18 agosto 2007

Quei giorni «cileni»


«L’ambasciata di Germania ha avviato un’indagine sul trattamento nelle carceri italiane di cittadini tedeschi. Un’indagine che farà l’ambasciata di Germania dato che è impedita al Parlamento italiano. Il rifiuto di questa indagine autorizza a sospettare che non si tratta solo di voler coprire responsabilità e inadeguatezze (...) (...) ma che atti di violenza compiuti non genericamente dalle forze dell’ordine, ma da gruppi ristretti e determinati all’interno di esse, abbiano avuto copertura, avallo politico e forse incoraggiamento». Violenze con un segno politico «da clima cileno, di tipo fascista. È difficile trovare una diversa definizione. È come se si fosse lungamente attesa la possibilità di consumare una vendetta politica». Sono le parole di Massimo D’Alema, pronunciate il 26 luglio del 2001, dopo che la destra aveva respinto la richiesta di istituire una commissione parlamentare di inchiesta sui fatti di Genova. Poi la stessa destra si rese disponibile per un comitato d’indagine che frettolosamente, in una decina di sedute dal 7 agosto al 14 settembre compresa la pausa feriale, si concluse come voleva la maggioranza di allora. Un comitato del tutto inadeguato, nei tempi e nella conduzione. Basta ricordare alcuni dettagli: non si sapeva ancora che le molotov alla Diaz le avevano portate due poliziotti; e il presidente del comitato, il forzitaliota Donato Bruno, replicò più volte alle obiezioni di parlamentari del centrosinistra che quella della Diaz era stata «una perquisizione legittima». D’altra parte lo aveva sostenuto in una lunga intervista televisiva anche l’allora capo della polizia De Gennaro, che, oggi, è difficile sostenere non abbia avuto responsabilità nella gestione del disordine pubblico. Basterebbero questi cenni, insomma, per riconfermare la necessità di una commissione, come quella monocamerale che ha appena iniziato, con molte difficoltà, il suo iter.Parole inequivocabili, quelle usate all’epoca da D’Alema, che mettono in luce le responsabilità politiche quanto quelle della catena di comando, così come l’intreccio che esiste fra esse. Oggi il materiale a disposizione è immenso: fotografie, filmati, testimonianze, registrazioni. Basta volerli osservare, ascoltare e analizzare con cura e si possono ripercorrere gli avvenimenti: le violenze di strada, gli attacchi indiscriminati e ingiustificati a dei cortei autorizzati, l’assassinio di Carlo alle 17 e 27 del 20 luglio, gli scempi del 21 luglio, la macelleria messicana alla Diaz, le torture di Bolzaneto.Noi lo abbiamo fatto con un dvd che raccoglie prevalentemente la documentazione per i fatti di piazza Alimonda. Un reparto di un’ottantina di carabinieri compie una manovra insensata e ingiustificata (l’attacco di fianco al corteo autorizzato delle tute bianche, sottoposto a cariche altrettanto ingiustificate da oltre due ore), che si conclude dopo meno di un minuto con una fuga precipitosa, un invito vero e proprio ai manifestanti a corrergli dietro. Una jeep si appoggia inspiegabilmente a un cassonetto in mezzo alla strada. A poche decine di metri ci sono ottanta carabinieri e un centinaio di poliziotti. Nessuno interviene. Sulla camionetta uno degli occupanti estrae la pistola, mette il colpo in canna e minaccia di uccidere. Un manifestante lancia un estintore (poco prima, durante la fuga, i carabinieri ne portano almeno un paio) verso la camionetta. L’estintore non colpisce gli occupanti (difficile che possa entrare nella jeep, date le dimensioni del finestrino posteriore), ma cade sulla gomma di scorta e rotola per terra ad oltre quattro metri di distanza. Carlo è arrivato tra gli ultimi nei pressi della camionetta. Ha visto la scena, udito le minacce. Raccoglie l’estintore e cerca di lanciarlo per disarmare chi minaccia. Legittima difesa. La pistola esplode due colpi in rapida successione, ad altezza d’uomo (si vede con precisione la posizione orizzontale della pistola mentre spara). Il primo attinge Carlo sotto l’occhio sinistro. Il presunto sparatore dichiara più volte di non avere visto Carlo. Legittima difesa? Nessun dubbio per il magistrato e per il gip, che si avvalgono anche dell’imbroglio allestito dai consulenti: sparo per aria e sasso che devia verso il basso il proiettile, tragica fatalità.Recentemente la segreteria legale che assiste gli avvocati del Genoa Legal Forum ha prodotto un dvd che dimostra come gli attacchi al corteo autorizzato delle tute bianche in via Tolemaide fossero una scelta precisa, frutto di quella strategia politica, appunto, di cui parlò D’Alema. Non solo. Appare evidente come le azioni del cosiddetto blocco nero lascino indifferenti e inattivi i vari reparti, mentre le violente azioni repressive vengono dirette contro i gruppi pacifisti e inoffensivi. In piazza Manin si assiste al pestaggio degli attivisti della Rete Lilliput, mentre dai centri direzionali arrivano via radio ai responsabili di piazza gli inviti a «fare dei fermati», o addirittura a «fare dei prigionieri». Un’anticipazione del tenore che ispira molte comunicazioni telefoniche e radio di quelle giornate fra i vari appartenenti ai reparti operativi. Fino a quell’indegno «uno a zero per noi» di cui parla al telefono, con un collega, la poliziotta al centralino della questura.Dopo la nomina a capo della polizia, in un’intervista rilasciata a un quotidiano genovese, Manganelli ha annunciato interventi per ristabilire comportamenti accettabili. Benissimo. Ma preoccupa il chiarimento che ha accompagnato quell’affermazione: «Lavorerò nel solco tracciato da Gianni De Gennaro». Non pare proprio l’auspicio migliore. Il sabato 21 luglio, l’ex capo della polizia inviò a Genova il suo vice di allora, che giunse in città nel pomeriggio ed esautorò tutto lo staff preesistente, compreso il questore di allora, assumendo il comando esclusivo delle operazioni. A quell’ora i manifestanti stavano rientrando a casa e la cosa significativa che accade in tarda serata è proprio la macelleria messicana alla Diaz.Occorre sottolineare anche un altro intreccio pericoloso per la stessa democrazia, quello tra potere e informazione. Ne offrono un esempio le notizie e i commenti che la televisione diede di quelle giornate: sarebbe troppo sbrigativo attribuirli alla fretta o alle incertezze. Dalle teche della Rai è possibile estrarne un florilegio. Vediamoli.Erano trascorse da qualche secondo le ore 20 del 20 luglio 2001, più di due ore e mezza dall’omicidio, quindi. Le infermiere del Genoa Social Forum e i medici del 118 avevano già constatato da più di due ore il foro d’ingresso del proiettile sotto l’occhio sinistro di Carlo, ma al Tg1 riferivano ancora di pietre lanciate dai manifestanti e di investimenti da parte di una camionetta (gli investimenti ci sono stati, sottovalutati nel corso della perizia autoptica, ma non costituiscono la causa principale della morte). Eppure lo stesso Tg1, nell'edizione delle 18, aveva mandato in onda la precisa dichiarazione di un ragazzo: «Gli hanno sparato, non so se con un lanciarazzi o con un proiettile, è stato colpito qua (e si tocca l'occhio), io ero a cinque metri, potevano colpire anche me». Sull'immagine del ragazzo e sulle sue dichiarazioni il Tg3 delle 19 aveva addirittura aperto il servizio di Riccardo Chartroux. Ma l’ammiraglia dell'informazione pubblica ha ben presente chi comanda adesso, chi si deve servire. E poi, che diamine, come si fa a considerare affidabile un ragazzo che si è arrogato il diritto di dimostrare contro il G8 e tanto sfacciato da portare addirittura un cappuccio, vistosi occhiali da sub alzati sulla fronte, al collo qualcosa che assomiglia a una kefia! No, le veline del potere e degli apparati debbono prevalere. Puntualmente, nello stesso Tg1 delle 20, Antonio Caprarica ne cita una: «Le rappresentanze delle forze di polizia respingono come una provocazione la tesi del colpo di pistola». D’altra parte ci aveva provato anche il vicequestore Adriano Lauro a negare l’evidenza. Recentemente promosso, fra i tanti, Lauro dirigeva il contingente dei carabinieri che operava in piazza Alimonda ed è responsabile dell’assurda e ingiustificata manovra del reparto che portò all’omicidio di Carlo. Quando nella piazza arriva la telecamera, si esibisce in un goffo inseguimento dell’unico manifestante presente, accusandolo di aver ucciso Carlo «con il tuo sasso». Una vera e propria pièce cinematografica che ha anche l’obiettivo di coprire uno degli atti più vergognosi e indegni di quelle giornate: un carabiniere aveva spaccato con una pietrata la fronte di Carlo, che ora giace lì, al centro della piazza. Torniamo alla tv. Nel telegiornale, con il solito artificio dubitativo, lo stesso Caprarica iscrive d’ufficio Carlo ai black bloc («… era spagnolo, appartenente, sembra, alle frange estreme del movimento…»). Poi, in diretta da una delle sale di Palazzo Doria-Spinola, sede della prefettura, dà notizia così del disagio dei cittadini genovesi: «… lo spettacolo che Genova presentava in questi giorni era strabiliante, e andando un po’ in giro per il centro, parlando con i residenti, quei pochi che sono rimasti nelle loro case, si avvertiva un senso di frustrazione, di rabbia, insomma ce l’avevano con i manifestanti perché capivano che queste iniziative non pacifiche, violente impedivano alla città di godere di quel palcoscenico internazionale per il quale si era preparata in tutti questi anni». Al palcoscenico casereccio appartenevano senz’altro i limoni finti, le facciate delle case di cartapesta, la litania sulle mutande stese, cioè le questioni che avevano costituito il principale impegno del presidente del consiglio di allora. Facevano parte della scenografia anche le inferriate alte cinque metri con le quali era stato ingabbiato tutto il centro storico di Genova. Il fatto che rendessero assai difficoltoso, quando non addirittura impossibile, il transito ai residenti non era notizia significativa. Fra gli ospiti di un Porta a porta allestito per la bisogna, Bruno Vespa aveva invitato anche Gianfranco Fini, l’allora vicepresidente del consiglio. Nella giornata Fini era stato presente in tutti i luoghi nei quali si dirigeva il disordine pubblico, in particolare al Forte San Giuliano, sede del comando provinciale e regionale dell’arma dei carabinieri e centrale operativa, dove era accompagnato da un nugolo di parlamentari del suo partito e della maggioranza. Fra questi Filippo Ascierto, deputato di un collegio padovano, maresciallo dei carabinieri e responsabile di An per la sicurezza (di questo signore vale la pena di ricordare che ospitava sul suo sito internet un testo che confutava le camere a gas e attribuiva la morte di alcuni ebrei a un errore di dosaggio nello spargimento di antiparassitari). Fini non ha dubbi. Il tempo di pronunciare le solite parole di circostanza sulla perdita di una giovane vita, poi dètta la sentenza: «Gli occupanti della camionetta erano sottoposti a linciaggio, la legittima difesa è prevista dal nostro ordinamento». Sullo schermo dello studio è quasi sempre presente la fotografia delle Reuters che, scattata con un potente teleobiettivo, ha ingannato tutti sulla effettiva distanza di Carlo dalla camionetta, esasperando così la pericolosità del suo gesto difensivo. Osservando la fotografia, Fini interrompe Vespa e gli suggerisce un’allucinante precisazione: «Più che un estintore sembra una bombola di gas!». Al che Vespa, col cappello in mano, aggiunge: «Sì, verosimile!».Per fare informazione ci vuole dignità. Un esempio lo offre, con il suo editoriale sull’Unità del 21 luglio, Furio Colombo: «C’è un ragazzo ucciso in maniera sudamericana, colpito e poi investito da una jeep. Persino se la tragedia è stata causata da panico e da perdita di controllo il fatto rimane gravissimo… Alla tragedia della giovane vita perduta in modo così barbaro, ai feriti, alle distruzioni si aggiunge l’umiliazione di vivere in un paese allo sbando dove manca la capacità di prevedere e di intervenire senza violare regole di civiltà».

