Lettere dal carcere

Pagina a cura di Mario Pontillo responsabile sportello carcere Osservatorio sulla Repressione




Caro signore 'pro ergastolo'
di Marcello dell'Anna

Ritengo che quando qualcuno si esprime sulla pena dell'ergastolo, specialmente nella sua variante “ostativa”, dovrebbe farlo almeno con cognizione di causa e con una certa ponderazione. Ecco perché oggi non voglio parlare di questa delicata e importante questione con chi, come me, è contro l'ergastolo: non avrebbe senso. Vorrei, invece, poter chiacchierare sull'argomento con colui il quale è “pro ergastolo”. Vorrei che TU, una buona volta, non discutessi di questa pena con altri tuoi pari, ma parlassi direttamente con me che con questa pena ho un “rapporto particolare” da oltre vent'anni. Sono uno dei tanti ergastolani ostativi e, penso, che quando l'ergastolo ostativo non offre che occasioni di vomito a tante persone oneste, appare difficile sostenere che esso sia destinato ad accrescere la pace e l'ordine in seno allo Stato. E' evidente che, agli occhi di queste persone, siffatta condanna a vita non è meno ripugnante della pena di morte, dato che questa 'pena di morte viva' pungi dal riparare l'offesa inferta al corpo sociale, non può aggiungervi che fango. Pertanto mi domando, caro signore “pro ergastolo”: può la libertà o meno di una persona, condannata già ad un “fine pena MAI”, dipendere da precise condizioni che rispondono solo ad una logica di rivalsa e a un primordiale senso di vindice giustizia? Può uno Stato civile e democratico che (...ingannevolmente dice di essere...) in prima linea contro la pena di morte, usare sistemi di costrizione inquisitoria e di cinquecentesca memoria? Ecco, molto probabilmente, caro signore “pro ergastolo”, TU che ti opponi ad un sistema rieducativo e di reinserimento, intendo per “certezza della pena”, una morte lenta e crudele, più disumana e spietata della pena di morte perché ti fa rimanere vivo con la consapevolezza di essere già morto. Noi 'ergastolani ostativi' ci sentiamo come tenuti in un limbo che non è propriamente morte ma di certo non è vita, perché è un'agonia che dura per sempre, è una condizione in cui la vita e la morte si fondono e si confondono. Ecco è una pena di morte oramai (s)mascherata. E il fatto che in Italia non venga eseguita una vera e propria pena capitale, permette a TE signore “pro ergastolo” e alle nostre Istituzioni di mettervi la coscienza al riparo dal senso di colpa che potrebbe procurarvi la messa a morte del reo. Ma in questo modo TU hai solo l' “illusione” di vivere in un paese civile e democratico. Ebbene, ti domando se è giusto annientare una vita umana per mezzo di una legge che ha solo la bieca e cinica maschera della legalità, mentre, in realtà, nelle nostre carceri si consuma il dramma di pene che non hanno una FINE e che annullano la VITA in maniera molto più crudele e disumana della MORTE. Devi sapere caro signore “pro ergastolo” che questa atroce pena non rafforza nemmeno l'autorevolezza della legge e non raggiunge nemmeno l'obiettivo di cancellare il dolore delle eventuali vittime dei reati. L' “ergastolo ostativo” insudicia la nostra società, e di conseguenza TU che ne sei fautore, non puoi giustificarla, e non puoi nemmeno vantarti con cinico orgoglio di aver inventato questa variante della pena, ossia l' “ostatività”, mezzo rapido e umano di uccidere ogni giorno nell'anima e nel corpo noi detenuti ergastolani. Con l'ergastolo ostativo, caro signore “pro ergastolo”, lo Stato oltrepassa il limite dei diritti, finisce per sfigurarsi assumendo il volto inaccettabile della crudeltà e della vendetta. Quello stesso volto crudele che io avevo oltre venti anni fa. Quindi lo Stato non è poi tanto diverso da quello che io ero in passato. Con una differenza però: che io sono riuscito a diventare una persona diversa e migliore, ravveduta, recuperata, ho imparato a rispettare leggi e regole (io, Carmelo, e tanti come noi, appunto, ne siamo testimonianza vivente e attuale!), mentre lo Stato, e anche TU, siete rimasti con quel crudele volto... criminogeno e vendicativo! Devi sapere, caro signore “pro ergastolo”, che “una morte aspra e lenta mi consuma; ciò che temo di più è il riposo, uno stato che mi lascia con me stesso: per uscirne io sfido continuamente la morte: la solitudine, il non-tempo, e la mia coscienza; ecco il mio vero supplizio”. Caro signore “pro ergastolo”, da secoli la pena di morte, spesso accompagnata da selvagge raffinatezze, tenta di tener testa al delitto; e il delitto persiste. Perché? Per secoli si è punito l'omicidio con la pena capitale, eppure la razza di Caino non è scomparsa. Perché? Queste anomalie bastano a spiegare come una pena che sembra calcolata per impaurire animi normali sia in realtà volta alla vendetta e al giustizionalismo. Chiamiamo piuttosto con il suo vero nome questa pena a cui ogni pubblicità è rifiutata: “pena di morte viva”. Chiamiamola con il suo vero nome per quel che essenzialmente è: una vendetta perpetrata da anni. O meglio è una legge primordiale antica come l'uomo: si chiama taglione. Si tratta di un sentimento brutale, non di un principio. Il taglione rientra nell'ordine della natura, dell'istinto; non rientra nell'ordine della legge. Sappi bene, caro signore “pro ergastolo”, che in questi luoghi non ci sono delinquenti. Anche perché la TUA convinzione che dentro ci siano soltanto delinquenti e fuori soltanto galantuomini non è che una illusione. E poi non devi dimenticare quell'importante principio giuridico sulla presunzione di innocenza o di colpevolezza. Se dunque TU vuoi conservare la pena dell'ergastolo, risparmiaci almeno l'ipocrisia di giustificarla con i soliti cinici e pretestuosi discorsi sulla mafia o antimafia. Anche perché mi sono sempre ribellato alla gogna di essere considerato “mafioso” e per questo tacciato come “cattivo e per sempre” senza speranza di recupero. E ricordati, ancora, caro signore “pro ergastolo”, TU che manifesti e propugni il mantenimento di questa pena, senza conoscere la persona che sono oggi, ma “giustiziandomi” per quello che ero oltre vent'anni fa, ricordati che questo TUO “modo di pensare” non è poi tanto diverso da chi si arma la mano per commettere un assassinio. Anche TU, persona della società civile, volendo la mia morte e giustificando la pena dell'ergastolo, anche TU devi ogni giorno mostrare le mani sporche di sangue della vendetta e dell'omicidio. Devo concludere, caro signore, anche se ci sarebbe da parlare per giorni interi su questo tema e chissà se una volta terminato il nostro discorso tu non cambiassi opinione.

Nuoro, 7 gennaio 2013


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Questa volta dico no, parola di uomo ombra

Il carcere serve solo a ingenerare odio, brama di godimenti e nefasta leggerezza. Succhia la linfa vitale dall'uomo, snerva la sua anima, la infiacchisce, la intimidisce e poi presenta una mummia moralmente inaridita e inebetita, come modello di ravvedimento e pentimento. (F.D. Dostoevskij)

Sono sedici anni su ventuno che sono sottoposto al regime/circuito AS1 (ex E.I.V.).
Contro questo regime ho vinto anche un ricorso alla Corte europea, (Musumeci contro Italia, ricordo n. 33695/6069) ma certi funzionari con la malvagia e truffaldina intelligenza che li distingue, con la circolare (3619/6069) del 21 aprile del 2009, hanno cambiato il nome al circuito/regime E.I.V. con quello AS1, lasciando per il resto le cose come stavano.
Questa estate ho subito un trasferimento a causa della rottamazione della sezione AS1 del carcere di Spoleto, interrompendo un trattamento positivo di recupero sociale, didattico e lavorativo.
Trasferimento ordinato dai funzionari del DAP che hanno assegnato e trasferito i detenuti in carceri lontani violando la legge (“Nel disporre i trasferimenti deve essere favorito il criterio di destinare i soggetti in istituti prossimi alla residenza della famiglia” art. 42 O.P.), il regolamento di esecuzione (“Nei trasferimenti per motivi diversi da quelli di giustizia o di sicurezza si tiene conto delle richieste espresse dai detenuti e dagli internati in ordine alla destinazione”. “Sono evitati in quanto possibile i trasferimenti ad altri istituti dei detenuti ed internati impegnati nei corsi, anche se destinati da esigenze di sovraffollamento, e qualunque intervento che possa interrompere la partecipazione a tale attività” artt. 83 R.E. E 42 R.E.).
Appena sono arrivato in questo carcere di Padova, mi sono iscritto all'Università di Padova al Corso di laurea in Filosofia (numero matricola 1057100) e sono stato inserito alla Redazione di Ristretti Orizzonti dell'Istituto.
Nel giornale la Nuova Sardegna del 18 ottobre 2012 testualmente si legge:
-(...) Sono gli AS3 (alta sorveglianza) coloro che dovrebbero invece occupare le celle che si stanno aprendo nell'isola: 150 a Tempo-Nucnis, 350 a Sassari-Bancali (con due sezioni AS2 e con reparto AS1), 180 posti a Massama (AS2 e 3) e 650 a Uta (AS1, AS2, e AS3) (...)”.
Prendendo per buona l'apertura di queste due nuove sezioni AS1 in Sardegna da riempire di carne umana, e delle voci di corridoio della chiusura della sezione AS1 di Padova e sapendo che i funzionari del DAP non rispettano la Costituzione, la legge, i principi e i regolamenti interni e sovranazionali, questa volta dico no, parola di uomo ombra, a qualsiasi trasferimento fuorilegge.
Faccio anche presente a quei funzionari del DAP che non rispettano la legge che io stesso ho chiesto la revoca della liberazione anticipata al Tribunale di Sorveglianza di Perugia (ordinanza del 6/09/2012) che mi è stata concessa, perché si tratta di una concessione inutile in quanto mi trovo in espiazione di pena per reati ostativi all'ottenimento di qualsiasi beneficio penitenziario.
E, quindi, considerando che ho l'ergastolo ostativo e che devo morire in carcere ho il vantaggio di non essere ricattabile e posso permettermi il lusso di ribellarmi e di difendermi da quei funzionari del DAP che non rispettano la legge.
Lo giuro, questa volta mi opporrò, con resistenza passiva con fermate ai passaggi, nei corridoi e nei locali, dove sarò spostato durante la vita quotidiana nell'istituto.
E non posso che vincere perché non ho più nulla da perdere.

Carmelo Musumeci.
Carcere di Padova 2012
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Che fine ha fatto l'uomo ombra Marcello Dell'Anna?

Io sono contrario all'ergastolo prima di tutto perché non riesco a immaginarlo (Pietro Ingrao).


Prima della rottamazione della sezione AS1 dei funzionari dal cuore nero del Dipartimento Amministrativo Penitenziario e della diaspora degli uomini ombra nei carceri italiani, Marcello ed io eravamo dirimpettai di tomba.
La sua cella era nel lato che batteva il sole invece la mia cella era allocata nel lato dove il sole non batteva mai.
E spesso il mattino chiedevo a Marcello di tenere il blindato aperto per rubargli qualche raggio di sole che gli entrava tra le sbarre della sua finestra.
E lui che studiava e per non fare entrare i rumori della sezione teneva normalmente il blindato accostavo mi accontentava.
La mia storia assomiglia molto a quella di Marcello, anche lui ha una compagna che lo aspetta da venti anni e un figlio che non ha visto crescere.
Anche lui è un attivista per l'abolizione in Italia della Pena di Morte Viva (l'ergastolo ostativo come lo chiamiamo noi uomini ombra) e dell'attuale petizione in rete sul sito www.carmelomusumeci.com che a oggi ha superato le quattordici mila firme.
E che sta vedendo adesioni come Stefano Rodotà, Umberto Veronesi, Luigi Ferraioli, Don Luigi Ciotti, Erri de Luca, Margherita Hack, Agnese Moro, Bianca Berlinguer, Giuliano Amato.
Anche Marcello quest'anno s'è laureato in giurisprudenza e maledizione con un voto più alto del mio, (ma non me l'hai mai fatto pesare).
E forse anche per questo ha usufruito di quattordici ore di permesso da uomo libero invece delle undici ore che ho usufruito io.
L'ultima volta che ho visto Marcello (è stato trasferito dal carcere di Spoleto qualche giorno prima di me), gli ho detto:
-Chissà dove ci manderanno. Forse i Funzionari dal cuore nero del Dipartimento Amministrativo Penitenziario non ci perdoneranno mai di averli sfidati perché siamo usciti in permesso da uomini liberi e invece di scappare siamo rientrati, di nostra spontanea volontà, dentro l'Assassinio dei Sogni sapendo di avere buone probabilità di uscirne solo da morti.
In queste settimane mi sono spesso domandato che fine aveva fatto Marcello e finalmente l'altro giorno ho ricevuto una sua lettera che mi comunicava che era stato deportato in Sardegna insieme a altri tre uomini ombra che erano nel carcere di Spoleto.
Mi ha scritto nel carcere di Nuoro per ovvi motivi di distanza e finanziari non può usufruire di colloqui regolari e che non può continuare ad approfondire i suoi studi universitari.
E mi ha chiesto di dargli un po' della mia voce per attirare l'attenzione sociale sulla sua situazione, cosa che io farò con tutto il cuore come lui a suo tempo mi aveva donato qualche raggio di sole che gli entravano dalla sua finestra.
Marcello, spero che qualcuno là fuori raccolga i nostri ululati per farti ritornare nel continente in un carcere vivibile e vicino alla famiglia.
Forza Marcello, purtroppo i buoni non si accontentano di tenerci prigionieri ma vogliono farci anche soffrire.

Carmelo Musumeci
Carcere Padova 2012
 
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Carinola, 26 ottobre 2012

Ciao Mario, ti ringrazio per i giudizi benevoli che dai ai miei pensieri deliranti di vecchio comunista; opinioni dalle quali spesso trasuda l'amaro di chi ha perso già tutte le guerre e s'inventa di essere ancora in lotta per trovare un nemico che lo finisca, che comunque lo faccia uscire dalla stupida vita di ingabbiato.
Con questa premessa mi appresso a riscontrare la tua lettera del 14 ottobre, come tutte le altre precedenti, a me graditissima.
Permettimi però di dubitare circa il contributo che le mie lettere apporterebbero al libro di Nicola. Io ho l'irremovibile convinzione che il disagio e i fenomeni criminali abbiamo padri e madri ben precisi, genitori che non possono non abitare e agire in quell'olimpo di leve di potere che è lo Stato. Non sto su una deriva sociologica; i miei dubbi sulla bontà dei governanti hanno ancore nella chimica umana che esclude, con insuperabili certezze, l'esistenza di istituzioni criminali negli acidi nucleici responsabili dello sviluppo di ogni persona: a meno di rarissimi casi di patologie neuroniche, pregiudizievoli alla formazione educativa e valoriale dell'individuo. Anche se, ormai, disagio e criminalità sono sistemici ed è semplice confonderli come me mere scelte di singoli o di gruppi di persone abitanti la “società”. Nessuno crede ormai che bene e male siano legati a categorie diverse d'umanità; rubano i politici di rango e rubano i coatti e i borseggiatori da te visitati a Rebibbia. Sarebbe meglio che certi politici smettessero di contestualizzare i disvalori morali là dove c'è povertà economica e degrado ambientale. Altrimenti, il furto di denaro pubblico da parte di un eleto dal popolo dovrebbe pesare di tali aggravanti, come avviene ancora in Cina e a Cuva, da determinare condanne non inferiori ai 30 anni di carcere.
Non credo vi sia prova più evidente di questa che ti racconto e che riguarda le elezioni “democratiche” siciliane. Come saprai Fava si è dovuto ritirare dalla competizione elettorale per aver registrato con tre giorni di ritardo la sua residenza in Sicilia. Al suo posto è stata candidata una proletaria, sindacalista Fiom, la Giovanna Marano: persona che certamente non aveva né come comprare voti col denaro né comprare pubblicità nei quotidiani come invece hanno fatto gli altri contendenti. Risultato: quasi tutti i manifesti elettorali della Marano sono stati coperti dai manifesti di Musumeci (pupillo di Alfano) e anche i due quotidiani che monopolizzano l'informazione siciliana (essendo anche proprietari delle più importanti TV locali) hanno vergognosamente oscurato la candidatura di Marano a beneficio di Musumeci e Crocetta. In alcuni quartieri di Catania (città dove Musumeci è un “dominus”) alcuni volontari di SEL hanno istituito la sorveglianza h 24 dei manifesti della Marano, per evitare che quella candidata venisse sconfitta a propri: esclusa.
Se così andranno sempre le cose, suggeriscimi una ragione per cui una persona dovrebbe credere all'esistenza in Italia di elezioni democratiche, oppure che lo Stato c'è e che la legalità corrisponda ai dettati della giustizia. Tutto è barbaro nell'amministrazione della “cosa pubblica” e Falcone aveva ragione quando rimproverava a Martelli di aver trasmesso il messaggio secondo cui a volere le leggi speciali era stato il “giudice di Palermo” convogliando tanti odi e pericolosi malanni contro un'unica persona e non, come invece doveva essere, sull'intera classe politica fatta da migliaia di rappresentanti del Popolo. Chi ha ucciso Falcone? Abbracci Alfio
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Nuoro, 18 ottobre 2012

Gent. mo Signor Pontillo,
mettiamo da parte i titoli accademici e, se lo desidera, nella prossima potremmo darci del tu.
Ritengo che il titolo accademico, in alcuni casi, serva a ben poco e vi sono persone, come lei, che si distinguono per azioni sociali di lodevole ammirazione più d'ogni altra persona intellettuale o politica che non perde occasione mediatica a pubblicizzare ignobilmente solo se stesso.
Ho ricevuto la sua lettera e mi ha fatto molto piacere leggerla nei vari passaggi citati in relazione alla dispotica decisione presa dal DAP per sciogliere un gruppo di persone-detenute che esprimevano bene un pensiero giuridico e civile contro l'obbrobrio di una pena che è volta solo alla vendetta di uno Stato che si ritiene [in]civile.
Grazie per aver girato la mia lettera all'Osservatorio sulla repressione, all'Ufficio del Presidente delle Camere penali, a radio di movimento che si occupano di carcere.
Ritengo Signor Pontillo che il DAP nel commettere un illecito giuridico ha anche leso i diritti soggettivi che riguardano danno morali subiti dai nostri stessi familiari, che più di noi scontano “forzatamente” una pena senza aver commesso nessun delitto.
E' ora di urlare contro questi trasferimenti dispotici e illegittimi. In questo modo lo Stato si dimostra criminogeno, incuranete del percorso trattamentale intrapreso da un detenuto, dell'interruzione dei rapporti familiari che non possono essere compressi del tutto, del lavoro dell'equipe di esperti che sono preposti all'osservazione e al trattamento, degli studi avviati dal detenuto e repentimanete interrotti per delle decisioni burocratiche prese in violazione dei criteri stabiliti dalla legge penitenziaria.
Lo Stato in alcuni convegni predica bene ma...-nei fatti- razzola male, ed allora vorrei rivolgere una domanda a questi signori del DAP: “perchè ci trattate in questo modo? Forse perchè siamo stati condannati, magari da diversi decenni, per una determinata tipologia di reati e, quindi, per voi non abbiamo più diritti, non abbiamo più dignità, e potete trattarci come dei pacchi postali, come delle mere pratiche da evadere ogni qual volta vi pare e piace? E' per voi questo uno Stato democratico e civile in cui vige giustizia e non vendetta? Perchè per noi detenuti, sconosceTe il principio dell'uguaglianza e praticaTe solo quello della discriminazione e della disparità”.
Per quanto concerne, invece, la deroga al principio della territorializzazione della pena, giustidicato (convenientemente) dalla pericolosità soggettiva e sociale di quei condannati facenti parte di organizzazioni criminali di tipo mafioso, la ritengo solo un pretesto. Il lucro e lo sperpero di soldi pubblici sui trasferimenti e sulle continue traduzioni disposte dal Ministero, dal nord al sud Italia e viceversa, è inimmaginabile. Tutti questi soldi pubblici si potrebbero risparmiare, se solo venisse attuata una buona vigilanza/sorveglianza e sicurezza in carceri anche prossimi alle regioni di residenza, senza il bisogno che un detenuto espii la propria pena a centinaia e centinaia di chilometri di distanza. Lo Stato così non affligge e tortura psicologicamente solo il detenuto, ma anche i suoi familiari, con danni irreversibili (salute, rapporti familiari, separazioni di coppie, etc.).
La pena, così intesa, non può non ritenersi inumana e degradante, in spregio all'art.27 della stessa Costituzione.
Per questo non si può rimanere silenti e indifferenti di fronte a simili sciatterie ma bisogna renderle pubbliche, parlarne e... chi non fosse d'accordo con le mie affermazioni accetto certamente un civile confronto e scambio.
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Nuoro, 26 settembre 2012

