il senso della democrazia, e di questi tempi non è da poco. In questa vicenda infatti emerge in maniera chiara come - al di là di quanto possono dire sondaggi e classe politica - il corpo sociale è in grado di padroneggiare discussioni in maniera molto più intelligente di chi li rappresenta, senza cadere in stereotipi o farsi travolgere dalla paura rispetto ai fenomeni complessi. Ma soprattutto, quello che impressiona è come gli interventi che si susseguono, svelino come un ingranaggio mediatico e normativo, possa sconvolgere la vita di un ragazzo normale.Le ipocrisie dettate da una doppia morale vigente in questo paese, di una classe politica che proietta nella società la sua ideologia morale, intollerante nei confronti di chi sgarra, senza confrontarsi mai sul piano della realtà producono uno stigma che marchia a fuoco la pelle. "Smascherato" c'era scritto sul giornale locale, "giovane di buona famiglia", "insospettabile", quasi a dare l'impressione che un giovane beccato con un po' di fumo debba diventare da lì in poi un "deviante fluorescente". Come ha detto Don Gallo in assemblea: «Quando si inizia a stigmatizzare la sostanza si finisce per stigmatizzare il consumatore, e questo provoca danni enormi». L'arrivismo poi ha condotto un colonnello dei carabinieri in cerca di punti di carriera, a non esitare nemmeno un attimo, convocando una conferenza stampa che ha fatto passare un semplice sequestro di sostanza di un consumatore, per una brillante operazione antidroga. Nello stesso giornale il sequestro di decine di kg di cocaina ha avuto paradossalmente meno spazio che la storia di Alberto.La precarietà invece, mista ad un giornalismo che ha perso ogni funzione critica hanno fatto il resto. Le redazioni sono ridotte e non fanno più inchiesta, non verificano la notizia, - dice in un intervento non facile per il clima in sala il presidente dell'ordine dei giornalisti dell'Emilia Romagna - se poi i giornalisti mettono elementi di critica, sono spesso ricattati dalle condizioni di precarietà che li rendono troppo deboli nei confronti di direttori che non esistano un attimo ad allungare le notizie, semplici fatti di cronaca così si mischiano a pettegolezzi per vendere qualche copia in più. Ma questo clima, fatto da comportamenti che hanno agito come aggravanti, è spinto da leggi assurde e dal dibattito politico. Se la Fini Giovanardi che mette insieme un consumatore con uno spacciatore fa solo pena, altrettanto danno fanno le dichiarazioni di Amato sulla tolleranza zero e degli sceriffi, perché il clima politico le forze dell'ordine lo annusano molto bene e si comportano di conseguenza. E qui mi sento in pieno di condividere ancora una volta quello che ha detto Don Gallo - "scusaci Alberto non per quello che ti hanno fatto, ma per quello che ti abbiamo fatto". Scusaci, se puoi, di non essere riusciti in un anno e più di governo a buttare giù quella maledetta legge, scusaci se puoi di non essere riusciti a fermare quel vento intollerante che soffia oggi così forte. A nessuno sfugge che ci sia una enorme difficoltà di parlare di questi argomenti nel nostro paese. Lo sanno bene gli amici di Alberto, che guardano avanti e non perdono la speranza e vogliono che il loro blog ( amicidialberto.blogspot.com) divenga un laboratorio in cui si possa discutere in maniera civile di droghe, dal basso. Dobbiamo diventare un battaglione dice uno di loro, perchè da soli non si vince. Allora è anche da questa vicenda che si può pensare di ricostruire quell'intellettualità diffusa che analizzi i fenomeni sociali e riconquisti spazio nel discorso pubblico, uno spazio pubblico che non deleghi alla tecnica, alla scienza, il pallino del piano discorso ma apra il confronto, e ricostruisca attraverso la presa di voce un'idea di società in cui libertà e partecipazione generino tessuto sociale contro ogni intolleranza e demagogia.

