4 settembre 2007

Dopo i lavavetri e i writers ora tocca alle prostitute...

Cooperative, regolamentazione, multe per i clienti: sulla questione prostituzione ognuno dice la sua. E la lista è lunga, dal ministro del Lavoro Cesare Damiano al sindaco di Firenze Leonardo Domenici, all'assessore alla sicurezza di Genova Francesco Scidone, passando per il primo cittadino di Verona, Flavio Tosi o di Mogliano Veneto (Treviso), Giovanni Azzolini. La stretta "anti lucciole" inizia durante l'ultimo fine settimana, quando Damiano, parlando a titolo personale dalla festa dell'Unità di Genova non ha dubbi: «Non possiamo chiudere gli occhi di fronte al fenomeno della prostituzione - dice- personalmente sono tra coloro che pensano ad una regolamentazione che consenta alle persone che scelgono questa attività di potersi organizzare». E il riferimento a cooperative, o comunque «luoghi che abbiano una loro protezione, configurazione e assistenza» è esplicito. Stesso punto di partenza forse, ma con una virata a trecentosessanta gradi verso la cosiddetta «tolleranza zero» per il sindaco di Firenze, Domenici, che dopo il provvedimento contro i lavavetri mette nel tritatutto anche graffitari, abusivi e lucciole perché «non si può pensare che la clientela sia esclusa da provvedimenti di sanzione». Piace al sindaco l'idea genovese della prima cittadina Marta Vincenzi che vieta agli automobilisti di sostare accanto alle passeggiatrici, contrattare il prezzo e caricarle a bordo. Le sanzioni in tal caso, sono pesanti: avviso di garanzia consegnato a domicilio, contravvenzioni (fino a 250 euro) e taglio dei punti patente. Il tutto grazie anche alla telecamera che registra la targa dell'auto del cliente. Perché, come dice l'assessore genovese Scidone, «le linee guida sono chiare: colpire il racket e i clienti, senza nessuna pietà se sono coinvolte minorenni». Per ora il capoluogo ligure attende il parere dell'avvocatura del Comune, ma altri provvedimenti sono già in vigore in diversi centri, come a Verona, Padova o a Mogliano Veneto: multe per divieto di sosta ai clienti o cartelli stradali che segnalino la presenza di lucciole. Insomma, soluzioni fai da te per «risolvere» le problematiche poste dal mestiere più vecchio del mondo. Soluzioni che devono essere studiate in maniera profonda, secondo la presidentessa del Movimento identità transessuale (Mit) Marcella di Folco, che da anni lavora con le prostitute a progetti di prevenzione e informazione per strada. «Credo che la soluzione delle telecamere possa generare molte incomprensioni visto che chi si ferma accanto a una prostituta non necessariamente porterà a termine il rapporto. E poi le soluzioni non possono essere né restrittive né moraliste, non è compito dello Stato entrare nella vita privata delle persone». E allora che fare? «Bisogna trovare dei percorsi che vedano lavorare insieme target, cittadini, forze di polizia e prostitute. L'idea della creazione di zone in cui le lucciole possano lavorare senza dar fastidio alla popolazione locale è abbastanza convincente». Senza contare secondo di Folco «che colpire i clienti è anche abbastanza ipocrita, perché comunque, anche se indirettamente, si colpisce le lucciole stesse. Che si abbia allora il coraggio di dire che la prostituzione è illegale. Ma in tal caso, io sarò tra le prime a decidere di non votare più in questo paese».Una fotografia reale del fenomeno prostituzione dovrebbe essere consegnata tra qualche giorno al ministro degli Interni Giuliano Amato dall'Osservatorio sulla prostituzione presieduto dal Sottosegretario di Stato all'Interno Marcella Lucidi che svolge compiti di studio, ricerca ed approfondimento sul sistema di prevenzione e contrasto del fenomeno. La questione delle cooperative? Di Folco non è d'accordo, perché «se la maggioranza delle prostitute sono clandestine, che cooperative facciamo?» Del resto, se la questione che preoccupa è lo sfruttamento, secondo la presidentessa del Mit va tenuto presente che il fenomeno con il tempo si è andato modificando «Nella maggior parte dei casi non ha più quei tratti coercitivi terribili di qualche anno fa, ma in diverse occasioni si sono raggiunti accordi tra prostituta e chi gestisce il lavoro. Nei casi di donne regolarmente presenti sul nostro territorio, il sequestro del passaporto per esempio, non servirebbe a nulla».

3 settembre 2007

Solidarietà al compagno Roberto Ferrario

Il Coordinamento Europeo del Partito della Rifondazione Comunista /Sinistra Europea con questo comunicato vuole esprimere il proprio appoggio e la piena solidarietà al Collettivo BELLACIAO, ai sindacalisti USM-CGT e in special modo al compagno Roberto Ferrario, in difesa della libertà di espressione.
Il compagno Roberto Ferrario, Segretario del Circolo PRC/SE ”Carlo Giuliani” di Parigi è uno dei
responsabili del sito web http://bellaciao.org/, ed è stato rinviato a giudizio a seguito di una denuncia per “diffamazione” inoltrata dai Cantieri Navali di St. Nazaire. La sua “colpa” è stata quella di aver pubblicato il comunicato del sindacato USM-CGT e di aver appoggiato la lotta di un gruppo di lavoratori polacchi per il rispetto dei loro diritti salariali. L’udienza davanti al Tribunale è stata fissata per l’11 settembre 2007.
Consideriamo che la denuncia per “diffamazione” e il rinvio a giudizio del compagno Ferrario costituiscono degli atti gravissimi ed intollerabili contro la libertà e il diritto di espressione, peraltro garantito dall’Art. 10 (1) della Convenzione Europea dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali.
Noi non possiamo che condannare questo tentativo di intimidire e mettere a tacere una voce indipendente e libera come BELLACIAO nelle sue attività politiche e sociali in Francia.
Esigiamo inoltre che il Collettivo BELLACIAO ed il compagno Roberto Ferrario vengano al più presto prosciolti da ogni addebito, e che cessi ogni azione che pretenda limitare i diritti fondamentali di opinione, di parola e di diffusione.

IL COORDINAMENTO EUROPEO DEL PARTITO DELLA RIFONDAZIONE COMUNISTA / SINISTRA EUROPEA



2 settembre 2007

RICORDANDO RENATO E I SUOI SOGNI

Lo confesso: fino a ieri Focene non sapevo nemmeno dove si trovasse di preciso. Però sapevo già che era un posto come via Mancinelli o via Brioschi a Milano, via Ippodromo a Ferrara, piazza Alimonda a Genova; stazioni di una via crucis particolare e laica. Quando le raggiungo per la prima volta è sempre lo stesso: “E’ qui che è successo, sai?”. E’ qui che ci sono stati portati via Fausto, Iaio, Federico, Dax, Carlo, Renato. Ogni volta sforzo un sorriso un po’ imbarazzato mentre m’avvicino a Patrizia, Haidi, ora a Stefania. “Ciao, sono qui… Tu come stai?”, le dico; difficile immaginare una domanda più cretina.
Focene, sembrerà strano, a me appare “bella”, bella nel suo non essere turistica. Difficile immaginarla ordinata nelle cartoline “Saluti da…” di una tabaccheria; più facile pensarla meta di accaldati romani che trovano refrigerio nei fine settimana; meglio ancora invasa da coppiette che si scambiano tenerezze o da ragazzi in una festa dal tramonto a tarda notte. Quasi impossibile immaginarla teatro di un mortale agguato fascista. Eppure è così. “E’ qui che è successo, sai?”. Come in piazza Alimonda o in via Ippodromo.
E’ come visitare i luoghi di una guerra, che in molti nemmeno sanno essere in corso. Se visiti quei luoghi sembra che stai cercando di piegare quella guerra fino a farle avere un senso. Ma non c’è un senso, se non quello di riconoscere che quella guerra esiste: subdola e a bassa intensità, le sue vittime le reclama ogni volta. E ogni volta, proprio come in un conflitto “tradizionale”, alle vittime fisiche si aggiunge quella impalpabile ma importantissima della verità; abbattuta in diversi modi, magari derubricando un’aggressione politica a semplice rissa. E’ già successo, e succederà ancora se non sapremo alzare il livello di attenzione e fare un salto di qualità nella nostra militanza antifascista. E’ anche questo che ci dice – con parole più toccanti e di grande impatto – un reading a due voci in questa sera di fine estate. Mentre il tramonto si spegne, sulla spiaggia di Focene ma non sui sogni di Renato.

Francesco “baro” Barilli

A Focene per Renato. Stessa spiaggia stesso amore ma con rabbia.

Centinaia di persone ritornano sul luogo dove fu ucciso il 26enne romano e lo trasformano in uno spazio per il dolore e la riflessione. Nella piccola folla anche le madri di Carlo e Federico: «tutte queste morti sono prodotte dalla stessa cultura»

