7 settembre 2007

Cofferati e Domenici: "Vogliamo armarci" Nascono le prime giunte militari...

Non si ferma la deriva di destra di alcuni rappresentanti del Piddì. I sindaci di Bologna e Firenze chiedono i "poteri di polizia" per poter controllare,cacciare dalle loro città «le persone indesiderate». Ferrero: «Il controllo dell'ordine pubblico è una prerogativa dello Stato nazionale»

Tutto il potere ai sindaci. Timoroso di venir superato dal collega Domenici e dal di lui fedele vicesceriffo Cioni - gli ideatori della famigerata ordinanza antilavavetri - Sergio Cofferati ha rotto ogni indugio e spostato ancora più avanti la campagna per il decoro delle città del belPaese: «Ai sindaci - ha detto ieri - devono essere assegnate funzioni di polizia giudiziaria». «Una misura indispensabile - ha fatto eco lo stesso Domenici - per allontanare alcune presenze indesiderate». Tradotto: dateci subito nuovi poteri per cacciare senza troppe storie lavavetri, mendicati, zingari e poveracci d'ogni fatta.Stavolta, seppur nella sua solita furia securitaria, bisogna almeno dar atto al sindaco di Bologna di averci risparmiato nuove esegesi del pensiero di Lenin e Gramsci, branditi come clave da Giuliano Amato e da Domenici stesso per legittimare e giustificare - giustificare da sinistra - la nuova caccia agli ultimi. Un po' come se Erode citasse Maria Montessori per spiegare la strage degli innocenti. No, Cofferati non scomoda nessuno degli avi della sinistra, si limita a citare Tex Willer - «ricordo che Tex è amico degli indiani...», e non dei romeni verrebbe da aggiungere - ma trova comunque il tempo di scagliarsi contro la sinistra «benoltrista e benaltrista». Quella che, sempre secondo l'ex leader della Cgil, non ha la forza ed il coraggio di affrontare i problemi più scottanti. Emergenza writer e lavavetri per primi.

E mentre il primo cittadino di Bologna vagheggiava la nuova figura del sindaco-sceriffo del nuovo millennio, quello di Firenze annuiva e visibilmente soddisfatto aggiungeva: «Non sono contrario a interventi di polizia giudiziaria. Bisogna indicare i casi in cui la polizia municipale può intervenire con poteri analoghi a quelli delle forze dell'ordine». Insomma, Firenze chiama e Bologna risponde. Del resto i due sindaci erano impegnati in un Forum organizzato in fretta e furia, l'emergenza incalza, sul tema del momento: sicurezza e degrado urbano. Un'occasione da non perdere per marcare ancor di più la distanza dagli atteggiamenti lassisti, o benaltrisi come direbbe Cofferati, di «certa sinistra».Quella sinistra che ieri, per voce del ministro della solidarietà Paolo Ferrero, ha immediatamente rispedito ai mittenti la proposta dei sindaci-poliziotti: «Sono assolutamente contrario alla proposta avanzata oggi dal sindaco di Bologna Cofferati. Il controllo dell'ordine pubblico - ha spiegato il ministro - è una prerogativa dello Stato nazionale e credo sia bene che rimanga tale. Se dipendesse da chi viene eletto per amministrare una città si potrebbe rischiare che venga utilizzato a fini propagandistici o elettorali».Ed ancora: «La gestione dell'ordine pubblico da parte degli sceriffi - ha chiuso duro Ferrero - ha avuto un ruolo determinante nel mantenimento del razzismo nel sud degli Stati Uniti».Altrettanto netto il giudizio che arriva da Giovanni Russo Spena, capogruppo al Senato di Rifondazione: «C'è un tentativo di inseguire la destra sul suo terreno che sarà pure dettato, come assicura il ministro Amato, dall'intenzione di evitare una deriva a destra, ma purtroppo sortisce invece proprio quell'effetto. La proposta Cofferati - conclude Russo Spena - somiglia pericolosamente alle formule leghiste».Ed è proprio la Lega ad uscire rafforzata, e legittimità nei suoi atteggiamenti più intolleranti, da questa storia. Una Lega, a dirla tutta, che se la ride nel vedersi superata a destra dai futuri piddini e apprendisti sarkozisti: «Cofferati, Penati, Domenici - ha commentato sarcastico il padano Maroni - sono tutti sceriffini, cioè discepoli di Gentilini. Noi abbiamo la primogenitura - ha aggiunto il deputato leghista - con la differenza che quando lo dicevamo noi eravamo scomunicati e accusati di essere razzisti».Nel frattempo, dopo il vespaio sollevato da Giuliano Amato che ha liquidato come «sociologia d'accatto» ogni atteggiamento diverso dal tanto invocato pugno duro, è arrivato D'Alema a cercare di mettere una pezza: «Il ministro Amato è un grande giurista, un garantista, non è un forcaiolo nè un reazionario». (Bruto è uomo d'onore, diceva Marco Antonio). Sarà per questo che da Marco Minniti, delfino storico del ministro degli Esteri, arriva un tiepido dietrofront: «Non solo la sicurezza non è nè di destra nè di sinistra, ma non lasciamo questo tema alla destra perchè il centrosinistra ha più mezzi per affrontarlo perchè sicurezza significa politica sociale e politica dell'integrazione». Ma la proposta Cofferati, almeno stavolta, non convince nè il sindaco di Torino Sergio Chiamparino - «Bisogna evitare di trasformare i Sindaci in Prefetti o in Questori» - nè gli uomini immagine di Veltroni che per bocca di Pino Battaglia fanno sapere che l'ipotesi sindaci-sceriffi va contro la Costituzione e le leggi che assegnano a Governo e Magistratura la competenza esclusiva dell' ordine pubblica e dell'attività giudiziaria». Infine Rosi Bindi, una delle poche voci critiche del piddì: «La sicurezza è un valore che va assolutamente perseguito con misure di ordine pubblico - ha detto il ministro a Mestre - ma anche con misure di solidarietà e integrazione sociale perchè sempre con persone abbiamo a che fare, che siano lavavetri, prostitute o clandestini. È necessario far applicare la legge e pretendere il rispetto dei doveri - ha aggiunto - ma al tempo stesso dobbiamo interessarci del loro destini. Ci liberiamo dai lavavetri se liberiamo i lavavetri dal fare i lavavetri».

Genova G8: Richiamato alle armi il responsabile dell'ospedale di Bolzaneto durante il G8.

Il dottor Giacomo Toccafondi è stato richiamato in servizio presso il Ministero della Difesa – Distretto militare di Genova durante il mese di luglio del 2007. Come pubblicato nella delibera della ASL 3 di Genova presso la quale presta servizio (delibera n° 909 del 1° agosto 2007, pubblicata all’albo il 6 agosto 2007). Cosa c’è di strano?Di strano c’è che il dottor Toccafondi è uno degli imputati nel processo in corso a Genova per le torture inflitte ad oltre 250 persone, italiane e straniere, che nel mese di luglio del 2001 “transitarono” per il carcere provvisorio di Genova Bolzaneto.Il dottor Toccafondi era stato nominato, dal Magistrato Sabella, coordinatore di tutte le attività inerenti il servizio sanitario presso il sito penitenziario di Bolzaneto. Avrebbe dovuto occuparsi dei manifestanti: visitarli e, se feriti, curarli o disporne il trasferimento in ospedale. A Bolzaneto arrivarono moltissimi feriti (provenienti dalla macelleria messicana della Scuola Diaz, dalle strade di Genova, rastrellati dagli ospedali dove si erano recati per le ferite subite) ma nessuno di loro fu curato, anzi! Molti subirono nuove violenze, percosse ed ingiurie proprio a Bolzaneto. Il dottor Toccafondi costrinse un manifestante a gridare “Viva il duce”, ad un altro disse “Alla Diaz dovevano fucilarvi tutti” oppure “bastardi”. Ad una ragazza tedesca, con la bocca distrutta dalla polizia alla Diaz, disse, invece di prestarle le cure necessarie, puntandole un manganello alla bocca: “Manganello, manganello”.Il dottor Toccafondi a Bolzaneto non indossava il camice sanitario, come ogni medico che si rispetti, ma una maglietta con la scritta “Polizia penitenziaria” ed i pantaloni di una tuta mimetica, così che molti dei manifestanti pensarono che si trattasse di un agente della penitenziaria e non di un medico. Il dottor Toccafondi a Bolzaneto si è appropriato di alcuni effetti personali dei manifestanti dicendo che erano i suoi TROFEI, vantandosi di avere anche dei TROFEI che aveva raccolto in Bosnia.Nel processo in corso per Bolzaneto sono state rinviate a giudizio 45 persone tra carabinieri, agenti di polizia, agenti di custodia, medici ed infermieri carcerari. Le accuse nei loro confronti sono: abuso d’ufficio, violenza privata, lesioni personali, percosse, ingiurie, minacce e falso ideologico, abuso di autorità contro detenuti o arrestati, violazione dell’ordinamento penitenziario, e omissione di referto. Nella richiesta di rinvio a giudizio sono elencati gli abusi verbali e fisici subiti dai detenuti: i detenuti sono stati sottoposti a trattamenti crudeli, inumani e degradanti in violazione dell'art. 3 della Convenzione europea sui diritti umani e le libertà fondamentali che vieta la tortura.Il dottor Toccafondi è stato rinviato a giudizio per minacce, ingiurie, violenza privata, percosse e danneggiamento e, nonostante questo, è stato richiamato in servizio dal Ministero della difesa.Verrà nuovamente impiegato in qualche missione “di pace” come già in passato è stato inviato in Bosnia? Sono questi gli elementi che l’Italia invia all’estero in paesi già devastati da conflitti e guerre? E’ per questo che alcune delle donne transitate a Bolzaneto hanno subito la minaccia: “Avrebbero dovuto stuprarvi tutte come in Kossovo”??