Francesco Piobbichi - resp. naz.le Politiche sociali Prc

12 settembre 2007

Sicurezza: Il commissario europeo Frattini ora vuole proibire la ricerca in rete di parole "sospette"

Qualcuno se l'aspettava. Forse non così presto ma in molti lo temevano. Comunque sia, in questo clima - dove tutti parlano sempre e solo di sicurezza - nel mirino ora sono finite anche le parole. Alcune parole, considerate «pericolose». L'idea stavolta non è di qualche amministratore di centro-sinistra. Ma viene direttamente da uno dei leader più «quotati» della destra: l'ex ministro degli Esteri e ora commissario europeo alla Giustizia e Sicurezza, Franco Frattini. E' lui che se la prende con le parole «sospette».
In un'intervista alla Reuter, il commissario spiega che avrebbe intenzione di «proibire» in rete la ricerca di termini come «bombe», «terrorismo», «attentati» e via dicendo. La spiegazione, la spiegazione ufficiale, è che in questo modo si dovrebbe impedire che la rete sia utilizzata da chi persegue obiettivi eversivi. Naturalmente, non è mai accaduto che un terrorista ricerchi su Internet come costruire una bomba o mandi un messaggio dal titolo: "Sto preparando un attentato". Il risultato, come hanno subito denunciato tutti i forum che tengono sotto controllo l'attività legislativa europea, è che agli utenti sarà impossibile cercare notizie, notizie storiche, fatti, personaggi. Se l'idea di Frattini avrà un seguito, insomma, sarà impossibile per uno studente cercare qualcosa sulle «bombe di Milano» del '68. Ma non è tutto. Di più, di più inquietante, c'è un'altra frase del commissario. Quando spiega che queste misure, questa maxicensura preventiva, verrà organizzata «d'intesa con i privati». Per studiare la sua realizzazione concreta. Nè più, nè meno, insomma, di come hanno fatto i governanti cinesi con Google. Trovando il modo, assieme al colosso delle ricerche, di far sparire qualsiasi voce di dissenso.


«Bisogna superare i campi nomadi» Il Consiglio d'Europa bacchetta l'Italia

Il ministro Ferrero corre ai ripari: «Già stanziati 50 milioni di euro per le politiche d'integrazione». E promette ai rom lo status di minoranza linguistica

Quando l'Europa striglia l'Italia di solito è per questioni economiche o politiche. Stavolta l'Unione europea ci bacchetta su un tema altrettanto scottante, specie in questi giorni dove impera la «questione sicurezza», quello dell'integrazione. Ieri il vicesegretario generale del Consiglio d'Europa, la signora Maud De Boer Bouquichio, ha incontrato a Roma il ministro della solidarietà sociale Paolo Ferrero per parlare, appunto, di integrazione: una parola sempre meno diffusa nel vocabolario italiano. Al centro dell'incontro l'attuazione di nuove politiche a favore dei rom, dei sinti, dei camminanti e dei migranti in genere. Tre gli appunti mossi da Bruxelles al nostro paese. Il problema dello sgombero forzato, quello degli alloggi permanenti e l'inadeguatezza dei campi nomadi. Quest'ultima vera e propria emergenza, basta passeggiare per le periferie di una qualunque media o grande città per imbattersi in queste mega-baraccopoli a cielo aperto, zone franche della malavita dove la legalità resta fuori.Occuparsi di rom non è mai facile. Non porta né voti né consensi, anzi rischia di aumentare il dissenso, già alto, tra la gente che alla parola «nomade» continua ad associare sempre quella di «ladro» o «criminale». E così le politiche di esclusione trovano sempre più un terreno fertile tra i sindaci italiani, pronti a risolvere il «problema» a suon di ordinanze comunali o con proposte sui generis. Ultima, in ordine di tempo, quella del primo cittadino di Pavia che è arrivato ad offrire mille euro ad ogni rom disposto a fare le valigie e tornarsene nel proprio paese d'origine.Un approccio diametralmente opposto è quello del ministro Ferrero per il quale bisogna invece avere il «coraggio virile» di dire all'opinione pubblica che integrare 150.000 rom, tanti sono nel nostro paese, è possibile. Come? «Cambiando rotta», perché la soluzione del problema non può essere «quella dei megacampi, né tantomeno quello degli sgomberi forzati». Ma deve necessariamente passare per l'integrazione «con l'inserimento scolastico dei minori, quello lavorativo e il passaggio dai campi alle case».Poi serve un aiuto sostanziale, di tipo economico. E allora sul tavolo sono già pronti 50 milioni di euro, frutto della direttiva sull'utilizzo del Fondo per l'inclusione sociale degli immigrati, già stanziati e già previsti nella prossima Finanziaria. In particolare: 3 milioni di euro per il superamento dei campi (con particolare riferimento alle aree metropolitane di Roma, Padova, Torino e Milano) e un milione per l'inserimento scolastico (con riferimento alle aree urbane di Roma, Bologna, Napoli, Firenze e Milano). «Questi interventi certo non risolvono il problema - ha detto il ministro - ma segnano la direzione di marcia innestando un percorso verso cui anche altri comuni possano muovere».Perché esempi d'integrazione riuscita ci sono eccome. Il Comune di Pisa, per esempio, dove sono stati integrati 470 rom e dove è stata attuata una politica di inserimento scolastico di tutti i bambini delle comunità nomadi. Altri ci stanno provando. Come in Sardegna dove - è di ieri la notizia - la Regione ha stanziato un milione e mezzo di euro per la realizzazione di campi nomadi più «umani» e per corsi di formazione professionale atti a favorire l'inclusione nel territorio.La strada è però ancora lunga e tortuosa in un paese, come l'Italia, che ancora non riconosce lo status di minoranza etnico-linguistica alla popolazione rom. Anche in questo caso c'è bisogno di colmare la lacuna della legge del '99 e Ferrero ha promesso che lo farà.