Fiori, bigliettini, poesie, parlano di rabbia e amore portati da mani senza nome o da centri sociali della capitale e cuciti sui segnali stradali come per chi muore in motorino. Ma Renato Biagetti, sono per lui tutti questi fiori, non correva in motorino. E’ stato ucciso all’alba di una domenica mattina mentre usciva da una festa reggae da qualcuno che girava in macchina con una lama. Era il 27 agosto dell’anno scorso. Un anno dopo sono venuti a centinaia ad aspettare il tramonto sulla stessa spiaggia per costruire un luogo per la memoria, il dolore e l’indignazione - spiega Valerio dell’Acrobax, cinodromo romano occupato da chi vive in bilico sulle precarietà. Renato, 26 anni, ingegnere del suono, innamorato del suono, era uno di loro. Lo striscione sul vicolo che porta alla spiaggia dice “Spezza le lame rompi l’indifferenza”, più o meno la stessa frase che al tramonto brucerà in un gioco pirotecnico su questa spiaggia schiacciata tra l’aeroporto e la foce del Tevere. Sul banchetto in distribuzione il dossier aggiornato sulla vicenda processuale e sulle aggressioni fasciste, razziste, sessiste di questo ultimo anno. Il sound system spara la colonna sonora di almeno tre generazioni. «A Renato piaceva tutta la musica», racconta Stefania, sua madre, parlando della tesi di laurea sul suono a valvole e della passione del figlio che vede rivivere nello sforzo di amici e compagni e nella battaglia di verità e giustizia che condivide con altre madri. Anche con quelle i cui figli sono state vittime della repressione o della brutalità gratuita delle forze dell’ordine. «Di fondo queste morti sono frutto della stessa cultura che chi usa vecchi arnesi come le teorie degli opposti estremismi vuole coprire», dice a “Liberazione” Haidi Giuliani, la mamma di Carlo venuta qui con Maria Iannucci, la sorella di Iaio, ucciso in un agguato fascista 29 anni fa a Milano con Lino e Patrizia i genitori di Federico Aldrovandi. Un reading a due voci, ripercorre la storia di Renato, e la lunga teoria di aggressioni che hanno per teatro pezzi di periferie degradate come questo budello di sabbia e cemento abusivo sanato dalle sanatorie. Quella notte con Renato c’era il suo amico Paolo, quattro anni più grande, ferito anche lui ma più lievemente. Ogni tanto c’è tornato su questa spiaggia. Parla del processo, si è appena concluso quello di primo grado contro il maggiorenne dei due accoltellatori che è stato condannato a 15 anni. «La pena ci interessa poco - spiega Paolo - volevamo il processo per dare dignità alla nostra storia ma il rito abbreviato (che esclude le testimonianze) ha sminuito la nostra sete di verità». L’inchiesta ha presentato più ombre che luci a partire dalla gestione fatta dai carabinieri, colleghi del padre di uno dei due imputati che abitano a pochi metri dal luogo del delitto. Già dai primi istanti si provò a veicolare la tesi di una rissa tra balordi per occultare un delitto maturato in un ambiente saturo di atteggiamenti e valori fascistoidi. Anche le istituzioni sono state latitanti nel caso Biagetti. «E oggi la loro scarsa sensibilità sembra confermarsi», spiega Massimiliano Smeriglio, deputato e segretario romano del Prc, osservando una spiaggia piena di ragazzi ma senza rappresentanti istituzionali se non i soliti amministratori e dirigenti di Rifondazione. Spiega anche Adriana Spera, consigliera capitolina Prc, che «i viaggi ad Auschwitz (quelli promossi da Veltroni) non bastano perché coinvolgono solo pochi ragazzi, la futura “intelligenzia”. Comune e ministero della Pubblica istruzione potrebbero fare molto di più con progetti meno dispendiosi e più diffusi che valorizzino i luoghi della memoria a Roma». «E fuori dalle scuole, è necessario, più in generale, che vengano rilanciate le lotte sociali per ricostruire un tessuto allergico al razzismo e all’intolleranza», segnala il consigliere provinciale Prc Nando Simeone.
fonte: Liberazione

Trieste: Fermati e denunciati due mendicanti e una fioraia

Continua l'ondata antilavavetri. Due mendicanti e una venditrice di fiori sono stati denunciati ieri a Trieste per far rispettare l'ordinanza firmata giovedì scorso dal sindaco di Forza Italia, Roberto Dipiazza contro «i lavavetri, gli accattoni e i venditori abusivi di merci». Tutti e tre i denunciati - si è appreso dal Comando - sono di nazionalità straniera e dopo l'identificazione sono stati deferiti all'autorità giudiziaria per non aver ottemperato a quanto ordinato dal Comune. Il primo cittadino giuliano ha ordinato il divieto di esercitare queste attività, pena la denuncia e il sequestro di attrezzi e mezzi, in quanto creano «intralcio e pericolo alla circolazione pedonale e veicolare». Motivando la sua ordinanza il sindaco aveva messo in luce anche 'il crescente senso di disagio diffuso nella popolazione a causa della presenza di queste persone per il loro frequente stazionamento sia sulla carreggiata stradale, sia sui marciapiedi». Il comandante della Polizia Municipale, Sergio Abate, ha reso noto che i controlli, avviati oggi in diverse zone del centro, proseguiranno anche nei prossimi giorni e si allargheranno anche a zone più periferiche. A Genova, invece, l'ordinanza per il decoro urbano si indirizzata contro i clienti delle prostitute, in particolare quelle minorenni che si offrono sulle strade intorno al porto. La giunta guidata dal sindaco Marta Vincenzi sta infatti attendendo il parere dell'avvocatura del comune per emettere un'ordinanza che vieta agli automobilisti di sostare accanto alle passeggiatrici, contrattare il prezzo e caricarle a bordo. Chi infrange l'ordinanza incappa della violazione dell'art. 650 che punisce «chiunque non osserva un provvedimento legalmente dato dall'Autorità per ragione di giustizia o di sicurezza pubblica, d'ordine pubblico o d'igiene, con l'arresto fino a tre mesi o con l'ammenda fino 250 euro». «È chiaramente un sistema di deterrenza - dice l'assessore alla sicurezza Francesco Scidone, confermando quanto anticipato stamani dal Secolo XIX - poichè trattandosi di materia penale, il cliente delle prostitute vedrà giungere a casa l'avviso di garanzia, dovrà nominarsi un avvocato ed eleggere domicilio: tutti elementi che renderebbero noto a molte persone, anche ai suoi familiari, il suo comportamento».

1 settembre 2007

G8 Genova: Richiamato in servizio il dottore imputato a Bolzaneto

Chi si ricorda del dottor Toccafondi? Si tratta del medico imputato a Genova nel processo per le torture inflitte ad oltre 250 persone, italiane e straniere, che nel mese di luglio del 2001 furono portate nella caserma di Bolzaneto. Toccafondi era stato nominato coordinatore di tutte le attività inerenti il servizio sanitario presso il sito penitenziario di Bolzaneto. Avrebbe dovuto occuparsi dei manifestanti: visitarli e, se feriti, curarli o disporne il trasferimento in ospedale. Ma, secondo le accuse, con una maglietta con la scritta Polizia penitenziaria e un pantalone di una tuta mimetica invece che con il camice bianco, avrebbe costretto un manifestante a gridare «Viva il duce», a un altro avrebbe detto «alla Diaz dovevano fucilarvi tutti» oppure «bastardi». A una ragazza tedesca, picchiata alla Diaz, avrebbe puntato contro un manganello. Nel mese di luglio, fa sapere il Comitato verità e giustizia per Genova, è stato richiamato in servizio presso il ministero della Difesa, Distretto militare di Genova.

La repressione secondo il Partito Democratico

Da settimane e mesi ci sentiamo ripetere con martellante insistenza da leader politici, amministratori e opinionisti vari, quasi tutti di area Pd, che la legalità e la sicurezza "non sono né di destra né di sinistra". E' una verità banale che nasconde una bugia sostanziale. Gli obiettivi indicati con la formula "legalità e sicurezza" non sono, effettivamente, né di destra né di sinistra. Gli strumenti con cui questi obiettivi si perseguono invece sì, e anzi la differenza tra le politiche della sicurezza è uno dei principali discrimini politici e culturali tra destra e sinistra.Per la destra la repressione è, se non l'unico, certamente il primo e principale tra i mezzi utili per contrastare l'illegalità e garantire sicurezza ai cittadini. Per la sinistra la repressione, pur se ovviamente necessaria, è solo uno dei mezzi con i quali fronteggiare l'illegalità, da dosarsi con saggezza e duttilità a seconda delle circostanze, senza mai perdere di vista il quadro complessivo dei problemi che si affrontano e soprattutto senza mai illudersi che la repressione possa essere di per sé strumento risolutivo. Non si tratta affatto, sia ben chiaro, di ragionamenti eterei da anime belle e tanto meno di applicare una doppia morale severa con i privilegiati e lassista con tutti gli altri. Si tratta appunto di valutare i problemi nella loro totalità e complessità per affrontarli nella maniera insieme più giusta, nella sostanza oltre che nella forma, e più efficace. Ideologici, e anzi fideisti, sono i sedicenti pragmatici, che seguono il dogma della repressione impermeabili all'esperienza e alle frequenti smentite della realtà. La favola della "sicurezza né di destra né di sinistra" è infatti messa in campo al solo scopo di giustificare l'adozione, da parte del Pd, di una politica compiutamente di destra, la famosa "tolleranza zero". Chi non la accetta può essere solo un inguaribile sognatore o, peggio, un tardo esempio dell'inguaribile tendenza comunista alla "doppia morale". In entrambi i casi uno che si disinteressa della sicurezza, e che di fatto la contrasta, essendo la "tolleranza zero" l'unica politica valida per ripristinare e garantire legalità. Derivano da qui le sempre più frequenti citazioni dei metodi miracolosi adoperati a New York dall'ex sindaco Rudolph Giuliani, tra le quali spicca quella del ministro degli Interni Giuliano Amato.In realtà la "tolleranza zero", anche ammesso che la si possa trasferire in una realtà profondamente diversa da quella statunitense quale quella italiana, non è né l'unica né la più efficace politica della sicurezza. E' solo quella che risponde meglio e prima alle richieste di una parte dell'opinione pubblica, e certo non la migliore, offrendole una illusione di sicurezza che non corrisponde però alla realtà. A New York e, come segnalava ieri "il manifesto", ancora prima nel New Jersey la tolleranza zero è stata un fallimento, su tutti i fronti tranne quello della propaganda. Nella migliore delle ipotesi si è limitata a esportare microcriminalità e accattonaggio fuori dai confini di Manhattan.Faccio alcuni esempi. Agli inizi degli anni '80 la situazione nelle carceri italiane era disastrosa da tutti i punti di vista, con un livello di violenza estremo. Il dogma della "tolleranza zero" avrebbe richiesto un durissimo intervento repressivo, che in realtà ci fu ma raggiunse solo il risultato di peggiorare ulteriormente la situazione. A risolvere il problema fu una politica di segno opposto, l'introduzione cioè delle misure alternative alla detenzione, pur con tutti i limiti dovuti alla forte discrezionalità con le quali le misure premiali vengono applicate. Una bestemmia per i credenti della "tolleranza zero".Per contrastare la microcriminalità legata allo spaccio di stupefacenti, intelligenti politiche antiproibizioniste, diffusione di misure alternative alla detenzione e lotta durissima alle centrali internazionali dello spaccio sarebbero senz'altro più efficaci, pur se meno scenografiche, delle crociate inutilmente in corso da anni contro la microcriminalità. E la creazione di un centro sociale all'interno di un edificio occupato, sarà pure un gesto illegale ma offre a migliaia di giovani un'alternativa alla disperazione, all'isolamento e alla criminalità. In ultima analisi contribuisce a garantire una maggiore e non minore sicurezza. La "tolleranza zero" non garantisce i risultati promessi, e spesso anzi li allontana. In compenso produce guasti in quantità: dall'impennata delle brutalità poliziesche più o meno gratuite alla degenerazione in una sorta di "guerra contro i poveri" sino a un imbarbarimento complessivo della civiltà giuridica, della capacità di convivenza e della cultura complessiva di un paese.Al quale, del resto, stiamo già assistendo e non solo per responsabilità della destra ma anche, e ultimamente soprattutto, del principale partito del centrosinistra.

