12 settembre 2007

Sicurezza: Il commissario europeo Frattini ora vuole proibire la ricerca in rete di parole "sospette"

Qualcuno se l'aspettava. Forse non così presto ma in molti lo temevano. Comunque sia, in questo clima - dove tutti parlano sempre e solo di sicurezza - nel mirino ora sono finite anche le parole. Alcune parole, considerate «pericolose». L'idea stavolta non è di qualche amministratore di centro-sinistra. Ma viene direttamente da uno dei leader più «quotati» della destra: l'ex ministro degli Esteri e ora commissario europeo alla Giustizia e Sicurezza, Franco Frattini. E' lui che se la prende con le parole «sospette».
In un'intervista alla Reuter, il commissario spiega che avrebbe intenzione di «proibire» in rete la ricerca di termini come «bombe», «terrorismo», «attentati» e via dicendo. La spiegazione, la spiegazione ufficiale, è che in questo modo si dovrebbe impedire che la rete sia utilizzata da chi persegue obiettivi eversivi. Naturalmente, non è mai accaduto che un terrorista ricerchi su Internet come costruire una bomba o mandi un messaggio dal titolo: "Sto preparando un attentato". Il risultato, come hanno subito denunciato tutti i forum che tengono sotto controllo l'attività legislativa europea, è che agli utenti sarà impossibile cercare notizie, notizie storiche, fatti, personaggi. Se l'idea di Frattini avrà un seguito, insomma, sarà impossibile per uno studente cercare qualcosa sulle «bombe di Milano» del '68. Ma non è tutto. Di più, di più inquietante, c'è un'altra frase del commissario. Quando spiega che queste misure, questa maxicensura preventiva, verrà organizzata «d'intesa con i privati». Per studiare la sua realizzazione concreta. Nè più, nè meno, insomma, di come hanno fatto i governanti cinesi con Google. Trovando il modo, assieme al colosso delle ricerche, di far sparire qualsiasi voce di dissenso.


«Bisogna superare i campi nomadi» Il Consiglio d'Europa bacchetta l'Italia

Il ministro Ferrero corre ai ripari: «Già stanziati 50 milioni di euro per le politiche d'integrazione». E promette ai rom lo status di minoranza linguistica

Quando l'Europa striglia l'Italia di solito è per questioni economiche o politiche. Stavolta l'Unione europea ci bacchetta su un tema altrettanto scottante, specie in questi giorni dove impera la «questione sicurezza», quello dell'integrazione. Ieri il vicesegretario generale del Consiglio d'Europa, la signora Maud De Boer Bouquichio, ha incontrato a Roma il ministro della solidarietà sociale Paolo Ferrero per parlare, appunto, di integrazione: una parola sempre meno diffusa nel vocabolario italiano. Al centro dell'incontro l'attuazione di nuove politiche a favore dei rom, dei sinti, dei camminanti e dei migranti in genere. Tre gli appunti mossi da Bruxelles al nostro paese. Il problema dello sgombero forzato, quello degli alloggi permanenti e l'inadeguatezza dei campi nomadi. Quest'ultima vera e propria emergenza, basta passeggiare per le periferie di una qualunque media o grande città per imbattersi in queste mega-baraccopoli a cielo aperto, zone franche della malavita dove la legalità resta fuori.Occuparsi di rom non è mai facile. Non porta né voti né consensi, anzi rischia di aumentare il dissenso, già alto, tra la gente che alla parola «nomade» continua ad associare sempre quella di «ladro» o «criminale». E così le politiche di esclusione trovano sempre più un terreno fertile tra i sindaci italiani, pronti a risolvere il «problema» a suon di ordinanze comunali o con proposte sui generis. Ultima, in ordine di tempo, quella del primo cittadino di Pavia che è arrivato ad offrire mille euro ad ogni rom disposto a fare le valigie e tornarsene nel proprio paese d'origine.Un approccio diametralmente opposto è quello del ministro Ferrero per il quale bisogna invece avere il «coraggio virile» di dire all'opinione pubblica che integrare 150.000 rom, tanti sono nel nostro paese, è possibile. Come? «Cambiando rotta», perché la soluzione del problema non può essere «quella dei megacampi, né tantomeno quello degli sgomberi forzati». Ma deve necessariamente passare per l'integrazione «con l'inserimento scolastico dei minori, quello lavorativo e il passaggio dai campi alle case».Poi serve un aiuto sostanziale, di tipo economico. E allora sul tavolo sono già pronti 50 milioni di euro, frutto della direttiva sull'utilizzo del Fondo per l'inclusione sociale degli immigrati, già stanziati e già previsti nella prossima Finanziaria. In particolare: 3 milioni di euro per il superamento dei campi (con particolare riferimento alle aree metropolitane di Roma, Padova, Torino e Milano) e un milione per l'inserimento scolastico (con riferimento alle aree urbane di Roma, Bologna, Napoli, Firenze e Milano). «Questi interventi certo non risolvono il problema - ha detto il ministro - ma segnano la direzione di marcia innestando un percorso verso cui anche altri comuni possano muovere».Perché esempi d'integrazione riuscita ci sono eccome. Il Comune di Pisa, per esempio, dove sono stati integrati 470 rom e dove è stata attuata una politica di inserimento scolastico di tutti i bambini delle comunità nomadi. Altri ci stanno provando. Come in Sardegna dove - è di ieri la notizia - la Regione ha stanziato un milione e mezzo di euro per la realizzazione di campi nomadi più «umani» e per corsi di formazione professionale atti a favorire l'inclusione nel territorio.La strada è però ancora lunga e tortuosa in un paese, come l'Italia, che ancora non riconosce lo status di minoranza etnico-linguistica alla popolazione rom. Anche in questo caso c'è bisogno di colmare la lacuna della legge del '99 e Ferrero ha promesso che lo farà.

G8 Genova: Il Blu notte di Lucarelli scatena la Cdl. Unione verso l'inchiesta monocamerale

Giovedì l'ufficio di presidenza della prima commissione di Montecitorio potrebbe incardinare il testo Bressa

A sei anni di distanza, quando ancora brucia il ricordo e i fatti sono lontani dall'essere chiari, e la cronaca fornisce indizi sempre più preoccupanti (come la recente pubblicazione delle conversazioni telefoniche sulla linea del 113 nella notte della mattanza alla Diaz), irrompe sulla tv pubblica una puntata del "Blu notte" di Carlo Lucarelli sul G8 di Genova nel 2001. L'omicidio di Carlo Giuliani, i pestaggi e le cariche delle forze dell'ordine, gli oscuri avvenimenti in "salsa cilena" nella caserma di Bolzaneto, la "macelleria" Diaz vengono rientrano dunque a pieno titolo nella serie dei "Misteri italiani" di RaiTre. E' sufficiente per far partire il fuoco di fila della Casa delle Libertà contro la tv di stato che fa «informazione di regime» (Gasparri di An). Salerno, deputato che ha seguito Storace in fuga da Alleanza Nazionale nel movimento "La Destra", annuncia addirittura un esposto contro RaiTre. Forza Italia grida alla«ennesima operazione di fantapolitica», alla «deriva comunista», ad una Rai che «serve solo la sinistra radicale». D'Alia dell'Udc ne approfitta per annunciare il «voto contrario» del suo partito alla istituzione di una commissione d'inchiesta parlamentare sui fatti del G8, all'esame della commissione Affari Costituzionali della Camera.C'è da pensare che forse il documentario di Lucarelli, andato in onda domenica sera, sia piombato nella scena politica in una giornata poco adatta, che vede la Cdl nera di rabbia per la rimozione del "fido" Angelo Maria Petroni dal consiglio di amministrazione della Rai. Ma di sicuro c'è della sincerità nella difesa accorata della destra per le forze dell'ordine in servizio a Genova sei anni fa. Accorata e anche un po' imbarazzante, visto che nel documentario messo sotto accusa sono proprio esponenti dei sindacati di polizia a chiedere l'istituzione di una commissione d'inchiesta sul G8. Si può fare a meno delle polemiche di destra, dunque, e andare a dare uno sguardo al clima di maggioranza in Commissione Affari Costituzionali, che giovedì prossimo riunisce il proprio ufficio di presidenza per la probabile calendarizzazione del testo di Claudio Bressa (Ulivo), istitutivo della commissione di inchiesta sul G8 del 2001. Sembrerebbe che gli attacchi dell'opposizione non abbiano contaminato quelle forze dell'Unione che di solito si dimostrano "sensibili" a certi modi di fare di destra. L'impressione si rafforza se addirittura dall'Italia dei Valori fanno sapere di non aver ancora deciso di votare no sul testo Bressa, «anche se è noto che non siamo entusiasti di una commissione d'inchiesta che rischia di sovrapporsi al lavoro della magistratura», dice Costantin, rappresentante dell'Idv nella prima commissione di Montecitorio. Ferma restando l'incognita Udeur e le riserve di qualche diessino, si sarebbe in dirittura d'arrivo per l'istituzione di una commissione monocamerale (non bicamerale, dopo l'accordo raggiunto prima dell'estate, per evitare l'ostacolo rappresentato dalla maggioranza risicata al Senato), composta da trenta deputati, della durata di dieci mesi (più due per la relazione finale al Parlamento) e con il potere di lavorare senza che le si possa opporre il segreto di Stato. E' fiduciosa la deputata del Prc in commissione Affari Costituzionali Graziella Mascia: «Il testo Bressa è un buon punto di mediazione tra le varie proposte in campo». «Se venisse approvato sarei soddisfatto», dice Marco Boato, componente della prima commissione, che, alla luce della sua esperienza nella commissione d'inchiesta sulla tragedia del Cermis, è ottimista anche sui tempi di durata previsti dal testo Bressa: «Se c'è l'impegno di tutti, ce la possiamo fare in un anno». Maurizio Turco per la Rosa nel Pugno annuncia la presentazione di un emendamento «affinchè la commissione sul G8 indaghi anche sul 17 marzo 2001, giorno delle manifestazioni contro il Global Forum a Napoli: ci sono analogie, vogliamo sapere perchè a Napoli e poi a Genova alcuni deputati erano presenti nelle caserme di polizia. Si sono inseriti nella catena di comando?».Napoli, 17 marzo 2001, governo di centrosinistra, mattanza anche in quel caso, in piazza e alla caserma Raniero. Difficile che l'istituenda commissione arrivi a indagare anche lì e in ogni caso «è meglio fare gioco di squadra - suggerisce Boato - e portare a casa il risultato sul G8». Che sembra a portata di mano, ma mai sottovalutare i "venti contrari" che spirano in maggioranza.

