29 agosto 2007

Firenze: il comune dichiara guerra ai lavavetri

Vigili urbani ai semafori, multe e denunce. Da Milano a Roma, altre città si accodano. Insorgono associazioni e Prc

Vicino ai semafori sono rimaste solo le bottiglie con l'acqua saponata. Tutti spariti i lavavetri di Firenze dopo la passeggiata mattutina dell'assessore alla sicurezza Graziano Cioni (Ds) in persona, accompagnato dal comandante della polizia municipale Alessandro Bartolini. In coppia per attuare l'ordinanza firmata ieri dal sindaco Leonardo Dominici, già diventata un «cult» tra molti amministratori del centrosinistra. Arresto fino a tre mesi e sequestro dei «mezzi di produzione» dell'azienda clandestina: secchio e stracci. Sono bastate una decina di denunce per far sparire i circa sessanta - dati resi noti da Palazzo Vecchio - lavavetri fiorentini che, a quanto pare, rendono la vita impossibile agli automobilisti. Spiega Cioni: «Negli ultimi tempi stiamo ricevendo numerose telefonate e reclami da parte di cittadini che hanno notato una modifica nell'atteggiamento dei lavavetri, molto aggressivi, soprattutto nei confronti delle donne sole in auto . A testimoniare questa situazione ci sono anche alcune denunce per molestie presentate da cittadini. A ciò si aggiungono i disagi e i rischi alla circolazione causati dalla presenze dei lavavetri».Dunque, giro di vite. L'ordinanza del Comune si basa sull'articolo 650 del codice penale. Ma all'opera ci sono già gli avvocati fiorentini delle associazioni di sinistra, letteralmente choccate per la decisione del Comune, che vogliono contrastare l'ordinanza sul piano giuridico. Per la verità perplessità in merito sono già arrivate da fonti autorevoli, come il presidente emerito della Corte costituzionale Antonio Baldassarre che ha osservato come «sul piano costituzionale» possa nascere qualche dubbio di natura costituzionale: essendo l'ordinanza applicata a una sola città potrebbe violare «il principio di uguaglianza». A meno che, osserva Baldassarre, il Comune non riesca a dimostrare che che i propri lavavetri sono particolarmente propensi a compiere attività illecite, il che mi pare una prova diabolica».Ma il vero «boom» dell'ordinanza, aldilà della sua correttezza giuridica, è sul piano politico visto il successo riscosso dal pugno di ferro fiorentino. La giunta Dominici, però, dovrà fare i conti con Rifondazione - entrata nella maggioranza in regione ma ancora all'opposizione in città - e con gli alleati della Sinistra democratica. La federazione fiorentina del Prc ha diramato una nota in cui si dichiara «nettamente contraria» all'ordinanza Cioni. Contrari anche i tre consiglieri comunali di «Sinistra democratica», che si dicono «per nulla orgogliosi» del primato nazionale guadagnato da Firenze, e osservano: «La sicurezza può non essere né di destra né di sinistra. Ma lo sono le proposte».Tuttavia ci sono pochi dubbi: l'idea dell'assessore Cioni - per la verità non nuovissima, visto che si contano numerose iniziative simili nel passato, da Torino, a Roma, a Verona - ha riscosso successo. La prima investitura arriva dal candidato alla guida del Partito democratico, il sindaco della capitale Walter Veltroni che chiede «un'armonizzazione delle norme nazionali» e la butta sul presunto racket - a suo avviso «come quello della prostituzione» - specificando che «è quello che bisogna colpire». «Pienamente d'accordo con Dominici» si dice il presidente della Provincia di Milano Filippo Penati. «Resiste» solo il sindaco di Bari Emiliano e l'assessore alla legalità di Napoli Gambale, alle prese più che altro con i posteggiatori abusivi «quelli sì sentinelle della camorra».Plausi anche a destra - ci mancherebbe - l'europarlamentare della Lega nord Mario Borghezio si complimenta per «una ordinanza leghista», il collega di partito Roberto Maroni osserva che «neanche l'ex sindaco di Treviso Gentilini lo ha mai fatto», mentre si moltiplicano proposte per fare ancora meglio: vietare l'accattonaggio dei minori e i bivacchi all'aperto. Resistono sol Dal governo è solo il ministro alla Solidarietà sociale Paolo Ferrero a prendere subito una posizione netta: «Sono scelte che vanno nella direzione opposta a quella che servirebbe in questi casi, cioè la mediazione sociale». Sul piede di guerra anche le associazioni e la Caritas, che definisce il provvedimento «sproporzionato». Per Filippo Miraglia dell'Arci, quella di Firenze è un'ordinanza che «criminalizza la povertà».

28 agosto 2007

L'eurorazzismo colpisce rom e immigrati

Discriminazioni e violenze, sul lavoro come a scuola e per fittare una casa. In Italia tanti casi e nessuna sanzione
Nella ricerca di un lavoro, a scuola, nell'affitto di un appartamento e allo stadio, il razzismo e la xenofobia sono dei fenomeni di casa in Europa. Lo specifica ancora una volta il rapporto dell'Agenzia comunitaria ad hoc presentato ieri a Bruxelles. I casi di discriminazione o violenza contro determinati gruppi etnici ed immigrati aumentano nella Ue, ma si tratta pur sempre di dati parziali perché pochi stati membri hanno creato un sistema di verifica, allerta e punizione dei fenomeni razzisti. Mentre altri, ed è il caso dell'Italia con l'Unar, l'Ufficio nazionale antidiscriminazioni razziali, raccolgono le statistiche ma non fanno il passo successivo, ossia non verificano che i crimini vengano effettivamente puniti.«In Italia non ci sono dati sull'applicazione delle direttive sull'uguaglianza (...) non ci sono prove che una sanzione effettiva, proporzionata e dissuasiva sia stata applicata in un singolo caso di discriminazione etnica nel periodo di studio», ossia nel 2005-2006. E dire che nel biennio nel belpaese sono state presentate 867 denunce e in 282 casi un tribunale o un'altra istituzione hanno certificato l'esistenza di un comportamento discriminatorio. «Nei paesi in cui le sanzioni sono virtualmente assenti - continua il rapporto facendo riferimento anche all'Italia - c'è la tendenza a risolvere il problema con pressioni morali, raccomandazioni, mediazioni e conciliazioni. (...) Dove non ci sono serie e credibili minacce di sanzioni e dove non esiste una tradizione in questo senso, le conciliazioni e le mediazioni non permettono di rafforzare la posizione delle vittime e non creano un effetto di deterrenza efficace». Solo Gb, Francia, Irlanda, Romania, Svezia e Ungheria hanno creato un sistema funzionale di punizione dei delitti di razzismo e xenofobia. «Le direttive europee sono quasi completamente disattese: oltre 20 paesi non hanno recepito le norme comunitarie», afferma Giusto Catania, l'eurodeputato del Prc incaricato di redigere il rapporto sullo stato dei diritti fondamentali nella Ue per il periodo 2004-2007. Andando ai dati, i più colpiti sono i rom, seguiti dagli immigrati e dai richiedenti asilo. Le discriminazioni si sviluppano in tutti gli ambiti della vita, dalla scuola ai «rapporti» con la polizia e la pubblica amministrazione, dalla ricerca di un'abitazione a quella del lavoro e sul lavoro stesso. Su questo aspetto c'è un dato curioso e uno triste. Il primo riguarda la Grecia e la Repubblica Ceca, dove il tasso di disoccupazione degli immigrati è più basso di quello degli autoctoni. La stranezza ha varie spiegazioni, e tutte nascondono discriminazione: l'alto numero di irregolari che non vengono calcolati nelle statistiche in Grecia e le condizioni assai rigide per avere un permesso di soggiorno a Praga e dintorni. Ma soprattutto il fatto che l'immigrato sia disposto ad accettare i peggiori lavori o quelli sottopagati pur di avere dei documenti. La nota triste, molto italiana, è quella degli incidenti sul lavoro: dal 2003 al 2004 quelli che hanno visto protagonisti dei migranti sono aumentati del 7%.

26 agosto 2007

Sulmona: Condannato Consigliere provinciale del Prc per autocoltivazione di Marijuana


Esprimiamo solidarietà e intendiamo confermare la nostra stima nei confronti del compagno Francesco Paglia. La vicenda che lo riguarda assume una rilevanza penale soltanto a causa di una normativa oscurantista sulle cosiddette droghe leggere che rende i consumatori di "erba" troppo spesso vittime di procedimenti giudiziari.
Francesco Paglia non è un delinquente. Pur senza conoscere i particolari relativi alle imputazioni, appare chiaro che sarebbe nei guai semplicemente in quanto dedito all´autocoltivazione per uso personale ed essendo uno tra i tanti milioni di consumatori di una sostanza assai meno nociva di alcool e tabacco.Purtroppo l´ignoranza e la demagogia di tanta parte del ceto politico, contro ogni evidenza scientifica, ha cavalcato la demonizzazione della marijuana e la sua equiparazione alle droghe pesanti con gravi conseguenze in termini di criminalizzazione di comportamenti che dovrebbero rientrare nella sfera della libertà personale.Il quadro normativo sulle droghe è stato negativamente segnato dalla legge Fini - Giovanardi per la cui cancellazione Rifondazione Comunista sta adoperandosi in parlamento e nel governo.Continueremo a batterci per la fine di ogni persecuzione contro i consumatori di sostanze e per la depenalizzazione di tutte le condotte legate al consumo della Cannabis come la possibilità di autocoltivazione anche a fini terapeutici.La brutta vicenda che ha coinvolto Francesco ci dà l´occasione per sottolineare per l´ennesima volta l´urgenza di una battaglia di libertà perché sono migliaia i cittadini, giovani e meno giovani, che subiscono le conseguenze di un proibizionismo assolutamente inutile.E´ ora di piantarla con l´assurda repressione nei confronti degli estimatori della canapa.

Maurizio Acerbo deputato PRC - SE
Marco Gelmini
segretario regionale PRC - SE
Daniela Santroni
consigliera regionale PRC - SE
Benedetto di Pietro assessore provinciale PRC - SE

Vercelli: Arrestato il coordinatore dei Giovani comunisti per possesso di due piante di marijuana


Le legge fini colpisce ancora e reclude in carcere un ragazzo, Jonathan Cappuccio, coordinatore dei Giovani Comunisti di Vercelli, colpevole solo di avere in casa due piantine di Marijuana. Colpisce proprio uno degli animatori della campagna antiproibizionista che a Vercelli sta producendo una corretta informazione sulle sostanze e un lavoro di inchiesta sul territorio fra i giovani.
Non ci stupisce che le attenzioni della Digos si concentrino su un ragazzo di 21 anni quando a piede libero rimangono i veri criminali dello spaccio di droga che la legge Fini mette sullo stesso piano di un piccolo consumatore.Sono episodi repressivi come questo che si giocano sulla pelle delle persone, di migliaia di persone ogni giorno, che vogliamo ribadire la necessità della cancellazione della legge Fini.Rivendichiamo il diritto all' autocoltivazione e al consumo di Marijuana e continueremo le nostre campagne per una informazione su tutte le sostanze. Per questa la serata di apertura del nostro campeggio europeo, domenica 26 agosto, sarà una grande festa dedicata a tutte le vittime del proibizionismo.