Giovanni Russo Spena

Torino: Giovane marocchino muore nel Po. La cura securitate di Chiamparino dà i suoi frutti.

Il giovane marocchino è morto per sfuggire ad un controllo. In tasca non aveva droga.

Il fermo, la fuga, l'inseguimento ed il tuffo nelle acque del Po. Un paio di bracciate, poi il crollo. E' morto così Abderh Ammani - ma forse non è questo il suo vero nome -, 21 anni, marocchino. Uno dei tanti invisibili che ogni notte popolano gli angoli più bui delle città del Belpaese.E' morto la notte scorsa, Abderh; è morto dopo il fermo da parte di una pattuglia della guardia di finanza impegnata ad arginare il piccolo spaccio di droga quotidiano. Era con un altro ragazzino di 19 anni - due babypusher, dicono le forze dell'ordine - che spacciava sul viale della movida torinese. Intorno alle 19,30 li incrocia una pattuglia del 117. Un rito che si ripete ogni notte: da un lato c'è chi spaccia piccole dosi di hashish e dall'altro c'è chi controlla, mostrando così un contenimento di facciata di questi fenomeni.Un effetto delle nuove disposizioni di Sergio Chiamparino che solo di recente ha scoperto e rivelato "urbi et orbi" la sua vocazione proibizionista. Ferocemente proibizionista a sentire le ultime uscite del sindaco di Torino: «Sono sempre stato antiproibizionista, ma oggi dico che è ora di cambiare: c'è un clima di insicurezza che la gente comune non sopporta più». "Insicurezza" e "gente", siamo sempre lì. Due bandiere che sventolano nella nuova fortezza di valori dei sindaci di centrosinistra. Tutelare la sicurezza della "gente", a volte il semplice fastidio che può arrecare la vista di un lavavetri e di un mendicante sembra infatti essere diventata la parola d'ordine di tutti i primi cittadini del futuro piddì. Per tornare alla cronaca di ieri l'altro, dopo le due-tre domande di routine - chi siete, da dove venite, che fate qui - i due agenti antispaccio hanno deciso di andare a fondo. Il primo dei due ragazzini, il più giovane, si è consegnato senza troppe storie, l'altro invece ha iniziato a correre, fuggendo verso il Po. Un'altra scena vista già mille volte. Anche questo fa parte del rito quotidiano: la corsa, il tuffo in acqua e la via di fuga offerta dai cunicoli della Torino sotterranea.Prima o poi doveva accadere però che qualcuno ci rimettesse la pelle. E ieri è stata la volta di un ragazzino venuto dal Marocco. Il panico deve averlo accecato, facendogli dimenticare che lui non sapeva nuotare e che non più di un mese fa era immobile con una clavicola rotta i cui postumi non lo hanno di certo aiutato a salvarsi dalle acque del Po. Fatto sta che Abderh è rimasto a galla solo un paio di minuti, forse tre riferiscono i testimoni, poi ha ceduto di schianto ed è morto. Sembra che il suo amico abbia cercato di dissuaderlo: «Dai, vieni fuori che non ti fanno niente», pare gli abbia detto. Nulla, di lì a poco il ragazzino è sparito nel nulla, inghiottito dalle acque. A quel punto sono arrivati i sommozzatori. Uno di loro si è calato dall'elicottero ed ha iniziato a dragare il fiume fin quando, intorno alle 8 di sera, il gancio di salvataggio dei vigili ha issato il corpo del giovane. Forse respirava ancora forse no. I medici hanno provato invano a rianimarlo. Lo scarno certificato di morte riferisce un orario: le 20 e 10; e la causa: acqua nei polmoni, annegamento.A quel punto il giovane amico si porta le mani dei capelli ed inizia a piangere accanto al cadavere riverso sul lungofiume. Di lì in poi non parlerà più. Inutili gli sforzi della polizia per conoscere il vero nome della vittima. Unici indizi di quell'esistenza: un accendino, una tessera di un phone center di Porta Palazzo e neanche un grammo di droga. Nel frattempo, per passare dal dramma al grottesco, l'agenda politica nostrana registra gli ultimi segni di vita della vicenda lavavetri. L'ultima uscita dell'assessore fiorentino Cioni, il suo paragonarsi ad Ugo Pecchioli per il decisionismo contro il terrorismo, non è andata giù alla figlia dell'ex dirigente comunista: «No. Mi dispiace Graziano (Cioni n.d.r.) non sei il Pecchioli di Firenze» - scrive Laura Pecchioli - Mio padre combatteva il terrorismo e difendeva le istituzioni democratiche. Io non so cosa lui avrebbe fatto con 50 poveri lavavetri che infastidiscono le signore fiorentine sui Suv. Ma immagino che in materia si sarebbe occupato di sconfiggere il racket e di assicurare alla giustizia gli sfruttatori dei più deboli». «Non capisco perchè - conclude la lettera - dopo aver raggiunto le prime pagine di tutti i giornali e televisioni nazionali sulle spalle di povera gente, con l'obiettivo non tanto di migliorare la vita dei fiorentini ma quello di ottenere la massima visibilità in vista delle primarie del nascente Partito Democratico e di conquistare il favore e perchè no i voti del più bieco perbenismo in vista di chissà quali altre e alte finalità, tu senta il bisogno di paragonarti a Ugo Pecchioli».

31 agosto 2007

Pavia: Sindaco Ds caccia i rom

Via dalla ex-Snia Abbattuto un capannone, 150 zingari in strada. Il Prc esce dalla maggioranza

La tollerante zero sindaco di Pavia, Piera Capitelli, ovviamente in carica ai Ds, scriveva così nelle sue linee programmatiche per Pavia aperta al futuro: «La Pavia che vogliamo è una Pavia dell'accoglienza, della pace, antifascista. La nostra città è già una comunità articolata che potrà essere più forte e sicura se saprà affrontare la sfida del futuro, affermando valori di solidarietà, dialogo tra culture e garanzia per tutti di uguali diritti e doveri». Ieri, Capitelli, prima ha ordinato lo sgombero dei circa 150 zingari rumeni che sopravvivevano come animali nell'ex Snia di Pavia, poi ha sbarrato il suo palazzo comunale al corteo degli sgomberati che, insieme agli esponenti di Rifondazione comunista, chiedevano almeno di essere sistemati da qualche parte. «Solo per questa notte c'è una tenda della protezione civile, domani, non essendoci le condizioni per un campo, ognuno dovrà andarsene per conto proprio», ha concesso il buon cuore del margheritino Francesco Brendolise.Gli aspiranti sceriffi di plastica del nascente Pd sembrano caricati con la manovella. Ormai la linea è quella indicata dal buono ma tosto Veltroni e da Rudolph-Amato Giuliani, e l'ottima Capitelli, essendo prima cittadina e pure del nord, non ha perso tempo per accreditarsi come uno dei più zelanti persecutori dei poveri che ci danno fastidio (500 anni fa, per lo meno li rinchiudevano negli ospedali). Farà carriera. Ma la novità politica di questa ennesima prova di forza del centrosinistra è un'altra: anche se è difficile che la decisione possa dar la sveglia a tutto il partito, e anche se la giunta di Pavia non rischia di cadere, è significativo il fatto che il Prc locale abbia deciso di lasciare la maggioranza di centrosinistra. «La giunta aveva detto di voler fare di Pavia la città dell'accoglienza - spiega Pablo Genova, segretario cittadino del Prc - invece c'è stata una virata a destra, forse per via della nascita del Pd. Hanno paura che arrivino migliaia di rom di Milano, ma è una questione politica, a Firenze se la prendono con i lavavetri e qui con i rom della Snia. Noi non ci stiamo». Un atteggiamento coerente, almeno a Pavia.


Prodi fa l'anti-writer

Il premier sconfessa l'ordinanza di Firenze: «I lavavetri? Avrei iniziato da chi sporca i muri». E Amato che invoca Giuliani non piace a sinistra

Ottima la partenza: «Non avrei cominciato dai lavavetri». Un po' meno il finale: «Avrei cominciato con quelli che fanno le scritte sui muri, con i posteggiatori abusivi». Romano Prodi entra nella polemica di questi giorni, dopo la guerra dichiarata dalla giunta Domenici ai lavavetri di Firenze. E cerca di farlo prendendo una posizione che in realtà posizione non è. Assolve i lavavetri, ma condanna i writers. Insomma, scambiando l'ordine dei fattori il risultato non cambia. «Io ritengo - ha poi proseguito Prodi - che il discorso della piccola criminalità sia un discorso serio e che sia giusto punirla». La dichiarazione del presidente del consiglio arriva all'indomani dalla tolleranza zero invocata dal ministro Amato che ha chiesto «una lotta all'illegalità a 360 gradi» prendendo a modello l'ex sindaco di New York, Rudolph Giuliani.Una ricetta, lanciata ieri dal ministro degli Interni sulle pagine del Corriere della Sera e confermata in serata anche alla festa dell'Unità di Bologna. Il titolare del Viminale non fa che confermare quanto già detto a Ferragosto, la polemica di questi giorni sui lavavetri di Firenze ha solo accelerato questo processo. Che comunque dovrebbe concretizzarsi con «interventi nazionali» e su due direzioni. Sia dal punto di vista amministrativo, coinvolgendo quindi prefetti e questori, sia legislativo con la creazione di norme punitive ad hoc. D'obbligo, poi, l'istituzione di una collaborazione più diffusa tra ministero ed enti locali, equiparando i provvedimenti così da evitare «il rimbalzo dall'una all'altra città di attività trattate da ciascuno con regole diverse». Perché, dice ancora Amato, «la legalità non può valere a singhiozzo».Soddisfatto della cura Amato il ministro della Giustizia Mastella, specie quando il ministro degli interni invoca la certezza della pena per dare sicurezza ai cittadini. Ma poi avverte: «Il suo è un appello giusto purché non vi siano degli eccessi che riportino ad un clima giustizialista, «al modello televisivo "tutti in galera"». E' vero, secondo il Guardasigilli che «Rudolph Giuliani ha lanciato la "tolleranza zero", però nella sua città ci sono ancora omicidi a iosa». Dunque non è automatico che repressione faccia rima con sicurezza. Ne è convinta tutta la sinistra radicale, molto critica con l'elogio al «modello Giuliani». Scettico è il capogruppo al Senato di rifondazione comunista, Giovanni Russo Spena, che smentisce la tesi di Amato in quanto «il sindaco di New York non ha affatto risolto il dramma della microcriminalità e della povertà diffusa. Si è limitato a «ripulire» Manhattan (che non è New York), cacciando via quanti apparivano inadeguati alla sua concezione di decoro urbano e di sicurezza». Sempre dalla sinistra radicale si alza anche la voce critica di Manuela Palermi, del Pdci, che vede nella lettera di Amato un «attacco micidiale all'esistenza del governo Prodi». In piena sintonia con Amato si schiera l'Italia dei Valori secondo cui «la certezza della pena, insieme con la prevenzione, contribuisce a trovare la soluzione» del problema scurezza. «Sorpresa e anche un po' indignata» si è detta anche Rosy Bindi, non tanto dall'ordinanza del sindaco Domenici, «quanto dalle prese di posizione, dalle reazioni a catena cui abbiamo assistito in questi giorni e da cui non è emersa con la necessaria chiarezza la differenza fra la cultura del centrodestra e quella del centrosinistra in merito ai temi della sicurezza».A Firenze, intanto, si cerca una mediazione. Dopo la crociata della giunta Domenici contro i lavavetri che, se pizzicati con secchio e spazzola vicini ad un semaforo, rischiano multe o il carcere fino a tre mesi, ora la giunta gigliata propone addirittura un'assunzione con tanto di licenza. La proposta è dell'assessore fiorentino alle attività produttive, Silvano Gori, ed è quella di creare, nei regolamenti comunali, il mestiere del lavavetri da esercitare «in luoghi non pericolosi, sicuramente non in strada, ad esempio nei parcheggi scambiatori, parcheggi in generale o in altri luoghi da individuare». Il tutto con regolare contratto di lavoro e dopo aver superato un concorso pubblico. I vincitori dell'ambita postazione, precisa l'assessore, dovranno però «avere l'obbligo, pena la decadenza, della cortesia, della non invadenza e del decoro».Ma sui lavavetri le proposte arrivano (tante) anche dall'opposizione. Perché se da sinistra la parola d'ordine rimane una sola: «legalità» (di cofferatiana memoria), a destra i suggerimenti fioccano. Le più originali sono quelle di An e vanno dalla reintroduzione nel codice penale del reato di mendicità molesta, allo sciopero della mancia ai semafori. La Lega, invece, propone dei referendum comunali per far decidere ai cittadini se vogliono o meno, anche nelle loro città, il provvedimento adottato a Firenze.