Egregio Dr. Pontillo,
sicuramente le sarà nota la vicenda riguardante il trasferimento di diciotto ergastolani disposto dal DAP a fine luglio detenuti nel carcere di Spoleto e diraamti in altri carceri d'Italia.
Senza ombra di dubbio ritengo che la mia vicenda risalterà al Suo interesse, più delle altre, anto da farla rimanere attonito, dal momento che dal carcere umbro sono stato “sbattuto” addirittura in Sardegna.
Sebbene nel corso della mia lunga detenzione sia stato sempre una persona riservata, non ho mai cercato, ahimè, rendere pubblico all'esterno del carcere, o pubblicizzare, il mio encomiabile curriculum detentivo acquisito durante il percorso di riparazione e recupero intrapreso oramai da diversi anni. Ciò sicuramente mi ha penalizzato e la vicenza in questione ne è la prova.
Tutti i miei sacrifici, anni di studio, crescita intellettuale e preparazine giuridica, redazione di elaborati, ricerche, trattazioni sia giuridiche sia di attualità, due libri scritti etc, sono stati spazzati via dall'Amministrazione penitenziaria. Mi permetta lo sfogo.
Ritengo che sia giunto il momento di far conoscere la persona che oggi sono (come si suol dire in gergo “un detenuto modello”) e ritengo pure che “la quantità di pena espiata (i risultati conseguiti, la dimostrazione del rispetto della legge rientrando dal permesso) abbia assolto positivamente al suo fine rieducativo.
Come già sicuramente sapete Dr. Pontillo, alcuni di questi signori che sono al DAP si mostrano incuranti di fronte ad ogni condizione oggettiva e soggettiva del singolo detenuto e, credo, che non hanno paura della legge, perchè altrimenti non la violerebbero di continuo, ma, sono certo, che potrebbero aver paura della stampa, delle notizie che “evadono” fuori dal carcere e che rendono pubbliche le loro azioni lesive e criminogene, anziché farle rimanere “celate e prigioniere” all'interno del 'mondo-carcere'; hanno paura della rete, delle associazioni riconosciute che gli interpellano sulle cause che hanno procurato la morte di qualche detenuto (sin troppi...), la cui motivazione data è sempre la medesima: “per cause sconosciute” (ma che noi detenuti 'conosciamo' molto bene...); che gli interpellano sui suicidi nelle carceri che giorno dopo giorno aumentano e che si potrebbero evitare.
Per la commissione di questi crimini (perchè crimini sono!) i responsabili non sono certo le oramai ben note scusanti del sovraffollamento al quali si suole attribuire la primaria causa, ma è lo Stato che in questi luoghi è latitante o reo di questi accadimenti.
Non fatemi vedere i vostri palazzi ma le nostre carceri, poiché è da esse che si misura il grado di civiltà di una nazione” (Voltaire).
Ebbene il nostro Stato si dovrebbe solo vergognare della (in)civiltà in cui è caduto, per non parlare di quella parte di istituzioni che sanno solo ingozzarsi sperperando i fondi pubblici dei poveri contribuenti. Forse, qualcuno (di loro) mi potrebbe dire che 'proprio io' non potrei permettermi di fare la morale a nessuno perché ho commesso i peggiori crimini. Ebbene mi permetto eccome di fare loro la morale, perchè quantomento io ero cattivo e sono diventato migliore vivendo oggi all'insegna della legalità e della onestà, i miei crimini li sto pagando a caro prezzo con la mia stessa vita, sapndo di essere un 'ergastolano ostativo' e di essere un “vivo non vivo”. Loro però, non sono mai stati cattivi ma... credi che siano più affidabili?
Secondo me, sono certo che oggi la societ mi darebbe fiducia. Come scritto nel documento, alcuni mesi fa, dopo vent'anni di ininterrotta detenzione, sono uscito in permesso per 14 ore, libero e senza alcuna scorta. Ebbene, se fossi quel criminale di un tempo, non pensate che in 14 ore sarei potuto arrivare in Cina facendo perdere le mie tracce?
Ebbene Dr. Pontillo, la esorto cortesemente di Volersi interessare della mia vicenda, di renderla pubblica sulla carta stampata e sulla rete e denunciarne l'accaduto innanzi agli organi preposti.
Se vuole, pu rendere pubblica anche questa lettera.
Noltre, per come scritto nel documento, Le sarei grato se Lei personalmente si attivasse presso i vertici del DAP rendendoli edotti dell'irrazionale assegnazione disposta dalla Direz. Gen. Det. e Tratt. Proprio al carcere di Nuoro, per la contrastante corrispondenza al mio programma trattamentale ed ai progressi e risultati conseguiti durante il mio lungo percorso rieducativo
e di recupero. Spero che sovvenga quanto prima un pieno ripristino della legalità e che la Direzione Generale dei Detenuti e del Trattamento del DAP, disponga un mio celere trasferimento presso un carcere più adeguato al mio programma di trattamento e più vicino ai miei cari.
Avete, sin d'ora, il mio consenso sul trattamento dei miei dati personali secondo la Legge 31/12/1996 e succ. mod.
Tutta la documentazione probatoria, fotografia della tesi, laurea, Encomi, Attestati, Libri scritti, è in possesso del Sig. Alfredo Cosco al quale ho inviato tutto, autorizzandolo a metterla in rete. Potete contattarlo e farvi mandare una copia di tutto.
Attendo un Suo riscontro alla presente.
Cordiali saluti
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Commento alla Costituzione di Davide Emmanuello

Art. 13 comma 4°: E' punita ogni violenza fisica e morale sulle persone comunque sottoposte a restrizioni di libertà.

Commento

L'ONU denuncia che dopo l'ultimo conflitto mondiale la più grave sospensione dei diritti umani, tra i paesi che rappresentano il blocco Occidentale, è stata consumata dallo Stato italiano durante il G8 di Genova nel 2001.
nell'analisi concreta della realtà, la Costituzione non risulta né il perimetro legale entro cui imprigionare l'arbitrio del potere, né il confine legittimo della libertà, oltre il quale trionfa l'oppressione, ma un complicato esercizio d'ipocrisia semantica, una complessa tattica militare che utilizza mezzi ideologici con l'obiettivo strategico del dominio intellettuale sulla coscienza collettiva.

I vari governi che si sono succeduti alla guida del Paese, hanno emanato leggi che calpestano la Costituzione, convenzioni e trattati internazionali sui diritti umani e dell'Unione Europea.
L'Italia è l'unico Paese che dalla firma della delibera dell'assemblea generale dell'ONU del 1988, ancora deve inserire il reato di tortura nel codice penale, sottraendosi, nonostante i ripetuti richiami delle Nazioni Unite e dell'Unione Europea.
La rappresentanza italiana in sede ONU ha dichiarato che il codice penale italiano non ha bisogno di introdurre il reato di tortura, nonostante da 20 anni esista un sistema vessatorio (denominato art. 41 bis dell'Ordinamento Penitenziario, che assoggetta 700 reclusi a violenza fisica e psicologica), condannato dagli Stati Occidentali e delle associazioni che si occupano di diritti umani, ritenuto un regime di tortura e che sfugge alla tutela giurisdizionale proprio per l'assenza di una norma che lo configuri come reato.

Tante storie personali, fagocitate da un “tormento istituzionale” che sembra non avere mai fine; una “tortura democratica” in cui l'arbitrio e un fatto divenuto ovvio e naturale.
Attraverso la logica dell'emergenza con la quale ragionano i giuristi della legislazione viene messo da parte il corredo delle garanzie e sovvertito il “gioco probatorio”, avallando in tal modo un metodo di tortura, quello del 41 bis: un sistema che per “via legale” raggiunge obiettivi illegittimi: come quello di costringere alla delazione. Un sistema nutrito più da preoccupazioni “virtuali” che oggettive e che rompe la “simmetria” fra mezzi legali e fini legittimi.
In ambito penitenziario la competenza dei Tribunali di Sorveglianza viene sistematicamente offesa da un'infondata pretesa superiorità del Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria, che si ritiene unico figlio legittimo del Ministero della giustizia, e con espedienti di vari genere cerca di vanificare le decisioni dei vari tribunali che trovano a sindacare il decreto ministeriale.
Succede anche col sistema del “41bis” che i decreti riportino note informative che (in termini di prevenzione dovrebbero rappresentare l'intelligenza investigativa) risultano, invece, in assenza di un reale difesa e un'eccessiva tolleranza imposta al controllo giurisdizionale, espedienti illegittimi che condannano a un'indefinita permanenza persone in un circuito speciale definito inumano dalle organizzazioni internazionali per i diritti dell'uomo (v. Comitato europeo per la prevenzione della tortura sulle persone detenute).

Attraverso funambolismi giuridico-investigativi è permesso alla legge di aggirare il diritto, mentre le intelligenze di quest'ultimo (le stesse che danno vita al Ministero della giustizia), consentono la sistemica violazione delle più elementari regole del diritto.
Il decreto legge del 41 bis introdotto nel 1992 e un atto amministrativo che ha un'efficacia temporanea ma prorogabile all'indefinito. E comporta una serie di limitazioni quali: la riduzione a 1 ora di colloquio al mese coi familiari, con mezzo divisorio a tutt'altezza; 1 telefonata di 10 minuti da effettuarsi in un altro carcere dove devono recarsi i familiari; riduzione di 2 ore all'aperto in compagnia di non oltre 5 persone; limitazioni nel numero di capi di vestiario, libri ecc. da tenere in cella; limitazioni nell'acquisto di generi alimentari e tutta una serie di restrizioni inutili sotto l'aspetto della sicurezza ma volte a rendere disumana la detenzione.
Contro il decreto di applicazione e di proroga la Consulta stabilì che si poteva proporre reclamo entro dieci giorni dalla notifica; questa garanzia non ha avuto che un valore formale; i tribunali di Sorveglianza fissavano la trattazione del reclamo a una data che superava il tempo d'efficacia (6 mesi) del decreto e all'udienza veniva dichiarata inammissibile.
Nel frattempo il ministro firmava un altro decreto di proroga e quello precedente ormai inefficace non poteva essere più valutato.

Così il sistema repressivo che utilizza la tortura istituzionalizzata disattende quelle timide garanzie costituzionali, grazie alla complicità tollerante concessa dal legislatore sulla legalità del controllo giurisdizionale. Questi signori ritengono che la tortura persecutoria sol perché avviene in democrazia sia legittima.
Nel 2003 il regima di tortura del 41 bis non avevano più oggetive legittimazioni emergenziali. L'emergenza “virtuale” foriera di opportunità fu il motivo reale per cui questo regime divenne stabile per legge.
Il legislatore, facendo finta di correggere quegli aspetti bocciati dalla Corte Costituzionli e Corte Europea dei Diritti dell'Uomo, ha nei fatti mantenuto un sistema detentivo con un alto livello d'afflittività, per salvare quel mastodontico apparato repressivo che negli anni si è autoalimentato.

Anche se il controllo giurisdizionale, tramite una giurisdizionale ormai rivisitata dalla Corte costituzionale e voluta dalla Corte Europea, aveva acquisito un maggiore potere di sindacabilità, nei fatti non si è mai attenutao fedelmente. Infatti se i Tribunali di Sorveglianza si attenessero alla giurisprudenza costituzionale, ristabilendo ciò che il sistema di tortura del 41 bis esclude, cioè la simmetria fra mezzi legali e fini legittimi.
Questo è un metodo che permette il funzionamento del sistema di tortura del 41 bis, che ottiene, attraverso acrobazioe giuridico-investigative, ciè che non potrebbe mai essere legittimo alla luce di principi costituzionali rigorosamente rispettati.

Una forma di persecuzione, paragonabile ad una sofisticata tortura psicologica studiata da menti sopraffini che si nascondono dietro la “maschera” del diritto...
Una situazione insostenibile, una lenta agonia, per la quale non appare risolutiva la garanzia giurisdizionale.

Tutto appare insufficiente per neutralizzare gli espedienti messi in atto da una “macchina burocratica”, programmata per l'annullamento dei diritti fondamentali della persona, violando in modo sistematico l'art. 13 della Costituzione che non solo tutela la persona ma che impone la punizione di chi se ne rende responsabile. Ma in Italia, come scritto all'inizio, la norma penale che prevede il reato di tortura non è stata ancora pensata.

Catanzaro, 22 agosto 2012
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Saluzzo, 18 novembre 2012

Ciao Mario,
finalmente mi sono deciso di scriverti anch'io due righe, anche perchè te l'avevo promesso. Quindi eccomi qua! Spero che questo mio scritto ti venga a trovare bene con al salute, unitamente alla tua cara famiglia.
Di me posso dirti che tra gli alti e bassi riesco a difendermi abbastanza bene con la salute; poi cosa vuoi sono anch'io alla terza gioventù, e come si sa gli anni quando sono troppi, pesano un po' a tutti he! (scherzo)
devo subito ringraziarti per l'impegno che hai verso di noi, i tuoi libri ci sono molto utili, e non importa se non sono quelli richiesti, anzi a questo proposito, voglio che non diventi matto per cercare quello che noi ti indichiamo, tu manda quello che ti è possibile OK?
Mi dici che per Windows 7 stai studiando per recuperare qualcosa da Internet, stai persino impegnando tuo figlio che da come apprende è già un genio dell'informatica. Va bene! A me farebbe piacere, non tanto a Frandina che lui con il computer non ha ancora molta dimestichezza e quindi diciamo che il manuale richiesto interessa molto a me.
Ma sempre senza diventar matti OK.
Il mondo informatico un po' mi affascina e mi faccio anche un po' trascinare dalla curiosità. Ho fatto anche dei corsi formativi, ma qui dentro non servono a niente, noi non abbiamo la possibilità di andare su Internet, e tanto meno ci lasciano usare i programmi che vorremmo.
Io ho un po' di programmi depositati al casellario, e non ti dico che guerre che faccio per poterli avere, ma senza esiti positivi, anche se si tratta di programmi lecitissimi.
Come ti ho detto, il nostro computer è una scatola chiusa, che funziona solo con se stesso. Ma a loro questo non interessa. Io prima ero nel carcere di Opera (MI). Ero lì da ben 10 anni, avevo il mio computer e tutti i miei programmi ma nella vita si sa, che sta bene uno finchè lo vuole l'altro.
E arrivato il nuovo direttore mi ha complicato la vita gratuitamente. Poiché avendo avuto bisogno di assistenza sul mio computer ho dovuto per via di forza mandarlo fuori. Lui ha preso la palla in balzo, voleva farmi modificare il computer facendomi chiudere le porte USB. Voleva togliermi dei pezzi, trincerandosi dietro una nuova circolare, che si era inventato lui.
Io non potevo accettare quel sopruso, anche perchè il computer l'avevo acquistato dentro quel carcere di Opera, al quale era tutto nella regolarità, e non ero solo io ad avere quel tipo di computer, altri detenuti usavano l'identico computer come il mio.
Lui cos'ha fatto? Al rientro del mio computer, dalla riparazione, me l'ha fatto mettere al magazzino e non me l'ha più dato. Naturalmente io ho dato inizio alle mie proteste, quali scioperi della fame etc... in modo del tutto pacifico. E lui per tutta risposta mi ha fatto trasferire in questo carcere, scusa la parola, “di mer...”. la storia poi non è finita, anche in questo carcere non mi hanno voluto più dare il mio computer, mi hanno costretto a comprarne un altro, e così anche in questo carcere sono in guerra con il direttore, che fino ad oggi si sta togliendo i capriccetti, come i bambini all'asilo. Anche se a dire il vero, il dubbio mi sorge, a volte penso che si sia sentito con quello di Opera, e naturlament eil resto viene da sé.
Io sono in contatto con persone di Opera, dove ancora oggi, a distanza di due anni, del mio avvenuto trasferimento nulla è cambiato per gli altri computer che sono in uso a tanti altri detenuti. Quindi quella circolare cui faceva riferimento il direttore, era valida solo per me? Sta di fatto che oltre ad avermi fatto tribolare, per il computer, mi ha mandato qui lontano di casa, dove non sto facendo neanche più colloqui. Sono da 21 anni in carcere, in continuità. Il resto si può capire da solo. Ma ti aggiungo che sono ergastolano, e vorrei davvero tanto avere la possibilità di potermi fare la galera in santa pace, fino ad oggi, con la carcerazione scontata prima, ho già scontato 30 anni, so che forse ci morirò qui dentro, cosa vogliono di più oltre alla mia vita? Sono molto arrabbiato. Mi ero anch'io rivolto al garante dei detenuti della Lombardia. Ma è come se mi fossi rivolto ad un muro. Non si è neanche degnato di rispondermi.
Nelle prossime lettere approfondiremo il discorso, fatti venire qualche idea, magari mi indirizzi sulla strada giusta per poter risolvere qualcosa, ad esempio pensi che il Garante del Lazio che è di tua conoscenza può fare qualcosa, se mi ci rivolgo? Fammi sapere OK.
Ho letto di volata il libro che ha mandato “Monologo del secondino”. E' stato molto interessante. Certo per me non sono novità le sporcacciate di cui si parla nel contenuto del libro. L'esperienza di 30 anni di galera, me ne ha fatte vedere molti di più di quello che lì si dice. Io personalmente ho fatto 6 giorni in coma per le bastonate che mi hanno dato questi signori, sempre gratuitamente. Perchè io la penso ancora peggiore del signore che si firma “Eremita”. E so quanto davvero ha ragione. Comunque il libro lo farò girare prima tra di noi. Poi alla fine glielo metto sul tavolo del “Secondino” in un momento che lui è girato. Così sarà lui poi a farlo girare tra i suoi colleghi, almeno sanno chi sono. Non ti pare?
Per quanto riguarda il tuo amico Stanganelli non è con noi nella stessa sezione, quindi se non ti abbiamo ricambiato i saluti è perché non l'abbiamo visto, ma se si presenterà l'occasione, che a volte può capitare, gli daremo i tuoi saluti OK?
Adesso ti devo proprio lasciare, sono davvero contento di essere stato un po' con te, anche se solo con lo scritto. Nell'attesa di tue notizie, ti mando un caloroso e fraterno abbraccio, con stima e sincera amicizia.
Francesco Palamia
P.S. Un saluto per tuo figlio e la tua famiglia. Di qua ti saluta tanto Frandina (che ti scriverà) E tutti i prigionieri


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Salviamo Giovanni Manfrica dall'Assassino dei Sogni di Parma

Le violenze legali in carcere sono ormai riconosciute da tutti persino dagli interventi del Presidente della Repubblica.
E i funzionari dal cuore nero del Dipartimento Amministrativo Penitenziario creano dei mostri istituzionali per continuare a nutrirsi e a esistere.
Il carcere di Parma purtroppo è uno di questi mostri.
E proprio l'altro giorno ho ricevuto una lettera da un compagno detenuto in quel lager questa notizia:
-(…) Oggi è accaduta una cosa spiacevole: a Giovanni che gli volevano mettere uno in cella, o doveva lui trovare compagnia, l'hanno portato alle celle di punizione perché lui s'è rifiutato di stare in compagnia perchè ergastolano e perchè c'erano altri detenuti che avevano brevi pene temporanee. Da quando è venuta l'onorevole Rita Bernardini e Giovanni ha parlato con lei denunciando l'ingiusto trasferimento che ha subito dal carcere di Spoleto per rottamazione della sezione AS1 e per gli abusi e soprusi che ci sono nel carcere di Parma, la Direzione dell'istituto l'ha preso di mira (…).
Anche Susanna Marietti aveva parlato di Giovanni Manfrica nel suo articolo pubblicato nel Manifesto del 4/9/2012 dal titolo “La diaspora dei brevi ergastolani”:
-Inspiegabile il trasferimento dei detenuti da Spoleto (…) Giovanni Manfrica era iscritto al IV scolastico dell'Istituto d'Arte. Adesso è a Parma, in una galera dalla quale troppe volte sono uscite testimonianze di condizione di vita interne indecenti, da dove denuncia che nessun corso scolastico è attivo e che non vi è dunque permesso di continuare il proprio percorso di studio.
La verità è che per molti il carcere in Italia non è altro che una discarica sociale dove buttare i cuori, le menti e i sogni degli umani più sfortunati e deboli.
E ci sarà pure una ragione perché in carcere non si trovano detenuti politici corrotti, industriale che inquinano, burocrati che rubano, funzionari di Stato che torturano per lottare contro la mafia per esserlo più di loro.
Forse l'unica ragione è che probabilmente questi delinquenti istituzionali hanno il portafoglio pieno e qualche santo in paradiso.
Per questo motivo chiedo alla società civile di attivarsi di salvare l'uomo ombra Giovanni Manfrica del lager di Parma.

Carmelo Musumeci
Carcere di Padova ottobre 2012

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 8 ottobre 2012

Carissimo Mario,
ho ricevuto la tua lettera che mi è di conforto in questo mio infinito calvario.
Ho appreso che sbagliare è umano, ma perseverare è diabolico. Ed è proprio ciò che sono i burocrati del ministero (D.A.P.), ovvero, diabolici.
Come sai mi è stato violato un palese diritto, quello dello studio, che è garantito costituzionalmente. Avrei dovuto fare l'esame di “storia contemporanea” a Spoleto, in carcere, il 14 ottobre c.a. fissatomi, dietro mia richiesta, attraverso la direzione di Nuoro all'Università di Perugia dalla docente Costantini, titolare della materia di cui sopra.
Il D.A.P. cosa fa? Non mi trasferisce. Perché? Perché non ci sono soldi. Vorrei sapere il motivo per cui si continua a dire che questo è un paese democratico in cui vengono garantiti i diritti. E vorrei ancora capire come si può imporre e pretendere di insegnare, educare al rispetto delle regole quando l'insegnante le viola sistematicamente ed impunemente. Regole che ha scritto una classe dirigente certamente molto più seria di quella attuale, quest'ultima ha solo un obiettivo, quello del potere e dell'arricchimento personale, a fronte di una drammatica situazione di impoverimento della maggior parte del popolo italiano. E' uno schifo di cui la nostra classe dirigente dovrebbe vergognarsi. Cosa dovrei imparare da questa merda (scusami la parola)?
Spero che un giorno i nostri posteri non abbiano una classe dirigente come questa!!! grazie per le tue parole, mi conforta sapere che c'è gente vicina a me.
Grazie ancora e saluta tutti i compagni
Con affetto
Santo
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Catanzaro 28 ottobre 2012