Esecutivo Nazionale Giovani Comunisti/e

25 agosto 2007

C'è un sito fascista ospitato dal governo


Da qualche giorno il sito http://www.governo.it/, che è il portale del governo italiano, la nuova splendente vetrina della presidenza del Consiglio, offre una imprevedibile opportunità. Vi può portare in quattro salti di mouse dal faccione tranquillizzante di Romano Prodi che adorna la home page del sito istituzionale al più noto testone di Benito Mussolini, padrone di casa del sito http://www.ilduce.net/ Provare per credere, anche se questo farà salire i contatti del sito filo fascista e anche un po' nazista perché croci celtiche e Hitler in differenti pose non mancano. Il trucco sta nel collegarsi alla pagina del dipartimento per l'informazione e l'editoria che tra i suoi compiti ha quello di aggiornare il sito sondaggipoliticoelettorali.it dove dal 2000 la legge impone ai giornali e agli organi di informazione in genere di depositare una copia dei sondaggi a contenuto politico contestualmente alla pubblicazione. Il pasticcio, perché di questo pensiamo si tratti, magari favorito dai ritmi lenti dell'estate quando la soglia di attenzione si abbassa (c'è di mezzo pure un trasloco degli uffici che, ci hanno spiegato, impedisce persino di trovare qualcuno in grado di offrire una spiegazione dell'accaduto) il pasticcio dunque è che il sito ilduce.net ha organizzato un sondaggio facilone sulla «fiducia dei cittadini nei personaggi della destra italiana». E ne ha spedito una copia ai funzionari di palazzo Chigi come fanno regolarmente i grandi giornali e telegiornali che usano e abusano di questo genere di sondaggi. I funzionari lo hanno pubblicato senza problemi, tra un sondaggio del Sole 24 ore e uno del Giornale. Regalando ai nostalgici del duce una tribuna e una visibilità mai avute dalle quali da un paio di settimane stanno «rivalutando da un punto di vista imparziale la recente storia d'Italia».Rivalutando rivalutando c'è tempo per scaricarsi Faccetta nera, anche in versione suoneria del telefonino, più l'inno della X Mas. Fasci littori, bandiere con l'ascia bipenne e la croce celtica, me ne frego, boia chi molla: c'è tutto. Tutto quello che tecnicamente si chiama apologia del fascismo e realisticamente non ha nulla a che vedere con il «portale del governo italiano». Che speriamo lo molli, presto.E se a qualcuno a questo punto fosse venuta la curiosità di sapere chi è il «personaggio» della destra che batte tutti in quanto a fiducia degli italiani, sconsigliamo comunque di guardare a ilduce.net. Perché lì hanno votato poco più di duemila persone, un'inezia statistica. E ha persino stravinto Fini, con grande scorno dei responsabili del sito. Lo considerano un rinnegato.


24 agosto 2007

Bari: Nuova fuga dal Cpt


Continuano le forme di autorgazizzazzione e resistenza all’interno del Cpt del quartiere San Paolo a Bari. Dopo le fughe e le rivolte di luglio un gruppo di migranti detenuti a Bari, provenienti da Lampedusa, hanno promosso una rivolta e diversi di loro sono riusciti a fuggire.Le condizioni nel Cpt sono sempre peggiori, sia dal punto di vista igienico sanitario sia dal punto di vista della tutela dei diritti, in particolare quello d’asilo.Di fatto ai migranti rinchiusi non è permesso fare domanda di asilo.Come a luglio anche ora le forze di polizia (aumentate in numero) sostengono che la fuga sarebbe avvenuta ad opera di immigrati egiziani e questa notizia viene ripresa anche dalle agenzie di stampa. La realtà è che chiunque parla arabo, nel Cpt di Bari, viene identificato come egiziano. In tale modo, grazie ad un accordo stretto tra Italia ed Egitto,è possibile effettuare rimpatri senza sottstare a tutte le procedure di identificazione e rimpatrio previste dalla legge italiana ed internzionale.Le reti ed associazioni antirazziste baresi che sostengono il diritto i fuga dei migranti dai centri di permanenza temporanea stanno seguendo la situazione per dare eventualmente supporto a chi ne avesse bisogno.


23 agosto 2007

Solidarietà alle compagne e ai compagni del Laboratorio occupato Crash di Bologna


Come già accaduto in passato, le motivazioni addotte dal Comune per giustificare tale sgombero sono risultate false e strumentali e alla base di questa scelta emerge ancora una volta chiaramente la volontà delle Istituzioni bolognesi di rifiutare ogni dialogo e la determinazione a trattare una parte delle istanze politiche, sociali e culturali esistenti in città –di cui soggetti come Crash sono espressione- come un mero problema di ordine pubblico.
Ancora una volta dunque, si è scelta la strada della repressione e della tolleranza zero nei confronti di tali istanze, di cui un pezzo importante di questa città è portatore.
Ancora una volta si è scelto di ignorare le esigenze di partecipazione democratica e di socialità, sempre più forti soprattutto all’interno di un precariato sociale che si fa via via più vasto a Bologna e che gode di una cittadinanza sempre più limitata quando non addirittura assente -come nel caso di tanti cittadini migranti- pur producendo gran parte della ricchezza materiale e immateriale di questa città
Per noi, i compagni e le compagne di Crash sono parte di questo pezzo importante di città, che quindi non può essere spazzato via con una ruspa.
Chi pensa di poterlo fare è un miope o un folle.
Ci auguriamo che da settembre possa partire una grande mobilitazione unitaria di tutti i soggetti politici e sociali che hanno ancora un’idea di città partecipata, accogliente e solidale, in grado di rivendicare spazi, socialità, diritto all’abitare e cittadinanza, contro la precarietà e contro l'autoritarismo e l’ottusità di questa Giunta.
Solidarietà e sostegno a Crash!


Giovani Comunisti/e - Federazione di Bologna
Nertwork delle Comunità in Movimento - Bologna

22 agosto 2007

Verona: Gli spettri neri della Brà

Dal centro Sociale La Chimica, sgomberato ieri mattina, un articolo sul sindaco Tosi, il sindaco ”... delle entrate separate sugli autobus, una per bianchi l’altra per neri, della lotta ai dormitori e ai centri d’accoglienza per senzatetto, della lotta ai phone center e alle kebabberie, degli sgomberi ad ogni costo, della lotta sacra allo zingaro. Condannato per istigazione all’odio razziale, ne fa un motivo d’orgoglio…”