17 agosto 2007

La "tolleranza zero" del ministro Amato e il sovversivismo delle classi dirigenti


Il 15 agosto il Ministro dell'Interno, Giuliano Amato, ha conscluso la consueta conferenza stampa di Ferragosto sulla sicurezza nel Paese, annunciando la sua intenzione di adottare in Italia la linea di Rudolph Giuliani (che da sindaco di New York ha sviluppato una delle dottrine più reazionarie nel campo del governo della sicurezza del territorio). Per chi non lo sa, appartiene a questa scuola lo slogan della "tolleranza zero" che tutti sentiamo ogni giorno agitare dagli imprenditori della paura.Si parla, da un po' di tempo a questa parte, di un processo di americanizzazione della nostra società, forse con un certo ritardo, dato che questa tendenza non si evince da oggi, dal tentativo esplicito di orientare verso il bipolarismo pesidenziale la riforma elettorale o nell'indebolimento sistematico e concentrico delle organizzazioni che difendono gli interessi collettivi. Prima ancora che questa tendenza arrivasse a maturazione, quella che è cambiata nel nostro paese è la narrazione prevalente, che nel simbolico, nella grammatica pubblica, ha prima delegittimato la questione sociale come variabile rispetto allo sviluppo economico, e poi, ha costruito sulle categorie dell'esclusione tutta la questione securitaria. Si è iniziato disciplinando la forza lavoro alle esigenze della flessibilità e si è poi esteso il concetto alla precarietà dell'esistente, alla crimanlizzazione di qualsiasi "marginalità".Questo processo di scivolamento autoritario dura da anni, ed ha una specificità tutta italiana, che potremmo definire il sovversivismo delle classi dominanti. E il rigore monetario dei banchieri di Mastricht che presuppongono lo stato sociale minimo, è di questa logica la quadratura del cerchio: si riconfigura il ruolo dello Stato, si cancella ogni possibilità di contrattazione sociale e si bandisce il conflitto in nome della compatibilità, della stabilità, di un governo di pochi interessi in dialettica tra loro.Oggi il dibattito nella maggioranza al governo del paese delinea due opzioni di società con differenti linguaggi, sintetizzabili in pochi interrogativi: al centro della questione politica il risarcimento sociale o il risanamento economico? I diritti esigibili o quelli variabili? La precarietà o la stabilità? La sicurezza o la vivibilità dei territori? Queste dicotomie presuppongono sul piano simbolico e materiale due distinte narrazioni, che mi pare stiano sempre più emergendo fra una "sinistra sociale" ed il nascente Partito democratico. Ed è questa la sfida da rilanciare per intero nella manifestazione del 20 ottobre. Il welfare, infatti, - e l'appello è già parte di questa riflessione - non è solo Legge 30 e pensioni, ma anche politiche sociali, precarietà dei diritti e delle condizioni di vita di operatori e utenti, è la grande questione delle politiche dell'abitare, ed è soprattutto la definizione di un piano strategico di lotta alla povertà basato sul rispetto dei diritti esigibili. E' dal valore aggiunto delle lotte materiali che i diritti sociali e civili crescono, perchè con essi cresce un'idea di società nuova, e noi dobbiamo lanciarla questa idea, proiettarla nel futuro investendo in un percorso di ricerca che intrecci le vari questioni come dinamica ricompositiva di un nuova soggettività sociale. Oggi l'esclusione dai soggetti dai diritti non avviene soltanto nella limitazione dell'accesso allo stato sociale, non avviene semplicemente declinando in emergenza securitaria l'esclusione sociale, ma si produce anche sul piano dei pronunciamenti etici, nel tentativo di definire in chiave neofamilista il welfare che esclude le coppie di fatto, come dall'assetto istituzionale di un federalismo fiscale che accentua le diseguaglianze fra regioni anziché attenuarle.La nostra storia, quella dei nostri nonni, e delle loro madri, ha visto più volte considerare i nuovi venuti, i nuovi poveri, portatori d'inciviltà, anche all'interno della classe stessa. Ma abbiamo anche visto come dai nuovi venuti sia cresciuto un popolo di uomini e donne in cammino, che rivendicando dignità acquistava potere derivante dalle forme autorganizzative e solidali che quel movimento si dava. Noi qui stiamo, tutti potenzialmente esclusi, tutti a rischio di precarietà e in attesa di diritti. "Uniti siamo tutto / divisi siam canaglie", diceva una frase che circolava tra i lavoratori di Reggio Emilia un secolo fa, una frase che faremo bene a scrivere in molti degli striscioni che porteremo in piazza il 20 ottobre, perchè oggi è più attuale che mai.

Francesco Piobbichi
Responsabile Politiche sociali Prc-Se

16 agosto 2007

Brescia: Molotov contro la moschea

Intorno alle 22 di ieri due molotov sono esplose senza fare Cautela degli investigatori della Digos, ma i musulmani non hanno dubbi "Vogliono farci saltare i nervi per scatenare una repressione indiscriminata"

Ancora un attentato incendiario contro una moschea in Lombardia. Stavolta ad essere colpito è stata quella di Brescia, in via Corsica 221. A denunciare l'episodio, avvenuto poco prima delle 22 di ieri, è il portale di informazione musulmana islamonline.it, che riferisce della detonazione di due bottiglie incendiarie, la notte scorsa, in uno dei due sottopassi che portano alla sede della comunità islamica di Brescia. Sul caso sta indagando la Digos di Brescia. Ma al momento gli investigatori, sulla base dell'assenza di danni materiali e di evidenti tracce di esplosione, non si sbilanciano sulla ricostruzione del fatto. Dal canto loro gli islamici bresciani denunciano con vigore l'attacco. "Con questo gravissimo gesto - si sottolinea nella nota di islamonline.it - ci troviamo di fronte a un preoccupante salto di qualità nella strategia aggressiva nei confronti dei luoghi di culto musulmano in Italia, per l'ora in cui è avvenuto e per il luogo, uno dei centri islamici più importanti, molto frequentato e in procinto di iniziare la costruzione di un significativo ampliamento per il quale è già stata concessa la licenza edilizia". Qusto di Brescia, infatti, non è il primo attentato avvenuto negli ultimi giorni contro un luogo di culto islamico. La moschea di Abbiategrasso, comune dell'hinterland di Milano, è stato bersagliato già da due attacchi incendiari nel giro di un paio di settimane. Secondo la nota degli esponenti della comunità islamica "qualcuno vorrebbe far saltare i nervi ai musulmani in modo da poter scatenare una repressione indiscriminata, per tanto è necessario non reagire a nessuna provocazione, organizzare la sorveglianza e fare pressioni sulle autorità di pubblica sicurezza, affinché si attivino per garantirci una serena fruizione dei nostri centri di aggregazione e formazione spirituale e culturale". L'invito è di dotare i luoghi di culto di "efficienti sistema di difesa passiva: impianti di video sorveglianza, dispositivi antieffrazione, impianti antincendio".

15 agosto 2007

La galera non aiuta la sicurezza collettiva. Un nuovo codice e sanzioni alternative