Ciao Mario,
rispondo alla tua gradita lettera del 15 ottobre. Il problema qui a Catanzaro con la posta, è interno, con ritardo viene portata alla posta e con ritardo viene rilasciata per consegnarla.
Dopo la lettera di un avvocato, c'è stato un lieve miglioramento.
Quando sarai pronto insieme a Pamela, ci manderai il libro che hai scelto. Ti ringrazio per l'input su Pianosa e Asinara, mi auguro che risponda qualcuno; l'oblio non può sotterrare le barbarie del 41 bis in questi posti perché l'omertà istituzionale nasconde e preme per una riapertura di queste due Auschwitz. Anche qui stiamo aspettando il libro “Le urla a bassa voce”, abbiamo fatto le domandine per comprarlo, ma questo ufficio funziona al rallentatore.
Ho riferito il tuo messaggio a Claudio, sul sindacato. E' paradossale che organizzazioni che si sgolano a parlare di diritti, poi lasciano una parte della società senza tutela. Sono del parere che bisognerebbe togliere tutti i cordoni che rendono in sindacati istituzionalizzati, così dovranno darsi da fare ad essere dalla parte dei cittadini e non dei poteri, perchè se lo facessero sparirebbero dalla scena. Ma ormai tra il sindacato e un gruppo di potere del profitto, la differenza è molto poca, pensano anche loro al profitto e al potere.
Il tuo giudizio sul mio scritto sarà molto istruttivo, vorrei capire se questo pensiero che sto acquisendo è giusto.
Una settimana fa ho finito di leggere “I lagher dei Savoia”, l'orrore puro, nascosto nei libri di storia, e a scuola insegnano una favola unitaria che è una menzogna costruita su un genocidio. Ti mando questi scritti di un mio compagno, che viene perseguitato da 20 anni dall'apparato repressivo, se ti interessa avere altre notizie tecniche puoi telefonare al suo avvocato Dominici di Roma.
La DNA di Grassi, ormai onnipotente e intoccabile, fanno quello che vogliono, e chi malauguratamente finisce nelle loro mire, è finito lui e la sua famiglia.
Credo meritano la tua attenzione per inserirli nel sito che curi sulla repressione.
Ti mando il secondo scritto del corso, che nella mia precedente non avevo messo nella lettera.
Il Professore Umberto Veronesi ha fatto una bella cosa, ha comprato una pagina del Corriere della Sera per uno spot sull'abolizione dell'ergastolo. Ha rilasciato una rivista su Panorama sulla campagna che sta conducendo, tra le righe ho letto che il partito radicale si è schierato, sarebbe una buona cosa se lo facesse anche Rifondazione Comunista, perché noi qui dentro facciamo campagna in favore di Rifondazione, ma quando vedono che il segretario Ferrero in tv diventa isterico se gli toccano una virgola dell'apparato repressione; vuole acquisire visibilità mettendosi parte civile nel processo sulla trattativa a Palermo; non si schiera in nessuna apertura legislativa contro queste leggi oppressive, sarà difficile convincerli, quando inizierà la campagna elettorale.
Se si schierasse in questa campagna per l'abolizione dell'ergastolo, credo che la visibilità sarebbe molto di più del processo teatrale di Palermo, che alla fine sarà un nulla di fatto.
Cavalcare le campagne di linciaggio non portano da nessuna parte, vedi la fine che sta facendo Di Pietro.
Credo che la gente è stanca di questi linciaggi mediatici, fondati su una menzogna che nasconde la realtà, ma sono funzionali agli interessi del partito sicuritario e il potere economico che gestisce il Paese.
Se partecipi al convegno del 16 e 17 novembre che si svolgerà nell'aula magna della Bocconi di Milano, fammi sapere il tuo giudizio sul dibattito che ci sarà.
Le firme si raccolgono anche tra i carcerati, ti mando il modulo, per spedirlo con chi sei in contatto.
Credo di averti detto tutto, ti saluto con un forte abbraccio ciao a presto
Pasquale
Claudio e Francesco ricambiano i tuoi saluti


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Nuoro, 26 settembre 2012

Egregio Dr. Pontillo,
sono Marcello Dell'Anna, uno dei diciotto ergastolani che, di recente, sono stati trasferiti da Spoleto e diramati in varie carceri d'Italia. Sono detenuto da vent'anni. Sicuramente, di questa “movimentazione collettiva” le ha già scritto qualche altro detenuto esponendovi i problemi personali che questo trasferimento ha causato.
Senza sminuire minimamente le altrui problematiche, ritengo che la mia vicenda, tanto assurda quanto irreale, susciti sicuramente particolare attenzione da parte di chi per natura si è distinto per essere stato un araldo dell'uguaglianza e della giustizia; ed è per tali ragioni che mi rivolgo proprio a Lei.
Ebbene, ritengo che quando accadutomi non può rimanere sottaciuto e con questo documento voglio denunciare una flagrante violazione della legalità messa in atto dalla Direzione Gen. Det. Tratt. Del D.A.P. Quando, a fine luglio u.s., ha deciso repentinamente di “smantellare” la sezione A.S.1 di Spoleto per “esigenze” atte al “recupero di posti letto” a causa del crescente numero di detenuti “A.S.3”.
Le nostre scelte di assegnazione ai vari carceri sono state decise “solo” sulla base del nostro “titolo detentivo”, senza considerare altri elementi valutativi attinenti ai risultati del percorso trattamentale (per come dispone la legge). Di conseguenza, non solo il danno ma anche la beffa ed a me è toccata proprio la Sardegna, ovvero Nuoro, con conseguenze devastanti per la mia persona che vanno al di là di ogni logica giuridica e civile, atteso che tale assegnazione ha compromesso seriamente il mio lodevole percorso rieducativo, i miei studi universitari, i miei stessi affetti familiari.
Come può aver deciso e con quali criteri quel Dirigente del DAP, responsabile di questa “movimentazione” a far destinare ogni detenuto nel giusto carcere di assegnazione? Sono circa 25 anni che per esperienza diretta con questi luoghi mi porta a darvi una ed una soltanto risposta: noi detenuti non siamo considerati persone ma dei pacchi postali, dei numeri di matricola, delle mere pratiche da evadere, in spregio a questo Stato che vanta illustri nomee di civiltà e giustizia. Ma si badi... solo nomee!!
riguardo a me, il trasferimento in questo “particolare carcere” (Nuoro), sia per collocazione geograica sia per rigidità del regime penitenziario mi ha procurato una gravosa interruzione e regressione del trattamento rieducativo; (sono un detenuto al quale sono stati conferiti diversi Encomi, diversi Attestati di Qualificazione Professionale, ho conseguito due Lauree; ho scritto due libri e il terzo era in fase di redazione); mi ha impedito la prosecuzione degli studi universitari (dopo la recente Laurea, mi sono riscritto ad un ulteriore Corso di Laurea); mi ha sradicato dai rapporti familiari, considerato che per me è difficile, se non impossibile, effettuare colloqui a Nuoro, data la distanza e l'impossibilità economica.
Ma l'illegittimità e la stortura di questa mia inconciliabile assegnazione in Sardegna, poggia sul fatto che il DAP, nel deciderla, non ha assolutamente verificato se, nel corso della mia lunga detenzione, avessi avuto, o meno, esperienze extramurarie. Ebbene, in occasione della Tesi di Giurisprudenza, che ho discusso il 25 maggio u.s. Per la Competenza in Diritto penitenziario, laureandomi con 110/110, il TDS di Perugia mi ha concesso un Permesso di 14 ore, LIBERO nella persona e SENZA L'USO DI SCORTA, accompagnato solo da mia moglie, mio figlio e altri familiari, per recarmi all'Università di Pisa e per festeggiare tale importante traguardo. Questo permesso è stato per me, per mia moglie e per mio figlio un'esplosione di emozioni, di sentimenti ma, soprattutto, di speranze per un futuro migliore. Pertanto, ben potete immaginare gli effetti devastanti e traumatici che questo trasferimento proprio in Sardegna ha procurato ai miei cari.
Vi rendete conto? Dopo vent'anni di ininterrotta detenzione sono uscito in permesso per una intera giornata, libero e senza alcun controllo degli organi di polizia; mi sono laureato col massimo dei voti; sono stato con mia moglie e con mio figlio in albergo, al ristorante, in giro per le vie di Pisa e Spoleto; sono puntualmente rientrato in carcere, con i miei piedi, ben consapevole di avere una condanna all'ergastolo, ed io... dovrei essere il fuorilegge? No! Non ci sto!
Sono sette mesi che vengo “traslocato” da un carcere all'altro. Mentre ero detenuto nel carcere di Livorno (da ben sette anni) viene decisa la chiusura di tutti i padiglioni per inagibilità delle strutture, ritenute a serio rischio crollo, con conseguente trasferimento di tutti i detenuti ivi ristretti (circa 450). io vengo trasferito presso la C. R. di Spoleto. Non sono nemmeno trascorsi sette mesi che il DAP, a fine luglio u.s., decide la chiusura della sezione A.S.1 di Spoleto e, questa volta, vengo addirittura “sbattuto” in Sardegna. E' questo il trattamento che l'Amm. Penit. Riserva ai detenuti oramai recuperati e reinseriti nella società? Quello di sbatterli in Sardegna? Io ho dimostrato rispetto della Legge rientrando in carcere dal permesso; io ho dimostrato di non essere più socialmente pericoloso; io ho dimostrato di essere una persona diversa e migliore. A questo punto penso che i cattivi che sono diventati buoni siano molto più affidabili dei buoni che non sono mai stati cattivi. Non meritavo assolutamente di essere mandato a Nuoro, anzi, proprio per i miei familiari, che da vent'anni peregrinano per le varie carceri del nord Italia, meritavo di essere portato in un carcere più vicino alla Puglia. Purtroppo, la presunzione di pericolosità che opera sulla mia posizione giuridica, per il solo e semplice motivo che sono classificato nel circuito di A.S.1 (ex E.I.V.), mi penalizza. Ritengo che sia giunto il momento di dar voce alla società tutta, chiedendo(Vi) se l'Amm. Penit., nei miei riguardi, abbia operato nel pieno rispetto del principio rieducativo, o meno. Io credo che la società esige che l'istituzione carcere restituisca persone responsabilizzate e più mature in garanzia di una maggiore sicurezza sociale, anziché restituire persone ancor più criminali di prima e soggetti a recidiva.
Avviandomi alla conclusione e benchè preso dalla disperazione abbia inoltrato ai vertici del DAP un mio ricorso gerarchico che molto probabilmente non verrà nemmeno letto, mi appello al Vostro aiuto e alla solidarietà di chiunque voglia prendersi a cuore questa vicenda. Vi sarei grato se interpellaste i vertici del DAP (il Ministro della Giustizia Prof. Avv. Paola Severino, il Capo del DAP Presidente Giovanni Tamburino, il Vice Capo del DAP Dr. Luigi Pagano e il Direttore Generale della Dir. Gen. Det. Tratt. DAP, Dr. Roberto Piscitello) affinchè intervengano per rimuovere questa palese situazione di contrasto con il 3° comma dell'art. 27 Cost., ripristinare la legalità e farmi trasferire presso un idoneo istituto carcerario dove possa continuare la mia attività trattamentale, gli studi universitari, e, soprattutto, poter fare colloqui con i miei familiari.
Essere detenuto a Nuoro è come se m'avessero riportato indietro di vent'anni e questo mi rifiuto di accettarlo perché il mio passato è per me morto e sepolto. A ben vedere, infatti, sono proprio le storie di detenuti, come questa vissuta da me, a rappresentare la vittoria del sistema carcerario sul crimine; nel mio caso, al di là di ogni retorica, è un fatto che io mi sia trasformato da delinquente ad operatore culturale, attraverso anche una totale presa di distacco da certe forme mentis deviate e devianti.
Sperando che possa attivarsi per la tutela dei miei diritti, rimango in attesa di leggerLa quanto prima.
Cordiali saluti
Marcello Dell'Anna


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Svuota bugie


“Se vuoi perdonerete agli uomini le loro colpe, il Padre vostro celeste perdonerà anche voi.” (Matteo 6,14)

Il provvidimento “svuotacarceri” che permette, solo a chi è stato condannato per alcuni reati, di scontare l’ultimo anno di pena agli arresti domiciliare non sta funzionando e i carceri continuano a riempirsi di “pattumiera sociale”.
Eppure verso questa legge i soliti politici, per consensi elettorali, avevano sparato le solite bugie: “ Indulto mascherato “.
E i soliti giornalisti, uno per tutti, Travaglio, che hanno costruito carriere con “ Tutti dentro” avevano abbaiato le solite menzogne: “Indulto insulto”.
Pretendere che extracomunitari, barboni, tossicodipendenti, emarginati, che sono la maggioranza della popolazione detenuta in Italia, scontino fino all’ultimo giorno di galera è follia.
Ricordo a questi politici e giornalisti che probabilmente molte di queste persone, anche se colpevoli e con fedina penale sporca, hanno ancora l’anima pulita.
Il modo con il quale uno Stato di diritto si comporta con i delinquenti dimostra s’è migliore o peggiore di loro.
Ricordo a questi politici e giornalisti che si può essere violenti anche con le buone maniere, soprattutto quando lo si fa per avere l’opinione pubblica dalla propria parte.
Il carcere così com’è, invece di recuperare, esclude ed emargina e fa uscire persone ancora peggiori di come sono entrate.
Ricordo ai forcaioli di destra, di sinistra e di centro che nel detenuto bisogna fare emergere la colpa e non la sofferenza, perché la colpa ti fa diventare colpevole, invece la sofferenza ti fa diventare innocente.
Ricordo alle vittime dei reati che la giustizia come vendetta genera odio e male, invece la giustizia come verità genera amore e perdono per gli altri e per se stessi.
Ci sono persone “buone” che pensano di essere persone perbene, perché non uccidono e non rubano, ma non sanno, o fanno finta di non sapere, che si può rubare in tanti modi.
Si può uccidere la speranza, si può rubare il futuro e si può fingere di essere onesti per continuare a essere cattivi.
Ricordo agli uomini di buona volontà che il colpevole, il cattivo, il criminale per cambiare e guarire ha bisogno di aiuto, passione, amore sociale e non di sofferenza, isolamento, sbarre e cemento armato.
Ricordo a tutti che per svuotare le carceri bisogna svuotare soprattutto il proprio cuore dall’odio.

Carmelo Musumeci
Spoleto, gennaio 2011

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Nel carcere di Poggioreale siamo in 12 dentro un’unica 
Caro Osservatorio, siamo 12 detenuti del carcere di Poggioreale. 12 persone che dividono la stessa cella, cella dove rimaniamo chiusi 22 ore su 24. Qui dentro, per essendo in 12 detenuti, abbiamo ovviamente un solo bagno ed è facile immaginare la fila che dobbiamo patire soprattutto la mattina.
Un unico bagno per 12 detenuti che tra l’altro è soggetto a continue perdite con conseguenti allagamenti. Noi ogni mattina facciamo presente il problema, ma loro se ne fregano.
Ed è così che noi, oltre a vivere in 12 dentro un’unica cella, dobbiamo anche vivere tra la sporcizia, tra pozze d’acqua e in una puzza che è impossibile da descrivere. E il bello è, se così si può dire, che se proviamo a lamentarci rischiamo di finire di sotto, ovvero nelle celle di isolamento. Tutto ciò è nulla rispetto a quanto accade nel carcere di Poggioreale, un carcere dove la legge e lo Stato sono assolutamente assenti. Ciao e grazie.

12 persone detenute nel padiglione Milano del carcere Poggioreale di Napoli

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Lettera dal carcere di Bollate 

Ciao Mario, ti allego copia di un articolo relativo ad un'agressione avvenuta a Bolllate;questi epi- sodi avvengono molto spesso,anche se la direzione fa di tutto per occultarli. Scrivo questo per agganciarmi al pianeta Bollate. Sappi che la realtà vissuta in questo Istituto,decantato come il carcere del futuro,dove tutti vivranno amorevolmente,è solo un'utopia;questo lo posso dire viven- done la realtà.Innanzitutto c'è solo una sezione con i cancelli aperti tutti i giorni; nelle altre le celle vengono aperte dalle 9.00 alle 10.30 ed il pomeriggio dalle 16.30 alle 17.30,questa è tutta la libertà che è concessa. Poi nella sezione dei protetti,quei pochi corsi che ci sono, sono solo uno specchio per le allodole,perchè ci vanno solo i raccomandati e tutti gli altri rimangono in sezione. Non hanno alternative. Poi se devi andare in infermeria per qualsiasi motivo,ti metti a suonare ed il più delle volte,quando ti va bene,ti aprono dopo mezzora,perchè non c'è la guardia e questo è per la mancanza di personale.Tante volte una sola guardia deve fare quattro piani.Passando ad altro,questo mese niente prodotti igienici,solo quattro rotoli a testa,sentendo ti dire che il peggio verrà andando avanti.Per quanto riguarda il vitto,hanno dimezzato le grammature delle porzioni.Protestare pacificamente non è possibile,siamo tutti coinvolti a guardare la sintesi.Sintesi che è un bel guinzaglio per tenere i detenuti come scolaretti esempla ri,per richiedere un permesso,un'affidamento ed altri benefici.Poi quando li chiedi c'è sempre la risposta del Magistrato con la classica risposta:la sintesi non è chiusa ed intanto stai qua! Se non in casi gravissimi,tutti hanno avuto il rigetto dell'istanza.Prima c'era tanto lavoro che impiegava tante persone;hanno dimezzato anche quello ed ora il lavoro prima retribuito,ora pas sa come volontariato.Ci sono detenuti che hanno problemi di denti e sono mesi e mesi che non vengono chiamati,lo sportello salute non funziona e l'unica cosa che fanno i medici,è metterti a vitto LATTE ! Qundo vivi sulle tue spalle queste cose,cresce la tensione e ti assle la rabbia,per- che non c'è reiserimento,se non c'è in carcre la garanzia dei diritti minimi di vita.

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Lettera dal carcere di Siano- Catanzaro

Ciao Mario,rispondo alla tua lettera,condividendo in pieno le tue parole e la tua analisi.La pena non deve essere una sanzione a perdere,perchè la persona quando uscirà,troverà gli stessi pro blemi,ma moltiplicati.Il carcere non deve essere un contenitore di punizione,ma deve avere valenza di scuola,affinchè vengano consegnate persone migliori di prima.Al DAP sono consapevoli di questo,ma invece di applicare le leggi per costruire un sistema che recuperi e reinserisca,usano tutto per fini politici.Il carcere deve essere aperto ed in contatto con l'esterno,senza essre discriminato.I detenuti in uscita devono essere assistiti e non lasciati alla sorte,se no cadono nella recidività.Il problema si risolve solo con l'automatismo della legge Goz zini e con prtare fuori l'area educativa,per seguire i detenuti.Un ragazzo di venti anni,con una condanna a trenta,si recupera solo con l'uscita graduale e con un adeguato reiserimento.Ci vorrebbero dei cambiamenti radicali,per risolvere questi problemi,ma manca la volonta di farlo, ma con la lotta e l'impegno costante ci riusciremo!!! Ho sentito Bersani su Rai tre da Fazio; ha detto che il PD è contro la pena di morte e la tortura;qualcuno dovrebbe dirgli che in Italia c'è sia la pena di morte che la tortura.L'ergastolo ostativo e non,sono una pena di morte diluita nel tempo.La tortura èstata istituzionalizzata,rendendo legge il 41-bis ed anche le condizioni di alcune sezioni in carcere,che violano l'art.3 della convenzione Europea.Il responsabile carceri del PD,Sandro Favi,si è dissociato da A.Marroni garante dei detenuti del Lazio,che ha afferma- to che il 41-bis è una tortura,motivando il fatto che la legge ha permesso la cattura di tanti crimi- nali e non si tocca.Questa persona non sa di cosa parla,ma leggittimando la tortura,squalifica se stesso de il partito che rappresenta.Il decreto contro le stragi del 1992,dopo venti anni non ha più senso,ma ancora i detenuti ne pagano le conseguenze.I responsabili invece,sono liberi e più potenti di prima.Noi siamo diventati il mostro da sacrificare sull'altare mediatico,per fini elet- torali.Ti saluto con un forte abbraccio. Pasquale da Siano

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Lettera dal caecere di Saluzzo

Ciao Mario,siamo entusiasti che,anche se a rilento è iniziato un percorso della tanto agognata bibilioteca. Purtroppo anche a Saluzzo per carenza di organico ed altri problemi burocratici,la tanto decantata rieducazione dell'art. 27 della Costituzione è fallita,in  quanto da qui si fanno uscire persone più criminali di quanto erano prima del loro arresto. A tale proposito ti inviamo una lettera scritta da un altro detenuto che non si è firmato,al Sindaco di Saluzzo ed al Magistrato; la lettera non era firmata e tutto è passato in cavalleria.-:Egr. dottore,sono un detenuto del cacere di Saluzzo,che vuole esporre alcune carenze di codesto penitenziario,che comporta disagi alla vivibilità,che ritengo siano anche di sua competenza.1) I bagni delle celle sono sprovvisti di finestra,e non funziona l'aspiratore,unica presa d'aria,con i disagi che si possono immaginare,considerando che in ogni cella ci sono almeno due detenuti.2)Il vitto è carente nelle sue forme più elementari di igiene:dal trsporto non protetto del latte,al vitto e sopravitto privo di confezionamento.3) Il lavatoio è senza acqua calda e vasca idonea.4)La saletta per la barba in uso a 100 detenuti,è senza acqua calda e gli strumenti non sono protetti e manca lo sterilizzatore.5)Alcuni prodotti per l'giene delle celle,vengono distribuiti ridotti,altri sono stati eliminati,visti i tagli Governativi.6) Il listino dei prezzi del sopravitto,non corrisponde a quello stabilito dal Comune.7)Le docce erogano acqua ad intermittenza,e spesso salta durante il lavaggio,esponendoci ad influenze e malanni.Chiedo quinndi una ispezione ufficiale.Questa è la lettera,che dimostra,come puoi notare,che vengono meno i diritti fondamentali della vita delle persone che,accomunati alla mancanza di riqualificazione rendono il carcere invivibile.Per quanto riguarda i fatti della Fiat di Pomigliano,il SI è prevalso solo per una opportinità SCADENTE di lavoro ed anche lo stesso per Mirafiori.Lo Stato non doveva sganciarsi dalla Fiat,visto cha l'ha sempre sostenuta,ma farla diventare parte integrante dell'economia Statale,così si evitavano le corse per il mondo a cercare condizioni MIGLIORI ?!? Ma per chi?!? Nell'attesa di una sempre gradita ed attesisima risposta,i Franceschi fraternamente ti salutano.

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Lettera dal carcere di Siano (Catanzaro)

Ciao Mario,proprio ieri ho saputo che l'ultima legge Berlusconi/Alfano,ha ridotto il 41 bis peggiore di come immaginassi. Adesso i detenuti con applicato l'articolo sono padroni solo dell'aria che respirano,non possono parlare neanche tra di loro,non possono leggere i quotidiani regionali,gli hanno tolto il fornello,pertanto non possono farsi neanche un caffè.Sarei contento che si alimentasse una discussione che informasse la gente,che il 41 bis è una tortura,che in Italia è stata legalizzata.Ho già spedito il mio modulo di sostegno al presidente Lula sul caso Battisti,gli ho scritto che se venisse in Italia verrebbe seppellito nel 41 bis,fino alla fine dei suoi giorni,con relativa tortura quotidiana.In merito alla sezione del carcere di Bollate,se tutte le sezioni degli istituti fossereo così,andremmo 30 anni avanti,ma il sistema penitenziario non vuole perchè,con la recidiva di Bollate,si risparmierebbero 3 miliardi di euro l'anno;un banchetto del genere non lo lsciano neanche se ci va l'esercito. Se è vero che ci sono domande di trasferimento da Bolllate,è vero che ci sono detenuti che rifiutano gli aiuti per riqualificarsi e vogliono solo stare a letto in cella.Queste persone le riempiono di tranquillanti e psicofarmaci per farli dormire tutto il giorno ed alla lunga diventano dei robot.Di persone simili ce ne sono tante in carcere.Credo di everti detto tutto,nell'attesa di tue notizie,ti saluto con un forte abbraccio. Ciao Pasquale

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Lettera dal Carcere di Brescia

Avviso di sciopero generale del vitto (carrello) dovuto al sovraffollamento e alla negligenza della Magistratura di Sorveglianza di Brescia a concedere pene alternative.