Enrica Bartesaghi
Comitato verità e giustizia per Genova

6 settembre 2007

Imparate da Bologna

All'inizio venne Cofferati. Nell'autunno del 2005 il sindaco di Bologna lanciò una campagna contro i lavavetri. Secondo lui c'era un racket e bisognava colpirlo. I carabinieri si misero alla ricerca del racket, e dopo qualche tempo dovettero smentire la tesi del sindaco. Non c'è nessun racket, sono solo poveracci che chiedono danaro in cambio di un lavoro utile: lavano vetri e se vuoi puoi dargli mezzo euro. Ma la gente si incazza. L'automobilista che alle sette di mattina, incolonnato in una fila eterna respira gas di scarico è triste, rabbioso, aggressivo. E come non capirlo? Va al lavoro. I prezzi salgono. I salari scendono. E quando sei incazzato hai bisogno di prendertela con qualcuno, possibilmente più debole e più povero. Il lavavetri è perfetto. In Italia sta nascendo un nuovo partito. Anche se si chiama democratico quel partito ha deciso di presentarsi sulla scena con una campagna che non si può qualificare altrimenti che razzista. Per conquistare il consenso della gente troviamo qualcuno che sia più miserabile di tutti e scarichiamogli addosso la miseria di tutti quanti. Ha funzionato, può funzionare ancora.Chi sono i lavavetri? Scocciatori, risponde il benpensante irritabile che è in ciascuno di noi. Arresteremo tutti gli scocciatori? Quella di lavavetri è una definizione di tipo razziale. Perché perseguitare un poveraccio che fa il gesto di lavarti i vetri della macchina? Invece di chiedere l'elemosina propone uno scambio normale. E' il libero mercato, no? Ma ai lavavetri è precluso.A Bologna adesso si parla di mandare in galera coloro che scrivono sui muri: non piacciono al sindaco della città.. Keith Haring e Basquiat, Rammelzee e Chamberlain e Dash sono considerati grandi artisti e le loro opere adesso si vendono nei musei, ma prima hanno sporcato con i loro segni i muri delle strade di tutte le città americane. E le paperette di Pea Brain, e le facce digrignanti di Cane k8, non sono forse l'arte più interessante che si sia vista a Bologna negli anni '80? Ma per Cofferati gli artisti sono da mettere in carcere. Forse Cofferati odia i graffitisti perché ce n'è uno che scrive sui muri: Cofferati mi fa pena, e un altro che scrive Bologna non merita un sindaco fascista.Il suo amico Dominici sindaco di Firenze dice che ha riletto Lenin prima di lanciare il suo pogrom. Bravo. Che gli dobbiamo fare a questi lumen proletariat, caro compagno Vladimir Ilic? Noi che siamo il partito della classe operaia mica possiamo tollerare questi straccioni. Già che c'è il bolscevico Dominici dovrebbe dirla tutta. Il compagno Vladimir nel 1918 non esitava a invitare allo sterminio, quando si trattava di raddrizzare le gambe ai lunpen e ai kulaki. E la Kolyma, compagno Domenici, la tua Kolyma la metti a Scandicci?Dicono che questo è il solo modo per ottenere un po' di consenso. Incitare al pogrom contro i poveracci è un modo per avere quel consenso che il centrosinistra non sa ottenere altrimenti.Però io ci penserei due volte. Ad esempio, il primo di questi democratici amanti dell'ordine, il sindaco di Bologna di cui dicevo poc'anzi, nel primo anno del suo mandato aveva un consenso così maggioritario che qualcuno diceva pare bulgaro. Dopo tre anni di stress ininterrotto ha talmente scassato le scatole che Renato Mannheimer ha fatto un sondaggio nel mese di giugno. Il consenso è sceso al 39%: Cofferati ha perso. La sinistra ha perso Bologna. La perderà, alle prossime elezioni, accetto scommesse, e non la riconquisterà mai più.

Migranti. Sit-in parlamentari Ue davanti prefettura Agrigento

''La vicenda dei sette pescatori tunisini e' inquietante e il governo italiano non puo' continuare a rimanere in silenzio davanti ad un'ingiustizia clamorosa commessa dalle autorita' del nostro Paese''. Lo afferma Giusto Catania, eurodeputato di Rifondazione comunista e vice presidente della Commissione giustizia del Parlamento europeo, che ieri ha promosso un appello con cui oltre cento deputati Ue chiedono la scarcerazione dei sette pescatori tunisini arrestati ad Agrigento, dopo aver soccorso 44 migranti che stavano annegando nel Mediterraneo. Domani mattina Giusto Catania guidera' una delegazione di parlamentari europei che partecipera' al sit-in davanti la prefettura, promosso dalla rete antirazzista siciliana, e successivamente si rechera' al carcere di Agrigento per incontrare i sette pescatori. "Riteniamo necessario manifestare la nostra solidarieta' a queste persone vittime di un'ingiusta applicazione della legge italiana e delle convenzioni internazionali - continua Catania - ed inoltre intendiamo attivare tutti i canali per giungere alla loro immediata scarcerazione". Sempre domani, alle 15, davanti il carcere di Agrigento, la delegazione dei parlamentari europei, composta da Giusto Catania, Pasqualina Napoletano, Helene Flautre e Claudio Fava, incontrera' i giornalisti.

Se Pilato s’interroga sulla legalità

Non sono – per passato e per convinzioni – la persona più adatta o interessata a fare citazioni evangeliche, ma in questi giorni in cui legalità e sicurezza riempiono le bocche di molti politici di centrosinistra, mi torna in mente Pilato che s’interrogava su cosa fosse la verità. A dire il vero il Pilato che ho in mente, più che quello frettolosamente abbozzato nei vangeli, è il personaggio sofferto e tormentato dipinto da Bulgakov ne "Il Maestro e Margherita". Certo, non un esempio di coraggio, ma neppure il viscido codardo descritto dagli evangelisti. I panni di questo Pilato non m’interessano personalmente: mi basterebbe che per indossarli si prestasse qualche Sindaco (Cofferati? Domenici?) o qualche rappresentante ancora più alto del centrosinistra (Prodi? Amato?). Vorrei vederli dietro la loro scrivania, arrovellarsi un po’ dubbiosi su cosa sono legalità e sicurezza, prima di affermarle come valori assoluti. Non sarebbe molto, l’ammetto, ma sarebbe già preferibile alla durezza da sceriffi, un po’ ottusi e "paesani", manifestata in questi giorni verso i lavavetri e prospettata per writers, mendicanti, prostitute eccetera. Di certo sarebbe preferibile alla litania di banalità snocciolata in questi giorni, "legalità e sicurezza non sono di destra o di sinistra", "anche la microcriminalità va punita" e altre amenità.
Credo che, a parte qualche pazzo furioso, tutti i cittadini ritengano la sicurezza un bene da difendere, Cofferati non deve scoprire l’acqua calda. Ma sono troppo vetero se dico che quella che ci viene proposta in queste ore è una "legalità di classe"? Forse, ma mentre penso che il conducente di un Cayenne a Firenze non dovrà più sopportare il fastidio di un lavavetri dalle unghie sporche, m’insegue l’immagine di Gianpiero Fiorani in Costa Smeralda, in camicia bianca sbottonata sul petto a cantare fra pianoforte e champagne, mentre rilascia interviste a Lucignolo. "Che roba Contessa… e pensi che ambiente che può venir fuori, non c’è più morale, Contessa". Sì, decisamente sono troppo vetero. Ma in fondo non sono cattivo: l’ho detto, mi basterebbe che qualcuno indossasse i panni del Pilato di Bulgakov, domandandosi se possa esistere una legalità totalmente avulsa dall'equità sociale; vedo che vanno più di moda i panni del Pilato tradizionale, quello che si lava le mani del sangue innocente, pur di conservare poltrona e consenso popolare.
"Quei quattro straccioni han gridato più forte, di sangue han sporcato il cortile e le porte, chissà quanto tempo ci vorrà per pulire… Non c’è più morale, Contessa".

Francesco "baro" Barilli

Lettera aperta a Massimo Toschi assessore alla cultura e pace della Regione Toscana

Padre Agostino Rota Martir ha inviato dal campo Rom di Coltano, in cui vive da diversi anni, questa sua lettera aperta a Massimo Toschi, Assessore alla pace, alla cultura e al perdono della Regione Toscana, che pone numerosi interrogativi non solo all’assessore ma anche a diverse associazioni attive nel campo della solidarietà. Volentieri pubblichiamo la lettera di p. Agostino e daremo spazio alle risposte degli interessati.

Carissimo Massimo Toschi, affido a questa lettera, scritta anche sotto la pressione di tante emozioni che si accavallano confusamente e con rapidità, alcune mie riflessioni sugli ultimi fatti che vedono coinvolta la Toscana, ma non solo. Sono in imbarazzo a scriverti queste mie note, perché una parte della mia vita si è intrecciata con la tua, non solo per il cammino della mia Congregazione, i Missionari Saveriani che pubblicano la rivista Missione Oggi che spesso riporta le tue riflessioni, i tuoi scritti che ho sempre trovato puntuali, stimolanti e profetici: tutto questo ha contribuito non poco alla mia formazione umana e religiosa. Allora non avevi alcun incarico nella Regione Toscana. Ora mi trovo nella situazione imbarazzante nell’esprimere la mia ferma delusione e amarezza per alcune tue posizioni e quelle della Regione che rappresenti.Rifugi sotto i pontiIl 15 agosto scorso ti abbiamo accompagnato a conoscere la sorella sopravvissuta alla tragedia di Livorno, a cui volevi portare le condoglianze per la morte dei fratellini. Sotto quel ponte sull’Arno di Pisa vive un gruppo di Rom: hai visto in quali condizioni, sei rimasto scioccato a quella vista, ti sei chiesto come è possibile che ciò possa avvenire dentro le nostre città. Eri lì per portare le condoglianze della Regione, forse perché avevi notato che la cittadinanza di Livorno si era arroccata in se stessa, lesta a puntare il dito e formulare superficialmente le solite e comode condanne e incapace di mostrare dei sentimenti di profonda umanità.Mi sarei aspettato da te un pronunciamento anche in questa direzione, cosa che non ho letto sui giornali. Anzi mi sei sembrato abbastanza attento a non “turbare” i palazzi del potere di Livorno, in modo particolare nel coprire i tentennamenti ambigui e latitanti del suo sindaco, o una giustizia che mi sembra applichi più una “tortura psicologica” a danno dei genitori Rom in carcere, che il desiderio di far luce sull’intera vicenda: una giustizia attenta a coprire le colpe della città e a mettere in luce esclusivamente le “colpe” dei Rom: dopo 3 settimane ancora i funerali non sono stati celebrati, quasi dimenticati e anche la pietà è calpestata, espulsa, derisa. E’ un fatto grave che dovrebbe scuotere le coscienze di tutti, delle Chiese in modo particolare, e trovare insieme la forza di indignarci, invece sembra che lo abbiamo accettato, come fosse una cosa normale... tanto sono “zingari”!Mi sono chiesto, allora, dove era andato a finire quel coraggio che ammiravo in te quando non avevi ancora assunto l’incarico in Regione? Parli della necessità di coniugare solidarietà e legalità, insomma il classico “colpo alla botte e uno al cerchio”, ma poi si finisce sempre con il colpire prevalentemente non il sistema (la botte), ma le sue vittime, non un colpo ma cento! Infatti, la prova del “cerchio” non si è fatta aspettare a lungo, purtroppo.Chissà perché si è subito pronti a colpire i più deboli, anche quando sono vittime del nostro sistema. A Livorno i Rom sono vittime di una tragedia o di un attentato, e puniti con il carcere (anche per renderli invisibili): è una assurdità che non ti scandalizza, invece di gridare l’ingiustizia ti accontenti di sussurrare parole di condoglianze. Poi, solo qualche giorno fa ecco spuntare l’ordinanza di Firenze che colpisce i lavavetri ai semafori della città con lo scopo di farli sparire dalla città.SemaforiSi sa che i semafori, per loro natura devono essere ben più visibili dei rifugi, soprattutto quelli nascosti sotto i ponti delle città. I semafori appartengono alla cittadinanza, quella “civile e onesta, quella buona”, non ai Rom, agli esuberi, agli scarti anche se per la maggioranza di costoro rappresentano forse l’unica sussistenza. E’ forse colpa loro se vengono scaricati dalle Amministrazioni, da quelle Associazioni sempre pronte a fiutare i finanziamenti, ad occupare spazi in nuovi progetti così gli unici spazi liberi da vincoli soffocanti e pericolosi sono proprio i semafori e i ponti. Questi, gli esuberi li lasciamo vivere, a condizione di rimanere nascosti, sotto i ponti appunto, guai se raggiungono i semafori, perchè la loro visibilità diventa una minaccia alla sicurezza cittadina, disturbano, diventano insistenti e aggressivi, vittime di racket (così vengono descritti ). Nascosti sotto i ponti, la loro esistenza non turba, viene tollerata ma guai se cercano la propria sussistenza presso l’unico “strumento” capace di fermare per qualche istante le nostre città impazzite: perché non sequestrare anche il semaforo allora, insieme ai loro attrezzi di lavoro?Caro Massimo, ricordi quel gruppo di Rom Rumeni sotto il ponte dell’Arno al CEP di Pisa? Ebbene hanno un semaforo proprio sopra la loro testa e sono quasi certo che per loro è l’unico sostentamento possibile per ora: ti chiedo a cosa è servito aver portato a loro la solidarietà della Regione se poi la stessa arriva a vietargli di vivere lavando i vetri delle auto o a chiedere qualche spicciolo di elemosina? Mi chiedo, dopo aver letto una tua intervista sul Tirreno come potevi difendere questo provvedimento e accostarlo a quello della solidarietà. Non noti l’ambiguità di certi nostri accostamenti? Coniugare legalità e solidarietà…si ripete in ogni luogo, spesso anche la Chiesa accetta questa logica ricattatoria e quindi pagana.Cosa intendiamo per solidarietà? A chi l’affidiamo? Oggi i Rom in particolare sono “appaltati” dalle Amministrazioni: Arci, Cooperative, Caritas, Misericordia, Città sottili (è il caso di Pisa), Volontariati, Fondazione Michelacci tutti fanno a gara per accaparrarsi delle fette dei progetti che prosciugano la quasi la totalità dei fondi, per che cosa? Per solidarietà, per avere finanziamenti, o per una propria visibilità sociale? Il risultato è sotto i nostri occhi: usiamo la “mano pesante” (sgomberi continui, ordinanze, nuove esclusioni…) per salvare i nostri “progetti di solidarietà”, così si creano dei nuovi esclusi, nuove categorie di Rom: Rom nel Progetto e Rom Fuori Progetto!In America Latina c’è un detto che conoscerai e che dice: “Mettersi in corpo gli occhi dei poveri” , che è poi simile a quello più famoso del fiorentino don Milani: “Far strada ai poveri senza farsi strada” . Ne è passata di acqua sotto i ponti dell’Arno da quando il Priore di Barbiana la pronunciò per la prima volta, ma la profezia è ancora lì, spesso inascoltata, anche ai piedi di un semaforo cittadino, o sotto qualche ponte o cavalcavia.