Le amministrative a Verona, lo sapevamo, avrebbero segnato la fine di una fase inaugurandone una nuova. Basterebbe a testimoniarlo l’intensità la pervasività la violenza di una campagna elettorale che ha letteralmente attraversato ogni angolo della città.Le peggiori previsioni, le più pessimistiche sono state ampiamente superate dalla realtà. Stravince con più del 60 % flavio tosi, leghista di razza, capace ad un mese dall’apertura delle urne di chiudere il curioso teatrino delle candidature nella casa delle libertà, accentrando sulla figura più scomoda, più “estrema” di tutto il centro destra scaligero.Un uomo, un programma.Il cuore leghista. Il giovane Gentilini, l’instancabile provocatore è da 10 anni il volto della lega a Verona. Non passa giorno che lo sceriffo non si produca in dichiarazioni o iniziative di sicuro riscontro mediatico. Il tutto incentrato quasi esclusivamente sul tema immigrazione = insicurezza.E il sindaco delle entrate separate sugli autobus (nel 98), una per bianchi l’altra per neri, della lotta ai dormitori e ai centri d’accoglienza per senzatetto (attaccando anche la diocesi, cosa infrequente nella bianca Verona), delle case AGEC e ATER, dei servizi sociali, degli asili prima per gli italiani (un tempo avrebbe detto veronesi) poi eventualmente agli altri…, della lotta ai bronx di verona, negronetta in primis, ai phone center e alle kebabberie (fucine di criminali), degli sgomberi ad ogni costo.Consigliere più votato d’Italia nelle regionali del 2005 diventa assessore alla sanità veneta. Il registro non cambia: gli immigrati sono l’incubo, intasano i pronto soccorso, sperperano risorse, pretendono addirittura trattamenti specifici (come il parto con assistenza femminile per le donne islamiche)E’ soprattutto l’uomo della lotta sacra allo zingaro, etnia (come la definisce il Nostro temperandosi dalla tentazione della razza) dalla quale è letteralmente ossessionato.accoglie firme per un referendum cittadino per cacciare tutti gli zingari dalla città. Marcia sul campo con i suoi fedelissimi, non autorizzato per scatenare fisicamente il panico tra i residenti, fermato solo dall’interposizione degli attivisti antirazzisti.Verrà condannato in secondo appello per istigazione all’odio razziale, ne farà un motivo d’orgoglio in un corteo cittadino, nel quale deporrà in Brà una lapide rappresentativa recante il nome del procuratore Papalia.E’ un leghista di nuova generazione, in cui l’identità se si definisce in accezione reazionaria legalitaria può connettersi e allearsi con altri identitarismi, dal nazionalismo più tradizionale alle più becere forme di neo fascismo, passando per la galassia dell’integralismo cattolico.Della prim’ora l’apertura della lega al veneto front skinhead, uniti gia negli anni ‘90 dalla paradossale difesa della libertà di pensiero, minacciata dalla mancino, promotore del comitato “giustizia giusta”, tosi è tra i principali sdoganatori dei neofascisti cittadini, promovendo quel laboratorio della destra estrema che tanto ha fatto parlare. La lista civica tosi sindaco è non a caso aperta da quell’Andrea Miglioranzi che nasconde dietro la giacca e la cravatta, la militanza nel vfs, di leader del gruppo rac gesta bellica, e che ora accede al consiglio comunale con la tessera di fiamma tricolore.Se dovessimo cercare una formula comprensiva dei tanti aspetti sopraccitati, di una cultura politica di cui Tosi è il locale portabandiera, indicheremmo il razzismo al contrario.Si tratta di una presunta nuova forma di razzismo strisciante, molto più pericolosa del razzismo in accezione classica, quello che discrimina minoranze soggetti deboli o in posizione di forza svantaggiata. A subire il razzismo sono i veronesi, i veneti, “addirittura gli italiani” se si considera la macrominaccia rappresentata dall’immigrazione. Un razzismo di cui non si può nemmeno parlare, oppressi da decenni di cultura comunista democristiana buonista assistenzialista terzomondialista.Uno schiaffo in faccia all’idea di società plurale solidale aperta, fondata sulla contrattazione permanente dei diritti e dei bisogni.Ha vinto perché ha dato voce e corpo alle più semplici e spontanee pulsioni dell’opinione pubblica, alle paure alle incertezze, al diritto al non razionale e alla contraddizione…Ancor prima della politica degli immaginari a trionfare è la politica dell’”identità”.E giusto immaginare senza immigrati anche se ne è palese il contributo economico, è giusto prendere a modello la piccola e pacificata Treviso pur sapendo che poco o nulla ha a che fare con Verona, è normale la tolleranza zero (o meglio l’ossessione repressiva) verso l’ambulante, un criminale amministrativo, accanto alla massima tolleranza per l’evasione fiscale, grande e piccola, diffusissima sul territorio.La svolta elettorale di Verona si connota come una deriva sociale (esistenziale?) prima che politica.Solo questa interpretazione permette di comprendere a fondo lo smisurato entusiasmo attorno al giovane Gentilini prima durante e dopo il voto, spingendo con energia nel retroscena problemi e differenze che infiltrano la nuova maggioranza.
Una campagna con tre parole d’ordine ossessive: sgomberare il campo rom di Boscomantico, cancellare gli ambulanti dal centro, sgomberare e abbattere (in ordine di tempo da indovinare) il csoa la chimica.Abbiamo detto la politica della legalità, della tolleranza zero della sicurezza, delle emergenze è una politica tutta giocata sull’immaginario, e l’immaginario si può raccontare non misurare. l’unico “metro” di giudizio sarà il come, non il cosa o il quanto, come comunicare quella repressione volta a quella legalità e a quella sicurezza a cui Zanotto aveva attinto a piene mani. Vantaggio e svantaggio al contempo. Tosi avrà da subito il problema di gestire il potere, cosa ben diversa dalla gestione della propaganda d’opposizione.Sgomberare un campo di rom rumeni (dal 2007 inespellibili), gestiti da un potentato dell’imprenditoria sociale come il Don Calabria, può sortire effetti indesiderati allo sceriffo, sicuramente impone tempi diversi da quelli prefissati.La chimica è il luogo strategico per eccellenza, il “cosa” e il “come” che possono fare la differenza: dal lì il nuovo sceriffo può partire per dimostrare che fa ciò che dice, legalità senza mediazioni di sorta.E il luogo politico che a torto o ragione rappresenta per il sindaco l’antagonismo cittadino.È anche una questione privata, chiudere i conti con chi da più di dieci anni racconta e contrasta il giovane padanofascista.
noi, la nostra storia, il cammino che abbiamo iniziato 10 anni fa come collettivo porkospino, abbiamo l’orgoglio e la responsabilità di avere aperto un luogo immateriale, uno spazio politico di movimento che da troppo tempo non esisteva in città. Un luogo simbolico, perché di connotazioni simboliche è impregnata, come abbiamo visto, la politica di oggi: il suo valore prescinde dai progetti e dalle lotte che concretamente siamo stati in grado di promuovere.Il suo valore aggiunto va individuato nella capacità di produzione di un linguaggio politico e sociale, talvolta incompleto e contraddittorio, sempre partecipato, generoso, coraggioso, profondamente immerso nel vissuto del territorio e nelle sue problematiche più stridenti.La capacità di dare voce, di nominare bisogni desideri diritti da un lato, ingiustizie violenze privazioni derive culturali dissociazioni mentali ossessive al limite dello schizofrenico dall’altro. Non ci siamo limitati ad una funzione resistenziale, seppure di innegabile importanza e d’indubbio merito in una città come la nostra, non si sono arroccate in una dinamica di osservazione, testimonianza e controinformazione. In una città (…in un paese) in cui la sinistra perde per l’incapacità di individuare un propria cultura politica, noi abbiamo definito una forma di vita culturale politica e sociale con una propria fisionomia ed una storia alle spalle.Fisionomia che, senza false retoriche o noiose operazioni di giudizio, non poteva che essere in costante dinamica di relazione forte e di contaminazione con i soggetti informali e le realtà formali che l’hanno attraversata. Una forma di vita determinata dall’impietosa ma non di meno attenta analisi del contesto territoriale nel quale poggia (non pianta) le radici non può che essere particolarmente sensibile al concetto zapatista di un mondo capace di contenerne molti altri… e diversi.La chimica è dunque un luogo che va oltre gli spazi fisici che abbiamo liberato dal degrado aperto alla città e riempito di idee e bisogni. Si colloca qualche metro più in là anche dello spazio fisico in cui oggi viviamo, della piazza così familiare e unica che abbiamo riempito, di un quartiere che ha saputo non tollerare ma ascoltare e osservare. Ciò che sarà poi, nell’eventualità di un’azione di sgombero coatto, dipenderà da un ampio numero di variabile, dalla difficile e stressante riflessione che stiamo affrontando, simile in tutto al tempo in cui si colloca (preventivato ma non scontato), e dalle sue conclusioni. Ora scegliamo di concentrarci sulla prova/tappa/sfida/minaccia che incombe consapevoli che una parte del nostro futuro dipende direttamente da come affronteremo questa fase.La denuncia penale di occupazione abusiva dello stabile è stata di recente depositata in procura. La prefettura dovrebbe discutere dello sgombero con la proprietà (?), il sindaco, nel prossimo futuro.Ciononostante i tempi potrebbero non essere così stretti.Da tempo consapevoli di quanto per noi l’estate sarebbe stata soffocante, dobbiamo oggi innanzitutto non farci logorare dall’esasperazione della minaccia e dell’estrema precarietà. Proseguiremo con il nostro programma, fisiologicamente più flessibile e alleggerito nella quantità, puntando soprattutto alla compartecipazione, all’organizzazione condivisa con le realtà che hanno coabitato la chimica in questi anni, di alcune scadenze, coerentemente alla nostra storia e filosofia.Proveremo ad intercettare e vivere il momento dell’arrivo di polizia e compagnia brutta.Viverlo senza dare soddisfazione a chi, sindaco in primis, ci vorrebbe massacrati e incarcerati, o a chi non perderà occasione per dispensare giudizi. Proveremo a resistere in maniera intelligente e creativa. Soprattutto, non appena si avesse notizia dello sgombero, indiremo immediatamente un presidio permanente e progressivo all’esterno del centro sociale, nei giardini adiacenti, nel quale fare convergere tutti quelli che riterranno di voler esprimere direttamente la loro solidarietà. Sarà soprattutto questo il luogo fisico e simbolico dal quale ripartire per dimostrare che la chimica è una comunità militante, che il conflitto sociale è in movimento e può attraversare ogni angolo della città, che siamo in tanti e determinati ad opporci alla prima (certo non l’ultima) espressione di violenza odio arroganza ignoranza della nuova giunta.Far passare sotto silenzio questa forma di repressione totale significa indicare al sindaco che la strada intrapresa è giusta facile e spianata anche in altre direzioni.In piazza condivideremo le proposte e le scelte per rispondere e reagire allo sgombero. Dalla piazza ripartiremo, con la lucidità e la consapevolezza che nessuno sgombero può cancellare la nostra storia, lo spazio che abbiamo aperto, le idee e i bisogni che abbiamo espresso.

21 agosto 2007

Verona: Sgomberato Centro sociale "La Chimica"


Il comitato cattolico integralista delle Pasque Veronesi, grande organizzatore di messe in latino, esulta: il centro sociale "La chimica" è stato finalmente sgomberato, e la prima importante conseguenza è che le case adiacenti verranno rivalutate, dopo aver subìto il deprezzamento a causa della vicinanza con gli «anarco-bolscevichi». Il comunicato del sindaco leghista di Verona, Flavio Tosi, è meno enfatico ma in linea con la politica law and order inaugurata anni fa dal compagno di partito Giancarlo Gentilini, ex sindaco di Treviso: «E' stata ripristinata la legalità».Quando alle dieci di ieri mattina è arrivata la polizia, gli attivisti de "La chimica" sono usciti tranquillamente portando con sé gli oggetti di maggiore valore e lasciando che i furgoni della municipalizzata ingoiassero tutto il resto. Poi si sono riuniti davanti alla scuola e hanno dato il via ad un pacifico presidio permanente che, nelle parole del leader Pippo Comencini, potrà durare molti giorni.In un comunicato, gli attivisti hanno fatto sapere che «è solo l'ultimo atto della giunta fascista. Il sindaco Tosi, razzista dichiarato e fautore della pulizia etnica, ha deciso di utilizzare l'unica arma che il suo piccolo cervello conosce, repressione e violenza di stato». Il centro era nato tre anni fa con l'occupazione di una ex scuola materna in piazza Santa Croce. Da allora era diventato un luogo di aggregazione, concerti e dibattiti politici per il movimento, con annessa una libreria e una trattoria.Comencini non esclude una manifestazione sotto i balconi del Municipio. La giunta Tosi vuole trasformare l'edificio in un centro per anziani.

20 agosto 2007

Bologna: Sgomberato il Crash


È iniziato alle 6.30 ed è durato per diverse ore, senza incidenti, lo sgombero di uno stabile della periferia di Bologna, in via Zanardi, occupato dal maggio 2006 dal collettivo Crash, che riunisce universitari, immigrati e lavoratori precari. Durante le operazioni di polizia municipale, polizia e carabinieri, disposte con ordinanza del sindaco Sergio Cofferati, nessun membro del collettivo si trovava all'interno del capannone, un'ex cartiera di proprietà del Comune. Una decina di ragazzi, avuta notizia dello sgombero, si è riunita davanti all'ingresso dell'edificio in tarda mattinata. Il collettivo Crash si era stabilito in via Zanardi il 12 maggio 2006 dopo lo sgombero dell'ex mensa di via Gioannetti, nel quartiere San Donato. A operazioni concluse il collettivo Crash ha scritto in una nota che «l'ordine di sgombero maturato nella giunta comunale Cofferati è una scelta esclusivamente politica che mira a neutralizzare un'esperienza pluriennale di costruzione di eventi culturali e sociali, di iniziativa politica». Il collettivo ha indetto una conferenza stampa domani a mezzogiorno nell'atrio del comune, in cui è preannunciata la presenza di alcuni consiglieri comunali dell'Altrasinistra.
«È evidente come a Bologna si viva una condizione di svolta autoritaria nella vita politica e nella gestione della cosa pubblica». Il capogruppo del Prc nel consiglio provinciale di Bologna, Sergio Spina, commenta così lo sgombero avvenuto oggi sotto le due torri dello spazio occupato abusivamente dal collettivo di disobbedienti denominato 'Crash'. Duro l'attacco di Spina al sindaco Sergio Cofferati e l'operato della giunta: «Bologna, per la sua storia e la sua tradizione di tolleranza, della Resistenza e di tributo pagato con le stragi che l'hanno colpita, non può essere rappresentata da politiche di questo stampo», sostiene l'esponente del Prc affermando che «le politiche autoritarie sono sempre e comunque patrimonio dell'estrema destra». Secondo il capogruppo di Rifondazione a palazzo Malvezzi, la città si trova di fronte ad un «allarme democratico» e al «tentativo di chiudere spazi di cultura e che hanno fatto discutere intellettuali bolognesi, come ha fatto Crash». «Non è possibile tollerare in nessuna maniera il bavaglio» incalza Spina convinto che «il cambio alla guida della città va preparato subito e non è più procrastinabile». «La questione è quella del sindaco e anche del candidato alle prossime elezioni del 2009 -conclude Spina- e avevamo ragione nel porla per tempo perchè al risposta a questa svolta autoritaria va preparata con largo anticipo