Si comunica che i detenuti della casa Circondariale. di Brescia (Canton Monbello) hanno deciso di mettere in atto uno sciopero generale del vitto lunedì 7 marzo fino a giovedì 17 con battitura sui blindati dalle ore 8.00 alle 8.30, dalle ore 12.00 alle ore 12.30, e dalle ore 17.30 alle ore 18.00, questo dovuto al sovraffollamento e soprattutto alla mancata concessione di pene alternative da parte delle autorità competenti.

Comitato detenuti
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Lettera dal carcere di Carinola
Caro Carmelo,scusami se tiscrivo su fogli usati.Io sono un delinquente mafioso,nulla a che vedere con taluni galantuomini,perseguitati dai magistrati comunisti,soltanto perchè hanno costruito società offfshore con i soldi rubatial fisco italiano,oppure con le sudate rendite di speculazioni finanziarie,o con aggiottaggi sui mercati nazionali ed internazionali.Stiamo attenti:non confondiamo criminali e uomini d'affari,al limite furbetti del quartierino.Perchè codesti galantuomini non ammazzano nessuno con le loro mani;tu magari penserai: "ma  sverzano i veleni delle loro fabbriche nei fiumi,nell'aria,senza sottoporli ai trattamenti di filtraggio";embè?Sono obbligati a risparmiare,non devono rispondere alla loro coscienza,ma devono lavorare sugli estatticonto.Ed il denaro non puzza e non dorme,ergo i festini notturni.Bisogna aver rispetto di questi uomini,che hanno reso grandi i  loro capitali ed ancor più grandi cimiteri,ospedali,carceri di questo mondo.Ma perche perseguono questi uomini,anzichè,per esempio chi finge l'invalidità,pecependo ben 350 euro mensili?Questi si che sono criminali!Pensa  che se non li arrestano in tre anni,arrivano a prendere quanto Ruby in due ore di duro lavoro! Non se ne può più di questa giudice,è giusto fare causa allo Stato! Ma lostato è il popolo ed anche il Popolo delle Libertà.Se vince va anche contro chi l'ha votata!Sopratutto!Non so perchè,ma sento che lo meritano.Lo penso anch'io.Ti confesso,caro amico,che provo sentimenti di terrore,quando penso che la gente,sembra perdonaretutto tranne ciò,che solo per essere effetto e non causa,andrebbe se non perdonato,mitigato nella pena.E'difficile,per chi vive nelle nostre condizioni dirlo.Noi che siamo effetti,sebbene condannati come e più che se fossimo cause.Ma è difficile anche tacere che,gli unici che stanno tentando di rendere giustizia al popo- lo,a coloro sui quali ricadono le conseguenze dei vizi e dei malaffari dei potenti,sono proprio quei quattro ma- gistrati,diluiti nel territorio e che si sentono dire eversivi o disturbati,solo perchè ancora appassionati alla Giusti zia con la G maiuscola.Sottoporrei al Ministro Alfano,centinaia di casi nei quali con 1/10 delle prove raccolte nei processi contro i potenti della politica e dell'imprenditoria,ci sono persone in carcere da oltre venti anni. E' gente che ha sbagliato!E poi già da molti anni,il Governo è impegnato a costruire i ripari di legge,per trasforma re in semplici e venali birbanterie,rati che su persone comuni,verrebbero puniti con il massimo delle pene. E' terribile,ma non ce l'ho tanto con i potenti che la fanno sempre franca;mi distrugge sentire gente chiusa come me in pochi metri e da vent'anni,prendere le difese del potente di turno,che si dice perseguitato.calunniato e poi se la ride. Non è il mio odio politico verso i ricchi.No.E disperazione;perchè dove c'è veramente sofferen za,ospedali,carceri,ricoveri,mancano mezzi e la sofferenza si cronicizza. Il tutto risolvibile con due ,tre festini in meno.Il capitalismo non è mai stato un sistema democratico,non lo può essere nel suo nel sè.Abbracci e ricor- dati che la via d'uscita è POLITCA. Alfio
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Lettera/Comunicato dal carcere di Spoleto - I "Buoni" voliono rubarci l'acqua
Spesso i cattivi sono più onesti dei buoni,per questo molti detenuti sostengono il Forum Italiano dei movimenti per l'acqua.
Ci siamo anche noi!
Siamo i "Cattivi"che non perdono la speranza di essere migliori dei "Buoni"e che vogliono ancora fare parte del mondo,della società e della vita.
Molti di noi hanno perso la libertà,alcuni per sempre,ma non la forza per lottare per i propri diritti e l'acqua per tutti èuno dei principali diritti dell'uomo.
Anche i detenuti di tuttte la carceri d'Italia,sono contro la legge che prevede l'affidamento del servizio idrico pubblico a società di capitali.
L'acqua non è una merce e siamo contrari che un bene prezioso come l'acqua,possa essere gestito attraverso meccanismi di mercato.
Per evitare che la prossima volta i buoni provino pure a privatizzare l'aria che respiriamo,molti detenuti si mobiliteranno,tramite i loro parenti ed amici,per appoggiare il Referendum per la sospensione della legge Ron- chi,per impedire il processo in corso di privatizzazione dell'acqua.
In attesa dello svolgimento del referendum, i detenuti si mobiliteranno nelle carceri, per raccogliere firme per sostenere ed appoggiare l'iniziativa di sottrarre il servizio idrico alle regole del mercato e della concorrenza.
Le firme saranno inviate a Mario Pontillo, Sportello di segretariato sociale sul carcere,circolo PRC fratelli Cervi di Roma, via Pio Brizianelli 19- 00156 Roma.
                                                I detenuti e gli ergastolani d'Italia
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 Lettera dal carcere di Opera
Ciao Mario,grazie per il libro sulla lotta di Pomigliano,è molto interessante.
Ci ha fatto piacere,trovare la nostra lettera di solidarietà ai lavoratori della Fiat.
Ho ricevuto una lettera da Carmelo,con un foglio da far firmare,con cui aderire al NO alla privatizzazione dell'acqua.Ho fatto arrivare il foglio in sezione e lo hanno firmato tutti,solo che alcuni nomi non sono leggibili ed io li hoscritti dietro in stampatello. Non posso raccogliere le firme in altri piani,perchè,a differenza di Spoleto,noi non possiamo avere contatti con altri detenuti,quelli dell'AS/3.Qui rispettano la circolare del DAP, dove la sezione AS/1 npn deve avere contatti con gli altri detenuti....magari continuando a dare il nostro parere sulle problematiche sociali,un giorno,finiranno per capire che anche noi,tutto sommato,facciamo parte della società e che non è giusto ESCLUDERCI dal contesto sociale.
Siamo condannati a perdere la libertà fisica,non certo a SPEGNERE IL CERVELLO e ciò che succede nella vita,tra la gente,ci interessa,perchè nonostante tutto,facciamo sempre parte di questo strano Mondo.Lo capiranno mai?!?  Ciao un abbraccio Alfredo

Postilla di Mario Pontillo
Questo è il vero rammarico di chi è recluso.L'ESCLUSIONE.cioè essere abbandonato,non considerato,ignorato dalla cosidetta società (in)civile,di cui volente o nolente in quanto essere umano,quindi cittadino fa parte.Questa è la nostra battaglia di civiltà:-la certificazione di esistenza in vita di chi è prvivato/a della propria libertà personale.Quando in Italia capiremo che GLI ALTRI SIAMO NOI,forse inizierà il cambiamento.Per il momento siamo ancora lontani. Grazie Mario Pontillo

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Terrorista è chi rinchiude e bombarda non chi tutto ciò combatte!

Mi chiamo Martino, sono uno degli anarchici arrestati a Bologna lo scorso 6 aprile a seguito dell’ennesima ondata repressiva orchestrata dallo stato: operazione che ha portato all’arresto di 5 tra compagni e compagne, all’allontanamento di altri/e 7, ad un gran numero di perquisizioni (effettuate, peraltro, contemporaneamente in più città) e, addirittura, al sequestro dello spazio di documentazione Fuoriluogo (che passa dall’essere una sede con distribuzione di testi di critica radicale che organizza iniziative aperte settimanalmente, all’essere un inespugnabile fortino di terroristi) un’inchiesta a cui la procura lavorava da tempo e a cui, a seguito di alcuni attacchi anonimi avvenuti in città nel giro di una settimana ai danni di IBM, ENI, Emilbanca e Lega Nord, ha deciso fosse il momento di dare un seguito (nonostante nel riassunto delle carte che ci è stato consegnato al momento del nostro arresto, non ci sia alcun riferimento a questi fatti, con buona pace per i giornalisti forcaioli).
In un clima di linciaggio mediatico volto ad intimidire le tante persone che si avvicinano alle lotte in cui gli anarchici sono impegnati facendo terra bruciata attorno a loro (con Maroni che annunciava la sua funesta calata in città) arrestare qualcuno era necessario.
Perché la polizia c’è, la polizia fa. È tutto sotto controllo.
Siamo alle solite: ogni manifestazione di dissenso non recuperabile deve essere distorta, circoscritta ad una “guerra privata” tra il potere ed i suoi nemici dichiarati per disinnescarne la portata sociale e vanificarne il potenziale.
Come se, tolti gli anarchici, in questo mondo di merci non rimanessero che docili sudditi persuasi di vivere nel migliore dei mondi possibili.
Eppure per accorgersi di come sia il mondo in cui viviamo non c’è bisogno di essere dei sovversivi: dalla minaccia nucleare che incombe alla guerra d’occupazione in Libia, sul fronte esterno; dalla militarizzazione imperante alla reclusione dei migranti sul fronte interno… la quotidiana catastrofe della società del profitto viene subita da tutti.
In tempi in cui la buia rassegnazione che, troppo spesso aleggia sulle coste nord del Mediterraneo, viene illuminata dalle insurrezioni che infiammano il sud delle sue coste.
In tempi in cui la N.A.T.O. stende un rapporto (Urban Operation in the Year 2020) in cui i suoi analisti immaginano per il 2020 scenari in cui l’esercito dovrà essere massicciamente impiegato per soffocare le rivolte dei poveri nelle periferie delle grandi città occidentali.
In tempi di crisi non può stupire se la diffusione dell’ideale anarchico (soprattutto se propugnato da individui che non aspettano, con le mani in mano la futura venuta di un’umanità libera e federata ma che, al contrario, lottano qui ed ora mettendo in gioco se stessi) turbi i sogni di chi ci comanda.
In realtà, a ben vedere, in una società come questa quello del nemico interno è l’unico “ruolo” eticamente accettabile:
- non voglio essere complice di una società che devasta il pianeta che la ospita
- non voglio essere complice di un’economia che per sopravvivere necessita di continue guerre e di ridurre intere popolazioni alla fame
- non voglio essere complice delle guardie che stuprano nelle caserme e nei C.I.E. ed uccidono nelle questure e nelle carceri
- non voglio essere complice di una società che sviluppa nanotecnologie e modificazioni genetiche al fine di controllare e piegare il vivente alle proprie esigenze di profitto
- non voglio essere complice del razzismo della caccia all’immigrato, della reclusione che attende chi non si piega alle leggi di un paese in cui i governi passano ma le telecamere, i manganelli ed i fili spinati restano
- non voglio essere complice di un’ipocrisia religiosa o del turismo sessuale che spesso ne costituisce il contraltare
- non voglio essere complice del massacro continuo di milioni di animali allevati e gonfiati o per alimentare i fatturati dell’industria zootecnica che intossica e affama o per testare ed immettere nei mercati nuovi prodotti (anche a costo di inventare nuove patologie per brevettare nuovi farmaci).
Al contrario saluto e abbraccio chi lotta contro tutto questo: solidarietà ai compagni in carcere in Italia, Svizzera, Germania, Francia, Grecia, Spagna, Cile, Argentina, Messico e Stati Uniti; ai Mapuche in lotta per le loro terre; ai “Freedom Fighters” del Delta del Niger, agli insorti del Maghreb e a tutte quelle situazioni di lotta che non conosco o non ho nominato.
Grazie per la grande solidarietà dimostrata nei confronti di me e degli altri/e arrestati/e.
Ancora dalla parte di chi, schiacciato da un cielo plumbeo, sceglie di procurar tempesta!
Ancora più lucido! Ancora più incazzato! Sempre a testa alta! Sempre presi bene raga!

Per l’anarchia

Martino 
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Lettera dalla casa di reclusione di Carinola

Ciao Mario,
spesso i cattivi sono anche stupidi e difficilmente ospitano idee lungimiranti.
Io credo tu abbia conosciuto all'incirca un centinaio di carcerati,una quantità numerica insufficiente per delineare un quadro reale della fauna carceraria. Spero di proporre il quesito referendario che mi dai,a coloro che frequentano i corsi scolastici,chissà che con l'assistenza degli insegnanti,non riescano a capire che il senso del pubblico,è il senso stesso per il quale possiamo ancora dirci,sentirci,chiamarci,collettività umana.
Ma molti di noi lazzari,sottoproletari,materia prima senza la quale la componente perbene della società,non riuscirebbe a distinguersi,quindi ad elevarsi,rispetto al popolo ordinario,inspiegabilmente,si trovano a sostenere,oggi più che mai,le istanze di sempre maggiore ricchezza,avanzate dalle oligarchie nazionali e transnazionali.
Concluderei dicendo,che l'atavico sentirsi inferiori pur non essendolo fisicamente nè mentalmente,delle masse più numerose,rispetto agli eletti,agli unti del potere,è la prima causa di successo di quest'ultimi.
Ne usciremo,da codesta deprivazione,dibeni naturali,solo quando ci liberemo dalle nostre sterpaglie mentali,che ci impediscono di liberarci dentro,di assumere una parità piena,non solo antropomorfa.Valli convincere questi....che l'acqua è un bene anche loro.Loro a cui basta sapere d'esser un giorno nati,per credersi vivi.
I comunisti,sostenevano i compagni Longo e Berlinguer,non devono consumarsi nella dialettica interna,seppur importantissima,occorre parlare a sempre più ampie componentidi popolo. la sta il successo dell'idea e la SOCIETA' che vogliamo.
Apprezzo e mi emoziona l'intransigenza del marxista che è in te,ma insisto nella necessità di convergere con idee mediate,a tutte le componenti anticapitaliste sul campo.E guardare al traguardo.
Un abbraccio Alfio

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Lettera di Madda da Rebibbia


Carissime e carissimi,
Vi informo che da oggi, lunedì 23 fino a mercoledì 25 maggio, la sezione di alta sicurezza A1 e A2, inizierà uno sciopero del carrello e della spesa in solidarietà alle altre carceri italiane che già lo hanno iniziato da un po' per denunciare il sovraffollamento e la situazione interna a cui le carceri devono far fronte ogni giorno.
Questa richiesta è venuta dal partito politico dei radicali, che, come ogni partito politico, non ha di certo reale interesse a mettere in evidenza il problema del carcere in sé, come struttura e istituzione, ma cerca come tutti di ammortizzare la situazione esplosiva interna, frutto di un sistema sociale malato.
Sapete già il mio punto di vista riguardo questa mobilitazione... di certo non credo che uno sciopero, partito poi da un gruppo di politicanti di merda come quello dei radicali, possa risolvere i problemi interni al carcere (essendo la struttura e ciò che la mantiene il problema), semmai ci vorrebbe, a mio parere, un tipo di lotta differente, più incisivo e dannoso alla struttura, una lotta, poi, che dovrebbe nascere dai/dalle detenuti/e stessi/e.
Comunque la sezione ha voluto dare il suo contributo, in maniera simbolica con questi 3 giorni, ad un metodo che ancora lega varie carceri italiane, che fa da filo conduttore tra reclusi e recluse.
In ogni caso, sappiate che le detenute della sezione comuni hanno apprezzato assai la vostra presenza sotto questo fottutissimo penitenziario! Quelle urla di supporto morale (mi è giunta voce) hanno scaldato il cuore e gli animi, rafforzando la mobilitazione partita oggi.
Peccato invece che in questo bunker di cemento in cui stiamo noi della massima sicurezza non sia arrivato il suono della vostra voce! Dio cane, mannaggia a loro! Poco o niente... a me ieri mi è parso di sentire qualche cosa subito sfumato nell'idea fosse la tv di qualche ragazza... vabbuò fa piacerissimo lo stesso sapere che ci siete stati e sopratutto che si continui quotidianamente con la lotta esterna.
Queste sezioni sono veramente la riproduzione del modello attuale di controllo che c'è fuori. Pur essendoci lasciato “campo libero” per via delle celle aperte dalle 8 alle 20, con spazi come la saletta per la socialità, la biblioteca (ben fornita grazie alla gestione di una compagna), la palestra (che comunque non ha strumenti funzionanti) e l'aria decorata con giardino e alberi, vige un elevatissimo studio e controllo di ogni nostro movimento! Ci stanno telecamere ad ogni angolo dei bracci, in ogni sala almeno 2, solo all'aria se ne contano 7! Ogni cazzo di nostra abitudine, spostamento è monitorato da questo occhio elettronico, non c'è un minimo angolo d'intimità: o sei guardata, o sei ascoltata (nelle celle, almeno quelle delle A2, sicuro ci sono i microfoni)... certo il carcere è questo, sei nella tana del lupo.
D'altronde il motivo è chiaro, come fuori, anche dentro si cerca e si vuole prevenire ogni forma di ribellione e/o “disagio interno”... diciamo che questo è proprio l'esempio più vicino e lampante (rispetto le detenzioni passate) del sistema sociale che c'è fuori attualmente. Ognuna diviene controllore di se stessa, sapendo di essere controllata ad ogni minima mossa, il tutto poi rafforzato dal fatto che ti concedono certe “comodità” come contentino per zittire ed evitare che possa nascere anche un barlume di ribellione interna. Il capo posto, dalla sua minchia di saletta monitor osserva in tempo reale ogni spostamento e abitudine d'ognuna. Per questo le sbirre in sezione non si vedono quasi mai, la loro presenza serve poco o niente (anzi con il fatto che non le vedi, aiuta ad evitare possibili conflitti con “il nemico più vicino”).
Inizialmente vedendo le celle aperte mi sentivo più “libera”, (non mi era mai capitato!), ma dopo soli due giorni ti rendi conto del motivo di tutto questo. Il gioco non vale la candela. I pochi metri in cui ti concedono di circolare stufano subito! Questo è un carcere dentro il carcere. Per chi conosce i penitenziari sa bene che le sale in comune: quella dell'avvocato, quella dei colloqui, matricola e via discorrendo, per raggiungerle se tu detenuto/a a doverti spostare; qua invece no, avvocati, colloqui, infermeria sono tutte all'interno di queste due piccole sezioni (in tutto le celle sono 8 contando pure le nostre 3 dell'A2) da questo spazio non ti muovi! Pure la matricola se deve notificare qualche cosa viene da te e non tu al suo cazzo di ufficio! Insomma veramente un mini carcere dentro al carcere.
La sezione spesso viene mostrata a consiglieri regionali e minchioni vari, presentata da sbirri e giornali come esempio di inserimento e integrazione del detenuto; come sezione modello per il fatto che dimostra come il carcere serva e funzioni, appunto, a reinserire... perchè in effetti è quello che fa, farti tornare un buon ingranaggio (grazie proprio all'accettazione conscia o inconscia della routine carceraria).
Vabbè ragà quello che volevo fare era descrivere la sezione della massima qua a Rebibbia date che io, come molte altre persone fuori, ne sapeva ben poco.
Per il momento vi saluto.

Vi abbraccio con il cuore sempre per la completa libertà!

Saluto tutti/e i/le miei/e compagni/e, sia quelli/e con obblighi imposti e indagati/e a piede libero, sia quelli/e trasferiti/e ultimamente in altre carceri del nord.
Al di là della distanza, quello che ci lega è molto più forte!
Abbraccio i compagni e la compagna detenuti in Svizzera e chiunque fuori continua la lotta contro uno stato di mega controllo sociale, che è appunto lo stato capitalista.

Forte nell'animo e nel core!
Con i detenuti e le detenute in lotta!

Madda

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Dedica al figlio da un ergastolano, da 21 anni lontani......Sempre, anche ai compleanni.

Figlio ti amo

Ti amo figlio
tanto quante sono
le gocce nell’oceano
il tuo futuro
è pure il mio.

Ti amo figlio
tanto quanti sono
i granelli di sabbia nel deserto
il mio futuro
è pure il tuo.

Ti amo figlio
tanto quante sono
le stelle nell’universo
il tuo destino
è pure il mio.

Ti amo figlio
tanto quanti sono
sulla terra i chicchi di riso
il mio destino
è pure il tuo.

Ti amo figlio
tanto quante sono
le lacrime che ho versato
per averti lasciato
tutto questo tempo.

Ti amo figlio
tanto quanti sono
i fiori nel mondo
sei il mio sogno
più bello.

Ti amo figlio
sei il mio sole
che riscalda
e illumina
la mia vita.

Buon Compleanno, tuo papà.

Carmelo Musumeci
Carcere di Spoleto 2011

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ergastolano suicida nel carcere di Spoleto… un’altra morte inutile?