Il caso di Sanremo, l'orrore e la Giustizia. Proposte oltre le polemiche


Di fronte a un fatto così tragico quale quello di Genova, in cui il Pm, in mancanza di gravi indizi di colpevolezza, non ha chiesto l'arresto di un indagato che ha poi colpito mortalmente una donna di 33 anni - sua ex-fidanzata - è inaccettabile la strumentalizzazione che da più parti si è fatta del dolore dei familiari della vittima, per finalità che nulla hanno a che vedere con la Giustizia. Ed è altrettanto inaccettabile la demagogia di chi - di fronte ad altri fatti, meno gravi ma altrettanto complessi e delicati - si limita ad invocare sempre, e solo, più carcere, pur in presenza di una incontestabile realtà che dimostra come, spesso, questo non solo è inutile, ma controproducente e dannoso. Un esempio? Gli Stati Uniti, dove negli ultimi dieci anni sono stati costruiti più carceri che scuole e ospedali e dove vi è stato un aumento esponenziale della criminalità da far impallidire tutti i Paesi europei. Un altro? In Italia chi sconta l'intera pena in carcere ha un tasso di recidiva del 68%, mentre chi sconta pene diverse dalla detenzione ha un tasso di recidiva dell'11-12%. Il carcere, lo dimostra la realtà, è in molti casi inefficace non solo per i detenuti (non aiuta il reinserimento ma aumenta la recidiva), ma anche per la sicurezza della collettività (ogni condannato recuperato è un danno e un pericolo in meno per i cittadini) e per le vittime dei reati (sarebbero ben più utili attività riparatorie e/o risarcitorie).E' del tutto illogico, quindi, trasformare ogni drammatico fatto di cronaca in un pretesto per proporre nuove restrizioni, immaginare nuovi reati. Il che, d'altra parte, non significa non interrogarsi su fatti che comprensibilmente creano sconcerto e reazioni di dolore e di rabbia. Porsi dei dubbi è doveroso, ma - prima di fare "riforme che si trasformano in controriforme" (cosa ben diversa da una efficace opera di prevenzione che non necessita di alcun intervento legislativo) - occorre riflettere con serietà e razionalità sulle diverse opzioni possibili: perché l'emotività ha sempre portato a scelte sbagliate in materia giuridica (e il senso comune spesso fa a pugni col buon senso). Ci vuole mente fredda in un cuore caldo. Gli isterismi collettivi creano maggiore insicurezza, alimentano la sfiducia nella giustizia senza contribuire alla soluzione dei problemi, che non sono certo semplici. Chi ricopre posizioni di responsabilità ha il dovere di non ignorare la realtà e, nel contempo, di non cavalcare proposte di facile applauso immediato ma inefficaci e dannose. Allora, cerchiamo di fare un po' di chiarezza e di separare questioni diverse che sono state accomunate, creando solo confusione. Cominciamo dagli attacchi alla legge sulla custodia cautelare (mi riferisco alla polemica tra il Pm e il Capo della mobile di Genova).
Il magistrato, che ha dimostrato alta sensibilità morale e giuridica, ha dichiarato di aver applicato la legge e non vi è motivo, sulla base di quanto emerso, per dubitarne. Suo compito era quello di decidere se richiedere, o meno, un'ordinanza di custodia cautelare valutando gli elementi esistenti (non quanto avvenuto successivamente). L'attuale legge sulla custodia cautelare, del resto - e va detto con forza - è la migliore possibile, in quanto concilia la doverosa tutela della collettività e dei singoli, con il dovere giuridico di evitare, per quanto possibile, l'arresto di innocenti. E', in breve, ciò che distingue uno Stato di diritto da uno Stato di polizia. Ecco perché, per un provvedimento restrittivo della libertà personale, sono necessari quei "gravi indizi di colpevolezza" (l'indizio è molto meno della prova necessaria per una sentenza di condanna) che, nel caso specifico, il Pm e gli investigatori che con lui collaboravano, hanno ritenuto insussistenti. Una norma, quella prevista dal codice, per nulla "indulgente" o "lassista": lo conferma il fatto che sono di gran lunga più numerosi i casi di arrestati risultati innocenti di quelli di colpevoli nei cui confronti non sia stata accolta una richiesta di custodia cautelare (e ciò malgrado il principio costituzionale della presunzione di non colpevolezza). La limitazione delle garanzie va a scapito, infatti, non dei colpevoli ma degli innocenti e ogni innocente condannato significa un colpevole rimasto in libertà e che continua a commettere reati. Troppo spesso si dimentica che, fino a qualche anno fa, la carcerazione preventiva - definita anche la "lebbra del processo penale" - poteva durare 12-14 anni anche in presenza di indizi labili ed era immenso il numero di imputati incarcerati ingiustamente.I genitori di Maria Antonia, la donna uccisa a Genova, provati da un dolore senza fine, hanno il diritto di esprimere in ogni modo le loro critiche e le loro "accuse". Chi ha ruoli di responsabilità, invece, deve essere più lucido ed evitare di proporre modifiche che accentuerebbero i rischi sia di errori che di delitti tanto orrendi. Non è con l'emergenza o rimpiangendo un passato che si sperava definitivamente superato, che si migliora la giustizia e si garantisce la sicurezza dei cittadini. E veniamo al secondo punto: abbiamo, in Italia, un codice penale di stampo autoritario che risale al 1930 e che quindi, in più punti, contrasta con i principi costituzionali. Basti pensare ai casi di responsabilità oggettiva, ai numerosi reati anacronistici e al fatto che le uniche pene previste siano il carcere e la multa, spesso non adeguate alla condotta illecita che si intende punire (un esempio: fino a sei mesi di carcere per "rappresentazione abusiva di spettacolo teatrale o cinematografico"). Sono invece completamente ignorati comportamenti delittuosi nuovi e diffusi, quale quello di cui era già vittima Maria Antonia: le molestie e le minacce persistenti (il cosiddetto stalking, dall'inglese "perseguitare", di cui sono quotidianamente vittime tante donne). Se quel comportamento fosse già stato reato, il magistrato avrebbe potuto prendere tutti i provvedimenti necessari per impedire quell'omicidio. Non con un carcere preventivo basato su sospetti labili che, se generalizzato, rischierebbe di colpire tanti innocenti, ma con una norma "preventiva", specifica e mirata. Ecco perché è necessario e urgente un nuovo codice penale, accompagnato da una ampia depenalizzazione (che non equivale affatto a impunità ma significa immediata ed efficace sanzione amministrativa). Un nuovo codice per cancellare le tante fattispecie ormai polverose e, soprattutto, per introdurre un diverso sistema sanzionatorio che preveda, oltre alla pena detentiva e a quella pecuniaria, anche pene interdittive e prescittive (come i lavori socialmente utili e le attività riparatorie) in molti casi più efficaci, con una minore recidiva e un maggiore reinserimento sociale. La giustizia non può, e non deve, essere né vendetta nè ricerca di capri espiatori, ma accertamento delle responsabilità e commissione di sanzioni eque, proporzionate quindi all'effettiva colpevolezza.Questa mattina, al bar, un gruppo di persone, commentando i fatti di questi giorni, invocavano a gran voce la pena di morte. Avrei voluto rispondere che chi è pronto a sacrificare le libertà fondamentali per briciole di temporanea (e apparente) sicurezza, finisce col perdere la libertà senza ottenere la sicurezza. Ho invece pensato che, proprio perché non si può e non si deve sottovalutare il comprensibile allarme suscitato da fatti così gravi, non ci si può limitare a contrastare chi cavalca strumentalmente il dolore e la paura, ma è indispensabile ricreare, anche a sinistra, una cultura realmente garantista e operare, quotidianamente, per una giustizia degna di questo nome.

Giuliano Pisapia

14 agosto 2007

Carceri, sette morti dall'inizio di agosto


Dossier di Ristretti Orizzonti. L'età media è di 35 anni

Era in isolamento e "sorvegliato speciale", 32 anni, egiziano: si è ucciso impiccandosi il 7 agosto nel carcere di Verziano, in provincia di Brescia. Era stato arrestato la settimana scorsa, accusato di aver venduto una dose di cocaina, rivelatasi letale, alla giovane marocchina morta per overdose a Desenzano. Dopo l'arresto era stato prezioso per le indagini, aveva deciso di collaborare consentendo di arrestare altri due trafficanti, acquirenti di parte della cocaina tagliata con tropocaina in circolazione nel Bresciano. Il giovane nordafricano si è impiccato alla porta della cella, nel quarto d'ora intercorso tra la visita del medico, a cui aveva chiesto un ansiolitico per poter dormire, e il giro di controllo degli agenti di polizia penitenziaria. E' una delle storie raccolte dal dossier "Morire di carcere'' di Ristretti Orizzonti , che nella prima settimana d'agosto registra già 7 morti, nelle carceri di Velletri, Regina Coeli, Bolzano, Pavia, Vigevano, Locri e Brescia: 2 i suicidi, una morte è stata causata da un "cocktail" di farmaci e droghe, 4 da "cause naturali" non meglio precisate. L'età media dei detenuti che hanno peso la vita è di 35 anni. Il secondo suicidio è avvenuto l'8 agosto nel carcere di Vigevano: si è impiccato un detenuto italiano di 40 anni che stava scontando una pena residua di un anno. «Forse anche per la complicità delle ferie, in corso o incombenti, finora quasi nessuno ha speso una parola su questa vera e propria strage di persone relativamente giovani e relativamente sane che improvvisamente vengono ritrovate cadavere nelle rispettive celle. - sottolinea il dossier - Eppure questa "epidemia da carcere" ha proporzioni davvero allarmanti: se si manifestasse con la stessa virulenza tra la popolazione libera - fatte le debite proporzioni - ogni anno in Italia "perderemmo" 300mila trentenni, deceduti quasi tutti per "cause naturali". Una catastrofe, una piaga biblica». Ma se questo succede in carcere, «rischia di essere tutto nella norma. Stiamo parlando di persone drogate, alcoliste, malandate nel corpo e nella mente, con aids, tubercolosi, epatiti e quanto altro. - prosegue il dossier - Infine - ma non per ultimo - sono "delinquenti", perciò se nel corso della "meritata espiazione" qualcuno non regge, la sua morte non fa neppure notizia». Secondo i dati aggiornati al 30 giugno 2007, diffusi dal ministero della Giustizia, sono 43.957 i detenuti nelle carceri italiane, il 95,6% uomini; 14.509 sono in attesa di primo giudizio, mentre 17.042 stanno scontando una pena definitiva. La maggior parte è concentrata nella fascia di età 30-34 (17,4%) e 35-39 (16,17%); il 34,6% ha un titolo di studio di media inferiore, il 18,2% quello di scuola elementare e l'1,7% è analfabeta. L'1% è laureato. Oltre 15mila detenuti hanno figli, 2.972 ne hanno 3, 1224 ne hanno 4 e 6 poco più di 2006. Prevalgono i reati connessi a prostituzione (29,1%), droga (15,1%), armi (16%) equelli contro la persona (16,5%). Le donne detenute sono 1.922; 650 scontano una condanna definitiva, 25 un ergastolo, 29 una pena di oltre 20 anni; la maggior parte ha una condanna che prevede dai 3 ai 5 anni di detenzione. Nel primo semestre 2007 gli ingressi dalla libertà sono stati 45.810, il 48% di soggetti stranieri (21.888).

13 agosto 2007

Verona: Il Sindaco Tosi vuol mandare i rom sotto i ponti


Nel campo nomadi di Boscomantico a Verona, che il sindaco leghista anti-zingari vuole sgomberare. Scaduta la convenzione tra Comune e associazioni, ora gli abitanti rischiano di tornare per strada: «Non vogliamo tornare a vivere in mezzo ai topi»