Fonte: Ansa

Sindaci omofobi... crescono

Dopo la dichiarazioni del prosindaco di Treviso Gentilini, che nonostante le critiche tiene salda la sua poltrona e raccoglie anche la solidarieta' dei leghisti, l'omofobia dei primi cittadini si trasferisce al Sud dove il sindaco di Capaccio in provincia di Salerno, Pasquale Marino a margine di una retata della polizia in una pineta che avrebbe colto diversi uomini intenti a fare del sesso dichiara scandalizzato: "Non ci sono parole per descrivere un simile comportamento, sono episodi di una gravità assoluta, è gente malata che andrebbe ricoverata". E non contento continua "Per quanto ci riguarda rifiutiamo i soldi che abbiano una matrice gay, non credo che possano creare un indotto per la nostra città, in ogni caso, sono soldi che non vogliamo. Noi accettiamo solo il denaro di gente per bene e tranquilla senza strane idee per la testa". E dire che Marino dirige una giunta di centrosinistra, a dimostrazione che l'omofobia cieca non ha proprio confini politici nel nostro paese. Speriamo che almeno la maggioranza di centrosinistra sappia davvero segnare la differenza rispetto a Treviso, andando oltre le condanne verbali di rito per costringere a passi concreti e formali la giunta, e il sindaco, magari mandandolo anche a casa a ragionare sull'utilizzo civile e corretto del linguaggio.
Poi rincara la dose il sindaco di Sorrento, Marco Fiorentin (nella foto) dell'Udeur che non spende una parola in difesa di un dipendente della sua amministrazione sbattuto sulle pagine di un giornaletto di provincia per aver pubblicato un annuncio su un sito, ma trova tanto fiato per definire "provocatoria e offensiva" la manifestazione organizzata da Arcigay Napoli di fronte al suo municipio.

19 agosto 2007

Livorno: rivendicato da sedicente "Gruppo armato pulizia etnica" il rogo al campo rom

Sconosciuta la sigla che ha firmato il volantino, ‘Gruppo armato pulizia etnica’ rivendica il rogo al campo Rom

Con un’inquietente lettera al quotidiano ‘Il Tirreno’ un sedicente ‘Gruppo armato pulizia etnica’ ha rivendicato stamattina l’incendio al campo rom di Livorno della notte tra il 10 e l’11 agosto, in cui morirono quattro bambini nomadi. “Rivendichiamo l’attentato incendiario del campo nomadi di Livorno – si legge nel volantino – Doveva avere effetti più devastanti. Il nostro scopo è sopprimere i tanti rom che circolano nel territorio italiano, loro rappresentano la feccia dell’umanità. Siamo stanchi delle loro azioni criminali”.La sigla ‘Gape – Gruppo armato pulizia etnica’ è finora sconosciuta. La polizia ha acquisto il volantino e l’ha trasmesso alla Procura di Livorno.”Concediamo loro 20 giorni di tempo a partire dal 25 agosto per lasciare il territorio italiano e smantellare i diversi campi nomadi sparsi nella nazione – è l’ultimatum lanciato ai nomadi dal sedicente ‘Gape’ – Altrimenti ogni mese ci sarà un attentato in un campo diverso con conseguenze più gravi di Livorno”.

18 agosto 2007

Quei giorni «cileni»


«L’ambasciata di Germania ha avviato un’indagine sul trattamento nelle carceri italiane di cittadini tedeschi. Un’indagine che farà l’ambasciata di Germania dato che è impedita al Parlamento italiano. Il rifiuto di questa indagine autorizza a sospettare che non si tratta solo di voler coprire responsabilità e inadeguatezze (...) (...) ma che atti di violenza compiuti non genericamente dalle forze dell’ordine, ma da gruppi ristretti e determinati all’interno di esse, abbiano avuto copertura, avallo politico e forse incoraggiamento». Violenze con un segno politico «da clima cileno, di tipo fascista. È difficile trovare una diversa definizione. È come se si fosse lungamente attesa la possibilità di consumare una vendetta politica». Sono le parole di Massimo D’Alema, pronunciate il 26 luglio del 2001, dopo che la destra aveva respinto la richiesta di istituire una commissione parlamentare di inchiesta sui fatti di Genova. Poi la stessa destra si rese disponibile per un comitato d’indagine che frettolosamente, in una decina di sedute dal 7 agosto al 14 settembre compresa la pausa feriale, si concluse come voleva la maggioranza di allora. Un comitato del tutto inadeguato, nei tempi e nella conduzione. Basta ricordare alcuni dettagli: non si sapeva ancora che le molotov alla Diaz le avevano portate due poliziotti; e il presidente del comitato, il forzitaliota Donato Bruno, replicò più volte alle obiezioni di parlamentari del centrosinistra che quella della Diaz era stata «una perquisizione legittima». D’altra parte lo aveva sostenuto in una lunga intervista televisiva anche l’allora capo della polizia De Gennaro, che, oggi, è difficile sostenere non abbia avuto responsabilità nella gestione del disordine pubblico. Basterebbero questi cenni, insomma, per riconfermare la necessità di una commissione, come quella monocamerale che ha appena iniziato, con molte difficoltà, il suo iter.Parole inequivocabili, quelle usate all’epoca da D’Alema, che mettono in luce le responsabilità politiche quanto quelle della catena di comando, così come l’intreccio che esiste fra esse. Oggi il materiale a disposizione è immenso: fotografie, filmati, testimonianze, registrazioni. Basta volerli osservare, ascoltare e analizzare con cura e si possono ripercorrere gli avvenimenti: le violenze di strada, gli attacchi indiscriminati e ingiustificati a dei cortei autorizzati, l’assassinio di Carlo alle 17 e 27 del 20 luglio, gli scempi del 21 luglio, la macelleria messicana alla Diaz, le torture di Bolzaneto.Noi lo abbiamo fatto con un dvd che raccoglie prevalentemente la documentazione per i fatti di piazza Alimonda. Un reparto di un’ottantina di carabinieri compie una manovra insensata e ingiustificata (l’attacco di fianco al corteo autorizzato delle tute bianche, sottoposto a cariche altrettanto ingiustificate da oltre due ore), che si conclude dopo meno di un minuto con una fuga precipitosa, un invito vero e proprio ai manifestanti a corrergli dietro. Una jeep si appoggia inspiegabilmente a un cassonetto in mezzo alla strada. A poche decine di metri ci sono ottanta carabinieri e un centinaio di poliziotti. Nessuno interviene. Sulla camionetta uno degli occupanti estrae la pistola, mette il colpo in canna e minaccia di uccidere. Un manifestante lancia un estintore (poco prima, durante la fuga, i carabinieri ne portano almeno un paio) verso la camionetta. L’estintore non colpisce gli occupanti (difficile che possa entrare nella jeep, date le dimensioni del finestrino posteriore), ma cade sulla gomma di scorta e rotola per terra ad oltre quattro metri di distanza. Carlo è arrivato tra gli ultimi nei pressi della camionetta. Ha visto la scena, udito le minacce. Raccoglie l’estintore e cerca di lanciarlo per disarmare chi minaccia. Legittima difesa. La pistola esplode due colpi in rapida successione, ad altezza d’uomo (si vede con precisione la posizione orizzontale della pistola mentre spara). Il primo attinge Carlo sotto l’occhio sinistro. Il presunto sparatore dichiara più volte di non avere visto Carlo. Legittima difesa? Nessun dubbio per il magistrato e per il gip, che si avvalgono anche dell’imbroglio allestito dai consulenti: sparo per aria e sasso che devia verso il basso il proiettile, tragica fatalità.Recentemente la segreteria legale che assiste gli avvocati del Genoa Legal Forum ha prodotto un dvd che dimostra come gli attacchi al corteo autorizzato delle tute bianche in via Tolemaide fossero una scelta precisa, frutto di quella strategia politica, appunto, di cui parlò D’Alema. Non solo. Appare evidente come le azioni del cosiddetto blocco nero lascino indifferenti e inattivi i vari reparti, mentre le violente azioni repressive vengono dirette contro i gruppi pacifisti e inoffensivi. In piazza Manin si assiste al pestaggio degli attivisti della Rete Lilliput, mentre dai centri direzionali arrivano via radio ai responsabili di piazza gli inviti a «fare dei fermati», o addirittura a «fare dei prigionieri». Un’anticipazione del tenore che ispira molte comunicazioni telefoniche e radio di quelle giornate fra i vari appartenenti ai reparti operativi. Fino a quell’indegno «uno a zero per noi» di cui parla al telefono, con un collega, la poliziotta al centralino della questura.Dopo la nomina a capo della polizia, in un’intervista rilasciata a un quotidiano genovese, Manganelli ha annunciato interventi per ristabilire comportamenti accettabili. Benissimo. Ma preoccupa il chiarimento che ha accompagnato quell’affermazione: «Lavorerò nel solco tracciato da Gianni De Gennaro». Non pare proprio l’auspicio migliore. Il sabato 21 luglio, l’ex capo della polizia inviò a Genova il suo vice di allora, che giunse in città nel pomeriggio ed esautorò tutto lo staff preesistente, compreso il questore di allora, assumendo il comando esclusivo delle operazioni. A quell’ora i manifestanti stavano rientrando a casa e la cosa significativa che accade in tarda serata è proprio la macelleria messicana alla Diaz.Occorre sottolineare anche un altro intreccio pericoloso per la stessa democrazia, quello tra potere e informazione. Ne offrono un esempio le notizie e i commenti che la televisione diede di quelle giornate: sarebbe troppo sbrigativo attribuirli alla fretta o alle incertezze. Dalle teche della Rai è possibile estrarne un florilegio. Vediamoli.Erano trascorse da qualche secondo le ore 20 del 20 luglio 2001, più di due ore e mezza dall’omicidio, quindi. Le infermiere del Genoa Social Forum e i medici del 118 avevano già constatato da più di due ore il foro d’ingresso del proiettile sotto l’occhio sinistro di Carlo, ma al Tg1 riferivano ancora di pietre lanciate dai manifestanti e di investimenti da parte di una camionetta (gli investimenti ci sono stati, sottovalutati nel corso della perizia autoptica, ma non costituiscono la causa principale della morte). Eppure lo stesso Tg1, nell'edizione delle 18, aveva mandato in onda la precisa dichiarazione di un ragazzo: «Gli hanno sparato, non so se con un lanciarazzi o con un proiettile, è stato colpito qua (e si tocca l'occhio), io ero a cinque metri, potevano colpire anche me». Sull'immagine del ragazzo e sulle sue dichiarazioni il Tg3 delle 19 aveva addirittura aperto il servizio di Riccardo Chartroux. Ma l’ammiraglia dell'informazione pubblica ha ben presente chi comanda adesso, chi si deve servire. E poi, che diamine, come si fa a considerare affidabile un ragazzo che si è arrogato il diritto di dimostrare contro il G8 e tanto sfacciato da portare addirittura un cappuccio, vistosi occhiali da sub alzati sulla fronte, al collo qualcosa che assomiglia a una kefia! No, le veline del potere e degli apparati debbono prevalere. Puntualmente, nello stesso Tg1 delle 20, Antonio Caprarica ne cita una: «Le rappresentanze delle forze di polizia respingono come una provocazione la tesi del colpo di pistola». D’altra parte ci aveva provato anche il vicequestore Adriano Lauro a negare l’evidenza. Recentemente promosso, fra i tanti, Lauro dirigeva il contingente dei carabinieri che operava in piazza Alimonda ed è responsabile dell’assurda e ingiustificata manovra del reparto che portò all’omicidio di Carlo. Quando nella piazza arriva la telecamera, si esibisce in un goffo inseguimento dell’unico manifestante presente, accusandolo di aver ucciso Carlo «con il tuo sasso». Una vera e propria pièce cinematografica che ha anche l’obiettivo di coprire uno degli atti più vergognosi e indegni di quelle giornate: un carabiniere aveva spaccato con una pietrata la fronte di Carlo, che ora giace lì, al centro della piazza. Torniamo alla tv. Nel telegiornale, con il solito artificio dubitativo, lo stesso Caprarica iscrive d’ufficio Carlo ai black bloc («… era spagnolo, appartenente, sembra, alle frange estreme del movimento…»). Poi, in diretta da una delle sale di Palazzo Doria-Spinola, sede della prefettura, dà notizia così del disagio dei cittadini genovesi: «… lo spettacolo che Genova presentava in questi giorni era strabiliante, e andando un po’ in giro per il centro, parlando con i residenti, quei pochi che sono rimasti nelle loro case, si avvertiva un senso di frustrazione, di rabbia, insomma ce l’avevano con i manifestanti perché capivano che queste iniziative non pacifiche, violente impedivano alla città di godere di quel palcoscenico internazionale per il quale si era preparata in tutti questi anni». Al palcoscenico casereccio appartenevano senz’altro i limoni finti, le facciate delle case di cartapesta, la litania sulle mutande stese, cioè le questioni che avevano costituito il principale impegno del presidente del consiglio di allora. Facevano parte della scenografia anche le inferriate alte cinque metri con le quali era stato ingabbiato tutto il centro storico di Genova. Il fatto che rendessero assai difficoltoso, quando non addirittura impossibile, il transito ai residenti non era notizia significativa. Fra gli ospiti di un Porta a porta allestito per la bisogna, Bruno Vespa aveva invitato anche Gianfranco Fini, l’allora vicepresidente del consiglio. Nella giornata Fini era stato presente in tutti i luoghi nei quali si dirigeva il disordine pubblico, in particolare al Forte San Giuliano, sede del comando provinciale e regionale dell’arma dei carabinieri e centrale operativa, dove era accompagnato da un nugolo di parlamentari del suo partito e della maggioranza. Fra questi Filippo Ascierto, deputato di un collegio padovano, maresciallo dei carabinieri e responsabile di An per la sicurezza (di questo signore vale la pena di ricordare che ospitava sul suo sito internet un testo che confutava le camere a gas e attribuiva la morte di alcuni ebrei a un errore di dosaggio nello spargimento di antiparassitari). Fini non ha dubbi. Il tempo di pronunciare le solite parole di circostanza sulla perdita di una giovane vita, poi dètta la sentenza: «Gli occupanti della camionetta erano sottoposti a linciaggio, la legittima difesa è prevista dal nostro ordinamento». Sullo schermo dello studio è quasi sempre presente la fotografia delle Reuters che, scattata con un potente teleobiettivo, ha ingannato tutti sulla effettiva distanza di Carlo dalla camionetta, esasperando così la pericolosità del suo gesto difensivo. Osservando la fotografia, Fini interrompe Vespa e gli suggerisce un’allucinante precisazione: «Più che un estintore sembra una bombola di gas!». Al che Vespa, col cappello in mano, aggiunge: «Sì, verosimile!».Per fare informazione ci vuole dignità. Un esempio lo offre, con il suo editoriale sull’Unità del 21 luglio, Furio Colombo: «C’è un ragazzo ucciso in maniera sudamericana, colpito e poi investito da una jeep. Persino se la tragedia è stata causata da panico e da perdita di controllo il fatto rimane gravissimo… Alla tragedia della giovane vita perduta in modo così barbaro, ai feriti, alle distruzioni si aggiunge l’umiliazione di vivere in un paese allo sbando dove manca la capacità di prevedere e di intervenire senza violare regole di civiltà».