Mentre oggi si dà ampio spazio ai commenti sulla liberazione di Cesare Battisti in Brasile, della “Pena di morte viva” che esiste in Italia nessuno vuole parlarne e neanche dei continui e inarrestabili suicidi in carcere.
Venerdì 3 giugno si è impiccato a Spoleto un uomo condannato all’ergastolo, già in carcere da 22 anni
Quasi nessun giornale ne ha parlato, poco è trapelato e questa morte è passata ancor più inosservata delle altre, tra l’indifferenza di chi non vuole rendersi conto della carneficina che si sta consumando dentro le nostre galere.
Quest’uomo due giorni prima aveva avuto conferma di avere una pena ostativa ai benefici penitenziari. Sapete che significa allo stato attuale? Nessuna possibilità di uscire, mai, un reale fine pena mai che dura fino alla morte, tutti i santi giorni in carcere fino alla morte. Nazareno non ce l’ha fatta e due giorni dopo averlo saputo, alla prima occasione in cui è rimasto solo, ha preferito la morte, ha scelto di morire.
È desolante e demoralizzante tutto questo, oltre che profondamente ingiusto, di un’ingiustizia che urla, ma l’urlo questa volta è addirittura quello di un morto; non ci rimane che l’assurda speranza che questa morte possa toccare il cuore di qualche giudice e legislatore. Sì, lo so, non lo saprà nessuno, tutto già è nell’oblio e la morte di Nazareno forse è stata vana, ma noi siamo dei sognatori. Lasciateci sognare: sogniamo un fine pena per tutti che non sia la morte.
Ecco cosa scrivono due compagni dell’ergastolano suicida: “Silenzio! Un ergastolano ostativo si è appena suicidato. Nelle sezioni di alta sicurezza è piombato un silenzio assordante. Nazareno ha staccato la spina. Si è impiccato. Perché? Forse perché stava poco bene? Forse perché dopo 22 anni di galera si era stancato? Pochi giorni fa lo stesso aveva appreso la notizia che la sua istanza tendente a ottenere un permesso era stata rigettata.
La motivazione per la quale Nazareno si è visto negare il permesso non ve la dico. Tanto la sapete già. Ne abbiamo parlato tante volte, ricordate? Chi viene condannato all’ ergastolo ostativo può usufruire dei benefici penitenziari solo a condizione che questo diventi un delatore, un collaboratore di giustizia. Te la devi cantare!
Chi sono gli ergastolani ostativi? Ebbene, non ve lo dico. Tanto lo sapete già. Ne abbiamo parlato tante volte, ricordate? Gli ergastolani ostativi sono coloro che a torto o a ragione avrebbero ucciso altri pregiudicati in un contesto di “guerra”. Non so perché Nazareno abbia deciso di togliersi la vita, immagino però quello che avrà detto nel momento in cui ha dato un calcio allo sgabello. Fanculo!

Ciao Nazareno. Si porgono sentite condoglianze ai famigliari di Nazareno.

Gino Rannesi

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Un uomo ombra scrive al filosofo Giuseppe Ferraro

Giuseppe, ho scelto un brutto giorno per rispondere alla tua lettera perché oggi l’Assassino dei Sogni di Spoleto s’è divorata una vita. Una guardia mi ha appena sussurrato che s’è tolto la vita un detenuto del quarto piano della media sicurezza. Per adesso sappiamo solo che si chiama Nazareno, aveva l’ergastolo e si è impiccato fra le sbarre della sua cella. Un altro prigioniero che amava la vita e per continuare ad amarla è dovuto morire perché in carcere si vive una non vita. In galera si continua a morire, ma nessuno fa nulla perché la morte dei “cattivi” non interessa quasi a nessuno.
Nel mio diario ho scritto: “Ciao Nazzareno, ti ammiro per esserti rifiutato di vivere una vita da cani. Spero un giorno di avere anch’io il tuo coraggio. Buona morte. Giuseppe, nella tua lettera mi parli di vita: “Non riesco a fare differenza tra la libertà e la vita” ma quanti altri ne devono “morire” perché i buoni si accorgono di noi? Come farò a dormire questa notte con la scena davanti agli occhi di un uomo ombra appeso alle sbarre di una finestra di una cella?
Io sono al primo piano, invece lui era al quarto. Ora lui non c’è più, mentre io ci sono ancora. Questa notte mi sarà difficile dormire. Questa sera cercherò un po’ di conforto nel tuo cuore perché il mio è troppo triste per state con lui. Giuseppe, senza speranza non ci può essere vita. Gli uomini ombra lo sanno, per questo alcuni decidono di ammazzarsi. E non lo fanno per paura. Piuttosto lo fanno per sentirsi ancora vivi. Per sentirsi ancora umani.
Giuseppe, questa sera l’Assassino dei Sogni odora di morte. Nazareno se n’è andato perché amava la libertà più che la vita. Anch’io la amo tanto, ma non abbastanza, perché non ho il coraggio di ammazzarmi e questo mi fa stare male. Non capirò mai perché continuo a vivere una vita che non è più mia, ma dell’Assassino dei Sogni. Ci deve essere in me qualcosa di sbagliato.
Che fare? Lanciamo la proposta di costituire un Comitato per l’abolizione dell’ergastolo per chiedere l’adesione di giuristi, intellettuali, uomini politici, giornalisti e gente comune. Giuseppe, non credo alla speranza, eppure devo sperare un po’ tutti i giorni per continuare a vivere questa non vita. Questa sera il mio cuore non ti può mandare nessun sorriso perché è triste e malinconico. Ti posso solo dire che ti voglio bene.

Carmelo Musumeci

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La morte ti rende libero


Non temo le cattiverie dei malvagi, temo piuttosto il silenzio dei giusti” (Martin Luther King)

Dalla Rassegna Stampa di Ristretti Orizzonti:

Bari, 27 giugno. D.S., persona detenuta di 28 anni, si è impiccato nel pomeriggio ll’interno del bagno della sua cella
Teramo, 30 giugno : detenuto di 31 anni si impicca in cella; è il trentesimo suicidio del 2011 nelle carceri italiane


Uccidersi non è facile, ma vivere nelle patrie galere italiane è ancora più difficile. Per questo nelle carceri italiani si continua a morire.
E nessuno fa nulla.
Nelle carceri italiani c'è una vera e propria guerra fra la vita e la morte, ma i mass media preferiscono occuparsi delle guerre degli altri paesi.
Ai nostri governanti i suicidi in carcere fanno paura per questo cercano di nasconderli. L'Assassino dei Sogni (come chiamo io il carcere) non vuole che fuori si sappia che suoi prigionieri hanno più paura di vivere che di morire.
Più nessuno parla e scrive del perché in carcere sono così in tanti a togliersi la vita.
L'Italia spreca lacrime di coccodrillo per la pena di morte negli altri paesi, invece i suoi prigionieri li mura vivi senza la compassione di ammazzarli prima, perché vuole che i detenuti abbiano il coraggio di ammazzarsi da soli.
I nostri governanti dovrebbero sapere che per rimanere in vita bisogna amare la vita, ma come si può amarla chiusi in una cella di cemento e ferro, giorno dopo giorno, notte dopo notte, un anno appresso all'altro a vegetare?
I nostri politici dovrebbero sapere che in carcere in Italia si muore in tanti modi: di malattia, di solitudine, di sofferenza, di malinconia, di ottusa burocrazia e d'illegale legalità.
E poi si muore perché per alcuni detenuti vivere nelle galere italiane è diventato un lusso che molti non si possono più permettere.
Per questo ammazzarsi diventa una vera e propria necessità.
E questa non è una libera scelta, come alcuni cinici di turno potrebbero pensare, ma è una legittima difesa contro la sofferenza e l'emarginazione.
La verità è che ormai in carcere in Italia t'impediscono di vivere, per questo alcuni detenuti decidono di non vivere più.
Come dargli torto?
Io spero sempre che in carcere nessuno si tolga la vita, ma non mi sento di condannare chi non ha il coraggio di vivere come un animale in gabbia.
Ricordo che chi in carcere si ammazza non desidera proprio farlo, piuttosto vuole solo protestare per attirare l'attenzione su di se.
E che ci si uccide soprattutto per le restrizioni sociali e affettive.
Proporzionalmente al “fuori”, in carcere si muore di più non solo perché ci si toglie la vita da soli, si muore più spesso semplicemente perché si è dimenticati dalla società, o non si viene curati bene.
La figlia di un uomo ombra, di un ergastolano che è morto qualche giorno fa, ha scritto a un nostro compagno:
-Mio padre è mancato con l’unica consolazione di morire accanto ai suoi figli. Nei pochissimi giorni trascorsi insieme mio padre raccontava sempre di voi tutti. Gli ho promesso che vi avrei scritto per avvisarvi, eravate per lui la seconda famiglia. Lui era molto malato, solo nel carcere di Parma dopo un’ infinità di istanze hanno scoperto che era affetto dì carcinoma polmonare in metastasi con la complicazione di diverse infezioni, una di quelle era l’enfisema polmonare, non ha fatto una lunga agonia è crollato di colpo, in due giorni se ne andato per sempre.

Quando qualcuno muore di carcere, in carcere o fuori, il caso non esiste.
L’Assassino dei Sogni è una fabbrica di morti.
Intanto fuori i “buoni” continuano a fare i “buoni” lasciando che le carceri italiane si trasformino in lager.
Buona morte ai "cattivi" che decidono di togliersi la vita perché dimenticati dalla società. E buona vita ai "buoni" e agli ignavi che non fanno nulla per evitarlo.

Carmelo Musumeci
Carcere Spoleto, 30 giugno 2011

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Lettera al Presidente della Repubblica

Signor Presidente della Repubblica, ci sono delle sere che il pensiero che possiamo rimanere in carcere per tutta la vita non ci fa dormire. E la speranza è un’arma pericolosa. Si può ritorcere contro di noi. Se però avessimo un fine pena…
Se sapessimo il giorno, il mese e l’anno che potessimo uscire… Forse riusciremo a essere delle persone migliori… Forse riusciremo a essere delle persone più buone… Forse riusciremo a essere delle persone più umane… Forse riusciremo a non essere più delle belve chiuse in gabbia.
Signor Presidente della Repubblica, noi “uomini ombra” non possiamo avere un futuro migliore, perché noi non abbiamo più nessun futuro.
E per lo Stato noi non esistiamo, siamo come dei morti. Siamo solo come carne viva immagazzinata ad una cella a morire. Eppure a volte, quando ci dimentichiamo di essere delle belve, noi ci sentiamo ancora vivi. E questo è il dolore più grande per degli uomini condannati ad essere morti.
A che serve essere vivi se non abbiamo nessuna possibilità di vivere? Se non sappiamo quando finisce la nostra pena? Se siamo destinati a essere colpevoli e cattivi per sempre? Signor Presidente della Repubblica, molti di noi si sono già uccisi da soli, l’ultimo proprio in questo carcere il mese scorso, altri non riescono ad uccidersi da soli, ci aiuti a farlo Lei.
E come abbiamo fatto anni fa, Le chiediamo di nuovo di tramutare la pena dell’ergastolo in pena di morte.

Gli ergastolani in lotta per la vita del carcere di Spoleto

Carmelo Musumeci
11 Luglio 2011

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L'urlo di Mario Trudu in carcere dal 1979

A scrivere è Mario Trudu. Nato l’undici marzo del 1950 ad Arzana. Mi trovo in carcere dal maggio del 1979 con una condanna all’ergastolo. Scrivendo questo testo non lo faccio pensando di poter ottenere qualcosa, ma per informare, perché qualcuno in più venga a conoscenza della situazione in cui si trovano le persone che sono recluse, come me, con una condanna all’ergastolo ostativo. Siamo coloro che ogni giorno affrontiamo la nostra tragedia, la nostra vita senza speranza, eppure, lottiamo e combattiamo per una vita migliore. Mi preme dire a coloro che si trovano nella mia medesima situazione, e verso coloro che eventualmente vi si troveranno in futuro, che bisogna fare qualcosa.

Troppo spesso si sente parlare di certezza della pena, ma occorrerebbe parlare di certezza della morte, perché in Italia chi è condannato alla pena dell’ergastolo ostativo può essere certo che la propria morte avverrà in carcere. Spesso si sente nei salotti televisivi qualche politico che batte i pugni sul tavolo inneggiando alla certezza della pena. A questi vorrei gridargli in faccia che la mia pena è talmente certa da giungere fino alla morte. Solo certe menti malate e distorte possono riuscire a superare l’insuperabile. Non si può introdurre come è stato fatto nel 1992 la norma dell’art. 4 bis O.P. (che nega i benefici penitenziari se non metti un altro in cella al posto tuo) e renderla retroattiva, applicarla cioè a reati commessi diversi lustri prima. Lo stesso vale per l’art. 58 ter O.P.(persone che collaborano con la giustizia), uno scempio per uno stato che si definisce di diritto. Da quando nell’Ordinamento Penitenziario è stato introdotto questo articolo, se vuoi ottenere i benefici penitenziari, sei obbligato a “pentirti”, lasciando in questo modo che si dimentichi che rieducarsi (se errori ci sono stati in passato) non significa accusare altri, ma cambiare dentro di sé. Il pentimento che pretendono loro è l’umiliazione. Per loro collaborazione significa perdita di dignità, fuoriuscire dalla sfera umana. Come può collaborare chi ha è stato vittima di processi compiuti con la roncola nei cosiddetti periodi di “emergenza” in cui contava solo la parola dell’accusa e dove i testimoni della difesa venivano sistematicamente arrestati e processati anche loro? L’Italia, dagli anni ottanta ad oggi, pare essere un paese in emergenza perenne.
Si può negare ad un condannato all’ergastolo, dopo che ha scontato già trent’anni di carcerazione, la possibilità di ottenere un permesso? Il due settembre del 2009 il Tribunale di Sorveglianza d Perugia, a una mia richiesta di tramutare la mia condanna all’ergastolo in pena di morte (da consumarsi con fucilazione in piazza Duomo a Spoleto) ha risposto così: “Poiché la pena di morte non è prevista dall’Ordinamento né ammessa dalla costituzione, si dichiara inammissibile l’istanza in oggetto”. All’ergastolano, viene dunque proibito anche di scegliere di morire perché si vuole che affronti la vendetta dello Stato fino all’ultimo dei suoi giorni.
Io ho sempre creduto che gli unici che avrebbero potuto pretendere vendetta nei miei confronti fossero la famiglia Gazzotti, l’uomo che ho sequestrato e che a causa di quella mia azione quel povero uomo morì. Solo loro credo che possano fare e dire tutto ciò che vogliono nei miei confronti, ne hanno tutti i diritti. Sicuramente trent’anni di carcere formano un altro uomo, perché oltre ai valori ed abitudini che già possiedi, ne assorbi altri e rielaborandoli ne ricavi una ricchezza. La pena dell’ergastolo per chi la vive come me, è crudele e più disumana della pena di morte, perchè quest’ultima dura un istante ed ha bisogno di un attimo di coraggio, mentre la pena dell’ergastolo ha bisogno di coraggio per tutta la durata dell’esistenza di un individuo, un’esistenza disumana che rende l’uomo “schiavo a vita”.
Occorre prendere coscienza che l’ergastolano ha una vita uguale al nulla e anche volendo spingere la fantasia verso previsioni future, resta tutto più cupo del nulla. Si parla spesso del problema delle carceri, ma non cambia mai nulla (o forse qualcosa cambia in peggio e il problema del sovraffollamento delle carceri lo dimostra). I suicidi nelle carceri sono proporzionalmente in numero maggiore di diciassette volte rispetto a quelli che avvengono nel “mondo esterno”. I “signori” politici dovrebbero pensare veramente per un attimo al disgraziato detenuto che non può morire in carcere per vecchiaia. Parlo dei politici perché la responsabilità è loro, perché se la legge del 4 bis non viene cambiata siano consapevoli che noi ergastolani ostativi dal carcere non potremo uscire mai: che diano risposta a questa domanda questi “signori”!.
Sto sognando, lo so! Purtroppo un ergastolano può solo sognare.
Fino ad oggi la mia trentennale carcerazione è stata interrotta da soli dieci mesi di latitanza ( periodo che va da giugno del 1986 ad aprile del 1987). Venti anni fa entrai nei termini per poter usufruire dei benefici penitenziari e da allora ho iniziato a presentare diverse richieste per poterli ottenere, ma sono state respinte sistematicamente tutte fino a quando nel2004 mivenne concesso un permesso con l’art- 30 O.p. (otto ore libero, senza scorta) per partecipare alla presentazione di un CD-ROM sulle fontane di Spoleto, realizzato in carcere da noi alunni del quarto anno dellIistituto d’arte. Trascorsi quelle ore di permesso a Spoleto insieme ai miei familiari venuti appositamente dalla Sardegna, ed in compagnia di alcuni professori. Nel novembre del2005 mifu concesso un altro permesso, questa volta di sette ore, per la presentazione di una rivista sui vecchi palazzi di Spoleto, che avevamo prodotto in carcere. Trascorsi quelle ore a Perugia sempre con i miei familiari. A questo punto mi ero convinto che il fattore di pericolosità sociale attribuitomi fosse oramai decaduto e di conseguenza mi illusi che, di tanto in tanto, mi sarebbe stato concesso qualche permesso utile a curare gli affetti familiari. Purtroppo non fu così, perché dopo quell’ultimo permesso tutte le mie richieste furono respinte. Inizia a questo punto a chiedere con insistenza un trasferimento in un carcere della mia regione di appartenenza, affinché i miei familiari potessero avere meno disagi ad ogni nostro incontro, ma nulla da fare: la prima richiesta fu rifiutata e le successive non ebbero mai risposta. Ho presentato a più riprese richieste di permesso necessità per poter andare a far visita a mia sorella Raffaella che non vedo dal 2004 e che non si trova in condizioni per poter affrontare lunghi viaggi, ma anche queste vengono negate motivando che lei non si trova in pericolo di vita. Sono contento che mia sorella non sia in pericolo di vita. Sono state tante le mie richieste per un avvicinamento a colloquio al carcere di Nuoro, dove mi sarebbe stato possibile incontrare mia sorella, l’ultima l’ho presentata il due maggio 2011. Ma non mi hanno ancora risposto.

Mario Trudu

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Solidarietà dei detenuti al movimento No Tav


Caro "Osservatorio", poche righe per accompagnare un elenco di prigionieri che intendono manifestare la loro solidarietà al movimento No Tav e al centro sociale Askatasuna. Appare ingiusto anche a gente come noi, che popoliamo le discariche di carne umana chiamate carceri, espropriare la terra a chi l'abita e se ne prende cura, sol perché uno o più mercanti decidono che le loro merci debbano viaggiare più velocemente, così come i loro guadagni. Il capitalismo è già dentro la sua fase di decadenza. Il "libero mercato" che avrebbe dovuto essere per tutti la porta d'accesso verso lo sviluppo economico, oggi conta enormi contraddizioni: la Greca, il Portogallo, il Belgio e il gigante Usa, che oggi grida e minaccia il "default". Qualcuno ha mentito, ha creato "bolle" che hanno ingannato l'intero pianeta. La violenza però è da scongiurarsi, fa il gioco dei "velocisti" dei nemici della madre Terra.


Allora?

Resistere resistere.

Detenuti No Tav

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Solidarietà al movimento No Tav dei detenuti e degli ergastolani ostativi

L'ingiustizia in un luogo qualunque è una minaccia per la giustizia ovunque (Martin Luther King)

Il mondo ci ha rifiutato, ma noi non abbiamo del tutto rifiutato il mondo. Molti di noi non hanno più né sogni né speranze, ma sperano lo stesso in un modo migliore per i propri figli e nipoti. Per molti di noi il mondo non va oltre il confine della propria cella, ma non rinunciamo lo stesso a interessarci del mondo. Molti di noi si sono piegati, ma non si sono ancora spezzati e hanno ancora la forza di amare il mondo là fuori. Molti di noi vivono di poco e di niente, ma sognano lo stesso un modo migliore per tutti gli altri. Ormai nelle carceri italiani ci sono suicidi, morti, autolesionismi, disumanità, violenze ed illegalità istituzionale, ma non vogliamo che là fuori diventi un luogo infame come da noi. Molte volte gli anarchici, i comunisti e movimenti extraparlamentari ci hanno dato solidarietà. E spesso, soprattutto gli anarchici, sono venuti davanti alle mura delle carceri per manifestare e dare sostegno ai detenuti e agli ergastolani. Questa volta è il mondo carcerario che vuole dare sostegno al mondo esterno. Solidarietà al movimento No Tav, a tutti gli abitanti della Val Susa e a chi li sostiene.

Seguono 27 firme di ergastolani e detenuti del carcere di Carinola (Ce), Sezione C ed E

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Chi controlla l’Assassino dei Sogni?


I giudici in “visita guidata” nelle carceri
A Torino s’inaugura una prassi necessaria.
La ricognizione alle Molinette è stata promossa dal presidente dell'ufficio Gip, Francesco Gianfrotta e dal direttore dell'istituto di pena del capoluogo piemontese, Pietro Buffa. "I magistrati devono sapere dove dovranno restare per mesi e anni le persone che mandano in carcere". Il sovraffollamento cronico e le condizioni di vita che fanno scegliere di morire. (di Riccardo Arena)
( Fonte www.repubblica..it)

Bellissima iniziativa!
Probabilmente i giudici che visiteranno i canili delle carceri italiane, in futuro, saranno molto più attenti nel mandarci dentro qualcuno.
Dovrebbe pensarci il Magistrato di Sorveglianza a sorvegliare le carceri, ma in realtà purtroppo questo non accade.
Nonostante che il Magistrato di Sorveglianza si chiami appunto di sorveglianza perché dovrebbe, anche tramite colloqui con i detenuti, controllare il carcere e vedere cosa accade dentro le sue mura, in realtà non i magistrati lo fanno.
Per esempio il Magistrato di Sorveglianza di Spoleto in questi anni non mi ha mai concesso un colloquio.
Non si dovrebbero commettere reati e andare in carcere, ma se ci si va per punizione non si dovrebbe però morire come accade spesso nelle carceri italiane.
Proprio in questi giorni ho letto alcuni titoli di giornale:
“ I cani sono depressi. Colloquio in cella con Fido. Verona, incontro commovente fra i detenuti e i loro quattrozampe” (Il Resto del Carlino 8 agosto 2011).
“Il cane è depresso?Può andare in carcere dal padrone”(Il Ggiornale dell’Umbria, 8 agosto 2011).
“Ore d’aria insieme al proprio cane. Le carceri tra affetto e riabilitazione” (Corriere della Sera, 8 agosto 2011).
In carcere si muore, ci si toglie la vita, ci si taglia le vene, si vive come pezzi di legno in una legnaia e l’Assassino dei Sogni (come chiamo io il carcere), i Magistrati di Sorveglianza e mass media si occupano dei cani.
Peccato che non sia nato cane.
E mi piace ricordare al mondo esterno che anche noi, come i cani, siamo esseri viventi, con sentimenti e pensieri.