Verona: Incendiata «La Chimica», il csoa che non piace a Tosi

Prima l'incendio, poi le ruspe e, non bastasse, anche la conferenza stampa, convocata in loco, del sindaco sceriffo di Verona, il leghista Flavio Tosi. Non c'è pace per gli attivisti del centro sociale La Chimica, sgomberato il 20 agosto su denuncia di Tosi e conseguente ordinanza della procura. Nella notte tra domenica e lunedì i «soliti ignoti» hanno appiccato il fuoco (pare con la benzina) al materiale usato per le iniziative del presidio permanente, nel giardino di fronte all'ex centro sociale. Le fiamme avevano già avviluppato uno degli alberi - erano circa le tre del mattino - quando un simpatizzante del csoa è passato per caso e ha avvertito i vigili del fuoco. Ieri mattina, mentre i pochi compagni presenti constatavano i danni, ecco apparire le ruspe e i camion mandati a demolire la struttura - un ex asilo zeppo di amianto - e, poco dopo, il sindaco in persona con codazzo di guardie del corpo, leghisti sfegatati e giornalisti, il tutto accompagnato da un buon numero di celerini. Qualcuno non ha resistito e, munitosi di uova, ha tentato il lancio fatale, subito bloccato dalla polizia. Portato in questura, il lanciatore s'è beccato l'ennesima denuncia, stavolta per «resistenza». Per un paio d'ore, mentre le ruspe lavoravano, s'è assistito ad una scena che a Verona sta diventando un «classico». Da una parte raffiche di slogan condite con genuini insulti in puro dialetto nordestino, dall'altra il sindaco sceriffo che se la ride, se la gode e rilascia dichiarazioni del tipo: «In fondo a sgomberarli gli ho fatto un piacere, dovrebbero ringraziarmi, visto che l'edificio era un pericolo per la salute». Ridono meno i dirigenti della questura, che ultimamente passano parecchio tempo a rincorrere e arginare le sceriffate di Tosi, che certo non poteva mancare alla demolizione dell'odiato centro sociale, uno dei bersagli preferiti della sua campagna elettorale.

Sicurezza: Problemi concreti soluzioni concrete

Mariana Chisoi, 39 anni, rubava alcolici alla Conad di Ivrea. Era una ladra con l'aggravante, era rumena. Ecco un problema in carne ed ossa per la società, che va risolto per «evitare svolte fasciste», come direbbe il ministro dell'Interno Amato. Il quale, ne siamo certi, in queste ore drammatiche si starà chiedendo se i suoi uomini non abbiano male interpretato le «grida» del nascente Partito democratico. Un poliziotto in borghese le ha sparato addosso uccidendola mentre scappava in auto. Problema risolto?

fonte: il manifesto

Lavavetri, Domenici rilancia: «Vietato avvicinarsi alle auto»

Nuova ordinanza del comune di Firenze dopo la decisione della procura di archiviare tutte le denunce: «I rumeni importunano gli automobilisti»

L'aveva promesso: risponderemo alle osservazioni della procura con una nuova ordinanza. Detto fatto. Neanche il tempo di metabolizzare la richiesta di archiviazione delle circa qundici denunce nei confronti dei lavavetri con cui il procuratore capo di Firenze Ubaldo Nannucci lunedì ha affondato la sua ordinanza («nessun illecito penale») ed ecco che il sindaco Lorenzo Domenici emette una nuova ordinanza contro i rumeni armati si straccio e spazzolone che affollano i semafori di Firenze. Nel nuovo testo non si fa più riferimento all'esercizio del mestiere girovago di lavavetri (sul quale si erano centrati i rilievi della procura), ma si ordina ai malcapitati di non «avvicinarsi agli automobilisti per offrire attività di pulizia dei vetri». Anche questa volta, come nella procedente ordinanza, la validità del provvedimento è fissata al prossimo 30 ottobre, e anche questa volta per i trasgressori è previsto la contestazione dell'articolo 650 del codice penale, che prevede la reclusione fino a tre mesi. Nessun commento in procura sull'iniziativa di Palazzo Vecchio: «Leggeremo la nuova ordinanza» ha fatto sapere ieri Nannucci. Per il capo della procura fiorentina, però, «forse sarebbe il caso di valutare la praticabilità del sequestro in via amministrativa» degli attrezzi usati per lavare i vetri, visto e considerato che per i reati per i quali è prevista una contravvenzione la sanzione penale «è praticamente inapplicabile specie nei confronti di persone senza fissa dimora».L'impressione è che, al di là dei toni estremamenti pacati, tra Comune e procura sia cominciato un nuovo braccio di ferro. Palazzo Vecchio, infatti, non sembra proprio voler essere lui il primo a gettare la spugna nella battaglia contro i lavavetri. La nuova ordinanza, come la precedente, fa riferimento a «episodi che hanno generato situazioni tali da mettere a repentaglio l'incolumità pubblica», tanto che ormai quella del lavavetri non è più «un'attività semplicemente offerta, ma di fatto svolta senza alcuna richiesta». Comportamenti che, secondo Domenici, «assumono la forma dell'insistenza» come accade quando, per esempio, nonostante il rifiuto del servizio offerto vengono alzati i tergicristalli della macchina per impedire all'automobilista di muoversi. Da qui la decisione di vietare ai lavavetri anche solo di avvicinarsi alle auto, ritenendo questo comportamento un modo per importunare gli automobilisti.«Non mi pare che la sostanza di questa nuova ordinanza muti rispetto a quella precedente», commenta l'avvocato Vanessa Luperi, che difende uno dei quindici rumeni denunciati. «Non basta eliminare il riferimento ai mestieri di girovago, ma valutare l'esistenza di esigenze di ordine pubblico che dubito che allo steto delle cose possano esistere». Perplesso di fronte ad alcuni punti dell'ordinanza, anche Paolo Caretti, costituzionalista all'università di Firenze: «C'è una differenza di trattamento tra chi chiede l'elemosina all'angolo della strada - spiega - e chi lo fa a un semaforo, e non si capisce il perché».

Agrigento: «Non sono scafisti»: scarcerati i 7 pescatori tunisini

Il tribunale di Agrigento ha rimesso in libertà cinque marinai. Arresti domiciliari per i due capitani. Avevano salvato 44 migranti, ma sono accusati di ingresso illegale in Italia. Per liberarli si sono mobilitati europarlamentari e movimenti

Ad aspettarli c'erano i militanti della Rete antirazzista siciliana, donne e uomini che fin dall'inizio si sono schierati al loro fianco. Stanchi e molto provati, i pescatori tunisini sono usciti dalla questura assieme agli avvocati Leonardo Marino e Giacomo La Russa, e subito dietro i funzionari del consolato tunisino con le auto pronte a trasferirli a Palermo, dove hanno trascorso la notte. Con loro c'era anche Giusto Catania, l'eurodeputato del Prc cui va il merito di avere messo in moto una grande campagna mediatica, raccogliendo oltre cento firme a Bruxelles tra i parlamentari europei, facendo sì che i riflettori rimanessero sempre accesi su una vicenda che non fa onore all'Italia, gettando più di un'ombra sul sistema di garanzie democratiche e giuridiche. Troppi sono stati i 32 giorni di detenzione per i pescatori, con un capo d'imputazione, quello di favoreggiamento dell'immigrazione clandestina, che persino l'accusa adesso rinnega. Anche il pm infatti ha espresso parere favorevole all'istanza presentata dalla difesa; il magistrato aveva già annunciato l'intenzione di modificare il reato, contestando esclusivamente ai marittimi l'ingresso illegale nel nostro Paese. I marittimi furono fermati subito dopo l'arrivo nel porto di Lampedusa, perché, e questa è l'accusa che rimane in piedi, non avevano ottenuto l'autorizzazione della Capitaneria. E questo nonostante, come anche le testiminianze raccolte nel processo hanno sottolineato, i pecsatori abbiano tratto in salvo 44 migranti, tra cui due bambini. Ma i marinai sono liberi, i comandanti dei due motopesca, che l'8 agosto giunsero nell'isola delle Pelagie, rimangono agli arresti. Per loro il tribunale di Agrigento ha disposto i domiciliari in un centro religioso gestito dai padri comboniani, a Licata.«Siamo soddisfatti del provvedimento del tribunale con cui è stata disposta la scarcerazione di cinque imputati in seguito alla mancanza di gravi indizi di colpevolezza - commenta l'avocato Marino - Prendiamo anche atto della decisione del tribunale di voler modificare la misura cautelare in carcere con gli arresti domiciliari nei confronti dei due comandanti dei motopescherecci, e restiamo in attesa nel processo al fine di dimostrare l'innocenza di tutti e sette i tunisini». «La decisione del tribunale - dice Giusto Catania - conferma quello che abbiamo sempre sostenuto, e cioè che i marinai tunisini sono degli eroi che hanno salvato la vita a 44 persone». «Non hanno infranto alcuna convenzione internazionale, né alcuna legge italiana - aggiunge Graziella Mascia, vice presidente del gruppo Prc alla Camera - Credo che chiunque si presti a soccorrere persone che rischiano la vita dovrebbe essere premiato anziché punito». Mascia e Catania si chiedono «chi risarcirà i danni economici che queste persone stanno subendo», aspettandosi dal governo «segnali in controtendenza, anche rispetto all'Europa e agli accordi contenuti nel Frontex». Su questo Rifondazione ha depositato una interrogazione parlamentare per chiedere al governo «quali iniziative intende affrontare per promuovere politiche di accoglienza che salvaguardino il valore della vita». Una «battaglia» che, sottolinea l'eurodeputato Claudio Fava (Sd), «continua adesso nel parlamento europeo per arrivare a un quadro normativo rigoroso e di buon senso, capace di evitare le manette e il carcere a chi mette la propria vita a rischio per salvare la vita degli altri».

11 settembre 2007

Lettera aperta a Prodi. Caro Presidente, partiamo dai fatti.