30 agosto 2007

G8 Genova: Durissime le motivazioni ad una sentenza che condanna il ministero dell´Interno

Mentre il ministro dell’Interno Giuliano Amato è impegnatissimo a spiegare agli italiani che occorre applicare il metodo Giuliani (Rudolph) per ripulire le nostre città, bisogna avere l’opportunità di vivere in Liguria e di acquistare lì i quotidiani, per sapere che il suddetto ministero è stato ancora una volta condannato dal tribunale di Genova per i comportamenti della nostra democratica polizia al G8 del 2001. La notizia è infatti relegata nelle pagine di cronaca locale.
Il ministero - che ha come capo di gabinetto, è bene ricordarlo, nientemeno che Gianni De Gennaro, all’epoca dei fatti capo della polizia - è stato condannato a pagare 23 mila euro di risarcimento a Simona Coda Zabetta, pestata e percossa in piazza Manin, dov’era stata allestita una ‘piazza tematica’ sulle contestazioni al G8 da parte della Rete Lilliput. Il giudice Claudio Viazzi, nella sentenza, ha scritto fra l’altro che la donna “fu ferita da più manganellate nell’ambito di una carica violentissima, indiscriminata e diretta contro un bersgalio che non era tale”. Secondo il giudice “nessuna giustificazione o esimente può ritenersi applicabile alla condotta della polizia. Quel che è successo è riconducibile a gravi negligenze, approssimazioni e omissioni in tutta l’operazione di ‘ordine pubblico’ compiuta”.
Il pestaggio di Simona Coda Zabetta è avvenuto nel quadro della carica documentata molto bene nel video O.P. Genova 2001 realizzato dalla segreteria del Genoa Legal Forum: il documentario riporta anche la registrazione delle chiamate intercorse fra gli agenti impegnati nell’operazione e la centrale operativa che ordinava: “Fate prigionieri, fate prigionieri”.
Quella di ieri è la sesta condanna del ministero dell’Interno per i fatti del G8 nell’arco di pochi mesi. Amato, a quanto pare, paga e tace, impegnato com’è sulla piaga dei tremendi lavavetri che tendono agguati ai cittadini fermi ai semafori.

Trieste: Stopo agli accattoni

Il modello toscano fa proseliti a destra. Ordinanza del sindaco Dipiazza (Forza Italia) contro chi chiede soldi: «Intralciano il traffico».
Meglio prevenire che curare. Facendo propria una recente frase di Amato sugli interventi di alcuni sindaci in tema di sicurezza, il primo cittadino di Trieste, Roberto Dipiazza (Fi), ha emesso ieri un'ordinanza urgente (entra in vigore oggi) con la quale ha posto il divieto a lavavetri, accattoni e venditori abusivi di operare nei luoghi pubblici per «l'intralcio e pericolo che recano alla circolazione veicolare e pedonale». Per questo potranno essere perseguiti penalmente.A Trieste sono ormai anni che non si vedono ai semafori lavavetri e anche gli accattoni non sono un esercito, ma per il sindaco forzaitaliota «anche se non abbiamo ancora i problemi delle altre città con questo atto facciamo, lo ripeto, prevenzione, anche in vista del 31 dicembre, quando - ha ricordato Dipiazza - si sposteranno i confini e ci saranno meno controlli: non vogliamo in una città così ordinata, con una mentalità austro ungarica, essere aggrediti da situazioni che leggiamo ogni giorno sui giornali». Per Dipiazza questa ordinanza - che proprio puntando sul disagio e pericolo alla circolazione pedo-automobilistica delle potenziali torme di lavavetri, mendicanti, accattoni, lavavetri e quant'altri residui sociali, è difficilmente impugnabile per incostituzionalità come potrebbe accadere a Firenze - e le altre già adottate in altre città sono uno stimolo «affinché, governi a Roma la destra o la sinistra, qualcosa si faccia. Non bisogna dire alla gente che non si può far niente perché non ci sono leggi. La disaffezione per chi amministra c'é - ha sottolineato il sindaco giuliano - anche per questo motivo».Il primo cittadino, sottolineando l'atteggiamento di Trieste sempre «solidale, sensibile e attenta agli aspetti sociali», ha spiegato che l'ordinanza da lui firmata è comunque «completamente diversa dalle altre». Nel 1998, l'allora sindaco Riccardo Illy da sindaco ne fece una contro lavavetri e mendicanti (quasi tutti pericolosi profughi dell'ex Jugoslavia) ma nel 2000 fu cassata come incostituzionale perché i fatti non costituivano reato. «La mia - ha rilevato Dipiazza - è diversa anche da quella di Domenici a Firenze, anche se da quel testo è partita: io dico solo che se uno crea problemi alla circolazione viene denunciato». Per Dipiazza contrastare la diffusione dei venditori abusivi è anche un segnale nei confronti dei commercianti che «lavorano e pagano le tasse. Fra questi c'è chi ha preso 3 mila euro di multa perché ha effettivamente sbagliato uno scontrino nei saldi, ma in strada quello stesso commerciante non può avere i venditori abusivi che vendono borsette».Plausi dalla Lega per la decisione del sindaco, mentre l'opposizione di centrosinistra imputa a Dipiazza di pensare solo alla repressione e non all'accoglienza. Fabio Omero (Ds) giudica la situazione di Trieste non grave come quella di Firenze. «Se ci sono situazioni di minacce e violenze credo che la scelta sia coerente. Al fianco di questa ordinanza Firenze ha però accompagnato una politica di integrazione di oltre 30mila extracomunitari». Nel capoluogo toscano stanno infatti studiando un regolamento per regolarizzare i lavavetri, con tanto di concorso, posto fisso e qualifica di artista di strada. Mentre ai lavavetri denunciati sarebbero già arrivate diverse proposte di lavoro.Quello dei lavavetri a Trieste è «un problema che non esiste e quindi non necessita - per Igor Kocijancic del Prc - di sanzioni, anzi l'ordinanza del sindaco potrebbe avere l'effetto contrario aumentando la conflittualità sociale». Fortunatamente si è mossa anche l'ironia. Ugo Pierri, uno dei grandi pittori triestini e fondatore una ventina di anni fa della fanzine di culto «Ossetia, l'eco del popolo oppresso» ha occupato ieri pomeriggio la centrale piazza Foraggi inalberando una grande cartello: «Arridatece i lavavetri» e la voglia di essere contro, ridendo.

Bologna: Cofferati prepara la guerra ai graffitari. Polizia e repressione contro i disegni

In settimana il sindaco della legalità dirà i dettagli della sua idea. Pronta la presa di posizione del Prc:«Ci sono problemi più importanti e urgenti. Avevamo ragione: la legalità è uno dei pilastri del Pd»