Desdemona si alza alle cinque e mezza del mattino e percorre più di tre chilometri a piedi per raggiungere la fermata dell'autobus con cui arriva in stazione. Di lì prende un altro mezzo che la porta nel quartiere dove lavora. Alle nove, nove e mezza termina le pulizie previste, riprende l'autobus fino alla stazione e poi un altro con cui attraversa la città per recarsi in un secondo luogo di lavoro, dove resta fino alle sei del pomeriggio. Alle sei di nuovo autobus fino in stazione, poi un altro per tornare al luogo di lavoro del mattino. La giornata finisce alle ventuno, quindi di nuovo autobus, di nuovo qualche chilometro a piedi e poi finalmente casa. O meglio baracchina, visto che Desdemona è una delle donne rom rumene che risiedono al campo di Boscomantico a Verona, quello che il sindaco leghista Flavio Tosi vuole chiudere.Desdemona ci abita con i suoi quattro figli, Maria di nove anni e Vasile di otto, che frequentano le elementari, Alexandra di quasi tre, Larissa di quindici mesi, e con il marito Dumitru, che ha subito una brutta operazione all'esofago e non può fare lavori pesanti. Desdemona ha 24 anni ed è arrivata in Italia da sola quando ne aveva 19, nascosta con altri in un camion di aiuti umanitari di ritorno dalla Romania. Era già sposata e aveva due bambini piccoli. Aveva dei conoscenti a Verona, al campo della Spianà, un immondezzaio a cielo aperto in cui vivevano circa duecento rom rumeni. Suo marito Dimitru, che ha 32 anni, l'ha raggiunta in un secondo tempo: «Sono stata per sei mesi alla Spianà - racconta Desdemona - ero incinta e ho perso la bambina, è morta prima di nascere. Poi il sindaco Paolo Zanotto (eletto nel 2002, centrosinistra, ndr) ci ha spostato nello stadio». L'esperienza del campo, allestito in uno dei grandi parcheggi adiacenti al Bentegodi e affidato all'Opera don Calabria, dura un anno. Poi l'Opera, in accordo con il Comune, trasferisce le famiglie con bambini in età scolare nelle ex scuole alla Monsuà, località alle porte di Verona, e lascia in strada un centinaio di persone, con moltissimi bambini piccoli. Il deciso intervento del coordinamento antirazzista Cesar K (sciolto nel 2004), del csoa La Chimica e del Circolo Pink, le tre realtà di movimento attive in città, costringe il Comune a prendersi cura di donne e bambini, che vengono ospitati prima in un asilo da ristrutturare, poi in un pensionato. Infine per loro vengono allestite delle roulottes nell'area adiacente al piccolo aeroporto di Boscomantico. Ma molte famiglie del campo allo stadio, fra cui quella di Desdemona, sono fuggite nella boscaglia che costeggia l'Adige. I primi freddi li costringono a cercare riparo sotto uno dei cavalcavia all'uscita della città. Sono un centinaio di persone con la consueta altissima percentuale di minori. Anche stavolta è risolutivo l'intervento delle associazioni antirazziste, che fanno pressione sul Comune perché si occupi di questa comunità. Le famiglie vengono censite e trasferite accanto alle altre, non in roulottes ma nelle baracche abbandonate del quartierino di Boscomantico dove risiedevano i militari dell'Aeronautica. Nasce così il campo di Boscomantico 1, affidato dal Comune alla Comunità dei giovani, una struttura del privato sociale che si è occupata fino ad allora di tossicodipendenza ed emarginazione. Desdemona con la sua famiglia abita in una delle baracche. Nel 2005 esplode l'operazione «Gagio», un'inchiesta a più filoni - pedofilia e sfruttamento di minori, spaccio di sostanze stupefacenti, favoreggiamento dell'immigrazione clandestina - che coinvolge alcuni rom dei campi di Boscomantico e della Monsuà e parecchi «gagi». Un pasticciaccio che tiene banco sui media locali per tutta l'estate e che costringerà alle dimissioni l'allora assessore ai Servizi Sociali e all'Immigrazione Tito Brunelli. Dopo la bufera giudiziaria, il Comune decide di chiudere l'esperienza di Boscomantico 1, anche perché l'Aeronautica rivuole indietro l'area, e sposta la comunità rom su un terreno di proprietà comunale. Nasce così «Boscomantico 2», che viene dato in gestione all'Opera don Calabria e alla cooperativa Azalea. Scaduta la convenzione con il Comune il 30 giugno scorso, nuove nubi si addensano sulla comunità rom rumena, che pure nel frattempo è diventata «europea» a tutti gli effetti.Uno degli slogan più gettonati della campagna elettorale del neoeletto sindaco Tosi riguardava proprio la chiusura di Boscomantico 2. Ma al campo ci sono una settantina di minori - di cui quaranta vanno a scuola - e parecchi adulti che lavorano, intorno istituzioni - tra cui la Curia - e associazioni che rivendicano la positiva esperienza di integrazione della comunità rom. Il sindaco non ha cambiato idea - il campo chiuderà - ma i tempi si allungano, per dar modo agli operatori e ai cittadini di buona volontà di trovare lavoro e casa per le famiglie rom: «Siamo spaventati - dice Desdemona - perché pensiamo che dovremo stare nei boschi ma non andremo via da Verona. Non abbiamo un posto dove andare e i bambini sono nati qui. I due che vanno a scuola, quando sentono che dobbiamo andarcene, piangono disperati. Non vogliamo tornare in mezzo ai topi, come alla Spianà, dove il bambino di quattro mesi di mia cugina è morto perché un topo gli ha mangiato il naso. Io lavoro e in questi giorni devo firmare il contratto, quando ho sentito che mi davano il posto volevo baciare la terra. Poi penso che ci mandano via...».

12 agosto 2007

Livorno, brucia la baracca Morti quattro bimbi rom


La strage in un rifugio sotto un cavalcavia. Forse i genitori li avevano lasciati soli. Lo zio: «Erano lì perché il campo era pieno». Il comune dichiara il lutto e sospende una festa, protesta dei commercianti per i mancati guadagni



«Un tragico incidente». Nel tardo pomeriggio il sostituto procuratore Antonio Giaconi sembra scartare ogni altra ipotesi sul rogo che ha consumato la vita di quattro bambini. «Vivevano» in una baracca sotto un cavalcavia autostradale nella zona industriale di Livorno. Ma non consola sapere dal magistrato che i tre fratelli Eva, 12 anni, Danchiu, 8 anni, e Nangi, 4 anni, con il loro amichetto Lenuca, 6 anni, sarebbero morti per colpa di una candela o del fuoco del bivacco. Per una disattenzione dei «grandi». Che poi hanno spiegato agli investigatori che alcuni sconosciuti avrebbero gettato delle molotov contro le baracche. Né tantomeno aiuta a recuperare serenità la protesta di alcuni commercianti, irati perché l'amministrazione comunale ha sospeso in segno di lutto gli spettacoli della festa cittadina al quartiere Venezia.Un sabato terribile per Livorno. Iniziato poco dopo la mezzanotte, quando alcuni automobilisti segnalano un incendio di sterpaglie a Stagno, alla periferia nord della città. Arrivano i vigili del fuoco. Si accorgono che a bruciare sono sei baracche sotto un ponte autostradale. Spengono le fiamme. «Solo dopo gli uomini si sono accorti dei corpi», racconta il comandante Alessandro Carraresi. Sono quattro bambini, i corpi sono semicarbonizzati. Quando i vigili arrivano ci sono anche degli adulti. Poi fuggono via. Li troveranno dopo un paio d'ore, sconvolti, nei pressi della stazione.Si scopre che si tratta di rom rumeni, originari di Brasov. Avevano allestito un miniaccampamento da poco più di un mese. Sotto il ponte, dove prima c'erano delle cucce per cani. «Stavano per conto loro, e non rubavano nemmeno un ortaggio - racconta al Tg1 un signore anziano masticando un sigaro - ero io che portavo loro qualche pomodoro». Sua moglie non si dà pace: «A volte mi davano una mano quando vedevano che stavo raccogliendo i pomodori. Volevano imparare l'italiano. Io scrivevo le parole su un foglio, loro le copiavano». Qualcuno dice che le autorità erano state avvisate. I vigili urbani avevano risposto che quel gruppo «era in attesa di sistemazione».Sognavano un posto in un campo. Ma di posto non ce n'era, spiega il marito di Maria, sorella dei tre piccoli morti. «Noi stiamo a Pisa. Anche la famiglia di mia moglie aveva cercato di venire ad abitare con noi. Ma nel campo non c'erano più posti disponibili. Così un paio di mesi fa hanno dovuto cercare un'altra sistemazione. L'avevano trovata qui, sotto questo cavalcavia». Accanto a lui Maria, che ha quindici anni, piange. In questura la giornata trascorre tra interrogatori e sopralluoghi. I genitori dei tre piccoli morti insistono nel dire che stavano dormendo. Che non c'erano fuochi accesi. Che qualcuno potrebbe aver dato fuoco alla baracca. Alla fine della giornata il pm Giaconi tira le somme: «Con gli elementi che abbiamo possiamo scartare l'ipotesi del dolo e propendere per quella dell'incidente. Con la conseguente gravissima negligenza dei genitori di aver lasciato da soli i bambini». Un aiuto alle indagini potrà arrivare dall'autopsia dei piccoli corpi, fissata per domani.Vivevano sotto un cavalcavia e sognavano un posto in un campo. Ma di posto non ce n'era. A Pisa il campo ufficiale di Coltano è pieno. E quello che da sei anni è al Ponte delle Bocchette, con un centinaio di residenti, dovrebbe essere sgomberato a breve come già successo all'altro insediamento abusivo del Cep. «Con quali risultati - si chiedono retoricamente il Lab Rebeldìa e le associazioni Africa Insieme e Mezclar - visto che i rumeni si sono spostati solo di qualche centinaio di metri, mentre in compenso i loro problemi si sono aggravati?».


Treviso: Sfida gay a Gentilini



In 500 al kiss-in davanti al comune di Treviso. Ma lo «sceriffo» leghista non si fa vedere. L'Arcigay: «Faremo qui una manifestazione nazionale contro l'omofobia»