Scusami la schiettezza e lo sfogo.

p. Agostino Rota Martir(Missionario saveriano)
Campo Rom di Coltano (PI)

Napoli: Raid omofobo

In Piazza Bellini, storico punto di ritrovo dei gay di Napoli, negli ultimi tempi si susseguono veri e propri raid compiuti da ultra della squadra del Napoli appartenenti all’estrema destra. «La colpa è anche delle dichiarazioni del sindaco di Capaccio» affermano Aurelio Mancuso, presidente nazionale Arcigay e Salvatore Simioli, presidente Arcigay di Napoli.
L’ultimo episodio risale alla sera del 3 settembre, quando un commando di 20 persone in motocicletta e armato di mazze da baseball ha aggredito dei ragazzi gay, anche questa volta in piazza Bellini. «È l’ennesimo episodio perpetrato ai danni della comunità gay di Napoli, ed è necessario rispondere con la massima fermezza perseguendo gli aggressori e concedendo all’Arcigay locale, oggetto negli ultimi mesi di intimidazioni e aggressioni ripetute, la massima protezione». A dirlo è la Sottosegretaria per i Diritti e le Pari Opportunità Donatella Linguiti.
«La legge contro la violenza sessuale, licenziata da questo Ministero – prosegue la Sottosegretaria – contiene norme specifiche relative ai crimini per motivi di orientamento sessuale, dunque una sua approvazione in tempi rapidi sarebbe auspicabile. Tuttavia sappiamo che l’estensione della legge Mancino sulle discriminazioni all’orientamento sessuale non è sufficiente ad arginare l’inquietante ondata di intolleranza di cui è vittima la comunità glbt; la previsione di un nuovo reato, per quanto simbolicamente importante, non produce di per sé nuova cultura. E l’omofobia dilagante è una vera e propria emergenza, per fronteggiare la quale occorre diffondere una cultura del rispetto delle diversità, del rifiuto della violenza come la risposta più facile alla paura che ogni confronto con la differenza, sessuale, etnica, religiosa, culturale, comporta. È necessario che questa diventi una priorità in tutti i luoghi di formazione, a cominciare dalla scuola, così come è auspicato in tutte le Raccomandazioni, europee ed internazionali, che da noi continuano ad essere liquidate come espressione di buoni propositi».
«Nel nostro Paese assistiamo ormai quotidianamente ad una spirale inarrestabile – conclude Linguiti di comportamenti intolleranti e violenti, ormai vissuti con assuefazione, che devono essere al contrario condannati senza alcuna riserva. E’ importante che le risposte delle istituzioni e della società civile siano inequivocabili: ferma condanna degli episodi criminosi e solidarietà ai soggetti colpiti».

5 settembre 2007

Pavia: Rom spostati in colonna al grido di "camere a gas"

Sgomberati dalla ex Snia, erano destinati all'area del poligono di tiro di Torre d'Isola durante il tragitto gli abitanti e gli amministratori li hanno insultati e respinti al mittente.

«Camere a gas, forni crematori», «si sente già la puzza», «noi siamo persone civili, fora di ball », con questi slogan è stato accolto il passaggio di una colonna di rom rumeni, che dovevano essere trasportati da Pavia a Torre d'Isola. Secondo quanto disposto dalle autorità comunali, lunedì scorso, poco dopo le 20, settanta adulti e quaranta bambini rumeni sono stati trasferiti verso il poligono di tiro, un'area inadatta ed inagibile, infestata di zanzare e erbacce alte che però avrebbe dovuto ospitarli, dopo lo sgombero dalla ex Snia. Il semplice passaggio della colonna ha suscitato le proteste degli abitanti e degli amministratori locali, che hanno minacciato di sdraiarsi a terra con l'intento di bloccare la via. I rom sono rimasti fermi per circa due ore, fino a che, a notte fonda, le autorità non hanno deciso di sistemare temporaneamente le famiglie nelle palestre del palastadio di Pavia. Si tratta dell'esito - per la verità ancora incerto - di una vicenda iniziata tempo addietro. La giunta di centro sinistra di Pavia, guidata dalla sindaca diessina Piera Capitelli, aveva deciso in favore dello sgombero dei capannoni dell'ex Snia. Nei locali, oramai in disuso da venticinque anni, vivevano circa centoquaranta persone, tra cui settanta minori. Molti degli abitanti lavoravano come operai presso aziende e cooperative pavesi, mentre cinquanta tra i minori avrebbero dovuto frequentare le scuole di Pavia, e per altri venti bambini era stata presentata domanda presso gli asili comunali. Lo scorso 30 agosto i rom sono stati sgomberati, senza però che la giunta avesse predisposto una soluzione abitativa alternativa. Sembra che la proprietà dell'area (la Tradital), a mezzo della Caritas, avesse offerto 250 euro a persona a coloro che avessero deciso di tornare in Romania. Una cifra irrisoria, a malapena sufficiente al sostentamento per un mese. Di fronte ad un vuoto decisionale, le autorità si sono affidate alla "speranza" che i rom si disperdessero da sé. Nel frattempo iniziava la protesta non violenta dei rom che hanno sfilato per le vie cittadine con striscioni recitanti "siamo europei"; "no al razzismo"; "chiediamo un lavoro umile", e distribuendo volantini contenenti le raccomandazioni del febbraio 2006 della comunità europea che invitava al rispetto dei diritti civili e umani delle comunità rom. Per le prime ventiquattr'ore è stato indetto uno sciopero della fame, che è proseguito poi ad oltranza per quattro rappresentanti. Infine, la Protezione civile di Milano ha montato, in piazza Maggi, un tendone collettivo - senza brandine - destinato a donne e bambini, di capienza non sufficiente ad accogliere per intero la comunità degli sgomberati. In molti hanno preferito non disgregare l'unità dei nuclei familiari, passando così la notte all'aperto.A denunciare questa vicenda è stato il Circolo Pasolini, che attraverso il suo blog segue giornalmente le vicende dello sgombero. In particolare, il Circolo denuncia la contraddittorietà di una situazione disumana in una città che da oggi ospiterà il Festival dei Saperi, il cui tema è "La nuova città e la nuova democrazia". La denuncia è accompagnata da proposte volte ad una risoluzione del problema, con il progressivo inserimento delle famiglie nel tessuto sociale, attraverso un avviamento al lavoro presso cooperative di muratori e la scolarizzazione dei minori (il tasso di analfabetismo è elevatissimo). Ad oggi - manca ancora una decisione in proposito - il futuro sembra incerto, soprattutto alla luce della notizia secondo cui molti sindaci del pavese avrebbero bloccato, con ruspe e trattori, gli accessi a sterpaglie e luoghi desolati, onde evitare che vi ci soggiornino i rom.

Cofferati promette multe e carcere ai writers

Il sindaco presenta la sua annunciata campagna "Ricoloriamo insieme i muri di Bologna": maggiori controllie denunce per chi scrive su muri pubblici e monumenti. E se i privati faranno azioni legali, lui li affiancherà.