Tra una settimana partirà la nuova campagna di Sergio Cofferati, il sindaco della legalità. Dopo i lavavetri, gli insediamenti rom, i centri sociali e la birra, questa volta il primo cittadino di Bologna prende di mira i graffiti sui muri. Lo ha promesso lui stesso martedì, infiammando la platea della festa nazionale dell'Unità. L'ispirazione gli è venuta notando per le strade della città troppi graffiti sui muri, che, secondo lui, chiamano non solo un intervento di pulizia, ma anche di repressione. Un'idea che riecheggia - certo involontariamente - la misura "idrante più fogli di via" auspicata da Gianfranco Fini nel luglio scorso durante una visita nella zona universitaria di Bologna. «L'ennesima e solita risposta data ai giovani. Mi pare che ci siano problemi più importanti e urgenti», commenta subito Tiziano Loreti, segretario della Federazione bolognese del Prc. Loreti ha parole pesanti anche sul tema lavavetri, dove tra Cofferati e l'assessore Libero Mancuso è in corso «un gioco pericoloso sulla pelle della povera gente a chi la spara più grossa. Prendersela con i lavavetri, annunciare una crociata contro la prostituzione sono atteggiamenti sbagliati che mi stupiscono» riflette Loreti. Il consigliere del Prc rivendica poi la lungimiranza: «Avevamo visto giusto nella nostra analisi politica quando, due anni e mezzo fa, avevamo individuato nella legalità uno dei pilastri del futuro Pd».Da tempo in città la polemica politica si intestardisce sui cumuli di bottiglie, lattine e cartacce nelle strade e nelle piazze del centro storico. Nell'attesa di sapere se la pulizia dei graffiti sarà affidata a Hera Bologna (l'azienda del Gruppo Hera che gestisce la pulizia delle strade e la raccolta dei rifiuti, di cui il comune di Bologna è il principale azionista) o a qualche ditta in appalto, c'è da capire se intanto la pulizia in zona universitaria è stata incrementata. «Non mi risulta», risponde Marco, operatore dell'azienda di pulizia da 11 anni. Anzi, il suo lavoro è diventato più faticoso da marzo-aprile, da quando cioè «lo svuotamento dei cassonetti, che era giornaliero, si fa un giorno sì e uno no». Per non parlare della pulizia degli stessi contenitori dei rifiuti: una ditta esterna dovrebbe garantire almeno 18 lavaggi l'anno, ma «i risultati sono scarsi», testimonia chi quei cassonetti li maneggia.Proprio in questi giorni Hera Bologna è stata al centro di una strana vicenda, denunciata dalle rappresentanze sindacali di base. Al rientro dalle ferie alcuni dipendenti hanno trovato una spiacevole sorpresa. «Mi hanno chiamato mentre facevo il turno di notte», racconta un lavoratore, «per avvisarmi di una comunicazione urgente». Poi è arrivata anche la raccomandata che minacciava provvedimenti disciplinari per una presunta assenza ingiustificata. L'assenza, però, risaliva al 13 luglio, giornata di sciopero generale della Confederazione unitaria di base in difesa della previdenza pubblica. La RdB, che si è costituita da poco dentro l'azienda, ha subito denunciato l'episodio. «Non era mai successo», hanno raccontato ai cronisti i destinatari della lettera definendosi più inquietati che intimiditi, tanto più che ai colleghi dipendenti di una società appaltante la stessa assenza per sciopero era stata serenamente registrata dalla trattenuta in busta paga. Poche ore dopo, Hera Bologna ha affidato a un laconico comunicato stampa la sua difesa, sostenendo che «il caso non sussiste». Secondo l'azienda tutto si spiega con un codice sbagliato attribuito dagli addetti alla registrazione delle presenze. Errore scoperto dopo un mese dall'ufficio personale, che avrebbe già spedito una nuova lettera per annullare la contestazione precedente.«Non siamo abituati a fare i processi alle intenzioni», ha replicato Luigi Marinelli, coordinatore di RdB-Cub Bologna, «ma, per usare lo stesso linguaggio dell'azienda, si stanno accumulando troppi "errori umani". Ad esempio, dove sono finite le schede di adesione alla nostra confederazione che abbiamo inviato per fax e raccomandata, ma non risultano recapitate? E perché l'azienda non ha attivato le dovute procedure proprio in vista dello sciopero del 13 luglio?».Messa da parte la strana vicenda delle lettere di richiamo, RdB si concentra sulle scarse condizioni igieniche negli spogliatoi e nelle docce dei lavoratori. Anche le strade e i cassonetti, però, non se la passerebbero bene, dato che a parità d'orario il percorso da coprire si è allungato da 14 a 21 km. Intanto tra i lavoratori circola la voce che i mezzi saranno tutti acquistati dalle ditte private. Un altro passo verso la completa privatizzazione del servizio, denuncia il sindacato.

Milano: sfrattata dal centro la mensa dei poveri

Dopo oltre cinque secoli trasloca in periferia la storica mensa dei Frati MinoriPadre Clemente: «Non ne potevamo più delle lamentele di chi ha la puzza sotto il naso»

Dopo oltre cinque secoli la storica mensa dei Frati minori del convento di Sant'Angelo in via Bertoni a Milano è costretta a chiudere pressata dalle proteste dei «cittadini bempensanti» che si dichiarano disturbati dal via vai di poveri. La storia è apparsa ieri sul sito del Redattoresociale.it e purtroppo è un elemento in più che inquadra il razzismo strisciante che governa le città. «Ci spostiamo in periferia per le proteste dei benestanti di questo quartiere - afferma padre Clemente Meriggi, presidente della Fondazione fratelli di san Francesco -. Tutti dicono che vogliono aiutare i poveri, ma poi si preferisce non averli nel centro della città». Il trasloco definitivo nella nuova sede, un'ex scuola messa a disposizione dal comune in via Saponaro 40, a sud di Milano, avverrà intorno alla metà di settembre. «La mensa fu aperta intorno alla metà del 1400, poco dopo la fondazione del Convento di Sant'Angelo voluta da San Bernardino da Siena - racconta padre Clemente -. Per più di cinquecento anni ha sfamato e accolto i diseredati di Milano». La mensa di via Bertoni si trova poco distante dalla questura, sotto la quale ogni giorno si forma la fila di stranieri che devono rinnovare o chiedere il permesso di soggiorno. «Tutto questo via vai di poveri e stranieri dava fastidio a chi abita nel quartiere - aggiunge padre Clemente -. Alla fine abbiamo deciso di spostarci perché non ne potevamo più delle lamentele di chi ha la puzza sotto il naso». In agosto volontari e operatori della Fondazione fratelli di san Francesco hanno lavorato a pieno ritmo, garantendo il funzionamento della mensa, di tre dormitori, dell'ambulatorio medico, il servizio pasti a domicilio per gli anziani e il servizio il guardaroba con i vestiti usati. «Il pranzo di ferragosto l'abbiamo fatto in via Saponaro e c'erano un migliaio di persone - sottolinea padre Clemente -. Tutto questo è possibile grazie ai volontari, molti hanno speso le loro ferie aiutando alla mensa». In media nel mese di agosto la mensa ha servito circa 750 pasti, fra pranzo e cena e ha coinvolto in totale 50 volontari suddivisi nei diversi turni (anche di domenica ndr). «Al nostro dormitorio poi si presentavano tanti stranieri che erano sbarcati in Sicilia o in Puglia qualche settimana prima - aggiunge padre Clemente -. Ottengono il permesso di soggiorno per ragioni umanitarie e poi vengono a Milano: oltre ai soliti etiopi ed eritrei, ho visto arrivare iracheni, iraniani e afgani. Fuggono dalla guerra, sono giovani e disperati».

29 agosto 2007

Firenze: il comune dichiara guerra ai lavavetri

Vigili urbani ai semafori, multe e denunce. Da Milano a Roma, altre città si accodano. Insorgono associazioni e Prc

Vicino ai semafori sono rimaste solo le bottiglie con l'acqua saponata. Tutti spariti i lavavetri di Firenze dopo la passeggiata mattutina dell'assessore alla sicurezza Graziano Cioni (Ds) in persona, accompagnato dal comandante della polizia municipale Alessandro Bartolini. In coppia per attuare l'ordinanza firmata ieri dal sindaco Leonardo Dominici, già diventata un «cult» tra molti amministratori del centrosinistra. Arresto fino a tre mesi e sequestro dei «mezzi di produzione» dell'azienda clandestina: secchio e stracci. Sono bastate una decina di denunce per far sparire i circa sessanta - dati resi noti da Palazzo Vecchio - lavavetri fiorentini che, a quanto pare, rendono la vita impossibile agli automobilisti. Spiega Cioni: «Negli ultimi tempi stiamo ricevendo numerose telefonate e reclami da parte di cittadini che hanno notato una modifica nell'atteggiamento dei lavavetri, molto aggressivi, soprattutto nei confronti delle donne sole in auto . A testimoniare questa situazione ci sono anche alcune denunce per molestie presentate da cittadini. A ciò si aggiungono i disagi e i rischi alla circolazione causati dalla presenze dei lavavetri».Dunque, giro di vite. L'ordinanza del Comune si basa sull'articolo 650 del codice penale. Ma all'opera ci sono già gli avvocati fiorentini delle associazioni di sinistra, letteralmente choccate per la decisione del Comune, che vogliono contrastare l'ordinanza sul piano giuridico. Per la verità perplessità in merito sono già arrivate da fonti autorevoli, come il presidente emerito della Corte costituzionale Antonio Baldassarre che ha osservato come «sul piano costituzionale» possa nascere qualche dubbio di natura costituzionale: essendo l'ordinanza applicata a una sola città potrebbe violare «il principio di uguaglianza». A meno che, osserva Baldassarre, il Comune non riesca a dimostrare che che i propri lavavetri sono particolarmente propensi a compiere attività illecite, il che mi pare una prova diabolica».Ma il vero «boom» dell'ordinanza, aldilà della sua correttezza giuridica, è sul piano politico visto il successo riscosso dal pugno di ferro fiorentino. La giunta Dominici, però, dovrà fare i conti con Rifondazione - entrata nella maggioranza in regione ma ancora all'opposizione in città - e con gli alleati della Sinistra democratica. La federazione fiorentina del Prc ha diramato una nota in cui si dichiara «nettamente contraria» all'ordinanza Cioni. Contrari anche i tre consiglieri comunali di «Sinistra democratica», che si dicono «per nulla orgogliosi» del primato nazionale guadagnato da Firenze, e osservano: «La sicurezza può non essere né di destra né di sinistra. Ma lo sono le proposte».Tuttavia ci sono pochi dubbi: l'idea dell'assessore Cioni - per la verità non nuovissima, visto che si contano numerose iniziative simili nel passato, da Torino, a Roma, a Verona - ha riscosso successo. La prima investitura arriva dal candidato alla guida del Partito democratico, il sindaco della capitale Walter Veltroni che chiede «un'armonizzazione delle norme nazionali» e la butta sul presunto racket - a suo avviso «come quello della prostituzione» - specificando che «è quello che bisogna colpire». «Pienamente d'accordo con Dominici» si dice il presidente della Provincia di Milano Filippo Penati. «Resiste» solo il sindaco di Bari Emiliano e l'assessore alla legalità di Napoli Gambale, alle prese più che altro con i posteggiatori abusivi «quelli sì sentinelle della camorra».Plausi anche a destra - ci mancherebbe - l'europarlamentare della Lega nord Mario Borghezio si complimenta per «una ordinanza leghista», il collega di partito Roberto Maroni osserva che «neanche l'ex sindaco di Treviso Gentilini lo ha mai fatto», mentre si moltiplicano proposte per fare ancora meglio: vietare l'accattonaggio dei minori e i bivacchi all'aperto. Resistono sol Dal governo è solo il ministro alla Solidarietà sociale Paolo Ferrero a prendere subito una posizione netta: «Sono scelte che vanno nella direzione opposta a quella che servirebbe in questi casi, cioè la mediazione sociale». Sul piede di guerra anche le associazioni e la Caritas, che definisce il provvedimento «sproporzionato». Per Filippo Miraglia dell'Arci, quella di Firenze è un'ordinanza che «criminalizza la povertà».