Signor Presidente,
in vista della firma del «piano per la sicurezza», qualche riflessione, partendo dal punto di arrivo di alcuni dei nostri vicini europei. Si può sempre peggiorare o migliorare, secondo la vostra prospettiva della lotta alla criminalità. A Sarkozy ha sicuramente giovato la sua campagna «tolleranza zero» contro gli immigrati, che ha portato all'espulsione di migliaia di bambini e di adulti, legandoli ai sedili degli aerei e ciò ha provocato le proteste di politici, sindacati e persino degli azionisti della compagnia aerea di bandiera. Il Presidente «compagno» Zapatero prevede la camicia di forza durante le espulsioni, ovviamente «per il loro bene» (quello degli espulsi legati). In Italia non siamo ancora arrivati a questi eccessi, tuttavia se continuiamo per la strada di assecondare il fastidio degli elettori di fronte agli emarginati, non ci vorrà molto per superare i nostri sopracitati vicini. La retorica sulla neutralità ideologica della lotta alla criminalità è una banalizzazione del problema. Tutti vorremmo, per un naturale istinto, essere assolutamente inviolabili. Sta alla politica ed alle istituzioni individuare i soggetti e le circostanze che minacciano tale inviolabilità del corpo e della proprietà.Visto che dai rapporti delle forze di polizia, più volte citati dal ministro dell'Interno, risulta che non esiste un aumento della criminalità e che anzi vi è una notevole diminuzione negli ultimi anni, a quale problema risponde questa spinta sicuritaria? Non voglio qui scomodare la criminalità organizzata. Non Le dirò di fare tutto il possibile per colpire la mafia o l'ndrangheta, lo sa già. Non metto le due questioni in alternativa; ma se il problema è la minaccia di essere colpiti, i dati della polizia ci dicono che ogni donna, per esempio, ha 7 volte più probabilità di essere uccisa o aggredita in ambito familiare o, comunque, vicino a sé, da parte di amici e conoscenti, che da parte di qualche immigrato o emarginato. Allora la domanda viene spontanea: come si sta attrezzando il governo per proteggere la vita e il corpo delle potenziali vittime dai raptus delle persone per bene? Come intende agire il governo per arrestare la spirale di violenza di gruppo da parte di adolescenti maschi contro coetanee?Anche l'aumento dei reati strumentali è sostanzialmente modesto. Se i dati ed i fatti citati hanno un valore reale, da dove emerge la priorità di rispondere ad un crescente aumento di insicurezza del paese che non ha nessuna relazione con quanto realmente accade? Le paure sono politicamente costruite e su questo, signor Presidente, concorderà con me che il passato governo è stato molto efficace. Sbattere in prima pagina quelli che rappresentano la «faccia sporca» della società non è soltanto ingiusto ma è anche fortemente fuorviante. Capisco però che facilita la creazione di consenso. Un consenso in realtà effimero, perché, Le ripeto, alla fine gli elettori da conquistare con queste campagne, potrebbero scegliere l'originale. Visto che appare evidente lo smarrimento della bussola, preoccupa la crociata per affermare e garantire la certezza della pena. Venti mesi fa, ci siamo presentati insieme al paese, promettendo cambiamenti sostanziali nella vita dei cittadini e delle cittadine. Siamo stati molto efficaci nel denunciare i mali che cinque anni di governo di destra avevano arrecato al paese. Oggi, il solo tentativo di richiedere coerenza con gli impegni presi viene apostrofato in modo dispregiativo come massimalismo. Oggi le priorità sono il risanamento dei conti e la politica sicuritaria. Ogni richiamo alla redistribuzione, alla giustizia sociale, alla coerenza con gli impegni del programma, sembra un attentato contro l'unità della nazione. Una nazione che, in realtà, sempre di più vive e prospera anche grazie al lavoro (e spesso alla morte nei cantieri, quelli sì spesso illegali e criminali) di donne e di uomini immigrati.
Le invio i miei più cordiali saluti.
Mercedes Frias - Deputata del Prc

10 settembre 2007

Testimonianze. Hanno picchiato mio figlio.

Sono la madre di un pericoloso delinquente: un ragazzo di 15 anni che si è preso una sbronza. Eppure la polizia lo ha preso a pugni. Perchè ? Perchè odio invece di giustizia ?

Che ne direste se un pomeriggio di fine estate, subito prima dell'inizio della scuola, quattro quindicenni decidessero di prendersi una sbronza ? L'abbiamo fatto in molti. Che radunassero 5 euro a testa e, al supermercato sotto casa, comprassero una bottiglia di rum, una di limoncello o cose simili. Poi, sbronzi, ridendo e barcollando si avviassero lungo il Tevere. Qualche schiamazzo. Fin qui nulla di male. Ma ecco arrivare quattro tutori dell'ordine su di una camionetta. Quattro nerboruti giovani che scendono e si precipitano a constatare cosa di pericoloso stiano facendo i quattro uomini di vita. Di questi ultimi, uno regge l'alcool, l'altro vomita, uno sviene dopo aver vomitato, ed il quarto tenta di scappare. Quello che scappa è alto e sottile, la metà di quei due che lo inseguono, ed è terrorizzato all'idea che i genitori sappiano. Ha studiato fino a poco prima, perchè, come in tanti, ha un debito da riparare. Viene riacciuffato per un braccio. Tenta di alzare le mani in segno di resa e dire: "non ho fatto niente". Viene sbattuto contro una camionetta. Ma non basta, gli sferrano due cazzotti, uno per ogni mascella. In fondo non è accaduto niente di grave direte voi: con quello che si sente oggi. Invece i nostri, i suoi tutori, l'hanno picchiato con violenza e deliberatamente. E non sappiamo se lui sarà più lo stesso. Gli adolescenti sono essere fragili, in via di evoluzione. Le esperienze , a quell'età, incidono. Siamo tutti genitori. certamente qualcosa abbiamo sbagliato. Due schiaffoni in più magari avremmo dovuto darglieli noi. Ma questa violenza verso un ragazzino che è lontano dall'essere un uomo.... Non ci preoccupano né i lividi né il dolore, ma l'odio che lui ha provato. L'impotenza. Le urla di rabbia, che sono durate per più di due ore, sia pur influenzate dall'alcool, contenevano delle verità: "vigliacchi, picchiate uno di quindici anni, sono un bravo ragazzo, avevamo solo bevuto, non ho fatto del male a nessuno, non volevamo fare del male a nessuno, str...., vi siete comportati come fascisti, io non ho paura di voi, io vi odio... figli di p......, vigliacchi...." e cosi via. Io sono la madre di quel pericoloso delinquente e non ho sporto denuncia perchè delle botte a mio figlio testimoni non ce ne sono: non varrebbe la testimonianza di quattro quindicenni brilli. Ma così è accaduto. Avremmo dovuto portarlo al Pronto Soccorso per avere un referto da esibire ma sembrava, a mio marito e a me, prioritario portarlo a casa, lontano da quel caos di emozioni, farlo calmare e piangere. Abbiamo, noi della nostra generazione, passato una vita a inseguire e perseguire l'idea della tolleranza, dell'equità, della giustizia. Non abbiamo, in genere, pregiudizi nei confronti delle forze dell'ordine, anzi, in molti di tanto in tanto rileggiamo Pasolini e, da borghesi, viviamo i nostri sensi di colpa nei confronti di chi, come molti carabinieri, ha potuto scegliere tra meno opportunità. Ma qui c'entra una questione più semplice, scevra di ogni retorica, da ogni discorso politico o sociale: è una questione di tipo morale. Quello che un ragazzino deve apprendere o non apprendere. Cari rappresentanti dell'ordine: l'essere umano è sacro. Non insegnategli, come avete fatto con mio figlio, il diritto all'arroganza, della forza fisica, della prepotenza. Il fascismo e i comportamenti simili dovrebbero essere un ricordo e noi non vogliamo che tornino nella carne e nella mente dei nostri figli. Quello che avete fatto è stato un abuso ma, soprattutto, una deviazione dal principio cardine della società fondata dagli uomini civili: il rispetto dell'individuo. Voi gli avete fatto assaggiare il sapore dell'odio. Avrei preferito quello dolce, della tolleranza e della giustizia.


Chiara Pollini - Roma

Firenze: Procura archivia procedimenti contro i lavavetri

La Procura di Firenze ha chiesto l'archiviazione delle denunce a carico dei lavavetri fermati nei giorni scorsi a seguito della specifica ordinanza emessa dal Comune di Firenze. A depositare la richiesta di archiviazione al giufice per le indagini preliminari del tribunale del capoluogo toscano, e' stato il procuratore capo di Firenze, Ubaldo Nannucci. La richiesta, ha spiegato Nannucci, deriva dal fatto che ''il mestiere girovago di lavavetri e' previsto dalla legge come illecito amministrativo e per il principio di specialita' non puo' essere oggetto di illecito penale''. L'ordinanza di Palazzo Vecchio, che scade il 31 ottobre, prevede per i lavavetri colti in flagranza di reato, un'ammenda fino a 206 euro o l'arresto fino a tre mesi.

Un appello per i rom di Pavia

Siamo un comitato di volontari (FuoriLuogo) che da più di 3 anni segue e cerca di aiutare i rom che vivevano nella ex fabbrica Snia viscosa di Pavia.Ci dedichiamo soprattutto ai bambini, doposcuola, inserimenti scolastici, attività ricreative, ma supportiamo gli adulti nelle loro vicissitudini, dal campo legale a quello medico.Abbiamo collaborato con la CGIL e con la Caritas per l'attivazione di un patto sulla falsa riga di quello milanese. Ora gli eventi sono precipitati. Dopo lo sgombero attuato dall'amministrazione di Pavia una trentina di rom sono stati inseriti in una cascina a Cura Carpignano. Non hanno acqua, luce e gas; i vestiti sono nei camion bloccati dalla protesta dei residenti. Le strade sono bloccate ed quasi impossibile raggiungerli. I bimbi dormono per terra e ieri una nostra volontaria e riuscita a fatica a portare una bimba in ospedale.Stessa situazione in un'altra cascina a Pieve Porto Morone. Qui c'è acqua e luce e gas ma per poter passare bisogna andare scortati per la presenza delle ronde dei cittadini mista ai ragazzi di Forza Nuova. Questa mattina due volontari sono andati li alle 4 del mattino per far uscire un rom che doveva andare al lavoro; sono riusciti a fatica a passare tra gli insulti della gente.I rom vivono asserragliati dentro ed hanno paura, vogliono scappare. 10 di loro (con dei bambini) sono scappati di notte ed a piedi hanno raggiunto Pavia. Ora sono stati ripresi dai vigili che li stanno riportando in cascina.Ci appelliamo alle forze democratiche che governano questo paese affinché fermino quella che è diventata una caccia allo zingaro. È andato in fumo il lavoro di integrazione di 3 anni, ma c'è chi minaccia di "mandare in fumo i rom".Chiediamo ai mezzi di informazione di occuparsi del problema, di aiutarci a trovare una difficile via di uscita.