Sergio Cofferati ha confermato la doppia linea riguardo i muri imbrattati di Bologna: pulizia e repressione. L'aveva annunciata una settimana prima alla Festa nazionale dell'Unità (quasi un'eco dell'ordinanza anti-lavavetri appena emanata a Firenze) e ieri l'ha illustrata alla stampa, proprio nel giorno in cui il Governo discuteva la bozza Amato sul «degrado urbano». Una coincidenza quasi sottolineata dal primo cittadino bolognese, quando ha precisato che la sua campagna "Ricoloriamo insieme i muri di Bologna" non riguarda la sicurezza ma proprio il degrado urbano.Per ora verranno usati gli strumenti che già esistono, ma se il governo ne appronterà di nuovi «li adotteremo di buon grado», ha assicurato Cofferati. Dunque niente divieto di vendere le bombolette spray ai minorenni: «invenzioni della stampa», commenta il sindaco che affida all'azienda municipalizzata Hera Spa il compito di pulire, entro ottobre, 8mila metriquadri di muri. In seguito gli interventi copriranno tutto il territorio comunale, ma per ora si parte con gli edifici medievali del ghetto ebraico, quelli della zona Andrea Costa (la prima periferia verso lo stadio) - dove i commercianti si sono resi disponibili a collaborare con l'amministrazione - e quelli di 46 scuole. Costo complessivo: 170mila euro.Nel frattempo i vigili bloccheranno gli imbrattatori usando anche le telecamere già sparse per la città. In base al regolamento di polizia municipale, possono fargli una multa da 50 euro, ma questo, per il sindaco della legalità, non basta a scoraggiare nuovi «scarabocchi»: la polizia municipale farà «controlli robustamente più intensi», in collaborazione con gli agenti delle polizie di stato, e l'amministrazione comunale seguirà anche le vie giudiziarie denunciando per danneggiamento chi scrive sui muri pubblici o su quelli di edifici di valore storico e artistico. Il codice penale, sottolinea Cofferati, prevede fino a un anno di reclusione per questo reato. Se anche i privati vorranno ricorrere alla denuncia, il sindaco è pronto ad affiancarli.È sempre ai cittadini che il numero uno di Palazzo D'Accursio si rivolge anche sul versante della pulizia, perché una convenzione firmata con le confederazioni artigianali Cna e Confartigianato abbasserà i prezzi per chi vorrà pulire le superfici esterne di casa propria, compresi portoni, serrande e muri. Al governo, poi, chiede di favorire questo tipo di interventi dei privati con nuove agevolazioni fiscali da inserire nella prossima Finanziaria.Intanto la vera «vocazione artistica» - che secondo Cofferati anima una parte infinitesima di chi si esprime sui muri di Bologna - potrà liberarsi negli spazi che i Quartieri dovrebbero indicare a breve. Basteranno? Ci crede poco il coordinamento degli studenti medi Iskra, che nei giorni scorsi aveva denunciato un inasprimento dei controlli sui writers.Per il procuratore capo Enrico Di Nicola, più che i graffiti il vero problema sono «le scritte offensive, minacciose e intimidatorie, ma bisogna valutare caso per caso a seconda del danno e del pericolo per la collettività».Dopo la presentazione della campagna anti-graffiti, sollecitato dai cronisti, il sindaco ha confermato la sua politica sugli sgomberi. «Nei prossimi mesi useremo la stessa determinazione del passato», ha assicurato. Sono passate due settimane dallo sgombero del capannone di prima periferia occupato dal collettivo Crash, che proprio ieri ha annunciato un corteo di incompatibili con Cofferati per il 13 ottobre, invitando i partiti dell'Altra sinistra a revocare il sostegno alla giunta prima di scendere in piazza. Una provocazione respinta dai partiti, che continuano a condannare la politica degli sgomberi del sindaco ma non accettano l'aut-aut di Crash e bocciano anche l'idea dei promotori di non chiedere l'autorizzazione per il corteo. Si discosta Valerio Monteventi, consigliere indipendente del Prc, per il quale la manifestazione è un'esigenza vera, «poi sui modi, gli obiettivi e le richieste credo si debba discutere», ha precisato il consigliere che ha sempre cercato il dialogo con le realtà di movimento.



4 settembre 2007

Agrigento: ancora carcere per i 7 tunisini. Tre udienze non bastano per scagionarli

I pescatori avevano salvato 44 migranti. Adesso sono accusati di favoreggiamento dell'immigrazione clandestina

«Io sono un capitano, di quelli che erano con me, di quelli che abbiamo salvato; la responsabilità è solo mia. Quello che ha parlato con "Lampedusa Radio" sono solo io. […] Ho chiesto aiuto a tutti. Ho chiesto aiuto per tutti». Zenzeri Abdalbasset, comandante del motopeschereccio tunisino "Morthada" ha ricostruito con sintesi efficace quanto accaduto alla sua imbarcazione l'8 agosto scorso. Lui, insieme al suo equipaggio e di un altro natante, El Hedi - 7 persone in tutto - sono ancora detenuti in attesa di giudizio, accusati di aver favorito per ragioni di lucro l'immigrazione clandestina di 44 cittadini migranti intercettati a 40 miglia a sud di Lampedusa.Tre udienze non sono bastate a smontare il ferruginoso castello accusatorio, molti testi a difesa non sono stati neanche ammessi a testimoniare e neanche la presenza in aula dell'ambasciatore tunisino in Italia ha potuto portare alla scarcerazione dei pescatori.Pescatori "responsabili" di aver tratto in salvo 44 persone in pericolo di vita, aggrappate ad un gommone oramai sgonfio. Una donna in avanzato stato di gravidanza, un bimbo piccolo, altri in gravi condizioni di disidratazione, come appurato da visite mediche effettuate a bordo, nulla da fare. I due motopescherecci, scortati da motovedette, erano state accompagnate verso le acque territoriali italiane. Diverse le versioni fornite dai militari rispetto a quelle rilasciate da soccorsi e soccorritori. Sembra che ad un certo punto, a poche miglia dalla costa di Lampedusa e già in acque territoriali italiane, dopo difficoltà di comunicazione anche linguistica, gli italiani abbiano fatto agli equipaggi tunisini il segno delle manette, come a voler dire se entrate e non tornate indietro vi arrestiamo. Dai pescherecci hanno scelto di attraccare ugualmente a Lampedusa, da allora gli equipaggi sono sotto processo. La richiesta di derubricazione del reato - facendo cadere dolo e profitto - per cui sono imputati i 7 marinai, è stata presentata all'ultima udienza, il 1 settembre scorso, anche dalla Procura. La derubricazione avrebbe consentito di procedere alla scarcerazione dei sette - tutti incensurati - o quantomeno all'assegnazione agli arresti domiciliari. Niente da fare, il tribunale vuole procedere ad ulteriori accertamenti. E' chiaro a tutti che i marinai sono pescatori che hanno rispettato le leggi del mare e non scafisti, in un ora e mezza l'istanza di scarcerazione è rigettata - per il rischio di fuga degli imputati - e la derubricazione potrà casomai avvenire in altra fase del dibattimento. Non bastano le garanzie offerte dall'ambasciatore di uno stato sovrano con cui l'Italia ha da tempo stipulato accordi bilaterali in materia di controllo dell'immigrazione. I 7 resteranno in carcere almeno fino alla prossima udienza, fissata per il 20 settembre prossimo. Si stracciano così tutte le convenzioni internazionali e già si vedono i primi risultati. Nonostante agosto abbia segnato il macabro record delle morti in mare nel Canale di Sicilia, in più di un caso è già capitato di sentire di pescherecci che hanno risposto a SOS, magari fornito acqua ma non se la siano sentita di soccorrere direttamente persone a rischio di naufragio. C'è anche chi parla, fra coloro che sono sbarcati a Lampedusa, di navi che fanno finta di nulla, perché soccorrere diviene un reato. Il 7 agosto prossimo, alle ore 11, presso la prefettura di Agrigento, il mondo composito dell'antirazzismo siciliano ha organizzato un sit in per chiedere la liberazione dei pescatori, il rispetto delle convenzioni internazionali che regolano il salvataggio in mare dei naufraghi, il potenziamento degli interventi di soccorso dei migranti in fuga verso l'Europa e il pieno riconoscimento del diritto d'asilo, l'abolizione della Bossi Fini - come da programma dell'Unione - e del decreto ministeriale del 14 luglio 2003 che ha dato la stura ad interpretazioni e a discrezionalità per quanto riguarda l'intervento in mare e, infine, la richiesta della cessazione immediata delle operazioni gestite dall'agenzia Frontex, vero e proprio strumento politico di morte e repressione. Oltre a manifestazione e oltre le iniziative politiche urgenti da prendere in materia, tanto in sede italiana quanto europea - l'europarlamentare Giusto Catania segue direttamente la vicenda - viene da interrogarsi su quanto, le forme di dissuasione al soccorso in mare, facciano parte di una scelta politica che ben si coniuga con il securitarismo nelle metropoli. Un ennesimo brutto segnale per un centro sinistra al governo.

Dopo i lavavetri e i writers ora tocca alle prostitute...

Cooperative, regolamentazione, multe per i clienti: sulla questione prostituzione ognuno dice la sua. E la lista è lunga, dal ministro del Lavoro Cesare Damiano al sindaco di Firenze Leonardo Domenici, all'assessore alla sicurezza di Genova Francesco Scidone, passando per il primo cittadino di Verona, Flavio Tosi o di Mogliano Veneto (Treviso), Giovanni Azzolini. La stretta "anti lucciole" inizia durante l'ultimo fine settimana, quando Damiano, parlando a titolo personale dalla festa dell'Unità di Genova non ha dubbi: «Non possiamo chiudere gli occhi di fronte al fenomeno della prostituzione - dice- personalmente sono tra coloro che pensano ad una regolamentazione che consenta alle persone che scelgono questa attività di potersi organizzare». E il riferimento a cooperative, o comunque «luoghi che abbiano una loro protezione, configurazione e assistenza» è esplicito. Stesso punto di partenza forse, ma con una virata a trecentosessanta gradi verso la cosiddetta «tolleranza zero» per il sindaco di Firenze, Domenici, che dopo il provvedimento contro i lavavetri mette nel tritatutto anche graffitari, abusivi e lucciole perché «non si può pensare che la clientela sia esclusa da provvedimenti di sanzione». Piace al sindaco l'idea genovese della prima cittadina Marta Vincenzi che vieta agli automobilisti di sostare accanto alle passeggiatrici, contrattare il prezzo e caricarle a bordo. Le sanzioni in tal caso, sono pesanti: avviso di garanzia consegnato a domicilio, contravvenzioni (fino a 250 euro) e taglio dei punti patente. Il tutto grazie anche alla telecamera che registra la targa dell'auto del cliente. Perché, come dice l'assessore genovese Scidone, «le linee guida sono chiare: colpire il racket e i clienti, senza nessuna pietà se sono coinvolte minorenni». Per ora il capoluogo ligure attende il parere dell'avvocatura del Comune, ma altri provvedimenti sono già in vigore in diversi centri, come a Verona, Padova o a Mogliano Veneto: multe per divieto di sosta ai clienti o cartelli stradali che segnalino la presenza di lucciole. Insomma, soluzioni fai da te per «risolvere» le problematiche poste dal mestiere più vecchio del mondo. Soluzioni che devono essere studiate in maniera profonda, secondo la presidentessa del Movimento identità transessuale (Mit) Marcella di Folco, che da anni lavora con le prostitute a progetti di prevenzione e informazione per strada. «Credo che la soluzione delle telecamere possa generare molte incomprensioni visto che chi si ferma accanto a una prostituta non necessariamente porterà a termine il rapporto. E poi le soluzioni non possono essere né restrittive né moraliste, non è compito dello Stato entrare nella vita privata delle persone». E allora che fare? «Bisogna trovare dei percorsi che vedano lavorare insieme target, cittadini, forze di polizia e prostitute. L'idea della creazione di zone in cui le lucciole possano lavorare senza dar fastidio alla popolazione locale è abbastanza convincente». Senza contare secondo di Folco «che colpire i clienti è anche abbastanza ipocrita, perché comunque, anche se indirettamente, si colpisce le lucciole stesse. Che si abbia allora il coraggio di dire che la prostituzione è illegale. Ma in tal caso, io sarò tra le prime a decidere di non votare più in questo paese».Una fotografia reale del fenomeno prostituzione dovrebbe essere consegnata tra qualche giorno al ministro degli Interni Giuliano Amato dall'Osservatorio sulla prostituzione presieduto dal Sottosegretario di Stato all'Interno Marcella Lucidi che svolge compiti di studio, ricerca ed approfondimento sul sistema di prevenzione e contrasto del fenomeno. La questione delle cooperative? Di Folco non è d'accordo, perché «se la maggioranza delle prostitute sono clandestine, che cooperative facciamo?» Del resto, se la questione che preoccupa è lo sfruttamento, secondo la presidentessa del Mit va tenuto presente che il fenomeno con il tempo si è andato modificando «Nella maggior parte dei casi non ha più quei tratti coercitivi terribili di qualche anno fa, ma in diverse occasioni si sono raggiunti accordi tra prostituta e chi gestisce il lavoro. Nei casi di donne regolarmente presenti sul nostro territorio, il sequestro del passaporto per esempio, non servirebbe a nulla».