G8 Genova: Il Blu notte di Lucarelli scatena la Cdl. Unione verso l'inchiesta monocamerale

Giovedì l'ufficio di presidenza della prima commissione di Montecitorio potrebbe incardinare il testo Bressa

A sei anni di distanza, quando ancora brucia il ricordo e i fatti sono lontani dall'essere chiari, e la cronaca fornisce indizi sempre più preoccupanti (come la recente pubblicazione delle conversazioni telefoniche sulla linea del 113 nella notte della mattanza alla Diaz), irrompe sulla tv pubblica una puntata del "Blu notte" di Carlo Lucarelli sul G8 di Genova nel 2001. L'omicidio di Carlo Giuliani, i pestaggi e le cariche delle forze dell'ordine, gli oscuri avvenimenti in "salsa cilena" nella caserma di Bolzaneto, la "macelleria" Diaz vengono rientrano dunque a pieno titolo nella serie dei "Misteri italiani" di RaiTre. E' sufficiente per far partire il fuoco di fila della Casa delle Libertà contro la tv di stato che fa «informazione di regime» (Gasparri di An). Salerno, deputato che ha seguito Storace in fuga da Alleanza Nazionale nel movimento "La Destra", annuncia addirittura un esposto contro RaiTre. Forza Italia grida alla«ennesima operazione di fantapolitica», alla «deriva comunista», ad una Rai che «serve solo la sinistra radicale». D'Alia dell'Udc ne approfitta per annunciare il «voto contrario» del suo partito alla istituzione di una commissione d'inchiesta parlamentare sui fatti del G8, all'esame della commissione Affari Costituzionali della Camera.C'è da pensare che forse il documentario di Lucarelli, andato in onda domenica sera, sia piombato nella scena politica in una giornata poco adatta, che vede la Cdl nera di rabbia per la rimozione del "fido" Angelo Maria Petroni dal consiglio di amministrazione della Rai. Ma di sicuro c'è della sincerità nella difesa accorata della destra per le forze dell'ordine in servizio a Genova sei anni fa. Accorata e anche un po' imbarazzante, visto che nel documentario messo sotto accusa sono proprio esponenti dei sindacati di polizia a chiedere l'istituzione di una commissione d'inchiesta sul G8. Si può fare a meno delle polemiche di destra, dunque, e andare a dare uno sguardo al clima di maggioranza in Commissione Affari Costituzionali, che giovedì prossimo riunisce il proprio ufficio di presidenza per la probabile calendarizzazione del testo di Claudio Bressa (Ulivo), istitutivo della commissione di inchiesta sul G8 del 2001. Sembrerebbe che gli attacchi dell'opposizione non abbiano contaminato quelle forze dell'Unione che di solito si dimostrano "sensibili" a certi modi di fare di destra. L'impressione si rafforza se addirittura dall'Italia dei Valori fanno sapere di non aver ancora deciso di votare no sul testo Bressa, «anche se è noto che non siamo entusiasti di una commissione d'inchiesta che rischia di sovrapporsi al lavoro della magistratura», dice Costantin, rappresentante dell'Idv nella prima commissione di Montecitorio. Ferma restando l'incognita Udeur e le riserve di qualche diessino, si sarebbe in dirittura d'arrivo per l'istituzione di una commissione monocamerale (non bicamerale, dopo l'accordo raggiunto prima dell'estate, per evitare l'ostacolo rappresentato dalla maggioranza risicata al Senato), composta da trenta deputati, della durata di dieci mesi (più due per la relazione