Carmelo Musumeci

Carcere Spoleto, agosto 2011

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“Potrebbe capitare prima o poi anche a loro”

Ho visto cose che voi umani non potreste nemmeno immaginare (dal film Blade Runner)


Leggo sul Corriere di domenica 21 agosto 2011 che Alfonso Papa, deputato del PDL indagato nell’ ambito dell’inchiesta sulla P4 e detenuto nel carcere di Poggioreale, in una lettera pubblicata dal quotidiano “Il Mattino” lamenta:
In questi luoghi vi è un’umanità sovraffollata che sposta tavoli e letti a castello anche a tre per fare attività (…) ventidue ore al giorno chiusi in cella sono una forma di tortura (…) nelle perigliose e imprevedibili onde della vita, un tale approdo potrebbe capitare prima o poi anche a loro.”
Innanzitutto tengo a trasmettere la mia personale e collettiva solidarietà, da parte degli ergastolani ostativi di Spoleto in lotta per la vita, all’uomo Alfonso Papa.
Al deputato Alfonso Papa invece ci viene spontaneo chiedere: dov’era quando lei e la sua maggioranza, per soli scopi elettorali, approvavano leggi liberticide, cancerogene, forcaiole e di parte, per riempire le carceri di barboni, extracomunitari e tossicodipendenti?
Come mai solo ora si accorge di quello che accade nelle nostre patrie galere?
Non poteva visitare le nostre carceri come parlamentare e non come ospite?
E perché solo ora si accorge che le carceri in Italia sono luoghi spaventosi, pieni di squallore, sporcizia e disperazione?
Spero che l’uomo e deputato Alfonso Papa lasci presto il carcere e che dopo ricordi al suo partito e al Parlamento che noi non siamo solo detenuti, siamo anche persone con sentimenti e pensieri.
E che per avere una società migliore bisogna iniziare prima ad avere carceri costituzionalmente legali e legittimi.
Spero che l’uomo e deputato Alfonso Papa, una volta fuori, ricordi alla società, cosiddetta civile, che l’ Assassino dei Sogni (come io chiamo il carcere) è molto più meschino, criminale e violento dei suoi prigionieri.
E che nella stragrande maggioranza dei casi oggi in carcere ci sono poveri, migranti, tossicodipendenti e sofferenti psichici.
I veri criminali, quelli che contano, quelli veri, lo sappiamo tutti dove sono e dove stanno: liberi felici e potenti, l’importante è che ogni tanto ricordino che “Potrebbe capitare prima o poi anche a loro”.

Carmelo Musumeci
Carcere Spoleto, agosto 2011

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Cronaca di una partita di pallone fra comunisti e uomini ombra

Alcuni vivono per la politica, molti della politica (Max Weber)

Sabato 29 ottobre del 2011 dentro l’Assassino dei Sogni (il carcere come lo chiamo io) di Massima Sicurezza di Spoleto per la prima volta in assoluto c’è stata una partita di calcio tra una squadra composta da ergastolani ostativi ( cattivi, i colpevoli per sempre) e una composta da dirigenti e militanti del partito di Rifondazione Comunista, da associazioni mutualistiche, politiche e culturali e da lavoratori in lotta della Fiat di Pomigliano.
Per gli ergastolani ostativi tutti i giorni sono uguali, rotondi e vuoti, ma oggi è stata una giornata diversa da tutte le altre. Mi sono svegliato presto, ero preoccupato per il tempo e subito ho guardato fra le sbarre il cielo per vedere se pioveva o se era nuvoloso. Quando ho visto che la giornata non era troppo bella, ma neppure troppo brutta per non poter giocare la partita, ho tirato un grosso respiro di sollievo. All’apertura delle celle sono andato dal dentista e poi subito di corsa al campo sportivo del carcere. Erano già tutti lì prima di me, gli operai cassaintegrati di Pomigliano, Giovanni Russo Spena (ex senatore della Repubblica) Mario Pontillo, Giuliano Capecci dell’Associazione Liberarsi, (un fratello adottivo che mi segue da venti anni) Nadia e Giuseppe della Comunità Papa Giovanni XXIII ( due angeli fra molti diavoli rossi) e tanti altri che io non ricordo i nomi ma il mio cuore ricorda bene i loro visi e i loro meravigliosi sorrisi. Ho iniziato a salutare e abbracciare tutti e subito vengo a sapere che il Ministro di Giustizia ci ha vietato le riprese televisive, ci ha autorizzato solo di fare una foto di gruppo. Peccato, ma non fa nulla, non mi arrabbio, non voglio rovinarmi la gioia di questa giornata diversa da tutte quelle passate e da tutti quelle che verranno. Intanto la partita incomincia, si nota subito che le due squadre sono diverse perché la nostra è composta esclusivamente da uomini ombra (ergastolani ostativi). Poi per miracolo e magia anche gli uomini ombra s’illuminano d’amore sociale e non noto più nessuna differenza fra le due squadre. I miei compagni smettono di essere uomini ombra, mi sembrano pieni di luce come i giocatori dell’altra squadra, sorridono ed esultano ogni volta che segnano un goal.
Finita la partita, per la cronaca cinque a cinque, si va alla biblioteca del carcere e inizia il momento più politico, comunicativo della giornata:

-Anche la fabbrica è diventata un carcere e devi chiedere persino il permesso di andare in bagno

-Finirò la mia pena nel 9.999.999, ma credo che in quel anno non ci sarò più, almeno in questo mondo. Forse sarò da un’altra parte, ma spero che l’aldilà non esista perché non vorrei continuare a scontare la mia pena anche nell’altro mondo.

-Come la maggioranza dei partiti sfruttano la criminalità per farsi eleggere, poi sfruttano pure gli operai per farsi mantenere.

-La condanna più assurda è una pena che non finisce mai, perché non è ragionevole ritenere una persona colpevole e cattiva per sempre.

- Lottiamo insieme e uniti per cambiare e portare legalità e diritti dentro e fuori nelle fabbriche.

-Per prima cosa al mattino quando apro gli occhi guardo le sbarre della mia finestra per assicurarmi che mi trovo dove un giorno dovrò morire. Si vive come morti che respirano, ma che cazzo di giustizia ci potrà mai essere in una pena che non finisce mai?

Poi arrivano le guardie, bisogna andare via, ci scambiamo gli ultimo saluti, gli ultimi abbracci, gli ultimi sorrisi e gli ergastolani ostativi ridivengono uomini ombra, ma con la speranza là fuori di non essere più soli.

Carmelo Musumeci
Carcere Spoleto, novembre 2011

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Tempo secondo

Cari amici,

abbiamo disputato la partita di calcio che avevamo organizzato assieme ai ragazzi della Fiat di Pomigliano, anch’essi, come noi, in lotta, seppur per motivi diversi. Loro lottano per tutelare il diritto al lavoro, noi lottiamo per non morire dentro.
29 ottobre 2011, una data da ricordare. Carcere di Spoleto.
Incontro di calcio tra sfortunati. Non è stata una bella giornata dal punto di vista meteorologico, ma portava in sè un altissimo valore simbolico, di solidarietà, di umanità, di sensibilità, sentimenti rari nella cosiddetta società civile verso un mondo come il nostro, fatto di nulla se non di piccole finestre per affacciarsi e guardare la vita che si spegne lentamente. La partita è stata bellissima, i ragazzi “avversari” sono stati fantastici. La cronaca della partita si è basata soprattutto su due parole: “ fair play”. Il risultato? Abbiamo salomonicamente pareggiato. Al fischio finale dell’arbitro ci siamo scambiati le magliette, proprio come fanno i grandi del calcio e ciò c’è servito a farci sentire liberi pur rimanendo stramaledettamente in carcere.
Oggi ci siamo sentiti grandi forse più dei veri giocatori, non certo per aver vinto chissà quale coppa, ma per avere vissuto un evento decisamente straordinario, con persone straordinarie. Una valanga di sorrisi, che rimarranno indelebili nel nostro repertorio di immagini. Speciali. Alla fine ci siamo abbracciati con la promessa di rivederci. Abbiamo ringraziato particolarmente l’ex Senatore Giovanni Russo Spena, poiché è grazie a lui se tutto ciò è stato possibile, e lui salutandoci ci ha promesso che si impegnerà affinché sia cancellato dal nostro ordinamento il “killer” giuridico che uccide lentamente: l’ergastolo ostativo.
Tornato in cella mi è venuto spontaneo fare una equiparazione tra gioco e vita. Il gioco del calcio si svolge notoriamente su due tempi, invece la vita di un uomo condannato all’ergastolo ostativo si svolge su un solo tempo, senza la possibilità di rifarsi.
La solidarietà è l’arma vincente per coltivare i sogni di libertà. Ve ne siamo grati.
Grazie ancora amici. Le vostre lotte saranno anche nostre.

Santo Barreca

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UNA GIORNATA PARTICOLARE

Mesi, settimane, giorni, minuti, secondi: si gioca!!! Attesa e tempo. Due componenti che s’intrecciano e si fondono in un unico corpo che caratterizza l’appartenenza di due realtà che lottano per la sopravvivenza.
Ergastolani ostativi in lotta per la vita, in attesa di una riforma tesa all’abolizione di una pena disumana com’è appunto l’ergastolo, e lavoratori che lottano per ottener riconosciuto a tempo indeterminato un posto di lavoro, e per non essere schiavi, soprattutto, dei metodi prepotenti e offensivi dei padroni.
Nel nostro Paese ci sono “due società” ineguali fra loro: una è costituita da quelle parole che rientrano nel cerchio magico del padronato e che sono inseriti per ciò nel sistema redditizio, l’altra è costituita all’opposto, e cioè da coloro che sono esclusi dal lavoro, preclusi dal benessere, esclusi dalla vita sociale:
sono i poveri, i disoccupati, i giovani, i diplomati e i laureati senza aspettative, privati finanche di sognare un futuro più roseo e dignitoso, e a volte pure costretti a cercarsi qualsiasi forma di sottoccupazione, qualcosa di cui vivere…
Io credo che i politici invece di lodare sempre e chiunque, per puro fine, i super manager strapagati, piuttosto dovrebbero darsi da fare perché tali problemi nel mondo del lavoro vengano risolti al più presto: certo non come l’orripilante vicenda dell’anno scorso in cui si è assistito (e si assiste tutt’oggi) all’infame costrizione dei lavoratori a firmare degli accordi con la mannaia del ricatto di chiudere le fabbriche. Mi chiedo se questo metodo non sia la prova provata della moderna schiavizzazione. Sì, perché un tempo si frustavano a sangue per farli lavorare, mentre oggi, con il falso perbenismo si ricatta la persona togliendogli la dignità. Il lavoro è un diritto fondamentale della persona, ed è, non a caso, tutelato dall’art. 4 della nostra Costituzione.
E dunque, proprio con alcuni di questi abbiamo organizzato una giornata particolare: con i lavoratori di Pomigliano, accompagnati da una delegazione di politici di Rifondazione Comunista. S’è giocata la partita, ma una partita speciale: la partita per la vita, della speranza, della solidarietà tra persone che lottano una battaglia dignitosa per aver riconosciti temi corrispondenti al sociale. Perché è vero, lo sport unisce, rafforza quel sentimento nobile che sembra in questo Paese essersi smarrito: la Solidarietà!!!

Spoleto, 01.11.2011

Giovanni Mafrica

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Una persona, un voto

Se sono ciò che ho e perdo ciò che ho, poi chi sono? (Erich Fromm)


L’articolo 29 del Codice Penale stabilisce:
-La condanna all’ergastolo e la condanna alla reclusione per un tempo non inferiore a cinque anni importa l’interdizione perpetua del condannato dai pubblici uffici.
Quindi nel nostro ordinamento non esiste solo l’ergastolo ostativo, ma esiste anche un’altra pena che non ha mai fine: il divieto di votare per tutta la mia vita.
Provo a fare un po’ di storia.
Con lo Statuto Albertino la legge elettorale del 1848 limitava i diritti politici a una cerchia ristrettissima di popolazione.
Con la legge nel 1912 s’introduceva il suffragio universale ma solo per gli uomini.
Con l’assemblea costituente del 22 dicembre 1947 si stabiliva che sono elettori tutti i cittadini, uomini e donne, che hanno raggiunto la maggiore età.
Provo a ragionare.
Se il Diritto interno, sovranazionale e internazionale riconosce i diritti inviolabili dell’uomo, vuol dire che questi diritti preesistono allo stato naturale.
Lo Stato non li crea, quindi non li può annullare, nell’ipotesi peggiore li potrebbe sospendere a tempo.
A questo punto si tratta di decidere se il voto è un diritto dell’uomo naturale, ed io credo che lo sia, o non lo è.
Io penso che un uomo potrebbe sopportare di perdere la libertà fisica anche per sempre, ma non quella di esprimere la propria volontà, perché in questo modo è come se perdesse anche la propria anima.
In tutti i casi, la nostra Costituzione stabilisce che la pena dovrebbe tendere alla rieducazione del condannato, ma il divieto di votare per tutta la vita di fatto limita il pieno sviluppo della persona.
E nega per sempre l’inserimento, la partecipazione politica/sociale di chi ha sbagliato perché il diritto d’inserimento del condannato non può assolutamente realizzarsi senza la possibilità di votare.
Per questo i detenuti desiderono essere parte attiva di questa società, solo così forse la politica si accorgerà che esistiamo anche noi: uomini che hanno errato, ma che vogliono partecipare alla vita del nostro Paese.
Non mi resta altro che aggiungere: Una persona, un voto.

Carmelo Musumeci
Carcere Spoleto novembre 2011

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Perché l’uomo ombra non parla?


Già di per sé il crimine è pena. (David Maria Turoldo)

Fra un uomo ombra, un cattivo e colpevole per sempre, un ergastolano ostativo a qualsiasi beneficio se non collabora con la giustizia e se nella sua cella non ci mette un altro al posto suo, e una suora di clausura del Monastero Domenicano di Pratovecchio è nata una corrispondenza e un rapporto d’affetto e di amicizia.

Suor Grazia mi scrive:
La gente mi chiede: Perché Carmelo non parla? Perché non collabora? Io devio un po’ il discorso perché non so cosa rispondere. Dimmi qualcosa a riguardo. Dimmi cosa devo rispondere a questa gente

Io le rispondo:
Cara Suor Grazia, potrei dirti semplicemente che non parlo perché “Chi fa la spia non è figlio di Maria” o perché, giusta o sbagliata che sia, ognuno deve scontare la propria pena senza comprarsi la libertà e senza usare la giustizia per mandare un altro al posto suo in carcere.
Potrei dirti che non collaboro con la giustizia perché uno dovrebbe uscire dal carcere perché lo merita, senza accettare ricatti da uno Stato ingiusto e fuorilegge, che prima mi ha insegnato a delinquere e poi mi ha condannato a essere cattivo e colpevole per sempre.
Cara Suor Grazia, potrei dirti che non parlo perché ora i giudici dicono che la mia vecchia organizzazione non esiste più e i miei vecchi complici si sono rifatti una vita e ora sono dei buoni genitori, dei buoni mariti e dei buoni cittadini e quindi perché li dovrei far sbattere in carcere?
Potrei dirti che non collaboro con la giustizia perché non c’è solo la legge degli uomini, spesso ingiusta, c’è anche le legge dell’amicizia, dell’amore, del cuore e forse anche quella di Dio che mi proibisce di tradire vecchie amicizie e di far soffrire altre persone.
Cara Suor Grazia, potrei dirti che non parlo perché se ho commesso dei reati la prima vittima sono stato io, e in tutti i casi, comunque sia andata, nei miei reati non è mai stato colpito un innocente.
Lo so, non è una giustificazione, ma per me è importante.
Invece, cara Suor Grazia, ti dico che avrei potuto collaborare con la giustizia solo quando ero un criminale: ora mi sento una persona migliore e diversa e non lo posso più fare perché la mia libertà, la mia felicità non deve costare sofferenza ad altri.
E poi dopo vent’anni dai fatti non c’è più bisogno di mettere in carcere nessuno senza contare che in prigione non c’e giustizia: c’è solo odio e sofferenza.
Cara Suor Grazia, come mi hai insegnato tu, è il perdono e non il carcere che ci potrebbe permettere di essere persone migliori, perché la galera non migliora nessuno: può solo peggiorarti e poi penso che chiunque mandi in carcere un altro al posto suo si autocondanna all’infelicità.
Cara Suor Grazia, poi, per ultimo, non parlo perché sono sicuro che anche tu al posto mio faresti lo stesso.

Il mio cuore e la mia ombra ti vogliono bene.

Carmelo Musumeci
Carcere di Spoleto

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Signora Ministra,  mi tagli la testa

Sarà pure un governo tecnico, ma il nuovo Ministro della Giustizia ha imparato presto a parlare politichese:


“L’Italia è in prima linea nella campagna contro la pena di morte. Lo ha detto il Ministro della Giustizia, Paola Severino, nel saluto rivolto in apertura del sesto Congresso internazionale dei ministri della Giustizia “Dalla moratoria all’abolizione della pena capitale”, organizzato oggi a Roma dalla Comunità di Sant’Egidio. Quello della battaglia contro la pena di morte, ha ricordato il ministro, è un “tema caro all’Italia, paese da sempre attento alla tutela dei diritti della persona” e l’applicazione della pena capitale “non dà nessuna garanzia di sicurezza”. (Fonte: Adnkronos, 29 novembre 2011)
Ci vuole certo un bel coraggio a dichiarare che l’Italia è contro la pena di morte quando nel suo paese esiste la “Pena di Morte Viva” che è molto più disumana di quella di morte.
Signora Ministra, non me ne voglia se mi permetto di ricordarle che lo scrittore e politico Benjamin Constant (Losanna 1767- Parigi 1830) arrivò a giustificare la pena di morte, ma non la pena perpetua, nel quale vide “un ritorno alle più rozze epoche, un consacrare la schiavitù, un degradare l’umana condizione”.
Fu tale nella Francia rivoluzionaria l’orrore di murare vivo un uomo per tutta la vita senza la compassione cristiana di ammazzarlo che l’Assemblea Costituente, mentre mantenne la pena capitale, vietò le pene perpetue.
E fu così che nel codice penale del 28 settembre del 1791 la pena più grave dopo la morte fu la pena di ventiquattro anni di detenzione.
Signora Ministra, molti uomini ombra, come sono chiamati dagli altri detenuti gli ergastolani ostativi a qualsiasi beneficio penitenziario, preferirebbero la ghigliottina che essere murati vivi fino all’ultimo dei propri giorni.
Signora Ministra, Lei non può immaginare cosa vuol dire essere vivi, ma dichiarati morti dallo Stato, dalle leggi e dalla Società.
E mi creda, l’ergastolo ostativo è una pena bestiale, perché molto più lunga, dura e inumana di quella di morte.
Signora Ministra, l’ergastolo ostativo senza nessuna possibilità di uscita è un inferno ancora più brutto dell’inferno perché quello dell’aldilà lo sconti da morto, ma questo lo sconti da vivo.
La nostra vita è già tanto difficile, non ci faccia sentire dichiarazioni a proposito della pena di morte: “tema caro all’Italia, paese da sempre attento alla tutela dei diritti della persona”.

E adesso la lascio con una preghiera di Luigi Settembrini, (Napoli 1813- 1876), letterato e patriota italiano condannato dell’ergastolo:

O Dio Padre
Fammi la grazia della morte
Giacché gli uomini
Per tormentarmi
Mi hanno fatto la grazia della vita.

Le auguro Buon Natale con la speranza che lei mi auguri una buona morte.

Carmelo Musumeci
Carcere Spoleto, dicembre 2011

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Se sei innocente peggio per te

Il racconto del pentito Spatuzza: ecco come preparammo l’auto con il tritolo (…) Via d’Amelio, così abbiamo ucciso Borsellino. E tornano in libertà gli ergastolani condannati nel vecchio processo. (Fonte: La Repubblica, ottobre 2011).


Uno di questi ergastolani, Cosimo, condannato per quella strage è uscito dal carcere di Spoleto.
Prima di uscire è passato a salutarmi.
Sedici anni fa eravamo nella stessa stanza del carcere dell’Asinara (l’Isola del Diavolo, come la chiamavamo noi prigionieri) sottoposti al regime di tortura del 41 bis.
L’avevo visto entrare che era un ragazzino, con i capelli neri come il carbone e con il sorriso sempre stampato sulle labbra.
E l’ho visto uscire l’altro giorno anziano, senza nessun sorriso e con tutti i capelli bianchi.
Cosimo un paio di anni fa, sapendo dei miei studi universitari di giurisprudenza, mi chiese di fargli una richiesta di permesso premio.
Dopo un paio di mesi il magistrato di sorveglianza gli rispose in questo modo:
-(…) Si dichiara inammissibile la richiesta perché il detenuto è stato condannato per reati esclusi da qualsiasi beneficio penitenziario se non collabora con la giustizia (…).
Cosimo mi venne a trovare nella mia cella e mi chiese cosa volevano dire quelle parole, ed io gli risposi in maniera semplice come ormai faccio da anni con tutti gli ergastolani ostativi:
-Vuole dire che sei destinato a morire in carcere se non metti in cella un altro al posto tuo.
Dalla sua espressione del viso notai che forse non aveva capito il concetto e allora glielo spiegai ancora meglio:
-Lo vuoi capire o no? Per uscire devi confessare i reati e fare i nomi di altri e farli condannare, solo facendo arrestare loro potrai uscire tu.
Cosimo per un attimo mi guardò con i suoi occhi da lupo bastonato, poi li abbassò e mi rispose:
-Carmelo, io per uscire farei qualsiasi cosa, ma sono innocente e quindi come faccio a confessare un reato che non ho mai commesso?
Incredulo gli replicai:
-Abbi pazienza, non è che non ti voglio credere, ma in carcere tutti dicono che sono innocenti.
Cosimo mi guardò per un lungo istante quasi con vergogna, poi sbottò:
-Carmelo, ma io sono innocente davvero.
Rassegnato scrollai le spalle e gli risposi:
-Mi dispiace Cosimo, ma non posso fare nulla! Purtroppo se sei innocente è peggio per te.

L’altro giorno quando ci siamo salutati e abbracciati, gli ho augurato di rifarsi una vita, quella poca che lo Stato italiano e le sue medievali leggi gli hanno lasciato ancora da vivere.