Comitato FuoriLuogo

Quando l'emergenza si chiama voto

Se esistesse un giudice a Firenze o Treviso, a Bologna o a Verona, potrebbe valutare se nell'operato delle rispettive amministrazioni locali in materia di sicurezza non si ravvisi un qualche reato. Tipo, che so, abuso della credulità popolare o esercizio abusivo di una professione - di sindaco o assessore in questo caso. Più complesso il caso del ministro degli Interni Giuliano Amato, poiché si tratterebbe di reato ministeriale sottoposto a diverse leggi costituzionali. Bene ha fatto inoltre il Consiglio dei ministri di martedì scorso a non decidere urgentemente nulla poiché ci saremmo trovati di fronte a un'inedita ipotesi di reato associativo. Forse sarebbe utile di fronte a questa confusione armonizzare il sistema sanzionatorio dato che si nota un certo disorientamento persino nelle procure. Dunque proporrò quanto prima un progetto di legge per introdurre il reato di cialtroneria. Contravvenzionale, ovviamente, punito con l'arresto fino a tre mesi o con l'ammenda fino a 206 euro. Non sono un fine giurista, anzi non lo sono affatto, ma ho notato in questi giorni di essere in buona compagnia: vale la pena tentare. Abbiamo passato l'estate accompagnati dalla cronaca minuziosa di crimini efferati, quasi una seconda autopsia, abbiamo accolto con preoccupazione le analisi sulle movenze innovative delle organizzazioni criminali e mafiose, seguito con sgomento incendi e stragi, appreso per l'ennesima volta che disinvolte pratiche finanziarie di socializzazione del danno e delle perdite sono considerate marachelle, letto la quotidiana tragedia dei migranti sospesi tra due coste, toccato il terrifico impatto quotidiano delle droghe, lecite o meno, aggiornato la contabilità dei morti per lavoro e d'abbandono.Non so se la tigre della reazione fascista si alimenti di questi fatterelli o contribuisca invece a produrli, di certo vi è la fatica nel comprendere come bastonando lavavetri, writers e ambulanti si incida su questi fenomeni sociali e globali. Ma forse è solo un'ammissione di impotenza e la dichiarazione che le competenze dei governi nazionali in tema di sicurezza si fermano a questo e che la tolleranza zero è però il pietoso sudario di questa situazione. O forse, più banalmente, tra la prossima primavera e quella dopo si vota in diverse città e qualcuno si illude che giovi rimescolare carte ed alleanze politiche e sociali. Sicuramente sulla materia il nuovo contratto con gli italiani, il programma dell'Unione, dice cose diverse. I sociologi d'accatto, al cui ordine professionale mi sono subitamente iscritto, continuano a sostenere l'urgenza di strategie alternative per la sicurezza dei cittadini, più efficaci delle attuali; le cercano nel welfare e nella riforma delle leggi vigenti su droga e immigrazione. Per ora ci fregiamo a mezzo stampa del titolo di estremisti o radicali - quelli che criticano sempre tutto - mentre Domenici, Cofferati, Gentilini, Amato e Hannibal Lecter sono i moderati.

Milano: Sgomberati due campi rom che «non davano problemi»

Gli uomini sono in strada, costretti ad accamparsi dove riescono o a rifugiarsi in qualche altro campo. Le donne e i bambini passano la notte nei dormitori comunali di viale Ortles. Ma di giorno devono uscire e girovagare per la città. E' la storia dell'ennesimo sgombero di due campi rom in via san Dionigi a Milano. Due campi particolari perché non davano alcun problema. Erano seguiti dai volontari della Casa della carità e dell'associazione Nocetum. I bambini, circa un centinaio di minorenni, andavano a scuola. I genitori lavorano e sono in regola. Hanno tutto il diritto di restare a Milano. Nessuno può essere espulso. Il campo era stato oggetto delle proteste leghiste. Poi, un incendio accidentale aveva raso al suolo le baracche. Solo venti giorni fa qualcuno era venuto a sparacchiare qualche colpo di pistola.I rom, 200 in tutto, non avevano ancora finito di ricostruire il campo. Mercoledì tutto è stato di nuovo distrutto. Questa volta dalle ruspe mandate dal comune di Milano. Don Virginio Colmegna ha chiesto l'intervento degli assistenti sociali e solo a quel punto Palazzo Marino non ha trovato niente di meglio da offrire dei posti in dormitorio per donne e bambini. Una soluzione provvisoria. Perché la soluzione, come sempre in questi casi, non è prevista. Semplicemente gli zingari vengono cacciati. Si spostano dove riescono e tutto ricomincia da un'altra parte. L'altra notte un gruppo di rom si è accampato vicino a una rotonda a pochi passi da via San Dionigi, ma la mattina la polizia li ha di nuovo fatti sloggiare. Ieri alcuni rappresentanti del campo e una rete di associazioni laiche hanno incontrato il prefetto di Milano per chiedere che sia trovata una nuova collocazione. Dal comune nessuna proposta. Il vice-sindaco De Corato ha avuto gioco facile. «Tutto il consiglio comunale - ha ricordato - a eccezione di Rifondazione comunista ha votato una mozione per lo sgombero dei campi rom abusivi in zona Chiaravalle. A giugno furono i consiglieri Ds a guidare una fiaccolata di protesta dei cittadini di Chiaravalle che chiedevano lo sgombero dei campi nel quartiere». Carmela Rozza (Ds) firmataria di quella mozione e promotrice della fiaccolata si difende così: «Chiedevamo che gli zingari venissero sgomberati, ma volevamo anche che fosse prevista una nuova collocazione e un patto di legalità con i rom. Prendiamo le distanze dal metodo, non dallo sgombero. Così non si risolve nulla, si sposta il problema. E poi a Chiaravalle il problema è un altro campo, quello dietro il cimitero». Come dire, quando sgomberate anche quello? Il blitz di Palazzo Marino è stato criticato dagli assessori della provincia di Milano che proprio ieri erano impegnati ad ascoltare il discorso sulla sicurezza del presidente Filippo Penati che non vuole sfigurare nella gara legalitaria degli amministratori del nascente Pd. La destra lo ha applaudito.Lo sgombero di via San Dionigi vanifica e umilia il lavoro dei volontari e degli insegnati delle scuole che da dieci anni accolgono i bambini degli zingari. «In tutto da noi ci sono circa 60 alunni rom - racconta Luigi Ambrosi, maestro alla Filzi di via Ravenna - nelle tre prime ne aspettavamo 15 nuovi, probabilmente non verranno più, già mancavano i fondi...Non abbiamo mai avuto problemi, nessun furto, nessuno screzio con gli italiani. Li seguivano due suore laiche, noi li avevamo in classe come tutti gli altri. Caso mai sono fin troppo passivi. Ci abbiamo messo tanto lavoro per fargli amare la scuola, ma è tutta una questione affettiva, il merito maggiore è dei bambini, italiani e rom, tra loro non ci sono divisioni». A dividerli ci hanno pensato le ruspe.

7 settembre 2007

Milano: cancellato il murales dedicato a Dax

Assessore vade retro. La Cdl vuole fare piazza pulita, anche di quel murales in ricordo di Dax, e pulizia è stata, completa. I lavori non si sono fermati di fronte ai sentimentalismi di chi vedeva in quel murales un simbolo dell’antifascismo militante, dell’odio che serpeggia anche per motivi politici.
E il coro di proteste si alza impetuoso: Irma Dioli, l’assessore alla Pace, Partecipazione e Politiche Giovanili della Provincia di Milano, fa notare che il murales rappresentava un modo bello e importante per conservare la memoria di una vittima dell’odio.
Per contro, tra le dichiarazioni favorevoli, c’è ne una emblematica. Carlo Fidanza di An minimizza: “Dax non è morto per un atto di violenza politica, ma per una banale lite da bar”. Il gesto del comune rappresenta l’ennesimo colpo basso alla memoria storica della città, “l’ennesimo gesto revisionista che mira a cancellare i conflitti sociali con la bacchetta magica” tuonano i rappresentanti dei centri sociali. Del gesto del comune gioiscono i simpatizzanti di estrema destra, che già avevano sfregiato il murale nel 2006.
L’assessore Dioli, insieme agli esponenti all’intiera sinistra militante e non, si augura che coloro, come l’Assessore Sgarbi, che hanno difeso l’importanza e la bellezza di quel graffito, si impegnino affinché venga rifatto nello stesso punto e con la stessa arte.
Forse la dichiarazione più intelligente l’ha rilasciata Daniele Farina, leader storico del Leoncavallo e oggi deputato di Rifondazione: “Deve essere cura di qualunque giunta valorizzare e non cancellare la memoria storica della città”.

Pavia: L'odissea dei 115 rom cacciati dall'ex Snia

Due giorni fa il direttivo del partito cittadino guidato da Pablo Genova ha deciso di passare all'opposizione mantenendo l'unico consigliere comunale Pasquale Di Tomaso, con l'appoggio indipendente di Irene Campari. Se è vero che il prefetto Buffoni, nominato da appena una mese, ha deciso di agire nel silenzio recquisendo cascine e case diroccate a cittadini esterrefatti, è altrettanto vero che non avrebbe potuto agire altrimenti, vista la reazione degli abitanti di Torre d'Isola che lunedì sera si erano sdraiati sulla strada per impedire il passaggio dei rom destinati ad un area dismessa e infestata dai topi, urlando "Camere a gas". Lo stesso Buffoni si è lamentato più volte con Capitelli che voleva trasformare i rom in un problema di semplice ordine pubblico, sottolineando l'aspetto umanitario della vicenda. Sta di fatto che a Pavia il mondo funziona al contrario: il comune spinge per lo sgombero, la polizia si incarica di accompagnare i nomadi al loro destino di polvere e calcinacci. E le forze dell'ordine sanno che la situazione si sta facendo esplosiva, tra i volantini di Forza Nuova e le marce coi forconi.La sindaca Capitelli difende con i denti la gestione dell'odissea: sgomberati il 31 agosto, hanno dormito sotto i tendoni della Protezione civile fino al 3 settembre; la levata di scudi di Torre d'Isola li ha costretti a trovare rifugio nel centro sportivo del Palatreves, fino al blitz di giovedì pomeriggio. Nei giorni dell'emergenza, l'assessore per i servizi sociali Francesco Brendolise (Margherita) si è reso irreperibile, forse stufo dei nomadi: da un anno aveva dato ordine ai servizi sociali di non entrare all'ex Snia, poco tempo prima si era rivolto al Tribunale dei minori di Milano per togliere la patria potestà ai rom, guadagnandosi un aspro rimprovero dalla presidente Livia Pomodoro, un giorno si era chiesto se alle donne nomadi non si potesse somministrare la pillola perché mettessero al mondo meno figli.«Non è giusto che un privato debba farsi carico dei problemi pubblici» allarga le braccia il proprietario della cascina Mansi di Albuzzano, guardando sconsolato i 35 rom che siedono sull'erba alta aspettando l'allacciamento dell'acqua e della luce promesso dalla Caritas. Nemmeno lui sapeva nulla, sono arrivati i vigili del fuoco, hanno squarciato il recinto, ed ecco i rom con qualche materasso e poche stoviglie. I vicini di casa passano davanti la cascina in bici, l'occhio sospettoso. Nel capannone gremito di gente, il sindaco di Pieve Porto Morone chiama i suoi concittadini ad una manifestazione congiunta con Albuzzano per chiedere che i rom vengano mandati da un'altra parte. Una donna sulla cinquantina prende il microfono e rivolge la sua richiesta: «E' possibile inserire nello statuto comunale una norma che vieta la permanenza degli zingari nella nostra cittadina?».Il consigliere regionale della Lega Di Martino parla pacato: «I telegiornali ci dipingono come dei razzisti e i cattivi, noi accogliamo tutti ma chiediamo onestà». Se la prende col prefetto, che non ha chiesto il permesso. Le signore si sono agghindate come per la festa di paese, gli uomini annuiscono gravemente e applaudono a piene mani. Sabato mattina si ritroveranno sotto i balconi della Capitelli per protestare contro "un atto di abuso di proporzioni enormi". Un ragazzo si arrabbia: «Se manifestiamo cosa cambia? Non è meglio fare come in Francia, dove hanno bloccato le strade e dato fuoco alle auto?». Il gazebo di Forza Nuova è sparito, ma i neofascisti promettono di supportare il presidio che andrà avanti ad oltranza. E i rom?Giovanni Giovannetti e Irene Campari del circolo Pasolini hanno incontrato il questore Montemagno per illustrare il piano di integrazione: un lavoro, un reddito, una casa in affitto. Montemagno è stato chiaro: il tempo a disposizione è scaduto, dopodiché verranno allontanati i nomadi che in base alla direttiva europea dimostreranno di non sapersi mantenere. L'ottantina di bambini e ragazzi che erano stati iscritti alle scuole di Pavia nonostante il parere negativo della sindaca, dirigente scolastico, rischiano di non frequentare. Per i comuni del pavese è l'ultimo dei problemi. Il senatore Alberto Burgio (Prc) risiede a Pavia e ha voluto visitare la cascina di Mansi, dove finalmente Cassandra viene visitata da una pediatra volontaria della Caritas. Con lui il consigliere regionale Luciano Muhlbauer (Prc). «Questo succede quando la sinistra perde la capacità di interpretare i fenomeni, quando smette di risolvere i problemi e cavalca gli istinti più bassi». Al termine del consiglio comunale straordinario Cobianchi approva una ordinanza che vieta la cittadinanza italiana ai bambini rom che eventualmente nasceranno a Pieve Porto Morone. Poco dopo si saprà che due donne incinta con i mariti e i bambini sono fuggiti dalla comunità, a piedi, di nascosto. Cala la notte. I carabinieri presidieranno la comunità tutta la notte. «Qui succede che ci facciamo male», mi sussurra un ragazzo di Pieve. Il razzismo continua.