finale al Parlamento) e con il potere di lavorare senza che le si possa opporre il segreto di Stato. E' fiduciosa la deputata del Prc in commissione Affari Costituzionali Graziella Mascia: «Il testo Bressa è un buon punto di mediazione tra le varie proposte in campo». «Se venisse approvato sarei soddisfatto», dice Marco Boato, componente della prima commissione, che, alla luce della sua esperienza nella commissione d'inchiesta sulla tragedia del Cermis, è ottimista anche sui tempi di durata previsti dal testo Bressa: «Se c'è l'impegno di tutti, ce la possiamo fare in un anno». Maurizio Turco per la Rosa nel Pugno annuncia la presentazione di un emendamento «affinchè la commissione sul G8 indaghi anche sul 17 marzo 2001, giorno delle manifestazioni contro il Global Forum a Napoli: ci sono analogie, vogliamo sapere perchè a Napoli e poi a Genova alcuni deputati erano presenti nelle caserme di polizia. Si sono inseriti nella catena di comando?».Napoli, 17 marzo 2001, governo di centrosinistra, mattanza anche in quel caso, in piazza e alla caserma Raniero. Difficile che l'istituenda commissione arrivi a indagare anche lì e in ogni caso «è meglio fare gioco di squadra - suggerisce Boato - e portare a casa il risultato sul G8». Che sembra a portata di mano, ma mai sottovalutare i "venti contrari" che spirano in maggioranza.

Verona: Incendiata «La Chimica», il csoa che non piace a Tosi

Prima l'incendio, poi le ruspe e, non bastasse, anche la conferenza stampa, convocata in loco, del sindaco sceriffo di Verona, il leghista Flavio Tosi. Non c'è pace per gli attivisti del centro sociale La Chimica, sgomberato il 20 agosto su denuncia di Tosi e conseguente ordinanza della procura. Nella notte tra domenica e lunedì i «soliti ignoti» hanno appiccato il fuoco (pare con la benzina) al materiale usato per le iniziative del presidio permanente, nel giardino di fronte all'ex centro sociale. Le fiamme avevano già avviluppato uno degli alberi - erano circa le tre del mattino - quando un simpatizzante del csoa è passato per caso e ha avvertito i vigili del fuoco. Ieri mattina, mentre i pochi compagni presenti constatavano i danni, ecco apparire le ruspe e i camion mandati a demolire la struttura - un ex asilo zeppo di amianto - e, poco dopo, il sindaco in persona con codazzo di guardie del corpo, leghisti sfegatati e giornalisti, il tutto accompagnato da un buon numero di celerini. Qualcuno non ha resistito e, munitosi di uova, ha tentato il lancio fatale, subito bloccato dalla polizia. Portato in questura, il lanciatore s'è beccato l'ennesima denuncia, stavolta per «resistenza». Per un paio d'ore, mentre le ruspe lavoravano, s'è assistito ad una scena che a Verona sta diventando un «classico». Da una parte raffiche di slogan condite con genuini insulti in puro dialetto nordestino, dall'altra il sindaco sceriffo che se la ride, se la gode e rilascia dichiarazioni del tipo: «In fondo a sgomberarli gli ho fatto un piacere, dovrebbero ringraziarmi, visto che l'edificio era un pericolo per la salute». Ridono meno i dirigenti della questura, che ultimamente passano parecchio tempo a rincorrere e arginare le sceriffate di Tosi, che certo non poteva mancare alla demolizione dell'odiato centro sociale, uno dei bersagli preferiti della sua campagna elettorale.