17 agosto 2007

La "tolleranza zero" del ministro Amato e il sovversivismo delle classi dirigenti


Il 15 agosto il Ministro dell'Interno, Giuliano Amato, ha conscluso la consueta conferenza stampa di Ferragosto sulla sicurezza nel Paese, annunciando la sua intenzione di adottare in Italia la linea di Rudolph Giuliani (che da sindaco di New York ha sviluppato una delle dottrine più reazionarie nel campo del governo della sicurezza del territorio). Per chi non lo sa, appartiene a questa scuola lo slogan della "tolleranza zero" che tutti sentiamo ogni giorno agitare dagli imprenditori della paura.Si parla, da un po' di tempo a questa parte, di un processo di americanizzazione della nostra società, forse con un certo ritardo, dato che questa tendenza non si evince da oggi, dal tentativo esplicito di orientare verso il bipolarismo pesidenziale la riforma elettorale o nell'indebolimento sistematico e concentrico delle organizzazioni che difendono gli interessi collettivi. Prima ancora che questa tendenza arrivasse a maturazione, quella che è cambiata nel nostro paese è la narrazione prevalente, che nel simbolico, nella grammatica pubblica, ha prima delegittimato la questione sociale come variabile rispetto allo sviluppo economico, e poi, ha costruito sulle categorie dell'esclusione tutta la questione securitaria. Si è iniziato disciplinando la forza lavoro alle esigenze della flessibilità e si è poi esteso il concetto alla precarietà dell'esistente, alla crimanlizzazione di qualsiasi "marginalità".Questo processo di scivolamento autoritario dura da anni, ed ha una specificità tutta italiana, che potremmo definire il sovversivismo delle classi dominanti. E il rigore monetario dei banchieri di Mastricht che presuppongono lo stato sociale minimo, è di questa logica la quadratura del cerchio: si riconfigura il ruolo dello Stato, si cancella ogni possibilità di contrattazione sociale e si bandisce il conflitto in nome della compatibilità, della stabilità, di un governo di pochi interessi in dialettica tra loro.Oggi il dibattito nella maggioranza al governo del paese delinea due opzioni di società con differenti linguaggi, sintetizzabili in pochi interrogativi: al centro della questione politica il risarcimento sociale o il risanamento economico? I diritti esigibili o quelli variabili? La precarietà o la stabilità? La sicurezza o la vivibilità dei territori? Queste dicotomie presuppongono sul piano simbolico e materiale due distinte narrazioni, che mi pare stiano sempre più emergendo fra una "sinistra sociale" ed il nascente Partito democratico. Ed è questa la sfida da rilanciare per intero nella manifestazione del 20 ottobre. Il welfare, infatti, - e l'appello è già parte di questa riflessione - non è solo Legge 30 e pensioni, ma anche politiche sociali, precarietà dei diritti e delle condizioni di vita di operatori e utenti, è la grande questione delle politiche dell'abitare, ed è soprattutto la definizione di un piano strategico di lotta alla povertà basato sul rispetto dei diritti esigibili. E' dal valore aggiunto delle lotte materiali che i diritti sociali e civili crescono, perchè con essi cresce un'idea di società nuova, e noi dobbiamo lanciarla questa idea, proiettarla nel futuro investendo in un percorso di ricerca che intrecci le vari questioni come dinamica ricompositiva di un nuova soggettività sociale. Oggi l'esclusione dai soggetti dai diritti non avviene soltanto nella limitazione dell'accesso allo stato sociale, non avviene semplicemente declinando in emergenza securitaria l'esclusione sociale, ma si produce anche sul piano dei pronunciamenti etici, nel tentativo di definire in chiave neofamilista il welfare che esclude le coppie di fatto, come dall'assetto istituzionale di un federalismo fiscale che accentua le diseguaglianze fra regioni anziché attenuarle.La nostra storia, quella dei nostri nonni, e delle loro madri, ha visto più volte considerare i nuovi venuti, i nuovi poveri, portatori d'inciviltà, anche all'interno della classe stessa. Ma abbiamo anche visto come dai nuovi venuti sia cresciuto un popolo di uomini e donne in cammino, che rivendicando dignità acquistava potere derivante dalle forme autorganizzative e solidali che quel movimento si dava. Noi qui stiamo, tutti potenzialmente esclusi, tutti a rischio di precarietà e in attesa di diritti. "Uniti siamo tutto / divisi siam canaglie", diceva una frase che circolava tra i lavoratori di Reggio Emilia un secolo fa, una frase che faremo bene a scrivere in molti degli striscioni che porteremo in piazza il 20 ottobre, perchè oggi è più attuale che mai.