Cofferati e Domenici: "Vogliamo armarci" Nascono le prime giunte militari...

Non si ferma la deriva di destra di alcuni rappresentanti del Piddì. I sindaci di Bologna e Firenze chiedono i "poteri di polizia" per poter controllare,cacciare dalle loro città «le persone indesiderate». Ferrero: «Il controllo dell'ordine pubblico è una prerogativa dello Stato nazionale»

Tutto il potere ai sindaci. Timoroso di venir superato dal collega Domenici e dal di lui fedele vicesceriffo Cioni - gli ideatori della famigerata ordinanza antilavavetri - Sergio Cofferati ha rotto ogni indugio e spostato ancora più avanti la campagna per il decoro delle città del belPaese: «Ai sindaci - ha detto ieri - devono essere assegnate funzioni di polizia giudiziaria». «Una misura indispensabile - ha fatto eco lo stesso Domenici - per allontanare alcune presenze indesiderate». Tradotto: dateci subito nuovi poteri per cacciare senza troppe storie lavavetri, mendicati, zingari e poveracci d'ogni fatta.Stavolta, seppur nella sua solita furia securitaria, bisogna almeno dar atto al sindaco di Bologna di averci risparmiato nuove esegesi del pensiero di Lenin e Gramsci, branditi come clave da Giuliano Amato e da Domenici stesso per legittimare e giustificare - giustificare da sinistra - la nuova caccia agli ultimi. Un po' come se Erode citasse Maria Montessori per spiegare la strage degli innocenti. No, Cofferati non scomoda nessuno degli avi della sinistra, si limita a citare Tex Willer - «ricordo che Tex è amico degli indiani...», e non dei romeni verrebbe da aggiungere - ma trova comunque il tempo di scagliarsi contro la sinistra «benoltrista e benaltrista». Quella che, sempre secondo l'ex leader della Cgil, non ha la forza ed il coraggio di affrontare i problemi più scottanti. Emergenza writer e lavavetri per primi.

E mentre il primo cittadino di Bologna vagheggiava la nuova figura del sindaco-sceriffo del nuovo millennio, quello di Firenze annuiva e visibilmente soddisfatto aggiungeva: «Non sono contrario a interventi di polizia giudiziaria. Bisogna indicare i casi in cui la polizia municipale può intervenire con poteri analoghi a quelli delle forze dell'ordine». Insomma, Firenze chiama e Bologna risponde. Del resto i due sindaci erano impegnati in un Forum organizzato in fretta e furia, l'emergenza incalza, sul tema del momento: sicurezza e degrado urbano. Un'occasione da non perdere per marcare ancor di più la distanza dagli atteggiamenti lassisti, o benaltrisi come direbbe Cofferati, di «certa sinistra».Quella sinistra che ieri, per voce del ministro della solidarietà Paolo Ferrero, ha immediatamente rispedito ai mittenti la proposta dei sindaci-poliziotti: «Sono assolutamente contrario alla proposta avanzata oggi dal sindaco di Bologna Cofferati. Il controllo dell'ordine pubblico - ha spiegato il ministro - è una prerogativa dello Stato nazionale e credo sia bene che rimanga tale. Se dipendesse da chi viene eletto per amministrare una città si potrebbe rischiare che venga utilizzato a fini propagandistici o elettorali».Ed ancora: «La gestione dell'ordine pubblico da parte degli sceriffi - ha chiuso duro Ferrero - ha avuto un ruolo determinante nel mantenimento del razzismo nel sud degli Stati Uniti».Altrettanto netto il giudizio che arriva da Giovanni Russo Spena, capogruppo al Senato di Rifondazione: «C'è un tentativo di inseguire la destra sul suo terreno che sarà pure dettato, come assicura il ministro Amato, dall'intenzione di evitare una deriva a destra, ma purtroppo sortisce invece proprio quell'effetto. La proposta Cofferati - conclude Russo Spena - somiglia pericolosamente alle formule leghiste».Ed è proprio la Lega ad uscire rafforzata, e legittimità nei suoi atteggiamenti più intolleranti, da questa storia. Una Lega, a dirla tutta, che se la ride nel vedersi superata a destra dai futuri piddini e apprendisti sarkozisti: «Cofferati, Penati, Domenici - ha commentato sarcastico il padano Maroni - sono tutti sceriffini, cioè discepoli di Gentilini. Noi abbiamo la primogenitura - ha aggiunto il deputato leghista - con la differenza che quando lo dicevamo noi eravamo scomunicati e accusati di essere razzisti».Nel frattempo, dopo il vespaio sollevato da Giuliano Amato che ha liquidato come «sociologia d'accatto» ogni atteggiamento diverso dal tanto invocato pugno duro, è arrivato D'Alema a cercare di mettere una pezza: «Il ministro Amato è un grande giurista, un garantista, non è un forcaiolo nè un reazionario». (Bruto è uomo d'onore, diceva Marco Antonio). Sarà per questo che da Marco Minniti, delfino storico del ministro degli Esteri, arriva un tiepido dietrofront: «Non solo la sicurezza non è nè di destra nè di sinistra, ma non lasciamo questo tema alla destra perchè il centrosinistra ha più mezzi per affrontarlo perchè sicurezza significa politica sociale e politica dell'integrazione». Ma la proposta Cofferati, almeno stavolta, non convince nè il sindaco di Torino Sergio Chiamparino - «Bisogna evitare di trasformare i Sindaci in Prefetti o in Questori» - nè gli uomini immagine di Veltroni che per bocca di Pino Battaglia fanno sapere che l'ipotesi sindaci-sceriffi va contro la Costituzione e le leggi che assegnano a Governo e Magistratura la competenza esclusiva dell' ordine pubblica e dell'attività giudiziaria». Infine Rosi Bindi, una delle poche voci critiche del piddì: «La sicurezza è un valore che va assolutamente perseguito con misure di ordine pubblico - ha detto il ministro a Mestre - ma anche con misure di solidarietà e integrazione sociale perchè sempre con persone abbiamo a che fare, che siano lavavetri, prostitute o clandestini. È necessario far applicare la legge e pretendere il rispetto dei doveri - ha aggiunto - ma al tempo stesso dobbiamo interessarci del loro destini. Ci liberiamo dai lavavetri se liberiamo i lavavetri dal fare i lavavetri».

Genova G8: Richiamato alle armi il responsabile dell'ospedale di Bolzaneto durante il G8.

Il dottor Giacomo Toccafondi è stato richiamato in servizio presso il Ministero della Difesa – Distretto militare di Genova durante il mese di luglio del 2007. Come pubblicato nella delibera della ASL 3 di Genova presso la quale presta servizio (delibera n° 909 del 1° agosto 2007, pubblicata all’albo il 6 agosto 2007). Cosa c’è di strano?Di strano c’è che il dottor Toccafondi è uno degli imputati nel processo in corso a Genova per le torture inflitte ad oltre 250 persone, italiane e straniere, che nel mese di luglio del 2001 “transitarono” per il carcere provvisorio di Genova Bolzaneto.Il dottor Toccafondi era stato nominato, dal Magistrato Sabella, coordinatore di tutte le attività inerenti il servizio sanitario presso il sito penitenziario di Bolzaneto. Avrebbe dovuto occuparsi dei manifestanti: visitarli e, se feriti, curarli o disporne il trasferimento in ospedale. A Bolzaneto arrivarono moltissimi feriti (provenienti dalla macelleria messicana della Scuola Diaz, dalle strade di Genova, rastrellati dagli ospedali dove si erano recati per le ferite subite) ma nessuno di loro fu curato, anzi! Molti subirono nuove violenze, percosse ed ingiurie proprio a Bolzaneto. Il dottor Toccafondi costrinse un manifestante a gridare “Viva il duce”, ad un altro disse “Alla Diaz dovevano fucilarvi tutti” oppure “bastardi”. Ad una ragazza tedesca, con la bocca distrutta dalla polizia alla Diaz, disse, invece di prestarle le cure necessarie, puntandole un manganello alla bocca: “Manganello, manganello”.Il dottor Toccafondi a Bolzaneto non indossava il camice sanitario, come ogni medico che si rispetti, ma una maglietta con la scritta “Polizia penitenziaria” ed i pantaloni di una tuta mimetica, così che molti dei manifestanti pensarono che si trattasse di un agente della penitenziaria e non di un medico. Il dottor Toccafondi a Bolzaneto si è appropriato di alcuni effetti personali dei manifestanti dicendo che erano i suoi TROFEI, vantandosi di avere anche dei TROFEI che aveva raccolto in Bosnia.Nel processo in corso per Bolzaneto sono state rinviate a giudizio 45 persone tra carabinieri, agenti di polizia, agenti di custodia, medici ed infermieri carcerari. Le accuse nei loro confronti sono: abuso d’ufficio, violenza privata, lesioni personali, percosse, ingiurie, minacce e falso ideologico, abuso di autorità contro detenuti o arrestati, violazione dell’ordinamento penitenziario, e omissione di referto. Nella richiesta di rinvio a giudizio sono elencati gli abusi verbali e fisici subiti dai detenuti: i detenuti sono stati sottoposti a trattamenti crudeli, inumani e degradanti in violazione dell'art. 3 della Convenzione europea sui diritti umani e le libertà fondamentali che vieta la tortura.Il dottor Toccafondi è stato rinviato a giudizio per minacce, ingiurie, violenza privata, percosse e danneggiamento e, nonostante questo, è stato richiamato in servizio dal Ministero della difesa.Verrà nuovamente impiegato in qualche missione “di pace” come già in passato è stato inviato in Bosnia? Sono questi gli elementi che l’Italia invia all’estero in paesi già devastati da conflitti e guerre? E’ per questo che alcune delle donne transitate a Bolzaneto hanno subito la minaccia: “Avrebbero dovuto stuprarvi tutte come in Kossovo”??