3 settembre 2007

Solidarietà al compagno Roberto Ferrario

Il Coordinamento Europeo del Partito della Rifondazione Comunista /Sinistra Europea con questo comunicato vuole esprimere il proprio appoggio e la piena solidarietà al Collettivo BELLACIAO, ai sindacalisti USM-CGT e in special modo al compagno Roberto Ferrario, in difesa della libertà di espressione.
Il compagno Roberto Ferrario, Segretario del Circolo PRC/SE ”Carlo Giuliani” di Parigi è uno dei
responsabili del sito web http://bellaciao.org/, ed è stato rinviato a giudizio a seguito di una denuncia per “diffamazione” inoltrata dai Cantieri Navali di St. Nazaire. La sua “colpa” è stata quella di aver pubblicato il comunicato del sindacato USM-CGT e di aver appoggiato la lotta di un gruppo di lavoratori polacchi per il rispetto dei loro diritti salariali. L’udienza davanti al Tribunale è stata fissata per l’11 settembre 2007.
Consideriamo che la denuncia per “diffamazione” e il rinvio a giudizio del compagno Ferrario costituiscono degli atti gravissimi ed intollerabili contro la libertà e il diritto di espressione, peraltro garantito dall’Art. 10 (1) della Convenzione Europea dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali.
Noi non possiamo che condannare questo tentativo di intimidire e mettere a tacere una voce indipendente e libera come BELLACIAO nelle sue attività politiche e sociali in Francia.
Esigiamo inoltre che il Collettivo BELLACIAO ed il compagno Roberto Ferrario vengano al più presto prosciolti da ogni addebito, e che cessi ogni azione che pretenda limitare i diritti fondamentali di opinione, di parola e di diffusione.

IL COORDINAMENTO EUROPEO DEL PARTITO DELLA RIFONDAZIONE COMUNISTA / SINISTRA EUROPEA



2 settembre 2007

RICORDANDO RENATO E I SUOI SOGNI

Lo confesso: fino a ieri Focene non sapevo nemmeno dove si trovasse di preciso. Però sapevo già che era un posto come via Mancinelli o via Brioschi a Milano, via Ippodromo a Ferrara, piazza Alimonda a Genova; stazioni di una via crucis particolare e laica. Quando le raggiungo per la prima volta è sempre lo stesso: “E’ qui che è successo, sai?”. E’ qui che ci sono stati portati via Fausto, Iaio, Federico, Dax, Carlo, Renato. Ogni volta sforzo un sorriso un po’ imbarazzato mentre m’avvicino a Patrizia, Haidi, ora a Stefania. “Ciao, sono qui… Tu come stai?”, le dico; difficile immaginare una domanda più cretina.
Focene, sembrerà strano, a me appare “bella”, bella nel suo non essere turistica. Difficile immaginarla ordinata nelle cartoline “Saluti da…” di una tabaccheria; più facile pensarla meta di accaldati romani che trovano refrigerio nei fine settimana; meglio ancora invasa da coppiette che si scambiano tenerezze o da ragazzi in una festa dal tramonto a tarda notte. Quasi impossibile immaginarla teatro di un mortale agguato fascista. Eppure è così. “E’ qui che è successo, sai?”. Come in piazza Alimonda o in via Ippodromo.
E’ come visitare i luoghi di una guerra, che in molti nemmeno sanno essere in corso. Se visiti quei luoghi sembra che stai cercando di piegare quella guerra fino a farle avere un senso. Ma non c’è un senso, se non quello di riconoscere che quella guerra esiste: subdola e a bassa intensità, le sue vittime le reclama ogni volta. E ogni volta, proprio come in un conflitto “tradizionale”, alle vittime fisiche si aggiunge quella impalpabile ma importantissima della verità; abbattuta in diversi modi, magari derubricando un’aggressione politica a semplice rissa. E’ già successo, e succederà ancora se non sapremo alzare il livello di attenzione e fare un salto di qualità nella nostra militanza antifascista. E’ anche questo che ci dice – con parole più toccanti e di grande impatto – un reading a due voci in questa sera di fine estate. Mentre il tramonto si spegne, sulla spiaggia di Focene ma non sui sogni di Renato.

Francesco “baro” Barilli

A Focene per Renato. Stessa spiaggia stesso amore ma con rabbia.

Centinaia di persone ritornano sul luogo dove fu ucciso il 26enne romano e lo trasformano in uno spazio per il dolore e la riflessione. Nella piccola folla anche le madri di Carlo e Federico: «tutte queste morti sono prodotte dalla stessa cultura»

Fiori, bigliettini, poesie, parlano di rabbia e amore portati da mani senza nome o da centri sociali della capitale e cuciti sui segnali stradali come per chi muore in motorino. Ma Renato Biagetti, sono per lui tutti questi fiori, non correva in motorino. E’ stato ucciso all’alba di una domenica mattina mentre usciva da una festa reggae da qualcuno che girava in macchina con una lama. Era il 27 agosto dell’anno scorso. Un anno dopo sono venuti a centinaia ad aspettare il tramonto sulla stessa spiaggia per costruire un luogo per la memoria, il dolore e l’indignazione - spiega Valerio dell’Acrobax, cinodromo romano occupato da chi vive in bilico sulle precarietà. Renato, 26 anni, ingegnere del suono, innamorato del suono, era uno di loro. Lo striscione sul vicolo che porta alla spiaggia dice “Spezza le lame rompi l’indifferenza”, più o meno la stessa frase che al tramonto brucerà in un gioco pirotecnico su questa spiaggia schiacciata tra l’aeroporto e la foce del Tevere. Sul banchetto in distribuzione il dossier aggiornato sulla vicenda processuale e sulle aggressioni fasciste, razziste, sessiste di questo ultimo anno. Il sound system spara la colonna sonora di almeno tre generazioni. «A Renato piaceva tutta la musica», racconta Stefania, sua madre, parlando della tesi di laurea sul suono a valvole e della passione del figlio che vede rivivere nello sforzo di amici e compagni e nella battaglia di verità e giustizia che condivide con altre madri. Anche con quelle i cui figli sono state vittime della repressione o della brutalità gratuita delle forze dell’ordine. «Di fondo queste morti sono frutto della stessa cultura che chi usa vecchi arnesi come le teorie degli opposti estremismi vuole coprire», dice a “Liberazione” Haidi Giuliani, la mamma di Carlo venuta qui con Maria Iannucci, la sorella di Iaio, ucciso in un agguato fascista 29 anni fa a Milano con Lino e Patrizia i genitori di Federico Aldrovandi. Un reading a due voci, ripercorre la storia di Renato, e la lunga teoria di aggressioni che hanno per teatro pezzi di periferie degradate come questo budello di sabbia e cemento abusivo sanato dalle sanatorie. Quella notte con Renato c’era il suo amico Paolo, quattro anni più grande, ferito anche lui ma più lievemente. Ogni tanto c’è tornato su questa spiaggia. Parla del processo, si è appena concluso quello di primo grado contro il maggiorenne dei due accoltellatori che è stato condannato a 15 anni. «La pena ci interessa poco - spiega Paolo - volevamo il processo per dare dignità alla nostra storia ma il rito abbreviato (che esclude le testimonianze) ha sminuito la nostra sete di verità». L’inchiesta ha presentato più ombre che luci a partire dalla gestione fatta dai carabinieri, colleghi del padre di uno dei due imputati che abitano a pochi metri dal luogo del delitto. Già dai primi istanti si provò a veicolare la tesi di una rissa tra balordi per occultare un delitto maturato in un ambiente saturo di atteggiamenti e valori fascistoidi. Anche le istituzioni sono state latitanti nel caso Biagetti. «E oggi la loro scarsa sensibilità sembra confermarsi», spiega Massimiliano Smeriglio, deputato e segretario romano del Prc, osservando una spiaggia piena di ragazzi ma senza rappresentanti istituzionali se non i soliti amministratori e dirigenti di Rifondazione. Spiega anche Adriana Spera, consigliera capitolina Prc, che «i viaggi ad Auschwitz (quelli promossi da Veltroni) non bastano perché coinvolgono solo pochi ragazzi, la futura “intelligenzia”. Comune e ministero della Pubblica istruzione potrebbero fare molto di più con progetti meno dispendiosi e più diffusi che valorizzino i luoghi della memoria a Roma». «E fuori dalle scuole, è necessario, più in generale, che vengano rilanciate le lotte sociali per ricostruire un tessuto allergico al razzismo e all’intolleranza», segnala il consigliere provinciale Prc Nando Simeone.
fonte: Liberazione

Trieste: Fermati e denunciati due mendicanti e una fioraia

Continua l'ondata antilavavetri. Due mendicanti e una venditrice di fiori sono stati denunciati ieri a Trieste per far rispettare l'ordinanza firmata giovedì scorso dal sindaco di Forza Italia, Roberto Dipiazza contro «i lavavetri, gli accattoni e i venditori abusivi di merci». Tutti e tre i denunciati - si è appreso dal Comando - sono di nazionalità straniera e dopo l'identificazione sono stati deferiti all'autorità giudiziaria per non aver ottemperato a quanto ordinato dal Comune. Il primo cittadino giuliano ha ordinato il divieto di esercitare queste attività, pena la denuncia e il sequestro di attrezzi e mezzi, in quanto creano «intralcio e pericolo alla circolazione pedonale e veicolare». Motivando la sua ordinanza il sindaco aveva messo in luce anche 'il crescente senso di disagio diffuso nella popolazione a causa della presenza di queste persone per il loro frequente stazionamento sia sulla carreggiata stradale, sia sui marciapiedi». Il comandante della Polizia Municipale, Sergio Abate, ha reso noto che i controlli, avviati oggi in diverse zone del centro, proseguiranno anche nei prossimi giorni e si allargheranno anche a zone più periferiche. A Genova, invece, l'ordinanza per il decoro urbano si indirizzata contro i clienti delle prostitute, in particolare quelle minorenni che si offrono sulle strade intorno al porto. La giunta guidata dal sindaco Marta Vincenzi sta infatti attendendo il parere dell'avvocatura del comune per emettere un'ordinanza che vieta agli automobilisti di sostare accanto alle passeggiatrici, contrattare il prezzo e caricarle a bordo. Chi infrange l'ordinanza incappa della violazione dell'art. 650 che punisce «chiunque non osserva un provvedimento legalmente dato dall'Autorità per ragione di giustizia o di sicurezza pubblica, d'ordine pubblico o d'igiene, con l'arresto fino a tre mesi o con l'ammenda fino 250 euro». «È chiaramente un sistema di deterrenza - dice l'assessore alla sicurezza Francesco Scidone, confermando quanto anticipato stamani dal Secolo XIX - poichè trattandosi di materia penale, il cliente delle prostitute vedrà giungere a casa l'avviso di garanzia, dovrà nominarsi un avvocato ed eleggere domicilio: tutti elementi che renderebbero noto a molte persone, anche ai suoi familiari, il suo comportamento».