28 agosto 2007

L'eurorazzismo colpisce rom e immigrati

Discriminazioni e violenze, sul lavoro come a scuola e per fittare una casa. In Italia tanti casi e nessuna sanzione
Nella ricerca di un lavoro, a scuola, nell'affitto di un appartamento e allo stadio, il razzismo e la xenofobia sono dei fenomeni di casa in Europa. Lo specifica ancora una volta il rapporto dell'Agenzia comunitaria ad hoc presentato ieri a Bruxelles. I casi di discriminazione o violenza contro determinati gruppi etnici ed immigrati aumentano nella Ue, ma si tratta pur sempre di dati parziali perché pochi stati membri hanno creato un sistema di verifica, allerta e punizione dei fenomeni razzisti. Mentre altri, ed è il caso dell'Italia con l'Unar, l'Ufficio nazionale antidiscriminazioni razziali, raccolgono le statistiche ma non fanno il passo successivo, ossia non verificano che i crimini vengano effettivamente puniti.«In Italia non ci sono dati sull'applicazione delle direttive sull'uguaglianza (...) non ci sono prove che una sanzione effettiva, proporzionata e dissuasiva sia stata applicata in un singolo caso di discriminazione etnica nel periodo di studio», ossia nel 2005-2006. E dire che nel biennio nel belpaese sono state presentate 867 denunce e in 282 casi un tribunale o un'altra istituzione hanno certificato l'esistenza di un comportamento discriminatorio. «Nei paesi in cui le sanzioni sono virtualmente assenti - continua il rapporto facendo riferimento anche all'Italia - c'è la tendenza a risolvere il problema con pressioni morali, raccomandazioni, mediazioni e conciliazioni. (...) Dove non ci sono serie e credibili minacce di sanzioni e dove non esiste una tradizione in questo senso, le conciliazioni e le mediazioni non permettono di rafforzare la posizione delle vittime e non creano un effetto di deterrenza efficace». Solo Gb, Francia, Irlanda, Romania, Svezia e Ungheria hanno creato un sistema funzionale di punizione dei delitti di razzismo e xenofobia. «Le direttive europee sono quasi completamente disattese: oltre 20 paesi non hanno recepito le norme comunitarie», afferma Giusto Catania, l'eurodeputato del Prc incaricato di redigere il rapporto sullo stato dei diritti fondamentali nella Ue per il periodo 2004-2007. Andando ai dati, i più colpiti sono i rom, seguiti dagli immigrati e dai richiedenti asilo. Le discriminazioni si sviluppano in tutti gli ambiti della vita, dalla scuola ai «rapporti» con la polizia e la pubblica amministrazione, dalla ricerca di un'abitazione a quella del lavoro e sul lavoro stesso. Su questo aspetto c'è un dato curioso e uno triste. Il primo riguarda la Grecia e la Repubblica Ceca, dove il tasso di disoccupazione degli immigrati è più basso di quello degli autoctoni. La stranezza ha varie spiegazioni, e tutte nascondono discriminazione: l'alto numero di irregolari che non vengono calcolati nelle statistiche in Grecia e le condizioni assai rigide per avere un permesso di soggiorno a Praga e dintorni. Ma soprattutto il fatto che l'immigrato sia disposto ad accettare i peggiori lavori o quelli sottopagati pur di avere dei documenti. La nota triste, molto italiana, è quella degli incidenti sul lavoro: dal 2003 al 2004 quelli che hanno visto protagonisti dei migranti sono aumentati del 7%.

26 agosto 2007

Sulmona: Condannato Consigliere provinciale del Prc per autocoltivazione di Marijuana


Esprimiamo solidarietà e intendiamo confermare la nostra stima nei confronti del compagno Francesco Paglia. La vicenda che lo riguarda assume una rilevanza penale soltanto a causa di una normativa oscurantista sulle cosiddette droghe leggere che rende i consumatori di "erba" troppo spesso vittime di procedimenti giudiziari.
Francesco Paglia non è un delinquente. Pur senza conoscere i particolari relativi alle imputazioni, appare chiaro che sarebbe nei guai semplicemente in quanto dedito all´autocoltivazione per uso personale ed essendo uno tra i tanti milioni di consumatori di una sostanza assai meno nociva di alcool e tabacco.Purtroppo l´ignoranza e la demagogia di tanta parte del ceto politico, contro ogni evidenza scientifica, ha cavalcato la demonizzazione della marijuana e la sua equiparazione alle droghe pesanti con gravi conseguenze in termini di criminalizzazione di comportamenti che dovrebbero rientrare nella sfera della libertà personale.Il quadro normativo sulle droghe è stato negativamente segnato dalla legge Fini - Giovanardi per la cui cancellazione Rifondazione Comunista sta adoperandosi in parlamento e nel governo.Continueremo a batterci per la fine di ogni persecuzione contro i consumatori di sostanze e per la depenalizzazione di tutte le condotte legate al consumo della Cannabis come la possibilità di autocoltivazione anche a fini terapeutici.La brutta vicenda che ha coinvolto Francesco ci dà l´occasione per sottolineare per l´ennesima volta l´urgenza di una battaglia di libertà perché sono migliaia i cittadini, giovani e meno giovani, che subiscono le conseguenze di un proibizionismo assolutamente inutile.E´ ora di piantarla con l´assurda repressione nei confronti degli estimatori della canapa.

Maurizio Acerbo deputato PRC - SE
Marco Gelmini
segretario regionale PRC - SE
Daniela Santroni
consigliera regionale PRC - SE
Benedetto di Pietro assessore provinciale PRC - SE

Vercelli: Arrestato il coordinatore dei Giovani comunisti per possesso di due piante di marijuana


Le legge fini colpisce ancora e reclude in carcere un ragazzo, Jonathan Cappuccio, coordinatore dei Giovani Comunisti di Vercelli, colpevole solo di avere in casa due piantine di Marijuana. Colpisce proprio uno degli animatori della campagna antiproibizionista che a Vercelli sta producendo una corretta informazione sulle sostanze e un lavoro di inchiesta sul territorio fra i giovani.
Non ci stupisce che le attenzioni della Digos si concentrino su un ragazzo di 21 anni quando a piede libero rimangono i veri criminali dello spaccio di droga che la legge Fini mette sullo stesso piano di un piccolo consumatore.Sono episodi repressivi come questo che si giocano sulla pelle delle persone, di migliaia di persone ogni giorno, che vogliamo ribadire la necessità della cancellazione della legge Fini.Rivendichiamo il diritto all' autocoltivazione e al consumo di Marijuana e continueremo le nostre campagne per una informazione su tutte le sostanze. Per questa la serata di apertura del nostro campeggio europeo, domenica 26 agosto, sarà una grande festa dedicata a tutte le vittime del proibizionismo.

Esecutivo Nazionale Giovani Comunisti/e

25 agosto 2007

C'è un sito fascista ospitato dal governo


Da qualche giorno il sito http://www.governo.it/, che è il portale del governo italiano, la nuova splendente vetrina della presidenza del Consiglio, offre una imprevedibile opportunità. Vi può portare in quattro salti di mouse dal faccione tranquillizzante di Romano Prodi che adorna la home page del sito istituzionale al più noto testone di Benito Mussolini, padrone di casa del sito http://www.ilduce.net/ Provare per credere, anche se questo farà salire i contatti del sito filo fascista e anche un po' nazista perché croci celtiche e Hitler in differenti pose non mancano. Il trucco sta nel collegarsi alla pagina del dipartimento per l'informazione e l'editoria che tra i suoi compiti ha quello di aggiornare il sito sondaggipoliticoelettorali.it dove dal 2000 la legge impone ai giornali e agli organi di informazione in genere di depositare una copia dei sondaggi a contenuto politico contestualmente alla pubblicazione. Il pasticcio, perché di questo pensiamo si tratti, magari favorito dai ritmi lenti dell'estate quando la soglia di attenzione si abbassa (c'è di mezzo pure un trasloco degli uffici che, ci hanno spiegato, impedisce persino di trovare qualcuno in grado di offrire una spiegazione dell'accaduto) il pasticcio dunque è che il sito ilduce.net ha organizzato un sondaggio facilone sulla «fiducia dei cittadini nei personaggi della destra italiana». E ne ha spedito una copia ai funzionari di palazzo Chigi come fanno regolarmente i grandi giornali e telegiornali che usano e abusano di questo genere di sondaggi. I funzionari lo hanno pubblicato senza problemi, tra un sondaggio del Sole 24 ore e uno del Giornale. Regalando ai nostalgici del duce una tribuna e una visibilità mai avute dalle quali da un paio di settimane stanno «rivalutando da un punto di vista imparziale la recente storia d'Italia».Rivalutando rivalutando c'è tempo per scaricarsi Faccetta nera, anche in versione suoneria del telefonino, più l'inno della X Mas. Fasci littori, bandiere con l'ascia bipenne e la croce celtica, me ne frego, boia chi molla: c'è tutto. Tutto quello che tecnicamente si chiama apologia del fascismo e realisticamente non ha nulla a che vedere con il «portale del governo italiano». Che speriamo lo molli, presto.E se a qualcuno a questo punto fosse venuta la curiosità di sapere chi è il «personaggio» della destra che batte tutti in quanto a fiducia degli italiani, sconsigliamo comunque di guardare a ilduce.net. Perché lì hanno votato poco più di duemila persone, un'inezia statistica. E ha persino stravinto Fini, con grande scorno dei responsabili del sito. Lo considerano un rinnegato.


24 agosto 2007

Bari: Nuova fuga dal Cpt


Continuano le forme di autorgazizzazzione e resistenza all’interno del Cpt del quartiere San Paolo a Bari. Dopo le fughe e le rivolte di luglio un gruppo di migranti detenuti a Bari, provenienti da Lampedusa, hanno promosso una rivolta e diversi di loro sono riusciti a fuggire.Le condizioni nel Cpt sono sempre peggiori, sia dal punto di vista igienico sanitario sia dal punto di vista della tutela dei diritti, in particolare quello d’asilo.Di fatto ai migranti rinchiusi non è permesso fare domanda di asilo.Come a luglio anche ora le forze di polizia (aumentate in numero) sostengono che la fuga sarebbe avvenuta ad opera di immigrati egiziani e questa notizia viene ripresa anche dalle agenzie di stampa. La realtà è che chiunque parla arabo, nel Cpt di Bari, viene identificato come egiziano. In tale modo, grazie ad un accordo stretto tra Italia ed Egitto,è possibile effettuare rimpatri senza sottstare a tutte le procedure di identificazione e rimpatrio previste dalla legge italiana ed internzionale.Le reti ed associazioni antirazziste baresi che sostengono il diritto i fuga dei migranti dai centri di permanenza temporanea stanno seguendo la situazione per dare eventualmente supporto a chi ne avesse bisogno.