Il kiss-in c'è stato. La pacificazione no. Oltre cinquecento persone hanno affollato ieri mattina il municipio di Treviso, rispondendo all'appello di Arcigay Veneto alla mobilitazione dopo le parole del prosindaco leghista Giancarlo Gentilini che farneticava di «pulizia etnica» contro gli omosessuali. Cinquecento persone, uomini, donne, tanti giovani, gay e lesbiche, eterosessuali, di Treviso e del Veneto. Qualcuno anche da fuori regione. Lo sceriffo leghista non s'è fatto vedere. E anzi ha fatto sprangare le finestre del suo ufficio in comune. Le scuse richieste dalla comunità gay e non non ci sono state. Del resto, difficile pensare che un personaggio come Gentilini potesse davvero tornare sui suoi passi. I manifestanti portavano al petto un triangolo rosa, il simbolo dei detenuti omosessuali deportati dai nazisti. L'onorevole Franco Grillini ha voluto sottolineare che «Gentilini fa abusivamente il sindaco e Gobbo dovrebbe vergognarsi di fare da prestanome alle sue esternazioni. L'unica cosa illegale - ha aggiunto Grillini - è proprio lui, Gentilini». Colorata, rumorosa, la manifestazione ha attirato anche molti trevigiani che pur rimanendo ai margini hanno comunque voluto portare la loro solidarietà. Dopo l'ennesimo sproloquio di Gentilini a Treviso, dicono in molti, qualcosa si è mosso. Le esternazioni razziste e omofobe del prosindaco non sono poi così condivise dai suoi concittadini. E ieri sono stati in tanti a volerlo far sapere ai manifestanti. Assieme all'Arcigay c'erano anche i giovani del laboratorio sociale Ubik Lab di Ponzano Veneto (in provincia di Treviso). Nel suo intervento alla manifestazione un portavoce di Ubik Lab ha sottolineato che «queste dichiarazioni alimentano e incoraggiano atteggiamenti di intolleranza e violenza di tutti quei personaggi che nel nostro territorio sono riconducibili a formazioni neonaziste e tanto care al pro sindaco di Treviso. Proprio per opporci a questa mentalità xenofoba e nazista siamo anche noi al fianco di tutti quei cittadini democratici che non sono disposti a subire in silenzio il ritorno di ideologie appartenute al periodo più buio della nostra storia». Quindi ha concluso dicendo che «crediamo che le diversità siano una valore per la società, certo è molto più complicato cercare un dialogo e una convivenza con altri diversi da noi ma siamo convinti che il confronto e la contaminazione rappresentino un valore». Prima che il kiss-in iniziasse le forze dell'ordine hanno fatto sapere di aver fermato tre giovani appartenenti a formazioni di estrema destra. La gente è comunque arrivata davanti al Municipio a gruppetti, chi a mano, chi sventolando la bandiera della pace. Un lungo striscione rosa senza scritte ha impacchettato simbolicamente la facciata del municipio e quindi i presenti si sono scambiati lunghi baci. Qualche sbirciatina verso le finestre del comune che sono rimaste chiuse. «Voglio dire grazie a tutta l'altra Treviso», ha detto Aurelio Mancuso, presidente nazionale dell'Arcigay, che ha invitato i partiti a fare «pulizia etnica» al loro interno, parafrasando quanto detto dal vicesindaco di Treviso a proposito degli omosessuali. «Questa manifestazione - ha aggiunto - non sarà l'ultima. Sarà la prima di una lunga serie che porterà allo svolgersi, proprio a Treviso, di una grande manifestazione nazionale contro l'omofobia». Per gli esponenti di Arcigay infatti «Treviso e l'Italia sono stufe di avere amministratori pubblici come Calderoli, Di Piazza, Prosperini, Tremaglia o Giancarlo Gentilini, tutti omofobi della peggior specie». Quanto alla manifestazione di ieri Mancuso ha voluto sottolineare che la «miglior risposta alle parole del prosindaco è la decisione di un gruppo di ragazzi di istituire un comitato di Arcigay anche qui nella città dello sceriffo». Dove i gay non hanno avuto mai vita facile, come hanno raccontato alcuni giovani omosessuali locali, «difficile - hanno detto - vivere apertamente la nostra sessualità in questo Veneto, ancora molto bigotto e cattolico».Da segnalare la presenza di Franco Miracco, portavoce del presidente della regione Veneto Giancarlo Galan. «Da parte del presidente Galan - ha detto Miracco ai cronisti - c'è il massimo di solidarietà nei confronti di quanti manifestano qui». Poi ha aggiunto che questa è «la solidarietà che Galan ha sempre espresso sia quando si è polemizzato per le trasfusioni di sangue negate in altre città d'Italia ai gay, sia quando, poche settimane fa, disse che piuttosto di vedere rovinata la vita di un bambino nell'orrore di un orfanotrofio sarebbe stato preferibile lasciarlo adottare da una coppia gay». Tra le forze politiche presenti, Rosa nel Pugno, Prc e Pdci, oltre ai Verdi.

10 agosto 2007

ABBIATEGRASSO (MI): Attentato alla moschea


Per la seconda volta in un mese la moschea d Abbiategrasso, nell’hinterland milanese, è stata teatro di un attentato incendiario. Il primo nella notte del 26 Luglio, con delle molotov lanciate all’interno del cortile, il secondo ieri notte con dei tubi in ferro carichi di esplosivo piazzati davanti al portone del luogo di culto.
Il sindaco di Forza Italia, Albetti, sdrammatizza dicendo che è “probabilmente una bravata” o che possa trattarsi si un problema “all’interno della comunità islamica”.
Del clima di intolleranza che si sta diffondendo in tutto il nord Italia, complici anche le politiche xenofobe e omofobe di molti partiti del centro-destra, il sindaco invece non ne parla. L’attentato o è una bravata o è un fatto tutto ascrivibile dentro la comunità islamica, un problema loro.

9 agosto 2007

TREVISO: Il prosindaco di Treviso Gentilini dichiara guerra ai gay

L'ex sindaco sceriffo della Lega annuncia "un giro di vite" contro gli omosessuali: "Se ne andassero nei capoluoghi disposti ad accoglierli. Qui non li vogliamo"

C'è bisogno di iniziare una "pulizia etnica contro i culattoni". Con queste parole durissime Giancarlo Gentilini, prosindaco leghista di Treviso, ha dichiarato guerra agli omosessuali. Colpevoli di aver trasformato il parcheggio di via dell'Ospedale in un luogo di incontro dove si consumano rapporti sessuali, suscitando le proteste degli abitanti della zona. "Darò subito disposizioni alla mia comandante dei vigili urbani affinché faccia pulizia etnica dei culattoni - ha detto ai microfoni di Rete Veneta l'ex sindaco sceriffo della Lega, riportano oggi i quotidiani locali - Devono andare in altri capoluoghi di regione che sono disposti ad accoglierli. Qui a Treviso non c'è nessuna possibilità per culattoni e simili". Gentilini è famoso per essere stato più volte protagonista di polemiche infuocate, l'ultima delle quali dopo il pestaggio dell'onorevole Vladimir Luxuria da parte della polizia russa. A tenere banco soprattutto le sue dichiarazioni sugli extracomunitari, che aveva definito "perdigiorno", suggerendo che "i gommoni degli immigrati devono essere affondati a colpi di bazooka". E adesso ha annunciato un "giro di vite" contro gli omosessuali e gli scambisti. "Useremo la videosorveglianza per stroncare il via vai di scambisti", denunciato dagli abitanti nel parcheggio "a luci rosse", dove è stata segnalata anche la presenza di prostitute. "Darò disposizione di rinforzare le telecamere. Ma a me interessa piuttosto fare i controlli mirati - ha detto ancora Gentilini -. Quando la mia polizia vigilerà per la zona ci sarà un fuggi fuggi generale".
Per il sindaco di Treviso Giampaolo Gobbo, le dichiarazioni del prosindaco "non sono preoccupanti. E' il suo modo di essere. Lui parla sinceramente, con un linguaggio concreto che tutti capiscono. In questo caso si parla di decoro pubblico e noi cerchiamo di spostare gay, prostitute, coppie omosessuali o eterosessuali, fa lo stesso, che si scambiano effusioni sotto gli occhi di tanta gente". Un problema, spiega Gobbo, di dimensione nazionale, "e infatti ci stiamo attivando perchè venga cambiata la legge Merlin. Bisogna riaprire le case chiuse e creare quartieri a 'luci rosse' come succede nel resto d'Europa: garantiscono protezione sanitaria e tasse pagate". Ma le associazioni omosessuali annunciano guerra. "Non possiamo - spiega Rossana Praitano, presidente del Circolo di Cultura Omosessuale Mario Mieli - restare in silenzio dopo affermazioni agghiaccianti come queste. Per questo quereleremo il prosindaco per apologia di Nazismo".

Rom a Pavia Quando una grave emergenza umanitaria, sanitaria e politica viene trasformata in un problema di polizia


A Pavia sindaco e vicesindaco si sono convinti che i temi della legalità e della sicurezza saranno la chiave per ottenere la riconferma alle prossime elezioni. Ma Pavia non è Bogotà o Giugliano e se un "nemico" non c'è, allora bisogna inventarselo: hanno così spacciato per un problema di ordine pubblico l'emergenza umanitaria e sanitaria all'ex Snia. Facendo leva sull'efficace repertorio dei luoghi comuni, questi cinici teorici dell'"insicurezza percepita" hanno dipinto la città come stretta d'assedio da tagliagole rumeni, anche se i dati sulla criminalità negano ogni recrudescenza locale del fenomeno. La Snia racconta la mutazione antropologica della sinistra, che parla di legalità e non rispetta l'obbligo scolastico, come impone la legge; parla di doveri e non soccorre un minore malato, come ordina un decreto del tribunale; parla di accoglienza e vieta agli assistenti sociali di recarsi in quell'area, come vorrebbe il buonsenso. Stanno radicando nei rumeni la convinzione che la crescita sociale si ottiene solamente con la pratica dell'arbitrio e della violenza. Eludere l'assistenza sanitaria e rifiutare l'iscrizione scolastica dei bambini Rom e rumeni è un abuso orribile. L'illecito è reso ancora più violento e odioso dal fatto che a colpire è il "potere" e i colpiti sono bambini. Che cultura di governo stanno esprimendo? Che visione del mondo stanno promuovendo? Il nuovo centro ha mandato in soffitta Gramsci, Berlinguer e La Pira e ha rispolverato l'inglese Francis Galton, cugino di Darwin e inventore dell'eugenetica e l'americano Madison Grant, antropologo e autore di "The passing of the Great Race", definito da Hitler «la mia Bibbia». Discriminazioni, violenze, sterilizzazioni coatte proseguono, per gli zingari, ben oltre il nazismo: dal 1935 al 1996, nella democratica Svezia hanno forzatamente sterilizzato 230mila persone; tra il 1907 e il 1973, negli Stati Uniti sono stati menomati 8mila donne e 16mila uomini (al processo di Norimberga la sterilizzazione di massa non venne inclusa tra i crimini di guerra); dal 1926 al 1974, in Svizzera 600 bambini Rom sono stati sottratti alle famiglie e le loro madri sterilizzate (l'operazione Kinder der Landstrasse - bambini di strada - si proponeva l'estirpazione del «fenomeno zingaro»). A Pavia, nel 2006 un assessore ha pensato di togliere i figli dei Rom alle loro famiglie «a tutela dei minori» e si è rivolto al Tribunale, il quale ha risposto che non era il caso di parlarne, proprio «a tutela» di quei minori. Rifondazione Verdi e Sinistra democratica appoggiano una amministrazione che per miope calcolo elettorale ha trasformato una grave emergenza umanitaria, sanitaria, politica e morale in un problema di polizia e portato la città sull'orlo di una pericolosa deriva xenofoba. Hanno criminalizzato Rom e rumeni per poi invocare l'ordine e la legalità. Chi sono? Sono l'autoreferenziale partito "della sicurezza e della legalità" che cerca spazio e legittimazione attraverso la creazione dell'insicurezza "percepita" e dell'illegalità "percepita". La politica vuole continuare a esistere? La contrapposizione autolesionista tra umanità e legalità, tra accoglienza e sicurezza, tra solidarietà e rifiuto del "diverso che è uguale" sta mostrando l'incapacità della politica (questa politica) a farsi carico dei modesti problemi che ora abbiamo di fronte, figurarsi quelli che si intravvedono appena. Inesorabilmente, nei prossimi anni assisteremo a continue ondate migratorie: oggi sono i rumeni, domani potrebbero essere i profughi di qualche conflitto o gli sfollati da catastrofi sociali e ambientali. Il nuovo orizzonte mostra qualcosa di arcaico: è vicino ai miserabili di Victor Hugo, Emile Zola, Charles Dickens o alle tavole del Doré ed è indecifrabile, nella sua complessità, dal punto di vista delle categorie marxiane (Karl Marx considerava Dickens e Hugo due scrittori ingenui e sentimentali). Oggi serve rileggere proprio loro, perché l'elemento arcaico dei miserabili venuti dall'est postsovietico - neocapitalista e senza efficaci ammortizzatori sociali - ripropone quelle stesse immagini, rese ancora più crude dal confronto con il nostro mondo "civilizzato". La destra italiana manovra attraverso l'inganno dell'immaginario. Purtroppo, le cose non migliorano a sinistra: un sindacato che rincorre la piccola borghesia; i partiti che mutuano i contenuti della destra (servendosi di un linguaggio falsamente progressista che vuole allontanare il significato dal significante, togliere il senso alle parole) o che navigano dentro l'orizzonte autoreferenziale dell'interesse particolare. Da molto tempo la politica ha smesso di governare l'economia (è vero il contrario), incapace com'è di affrontare persino i problemi più modesti. E domani? Domani sarà venti cento mille volte peggio. Le emergenze future porranno il tema della sicurezza sempre più al centro della scena: destra e sinistra non c'entrano; c'entrano invece responsabilità e buonsenso. Cosa farà la politica? Si attrezzerà e governerà questi inediti conflitti o, come a Pavia, li ridurrà a un «problema di ordine pubblico» da risolvere con l'intervento della Polizia e dell'Esercito, e con la deportazione dei "nuovi miserabili"? Per la politica non c'è via d'uscita: o ritrova una ragion d'essere o abdica, e lascia il campo all'opzione militare. Il dilemma, enorme, si lega al futuro della democrazia.