Sicurezza: Problemi concreti soluzioni concrete

Mariana Chisoi, 39 anni, rubava alcolici alla Conad di Ivrea. Era una ladra con l'aggravante, era rumena. Ecco un problema in carne ed ossa per la società, che va risolto per «evitare svolte fasciste», come direbbe il ministro dell'Interno Amato. Il quale, ne siamo certi, in queste ore drammatiche si starà chiedendo se i suoi uomini non abbiano male interpretato le «grida» del nascente Partito democratico. Un poliziotto in borghese le ha sparato addosso uccidendola mentre scappava in auto. Problema risolto?

fonte: il manifesto

Lavavetri, Domenici rilancia: «Vietato avvicinarsi alle auto»

Nuova ordinanza del comune di Firenze dopo la decisione della procura di archiviare tutte le denunce: «I rumeni importunano gli automobilisti»

L'aveva promesso: risponderemo alle osservazioni della procura con una nuova ordinanza. Detto fatto. Neanche il tempo di metabolizzare la richiesta di archiviazione delle circa qundici denunce nei confronti dei lavavetri con cui il procuratore capo di Firenze Ubaldo Nannucci lunedì ha affondato la sua ordinanza («nessun illecito penale») ed ecco che il sindaco Lorenzo Domenici emette una nuova ordinanza contro i rumeni armati si straccio e spazzolone che affollano i semafori di Firenze. Nel nuovo testo non si fa più riferimento all'esercizio del mestiere girovago di lavavetri (sul quale si erano centrati i rilievi della procura), ma si ordina ai malcapitati di non «avvicinarsi agli automobilisti per offrire attività di pulizia dei vetri». Anche questa volta, come nella procedente ordinanza, la validità del provvedimento è fissata al prossimo 30 ottobre, e anche questa volta per i trasgressori è previsto la contestazione dell'articolo 650 del codice penale, che prevede la reclusione fino a tre mesi. Nessun commento in procura sull'iniziativa di Palazzo Vecchio: «Leggeremo la nuova ordinanza» ha fatto sapere ieri Nannucci. Per il capo della procura fiorentina, però, «forse sarebbe il caso di valutare la praticabilità del sequestro in via amministrativa» degli attrezzi usati per lavare i vetri, visto e considerato che per i reati per i quali è prevista una contravvenzione la sanzione penale «è praticamente inapplicabile specie nei confronti di persone senza fissa dimora».L'impressione è che, al di là dei toni estremamenti pacati, tra Comune e procura sia cominciato un nuovo braccio di ferro. Palazzo Vecchio, infatti, non sembra proprio voler essere lui il primo a gettare la spugna nella battaglia contro i lavavetri. La nuova ordinanza, come la precedente, fa riferimento a «episodi che hanno generato situazioni tali da mettere a repentaglio l'incolumità pubblica», tanto che ormai quella del lavavetri non è più «un'attività semplicemente offerta, ma di fatto svolta senza alcuna richiesta». Comportamenti che, secondo Domenici, «assumono la forma dell'insistenza» come accade quando, per esempio, nonostante il rifiuto del servizio offerto vengono alzati i tergicristalli della macchina per impedire all'automobilista di muoversi. Da qui la decisione di vietare ai lavavetri anche solo di avvicinarsi alle auto, ritenendo questo comportamento un modo per importunare gli automobilisti.«Non mi pare che la sostanza di questa nuova ordinanza muti rispetto a quella precedente», commenta l'avvocato Vanessa Luperi, che difende uno dei quindici rumeni denunciati. «Non basta eliminare il riferimento ai mestieri di girovago, ma valutare l'esistenza di esigenze di ordine pubblico che dubito che allo steto delle cose possano esistere». Perplesso di fronte ad alcuni punti dell'ordinanza, anche Paolo Caretti, costituzionalista all'università di Firenze: «C'è una differenza di trattamento tra chi chiede l'elemosina all'angolo della strada - spiega - e chi lo fa a un semaforo, e non si capisce il perché».