23 agosto 2007

Solidarietà alle compagne e ai compagni del Laboratorio occupato Crash di Bologna


Come già accaduto in passato, le motivazioni addotte dal Comune per giustificare tale sgombero sono risultate false e strumentali e alla base di questa scelta emerge ancora una volta chiaramente la volontà delle Istituzioni bolognesi di rifiutare ogni dialogo e la determinazione a trattare una parte delle istanze politiche, sociali e culturali esistenti in città –di cui soggetti come Crash sono espressione- come un mero problema di ordine pubblico.
Ancora una volta dunque, si è scelta la strada della repressione e della tolleranza zero nei confronti di tali istanze, di cui un pezzo importante di questa città è portatore.
Ancora una volta si è scelto di ignorare le esigenze di partecipazione democratica e di socialità, sempre più forti soprattutto all’interno di un precariato sociale che si fa via via più vasto a Bologna e che gode di una cittadinanza sempre più limitata quando non addirittura assente -come nel caso di tanti cittadini migranti- pur producendo gran parte della ricchezza materiale e immateriale di questa città
Per noi, i compagni e le compagne di Crash sono parte di questo pezzo importante di città, che quindi non può essere spazzato via con una ruspa.
Chi pensa di poterlo fare è un miope o un folle.
Ci auguriamo che da settembre possa partire una grande mobilitazione unitaria di tutti i soggetti politici e sociali che hanno ancora un’idea di città partecipata, accogliente e solidale, in grado di rivendicare spazi, socialità, diritto all’abitare e cittadinanza, contro la precarietà e contro l'autoritarismo e l’ottusità di questa Giunta.
Solidarietà e sostegno a Crash!


Giovani Comunisti/e - Federazione di Bologna
Nertwork delle Comunità in Movimento - Bologna

22 agosto 2007

Verona: Gli spettri neri della Brà

Dal centro Sociale La Chimica, sgomberato ieri mattina, un articolo sul sindaco Tosi, il sindaco ”... delle entrate separate sugli autobus, una per bianchi l’altra per neri, della lotta ai dormitori e ai centri d’accoglienza per senzatetto, della lotta ai phone center e alle kebabberie, degli sgomberi ad ogni costo, della lotta sacra allo zingaro. Condannato per istigazione all’odio razziale, ne fa un motivo d’orgoglio…”

Le amministrative a Verona, lo sapevamo, avrebbero segnato la fine di una fase inaugurandone una nuova. Basterebbe a testimoniarlo l’intensità la pervasività la violenza di una campagna elettorale che ha letteralmente attraversato ogni angolo della città.Le peggiori previsioni, le più pessimistiche sono state ampiamente superate dalla realtà. Stravince con più del 60 % flavio tosi, leghista di razza, capace ad un mese dall’apertura delle urne di chiudere il curioso teatrino delle candidature nella casa delle libertà, accentrando sulla figura più scomoda, più “estrema” di tutto il centro destra scaligero.Un uomo, un programma.Il cuore leghista. Il giovane Gentilini, l’instancabile provocatore è da 10 anni il volto della lega a Verona. Non passa giorno che lo sceriffo non si produca in dichiarazioni o iniziative di sicuro riscontro mediatico. Il tutto incentrato quasi esclusivamente sul tema immigrazione = insicurezza.E il sindaco delle entrate separate sugli autobus (nel 98), una per bianchi l’altra per neri, della lotta ai dormitori e ai centri d’accoglienza per senzatetto (attaccando anche la diocesi, cosa infrequente nella bianca Verona), delle case AGEC e ATER, dei servizi sociali, degli asili prima per gli italiani (un tempo avrebbe detto veronesi) poi eventualmente agli altri…, della lotta ai bronx di verona, negronetta in primis, ai phone center e alle kebabberie (fucine di criminali), degli sgomberi ad ogni costo.Consigliere più votato d’Italia nelle regionali del 2005 diventa assessore alla sanità veneta. Il registro non cambia: gli immigrati sono l’incubo, intasano i pronto soccorso, sperperano risorse, pretendono addirittura trattamenti specifici (come il parto con assistenza femminile per le donne islamiche)E’ soprattutto l’uomo della lotta sacra allo zingaro, etnia (come la definisce il Nostro temperandosi dalla tentazione della razza) dalla quale è letteralmente ossessionato.accoglie firme per un referendum cittadino per cacciare tutti gli zingari dalla città. Marcia sul campo con i suoi fedelissimi, non autorizzato per scatenare fisicamente il panico tra i residenti, fermato solo dall’interposizione degli attivisti antirazzisti.Verrà condannato in secondo appello per istigazione all’odio razziale, ne farà un motivo d’orgoglio in un corteo cittadino, nel quale deporrà in Brà una lapide rappresentativa recante il nome del procuratore Papalia.E’ un leghista di nuova generazione, in cui l’identità se si definisce in accezione reazionaria legalitaria può connettersi e allearsi con altri identitarismi, dal nazionalismo più tradizionale alle più becere forme di neo fascismo, passando per la galassia dell’integralismo cattolico.Della prim’ora l’apertura della lega al veneto front skinhead, uniti gia negli anni ‘90 dalla paradossale difesa della libertà di pensiero, minacciata dalla mancino, promotore del comitato “giustizia giusta”, tosi è tra i principali sdoganatori dei neofascisti cittadini, promovendo quel laboratorio della destra estrema che tanto ha fatto parlare. La lista civica tosi sindaco è non a caso aperta da quell’Andrea Miglioranzi che nasconde dietro la giacca e la cravatta, la militanza nel vfs, di leader del gruppo rac gesta bellica, e che ora accede al consiglio comunale con la tessera di fiamma tricolore.Se dovessimo cercare una formula comprensiva dei tanti aspetti sopraccitati, di una cultura politica di cui Tosi è il locale portabandiera, indicheremmo il razzismo al contrario.Si tratta di una presunta nuova forma di razzismo strisciante, molto più pericolosa del razzismo in accezione classica, quello che discrimina minoranze soggetti deboli o in posizione di forza svantaggiata. A subire il razzismo sono i veronesi, i veneti, “addirittura gli italiani” se si considera la macrominaccia rappresentata dall’immigrazione. Un razzismo di cui non si può nemmeno parlare, oppressi da decenni di cultura comunista democristiana buonista assistenzialista terzomondialista.Uno schiaffo in faccia all’idea di società plurale solidale aperta, fondata sulla contrattazione permanente dei diritti e dei bisogni.Ha vinto perché ha dato voce e corpo alle più semplici e spontanee pulsioni dell’opinione pubblica, alle paure alle incertezze, al diritto al non razionale e alla contraddizione…Ancor prima della politica degli immaginari a trionfare è la politica dell’”identità”.E giusto immaginare senza immigrati anche se ne è palese il contributo economico, è giusto prendere a modello la piccola e pacificata Treviso pur sapendo che poco o nulla ha a che fare con Verona, è normale la tolleranza zero (o meglio l’ossessione repressiva) verso l’ambulante, un criminale amministrativo, accanto alla massima tolleranza per l’evasione fiscale, grande e piccola, diffusissima sul territorio.La svolta elettorale di Verona si connota come una deriva sociale (esistenziale?) prima che politica.Solo questa interpretazione permette di comprendere a fondo lo smisurato entusiasmo attorno al giovane Gentilini prima durante e dopo il voto, spingendo con energia nel retroscena problemi e differenze che infiltrano la nuova maggioranza.
Una campagna con tre parole d’ordine ossessive: sgomberare il campo rom di Boscomantico, cancellare gli ambulanti dal centro, sgomberare e abbattere (in ordine di tempo da indovinare) il csoa la chimica.Abbiamo detto la politica della legalità, della tolleranza zero della sicurezza, delle emergenze è una politica tutta giocata sull’immaginario, e l’immaginario si può raccontare non misurare. l’unico “metro” di giudizio sarà il come, non il cosa o il quanto, come comunicare quella repressione volta a quella legalità e a quella sicurezza a cui Zanotto aveva attinto a piene mani. Vantaggio e svantaggio al contempo. Tosi avrà da subito il problema di gestire il potere, cosa ben diversa dalla gestione della propaganda d’opposizione.Sgomberare un campo di rom rumeni (dal 2007 inespellibili), gestiti da un potentato dell’imprenditoria sociale come il Don Calabria, può sortire effetti indesiderati allo sceriffo, sicuramente impone tempi diversi da quelli prefissati.La chimica è il luogo strategico per eccellenza, il “cosa” e il “come” che possono fare la differenza: dal lì il nuovo sceriffo può partire per dimostrare che fa ciò che dice, legalità senza mediazioni di sorta.E il luogo politico che a torto o ragione rappresenta per il sindaco l’antagonismo cittadino.È anche una questione privata, chiudere i conti con chi da più di dieci anni racconta e contrasta il giovane padanofascista.
noi, la nostra storia, il cammino che abbiamo iniziato 10 anni fa come collettivo porkospino, abbiamo l’orgoglio e la responsabilità di avere aperto un luogo immateriale, uno spazio politico di movimento che da troppo tempo non esisteva in città. Un luogo simbolico, perché di connotazioni simboliche è impregnata, come abbiamo visto, la politica di oggi: il suo valore prescinde dai progetti e dalle lotte che concretamente siamo stati in grado di promuovere.Il suo valore aggiunto va individuato nella capacità di produzione di un linguaggio politico e sociale, talvolta incompleto e contraddittorio, sempre partecipato, generoso, coraggioso, profondamente immerso nel vissuto del territorio e nelle sue problematiche più stridenti.La capacità di dare voce, di nominare bisogni desideri diritti da un lato, ingiustizie violenze privazioni derive culturali dissociazioni mentali ossessive al limite dello schizofrenico dall’altro. Non ci siamo limitati ad una funzione resistenziale, seppure di innegabile importanza e d’indubbio merito in una città come la nostra, non si sono arroccate in una dinamica di osservazione, testimonianza e controinformazione. In una città (…in un paese) in cui la sinistra perde per l’incapacità di individuare un propria cultura politica, noi abbiamo definito una forma di vita culturale politica e sociale con una propria fisionomia ed una storia alle spalle.Fisionomia che, senza false retoriche o noiose operazioni di giudizio, non poteva che essere in costante dinamica di relazione forte e di contaminazione con i soggetti informali e le realtà formali che l’hanno attraversata. Una forma di vita determinata dall’impietosa ma non di meno attenta analisi del contesto territoriale nel quale poggia (non pianta) le radici non può che essere particolarmente sensibile al concetto zapatista di un mondo capace di contenerne molti altri… e diversi.La chimica è dunque un luogo che va oltre gli spazi fisici che abbiamo liberato dal degrado aperto alla città e riempito di idee e bisogni. Si colloca qualche metro più in là anche dello spazio fisico in cui oggi viviamo, della piazza così familiare e unica che abbiamo riempito, di un quartiere che ha saputo non tollerare ma ascoltare e osservare. Ciò che sarà poi, nell’eventualità di un’azione di sgombero coatto, dipenderà da un ampio numero di variabile, dalla difficile e stressante riflessione che stiamo affrontando, simile in tutto al tempo in cui si colloca (preventivato ma non scontato), e dalle sue conclusioni. Ora scegliamo di concentrarci sulla prova/tappa/sfida/minaccia che incombe consapevoli che una parte del nostro futuro dipende direttamente da come affronteremo questa fase.La denuncia penale di occupazione abusiva dello stabile è stata di recente depositata in procura. La prefettura dovrebbe discutere dello sgombero con la proprietà (?), il sindaco, nel prossimo futuro.Ciononostante i tempi potrebbero non essere così stretti.Da tempo consapevoli di quanto per noi l’estate sarebbe stata soffocante, dobbiamo oggi innanzitutto non farci logorare dall’esasperazione della minaccia e dell’estrema precarietà. Proseguiremo con il nostro programma, fisiologicamente più flessibile e alleggerito nella quantità, puntando soprattutto alla compartecipazione, all’organizzazione condivisa con le realtà che hanno coabitato la chimica in questi anni, di alcune scadenze, coerentemente alla nostra storia e filosofia.Proveremo ad intercettare e vivere il momento dell’arrivo di polizia e compagnia brutta.Viverlo senza dare soddisfazione a chi, sindaco in primis, ci vorrebbe massacrati e incarcerati, o a chi non perderà occasione per dispensare giudizi. Proveremo a resistere in maniera intelligente e creativa. Soprattutto, non appena si avesse notizia dello sgombero, indiremo immediatamente un presidio permanente e progressivo all’esterno del centro sociale, nei giardini adiacenti, nel quale fare convergere tutti quelli che riterranno di voler esprimere direttamente la loro solidarietà. Sarà soprattutto questo il luogo fisico e simbolico dal quale ripartire per dimostrare che la chimica è una comunità militante, che il conflitto sociale è in movimento e può attraversare ogni angolo della città, che siamo in tanti e determinati ad opporci alla prima (certo non l’ultima) espressione di violenza odio arroganza ignoranza della nuova giunta.Far passare sotto silenzio questa forma di repressione totale significa indicare al sindaco che la strada intrapresa è giusta facile e spianata anche in altre direzioni.In piazza condivideremo le proposte e le scelte per rispondere e reagire allo sgombero. Dalla piazza ripartiremo, con la lucidità e la consapevolezza che nessuno sgombero può cancellare la nostra storia, lo spazio che abbiamo aperto, le idee e i bisogni che abbiamo espresso.