Enrica Bartesaghi
Comitato verità e giustizia per Genova

6 settembre 2007

Imparate da Bologna

All'inizio venne Cofferati. Nell'autunno del 2005 il sindaco di Bologna lanciò una campagna contro i lavavetri. Secondo lui c'era un racket e bisognava colpirlo. I carabinieri si misero alla ricerca del racket, e dopo qualche tempo dovettero smentire la tesi del sindaco. Non c'è nessun racket, sono solo poveracci che chiedono danaro in cambio di un lavoro utile: lavano vetri e se vuoi puoi dargli mezzo euro. Ma la gente si incazza. L'automobilista che alle sette di mattina, incolonnato in una fila eterna respira gas di scarico è triste, rabbioso, aggressivo. E come non capirlo? Va al lavoro. I prezzi salgono. I salari scendono. E quando sei incazzato hai bisogno di prendertela con qualcuno, possibilmente più debole e più povero. Il lavavetri è perfetto. In Italia sta nascendo un nuovo partito. Anche se si chiama democratico quel partito ha deciso di presentarsi sulla scena con una campagna che non si può qualificare altrimenti che razzista. Per conquistare il consenso della gente troviamo qualcuno che sia più miserabile di tutti e scarichiamogli addosso la miseria di tutti quanti. Ha funzionato, può funzionare ancora.Chi sono i lavavetri? Scocciatori, risponde il benpensante irritabile che è in ciascuno di noi. Arresteremo tutti gli scocciatori? Quella di lavavetri è una definizione di tipo razziale. Perché perseguitare un poveraccio che fa il gesto di lavarti i vetri della macchina? Invece di chiedere l'elemosina propone uno scambio normale. E' il libero mercato, no? Ma ai lavavetri è precluso.A Bologna adesso si parla di mandare in galera coloro che scrivono sui muri: non piacciono al sindaco della città.. Keith Haring e Basquiat, Rammelzee e Chamberlain e Dash sono considerati grandi artisti e le loro opere adesso si vendono nei musei, ma prima hanno sporcato con i loro segni i muri delle strade di tutte le città americane. E le paperette di Pea Brain, e le facce digrignanti di Cane k8, non sono forse l'arte più interessante che si sia vista a Bologna negli anni '80? Ma per Cofferati gli artisti sono da mettere in carcere. Forse Cofferati odia i graffitisti perché ce n'è uno che scrive sui muri: Cofferati mi fa pena, e un altro che scrive Bologna non merita un sindaco fascista.Il suo amico Dominici sindaco di Firenze dice che ha riletto Lenin prima di lanciare il suo pogrom. Bravo. Che gli dobbiamo fare a questi lumen proletariat, caro compagno Vladimir Ilic? Noi che siamo il partito della classe operaia mica possiamo tollerare questi straccioni. Già che c'è il bolscevico Dominici dovrebbe dirla tutta. Il compagno Vladimir nel 1918 non esitava a invitare allo sterminio, quando si trattava di raddrizzare le gambe ai lunpen e ai kulaki. E la Kolyma, compagno Domenici, la tua Kolyma la metti a Scandicci?Dicono che questo è il solo modo per ottenere un po' di consenso. Incitare al pogrom contro i poveracci è un modo per avere quel consenso che il centrosinistra non sa ottenere altrimenti.Però io ci penserei due volte. Ad esempio, il primo di questi democratici amanti dell'ordine, il sindaco di Bologna di cui dicevo poc'anzi, nel primo anno del suo mandato aveva un consenso così maggioritario che qualcuno diceva pare bulgaro. Dopo tre anni di stress ininterrotto ha talmente scassato le scatole che Renato Mannheimer ha fatto un sondaggio nel mese di giugno. Il consenso è sceso al 39%: Cofferati ha perso. La sinistra ha perso Bologna. La perderà, alle prossime elezioni, accetto scommesse, e non la riconquisterà mai più.

Migranti. Sit-in parlamentari Ue davanti prefettura Agrigento

''La vicenda dei sette pescatori tunisini e' inquietante e il governo italiano non puo' continuare a rimanere in silenzio davanti ad un'ingiustizia clamorosa commessa dalle autorita' del nostro Paese''. Lo afferma Giusto Catania, eurodeputato di Rifondazione comunista e vice presidente della Commissione giustizia del Parlamento europeo, che ieri ha promosso un appello con cui oltre cento deputati Ue chiedono la scarcerazione dei sette pescatori tunisini arrestati ad Agrigento, dopo aver soccorso 44 migranti che stavano annegando nel Mediterraneo. Domani mattina Giusto Catania guidera' una delegazione di parlamentari europei che partecipera' al sit-in davanti la prefettura, promosso dalla rete antirazzista siciliana, e successivamente si rechera' al carcere di Agrigento per incontrare i sette pescatori. "Riteniamo necessario manifestare la nostra solidarieta' a queste persone vittime di un'ingiusta applicazione della legge italiana e delle convenzioni internazionali - continua Catania - ed inoltre intendiamo attivare tutti i canali per giungere alla loro immediata scarcerazione". Sempre domani, alle 15, davanti il carcere di Agrigento, la delegazione dei parlamentari europei, composta da Giusto Catania, Pasqualina Napoletano, Helene Flautre e Claudio Fava, incontrera' i giornalisti.

Se Pilato s’interroga sulla legalità

Non sono – per passato e per convinzioni – la persona più adatta o interessata a fare citazioni evangeliche, ma in questi giorni in cui legalità e sicurezza riempiono le bocche di molti politici di centrosinistra, mi torna in mente Pilato che s’interrogava su cosa fosse la verità. A dire il vero il Pilato che ho in mente, più che quello frettolosamente abbozzato nei vangeli, è il personaggio sofferto e tormentato dipinto da Bulgakov ne "Il Maestro e Margherita". Certo, non un esempio di coraggio, ma neppure il viscido codardo descritto dagli evangelisti. I panni di questo Pilato non m’interessano personalmente: mi basterebbe che per indossarli si prestasse qualche Sindaco (Cofferati? Domenici?) o qualche rappresentante ancora più alto del centrosinistra (Prodi? Amato?). Vorrei vederli dietro la loro scrivania, arrovellarsi un po’ dubbiosi su cosa sono legalità e sicurezza, prima di affermarle come valori assoluti. Non sarebbe molto, l’ammetto, ma sarebbe già preferibile alla durezza da sceriffi, un po’ ottusi e "paesani", manifestata in questi giorni verso i lavavetri e prospettata per writers, mendicanti, prostitute eccetera. Di certo sarebbe preferibile alla litania di banalità snocciolata in questi giorni, "legalità e sicurezza non sono di destra o di sinistra", "anche la microcriminalità va punita" e altre amenità.
Credo che, a parte qualche pazzo furioso, tutti i cittadini ritengano la sicurezza un bene da difendere, Cofferati non deve scoprire l’acqua calda. Ma sono troppo vetero se dico che quella che ci viene proposta in queste ore è una "legalità di classe"? Forse, ma mentre penso che il conducente di un Cayenne a Firenze non dovrà più sopportare il fastidio di un lavavetri dalle unghie sporche, m’insegue l’immagine di Gianpiero Fiorani in Costa Smeralda, in camicia bianca sbottonata sul petto a cantare fra pianoforte e champagne, mentre rilascia interviste a Lucignolo. "Che roba Contessa… e pensi che ambiente che può venir fuori, non c’è più morale, Contessa". Sì, decisamente sono troppo vetero. Ma in fondo non sono cattivo: l’ho detto, mi basterebbe che qualcuno indossasse i panni del Pilato di Bulgakov, domandandosi se possa esistere una legalità totalmente avulsa dall'equità sociale; vedo che vanno più di moda i panni del Pilato tradizionale, quello che si lava le mani del sangue innocente, pur di conservare poltrona e consenso popolare.
"Quei quattro straccioni han gridato più forte, di sangue han sporcato il cortile e le porte, chissà quanto tempo ci vorrà per pulire… Non c’è più morale, Contessa".

Francesco "baro" Barilli

Lettera aperta a Massimo Toschi assessore alla cultura e pace della Regione Toscana

Padre Agostino Rota Martir ha inviato dal campo Rom di Coltano, in cui vive da diversi anni, questa sua lettera aperta a Massimo Toschi, Assessore alla pace, alla cultura e al perdono della Regione Toscana, che pone numerosi interrogativi non solo all’assessore ma anche a diverse associazioni attive nel campo della solidarietà. Volentieri pubblichiamo la lettera di p. Agostino e daremo spazio alle risposte degli interessati.