Carmelo Musumeci
Carcere Spoleto

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Buon Anno da un ergastolano


Buon anno ai prigionieri e a tutti i prigionieri di se stessi;
buon anno agli uomini in nero del ministero d'ingiustizia che gestiscono le persone senza essere persone;
buon anno ai giudici che pretendono di giudicare senza essere giudicati;
buon anno a tutti gli innocenti, pure ai colpevoli e a quei colpevoli di essere innocenti;
buon anno alle guardie carcerarie sperando che si ricordino che per gestire le persone bisogna essere persone;
buon anno ai forcaioli purchè si ricordino che il carcere è come un'autostrada e ci potrebbero passare pure loro;
buon anno a quelli che sono morti per essere vivi ed a quelli che tentano di essere vivi per non morire;
buon anno a quelli che non sono buoni per andare in paradiso e ai cattivi che non hanno paura di andare all'inferno;
buon anno a tutti quelli che soffrono, piangono, ridono e sono felici, ai pazzi ed ai normali che fanno i pazzi per non impazzire;
buon anno a quelli che hanno speranza, a quelli che l'hanno persa e a quelli che si illudono e sognano e a quelli che non reggono il peso della prigione e della sofferenza;
buon anno a tutti i prigionieri del mondo, pure a quelli di Guantanamo;
buon anno a tutti quelli che si sono tolti la vita in carcere;
buon anno a quelli che si sentono piccoli perché solo così si può essere grandi;
buon anno a quelli che credono che la verità non è che un aspetto della verità;
buon anno a quelli che credono che il giudizio per essere giusto dovrebbe tener conto non soltanto del male che uno ha fatto ma anche del bene che farà, non solo della sua capacità di delinquere ma anche della sua capacità di redimersi;
buon anno a quelli che sono solo ciò che sono, che non si piegano alle ingiustizie e non si rassegnano;
buon anno anche ai deboli che sono forti perché non lo nascondono;
buon anno a quelli che fanno il male così pienamente e allegramente come quando devono punire i prigionieri;
buon anno a tutte le vittime dei prigionieri e quindi ai prigionieri vittime di se stessi e della società;
buon anno ai nostri aguzzini che non ci fanno capire dove abbiamo sbagliato ma ci puniscono solo perché abbiamo sbagliato;
buon anno a quelli che capiscano la giustizia vivendo l'ingiustizia fra le mura di un carcere;
buon anno a tutti i prigionieri che pure in catene pensano da uomini liberi;
buon anno anche a dio sperando che la smetta di essere dio;
buon anno ai deboli, ai derelitti, agli ultimi e ai potenti, ai poveri, ai ricchi che sono poveri, a tutti noi che siamo, a quelli che non ci sono più.

Carmelo Musumeci

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Colpevole e cattivo per sempre


“Serbare rancore equivale a prendere un veleno e sperare che l’altro muoia” (William Shakespeare)

Il Tribunale di Sorveglianza di Perugia scrive di me: (…) l’impegno del detenuto verso forme di partecipazione alla vita detentiva che denotano capacità espressive non comuni e la determinazione dallo stesso dimostrata per promuovere una campagna di informazione e di riflessione sul tema dell’ergastolo c.d. ostativo ( tendenzialmente perpetuo, salvo collaborazione con la giustizia), (…)evidenziandosi a livello culturale, politico e giurisdizionale. (Ordinanza udienza del 6 ottobre 2011).

Il gruppo trattamentale del carcere di Spoleto scrive di me:
-Una prevalenza di aspetti positivi. Concretamente coinvolto in tutte le iniziative ricreativo-culturali organizzate. Per il particolare impegno mostrato lungo tutto il percorso di studi, ha ricevuto un encomio in data 19.05.2011 e uno in data 24.05.2010 per l’impegno mostrato nel corso di una rappresentazione teatrale. La partecipazione a vari concorsi letterari in ambito nazionale ha prodotto note di apprezzamento, riconoscimenti e premi da parte di esponenti della comunità esterna. Recentemente il Musumeci ha pubblicato un suo racconto all’interno di una antologia intitolata “Racconti da carcere”, pubblicata dalla Arnoldo Mondadori Editore. Sensibilmente interessato a tematiche di carattere sociale, egli si relaziona da tempo con diverse associazioni, vicine al “sistema Carcere”. Dimostra un grande interesse per i temi di rilevanza sociale e per le problematiche legate all’esperienza detentiva. Il detenuto ha da tempo avviato un percorso di revisione critica non manipolatorio né riduttivo: certamente favorito dallo studio delle materie giuridiche, da una diversa consapevolezza del concetto di legalità, dalla disponibilità ad azioni riparatorie all’interno della Comunità Papa Giovanni XXIII, da un forte investimento positivo verso gli affetti familiari. (…)

Giudizio di affidabilità individuale

(Relazione di sintesi, ottobre 2011).

Eppure, nonostante tutte queste belle parole dei miei “giudici” e dei miei “educatori”, non potrò mai uscire se non collaboro con la giustizia e se non metto in cella un altro al posto mio. E domando: ha senso scrivere e sprecare risorse istituzionali per un uomo colpevole e cattivo per sempre che deve morire in carcere? Credo che la non collaborazione dovrebbe essere una scelta intima, un diritto personalissimo e inviolabile, e non dovrebbe assolutamente portare conseguenze penali (o di trattamento) così gravi e perenni. Penso che la non collaborazione dovrebbe essere una scelta da rispettare e non dovrebbe essere punita con una conseguenza penale così grande e smisurata per un ergastolano ostativo, a tal punto che sembra che la non collaborazione sia ancora più grave del reato commesso. Credo che un uomo abbia il diritto di scegliere di non collaborare per le proprie convinzioni ideologiche, morali, religiose, o di protezione dei propri familiari.
Sto cercando di migliorarmi e di cambiare rimanendo me stesso, probabilmente per i “buoni” questa è una colpa grave e mi costerà vivere in carcere fino all’ultimo dei miei giorni, colpevole e cattivo per sempre, ma in carcere si soffre di più quando si viene perdonati, per questo, sotto un certo punto di vista, molti di noi non possono che essere felici che i "buoni" non ci perdonino.

Carmelo Musumeci

Carcere Spoleto, Gennaio 2012

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Lettera dal carcere di Spoleto

Carissimo Mario,


ti invio questa lettera per dirti e dire ciò che sento, poiché è qualcosa di spontaneo che dovrebbe essere presente in ogni soggetto; sento viva, oggi più che mai, la sete di giustizia sociale che è urgente statuire in questo Paese. Perché in una fase in cui le certezze si assottigliano, le diseguaglianze crescono dovremmo far fronte comune, affinché non ci schiaccino dal consorzio sociale cui è un diritto naturale (d'ogni individuo) farne parte, ma certamente non al prezzo di esserne schiavi, ma invece come membri con eguali diritti.
Il rivendicare un diritto non dovrebbe consistere in una lotta tribale per aver semplicemente ciò che è naturale avere, e cioè lavoro, giustizia, in una parola equità tra le parti. Ciò Perché le ricchezze di tutti non possono essere in mano di pochi, e questo i “pochi”, proprietari di tali risorse, lo sanno. Certo le responsabilità sono anche nostre che cechi di fronte a tale realtà continuiamo a fornirgli, paradossalmente, i mezzi ai “pochi”, con i quali ci controllano e ci sfruttano in barba a qualsiasi regolamento. Si! Perché chi gli presta le braccia per aumentare i suoi guadagni e colpirci ogni qualvolta rivendichiamo un diritto? Chi gli fornisce gli occhi per spiarci, se non noi “tanti”? Si i regolamenti, le carte sono il sale di una democrazia, ma sono pure il balsamo per gli allocchi..... Credo che quando una massa di individui fanno parte di una collettività dandosi regole condivise dai più, dovrebbero valere tale regole per tutti e non solo per i “pochi”. Ecco oggi i diritti, il benessere: diciamo ciò che è configurato come bene primario, valgono solo per coloro che hanno un reddito fuori dal comune e la cui tutela è in questi casi massima. Invece, credo che uno Stato che fonda le sue radici sui diritti universali, ma che mantiene al suo interno queste diseguaglianze sociali, non sia né degno, né annoverabile come Stato progredito, ma solo come Stato retrograde ed incivile, e credo anche qualora lo Stato lede uno dei taluni principi inalienabili, sia lecito che il singolo si indigni. E l'indignazione in questo caso dev'essere proporzionata alla violazione che lo Stato pone in essere al singolo denegando i diritti spettanti. Ritengo inoltre che ci siano circostanze in cui non possiamo delegare l'inderogabile né tollerare l'intollerabile, specie quando si tratta di far rispettare alcuni principi cardini contenuti nella Carta Costituzionale. La risposta in questi frangenti deve essere una: disobbedienza civile!!! Ciò significa non ubbidire a regole ingannatrici, ineguali ed inopportune. Ciò perché l'iniquità generano disuguaglianze e quando ci sono disparità di condizioni, credo che sia giusto e doveroso che il singolo attua la disobbedienza. L'obbedienza è un fattore che rientra, in pieno, nel libero arbitrio dell'individuo. Dunque è una scelta individuale, in realtà, se non è il singolo che gli concede volontariamente l'obbedienza, loro, non la possono mai avere. Questa si chiama scelta della non delega del proprio domani. Ti ho fatto questo breve excursus volgendo le mie argomentazioni in ambito politico, perché, sentendo sulla pelle cosa vuol dire essere differenziato, essere tacciato come male di tutti i mali dai mass media asserviti al potere di turno (ciò per nascondere le vere ruberie poste in essere dai loro padroni), nasce spontanea l'indignazione e la solidarietà, cioè quel sentimento che dovrebbe accomunare l'umano se fossimo in un mondo fatto di giusti. Sento mie le vostre battaglie e spero che nel tempo possiamo unire le nostre voci per cercare nel nostro piccolo di ristabilire un po' di parità tra le parti. Naturalmente informami sempre delle iniziative di sensibilizzazione che attuerete per le campagne relative alle tematiche sociali.

A dimenticavo, grazie per il libro.

Salutami calorosamente tutti i compagni a te vicino

Giovanni Mafrica
Detenuto AS Carcere di Spoleto

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Lettera dal carcere di Piacenza

 


Caro Mario,

esporrò qua la nostra interpretazione sul concetto di libertà.
E' sempre delicato affrontare un tema cosi dicotomicamente percepito dalle varie persone, in base alla loro situazione culturale, religiosa e, perché no, logistica. Quello che per noi può essere definito libertà, per un cittadino “libero” può essere la normalità, l'ovvietà di un grado di civilizzazione estremo, protrattosi nel tempo. Ma se lo confrontiamo con alcune popolazioni, per esempio quella palestinese, costretta a subire da decenni la prepotenza ebrea, il nostro concetto di libertà si discosta nuovamente. Quindi non volendo essere presuntuosi nel detenere (brutta parola), il significato universale della parola “libertà” ci limiteremo ad esprimere il nostro sentito.
Quando si pensa all'esterno, si è travolti da ricordi che, man mano che passano gli anni, assumono sempre più la forma dei sogni, lasciandoci increduli al fatto di aver vissuto, anche noi, una vita all'esterno di queste mura , di aver vissuto anche noi, liberi da ricatti burocratici ed etici, liberi da poter assistere inermi alla sofferenza dei nostri cari.... ecco, appunto, “liberi”. Forse è questo il significato della parola, adagiato sul confine tra osservazione ed espressione, tra diritti e doveri, in quel terreno che una volta era di nostra proprietà, ma che ora è proprietà dello Stato, che ci dicono, essere pensiero del Popolo Sovrano; ma quante cose ormai non sono più manifestazioni del Popolo, nasconde nei meandri della politica trasformata ormai in direttrici feudali, mascherate da volontà elettive! Tutto ciò fa sovvenire che, forse, la libertà non la perdiamo in questo luogo, ma in questo stato (la minuscola è intenzionale), quando il Diritto viene calpestato quotidianamente, aggirando norme scritte, con funambolici artifizi, quando la difesa legale è divenuta pura essenza astratta, quando si è costretti a subire calunniate mass-mediatiche al fine di ottenere una visione della vita manichea di tutti i cittadini, cosi da virare l'attenzione su rapporti sociali e conviviali, intrinseci alla nostra (fu) Nazione, invece che su imposizioni perpetrate volontariamente. Noi non ci sentiamo meno liberi “qua” rispetto a “fuori”, magari saremo in una situazione di maggiore sofferenza, ma crediamo che, la negazione della libertà, sentita ora proseguirà anche da “liberi”, ma almeno vissuta vicino ai nostri cari e senza tormenti gratuiti.

Ringraziandoti per il tuo tempo e per il tuo impegno, ti abbraccio, assieme ai miei “amici di avventura”.

Francesco Gumari
detenuto AS Penitenziario di Piacenza


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Buon compleanno figlia dell’uomo ombra


Buon compleanno figlia dell’uomo ombra, in questi anni le lacrime versate per te sono state le più belle.
Spesso il tuo amore è più forte di me, della malinconia, della tristezza e della sofferenza.
Amore Bello, perdonami se non sono stato il padre che avrei voluto essere.

Buon compleanno figlia dell’uomo ombra, tutte le notti il mio cuore, seppur coperto da sbarre, inferriate e cemento armato, scappa da me e dalla mia cella per venirti a trovare.
Molti uomini ombra pensano spesso alla morte perché è la loro unica via di fuga, io piuttosto penso a te, perché sei la mia ragione di vita.

Tesoro, perdonami se non sono stato un padre come tutti gli altri.

Buon compleanno figlia dell’uomo ombra, il tuo amore mi ha sempre dato la forza di combattere e di non arrendermi.
Il mio mondo e il mio futuro stanno scomparendo insieme alla mia vita, eppure io ti amo come il primo giorno che mi hanno portato via da te.

Barbi, perdonami se sei cresciuta senza di me accanto.

Buon compleanno figlia dell’uomo ombra, molti ergastolani hanno bisogno della speranza per vivere, io invece ho solo bisogno del tuo amore.
Per resistere all’Assassino dei Sogni e per soffrire di meno molti uomini ombra cercano di dimenticare quello che erano, io invece per resistere cerco di ricordarmi che ero un uomo libero.

Figlia mia, perdonami se sono più di venti anni che non riesco a darti il bacio della buona notte.

Buon compleanno figlia dell’uomo ombra, oggi ho afferrato con le mani le sbarre della mia cella, le ho strette forte, mentre il mio cuore provava inutilmente a spezzarle.

Vita mia, perdonami se non riuscirò mai a uscire.

E grazie di esserti tatuata: “Divisi da sempre, uniti dall’anima”.

Il mio cuore ti ama, io pure.

Tuo papà.

Carcere Spoleto, Febbraio 2012

CARMELO MUSUMECI www.carmelomusumeci.com

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Lettera dal carcere di Carinola

Ciao Mario,


la tua corrispondenza è l'occasione di conversazioni che raramente posso intrattenere con i miei omologhi. Molti di loro, purtroppo, vivono ormai in uno stato di assoluta deboscia. E provano totale disinteresse per tutto ciò che accade nel mondo esterno. La lunga detenzione ininterrotta causa inevitabili guasti nella psiche degli internati, tanto che apron bocca soltanto per nutrirsi e per bestemmiare contro santi e contro loro stessi: un quadro reale dell'inferno immaginato da Dante.
È da qui che ti scrivo. La mia vita da isolato scorre come altre volte di ho raccontato. Di nuovo c'è che, con la primavera, a farmi compagnia nel cortile “passeggio”, trovo tutte le mattine una decina di passeri disposti in assise sul filo spinato che corona il perimetro murario. Mi osservano per tutti i momenti nei quali vado avanti e indietro da muro a muro, perplessi. Quando posso, metto in tasca del pane bagnato e scendendo in cortile lo lancio oltre il recinto, così che i passeri possano mangiarlo: è il massimo “bene” che riesco a compiere. […]
Ho scritto due righe di congratulazioni ai neoeletti sindaci Pisapia e De Magistris. Mi sono permesso di ricordare a entrambi che il “difficile” è ancora da venire, lobby politiche e comitati affaristici tenteranno di inquinare l'esercizio amministrativo da loro avviato alla discontinuità e alla trasparenza. Giuliano lo conosco di persona, è figlio della borghesia medio-alta milanese, ma è da sempre sensibile ai valori di giustizia sociale e sarà senza dubbio un ottimo sindaco. Luigi, lo conosco dalle sue inchieste. Anch'egli non può dirsi un proletario, ma c'è da sperare ugualmente perché viene da una storia che lo ha visto contrapposto ai compromessi, anche quando questi gli sono stati proposti dai suoi superiori: è quello che in napoletano si chiama una “capatosta”.
Per concludere, non posso non sperare che questa avanzata della sinistra persuada i nostri cugini del Pd a orientare meglio l'alleanza con cui affrontare le elezioni nazionali. Non so cosa altro dire.
Passando al quesito che vorrebbe pormi la redazione di Rebusmagazine.org,  e che tu mi hai girato, ovvero il concetto di libertà, dico subito cosa la “Libertà” non è assolutamente: vivere dentro o fuori una prigione. Cerco d'esser più chiaro. Liberarsi da qualcosa è tutt'al più un respiro di libertà che, come avviene nella nostra vita, ha bisogno di non fermarsi, di ripetersi e di cercare sempre nuove liberazioni. La libertà non è quindi per me un luogo da vivere egoisticamente. Nessun uomo sarà veramente libero se attorno a lui non vi saranno uomini altrettanto liberi, sosteneva il nostro compagno Gramsci, che mi onoro di condividere. Pensiamo a quanto sia difficile esercitare la propria sacrosanta libertà di mangiarsi un panino con le salsicce tra persone che non toccano cibo da giorni. Paragone banale, ma al momento non me ne vengono di migliori. Il comunismo ai suoi più alti livelli è esso stesso libertà, perché elimina la competizione tra gli uomini, deleteria in sé, disponendoli alla più edificante cooperazione: per crescere assieme e insieme liberarci tutti. Progressivamente.

Alfio


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Giorgio e Tobia - Lettera dal carcere di Torino

A tutti i compagni/e

Vogliamo farvi sapere che ieri, mentre si svolgeva il concerto davanti al carcere, noi abbiamo dato corso a una protesta contro le pesanti condizioni di agibilità interna.
Al detenuto spettano, per disposizione ministeriale, 4 ore d’aria. In più sono concesse 2 ore di socialità, in cui i detenuti dovrebbero, appunto, socializzare tra loro.
Fino a poco tempo fa in queste ore venivano aperte le celle e si poteva passeggiare nel corridoio o, volendo, entrare in un’altra cella. Ultimamente ci fanno uscire e, dopo un quarto d’ora, ci fanno entrare nelle celle in cui vogliamo stare.
In questi giorni d’emergenza freddo è impossibile uscire all’aria anche perchè i cortili sono invasi dalla neve e non si sono attrezzati con scarpe adatte. Se non vai all’aria ti obbligano a stare chiuso in cella.
Ieri sera, nella nostra sezione le condizioni sono state inasprite. Invece di aprire tutte le celle contemporaneamente venivano aperte una alla volta, ti portavano alla cella che volevi e ti richiudevano nuovamente.
Quando ci hanno aperto noi (Tobia e Giorgio) siamo rimasti in corridoio rifiutando di farci nuovamente rinchiudere. Allora han provato a metterci contro gli altri, dicendo che fino a quando noi eravamo in corridoio non avrebbero più aperto a nessuno. Dopo esserci consultati con gli altri detenuti, abbiamo deciso di non desistere.
Dopo un po’ di minacce, hanno chiamato la squadretta, composta da mezza dozzina di agenti nerboruti, con il chiaro intento di intimidirci. Al nostro netto rifiuto di rientrare in cella, ci hanno presi di peso e sbattuti dentro, senza però usare violenza.
Dopo una decina di minuti siamo stati convocati dal Direttore che, con modi gentili e molto paternalismo si lamentava che era la terza protesta di questo tipo che avevano messo in atto.
Noi, dopo aver precisato che non volevamo favori ne privilegi personali, abbiamo presentato a nome di tutti i detenuti della sezione una serie di richieste di agibilità minima.
Il direttore ha risposto che ci avrebbe riflettuto sopra e ci avrebbe fatto sapere.
Adesso stiamo valutando il da farsi.
Come i banchieri cercano di far pagare la crisi ai lavoratori, in carcere si cerca di far pagare il sovraffollamento ai detenuti. Vengono progressivamente ridotte le dotazioni (detersivi, carta igienica, ecc.) e, con la scusa di maggiori difficoltà di gestione, gli spazi di agibilità.

La lotta non si fermerà.

i Detenuti del 26 Gennaio 2012

Giorgio e Tobia
Carcere Lorusso e Cutugno
Via Pianezza 300
10151 Torino

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Lettera dal carcere di Saluzzo di Giorgio attivista No Tav

Cari compagni/e giovedì 9 mattino sono stato portato dalle celle del transito in una sezione con altri detenuti. Non voglio cadere nel lamento che affligge gli altri detenuti, vi descrivo solo la realtà.

E’ una sezione di isolamento con tutte le caratteristiche di quel tipo di regime carcerario. Siamo in una decina in 6 celle, un piccolo corridoio con la telecamera, celle strutturate in modo che fra una cella e l’altra vi sia uno stanzino, ora vuoto, che permette il controllo su ogni movimento. Quindi 6 celle e 3 stanzini blindati. Ogni cella utilizza la propria aria. il cortile dell’aria è un buco di 5 metri per 2 con muri molto alti. Il sole non batte mai in autunno, inverno, primavera. Solo in estate, nelle ore centrali, passano i raggi del sole. La guardia controlla il corridoio 24 ore su 24 da uno stanzino blindato. Per chiamarlo dobbiamo schiacciare un tasto. Siamo in 10. Uno di noi fa il lavorante per la sezione, che non abbandona mai. A parte il barbiere, che viene il sabato per vedere altri detenuti, bisogna andare a messa la domenica per incontrare qualcun’ altro.
Con i compagni della mia sezione sto facendo conoscenza e amicizia. Loro hanno già fatto 2 lettere di protesta al direttore nell’ultimo mese. Sono tutti indagati in attesa di giudizio, e non capiscono perchè sono in questa sezione speciale.
Sul registro della guardiola le guardie hanno scritto “detenuto pericoloso”, di fianco al mio nome ed effettuano 2 “battiture” al giorno, alle sbarre della finestra dove sono io. Mah… forse hanno paura che evado.
Sabato mattina il brigadiere mi ha fatto firmare 3 fogli in cui mi rinfacciano le proteste alle vallette. Andrò nei prossimi giorni dal direttore per un “consiglio di disciplina”, così lo hanno chiamato, per prendere dei provvedimenti, non so di che tipo, visto che in una sezione di isolamento lo sono già. Qui dicono che questo direttore, Lettieri Giorgio, sia stato il vice di Buffa alle Vallette per molti anni e che siano degli amiconi. Il comandante delle guardie mi ha incontrato nel suo ufficio e ha fatto capire che non gli farebbe piacere un presidio musicale qui fuori. Si può lavorare per farlo, ma con calma e senza fretta (inizio marzo?).
Per quello che riguarda l’inchiesta evito di cadere in quegli stati d’animo che sono il pessimismo e l’ottimismo. Sono tranquillo e di buon umore, solo un pò infreddolito (Saluzzo alcune notti -20). Quando chiacchieravo con gli altri compagni alle Vallette le mie previsioni per il tribunale del riesame erano: metà rimarremo dentro, metà usciranno. La prima udienza è andata così. Aspetto quella di martedi per fare le valutazioni di rito.
Alle Vallette stavano per arrivare i giornali e sono stato trasferito. Adesso devo aspettare lunedì 20 per riceverli. Alle Vallette i detenuti della nostra sezione leggevano solo Torino cronaca, qui neanche quello squallido giornale. Non so ancora dove sono stati trasferiti gli altri detenuti No tav di Torino. Ho visto al tg3 di questa sera un presidio fuori da un carcere, che non ho riconosciuto, forse Alessandria, forse Asti.