Francesco Piobbichi
Responsabile Politiche sociali Prc-Se

16 agosto 2007

Brescia: Molotov contro la moschea

Intorno alle 22 di ieri due molotov sono esplose senza fare Cautela degli investigatori della Digos, ma i musulmani non hanno dubbi "Vogliono farci saltare i nervi per scatenare una repressione indiscriminata"

Ancora un attentato incendiario contro una moschea in Lombardia. Stavolta ad essere colpito è stata quella di Brescia, in via Corsica 221. A denunciare l'episodio, avvenuto poco prima delle 22 di ieri, è il portale di informazione musulmana islamonline.it, che riferisce della detonazione di due bottiglie incendiarie, la notte scorsa, in uno dei due sottopassi che portano alla sede della comunità islamica di Brescia. Sul caso sta indagando la Digos di Brescia. Ma al momento gli investigatori, sulla base dell'assenza di danni materiali e di evidenti tracce di esplosione, non si sbilanciano sulla ricostruzione del fatto. Dal canto loro gli islamici bresciani denunciano con vigore l'attacco. "Con questo gravissimo gesto - si sottolinea nella nota di islamonline.it - ci troviamo di fronte a un preoccupante salto di qualità nella strategia aggressiva nei confronti dei luoghi di culto musulmano in Italia, per l'ora in cui è avvenuto e per il luogo, uno dei centri islamici più importanti, molto frequentato e in procinto di iniziare la costruzione di un significativo ampliamento per il quale è già stata concessa la licenza edilizia". Qusto di Brescia, infatti, non è il primo attentato avvenuto negli ultimi giorni contro un luogo di culto islamico. La moschea di Abbiategrasso, comune dell'hinterland di Milano, è stato bersagliato già da due attacchi incendiari nel giro di un paio di settimane. Secondo la nota degli esponenti della comunità islamica "qualcuno vorrebbe far saltare i nervi ai musulmani in modo da poter scatenare una repressione indiscriminata, per tanto è necessario non reagire a nessuna provocazione, organizzare la sorveglianza e fare pressioni sulle autorità di pubblica sicurezza, affinché si attivino per garantirci una serena fruizione dei nostri centri di aggregazione e formazione spirituale e culturale". L'invito è di dotare i luoghi di culto di "efficienti sistema di difesa passiva: impianti di video sorveglianza, dispositivi antieffrazione, impianti antincendio".

15 agosto 2007

La galera non aiuta la sicurezza collettiva. Un nuovo codice e sanzioni alternative


Il caso di Sanremo, l'orrore e la Giustizia. Proposte oltre le polemiche


Di fronte a un fatto così tragico quale quello di Genova, in cui il Pm, in mancanza di gravi indizi di colpevolezza, non ha chiesto l'arresto di un indagato che ha poi colpito mortalmente una donna di 33 anni - sua ex-fidanzata - è inaccettabile la strumentalizzazione che da più parti si è fatta del dolore dei familiari della vittima, per finalità che nulla hanno a che vedere con la Giustizia. Ed è altrettanto inaccettabile la demagogia di chi - di fronte ad altri fatti, meno gravi ma altrettanto complessi e delicati - si limita ad invocare sempre, e solo, più carcere, pur in presenza di una incontestabile realtà che dimostra come, spesso, questo non solo è inutile, ma controproducente e dannoso. Un esempio? Gli Stati Uniti, dove negli ultimi dieci anni sono stati costruiti più carceri che scuole e ospedali e dove vi è stato un aumento esponenziale della criminalità da far impallidire tutti i Paesi europei. Un altro? In Italia chi sconta l'intera pena in carcere ha un tasso di recidiva del 68%, mentre chi sconta pene diverse dalla detenzione ha un tasso di recidiva dell'11-12%. Il carcere, lo dimostra la realtà, è in molti casi inefficace non solo per i detenuti (non aiuta il reinserimento ma aumenta la recidiva), ma anche per la sicurezza della collettività (ogni condannato recuperato è un danno e un pericolo in meno per i cittadini) e per le vittime dei reati (sarebbero ben più utili attività riparatorie e/o risarcitorie).E' del tutto illogico, quindi, trasformare ogni drammatico fatto di cronaca in un pretesto per proporre nuove restrizioni, immaginare nuovi reati. Il che, d'altra parte, non significa non interrogarsi su fatti che comprensibilmente creano sconcerto e reazioni di dolore e di rabbia. Porsi dei dubbi è doveroso, ma - prima di fare "riforme che si trasformano in controriforme" (cosa ben diversa da una efficace opera di prevenzione che non necessita di alcun intervento legislativo) - occorre riflettere con serietà e razionalità sulle diverse opzioni possibili: perché l'emotività ha sempre portato a scelte sbagliate in materia giuridica (e il senso comune spesso fa a pugni col buon senso). Ci vuole mente fredda in un cuore caldo. Gli isterismi collettivi creano maggiore insicurezza, alimentano la sfiducia nella giustizia senza contribuire alla soluzione dei problemi, che non sono certo semplici. Chi ricopre posizioni di responsabilità ha il dovere di non ignorare la realtà e, nel contempo, di non cavalcare proposte di facile applauso immediato ma inefficaci e dannose. Allora, cerchiamo di fare un po' di chiarezza e di separare questioni diverse che sono state accomunate, creando solo confusione. Cominciamo dagli attacchi alla legge sulla custodia cautelare (mi riferisco alla polemica tra il Pm e il Capo della mobile di Genova).
Il magistrato, che ha dimostrato alta sensibilità morale e giuridica, ha dichiarato di aver applicato la legge e non vi è motivo, sulla base di quanto emerso, per dubitarne. Suo compito era quello di decidere se richiedere, o meno, un'ordinanza di custodia cautelare valutando gli elementi esistenti (non quanto avvenuto successivamente). L'attuale legge sulla custodia cautelare, del resto - e va detto con forza - è la migliore possibile, in quanto concilia la doverosa tutela della collettività e dei singoli, con il dovere giuridico di evitare, per quanto possibile, l'arresto di innocenti. E', in breve, ciò che distingue uno Stato di diritto da uno Stato di polizia. Ecco perché, per un provvedimento restrittivo della libertà personale, sono necessari quei "gravi indizi di colpevolezza" (l'indizio è molto meno della prova necessaria per una sentenza di condanna) che, nel caso specifico, il Pm e gli investigatori che con lui collaboravano, hanno ritenuto insussistenti. Una norma, quella prevista dal codice, per nulla "indulgente" o "lassista": lo conferma il fatto che sono di gran lunga più numerosi i casi di arrestati risultati innocenti di quelli di colpevoli nei cui confronti non sia stata accolta una richiesta di custodia cautelare (e ciò malgrado il principio costituzionale della presunzione di non colpevolezza). La limitazione delle garanzie va a scapito, infatti, non dei colpevoli ma degli innocenti e ogni innocente condannato significa un colpevole rimasto in libertà e che continua a commettere reati. Troppo spesso si dimentica che, fino a qualche anno fa, la carcerazione preventiva - definita anche la "lebbra del processo penale" - poteva durare 12-14 anni anche in presenza di indizi labili ed era immenso il numero di imputati incarcerati ingiustamente.I genitori di Maria Antonia, la donna uccisa a Genova, provati da un dolore senza fine, hanno il diritto di esprimere in ogni modo le loro critiche e le loro "accuse". Chi ha ruoli di responsabilità, invece, deve essere più lucido ed evitare di proporre modifiche che accentuerebbero i rischi sia di errori che di delitti tanto orrendi. Non è con l'emergenza o rimpiangendo un passato che si sperava definitivamente superato, che si migliora la giustizia e si garantisce la sicurezza dei cittadini. E veniamo al secondo punto: abbiamo, in Italia, un codice penale di stampo autoritario che risale al 1930 e che quindi, in più punti, contrasta con i principi costituzionali. Basti pensare ai casi di responsabilità oggettiva, ai numerosi reati anacronistici e al fatto che le uniche pene previste siano il carcere e la multa, spesso non adeguate alla condotta illecita che si intende punire (un esempio: fino a sei mesi di carcere per "rappresentazione abusiva di spettacolo teatrale o cinematografico"). Sono invece completamente ignorati comportamenti delittuosi nuovi e diffusi, quale quello di cui era già vittima Maria Antonia: le molestie e le minacce persistenti (il cosiddetto stalking, dall'inglese "perseguitare", di cui sono quotidianamente vittime tante donne). Se quel comportamento fosse già stato reato, il magistrato avrebbe potuto prendere tutti i provvedimenti necessari per impedire quell'omicidio. Non con un carcere preventivo basato su sospetti labili che, se generalizzato, rischierebbe di colpire tanti innocenti, ma con una norma "preventiva", specifica e mirata. Ecco perché è necessario e urgente un nuovo codice penale, accompagnato da una ampia depenalizzazione (che non equivale affatto a impunità ma significa immediata ed efficace sanzione amministrativa). Un nuovo codice per cancellare le tante fattispecie ormai polverose e, soprattutto, per introdurre un diverso sistema sanzionatorio che preveda, oltre alla pena detentiva e a quella pecuniaria, anche pene interdittive e prescittive (come i lavori socialmente utili e le attività riparatorie) in molti casi più efficaci, con una minore recidiva e un maggiore reinserimento sociale. La giustizia non può, e non deve, essere né vendetta nè ricerca di capri espiatori, ma accertamento delle responsabilità e commissione di sanzioni eque, proporzionate quindi all'effettiva colpevolezza.Questa mattina, al bar, un gruppo di persone, commentando i fatti di questi giorni, invocavano a gran voce la pena di morte. Avrei voluto rispondere che chi è pronto a sacrificare le libertà fondamentali per briciole di temporanea (e apparente) sicurezza, finisce col perdere la libertà senza ottenere la sicurezza. Ho invece pensato che, proprio perché non si può e non si deve sottovalutare il comprensibile allarme suscitato da fatti così gravi, non ci si può limitare a contrastare chi cavalca strumentalmente il dolore e la paura, ma è indispensabile ricreare, anche a sinistra, una cultura realmente garantista e operare, quotidianamente, per una giustizia degna di questo nome.