Carissimo Massimo Toschi, affido a questa lettera, scritta anche sotto la pressione di tante emozioni che si accavallano confusamente e con rapidità, alcune mie riflessioni sugli ultimi fatti che vedono coinvolta la Toscana, ma non solo. Sono in imbarazzo a scriverti queste mie note, perché una parte della mia vita si è intrecciata con la tua, non solo per il cammino della mia Congregazione, i Missionari Saveriani che pubblicano la rivista Missione Oggi che spesso riporta le tue riflessioni, i tuoi scritti che ho sempre trovato puntuali, stimolanti e profetici: tutto questo ha contribuito non poco alla mia formazione umana e religiosa. Allora non avevi alcun incarico nella Regione Toscana. Ora mi trovo nella situazione imbarazzante nell’esprimere la mia ferma delusione e amarezza per alcune tue posizioni e quelle della Regione che rappresenti.Rifugi sotto i pontiIl 15 agosto scorso ti abbiamo accompagnato a conoscere la sorella sopravvissuta alla tragedia di Livorno, a cui volevi portare le condoglianze per la morte dei fratellini. Sotto quel ponte sull’Arno di Pisa vive un gruppo di Rom: hai visto in quali condizioni, sei rimasto scioccato a quella vista, ti sei chiesto come è possibile che ciò possa avvenire dentro le nostre città. Eri lì per portare le condoglianze della Regione, forse perché avevi notato che la cittadinanza di Livorno si era arroccata in se stessa, lesta a puntare il dito e formulare superficialmente le solite e comode condanne e incapace di mostrare dei sentimenti di profonda umanità.Mi sarei aspettato da te un pronunciamento anche in questa direzione, cosa che non ho letto sui giornali. Anzi mi sei sembrato abbastanza attento a non “turbare” i palazzi del potere di Livorno, in modo particolare nel coprire i tentennamenti ambigui e latitanti del suo sindaco, o una giustizia che mi sembra applichi più una “tortura psicologica” a danno dei genitori Rom in carcere, che il desiderio di far luce sull’intera vicenda: una giustizia attenta a coprire le colpe della città e a mettere in luce esclusivamente le “colpe” dei Rom: dopo 3 settimane ancora i funerali non sono stati celebrati, quasi dimenticati e anche la pietà è calpestata, espulsa, derisa. E’ un fatto grave che dovrebbe scuotere le coscienze di tutti, delle Chiese in modo particolare, e trovare insieme la forza di indignarci, invece sembra che lo abbiamo accettato, come fosse una cosa normale... tanto sono “zingari”!Mi sono chiesto, allora, dove era andato a finire quel coraggio che ammiravo in te quando non avevi ancora assunto l’incarico in Regione? Parli della necessità di coniugare solidarietà e legalità, insomma il classico “colpo alla botte e uno al cerchio”, ma poi si finisce sempre con il colpire prevalentemente non il sistema (la botte), ma le sue vittime, non un colpo ma cento! Infatti, la prova del “cerchio” non si è fatta aspettare a lungo, purtroppo.Chissà perché si è subito pronti a colpire i più deboli, anche quando sono vittime del nostro sistema. A Livorno i Rom sono vittime di una tragedia o di un attentato, e puniti con il carcere (anche per renderli invisibili): è una assurdità che non ti scandalizza, invece di gridare l’ingiustizia ti accontenti di sussurrare parole di condoglianze. Poi, solo qualche giorno fa ecco spuntare l’ordinanza di Firenze che colpisce i lavavetri ai semafori della città con lo scopo di farli sparire dalla città.SemaforiSi sa che i semafori, per loro natura devono essere ben più visibili dei rifugi, soprattutto quelli nascosti sotto i ponti delle città. I semafori appartengono alla cittadinanza, quella “civile e onesta, quella buona”, non ai Rom, agli esuberi, agli scarti anche se per la maggioranza di costoro rappresentano forse l’unica sussistenza. E’ forse colpa loro se vengono scaricati dalle Amministrazioni, da quelle Associazioni sempre pronte a fiutare i finanziamenti, ad occupare spazi in nuovi progetti così gli unici spazi liberi da vincoli soffocanti e pericolosi sono proprio i semafori e i ponti. Questi, gli esuberi li lasciamo vivere, a condizione di rimanere nascosti, sotto i ponti appunto, guai se raggiungono i semafori, perchè la loro visibilità diventa una minaccia alla sicurezza cittadina, disturbano, diventano insistenti e aggressivi, vittime di racket (così vengono descritti ). Nascosti sotto i ponti, la loro esistenza non turba, viene tollerata ma guai se cercano la propria sussistenza presso l’unico “strumento” capace di fermare per qualche istante le nostre città impazzite: perché non sequestrare anche il semaforo allora, insieme ai loro attrezzi di lavoro?Caro Massimo, ricordi quel gruppo di Rom Rumeni sotto il ponte dell’Arno al CEP di Pisa? Ebbene hanno un semaforo proprio sopra la loro testa e sono quasi certo che per loro è l’unico sostentamento possibile per ora: ti chiedo a cosa è servito aver portato a loro la solidarietà della Regione se poi la stessa arriva a vietargli di vivere lavando i vetri delle auto o a chiedere qualche spicciolo di elemosina? Mi chiedo, dopo aver letto una tua intervista sul Tirreno come potevi difendere questo provvedimento e accostarlo a quello della solidarietà. Non noti l’ambiguità di certi nostri accostamenti? Coniugare legalità e solidarietà…si ripete in ogni luogo, spesso anche la Chiesa accetta questa logica ricattatoria e quindi pagana.Cosa intendiamo per solidarietà? A chi l’affidiamo? Oggi i Rom in particolare sono “appaltati” dalle Amministrazioni: Arci, Cooperative, Caritas, Misericordia, Città sottili (è il caso di Pisa), Volontariati, Fondazione Michelacci tutti fanno a gara per accaparrarsi delle fette dei progetti che prosciugano la quasi la totalità dei fondi, per che cosa? Per solidarietà, per avere finanziamenti, o per una propria visibilità sociale? Il risultato è sotto i nostri occhi: usiamo la “mano pesante” (sgomberi continui, ordinanze, nuove esclusioni…) per salvare i nostri “progetti di solidarietà”, così si creano dei nuovi esclusi, nuove categorie di Rom: Rom nel Progetto e Rom Fuori Progetto!In America Latina c’è un detto che conoscerai e che dice: “Mettersi in corpo gli occhi dei poveri” , che è poi simile a quello più famoso del fiorentino don Milani: “Far strada ai poveri senza farsi strada” . Ne è passata di acqua sotto i ponti dell’Arno da quando il Priore di Barbiana la pronunciò per la prima volta, ma la profezia è ancora lì, spesso inascoltata, anche ai piedi di un semaforo cittadino, o sotto qualche ponte o cavalcavia.

Scusami la schiettezza e lo sfogo.

p. Agostino Rota Martir(Missionario saveriano)
Campo Rom di Coltano (PI)

Napoli: Raid omofobo

In Piazza Bellini, storico punto di ritrovo dei gay di Napoli, negli ultimi tempi si susseguono veri e propri raid compiuti da ultra della squadra del Napoli appartenenti all’estrema destra. «La colpa è anche delle dichiarazioni del sindaco di Capaccio» affermano Aurelio Mancuso, presidente nazionale Arcigay e Salvatore Simioli, presidente Arcigay di Napoli.
L’ultimo episodio risale alla sera del 3 settembre, quando un commando di 20 persone in motocicletta e armato di mazze da baseball ha aggredito dei ragazzi gay, anche questa volta in piazza Bellini. «È l’ennesimo episodio perpetrato ai danni della comunità gay di Napoli, ed è necessario rispondere con la massima fermezza perseguendo gli aggressori e concedendo all’Arcigay locale, oggetto negli ultimi mesi di intimidazioni e aggressioni ripetute, la massima protezione». A dirlo è la Sottosegretaria per i Diritti e le Pari Opportunità Donatella Linguiti.
«La legge contro la violenza sessuale, licenziata da questo Ministero – prosegue la Sottosegretaria – contiene norme specifiche relative ai crimini per motivi di orientamento sessuale, dunque una sua approvazione in tempi rapidi sarebbe auspicabile. Tuttavia sappiamo che l’estensione della legge Mancino sulle discriminazioni all’orientamento sessuale non è sufficiente ad arginare l’inquietante ondata di intolleranza di cui è vittima la comunità glbt; la previsione di un nuovo reato, per quanto simbolicamente importante, non produce di per sé nuova cultura. E l’omofobia dilagante è una vera e propria emergenza, per fronteggiare la quale occorre diffondere una cultura del rispetto delle diversità, del rifiuto della violenza come la risposta più facile alla paura che ogni confronto con la differenza, sessuale, etnica, religiosa, culturale, comporta. È necessario che questa diventi una priorità in tutti i luoghi di formazione, a cominciare dalla scuola, così come è auspicato in tutte le Raccomandazioni, europee ed internazionali, che da noi continuano ad essere liquidate come espressione di buoni propositi».
«Nel nostro Paese assistiamo ormai quotidianamente ad una spirale inarrestabile – conclude Linguiti di comportamenti intolleranti e violenti, ormai vissuti con assuefazione, che devono essere al contrario condannati senza alcuna riserva. E’ importante che le risposte delle istituzioni e della società civile siano inequivocabili: ferma condanna degli episodi criminosi e solidarietà ai soggetti colpiti».

5 settembre 2007

Pavia: Rom spostati in colonna al grido di "camere a gas"

Sgomberati dalla ex Snia, erano destinati all'area del poligono di tiro di Torre d'Isola durante il tragitto gli abitanti e gli amministratori li hanno insultati e respinti al mittente.

«Camere a gas, forni crematori», «si sente già la puzza», «noi siamo persone civili, fora di ball », con questi slogan è stato accolto il passaggio di una colonna di rom rumeni, che dovevano essere trasportati da Pavia a Torre d'Isola. Secondo quanto disposto dalle autorità comunali, lunedì scorso, poco dopo le 20, settanta adulti e quaranta bambini rumeni sono stati trasferiti verso il poligono di tiro, un'area inadatta ed inagibile, infestata di zanzare e erbacce alte che però avrebbe dovuto ospitarli, dopo lo sgombero dalla ex Snia. Il semplice passaggio della colonna ha suscitato le proteste degli abitanti e degli amministratori locali, che hanno minacciato di sdraiarsi a terra con l'intento di bloccare la via. I rom sono rimasti fermi per circa due ore, fino a che, a notte fonda, le autorità non hanno deciso di sistemare temporaneamente le famiglie nelle palestre del palastadio di Pavia. Si tratta dell'esito - per la verità ancora incerto - di una vicenda iniziata tempo addietro. La giunta di centro sinistra di Pavia, guidata dalla sindaca diessina Piera Capitelli, aveva deciso in favore dello sgombero dei capannoni dell'ex Snia. Nei locali, oramai in disuso da venticinque anni, vivevano circa centoquaranta persone, tra cui settanta minori. Molti degli abitanti lavoravano come operai presso aziende e cooperative pavesi, mentre cinquanta tra i minori avrebbero dovuto frequentare le scuole di Pavia, e per altri venti bambini era stata presentata domanda presso gli asili comunali. Lo scorso 30 agosto i rom sono stati sgomberati, senza però che la giunta avesse predisposto una soluzione abitativa alternativa. Sembra che la proprietà dell'area (la Tradital), a mezzo della Caritas, avesse offerto 250 euro a persona a coloro che avessero deciso di tornare in Romania. Una cifra irrisoria, a malapena sufficiente al sostentamento per un mese. Di fronte ad un vuoto decisionale, le autorità si sono affidate alla "speranza" che i rom si disperdessero da sé. Nel frattempo iniziava la protesta non violenta dei rom che hanno sfilato per le vie cittadine con striscioni recitanti "siamo europei"; "no al razzismo"; "chiediamo un lavoro umile", e distribuendo volantini contenenti le raccomandazioni del febbraio 2006 della comunità europea che invitava al rispetto dei diritti civili e umani delle comunità rom. Per le prime ventiquattr'ore è stato indetto uno sciopero della fame, che è proseguito poi ad oltranza per quattro rappresentanti. Infine, la Protezione civile di Milano ha montato, in piazza Maggi, un tendone collettivo - senza brandine - destinato a donne e bambini, di capienza non sufficiente ad accogliere per intero la comunità degli sgomberati. In molti hanno preferito non disgregare l'unità dei nuclei familiari, passando così la notte all'aperto.A denunciare questa vicenda è stato il Circolo Pasolini, che attraverso il suo blog segue giornalmente le vicende dello sgombero. In particolare, il Circolo denuncia la contraddittorietà di una situazione disumana in una città che da oggi ospiterà il Festival dei Saperi, il cui tema è "La nuova città e la nuova democrazia". La denuncia è accompagnata da proposte volte ad una risoluzione del problema, con il progressivo inserimento delle famiglie nel tessuto sociale, attraverso un avviamento al lavoro presso cooperative di muratori e la scolarizzazione dei minori (il tasso di analfabetismo è elevatissimo). Ad oggi - manca ancora una decisione in proposito - il futuro sembra incerto, soprattutto alla luce della notizia secondo cui molti sindaci del pavese avrebbero bloccato, con ruspe e trattori, gli accessi a sterpaglie e luoghi desolati, onde evitare che vi ci soggiornino i rom.