Giovanni Giovannetti

8 agosto 2007

GENOVA: Corteo contro Forza Nuova, denunciati 11 antifascisti


11 compagni antifascisti genovesi sono stati denunciati dalla Digos a seguito del corteo contro Forna Nuova del 19 Maggio. Sul Secolo XIX di Genova di martedi 07/08/07 a pag 25 l'articolo (che pubblichiamo) dichiarava già l'azione delle forze dell'ordine a comprimere con la forza i compagni sino al contatto fisico e a manganellate . Ancora una volta chi difende i valori della Carta Costituzionale, nata dai valori della resistenza antifascista, viene denunciato.


Sono undici le persone denunciate, fra le quali un minore, in seguito al corteo della sinistra antagonista che sabato 19 maggio aveva sfilato per via XX settembre. Protestando contro l'ok dato dalle autorità alla manifestazione pre-elettorale di Forza Nuova. Undici ragazzi che avevano partecipato ai lanci di oggetti contro le forze dell'ordine e che, in tutta risposta, si erano presi qualche manganellata. Per individuarli gli uomini della Digos, coordinati dal dirigente Giuseppe Gonan e dal funzionario Riccardo Perisi, hanno visionato per ore i filmati realizzati quel giorno dalla sezione scientifica. Immagini qualche volta traballanti, a causa della concitazione, ma chiare e nitide. Rallentati da un inizio estate denso di eventi da gestire (vedi le contestazioni all'arcivescovo Bagnasco e l'arrivo a Genova, soprattutto la passeggiata fatta a Sestri Ponente, di silvio Berlusconi su tutti), gli uomini della Digos sono riusciti negli ultimi giorni a concludere il lavoro intorno a quelle registrazioni e individuare i responsabili dei tafferugli. Tutto era iniziato poco prima delle 18 . A quell'ora i manifestanti di forza Nuova, guidati dal segretario nazionale Roberto Fiore e da quello regionale Angelo Riccobaldi, si dirigono verso i giardini di Brignole. Dove di lì a poco avrebbero dovuto fermarsi per il comizio. ad attenderli però, in via Cadorna, c'erano i giovani e neno giovani della sinistra antagonista, anarchici, centri sociali e portuali "antifascisti". Circondati sui lati di Piazza della Vittoria cordoni di polizia e carabinieri in equipaggiamento anti sommossa. Un sit-in pacifico con un unico scopo: impedire che l'iniziativa della destra estrema si concludesse com'era nei piani degli organizzatori. Improvvisamente però la tensione era salita. I due schieramenti delle forze dell'ordine avevano iniziato a comprimere sempre di più la piccola folla contro le aiuole dei giardini. nella speranza, forse, che il raggruppamento si sciogliesse, lasciando posto agli striscioni di Forza Nuova. Un pressing che ha scaldato gli animi. Una parte dei ragazzi era scappata verso via XX settembre e, all'altezza di via Fiume, aveva tirato bottiglie di vetro vuote sui caschi di agenti e militari. I quali avevano caricato, colpendone alcuni con i manganelli. Un accenno di scontri dai quali nessuno, fortunatamente, era uscito con lesioni gravi. Ma che aveva avuto come esito quello di spingere i contestatori verso XX settembre. E' li che davanti agli occhi increduli dei passanti, intenti a guardare le vetrine e mangiare un gelato per trovare refrigerio dalla prima afa, era divampato l'episodio più caldo. Il corteo degli antagonisti infatti, più pacificamente, aveva raggiunto l'edificio dove, oltre il mercato orientale, ha sede pure il movimento di estrema destra Comunità Militante. Dopo i primi "fascisti" gridati verso le finestre del circolo, uno dei militanti si era affacciato al davanzale. Generando un altro lancio di bottiglie proprio in mezzo ai cittadini. Più esterefatti che impauriti. Il rappresentante di Comunità Militante era stato fermato dalal Digos e successivamente rilasciato. Ora, a più di due mesi di distanza undici contestatori della sinistra antagonista sono stati indagati. Tra di loro c'è anche un ragazzino minorenne. Per la maggior parte l'accusa è di resistenza e violenza a pubblico ufficiale, nonchè lancio di oggetti pericolosi. Alcuni poi sonos stati denunciati anche per travisamento. Avevano sfilato con occhiali da sole e foulard intorno alla bocca. Cambiamenti che non sono serviti a celare la loro identità all'occhio elettronico della polizia.

Fonte: Il secolo XIX

7 agosto 2007

Cassazione: "Via Rasella fu atto di guerra"Il Giornale condannato per diffamazione'


I giudici condannano il quotidiano di Paolo Berlusconi "Un atto rivolto contro un esercito straniero occupante". Il gappista Bentivegna: "E' la quarta sentenza che ci dà ragione"


Nel 1996 Il Giornale scatenò una vera e propria campagna contro i partigiani che compirono l'azione di via Rasella. Quell'attacco che provocò 33 morti e scatenò la rappresaglia delle Ss alle Fosse Ardeatine. Articoli che, in pratica, tendevano a "scaricare" sul gruppo dei gappisti guidato da Rosario Bentivegna, le responsabilità della strage che provocò 335 morti. Ora, però, la Cassazione, confermando la condanna al risarcimento per diffamazione (45 mila euro) a beneficio dei gappisti e di Rosario Bentivegna che li guidava, boccia quella campagna di stampa, ne sottolinea le falsità e condanna il quotidiano di Paolo Berlusconi. La Cassazione parte da un dato di fatto: l'attentato contro i tedeschi del battaglione 'Ss Bozen', fu un "legittimo atto di guerra rivolto contro un esercito straniero occupante e diretto a colpire unicamente dei militari". Militari che non erano, come aveva sostenuto Il Giornale "vecchi militari disarmati", ma "soggetti pienamente atti alle armi, tra i 26 e i 43 anni, dotati di sei bombe e pistole". Ed ancora. Non è vero che il 'Bozen' "era formato interamente da cittadini italiani" in quanto, continuano gli ermellini, "facendo parte dell'esercito tedesco, i suoi componenti erano sicuramente altoatesini che avevano optato per la cittadinanza germanica". Poi la Cassazione si dedica alla contabilità delle vittime civili dell'attentato. Secondo Il Giornale erano sette. Ma non è così: "Ora nessuno più mette in discussione che le vittime civili furono due". Così come non era vero che dopo l'attentato erano stati affissi manifesti che invitavano gli attentatori a consegnarsi per evitare rappresaglie". Un punto, questo, portato avanti da una certa storiografia revisionista. Per smentire, la Cassazione parte dai fatti. "L'asserzione trova puntuale smentita nel fatto che la rappresaglia delle Fosse Ardeatine era iniziata circa 21 ore dopo l'attentato - dicono i giudici - , e soprattutto nella direttiva del Minculpop la quale disponeva che si tenesse nascosta la notizia di Via Rasella, che venne effettivamente data a rappresaglia già avvenuta".
Ad avviso dei supremi giudici, tutti questi fatti "non rispondenti al vero non possono essere considerati di carattere marginale". E anche se la Corte di Appello di Milano ha riconosciuto che si sarebbero potute esprimere "dure critiche sulla scelta dell'attentato, l'organizzazione, i suoi scopi", questo non basta per mettere in piedi un castello di inesattezze e falsità. Per questo è da ritenersi "lesiva dell'onorabilità politica e personale" di Bentivegna "la non rispondenza a verità di circostanze non marginali come l'ulteriore parificazione tra partigiani e nazisti con riferimento all'attentato di via Rasella e l'assimilazione tra Erich Priebke e Bentivegna". Un parallelo che Vittorio Feltri, allora direttore del quotidiano, aveva azzardato in un editoriale. Soddisfatto il commento di Bentivegna: "E' la quarta sentenza di un'alta corte italiana, militare penale o civile che ci dà ragione con le stesse motivazioni, ma il il mondo è pieno o di imbecilli o di faziosi ancora disposti a sostenere il contrario. C'è poco da fare..".