1 settembre 2007

G8 Genova: Richiamato in servizio il dottore imputato a Bolzaneto

Chi si ricorda del dottor Toccafondi? Si tratta del medico imputato a Genova nel processo per le torture inflitte ad oltre 250 persone, italiane e straniere, che nel mese di luglio del 2001 furono portate nella caserma di Bolzaneto. Toccafondi era stato nominato coordinatore di tutte le attività inerenti il servizio sanitario presso il sito penitenziario di Bolzaneto. Avrebbe dovuto occuparsi dei manifestanti: visitarli e, se feriti, curarli o disporne il trasferimento in ospedale. Ma, secondo le accuse, con una maglietta con la scritta Polizia penitenziaria e un pantalone di una tuta mimetica invece che con il camice bianco, avrebbe costretto un manifestante a gridare «Viva il duce», a un altro avrebbe detto «alla Diaz dovevano fucilarvi tutti» oppure «bastardi». A una ragazza tedesca, picchiata alla Diaz, avrebbe puntato contro un manganello. Nel mese di luglio, fa sapere il Comitato verità e giustizia per Genova, è stato richiamato in servizio presso il ministero della Difesa, Distretto militare di Genova.

La repressione secondo il Partito Democratico

Da settimane e mesi ci sentiamo ripetere con martellante insistenza da leader politici, amministratori e opinionisti vari, quasi tutti di area Pd, che la legalità e la sicurezza "non sono né di destra né di sinistra". E' una verità banale che nasconde una bugia sostanziale. Gli obiettivi indicati con la formula "legalità e sicurezza" non sono, effettivamente, né di destra né di sinistra. Gli strumenti con cui questi obiettivi si perseguono invece sì, e anzi la differenza tra le politiche della sicurezza è uno dei principali discrimini politici e culturali tra destra e sinistra.Per la destra la repressione è, se non l'unico, certamente il primo e principale tra i mezzi utili per contrastare l'illegalità e garantire sicurezza ai cittadini. Per la sinistra la repressione, pur se ovviamente necessaria, è solo uno dei mezzi con i quali fronteggiare l'illegalità, da dosarsi con saggezza e duttilità a seconda delle circostanze, senza mai perdere di vista il quadro complessivo dei problemi che si affrontano e soprattutto senza mai illudersi che la repressione possa essere di per sé strumento risolutivo. Non si tratta affatto, sia ben chiaro, di ragionamenti eterei da anime belle e tanto meno di applicare una doppia morale severa con i privilegiati e lassista con tutti gli altri. Si tratta appunto di valutare i problemi nella loro totalità e complessità per affrontarli nella maniera insieme più giusta, nella sostanza oltre che nella forma, e più efficace. Ideologici, e anzi fideisti, sono i sedicenti pragmatici, che seguono il dogma della repressione impermeabili all'esperienza e alle frequenti smentite della realtà. La favola della "sicurezza né di destra né di sinistra" è infatti messa in campo al solo scopo di giustificare l'adozione, da parte del Pd, di una politica compiutamente di destra, la famosa "tolleranza zero". Chi non la accetta può essere solo un inguaribile sognatore o, peggio, un tardo esempio dell'inguaribile tendenza comunista alla "doppia morale". In entrambi i casi uno che si disinteressa della sicurezza, e che di fatto la contrasta, essendo la "tolleranza zero" l'unica politica valida per ripristinare e garantire legalità. Derivano da qui le sempre più frequenti citazioni dei metodi miracolosi adoperati a New York dall'ex sindaco Rudolph Giuliani, tra le quali spicca quella del ministro degli Interni Giuliano Amato.In realtà la "tolleranza zero", anche ammesso che la si possa trasferire in una realtà profondamente diversa da quella statunitense quale quella italiana, non è né l'unica né la più efficace politica della sicurezza. E' solo quella che risponde meglio e prima alle richieste di una parte dell'opinione pubblica, e certo non la migliore, offrendole una illusione di sicurezza che non corrisponde però alla realtà. A New York e, come segnalava ieri "il manifesto", ancora prima nel New Jersey la tolleranza zero è stata un fallimento, su tutti i fronti tranne quello della propaganda. Nella migliore delle ipotesi si è limitata a esportare microcriminalità e accattonaggio fuori dai confini di Manhattan.Faccio alcuni esempi. Agli inizi degli anni '80 la situazione nelle carceri italiane era disastrosa da tutti i punti di vista, con un livello di violenza estremo. Il dogma della "tolleranza zero" avrebbe richiesto un durissimo intervento repressivo, che in realtà ci fu ma raggiunse solo il risultato di peggiorare ulteriormente la situazione. A risolvere il problema fu una politica di segno opposto, l'introduzione cioè delle misure alternative alla detenzione, pur con tutti i limiti dovuti alla forte discrezionalità con le quali le misure premiali vengono applicate. Una bestemmia per i credenti della "tolleranza zero".Per contrastare la microcriminalità legata allo spaccio di stupefacenti, intelligenti politiche antiproibizioniste, diffusione di misure alternative alla detenzione e lotta durissima alle centrali internazionali dello spaccio sarebbero senz'altro più efficaci, pur se meno scenografiche, delle crociate inutilmente in corso da anni contro la microcriminalità. E la creazione di un centro sociale all'interno di un edificio occupato, sarà pure un gesto illegale ma offre a migliaia di giovani un'alternativa alla disperazione, all'isolamento e alla criminalità. In ultima analisi contribuisce a garantire una maggiore e non minore sicurezza. La "tolleranza zero" non garantisce i risultati promessi, e spesso anzi li allontana. In compenso produce guasti in quantità: dall'impennata delle brutalità poliziesche più o meno gratuite alla degenerazione in una sorta di "guerra contro i poveri" sino a un imbarbarimento complessivo della civiltà giuridica, della capacità di convivenza e della cultura complessiva di un paese.Al quale, del resto, stiamo già assistendo e non solo per responsabilità della destra ma anche, e ultimamente soprattutto, del principale partito del centrosinistra.

Giovanni Russo Spena

Torino: Giovane marocchino muore nel Po. La cura securitate di Chiamparino dà i suoi frutti.

Il giovane marocchino è morto per sfuggire ad un controllo. In tasca non aveva droga.

Il fermo, la fuga, l'inseguimento ed il tuffo nelle acque del Po. Un paio di bracciate, poi il crollo. E' morto così Abderh Ammani - ma forse non è questo il suo vero nome -, 21 anni, marocchino. Uno dei tanti invisibili che ogni notte popolano gli angoli più bui delle città del Belpaese.E' morto la notte scorsa, Abderh; è morto dopo il fermo da parte di una pattuglia della guardia di finanza impegnata ad arginare il piccolo spaccio di droga quotidiano. Era con un altro ragazzino di 19 anni - due babypusher, dicono le forze dell'ordine - che spacciava sul viale della movida torinese. Intorno alle 19,30 li incrocia una pattuglia del 117. Un rito che si ripete ogni notte: da un lato c'è chi spaccia piccole dosi di hashish e dall'altro c'è chi controlla, mostrando così un contenimento di facciata di questi fenomeni.Un effetto delle nuove disposizioni di Sergio Chiamparino che solo di recente ha scoperto e rivelato "urbi et orbi" la sua vocazione proibizionista. Ferocemente proibizionista a sentire le ultime uscite del sindaco di Torino: «Sono sempre stato antiproibizionista, ma oggi dico che è ora di cambiare: c'è un clima di insicurezza che la gente comune non sopporta più». "Insicurezza" e "gente", siamo sempre lì. Due bandiere che sventolano nella nuova fortezza di valori dei sindaci di centrosinistra. Tutelare la sicurezza della "gente", a volte il semplice fastidio che può arrecare la vista di un lavavetri e di un mendicante sembra infatti essere diventata la parola d'ordine di tutti i primi cittadini del futuro piddì. Per tornare alla cronaca di ieri l'altro, dopo le due-tre domande di routine - chi siete, da dove venite, che fate qui - i due agenti antispaccio hanno deciso di andare a fondo. Il primo dei due ragazzini, il più giovane, si è consegnato senza troppe storie, l'altro invece ha iniziato a correre, fuggendo verso il Po. Un'altra scena vista già mille volte. Anche questo fa parte del rito quotidiano: la corsa, il tuffo in acqua e la via di fuga offerta dai cunicoli della Torino sotterranea.Prima o poi doveva accadere però che qualcuno ci rimettesse la pelle. E ieri è stata la volta di un ragazzino venuto dal Marocco. Il panico deve averlo accecato, facendogli dimenticare che lui non sapeva nuotare e che non più di un mese fa era immobile con una clavicola rotta i cui postumi non lo hanno di certo aiutato a salvarsi dalle acque del Po. Fatto sta che Abderh è rimasto a galla solo un paio di minuti, forse tre riferiscono i testimoni, poi ha ceduto di schianto ed è morto. Sembra che il suo amico abbia cercato di dissuaderlo: «Dai, vieni fuori che non ti fanno niente», pare gli abbia detto. Nulla, di lì a poco il ragazzino è sparito nel nulla, inghiottito dalle acque. A quel punto sono arrivati i sommozzatori. Uno di loro si è calato dall'elicottero ed ha iniziato a dragare il fiume fin quando, intorno alle 8 di sera, il gancio di salvataggio dei vigili ha issato il corpo del giovane. Forse respirava ancora forse no. I medici hanno provato invano a rianimarlo. Lo scarno certificato di morte riferisce un orario: le 20 e 10; e la causa: acqua nei polmoni, annegamento.A quel punto il giovane amico si porta le mani dei capelli ed inizia a piangere accanto al cadavere riverso sul lungofiume. Di lì in poi non parlerà più. Inutili gli sforzi della polizia per conoscere il vero nome della vittima. Unici indizi di quell'esistenza: un accendino, una tessera di un phone center di Porta Palazzo e neanche un grammo di droga. Nel frattempo, per passare dal dramma al grottesco, l'agenda politica nostrana registra gli ultimi segni di vita della vicenda lavavetri. L'ultima uscita dell'assessore fiorentino Cioni, il suo paragonarsi ad Ugo Pecchioli per il decisionismo contro il terrorismo, non è andata giù alla figlia dell'ex dirigente comunista: «No. Mi dispiace Graziano (Cioni n.d.r.) non sei il Pecchioli di Firenze» - scrive Laura Pecchioli - Mio padre combatteva il terrorismo e difendeva le istituzioni democratiche. Io non so cosa lui avrebbe fatto con 50 poveri lavavetri che infastidiscono le signore fiorentine sui Suv. Ma immagino che in materia si sarebbe occupato di sconfiggere il racket e di assicurare alla giustizia gli sfruttatori dei più deboli». «Non capisco perchè - conclude la lettera - dopo aver raggiunto le prime pagine di tutti i giornali e televisioni nazionali sulle spalle di povera gente, con l'obiettivo non tanto di migliorare la vita dei fiorentini ma quello di ottenere la massima visibilità in vista delle primarie del nascente Partito Democratico e di conquistare il favore e perchè no i voti del più bieco perbenismo in vista di chissà quali altre e alte finalità, tu senta il bisogno di paragonarti a Ugo Pecchioli».