Cofferati promette multe e carcere ai writers

Il sindaco presenta la sua annunciata campagna "Ricoloriamo insieme i muri di Bologna": maggiori controllie denunce per chi scrive su muri pubblici e monumenti. E se i privati faranno azioni legali, lui li affiancherà.








Sergio Cofferati ha confermato la doppia linea riguardo i muri imbrattati di Bologna: pulizia e repressione. L'aveva annunciata una settimana prima alla Festa nazionale dell'Unità (quasi un'eco dell'ordinanza anti-lavavetri appena emanata a Firenze) e ieri l'ha illustrata alla stampa, proprio nel giorno in cui il Governo discuteva la bozza Amato sul «degrado urbano». Una coincidenza quasi sottolineata dal primo cittadino bolognese, quando ha precisato che la sua campagna "Ricoloriamo insieme i muri di Bologna" non riguarda la sicurezza ma proprio il degrado urbano.Per ora verranno usati gli strumenti che già esistono, ma se il governo ne appronterà di nuovi «li adotteremo di buon grado», ha assicurato Cofferati. Dunque niente divieto di vendere le bombolette spray ai minorenni: «invenzioni della stampa», commenta il sindaco che affida all'azienda municipalizzata Hera Spa il compito di pulire, entro ottobre, 8mila metriquadri di muri. In seguito gli interventi copriranno tutto il territorio comunale, ma per ora si parte con gli edifici medievali del ghetto ebraico, quelli della zona Andrea Costa (la prima periferia verso lo stadio) - dove i commercianti si sono resi disponibili a collaborare con l'amministrazione - e quelli di 46 scuole. Costo complessivo: 170mila euro.Nel frattempo i vigili bloccheranno gli imbrattatori usando anche le telecamere già sparse per la città. In base al regolamento di polizia municipale, possono fargli una multa da 50 euro, ma questo, per il sindaco della legalità, non basta a scoraggiare nuovi «scarabocchi»: la polizia municipale farà «controlli robustamente più intensi», in collaborazione con gli agenti delle polizie di stato, e l'amministrazione comunale seguirà anche le vie giudiziarie denunciando per danneggiamento chi scrive sui muri pubblici o su quelli di edifici di valore storico e artistico. Il codice penale, sottolinea Cofferati, prevede fino a un anno di reclusione per questo reato. Se anche i privati vorranno ricorrere alla denuncia, il sindaco è pronto ad affiancarli.È sempre ai cittadini che il numero uno di Palazzo D'Accursio si rivolge anche sul versante della pulizia, perché una convenzione firmata con le confederazioni artigianali Cna e Confartigianato abbasserà i prezzi per chi vorrà pulire le superfici esterne di casa propria, compresi portoni, serrande e muri. Al governo, poi, chiede di favorire questo tipo di interventi dei privati con nuove agevolazioni fiscali da inserire nella prossima Finanziaria.Intanto la vera «vocazione artistica» - che secondo Cofferati anima una parte infinitesima di chi si esprime sui muri di Bologna - potrà liberarsi negli spazi che i Quartieri dovrebbero indicare a breve. Basteranno? Ci crede poco il coordinamento degli studenti medi Iskra, che nei giorni scorsi aveva denunciato un inasprimento dei controlli sui writers.Per il procuratore capo Enrico Di Nicola, più che i graffiti il vero problema sono «le scritte offensive, minacciose e intimidatorie, ma bisogna valutare caso per caso a seconda del danno e del pericolo per la collettività».Dopo la presentazione della campagna anti-graffiti, sollecitato dai cronisti, il sindaco ha confermato la sua politica sugli sgomberi. «Nei prossimi mesi useremo la stessa determinazione del passato», ha assicurato. Sono passate due settimane dallo sgombero del capannone di prima periferia occupato dal collettivo Crash, che proprio ieri ha annunciato un corteo di incompatibili con Cofferati per il 13 ottobre, invitando i partiti dell'Altra sinistra a revocare il sostegno alla giunta prima di scendere in piazza. Una provocazione respinta dai partiti, che continuano a condannare la politica degli sgomberi del sindaco ma non accettano l'aut-aut di Crash e bocciano anche l'idea dei promotori di non chiedere l'autorizzazione per il corteo. Si discosta Valerio Monteventi, consigliere indipendente del Prc, per il quale la manifestazione è un'esigenza vera, «poi sui modi, gli obiettivi e le richieste credo si debba discutere», ha precisato il consigliere che ha sempre cercato il dialogo con le realtà di movimento.



4 settembre 2007

Agrigento: ancora carcere per i 7 tunisini. Tre udienze non bastano per scagionarli

I pescatori avevano salvato 44 migranti. Adesso sono accusati di favoreggiamento dell'immigrazione clandestina

«Io sono un capitano, di quelli che erano con me, di quelli che abbiamo salvato; la responsabilità è solo mia. Quello che ha parlato con "Lampedusa Radio" sono solo io. […] Ho chiesto aiuto a tutti. Ho chiesto aiuto per tutti». Zenzeri Abdalbasset, comandante del motopeschereccio tunisino "Morthada" ha ricostruito con sintesi efficace quanto accaduto alla sua imbarcazione l'8 agosto scorso. Lui, insieme al suo equipaggio e di un altro natante, El Hedi - 7 persone in tutto - sono ancora detenuti in attesa di giudizio, accusati di aver favorito per ragioni di lucro l'immigrazione clandestina di 44 cittadini migranti intercettati a 40 miglia a sud di Lampedusa.Tre udienze non sono bastate a smontare il ferruginoso castello accusatorio, molti testi a difesa non sono stati neanche ammessi a testimoniare e neanche la presenza in aula dell'ambasciatore tunisino in Italia ha potuto portare alla scarcerazione dei pescatori.Pescatori "responsabili" di aver tratto in salvo 44 persone in pericolo di vita, aggrappate ad un gommone oramai sgonfio. Una donna in avanzato stato di gravidanza, un bimbo piccolo, altri in gravi condizioni di disidratazione, come appurato da visite mediche effettuate a bordo, nulla da fare. I due motopescherecci, scortati da motovedette, erano state accompagnate verso le acque territoriali italiane. Diverse le versioni fornite dai militari rispetto a quelle rilasciate da soccorsi e soccorritori. Sembra che ad un certo punto, a poche miglia dalla costa di Lampedusa e già in acque territoriali italiane, dopo difficoltà di comunicazione anche linguistica, gli italiani abbiano fatto agli equipaggi tunisini il segno delle manette, come a voler dire se entrate e non tornate indietro vi arrestiamo. Dai pescherecci hanno scelto di attraccare ugualmente a Lampedusa, da allora gli equipaggi sono sotto processo. La richiesta di derubricazione del reato - facendo cadere dolo e profitto - per cui sono imputati i 7 marinai, è stata presentata all'ultima udienza, il 1 settembre scorso, anche dalla Procura. La derubricazione avrebbe consentito di procedere alla scarcerazione dei sette - tutti incensurati - o quantomeno all'assegnazione agli arresti domiciliari. Niente da fare, il tribunale vuole procedere ad ulteriori accertamenti. E' chiaro a tutti che i marinai sono pescatori che hanno rispettato le leggi del mare e non scafisti, in un ora e mezza l'istanza di scarcerazione è rigettata - per il rischio di fuga degli imputati - e la derubricazione potrà casomai avvenire in altra fase del dibattimento. Non bastano le garanzie offerte dall'ambasciatore di uno stato sovrano con cui l'Italia ha da tempo stipulato accordi bilaterali in materia di controllo dell'immigrazione. I 7 resteranno in carcere almeno fino alla prossima udienza, fissata per il 20 settembre prossimo. Si stracciano così tutte le convenzioni internazionali e già si vedono i primi risultati. Nonostante agosto abbia segnato il macabro record delle morti in mare nel Canale di Sicilia, in più di un caso è già capitato di sentire di pescherecci che hanno risposto a SOS, magari fornito acqua ma non se la siano sentita di soccorrere direttamente persone a rischio di naufragio. C'è anche chi parla, fra coloro che sono sbarcati a Lampedusa, di navi che fanno finta di nulla, perché soccorrere diviene un reato. Il 7 agosto prossimo, alle ore 11, presso la prefettura di Agrigento, il mondo composito dell'antirazzismo siciliano ha organizzato un sit in per chiedere la liberazione dei pescatori, il rispetto delle convenzioni internazionali che regolano il salvataggio in mare dei naufraghi, il potenziamento degli interventi di soccorso dei migranti in fuga verso l'Europa e il pieno riconoscimento del diritto d'asilo, l'abolizione della Bossi Fini - come da programma dell'Unione - e del decreto ministeriale del 14 luglio 2003 che ha dato la stura ad interpretazioni e a discrezionalità per quanto riguarda l'intervento in mare e, infine, la richiesta della cessazione immediata delle operazioni gestite dall'agenzia Frontex, vero e proprio strumento politico di morte e repressione. Oltre a manifestazione e oltre le iniziative politiche urgenti da prendere in materia, tanto in sede italiana quanto europea - l'europarlamentare Giusto Catania segue direttamente la vicenda - viene da interrogarsi su quanto, le forme di dissuasione al soccorso in mare, facciano parte di una scelta politica che ben si coniuga con il securitarismo nelle metropoli. Un ennesimo brutto segnale per un centro sinistra al governo.

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