Giuliano Pisapia

14 agosto 2007

Carceri, sette morti dall'inizio di agosto


Dossier di Ristretti Orizzonti. L'età media è di 35 anni

Era in isolamento e "sorvegliato speciale", 32 anni, egiziano: si è ucciso impiccandosi il 7 agosto nel carcere di Verziano, in provincia di Brescia. Era stato arrestato la settimana scorsa, accusato di aver venduto una dose di cocaina, rivelatasi letale, alla giovane marocchina morta per overdose a Desenzano. Dopo l'arresto era stato prezioso per le indagini, aveva deciso di collaborare consentendo di arrestare altri due trafficanti, acquirenti di parte della cocaina tagliata con tropocaina in circolazione nel Bresciano. Il giovane nordafricano si è impiccato alla porta della cella, nel quarto d'ora intercorso tra la visita del medico, a cui aveva chiesto un ansiolitico per poter dormire, e il giro di controllo degli agenti di polizia penitenziaria. E' una delle storie raccolte dal dossier "Morire di carcere'' di Ristretti Orizzonti , che nella prima settimana d'agosto registra già 7 morti, nelle carceri di Velletri, Regina Coeli, Bolzano, Pavia, Vigevano, Locri e Brescia: 2 i suicidi, una morte è stata causata da un "cocktail" di farmaci e droghe, 4 da "cause naturali" non meglio precisate. L'età media dei detenuti che hanno peso la vita è di 35 anni. Il secondo suicidio è avvenuto l'8 agosto nel carcere di Vigevano: si è impiccato un detenuto italiano di 40 anni che stava scontando una pena residua di un anno. «Forse anche per la complicità delle ferie, in corso o incombenti, finora quasi nessuno ha speso una parola su questa vera e propria strage di persone relativamente giovani e relativamente sane che improvvisamente vengono ritrovate cadavere nelle rispettive celle. - sottolinea il dossier - Eppure questa "epidemia da carcere" ha proporzioni davvero allarmanti: se si manifestasse con la stessa virulenza tra la popolazione libera - fatte le debite proporzioni - ogni anno in Italia "perderemmo" 300mila trentenni, deceduti quasi tutti per "cause naturali". Una catastrofe, una piaga biblica». Ma se questo succede in carcere, «rischia di essere tutto nella norma. Stiamo parlando di persone drogate, alcoliste, malandate nel corpo e nella mente, con aids, tubercolosi, epatiti e quanto altro. - prosegue il dossier - Infine - ma non per ultimo - sono "delinquenti", perciò se nel corso della "meritata espiazione" qualcuno non regge, la sua morte non fa neppure notizia». Secondo i dati aggiornati al 30 giugno 2007, diffusi dal ministero della Giustizia, sono 43.957 i detenuti nelle carceri italiane, il 95,6% uomini; 14.509 sono in attesa di primo giudizio, mentre 17.042 stanno scontando una pena definitiva. La maggior parte è concentrata nella fascia di età 30-34 (17,4%) e 35-39 (16,17%); il 34,6% ha un titolo di studio di media inferiore, il 18,2% quello di scuola elementare e l'1,7% è analfabeta. L'1% è laureato. Oltre 15mila detenuti hanno figli, 2.972 ne hanno 3, 1224 ne hanno 4 e 6 poco più di 2006. Prevalgono i reati connessi a prostituzione (29,1%), droga (15,1%), armi (16%) equelli contro la persona (16,5%). Le donne detenute sono 1.922; 650 scontano una condanna definitiva, 25 un ergastolo, 29 una pena di oltre 20 anni; la maggior parte ha una condanna che prevede dai 3 ai 5 anni di detenzione. Nel primo semestre 2007 gli ingressi dalla libertà sono stati 45.810, il 48% di soggetti stranieri (21.888).

13 agosto 2007

Verona: Il Sindaco Tosi vuol mandare i rom sotto i ponti


Nel campo nomadi di Boscomantico a Verona, che il sindaco leghista anti-zingari vuole sgomberare. Scaduta la convenzione tra Comune e associazioni, ora gli abitanti rischiano di tornare per strada: «Non vogliamo tornare a vivere in mezzo ai topi»



Desdemona si alza alle cinque e mezza del mattino e percorre più di tre chilometri a piedi per raggiungere la fermata dell'autobus con cui arriva in stazione. Di lì prende un altro mezzo che la porta nel quartiere dove lavora. Alle nove, nove e mezza termina le pulizie previste, riprende l'autobus fino alla stazione e poi un altro con cui attraversa la città per recarsi in un secondo luogo di lavoro, dove resta fino alle sei del pomeriggio. Alle sei di nuovo autobus fino in stazione, poi un altro per tornare al luogo di lavoro del mattino. La giornata finisce alle ventuno, quindi di nuovo autobus, di nuovo qualche chilometro a piedi e poi finalmente casa. O meglio baracchina, visto che Desdemona è una delle donne rom rumene che risiedono al campo di Boscomantico a Verona, quello che il sindaco leghista Flavio Tosi vuole chiudere.Desdemona ci abita con i suoi quattro figli, Maria di nove anni e Vasile di otto, che frequentano le elementari, Alexandra di quasi tre, Larissa di quindici mesi, e con il marito Dumitru, che ha subito una brutta operazione all'esofago e non può fare lavori pesanti. Desdemona ha 24 anni ed è arrivata in Italia da sola quando ne aveva 19, nascosta con altri in un camion di aiuti umanitari di ritorno dalla Romania. Era già sposata e aveva due bambini piccoli. Aveva dei conoscenti a Verona, al campo della Spianà, un immondezzaio a cielo aperto in cui vivevano circa duecento rom rumeni. Suo marito Dimitru, che ha 32 anni, l'ha raggiunta in un secondo tempo: «Sono stata per sei mesi alla Spianà - racconta Desdemona - ero incinta e ho perso la bambina, è morta prima di nascere. Poi il sindaco Paolo Zanotto (eletto nel 2002, centrosinistra, ndr) ci ha spostato nello stadio». L'esperienza del campo, allestito in uno dei grandi parcheggi adiacenti al Bentegodi e affidato all'Opera don Calabria, dura un anno. Poi l'Opera, in accordo con il Comune, trasferisce le famiglie con bambini in età scolare nelle ex scuole alla Monsuà, località alle porte di Verona, e lascia in strada un centinaio di persone, con moltissimi bambini piccoli. Il deciso intervento del coordinamento antirazzista Cesar K (sciolto nel 2004), del csoa La Chimica e del Circolo Pink, le tre realtà di movimento attive in città, costringe il Comune a prendersi cura di donne e bambini, che vengono ospitati prima in un asilo da ristrutturare, poi in un pensionato. Infine per loro vengono allestite delle roulottes nell'area adiacente al piccolo aeroporto di Boscomantico. Ma molte famiglie del campo allo stadio, fra cui quella di Desdemona, sono fuggite nella boscaglia che costeggia l'Adige. I primi freddi li costringono a cercare riparo sotto uno dei cavalcavia all'uscita della città. Sono un centinaio di persone con la consueta altissima percentuale di minori. Anche stavolta è risolutivo l'intervento delle associazioni antirazziste, che fanno pressione sul Comune perché si occupi di questa comunità. Le famiglie vengono censite e trasferite accanto alle altre, non in roulottes ma nelle baracche abbandonate del quartierino di Boscomantico dove risiedevano i militari dell'Aeronautica. Nasce così il campo di Boscomantico 1, affidato dal Comune alla Comunità dei giovani, una struttura del privato sociale che si è occupata fino ad allora di tossicodipendenza ed emarginazione. Desdemona con la sua famiglia abita in una delle baracche. Nel 2005 esplode l'operazione «Gagio», un'inchiesta a più filoni - pedofilia e sfruttamento di minori, spaccio di sostanze stupefacenti, favoreggiamento dell'immigrazione clandestina - che coinvolge alcuni rom dei campi di Boscomantico e della Monsuà e parecchi «gagi». Un pasticciaccio che tiene banco sui media locali per tutta l'estate e che costringerà alle dimissioni l'allora assessore ai Servizi Sociali e all'Immigrazione Tito Brunelli. Dopo la bufera giudiziaria, il Comune decide di chiudere l'esperienza di Boscomantico 1, anche perché l'Aeronautica rivuole indietro l'area, e sposta la comunità rom su un terreno di proprietà comunale. Nasce così «Boscomantico 2», che viene dato in gestione all'Opera don Calabria e alla cooperativa Azalea. Scaduta la convenzione con il Comune il 30 giugno scorso, nuove nubi si addensano sulla comunità rom rumena, che pure nel frattempo è diventata «europea» a tutti gli effetti.Uno degli slogan più gettonati della campagna elettorale del neoeletto sindaco Tosi riguardava proprio la chiusura di Boscomantico 2. Ma al campo ci sono una settantina di minori - di cui quaranta vanno a scuola - e parecchi adulti che lavorano, intorno istituzioni - tra cui la Curia - e associazioni che rivendicano la positiva esperienza di integrazione della comunità rom. Il sindaco non ha cambiato idea - il campo chiuderà - ma i tempi si allungano, per dar modo agli operatori e ai cittadini di buona volontà di trovare lavoro e casa per le famiglie rom: «Siamo spaventati - dice Desdemona - perché pensiamo che dovremo stare nei boschi ma non andremo via da Verona. Non abbiamo un posto dove andare e i bambini sono nati qui. I due che vanno a scuola, quando sentono che dobbiamo andarcene, piangono disperati. Non vogliamo tornare in mezzo ai topi, come alla Spianà, dove il bambino di quattro mesi di mia cugina è morto perché un topo gli ha mangiato il naso. Io lavoro e in questi giorni devo firmare il contratto, quando ho sentito che mi davano il posto volevo baciare la terra. Poi penso che ci mandano via...».

12 agosto 2007

Livorno, brucia la baracca Morti quattro bimbi rom


La strage in un rifugio sotto un cavalcavia. Forse i genitori li avevano lasciati soli. Lo zio: «Erano lì perché il campo era pieno». Il comune dichiara il lutto e sospende una festa, protesta dei commercianti per i mancati guadagni



«Un tragico incidente». Nel tardo pomeriggio il sostituto procuratore Antonio Giaconi sembra scartare ogni altra ipotesi sul rogo che ha consumato la vita di quattro bambini. «Vivevano» in una baracca sotto un cavalcavia autostradale nella zona industriale di Livorno. Ma non consola sapere dal magistrato che i tre fratelli Eva, 12 anni, Danchiu, 8 anni, e Nangi, 4 anni, con il loro amichetto Lenuca, 6 anni, sarebbero morti per colpa di una candela o del fuoco del bivacco. Per una disattenzione dei «grandi». Che poi hanno spiegato agli investigatori che alcuni sconosciuti avrebbero gettato delle molotov contro le baracche. Né tantomeno aiuta a recuperare serenità la protesta di alcuni commercianti, irati perché l'amministrazione comunale ha sospeso in segno di lutto gli spettacoli della festa cittadina al quartiere Venezia.Un sabato terribile per Livorno. Iniziato poco dopo la mezzanotte, quando alcuni automobilisti segnalano un incendio di sterpaglie a Stagno, alla periferia nord della città. Arrivano i vigili del fuoco. Si accorgono che a bruciare sono sei baracche sotto un ponte autostradale. Spengono le fiamme. «Solo dopo gli uomini si sono accorti dei corpi», racconta il comandante Alessandro Carraresi. Sono quattro bambini, i corpi sono semicarbonizzati. Quando i vigili arrivano ci sono anche degli adulti. Poi fuggono via. Li troveranno dopo un paio d'ore, sconvolti, nei pressi della stazione.Si scopre che si tratta di rom rumeni, originari di Brasov. Avevano allestito un miniaccampamento da poco più di un mese. Sotto il ponte, dove prima c'erano delle cucce per cani. «Stavano per conto loro, e non rubavano nemmeno un ortaggio - racconta al Tg1 un signore anziano masticando un sigaro - ero io che portavo loro qualche pomodoro». Sua moglie non si dà pace: «A volte mi davano una mano quando vedevano che stavo raccogliendo i pomodori. Volevano imparare l'italiano. Io scrivevo le parole su un foglio, loro le copiavano». Qualcuno dice che le autorità erano state avvisate. I vigili urbani avevano risposto che quel gruppo «era in attesa di sistemazione».Sognavano un posto in un campo. Ma di posto non ce n'era, spiega il marito di Maria, sorella dei tre piccoli morti. «Noi stiamo a Pisa. Anche la famiglia di mia moglie aveva cercato di venire ad abitare con noi. Ma nel campo non c'erano più posti disponibili. Così un paio di mesi fa hanno dovuto cercare un'altra sistemazione. L'avevano trovata qui, sotto questo cavalcavia». Accanto a lui Maria, che ha quindici anni, piange. In questura la giornata trascorre tra interrogatori e sopralluoghi. I genitori dei tre piccoli morti insistono nel dire che stavano dormendo. Che non c'erano fuochi accesi. Che qualcuno potrebbe aver dato fuoco alla baracca. Alla fine della giornata il pm Giaconi tira le somme: «Con gli elementi che abbiamo possiamo scartare l'ipotesi del dolo e propendere per quella dell'incidente. Con la conseguente gravissima negligenza dei genitori di aver lasciato da soli i bambini». Un aiuto alle indagini potrà arrivare dall'autopsia dei piccoli corpi, fissata per domani.Vivevano sotto un cavalcavia e sognavano un posto in un campo. Ma di posto non ce n'era. A Pisa il campo ufficiale di Coltano è pieno. E quello che da sei anni è al Ponte delle Bocchette, con un centinaio di residenti, dovrebbe essere sgomberato a breve come già successo all'altro insediamento abusivo del Cep. «Con quali risultati - si chiedono retoricamente il Lab Rebeldìa e le associazioni Africa Insieme e Mezclar - visto che i rumeni si sono spostati solo di qualche centinaio di metri, mentre in compenso i loro problemi si sono aggravati?».