31 agosto 2007

Pavia: Sindaco Ds caccia i rom

Via dalla ex-Snia Abbattuto un capannone, 150 zingari in strada. Il Prc esce dalla maggioranza

La tollerante zero sindaco di Pavia, Piera Capitelli, ovviamente in carica ai Ds, scriveva così nelle sue linee programmatiche per Pavia aperta al futuro: «La Pavia che vogliamo è una Pavia dell'accoglienza, della pace, antifascista. La nostra città è già una comunità articolata che potrà essere più forte e sicura se saprà affrontare la sfida del futuro, affermando valori di solidarietà, dialogo tra culture e garanzia per tutti di uguali diritti e doveri». Ieri, Capitelli, prima ha ordinato lo sgombero dei circa 150 zingari rumeni che sopravvivevano come animali nell'ex Snia di Pavia, poi ha sbarrato il suo palazzo comunale al corteo degli sgomberati che, insieme agli esponenti di Rifondazione comunista, chiedevano almeno di essere sistemati da qualche parte. «Solo per questa notte c'è una tenda della protezione civile, domani, non essendoci le condizioni per un campo, ognuno dovrà andarsene per conto proprio», ha concesso il buon cuore del margheritino Francesco Brendolise.Gli aspiranti sceriffi di plastica del nascente Pd sembrano caricati con la manovella. Ormai la linea è quella indicata dal buono ma tosto Veltroni e da Rudolph-Amato Giuliani, e l'ottima Capitelli, essendo prima cittadina e pure del nord, non ha perso tempo per accreditarsi come uno dei più zelanti persecutori dei poveri che ci danno fastidio (500 anni fa, per lo meno li rinchiudevano negli ospedali). Farà carriera. Ma la novità politica di questa ennesima prova di forza del centrosinistra è un'altra: anche se è difficile che la decisione possa dar la sveglia a tutto il partito, e anche se la giunta di Pavia non rischia di cadere, è significativo il fatto che il Prc locale abbia deciso di lasciare la maggioranza di centrosinistra. «La giunta aveva detto di voler fare di Pavia la città dell'accoglienza - spiega Pablo Genova, segretario cittadino del Prc - invece c'è stata una virata a destra, forse per via della nascita del Pd. Hanno paura che arrivino migliaia di rom di Milano, ma è una questione politica, a Firenze se la prendono con i lavavetri e qui con i rom della Snia. Noi non ci stiamo». Un atteggiamento coerente, almeno a Pavia.


Prodi fa l'anti-writer

Il premier sconfessa l'ordinanza di Firenze: «I lavavetri? Avrei iniziato da chi sporca i muri». E Amato che invoca Giuliani non piace a sinistra

Ottima la partenza: «Non avrei cominciato dai lavavetri». Un po' meno il finale: «Avrei cominciato con quelli che fanno le scritte sui muri, con i posteggiatori abusivi». Romano Prodi entra nella polemica di questi giorni, dopo la guerra dichiarata dalla giunta Domenici ai lavavetri di Firenze. E cerca di farlo prendendo una posizione che in realtà posizione non è. Assolve i lavavetri, ma condanna i writers. Insomma, scambiando l'ordine dei fattori il risultato non cambia. «Io ritengo - ha poi proseguito Prodi - che il discorso della piccola criminalità sia un discorso serio e che sia giusto punirla». La dichiarazione del presidente del consiglio arriva all'indomani dalla tolleranza zero invocata dal ministro Amato che ha chiesto «una lotta all'illegalità a 360 gradi» prendendo a modello l'ex sindaco di New York, Rudolph Giuliani.Una ricetta, lanciata ieri dal ministro degli Interni sulle pagine del Corriere della Sera e confermata in serata anche alla festa dell'Unità di Bologna. Il titolare del Viminale non fa che confermare quanto già detto a Ferragosto, la polemica di questi giorni sui lavavetri di Firenze ha solo accelerato questo processo. Che comunque dovrebbe concretizzarsi con «interventi nazionali» e su due direzioni. Sia dal punto di vista amministrativo, coinvolgendo quindi prefetti e questori, sia legislativo con la creazione di norme punitive ad hoc. D'obbligo, poi, l'istituzione di una collaborazione più diffusa tra ministero ed enti locali, equiparando i provvedimenti così da evitare «il rimbalzo dall'una all'altra città di attività trattate da ciascuno con regole diverse». Perché, dice ancora Amato, «la legalità non può valere a singhiozzo».Soddisfatto della cura Amato il ministro della Giustizia Mastella, specie quando il ministro degli interni invoca la certezza della pena per dare sicurezza ai cittadini. Ma poi avverte: «Il suo è un appello giusto purché non vi siano degli eccessi che riportino ad un clima giustizialista, «al modello televisivo "tutti in galera"». E' vero, secondo il Guardasigilli che «Rudolph Giuliani ha lanciato la "tolleranza zero", però nella sua città ci sono ancora omicidi a iosa». Dunque non è automatico che repressione faccia rima con sicurezza. Ne è convinta tutta la sinistra radicale, molto critica con l'elogio al «modello Giuliani». Scettico è il capogruppo al Senato di rifondazione comunista, Giovanni Russo Spena, che smentisce la tesi di Amato in quanto «il sindaco di New York non ha affatto risolto il dramma della microcriminalità e della povertà diffusa. Si è limitato a «ripulire» Manhattan (che non è New York), cacciando via quanti apparivano inadeguati alla sua concezione di decoro urbano e di sicurezza». Sempre dalla sinistra radicale si alza anche la voce critica di Manuela Palermi, del Pdci, che vede nella lettera di Amato un «attacco micidiale all'esistenza del governo Prodi». In piena sintonia con Amato si schiera l'Italia dei Valori secondo cui «la certezza della pena, insieme con la prevenzione, contribuisce a trovare la soluzione» del problema scurezza. «Sorpresa e anche un po' indignata» si è detta anche Rosy Bindi, non tanto dall'ordinanza del sindaco Domenici, «quanto dalle prese di posizione, dalle reazioni a catena cui abbiamo assistito in questi giorni e da cui non è emersa con la necessaria chiarezza la differenza fra la cultura del centrodestra e quella del centrosinistra in merito ai temi della sicurezza».A Firenze, intanto, si cerca una mediazione. Dopo la crociata della giunta Domenici contro i lavavetri che, se pizzicati con secchio e spazzola vicini ad un semaforo, rischiano multe o il carcere fino a tre mesi, ora la giunta gigliata propone addirittura un'assunzione con tanto di licenza. La proposta è dell'assessore fiorentino alle attività produttive, Silvano Gori, ed è quella di creare, nei regolamenti comunali, il mestiere del lavavetri da esercitare «in luoghi non pericolosi, sicuramente non in strada, ad esempio nei parcheggi scambiatori, parcheggi in generale o in altri luoghi da individuare». Il tutto con regolare contratto di lavoro e dopo aver superato un concorso pubblico. I vincitori dell'ambita postazione, precisa l'assessore, dovranno però «avere l'obbligo, pena la decadenza, della cortesia, della non invadenza e del decoro».Ma sui lavavetri le proposte arrivano (tante) anche dall'opposizione. Perché se da sinistra la parola d'ordine rimane una sola: «legalità» (di cofferatiana memoria), a destra i suggerimenti fioccano. Le più originali sono quelle di An e vanno dalla reintroduzione nel codice penale del reato di mendicità molesta, allo sciopero della mancia ai semafori. La Lega, invece, propone dei referendum comunali per far decidere ai cittadini se vogliono o meno, anche nelle loro città, il provvedimento adottato a Firenze.

30 agosto 2007

G8 Genova: Durissime le motivazioni ad una sentenza che condanna il ministero dell´Interno

Mentre il ministro dell’Interno Giuliano Amato è impegnatissimo a spiegare agli italiani che occorre applicare il metodo Giuliani (Rudolph) per ripulire le nostre città, bisogna avere l’opportunità di vivere in Liguria e di acquistare lì i quotidiani, per sapere che il suddetto ministero è stato ancora una volta condannato dal tribunale di Genova per i comportamenti della nostra democratica polizia al G8 del 2001. La notizia è infatti relegata nelle pagine di cronaca locale.
Il ministero - che ha come capo di gabinetto, è bene ricordarlo, nientemeno che Gianni De Gennaro, all’epoca dei fatti capo della polizia - è stato condannato a pagare 23 mila euro di risarcimento a Simona Coda Zabetta, pestata e percossa in piazza Manin, dov’era stata allestita una ‘piazza tematica’ sulle contestazioni al G8 da parte della Rete Lilliput. Il giudice Claudio Viazzi, nella sentenza, ha scritto fra l’altro che la donna “fu ferita da più manganellate nell’ambito di una carica violentissima, indiscriminata e diretta contro un bersgalio che non era tale”. Secondo il giudice “nessuna giustificazione o esimente può ritenersi applicabile alla condotta della polizia. Quel che è successo è riconducibile a gravi negligenze, approssimazioni e omissioni in tutta l’operazione di ‘ordine pubblico’ compiuta”.
Il pestaggio di Simona Coda Zabetta è avvenuto nel quadro della carica documentata molto bene nel video O.P. Genova 2001 realizzato dalla segreteria del Genoa Legal Forum: il documentario riporta anche la registrazione delle chiamate intercorse fra gli agenti impegnati nell’operazione e la centrale operativa che ordinava: “Fate prigionieri, fate prigionieri”.
Quella di ieri è la sesta condanna del ministero dell’Interno per i fatti del G8 nell’arco di pochi mesi. Amato, a quanto pare, paga e tace, impegnato com’è sulla piaga dei tremendi lavavetri che tendono agguati ai cittadini fermi ai semafori.