Agrigento: «Non sono scafisti»: scarcerati i 7 pescatori tunisini

Il tribunale di Agrigento ha rimesso in libertà cinque marinai. Arresti domiciliari per i due capitani. Avevano salvato 44 migranti, ma sono accusati di ingresso illegale in Italia. Per liberarli si sono mobilitati europarlamentari e movimenti

Ad aspettarli c'erano i militanti della Rete antirazzista siciliana, donne e uomini che fin dall'inizio si sono schierati al loro fianco. Stanchi e molto provati, i pescatori tunisini sono usciti dalla questura assieme agli avvocati Leonardo Marino e Giacomo La Russa, e subito dietro i funzionari del consolato tunisino con le auto pronte a trasferirli a Palermo, dove hanno trascorso la notte. Con loro c'era anche Giusto Catania, l'eurodeputato del Prc cui va il merito di avere messo in moto una grande campagna mediatica, raccogliendo oltre cento firme a Bruxelles tra i parlamentari europei, facendo sì che i riflettori rimanessero sempre accesi su una vicenda che non fa onore all'Italia, gettando più di un'ombra sul sistema di garanzie democratiche e giuridiche. Troppi sono stati i 32 giorni di detenzione per i pescatori, con un capo d'imputazione, quello di favoreggiamento dell'immigrazione clandestina, che persino l'accusa adesso rinnega. Anche il pm infatti ha espresso parere favorevole all'istanza presentata dalla difesa; il magistrato aveva già annunciato l'intenzione di modificare il reato, contestando esclusivamente ai marittimi l'ingresso illegale nel nostro Paese. I marittimi furono fermati subito dopo l'arrivo nel porto di Lampedusa, perché, e questa è l'accusa che rimane in piedi, non avevano ottenuto l'autorizzazione della Capitaneria. E questo nonostante, come anche le testiminianze raccolte nel processo hanno sottolineato, i pecsatori abbiano tratto in salvo 44 migranti, tra cui due bambini. Ma i marinai sono liberi, i comandanti dei due motopesca, che l'8 agosto giunsero nell'isola delle Pelagie, rimangono agli arresti. Per loro il tribunale di Agrigento ha disposto i domiciliari in un centro religioso gestito dai padri comboniani, a Licata.«Siamo soddisfatti del provvedimento del tribunale con cui è stata disposta la scarcerazione di cinque imputati in seguito alla mancanza di gravi indizi di colpevolezza - commenta l'avocato Marino - Prendiamo anche atto della decisione del tribunale di voler modificare la misura cautelare in carcere con gli arresti domiciliari nei confronti dei due comandanti dei motopescherecci, e restiamo in attesa nel processo al fine di dimostrare l'innocenza di tutti e sette i tunisini». «La decisione del tribunale - dice Giusto Catania - conferma quello che abbiamo sempre sostenuto, e cioè che i marinai tunisini sono degli eroi che hanno salvato la vita a 44 persone». «Non hanno infranto alcuna convenzione internazionale, né alcuna legge italiana - aggiunge Graziella Mascia, vice presidente del gruppo Prc alla Camera - Credo che chiunque si presti a soccorrere persone che rischiano la vita dovrebbe essere premiato anziché punito». Mascia e Catania si chiedono «chi risarcirà i danni economici che queste persone stanno subendo», aspettandosi dal governo «segnali in controtendenza, anche rispetto all'Europa e agli accordi contenuti nel Frontex». Su questo Rifondazione ha depositato una interrogazione parlamentare per chiedere al governo «quali iniziative intende affrontare per promuovere politiche di accoglienza che salvaguardino il valore della vita». Una «battaglia» che, sottolinea l'eurodeputato Claudio Fava (Sd), «continua adesso nel parlamento europeo per arrivare a un quadro normativo rigoroso e di buon senso, capace di evitare le manette e il carcere a chi mette la propria vita a rischio per salvare la vita degli altri».