Treviso: Sfida gay a Gentilini



In 500 al kiss-in davanti al comune di Treviso. Ma lo «sceriffo» leghista non si fa vedere. L'Arcigay: «Faremo qui una manifestazione nazionale contro l'omofobia»




Il kiss-in c'è stato. La pacificazione no. Oltre cinquecento persone hanno affollato ieri mattina il municipio di Treviso, rispondendo all'appello di Arcigay Veneto alla mobilitazione dopo le parole del prosindaco leghista Giancarlo Gentilini che farneticava di «pulizia etnica» contro gli omosessuali. Cinquecento persone, uomini, donne, tanti giovani, gay e lesbiche, eterosessuali, di Treviso e del Veneto. Qualcuno anche da fuori regione. Lo sceriffo leghista non s'è fatto vedere. E anzi ha fatto sprangare le finestre del suo ufficio in comune. Le scuse richieste dalla comunità gay e non non ci sono state. Del resto, difficile pensare che un personaggio come Gentilini potesse davvero tornare sui suoi passi. I manifestanti portavano al petto un triangolo rosa, il simbolo dei detenuti omosessuali deportati dai nazisti. L'onorevole Franco Grillini ha voluto sottolineare che «Gentilini fa abusivamente il sindaco e Gobbo dovrebbe vergognarsi di fare da prestanome alle sue esternazioni. L'unica cosa illegale - ha aggiunto Grillini - è proprio lui, Gentilini». Colorata, rumorosa, la manifestazione ha attirato anche molti trevigiani che pur rimanendo ai margini hanno comunque voluto portare la loro solidarietà. Dopo l'ennesimo sproloquio di Gentilini a Treviso, dicono in molti, qualcosa si è mosso. Le esternazioni razziste e omofobe del prosindaco non sono poi così condivise dai suoi concittadini. E ieri sono stati in tanti a volerlo far sapere ai manifestanti. Assieme all'Arcigay c'erano anche i giovani del laboratorio sociale Ubik Lab di Ponzano Veneto (in provincia di Treviso). Nel suo intervento alla manifestazione un portavoce di Ubik Lab ha sottolineato che «queste dichiarazioni alimentano e incoraggiano atteggiamenti di intolleranza e violenza di tutti quei personaggi che nel nostro territorio sono riconducibili a formazioni neonaziste e tanto care al pro sindaco di Treviso. Proprio per opporci a questa mentalità xenofoba e nazista siamo anche noi al fianco di tutti quei cittadini democratici che non sono disposti a subire in silenzio il ritorno di ideologie appartenute al periodo più buio della nostra storia». Quindi ha concluso dicendo che «crediamo che le diversità siano una valore per la società, certo è molto più complicato cercare un dialogo e una convivenza con altri diversi da noi ma siamo convinti che il confronto e la contaminazione rappresentino un valore». Prima che il kiss-in iniziasse le forze dell'ordine hanno fatto sapere di aver fermato tre giovani appartenenti a formazioni di estrema destra. La gente è comunque arrivata davanti al Municipio a gruppetti, chi a mano, chi sventolando la bandiera della pace. Un lungo striscione rosa senza scritte ha impacchettato simbolicamente la facciata del municipio e quindi i presenti si sono scambiati lunghi baci. Qualche sbirciatina verso le finestre del comune che sono rimaste chiuse. «Voglio dire grazie a tutta l'altra Treviso», ha detto Aurelio Mancuso, presidente nazionale dell'Arcigay, che ha invitato i partiti a fare «pulizia etnica» al loro interno, parafrasando quanto detto dal vicesindaco di Treviso a proposito degli omosessuali. «Questa manifestazione - ha aggiunto - non sarà l'ultima. Sarà la prima di una lunga serie che porterà allo svolgersi, proprio a Treviso, di una grande manifestazione nazionale contro l'omofobia». Per gli esponenti di Arcigay infatti «Treviso e l'Italia sono stufe di avere amministratori pubblici come Calderoli, Di Piazza, Prosperini, Tremaglia o Giancarlo Gentilini, tutti omofobi della peggior specie». Quanto alla manifestazione di ieri Mancuso ha voluto sottolineare che la «miglior risposta alle parole del prosindaco è la decisione di un gruppo di ragazzi di istituire un comitato di Arcigay anche qui nella città dello sceriffo». Dove i gay non hanno avuto mai vita facile, come hanno raccontato alcuni giovani omosessuali locali, «difficile - hanno detto - vivere apertamente la nostra sessualità in questo Veneto, ancora molto bigotto e cattolico».Da segnalare la presenza di Franco Miracco, portavoce del presidente della regione Veneto Giancarlo Galan. «Da parte del presidente Galan - ha detto Miracco ai cronisti - c'è il massimo di solidarietà nei confronti di quanti manifestano qui». Poi ha aggiunto che questa è «la solidarietà che Galan ha sempre espresso sia quando si è polemizzato per le trasfusioni di sangue negate in altre città d'Italia ai gay, sia quando, poche settimane fa, disse che piuttosto di vedere rovinata la vita di un bambino nell'orrore di un orfanotrofio sarebbe stato preferibile lasciarlo adottare da una coppia gay». Tra le forze politiche presenti, Rosa nel Pugno, Prc e Pdci, oltre ai Verdi.

10 agosto 2007

ABBIATEGRASSO (MI): Attentato alla moschea


Per la seconda volta in un mese la moschea d Abbiategrasso, nell’hinterland milanese, è stata teatro di un attentato incendiario. Il primo nella notte del 26 Luglio, con delle molotov lanciate all’interno del cortile, il secondo ieri notte con dei tubi in ferro carichi di esplosivo piazzati davanti al portone del luogo di culto.
Il sindaco di Forza Italia, Albetti, sdrammatizza dicendo che è “probabilmente una bravata” o che possa trattarsi si un problema “all’interno della comunità islamica”.
Del clima di intolleranza che si sta diffondendo in tutto il nord Italia, complici anche le politiche xenofobe e omofobe di molti partiti del centro-destra, il sindaco invece non ne parla. L’attentato o è una bravata o è un fatto tutto ascrivibile dentro la comunità islamica, un problema loro.

9 agosto 2007

TREVISO: Il prosindaco di Treviso Gentilini dichiara guerra ai gay

L'ex sindaco sceriffo della Lega annuncia "un giro di vite" contro gli omosessuali: "Se ne andassero nei capoluoghi disposti ad accoglierli. Qui non li vogliamo"

C'è bisogno di iniziare una "pulizia etnica contro i culattoni". Con queste parole durissime Giancarlo Gentilini, prosindaco leghista di Treviso, ha dichiarato guerra agli omosessuali. Colpevoli di aver trasformato il parcheggio di via dell'Ospedale in un luogo di incontro dove si consumano rapporti sessuali, suscitando le proteste degli abitanti della zona. "Darò subito disposizioni alla mia comandante dei vigili urbani affinché faccia pulizia etnica dei culattoni - ha detto ai microfoni di Rete Veneta l'ex sindaco sceriffo della Lega, riportano oggi i quotidiani locali - Devono andare in altri capoluoghi di regione che sono disposti ad accoglierli. Qui a Treviso non c'è nessuna possibilità per culattoni e simili". Gentilini è famoso per essere stato più volte protagonista di polemiche infuocate, l'ultima delle quali dopo il pestaggio dell'onorevole Vladimir Luxuria da parte della polizia russa. A tenere banco soprattutto le sue dichiarazioni sugli extracomunitari, che aveva definito "perdigiorno", suggerendo che "i gommoni degli immigrati devono essere affondati a colpi di bazooka". E adesso ha annunciato un "giro di vite" contro gli omosessuali e gli scambisti. "Useremo la videosorveglianza per stroncare il via vai di scambisti", denunciato dagli abitanti nel parcheggio "a luci rosse", dove è stata segnalata anche la presenza di prostitute. "Darò disposizione di rinforzare le telecamere. Ma a me interessa piuttosto fare i controlli mirati - ha detto ancora Gentilini -. Quando la mia polizia vigilerà per la zona ci sarà un fuggi fuggi generale".
Per il sindaco di Treviso Giampaolo Gobbo, le dichiarazioni del prosindaco "non sono preoccupanti. E' il suo modo di essere. Lui parla sinceramente, con un linguaggio concreto che tutti capiscono. In questo caso si parla di decoro pubblico e noi cerchiamo di spostare gay, prostitute, coppie omosessuali o eterosessuali, fa lo stesso, che si scambiano effusioni sotto gli occhi di tanta gente". Un problema, spiega Gobbo, di dimensione nazionale, "e infatti ci stiamo attivando perchè venga cambiata la legge Merlin. Bisogna riaprire le case chiuse e creare quartieri a 'luci rosse' come succede nel resto d'Europa: garantiscono protezione sanitaria e tasse pagate". Ma le associazioni omosessuali annunciano guerra. "Non possiamo - spiega Rossana Praitano, presidente del Circolo di Cultura Omosessuale Mario Mieli - restare in silenzio dopo affermazioni agghiaccianti come queste. Per questo quereleremo il prosindaco per apologia di Nazismo".

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