21 agosto 2007

Verona: Sgomberato Centro sociale "La Chimica"


Il comitato cattolico integralista delle Pasque Veronesi, grande organizzatore di messe in latino, esulta: il centro sociale "La chimica" è stato finalmente sgomberato, e la prima importante conseguenza è che le case adiacenti verranno rivalutate, dopo aver subìto il deprezzamento a causa della vicinanza con gli «anarco-bolscevichi». Il comunicato del sindaco leghista di Verona, Flavio Tosi, è meno enfatico ma in linea con la politica law and order inaugurata anni fa dal compagno di partito Giancarlo Gentilini, ex sindaco di Treviso: «E' stata ripristinata la legalità».Quando alle dieci di ieri mattina è arrivata la polizia, gli attivisti de "La chimica" sono usciti tranquillamente portando con sé gli oggetti di maggiore valore e lasciando che i furgoni della municipalizzata ingoiassero tutto il resto. Poi si sono riuniti davanti alla scuola e hanno dato il via ad un pacifico presidio permanente che, nelle parole del leader Pippo Comencini, potrà durare molti giorni.In un comunicato, gli attivisti hanno fatto sapere che «è solo l'ultimo atto della giunta fascista. Il sindaco Tosi, razzista dichiarato e fautore della pulizia etnica, ha deciso di utilizzare l'unica arma che il suo piccolo cervello conosce, repressione e violenza di stato». Il centro era nato tre anni fa con l'occupazione di una ex scuola materna in piazza Santa Croce. Da allora era diventato un luogo di aggregazione, concerti e dibattiti politici per il movimento, con annessa una libreria e una trattoria.Comencini non esclude una manifestazione sotto i balconi del Municipio. La giunta Tosi vuole trasformare l'edificio in un centro per anziani.

20 agosto 2007

Bologna: Sgomberato il Crash


È iniziato alle 6.30 ed è durato per diverse ore, senza incidenti, lo sgombero di uno stabile della periferia di Bologna, in via Zanardi, occupato dal maggio 2006 dal collettivo Crash, che riunisce universitari, immigrati e lavoratori precari. Durante le operazioni di polizia municipale, polizia e carabinieri, disposte con ordinanza del sindaco Sergio Cofferati, nessun membro del collettivo si trovava all'interno del capannone, un'ex cartiera di proprietà del Comune. Una decina di ragazzi, avuta notizia dello sgombero, si è riunita davanti all'ingresso dell'edificio in tarda mattinata. Il collettivo Crash si era stabilito in via Zanardi il 12 maggio 2006 dopo lo sgombero dell'ex mensa di via Gioannetti, nel quartiere San Donato. A operazioni concluse il collettivo Crash ha scritto in una nota che «l'ordine di sgombero maturato nella giunta comunale Cofferati è una scelta esclusivamente politica che mira a neutralizzare un'esperienza pluriennale di costruzione di eventi culturali e sociali, di iniziativa politica». Il collettivo ha indetto una conferenza stampa domani a mezzogiorno nell'atrio del comune, in cui è preannunciata la presenza di alcuni consiglieri comunali dell'Altrasinistra.
«È evidente come a Bologna si viva una condizione di svolta autoritaria nella vita politica e nella gestione della cosa pubblica». Il capogruppo del Prc nel consiglio provinciale di Bologna, Sergio Spina, commenta così lo sgombero avvenuto oggi sotto le due torri dello spazio occupato abusivamente dal collettivo di disobbedienti denominato 'Crash'. Duro l'attacco di Spina al sindaco Sergio Cofferati e l'operato della giunta: «Bologna, per la sua storia e la sua tradizione di tolleranza, della Resistenza e di tributo pagato con le stragi che l'hanno colpita, non può essere rappresentata da politiche di questo stampo», sostiene l'esponente del Prc affermando che «le politiche autoritarie sono sempre e comunque patrimonio dell'estrema destra». Secondo il capogruppo di Rifondazione a palazzo Malvezzi, la città si trova di fronte ad un «allarme democratico» e al «tentativo di chiudere spazi di cultura e che hanno fatto discutere intellettuali bolognesi, come ha fatto Crash». «Non è possibile tollerare in nessuna maniera il bavaglio» incalza Spina convinto che «il cambio alla guida della città va preparato subito e non è più procrastinabile». «La questione è quella del sindaco e anche del candidato alle prossime elezioni del 2009 -conclude Spina- e avevamo ragione nel porla per tempo perchè al risposta a questa svolta autoritaria va preparata con largo anticipo

Fonte: Ansa

Sindaci omofobi... crescono

Dopo la dichiarazioni del prosindaco di Treviso Gentilini, che nonostante le critiche tiene salda la sua poltrona e raccoglie anche la solidarieta' dei leghisti, l'omofobia dei primi cittadini si trasferisce al Sud dove il sindaco di Capaccio in provincia di Salerno, Pasquale Marino a margine di una retata della polizia in una pineta che avrebbe colto diversi uomini intenti a fare del sesso dichiara scandalizzato: "Non ci sono parole per descrivere un simile comportamento, sono episodi di una gravità assoluta, è gente malata che andrebbe ricoverata". E non contento continua "Per quanto ci riguarda rifiutiamo i soldi che abbiano una matrice gay, non credo che possano creare un indotto per la nostra città, in ogni caso, sono soldi che non vogliamo. Noi accettiamo solo il denaro di gente per bene e tranquilla senza strane idee per la testa". E dire che Marino dirige una giunta di centrosinistra, a dimostrazione che l'omofobia cieca non ha proprio confini politici nel nostro paese. Speriamo che almeno la maggioranza di centrosinistra sappia davvero segnare la differenza rispetto a Treviso, andando oltre le condanne verbali di rito per costringere a passi concreti e formali la giunta, e il sindaco, magari mandandolo anche a casa a ragionare sull'utilizzo civile e corretto del linguaggio.
Poi rincara la dose il sindaco di Sorrento, Marco Fiorentin (nella foto) dell'Udeur che non spende una parola in difesa di un dipendente della sua amministrazione sbattuto sulle pagine di un giornaletto di provincia per aver pubblicato un annuncio su un sito, ma trova tanto fiato per definire "provocatoria e offensiva" la manifestazione organizzata da Arcigay Napoli di fronte al suo municipio.

19 agosto 2007

Livorno: rivendicato da sedicente "Gruppo armato pulizia etnica" il rogo al campo rom

Sconosciuta la sigla che ha firmato il volantino, ‘Gruppo armato pulizia etnica’ rivendica il rogo al campo Rom

Con un’inquietente lettera al quotidiano ‘Il Tirreno’ un sedicente ‘Gruppo armato pulizia etnica’ ha rivendicato stamattina l’incendio al campo rom di Livorno della notte tra il 10 e l’11 agosto, in cui morirono quattro bambini nomadi. “Rivendichiamo l’attentato incendiario del campo nomadi di Livorno – si legge nel volantino – Doveva avere effetti più devastanti. Il nostro scopo è sopprimere i tanti rom che circolano nel territorio italiano, loro rappresentano la feccia dell’umanità. Siamo stanchi delle loro azioni criminali”.La sigla ‘Gape – Gruppo armato pulizia etnica’ è finora sconosciuta. La polizia ha acquisto il volantino e l’ha trasmesso alla Procura di Livorno.”Concediamo loro 20 giorni di tempo a partire dal 25 agosto per lasciare il territorio italiano e smantellare i diversi campi nomadi sparsi nella nazione – è l’ultimatum lanciato ai nomadi dal sedicente ‘Gape’ – Altrimenti ogni mese ci sarà un attentato in un campo diverso con conseguenze più gravi di Livorno”.

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