Fonte: La Repubblica

Strage alla stazione di Bologna: Lettera aperta a Paolo Bolognesi presidente dell'associazione familiari vittime della strage

Caro Paolo, ho letto il discorso che hai tenuto nell'anniversario della strage di Bologna. Lo condivido in gran parte, e lo rispetto anche laddove non lo condivido. Quel rispetto ti è dovuto per l'associazione che rappresenti, per l'impegno che metti nelle tue azioni, per l'assenza nelle tue parole di calcoli "in politichese": a te non interessa essere gradito o sgradito a questa o quella parte politica; segui con coerenza le tue convinzioni, non sembra importarti l'arte della diplomazia, se può in qualche modo indebolire le tue battaglie. Proprio per questo, spero tu possa apprezzare pure la mia di franchezza: credo che il tuo discorso "sugli amici dei terroristi che siedono in parlamento" sia stato semplicistico. Prima di entrare nel merito, vorrei fare alcune precisazioni. In primo luogo, non sono fra quelli che assegnano un diverso gradiente morale alle azioni terroristiche in base alla matrice di appartenenza; non sono fra chi guarda agli anni di piombo dividendo i colpevoli fra "terroristi" e "compagni che sbagliano". Certo, da uomo di sinistra credo che i percorsi - individuali e collettivi - che condussero molti compagni ad abbracciare la lotta armata vadano indagati e non liquidati come si trattasse di follia collettiva, ma capisco che questi approfondimenti possono sembrare sterile intellettualismo, per chi è rimasto vittima della violenza politica. In secondo luogo, non ho mai attribuito a semplice "vendettismo" l'atteggiamento di chi, colpito dal terrorismo, si sente oggi ferito dalle attenzioni che i media riservano verso i protagonisti di quegli anni, constatando che alle vittime si lascia il solo ruolo di "immaginette" buone per gli anniversari. Fatta salva questa premessa, non condivido il tuo discorso sugli ex terroristi per due questioni. La prima: penso sia un errore gettare nello stesso calderone chi ha scontato la propria pena e chi ne è sfuggito. Volutamente eviterò nomi: vorrei che questa mia analisi - condivisibile o meno che sia - non servisse a rialimentare polemiche su Tizio o Caio, ma fosse il più possibile generale. Il principio di civiltà, non solo giuridica, secondo cui chi ha scontato la propria pena si presenta riabilitato nella società non credo ti sfugga. Se posso capire il vostro fastidio nel vedere un ex brigatista (per fare un esempio) promuovere il proprio libro sugli anni '70, non posso ritenere illegittima l'operazione. Diverso è il discorso sulla non eleggibilità degli ex terroristi, ma pure in questo caso la questione dei "paletti etici" va affrontata in termini generali. Sotto questo profilo, pur non interessando aspetti penali, ritengo che l'esser stato affiliato alla P2 presenti considerazioni anche maggiori di inopportunità. E, siccome poco m'importa di essere bipartisan (anzi…), ti dirò che in questa Repubblica nata dalla Resistenza mi indigna ancora di più la presenza in parlamento di chi vanta legami ideologici col fascismo. La seconda questione: mi sembra, dal tuo discorso, che tu ritenga inopportuna la presenza di ex terroristi in ruoli istituzionali quanto in un centro sociale, a parlare magari di problematiche diverse da quelle relative agli anni ‘70. Esistono ex componenti di bande armate che, scontata la propria pena e dopo aver nei fatti preso le distanze dalle azioni di quegli anni, oggi si occupano di problematiche carcerarie, occupazionali, relative alle tossicodipendenze: il loro apporto su questi argomenti dovrei ritenerlo inficiato dal loro passato? Ma la domanda fondamentale è questa: un'eventuale imposizione del silenzio verso gli ex terroristi sarebbe forse diversa da quella che in molti, in modo più subdolo, hanno cercato di assegnare proprio alle vittime di quei fatti? L'ho già detto in passato e lo ripeto a te: in materia di terrorismo credo che il silenzio invocato per i carnefici possa trasformarsi in un boomerang per la legittima e sacrosanta sete di verità e giustizia delle vittime. Nei giorni scorsi ho dato un'occhiata ad alcuni quotidiani. Le tue dure parole verso "terroristi in parlamento e loro amici" hanno ottenuto molta attenzione. Lo so, non era certo la ricerca di visibilità a muovere il tuo discorso, ma ho trovato di che riflettere sulla circostanza: quando in passato denunciasti le influenze piduiste dell'allora maggioranza di centrodestra le tue parole trovarono una cassa di risonanza molto inferiore; idem dicasi delle tue reiterate affermazioni sulla matrice fascista della strage di Bologna, che in molti - spiace dirlo: non solo a destra - mettono in dubbio ancora oggi. Caro Paolo, credo purtroppo che quei politici che oggi appoggiano le istanze di rigidità verso gli ex protagonisti degli anni di piombo siano interessati più a stendere un velo di silenzio su quegli anni, piuttosto che a concedere a voi vittime una sorta di risarcimento morale sotto la forma di una condanna al silenzio verso gli ex terroristi. Quei politici sono più interessati a dimenticare. Ma dimenticare è la cosa più stupida si possa fare: spesso non è azione durevole e sincera, quasi mai è innocente, mai risulta utile, se non a fini che nulla hanno a vedere con la verità e la giustizia che ti stanno a cuore. Con affettuoso rispetto

Francesco "baro" Barilli
http://www.reti-invisibili.net/

5 agosto 2007

ROMA: Storie di ordinaria ingiustizia


Giovedi 19 luglio si è svolta un´enorme operazione di sgombero nella zona del viadotto della Magliana. Tale intervento voluto dal Sindaco di Roma Walter Veltroni e dall´ex Prefetto Achille Serra è una delle operazioni di maggiori dimensioni svolte negli ultimi anni in città, si valuta in 1.300 le persone cacciate. Una novità in questo tipo di sgomberi è stato che, oltre alla consueta presenza di Polizia, Carabinieri e Vigili Urbani, erano presenti anche poliziotti della Romania come da accordi intercorsi tra Veltroni e il Premier rumeno. Non è la prima volta che viene effettuato uno sgombero nella medesima area. Questa volta la situazione è stata aggravata dalle terribili condizioni atmosferiche con temperature che sfioravano i 40 gradi. Centinaia di persone costrette ad allontanarsi con le loro suppellettili sull´Autostrada Roma Fiumicino. Bambini, donne incinte e con neonati senza acqua, cibo ne un posto dove andare. Le dichiarazioni trionfalistiche del Sindaco/Re Walter Veltroni e del Presidente del XV Municipio Gianni Paris sono gravissime. Si invoca la legalità, la sicurezza e il decoro. Quale legalità invocano costoro in un Italia già condannata dal Consiglio d´Europa per la brutalità degli sgomberi e per il mancato rispetto della normativa europea in merito? Brutalità efferatissima quella che si è vista alla Magliana. Di quale legalità blaterano questi paladini della giustizia? Quella in cui decine di migliaia di migranti vengono trattati quotidianamente da schiavi nei cantieri della Roma che corre e produce? Appare chiaro che la legalità vale due pesi e due misure. I baraccati sono pericolosi fuori legge, chi sfrutta il lavoro nero, chi detiene decine o centinaia di appartamenti affittati al nero a prezzi da strozzini è un onesto cittadino che reclama legge, ordine, sicurezza. E i nostri amministratori sono pronti ad eseguire. Le politiche antisociali e razziste del Comune di Roma sono chiare ed evidenti agli occhi di tutti e tutte nonostante gli sforzi di Veltroni per nasconderli alla città e al mondo, mentre dall´altro lato mostra la sua ipocrita vetrina delle notti bianche e delle estati romane. In questo senso va l´accordo di realizzare cinque enormi campi nomadi al di fuori del Grande Raccordo Anulare. Cinque enormi campi di concentramento privi di tutto in cui rinchiudere migliaia di persone indesiderate. Come il campo di Castel Romano dove oltre 300 nomadi sono ostretti da due anni a vivere senza acqua potabile ne impianto fognario a 15 km dalla città. Campo realizzato oltretutto all´interno di un´area naturale protetta e scelto proprio perché è una delle località meno abitate del Comune di Roma. Sul fronte dell´emergenza abitativa nessuna soluzione concreta ad una situazione che non fa che aggravarsi grazie alla cartolarizzazione (cioè alla svendita) dell´enorme patrimonio pubblico immobiliare di Roma. Si minaccia il pugno duro per chi stanco di subire queste politiche si organizza ed occupa. Le occupazioni realizzate dai movimenti di lotta per la casa in questi ultimi mesi sono mantenute in uno stato d´assedio e sotto la costante minaccia di sgombero. Intanto in tutto il Comune di Roma si edificano i nuovi quartieri in cui speculatori e palazzinari ingrassano devastando gli ultimi scampoli della campagna romana, realizzando immobili che vengono venduti ed affittati a cifre esorbitanti. Costruire l´opposizione al modello veltroniano di sviluppo della metropoli è oggi più che mai possibile e necessario. Rompere il muro di silenzio in cui passano le vergognose scelte sulle politiche sociali è indispensabile per smascherare questi "democratici di sinistra" che altro non sono che burattini nelle mani dei poteri forti della città.

C.S.O.A. Macchia Rossa

Dopo la fuga dal Cpt di Bari, Amato decide espulsioni immediate


Identificare in carcere i detenuti stranieri in modo che possano essere espulsi senza dover poi passare per i Cpt. All’indomani della fuga - con tanto di feriti tra i fuggitivi e le stesse delle forze dell’ordine - di 32 migrati dal centro di identificazione di Bari, arriva la direttiva firmata dal ministro dell’Interno, Giuliano Amato e da quello della Giustizia, Clemente Mastella, che fissa nuove procedure per rendere «più efficiente» il sistema. Invece di rimettere in campo l’idea della chiusura definitiva di queste prigioni mascherate, l’idea è in sostanza una trovata per facilitare i rimpatri. Le norme prevedono una più stretta collaborazione tra le autorità carcerarie e le forze di polizia che consentirà l’identificazione durante la permanenza in carcere degli immigrati. Una volta identificato, il detenuto sarà poi trasferito in un penitenziario vicino al luogo di partenza per il rimpatrio. Da qui, al momento della scarcerazione - che sarà comunicata con debito anticipo dalle autorità carcerarie alla Questura - lo straniero sarà rimpatriato. «Si intende così rendere più efficiente - spiega il Viminale - il sistema delle espulsioni, che si è dimostrato, almeno a partire dall’anno 2003, molto poco efficace proprio per la difficoltà a identificare i soggetti da allontanare».
E si alleggerisce, nello stesso tempo, la pressione sui Cpt, dove questi soggetti venivano destinati al momento della scarcerazione per essere identificati (con un tempo massimo di 60 giorni, dopo essere stati in carcere spesso per anni).
Ed ecco come funzionerà il nuovo sistema. La Questura deve essere subito informata dalla direzione del carcere interessato dell’emissione del provvedimento di custodia cautelare o della definitiva sentenza di condanna ad una pena detentiva nei confronti di un migrante. Deve essere tempestivamente informata anche della data prevista per la scarcerazione. Ogni bimestre, ciascuno istituto dovrà comunicare l’elenco dei detenuti i cui termini di scarcerazione sono in scadenza entro il successivo semestre. Tempestiva comunicazione viene fatta anche nel caso in cui il magistrato di sorveglianza dispone l’anticipazione della scarcerazione. Il direttore del carcere provvede poi ad assicurare la scarcerazione in orario compatibile con quello di partenza del mezzo di trasporto con il quale avverrà il rimpatrio. Le forze di polizia devono eseguire il fotosegnalamento dattiloscopico (cioé il rilevamento delle impronte delle dieci dita ruotate e non piane; e la fotografia di fronte e di profilo a capo scoperto) subito dopo l’arresto e, comunque, prima che questi vengano condotti in udienza per la convalida. La Polizia penitenziaria, al momento in cui lo straniero viene condotto in carcere, accerterà che questa pratica sia stata eseguita o ne solleciterà l’adempimento. In caso negativo lo straniero sarà trasferito presso l’ufficio della forza di polizia per la procedura. Una copia del cartellino fotodattiloscopico sarà inviata alla polizia penitenziaria del carcere dove lo straniero è detenuto per essere allegata al suo fascicolo personale.
Copia del cartellino sarà inviata anche all’Ufficio Immigrazione. La Questura avvia l’identificazione immediatamente dopo il provvedimento di custodia cautelare o della definitiva sentenza di condanna, interessando le autorità diplomatiche dei Paesi di possibile provenienza degli immigrati. Da questo momento comincia un percorso che vede una stretta collaborazione tra le forze di polizia interessate. Il carcere, dove lo straniero è detenuto, è luogo privilegiato di osservazione per agevolare l’identificazione, e l’amministrazione può acquisire elementi utili che devono essere forniti alla Questura.