Un ringraziamento ad Anonymous.

Un saluto a tutto il movimento No tav.

Un abbraccio a tutti i compagni e le compagne.

Giorgio

Saluzzo, 12 febbraio 2012

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Lettera dalle Vallette (trasferimento punitivo di una prigioniera)

Ciao kari amici di Onda Rossa,


oggi è domenica! Bè qui non kambia molto… anzi diciamo ke è peggio, non passa la posta… ma facciamo passare… la giornata! Allora vi diko subito ke con mia grande gioia in settimana mi è arrivata la Scarceranda insieme al Quaderno… dove kon ancora mia più grande gioia ho trovato inserito il mio scritto… sono veramente… non lo so… strafelice… finalmente qualcuno mi prende in considerazione, è tanto, dopo due anni di lotta qui dentro (ponteX) dove tutto viene travisato e preso solo come forma di ribellione… giusto perché a loro fa più komodo così… il sistema loro rieducativo è sistema repressivo… ma già lo sapete! Comunque questa esperienza carceraria a me mi sta formando mooolto… A 40 anni sto kapendo che quello ke ho fatto in tutta la mia vita è stato giusto, se non fosse solo perché in parte ho distrutto la mia vita, ma fin da adolescente è stato l’unico modo di vivere ke mi ha permesso di non affondare… ribellarsi sempre… e da qui ho deciso ke continuerò a ribellarmi a questo sistema ke sta formando i giovani di adesso alla violenza e alla resistenza… Vedi Black bloc, se così vogliono chiamarli… mah… non ci sto più a kapire niente! Sconforto totale! Giuro ke dopo aver visto questa battaglia di Roma, kosì come amano definirla, quello ke ho pensato e ke se fossi stata lì in mezzo sarei partita anch’io… ekko.. vedi un po’ cosa mi sta insegnando sto carcere… sta galera!
Comunque amici miei sono Lucia Cecchinelli, potete anche mettere un domani il mio nome, tanto esco allo scoperto e adesso vi dico pure perché… tanto per loro qui valgo di più come matricola AA45-11-00015, non importa ki sono, sono solo un numero kome tanti e adesso vi spiego kome sono finita qui a Torino – Le Vallette da Pontedecimo. Diciamo ke a questi dispensatori di giustizia disturba molto, prima di tutto, le personalità ke in qualche modo riescono ad emergere… questa kosa per loro è molto pericolosa e poco rassicurante… destabilizza il loro sistema… tutto ciò ke non rientra nel loro controllo diventa pericoloso… non perché io sto ripercorrendo il mio percorso a Pontedecimo e li voglio ringraziare ke mi hanno messo qui… riesco ancora di più a vedere le porcate ke fanno! Allora la bella scusa ke hanno trovato per cacciarmi via è stato… sentite bene!...incitamento alla rivolta! E sono stata definita come personalità anticonvenzionale - anticonformista, bè l’ispettore simpaticamente mi ha definito un po’… naif!... mi piace di più…

ohhh… ci sono i Red Hot su MTV… un attimo di libertà… cosa mi perdo! A Milano ci sono il 3 novembre e io sono qua… vabbè… pazienza! Ci andrò… ci andrò… uscirò… uscirò!!

Allora… incitamento alla rivolta… io sono una persona pacifista… almeno la ero… ma subire ingiustizie non mi piace tanto dopo ciò ke ho passato nella mia adolescenza… in carcere a PonteX diciamo ke sono emersa per certe inziative ke ho portato avanti attivamente… parlo di iniziative che alla signora Direttrice sono piaciute molto, ovviamente perché ha fatto un bel figurone davanti al Sindaco di Genova e altri grandi pezzi importanti del nostro bel sistema giuridiko italiano, cioè la sua bella faccia da… signora!! Io tutto ciò ke ho fatto l’ho fatto solo perché penso ke la creatività sia un ottimo sistema per non appiattirsi, per non morire dentro… non ho capito… cioè ho capito che quello ke ho fatto è stato usato solo per i loro luridi impicci, per dimostrare ke all’interno del carcere c’è spazio alla creatività… bugiardi, bugiardi e sporchi bugiardi! Ho vinto il concorso letterario della Liguria con una poesia ke ho scritto in cella, sola, in un momento di sconforto, le mie poesie le ha lette la professoressa di italiano a cui piacevano molto, lei è sincera e mi ha chiesto se poteva presentare, io ho accettato… perché no? Ma se avessi kapito in tempo che è stata tutta una presa per il culo, portandomi pure a Palazzo Ducale con la scorta, per cosa? E non vi diko le battute della cara Polizia Penitenziaria… si sono dovuti skomodare! E vabbè… e poi c’è stato lo spettacolo di Pasqua… dovevate vedere la soddisfazione della signora… ah! Mi hanno pagato… 70€ per il mio impegno di 4 mesi… vabbè è stato bello per me e per i miei compagni/e… ci siamo fatti un pacco di risate!

Allora in mezzo a tutte ‘ste belle kose io ho avuto a ke fare con i miei problemi non certo facili… 1) salute 2) lavoro. Ho insistito e mi sono battuta molto per il sistema sanitario in carcere… io ho bisogno di cure come tanti detenuti.. ho delle cellule tumorali all’utero ke mi sono state prese in tempo a Genova… ma il motivo è perché di mio pugno ho scritto alla dottoressa dell’IST di Genova personalmente e la di cui sopra dottoressa mi ha risposto tempestivamente! Questa storia è stata mandata sul blog “il mondo dietro le sbarre”. Il motivo è ke mi stavano nascondendo il pap-test, dove era scritto “urgente”, che ho avuto poi in mano da un infermiere diciamo “sottobanco”… sono riuscita a farmi portare all’IST il 10 gennaio 2011, dopo aver litigato varie volte con il Direttore Sanitario e dopo averli minacciati che avrei parlato con il mio avvocato e avrei denunciato tutto quanto. Allora si sono mossi. Poi non parliamo del mal di denti, che ce l’ho da febbraio 2010, mi hanno somministrato morfina a mia insaputa, quando l’ho saputo non l’ho più presa rovinandomi il sonno, non dormivo più e facevo incubi, ho preso il Talofen che mi ha gonfiato, ho problemi al fegato, me lo sono scalato da sola. Non voglio prendere niente qui dentro, non ho intenzione di farmi annientare con in farmaci.
Con tutti questi impicci comunque già sono finita nel mirino… poi ho iniziato a battermi per un posticino di lavoro… dal momento ke sono sola, non ho alcun colloquio, non ho nessuna entrata… ma il modo come chiedo io la kose non va per niente bene… il lavoro in carcere non è diritto… il lavoro in carcere lo ottieni solo facendo salire di grado qualche sbirro o lo ottieni solo se passivamente subisci e dici sempre di sì, se sei disposto a vivere nei loro compromessi, se li fai sentire pieni del loro potere, insomma… non devi essere te stessa… devi essere quello che vogliono loro… alla fine per due mesi mi hanno messo come parrucchiera, prima hanno chiesto a tante altre ma nessuna ci voleva andare, di quelle ke volevano loro, perché giustamente per 50€ al mese, e ti mangiavi tutto il tempo che saresti potuto andare all’aria… io ci sono stata… la mia colpa… ne avevo bisogno… non hai la carta igienica? Bè… ti lavi il sedere con l’acqua gelida a dicembre! Se il bidet è funzionante… nella mia cella era rotto… e vabbè il modo lo trovi… riescono pure gli animali!
Così… tutto questo per dirvi ke io ho fatto il loro gioco… dopo un anno e 7 mesi, la Direttrice mi chiama e si chiede, cioè mi chiede, come mai… ma come mai… questo incitamento alla rivolta… ah… hanno scritto pure ke ho risposto male alla Sorveglianza, avrei detto “che cazzo vuoi?”. Al Consiglio Disciplinare ho fatto una dichiarazione scritta che ho partecipato alla battitura, è vero, se sono stata la promotrice o non questo non li dovrebbe riguardare dal momento ke una “battitura” non va kontro la legalità, ma ke ho risposto kosì non è vero, ma quale senso ha? E poi conosco l’educazione anche se sono nata in strada, non come loro che se urlo perché non ce la faccio più dal mal di denti mi rispondono: “non rompere i coglioni!!”. Così la Direttrice, tenuto konto del mio comportamento passato (positivo), tenuto conto di questo e di quello mi ha sollevato da quel bel posto di lavoro tanto agognato e mi ha schioccato 4 giorni di isolamento… io ho risposto… ke meno male ke hanno tenuto konto di quello e di questo perché altrimenti cosa facevano, mi davano l’art. 41bis? E dopo un po’ di settimane carica di rabbia kome sono, con sto mal di denti ke mi attanaglia, passa l’infermiere, gli diko di darmi un antidolorifico, lui risponde un po’ male, perché tutti i santi giorni prendo antidolorifici e loro non me li vogliono dare perché dicono ke mi rovino lo stomaco, ke karini!! Si preoccupano! E bè… sono soddisfazioni… li mando tutti a fare in culo!! Ohh!! Ke liberazione! E poi mi levo anche la soddisfazione di dirgli ke vadano proprio a scrivere il loro rapporto kosì torno in Direzione e finalmente diko quello ke penso... di loro... di tutto sto marciume! E difatti torno di là, Consiglio Disciplinare n° 2… la Direttrice mi fa un sacco di promesse… mi aiuta per i denti, mi aiuta per la casa popolare… giuro ke ci rimango! Mi fa firmare un foglio dove dichiaro di essere aiutata! E sapete cosa succede? Dopo due giorni alle 6:30 mi svegliano e mi dikono di preparare le mie kose… vengo trasferita… non in un carcere dove almeno c’è possibilità di lavorare… noooo! Peggio di peggio… Torino-Le Vallette… uno dei peggio carceri d’Italia! Ora io kosa devo dire?! Grazie… signora Maria Milano della sua mano benevola!! Grazie!
Ora sono qui… senza alcuna possibilità, lontano dal mio avvocato, qui non c’è la telefonata settimanale, con 1700 detenuti figurati un po’ se chiami l’avvocato… qui quando l’ho chiesto si sono messi a ridere… sono qui… con il mal di denti ancora… mi hanno levato l’ultimo in fondo… mi fa male quello vicino… e non posso ritornare dal dentista… il dottore di qui mi ha detto ke sono stata già fortunata che ci sono stata una volta… ora aspetterò altri 7 mesi… intanto vado avanti con gli antidolorifici e pastiglia per lo stomaco, eh! Altrimenti me lo rovino… sono qui di nuovo con ste cellule pre-tumorali… ho rifatto il pap test qui… positivo… e il dottore mi ha detto ke sarà ora ke mi faccio levare l’utero tanto mika vorrò fare ancora figli… ne ho già tre!! Sì… sì… proprio kosì mi ha detto! E poi l’ispettrice mi ha già parlato… mi ha detto “Cecchinelli cerchiamo di non fare promozioni eh! Sennò la sbatto da un’altra parte!” e vabbè… tanto kosa kambia! Dove vado vado, io a voi vi scrivo ovunque! E poi… sentite qui… mi ha offerto un lavoro… fare la volontaria a seguire le detenute in carrozzina, dovevo ricambiare sezione, per la modica cifra di 20€ mensili!! Ho detto di no! Stavolta per ‘u culo non mi ci prendono… che ci mettano uno sbirro… i servi sono loro, non io! Kosì quando ho detto no mi sono sentita dire ke… “bene!! Kosì già ho capito chi ho davanti!!” parole sue… hanno bisogno pure di fare ricatti morali hai capito? Razza di vipere… ma no… le vipere sono animali stupendi… non voglio offenderli!! E poi mi dice “ke… voglio fare la mantenuta?” Sì… sì… kosì mi ha detto… e quando ho detto ke ho sempre cercato di lavorare mi ha risposto ke l’ho fatto solo per i miei scopi… ah… ekko… mi ha detto per il mio tornaconto!! Vi giuro amici… mi è scappato da ridere!! Sì… sì… ho riso… ma va bene dai… ke dirgli? Sì… sono kosì, avete ragione… sbirri di m…a! Sono anticonformista – anticonvenzionale – naif – mantenuta – guardo solo il mio tornaconto e incito alle rivolte!! Bene! Kon me il carcere ha funzionato!! È uscita la mia vera natura!! Non hanno visto ancora niente!!

Amici… qui è dura eh… ma io sono… contro ogni carcere… giorno dopo giorno… non mollo!! W l’anarchia… e… no… alla violenza di stato… sotto ogni più subdola forma!! Fanno schifo! E ora amici miei… vi saluto… è domenica… vado in doccia… sennò poi kiudono e se ne parla domani… ah… qui a Torino la vostra/nostra Scarceranda non gira… il 10 novembre è il compleanno di un ragazzo ke ho conosciuto dal dentista… l’unica bella fortuna ke ho avuto andando là… mi piacerebbe ke potesse avere anche lui questo bel regalo… ci tengo.. gliela potete spedire? Voglio fargli una bella sorpresa!!

Lui si chiama (nome e cognome) l’indirizzo è il solito mio!!

Vi mando un disegno ke mi ha mandato lui con la posta interna… è bellissimo… magari lo inserite nella prossima!!

Grazie… amici miei!!

Freedom for all!!

A.C.A.B.

Un bacio… grande grande grande!!

LUCI(A)

P.S. se mi mandano in un'altra "casa" ve lo faccio sapere!!

P.P.S. stò a guardà Le Bahamas... su Rete 4... isole e mare!! 'na favola!!!

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Lettera dal carcere di Opera

Non è facile esprimere un concetto assoluto. Il suo termine assume svariate sfumature: libertà come necessità; libertà come assenza di condizioni e di limiti; libertà come possibilità o scelta, e così via. Si può continuare così all'infinito. Ma cos'è realmente libertà? Siamo davvero liberi?

La libertà di ognuno cessa nel momento in cui inizia la libertà di un altro, condizione necessaria per vivere in società. Ma questa necessità non ci porta forse a vivere in una società non libera? Se la libertà di ognuno cessa dove inizia la libertà di un altro, anche la libertà di quest'ultimo finisce dove inizia la libertà di un altro ancora e così proseguendo, alla fine, nessuno è più libero.
Tutta la nostra esistenza è regolata dalla volontà di altri che a loro volta sono regolato da altri ancora e così via. Non ci viene detto solo ciò che non possiamo fare, perché se così fosse saremmo liberi di scegliere quello che possiamo fare. Invece, non solo ci viene detto ciò che non possiamo fare, ma ci viene imposto quello che dobbiamo fare. Questo accade tutti i giorni della nostra vita. Gli stoici ammettevano che fossero libere le azioni che hanno in sé stesse la loro causa ed il loro principio. Le nostre azioni sono davvero libere? Hanno in sé stesse la loro causa o il loro principio?
Il concetto di libertà è indagabile, ma solo a livello soggettivo per metterne in evidenza la contraddittorietà tra il pensiero di un soggetto con un altro. A livello oggettivo, la libertà non può esistere.
Quale il mio concetto di libertà? Quale valore esso assume? Sono in carcere da vent'anni, condannato all'ergastolo ostativo; l'ostatività della pena mi costringe alla reale pena perpetua. Cioè finirà solo con la mia morte. Nonostante ciò, mi si è lasciata una libertà: la “libertà di scelta”. La scelta di privare la libertà ad altri in cambio della mia, superando così l'ostatività dei miei reati. Qualcuno potrebbe vederci una “libertà di scelta” in questo; ma tutto ciò che è imposto, estorto, portato dalla costrizione, io non credo possa chiamarsi libertà.
La libertà per un recluso assume un unico concetto: la libertà fisica. E tutti i diversi significati e le diverse sfumature che vanno dalla libertà di pensiero a quella di espressione perdono di reale significato, venendo a mancare quella che per noi è la libertà primaria.

In certa misura siamo tutti liberi, così come, nella stessa misura, siamo tutti prigionieri.

Alfredo

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Carceri e minoranze sociali di Aylwin

La cosiddetta “emergenza carceri” viene comunemente associata ad un duplice fenomeno: da un lato il sovraffollamento, dall’altro il tasso di suicidi. I dati ufficiali sono eloquenti e riferiscono che ad oggi vi sono circa dodicimila detenuti in più rispetto alla capienza regolamentare (circa 45 mila); nel contempo, sono oltre cinquanta i detenuti che si sono tolti la vita nel corso del 2010. Una minore attenzione mediatica è invece dedicata alla composizione della popolazione carceraria, definibile come un vero e proprio microcosmo delle minoranze sociali. Un’analisi delle statistiche offerte dalle principali associazioni operanti in questo ambito disvelano proprio questa natura discriminatoria, ora di classe, ora etnica, ora di orientamento sessuale, del sistema penitenziario italiano.
In generale, le statistiche attestano che quasi due terzi della popolazione carceraria sono rappresentati da tossicodipendenti e stranieri (circa 30 mila), di cui circa la metà ancora in attesa di giudizio. La percentuale di persone straniere nelle carceri è in costante e progressivo aumento dal 1991 ad oggi. Per loro, le misure di custodia cautelare, applicate in via generale con straordinaria disinvoltura, sono ben più frequenti che per gli italiani. Peraltro, un’analisi ad ampio raggio dovrebbe includere nella popolazione carceraria straniera anche gli individui ristretti nei cosiddetti Centri di identificazione ed espulsione (CIE) delle persone immigrate: veri e propri luoghi di detenzione in cui da anni si denunciano invano abusi e violazioni dei diritti fondamentali. Quanto al fenomeno delle tossicodipendenze, invece, si deve ricordare che il modello introdotto dalla legge Fini-Giovanardi del 2006 punta decisamente sul sistema penitenziario anziché sulle misure alternative ed introduce sanzioni penali per la detenzione a qualunque titolo delle sostanze stupefacenti (senza peraltro una loro distinzione). Questa sola fattispecie penale causa circa il 35% del totale dei detenuti in Italia, nonché del 50% dei detenuti stranieri.
Cresce, contestualmente, il numero delle persone transessuali, molte delle quali sudamericane, detenute per reati minori, di prostituzione o uso di droga. I transgender, al pari di altre tipologie di detenuti, sono confinati in appositi bracci carcerari, non di rado a stretto contatto con persone condannate per reati particolarmente gravi, come ad esempio la pedofilia, quasi a voler considerare il transessualismo un crimine in se. Apposite ali per i transessuali sono ad esempio presenti nel carcere milanese di San Vittore o in quello romano di Rebibbia (proprio sul braccio g8 di Rebibbia è focalizzato il volume di Mele, A., Genere irrisolto. Transessuali e istituzioni carcerarie, Prospettiva editrice, 2007). L’ambiente carcerario, inoltre, rende ancora più difficile la condizione delle persone transessuali che nella vita di tutti i giorni sono tra i soggetti più esposti ad atti di intolleranza, discriminazione e abusi sessuali. Al fine di assicurare a questi una condizione più dignitosa, si è di recente sperimentata, ad Empoli, la prima struttura penitenziaria ad hoc, la cui istituzione e i cui risultati sono oggetto di controversia.
Negli ultimi anni sono numerose le ricerche di taglio scientifico ed empirico che hanno evidenziato la torsione della natura della popolazione carceraria: dalla criminalità intesa in senso “professionale” alla micro-criminalità connessa all’emarginazione sociale. Ed è alla luce di queste considerazioni che emergono con maggiore chiarezza i reali intenti del cosiddetto “Piano carceri” varato in questa legislatura, con tanto di dichiarazione dello stato di emergenza e conseguente nomina del commissario straordinario. Accanto alle misure deflattive consistenti nelle possibilità di scontare ai domiciliari l’ultimo anno di pena - ma non per i reati gravi - il Piano si propone di raggiungere una capienza carceraria complessiva di ottantamila posti. Ecco come viene rovesciata la questione del sovraffollamento: anziché debellare la piaga delle migliaia di persone detenute per reati futili o minori, l’ordinamento statale amplia le strutture carcerarie esistenti, così da assorbire una maggiore percentuale di soggetti appartenenti all’area dell’emarginazione sociale.

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lettera dal carcere di Carinola

Il sottosegretario Mantovano, intervenendo in televisione, ha detto che vent'anni anche in carcere passano in fretta e le strutture penitenziarie italiane sono tra le migliori d'Europa. Non c'è nulla di che lamentarsi. In realtà, se tu leggessi per esempio il menù carcerario così come viene esposto nelle circolari ministeriali, a dir poco imprecheresti per l'esagerato lusso.

Se poi invece tu riuscissi a entrare da visitatore in una sezione carceraria e potessi vedere cosa materialmente arriva nelle stanze dei detenuti, avresti l'esatta contezza di quanta differenza corra tra ciò che si sa fuori “le mura” e quello che realmente è costretto a chiamare vita il carcerato.
Ho fatto l'esempio del vitto soltanto perché è tra le poche cose verificabili, non perché ritengo che vivere di pasta e patate sia una tragedia. Resta tragico fare propaganda di civiltà e fare la cresta, perché è evidente che ciò avvenga in una società che si candida a chiudere sempre più scuole e costruire sempre più carceri.
Passiamo alla “libertà”. Non occorre aggiungere parole nel definire la libertà un sentimento innato negli uomini e negli animali. Allo stesso modo risulta innegabile che la libertà abbia anche rappresentato l'arma verbale con cui nei due secoli scorsi si sono legittimate ogni sorta di violenza e di crudeltà. Dette queste ovvietà, considero la libertà una medicina salvifica ma che non può essere assunta tal quale è, né tutta d'un colpo.
Ho maturato quindi la convinzione che una società può aspirare ad una vera e sana libertà soltanto se forma il cittadino sin dall'età più tenera e più proficua all'apprendimento, attraverso gli strumenti scolastico-educativi, a predisporsi ad esercitarsi gradatamente a rispettare questo straordinario patto morale e sociale che fa moderna ed emancipata una collettività di persone e di animali.
Il riferimento agli animali, educati anch'essi alla libertà, lo traggo da un mio fratello che ha 16 anni meno di me e da mia figlia, entrambi impegnati nella LAV e nel WWF, ovviamente animalisti come più non si può.
Ritengo, per concludere, fallimentare e puramente propagandistico l'uso di confondere il liberismo per la libertà. Per me restano due luoghi tra loro diversi, quando non del tutto opposti.

Alfio

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