Trieste: Stopo agli accattoni

Il modello toscano fa proseliti a destra. Ordinanza del sindaco Dipiazza (Forza Italia) contro chi chiede soldi: «Intralciano il traffico».
Meglio prevenire che curare. Facendo propria una recente frase di Amato sugli interventi di alcuni sindaci in tema di sicurezza, il primo cittadino di Trieste, Roberto Dipiazza (Fi), ha emesso ieri un'ordinanza urgente (entra in vigore oggi) con la quale ha posto il divieto a lavavetri, accattoni e venditori abusivi di operare nei luoghi pubblici per «l'intralcio e pericolo che recano alla circolazione veicolare e pedonale». Per questo potranno essere perseguiti penalmente.A Trieste sono ormai anni che non si vedono ai semafori lavavetri e anche gli accattoni non sono un esercito, ma per il sindaco forzaitaliota «anche se non abbiamo ancora i problemi delle altre città con questo atto facciamo, lo ripeto, prevenzione, anche in vista del 31 dicembre, quando - ha ricordato Dipiazza - si sposteranno i confini e ci saranno meno controlli: non vogliamo in una città così ordinata, con una mentalità austro ungarica, essere aggrediti da situazioni che leggiamo ogni giorno sui giornali». Per Dipiazza questa ordinanza - che proprio puntando sul disagio e pericolo alla circolazione pedo-automobilistica delle potenziali torme di lavavetri, mendicanti, accattoni, lavavetri e quant'altri residui sociali, è difficilmente impugnabile per incostituzionalità come potrebbe accadere a Firenze - e le altre già adottate in altre città sono uno stimolo «affinché, governi a Roma la destra o la sinistra, qualcosa si faccia. Non bisogna dire alla gente che non si può far niente perché non ci sono leggi. La disaffezione per chi amministra c'é - ha sottolineato il sindaco giuliano - anche per questo motivo».Il primo cittadino, sottolineando l'atteggiamento di Trieste sempre «solidale, sensibile e attenta agli aspetti sociali», ha spiegato che l'ordinanza da lui firmata è comunque «completamente diversa dalle altre». Nel 1998, l'allora sindaco Riccardo Illy da sindaco ne fece una contro lavavetri e mendicanti (quasi tutti pericolosi profughi dell'ex Jugoslavia) ma nel 2000 fu cassata come incostituzionale perché i fatti non costituivano reato. «La mia - ha rilevato Dipiazza - è diversa anche da quella di Domenici a Firenze, anche se da quel testo è partita: io dico solo che se uno crea problemi alla circolazione viene denunciato». Per Dipiazza contrastare la diffusione dei venditori abusivi è anche un segnale nei confronti dei commercianti che «lavorano e pagano le tasse. Fra questi c'è chi ha preso 3 mila euro di multa perché ha effettivamente sbagliato uno scontrino nei saldi, ma in strada quello stesso commerciante non può avere i venditori abusivi che vendono borsette».Plausi dalla Lega per la decisione del sindaco, mentre l'opposizione di centrosinistra imputa a Dipiazza di pensare solo alla repressione e non all'accoglienza. Fabio Omero (Ds) giudica la situazione di Trieste non grave come quella di Firenze. «Se ci sono situazioni di minacce e violenze credo che la scelta sia coerente. Al fianco di questa ordinanza Firenze ha però accompagnato una politica di integrazione di oltre 30mila extracomunitari». Nel capoluogo toscano stanno infatti studiando un regolamento per regolarizzare i lavavetri, con tanto di concorso, posto fisso e qualifica di artista di strada. Mentre ai lavavetri denunciati sarebbero già arrivate diverse proposte di lavoro.Quello dei lavavetri a Trieste è «un problema che non esiste e quindi non necessita - per Igor Kocijancic del Prc - di sanzioni, anzi l'ordinanza del sindaco potrebbe avere l'effetto contrario aumentando la conflittualità sociale». Fortunatamente si è mossa anche l'ironia. Ugo Pierri, uno dei grandi pittori triestini e fondatore una ventina di anni fa della fanzine di culto «Ossetia, l'eco del popolo oppresso» ha occupato ieri pomeriggio la centrale piazza Foraggi inalberando una grande cartello: «Arridatece i lavavetri» e la voglia di essere contro, ridendo.

Bologna: Cofferati prepara la guerra ai graffitari. Polizia e repressione contro i disegni

In settimana il sindaco della legalità dirà i dettagli della sua idea. Pronta la presa di posizione del Prc:«Ci sono problemi più importanti e urgenti. Avevamo ragione: la legalità è uno dei pilastri del Pd»

Tra una settimana partirà la nuova campagna di Sergio Cofferati, il sindaco della legalità. Dopo i lavavetri, gli insediamenti rom, i centri sociali e la birra, questa volta il primo cittadino di Bologna prende di mira i graffiti sui muri. Lo ha promesso lui stesso martedì, infiammando la platea della festa nazionale dell'Unità. L'ispirazione gli è venuta notando per le strade della città troppi graffiti sui muri, che, secondo lui, chiamano non solo un intervento di pulizia, ma anche di repressione. Un'idea che riecheggia - certo involontariamente - la misura "idrante più fogli di via" auspicata da Gianfranco Fini nel luglio scorso durante una visita nella zona universitaria di Bologna. «L'ennesima e solita risposta data ai giovani. Mi pare che ci siano problemi più importanti e urgenti», commenta subito Tiziano Loreti, segretario della Federazione bolognese del Prc. Loreti ha parole pesanti anche sul tema lavavetri, dove tra Cofferati e l'assessore Libero Mancuso è in corso «un gioco pericoloso sulla pelle della povera gente a chi la spara più grossa. Prendersela con i lavavetri, annunciare una crociata contro la prostituzione sono atteggiamenti sbagliati che mi stupiscono» riflette Loreti. Il consigliere del Prc rivendica poi la lungimiranza: «Avevamo visto giusto nella nostra analisi politica quando, due anni e mezzo fa, avevamo individuato nella legalità uno dei pilastri del futuro Pd».Da tempo in città la polemica politica si intestardisce sui cumuli di bottiglie, lattine e cartacce nelle strade e nelle piazze del centro storico. Nell'attesa di sapere se la pulizia dei graffiti sarà affidata a Hera Bologna (l'azienda del Gruppo Hera che gestisce la pulizia delle strade e la raccolta dei rifiuti, di cui il comune di Bologna è il principale azionista) o a qualche ditta in appalto, c'è da capire se intanto la pulizia in zona universitaria è stata incrementata. «Non mi risulta», risponde Marco, operatore dell'azienda di pulizia da 11 anni. Anzi, il suo lavoro è diventato più faticoso da marzo-aprile, da quando cioè «lo svuotamento dei cassonetti, che era giornaliero, si fa un giorno sì e uno no». Per non parlare della pulizia degli stessi contenitori dei rifiuti: una ditta esterna dovrebbe garantire almeno 18 lavaggi l'anno, ma «i risultati sono scarsi», testimonia chi quei cassonetti li maneggia.Proprio in questi giorni Hera Bologna è stata al centro di una strana vicenda, denunciata dalle rappresentanze sindacali di base. Al rientro dalle ferie alcuni dipendenti hanno trovato una spiacevole sorpresa. «Mi hanno chiamato mentre facevo il turno di notte», racconta un lavoratore, «per avvisarmi di una comunicazione urgente». Poi è arrivata anche la raccomandata che minacciava provvedimenti disciplinari per una presunta assenza ingiustificata. L'assenza, però, risaliva al 13 luglio, giornata di sciopero generale della Confederazione unitaria di base in difesa della previdenza pubblica. La RdB, che si è costituita da poco dentro l'azienda, ha subito denunciato l'episodio. «Non era mai successo», hanno raccontato ai cronisti i destinatari della lettera definendosi più inquietati che intimiditi, tanto più che ai colleghi dipendenti di una società appaltante la stessa assenza per sciopero era stata serenamente registrata dalla trattenuta in busta paga. Poche ore dopo, Hera Bologna ha affidato a un laconico comunicato stampa la sua difesa, sostenendo che «il caso non sussiste». Secondo l'azienda tutto si spiega con un codice sbagliato attribuito dagli addetti alla registrazione delle presenze. Errore scoperto dopo un mese dall'ufficio personale, che avrebbe già spedito una nuova lettera per annullare la contestazione precedente.«Non siamo abituati a fare i processi alle intenzioni», ha replicato Luigi Marinelli, coordinatore di RdB-Cub Bologna, «ma, per usare lo stesso linguaggio dell'azienda, si stanno accumulando troppi "errori umani". Ad esempio, dove sono finite le schede di adesione alla nostra confederazione che abbiamo inviato per fax e raccomandata, ma non risultano recapitate? E perché l'azienda non ha attivato le dovute procedure proprio in vista dello sciopero del 13 luglio?».Messa da parte la strana vicenda delle lettere di richiamo, RdB si concentra sulle scarse condizioni igieniche negli spogliatoi e nelle docce dei lavoratori. Anche le strade e i cassonetti, però, non se la passerebbero bene, dato che a parità d'orario il percorso da coprire si è allungato da 14 a 21 km. Intanto tra i lavoratori circola la voce che i mezzi saranno tutti acquistati dalle ditte private. Un altro passo verso la completa privatizzazione del servizio, denuncia il sindacato.

Milano: sfrattata dal centro la mensa dei poveri

Dopo oltre cinque secoli trasloca in periferia la storica mensa dei Frati MinoriPadre Clemente: «Non ne potevamo più delle lamentele di chi ha la puzza sotto il naso»

Dopo oltre cinque secoli la storica mensa dei Frati minori del convento di Sant'Angelo in via Bertoni a Milano è costretta a chiudere pressata dalle proteste dei «cittadini bempensanti» che si dichiarano disturbati dal via vai di poveri. La storia è apparsa ieri sul sito del Redattoresociale.it e purtroppo è un elemento in più che inquadra il razzismo strisciante che governa le città. «Ci spostiamo in periferia per le proteste dei benestanti di questo quartiere - afferma padre Clemente Meriggi, presidente della Fondazione fratelli di san Francesco -. Tutti dicono che vogliono aiutare i poveri, ma poi si preferisce non averli nel centro della città». Il trasloco definitivo nella nuova sede, un'ex scuola messa a disposizione dal comune in via Saponaro 40, a sud di Milano, avverrà intorno alla metà di settembre. «La mensa fu aperta intorno alla metà del 1400, poco dopo la fondazione del Convento di Sant'Angelo voluta da San Bernardino da Siena - racconta padre Clemente -. Per più di cinquecento anni ha sfamato e accolto i diseredati di Milano». La mensa di via Bertoni si trova poco distante dalla questura, sotto la quale ogni giorno si forma la fila di stranieri che devono rinnovare o chiedere il permesso di soggiorno. «Tutto questo via vai di poveri e stranieri dava fastidio a chi abita nel quartiere - aggiunge padre Clemente -. Alla fine abbiamo deciso di spostarci perché non ne potevamo più delle lamentele di chi ha la puzza sotto il naso». In agosto volontari e operatori della Fondazione fratelli di san Francesco hanno lavorato a pieno ritmo, garantendo il funzionamento della mensa, di tre dormitori, dell'ambulatorio medico, il servizio pasti a domicilio per gli anziani e il servizio il guardaroba con i vestiti usati. «Il pranzo di ferragosto l'abbiamo fatto in via Saponaro e c'erano un migliaio di persone - sottolinea padre Clemente -. Tutto questo è possibile grazie ai volontari, molti hanno speso le loro ferie aiutando alla mensa». In media nel mese di agosto la mensa ha servito circa 750 pasti, fra pranzo e cena e ha coinvolto in totale 50 volontari suddivisi nei diversi turni (anche di domenica ndr). «Al nostro dormitorio poi si presentavano tanti stranieri che erano sbarcati in Sicilia o in Puglia qualche settimana prima - aggiunge padre Clemente -. Ottengono il permesso di soggiorno per ragioni umanitarie e poi vengono a Milano: oltre ai soliti etiopi ed eritrei, ho visto arrivare iracheni, iraniani e afgani. Fuggono dalla guerra, sono giovani e disperati».

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