4 agosto 2007

Lampedusa: Vacanza xenofoba per Forza Nuova

Questa volta l’obiettivo è l’isola di Lampedusa, luogo di arrivo dei migranti durante l’estate e per questo già «onorata» a luglio di una visita di Jean Le Pen, il leader xenofobo del Fronte nazionale francese e di una delegazione del gruppo parlamentare europeo «Identità e Tradizione». Per il 4 e il 5 agosto Forza Nuova ha comunicato al sindaco di Lampedusa e alla questura di Agrigento che terrà un presidio in corso Roma «dalle 20 alle 24» con «esposizione di striscioni e bandiere e la distribuzione di un volantino». Tema: «Fermiamo l’immigrazione, salviamo Lampedusa». Va detto che loro stessi non si aspettano grandi numeri, prevedono infatti la presenza «di un numero di militanti compreso tra le 20 e le 30 unità». Alle elezioni amministrative la giunta di Lampedusa è rimasta in mano alla destra: il vicesindaco è Angela Maraventano della Lega (nella foto).


2 agosto 2007

VERONA: Una via dedicata a un picchiatore fascista.


Nicola Pasetto, militante del Fronte della gioventù e deputato di An finirà nella toponomastica cittadina. E' l'ultima trovata del Comune

Nella mozione, presentata dalla maggioranza di centrodestra - Lega Nord, Fi, An, Udc, Lista civica del sindaco Tosi - e approvata lunedì scorso dal consiglio comunale di Verona, si chiede di intitolare una via della città all'onorevole Nicola Pasetto, a dieci anni dalla «prematura scomparsa». Pasetto, picchiatore del Fronte della Gioventù, consigliere comunale missino, poi deputato di Alleanza nazionale ha - secondo i proponenti - «lasciato una traccia indelebile della propria attività politica e sociale in favore della nostra città», tanto che non è un caso se «è ancora vivissimo il suo ricordo in molti concittadini». Due affermazioni che si possono condividere. Sono state numerose infatti le tracce di sangue lasciate dalle vittime del futuro titolare di via o piazza: studenti, giovani di sinistra, militanti della Fgci o dei gruppi della sinistra extraparlamentare fino a un anziano partigiano che ebbe, nel 1980, 40 giorni di prognosi. Pasetto ne ha avuto per tutti. Il suo ricordo è senza dubbio vivissimo, soprattutto per i due giovani fratelli e il loro compagno che la notte del 4 aprile 1981, insieme ad altri amici, stavano attacchinando in centro dei manifesti contro la pena di morte. Assaliti a colpi di spranga e cric, ebbero 20, 10 e 3 giorni di prognosi. Per questo fatto la «figura simbolica» fece un mese di carcere e viene condannato - in un processo che vede il Partito comunista parte civile - a 9 mesi per violenza privata più un mese e una multa per il porto delle armi improprie. In appello Pasetto godette dell'amnistia per il reato di violenza privata e venne assolto «per insufficienza di prove» per il porto di armi improprie. Insieme a lui, un altro «riciclato eccellente»: Luca Bajona, latitante dopo l'aggressione, poi costituitosi, futuro consigliere comunale di An, vicesindaco e assessore alla Cultura nella giunta Sironi, finanziatore di eventi come la «Alla scoperta della cultura non conforme» (2001), fiera di libri della destra radicale. Sarà proprio lui il primo a chiedere, in una seduta del consiglio nel 2004, di intitolare una strada a Pasetto. Allora la mozione fu respinta.Graziano Perini, capogruppo del Pcdi in consiglio comunale, non ha avuto il tempo di raccontare tutta la storia (molte altre ce ne sono) nella seduta di lunedì. Ha ricordato però la nota di condanna partita dall'ufficio di presidenza del consiglio comunale di allora contro «il picchiatore del Msi Nicola Pasetto, che non dovrà più sedere in consiglio comunale».Fiato sprecato, visto che Pasetto sarà eletto addirittura in Parlamento, dove con Storace capeggerà l'aggressione a Mauro Paissan dei Verdi, e resterà, dopo la sua morte, una figura quasi mitica per le destre - un paio di circoli veneti di An e uno della destra radicale portano il suo nome - tanto che la sua memoria viene tutt'oggi celebrata con incontri e concerti a base di musica nazirock. Ci si chiede allora come può un personaggio del genere «rappresentare - sono sempre le parole della mozione - per le giovani generazioni, un chiaro esempio di lealtà, onestà e coraggio, di passione civile e amore sincero per lapropria città e per la propria gente». Tuttavia non è solo questione di sfregi simbolici, questo come l'elezione di Andrea Miglioranzi (poi dimessosi) della Fiamma a rappresentare il Comune nell'assemblea dell'Istituto storico della Resistenza. Ciò che davvero preoccupa i democratici veronesi, politici e non, sono le modalità con cui procedono i lavori del consiglio comunale. Tempi contingentati per gli interventi - tre minuti nell'ultima seduta, e solo per i capigruppo - una sfilza di ordinanze emanate prima di aver presentato le linee programmatiche della giunta e quindi eletto le commissioni - si va dal divieto di mangiare e bivaccare vicino ai monumenti alle multe ai clienti delle prostitute e dei vu cumprà, dal divieto di bere alcolici ai giardini a quello di camminare in abiti succinti - e, ultima novità, le denunce ai giornalisti. Fatte - pare - dal sindaco ma a nome dell'amministrazione. Così, napoleoneggiando ....


Paola Bonatelli

1 agosto 2007

Cpt di Bari, rimpatriati 40 egiziani


Sono stati rimpatriati stamattina alle 4 con un volo charter partito da Bari-Palese 40 cittadini di nazionalita' egiziana, una parte degli ospiti del Cpt di Bari che domenica avevano sostenuto la fuga dal Centro di 32 persone. Erano scortati da un cospicuo numero di uomini delle forze dell'ordine. Nel Cpt di Bari "San Paolo", sono rimasti una ottantina di migranti di varie nazionalità, in attesa anche loro di essere rimpatriati. Invece i quattro cittadini egiziani arrestati dopo gli incidenti nel Cpt stamani in Tribunale, in sede di udienza di convalida, sono stati condannati ad 1 anno e 9 mesi di reclusione con la sospensione condizionale della pena.

PERGOLA (PU): Aggressione fascista


I fatti accaduti nella notte fra sabato 28 e domenica 29 luglio a Pergola non sono riconducibili ad una classica rissa tra ubriachi del sabato sera, ma ad una vera e propria aggressione nazi-fascista. Infatti i responsabili dell'aggressione sono riconducibili a gruppi di estrema destra organizzata e tollerata dalle istituzioni, come Forza Nuova che legittima e annovera tra le sua fila naziskin che girano per le strade quotidianamente armati di coltelli e pugni di ferro. Quest'ultimo episodio è l'esempio lampante della loro metodologia: hanno provocato e aggredito e in seguito ad una giusta risposta antifascista hanno ben pensato, nella loro indole vigliacca, di accoltellare alle spalle un ragazzo coinvolto. Una volta lasciatolo a terra, agonizzante con la pleura forata dalla lama, si sono congedati inneggiando al duce ed esibendo saluti romani. Il rituale dell'aggressione vigliacca e squadrista non è una novità nel nostro territorio da quando circa un anno fa il sindaco Aguzzi ha permesso alle camicie nere di aprire una sede a Fano e di usufruire di spazi pubblici, facendo di questa città l'epicentro della violenza fascista organizzata di tutto l'entroterra marchigiano. Invitiamo per l'ennesima volta le autorità a chiudere tutte le sedi che propagandano revisionismo storico di stampo fascista e intolleranza xenofoba e rivendichiamo inoltre il nostro diritto di esistenza e Resistenza


La Bottega di Resistenza Globale di Fossombrone
Centro Sociale Autogestito Oltrefrontiera di Pesaro

BARI: Cosa succede al CPT ?


I recenti episodi di violenza ampiamente documentati dalla stampa locale, aprono nuovamente il dibattito per la chiusura definitiva dei CPT, a Bari e nell’intero territorio nazionale.
Ormai è noto a tutti che questi luoghi sono delle prigioni in tutti i sensi, con l’unica differenza che i reclusi non hanno commesso alcun reato, se non quello di scappare dai propri paesi per motivi di guerra o di miseria, alla ricerca di una vita migliore.
L’ episodio del CPT di Bari, una vera e propria “rivolta” di cittadini egiziani, conclusasi con otto ricoverati immigrati e diversi contusi tra le forze dell’ordine, non è notizia di tutti i giorni. Per questi motivi chiediamo che il Ministero degli Interni avvii immediatamente una ispezione per verificare come sono realmente avvenuti questi gravi episodi. Inoltre abbiamo verificato e ci stupisce che tra gli “ospiti” del CPT vi sia la presenza di un minore, anch’esso ricoverato. Ci chiediamo come mai fosse rinchiuso nel CPT, quando montagne di circolari ministeriali vietano il trattenimento di minori non accompagnati, da ultima la circolare 11 Luglio 2007. Per questo ragazzo chiediamo che da subito si attivino i servizi sociali del Comune di Bari ma sarà anche necessario verificare come è possibile abusare così disinvoltamente della legge, con relative responsabilità civili e penali qualora emergessero.
Il Governo di centro sinistra non può continuare a trattare la questione dell’immigrazione come questione che riguarda le sole forze dell’ordine. E’ giunto il momento di aprire un confronto serrato con le comunità migranti presenti nel paese e le associazioni antirazziste per arrivare alla cancellazione definitiva della legge Bossi- Fini e costruire una nuova legislazione sui temi dell’immigrazione che abbia al centro l’accoglienza, il rispetto dei diritti civili e sociali.

Spotello Migranti

Bari 31.07.2007

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