11 settembre 2007

Lettera aperta a Prodi. Caro Presidente, partiamo dai fatti.

Signor Presidente,
in vista della firma del «piano per la sicurezza», qualche riflessione, partendo dal punto di arrivo di alcuni dei nostri vicini europei. Si può sempre peggiorare o migliorare, secondo la vostra prospettiva della lotta alla criminalità. A Sarkozy ha sicuramente giovato la sua campagna «tolleranza zero» contro gli immigrati, che ha portato all'espulsione di migliaia di bambini e di adulti, legandoli ai sedili degli aerei e ciò ha provocato le proteste di politici, sindacati e persino degli azionisti della compagnia aerea di bandiera. Il Presidente «compagno» Zapatero prevede la camicia di forza durante le espulsioni, ovviamente «per il loro bene» (quello degli espulsi legati). In Italia non siamo ancora arrivati a questi eccessi, tuttavia se continuiamo per la strada di assecondare il fastidio degli elettori di fronte agli emarginati, non ci vorrà molto per superare i nostri sopracitati vicini. La retorica sulla neutralità ideologica della lotta alla criminalità è una banalizzazione del problema. Tutti vorremmo, per un naturale istinto, essere assolutamente inviolabili. Sta alla politica ed alle istituzioni individuare i soggetti e le circostanze che minacciano tale inviolabilità del corpo e della proprietà.Visto che dai rapporti delle forze di polizia, più volte citati dal ministro dell'Interno, risulta che non esiste un aumento della criminalità e che anzi vi è una notevole diminuzione negli ultimi anni, a quale problema risponde questa spinta sicuritaria? Non voglio qui scomodare la criminalità organizzata. Non Le dirò di fare tutto il possibile per colpire la mafia o l'ndrangheta, lo sa già. Non metto le due questioni in alternativa; ma se il problema è la minaccia di essere colpiti, i dati della polizia ci dicono che ogni donna, per esempio, ha 7 volte più probabilità di essere uccisa o aggredita in ambito familiare o, comunque, vicino a sé, da parte di amici e conoscenti, che da parte di qualche immigrato o emarginato. Allora la domanda viene spontanea: come si sta attrezzando il governo per proteggere la vita e il corpo delle potenziali vittime dai raptus delle persone per bene? Come intende agire il governo per arrestare la spirale di violenza di gruppo da parte di adolescenti maschi contro coetanee?Anche l'aumento dei reati strumentali è sostanzialmente modesto. Se i dati ed i fatti citati hanno un valore reale, da dove emerge la priorità di rispondere ad un crescente aumento di insicurezza del paese che non ha nessuna relazione con quanto realmente accade? Le paure sono politicamente costruite e su questo, signor Presidente, concorderà con me che il passato governo è stato molto efficace. Sbattere in prima pagina quelli che rappresentano la «faccia sporca» della società non è soltanto ingiusto ma è anche fortemente fuorviante. Capisco però che facilita la creazione di consenso. Un consenso in realtà effimero, perché, Le ripeto, alla fine gli elettori da conquistare con queste campagne, potrebbero scegliere l'originale. Visto che appare evidente lo smarrimento della bussola, preoccupa la crociata per affermare e garantire la certezza della pena. Venti mesi fa, ci siamo presentati insieme al paese, promettendo cambiamenti sostanziali nella vita dei cittadini e delle cittadine. Siamo stati molto efficaci nel denunciare i mali che cinque anni di governo di destra avevano arrecato al paese. Oggi, il solo tentativo di richiedere coerenza con gli impegni presi viene apostrofato in modo dispregiativo come massimalismo. Oggi le priorità sono il risanamento dei conti e la politica sicuritaria. Ogni richiamo alla redistribuzione, alla giustizia sociale, alla coerenza con gli impegni del programma, sembra un attentato contro l'unità della nazione. Una nazione che, in realtà, sempre di più vive e prospera anche grazie al lavoro (e spesso alla morte nei cantieri, quelli sì spesso illegali e criminali) di donne e di uomini immigrati.
Le invio i miei più cordiali saluti.
Mercedes Frias - Deputata del Prc

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