15 ottobre: Voci dalla Piazza

La giornata romana del 15 ottobre è stata complessa. Diversi scenari si sono sovrapposti, differenti soggetti hanno interagito, si sono scontrati talvolta duramente, hanno provato a delineare la propria tattica o magari hanno sottolineato la mancanza di una visione strategica più ampia.
In questi casi, conviene sempre diffidare di chi fornisce rappresentazioni schematiche, di chi disegna scenari nitidi e propugna visioni manichee: buoni-cattivi, infiltrati-manifestanti, teppisti-indignati. Per questo, per mantenere la lucidità e non affogare nella retorica, non bruciare nel fuoco di paglia dell’entusiasmo o perdersi nel vortice della depressione, abbiamo scelto di raccogliere qui alcune voci dalla e sulla piazza. Una narrazione polifonica e per certi versi contraddittoria. Si tratta infatti di opinioni parziali [di parte], di punti di vista scelti in maniera arbitraria e da fonti eterogenee, tentando di affiancare diversi tasselli di un mosaico ancora in corso d’opera.

Questa pagina verrà di volta in volta aggiornata con altri spunti di riflessione.

«[...] Se togli il futuro a una generazione, non puoi aspettarti che questa se ne stia con le braccia conserte a lasciarti fare.C’è chi ha la lucidità di capire dove e di chi sono le responsabilità di cosa succede [vedi, tra gli altri, i geniali Draghi Ribelli che nei giorni precedenti il 15 hanno occupato via Nazionale riuscendo a far velere senza la violenza e la distruzione i loro contenuti e le loro ragioni] e chi invece riversa in una cieca violenza il proprio modo di reagire all’assenza di prospettive. Non c’è giustificazione per quanto è successo, ma non giustificare non significa non cercare di capire cosa è successo ieri in piazza e perchè. E allora, riprendo qui una parte della lucidissima analisi di Salvo Leonardi: ‘Come mai, quando a fracassare tutto sono i giovani ribelli delle periferie francesi o inglesi non si risparmiano gli attestati di simpatia politica e sociologica – organizzando workshops accademici e nei centri sociali [con tanto di citazioni dai ‘subaltern studies’] - e se poi qui da noi qualcuno li prende sul serio e pensa di emularli o sono teste di cazzo o fascisti infiltrati?’ Fa comodo, alleggerisce le coscienze, pensare che sono teste di cazzo, fascisti e infiltrati[...]».

Emanuele Toscano, ricercatore universitario, dal suo blog

«Ritenevamo quanto accaduto oggi quasi inevitabile, insito nella cornice stessa scelta in Italia per aderire al 15 Ottobre planetario: il Grande Corteo Nazionale anziché l’essere ovunque ['Occupy Everything'] che i movimenti praticano nel mondo, e che hanno praticato anche oggi ['962 città in 85 paesi' significa una media di 11 città per paese, mentre da noi si è scelto di convergere quasi tutti in un solo punto, il solito, con tutte le implicazioni del caso]. E’ una riflessione che abbiamo ripetuto molte volte, fino ad annoiare noi stessi e gli altri. Prima del “#15ott” c’è stato il ’14dic’, e prima ancora il G8 etc. Oggi quelle critiche abbiamo zero voglia di riproporle, perché quando c’è chi rischia la vita in strada la priorità è essere solidali. Il ‘ve l’avevo detto’ è reazionario e anche un po’ infame. ‘Dire’ non serve se non si convince. Oggi si può solo esprimere solidarietà a chi ha subito la repressione, e a chi ha subito la situazione [...]».

Wu Ming 1, su Giap!, il blog di Wu Ming che ha offerto il suo spazio prima a un’interessante esperimento di narrazione collettiva – via Twitter – del corteo del 15 ottobre e poi a una densa discussione su quanto è accaduto.

«Io non faccio la spia, e i conti preferisco regolarli dentro casa. Ma quei ragazzi incappucciati che hanno fatto gli scontri sono i nostri figli e fratelli minori. Sono ragazzi arrabbiati e disperati ai quali non basta la sponda politica che noi cerchiamo di offrire. E se la politica non cambia, se neppure il movimento antagonista riesce a individuare una prospettiva credibile, lo scenario purtroppo è e sarà questo»

Andrea Tarzan Alzetta, consigliere comunale a Roma di Action, al Corriere della Sera del 16 ottobre

«[...] Quanti erano? Il gruppone che ho visto io era composto di cento, al massimo 150 persone, in apparenza tutti maschi, tutti coi caschi e i volti coperti da fazzoletti, alcuni coi bastoni. Non so se ce n’erano altri in giro. Ma quelli che hanno fatto il casino immenso in piazza San Giovanni, lato via Emanuele Filiberto, non erano più di 150: a esagerare. Poi è iniziata la controcarica dei mezzi della polizia e quelli sono scappati [...]».

Alessandro Gilioli, giornalista de L’Espresso, sul suo blog ‘Piovono Rane‘


«Tra la devastazione nichilista e il pacifismo di maniera una via alternativa deve esserci. Pratiche nonviolente al di fuori della legalità, io non vedo altre strade. Blocco delle vie di comunicazione e delle merci, disobbedienza civile, autoriduzioni, insolvenza. Nulla di nuovo e nulla di violento».

Marco Arturi, Fiom Torino ed eno-dissidente, dalla sua pagina Facebook

«[...] Quello che è accaduto ieri deve aprirci gli occhi e la mente. Non si può continuare a fare politica con le vecchie ricette. Ci dovranno essere cambiamenti anche nelle lotte sul lavoro e nel sindacato, e nella politica economica. Per concludere, vorrei ricordare che dopo il discorso di Sarteano anche un banchiere come Mario Draghi ha detto di capire le ragioni degli indignati. Forse siamo all’inizio di una nuova epoca».

Valentino Parlato, editoriale su il manifesto del 16 ottobre

«[...] La questione principale è un’altra. E’ la questione delle pratiche. Che devono essere condivise. Non si parassita un corteo che ha altri obiettivi e convocato con altre pratiche, non gli si impone la propria minoritaria presenza. Questa è la violenza peggiore. Imporre agli altri le proprie pratiche. Prendendo la testa in 300 di una manifestazione di 300mila persone e segnando il destino di quella manifestazione. E’ una questione di democrazia. Sommamente significativo che il grosso dei No Tav – i temibili valsusini! – li hanno contestati. In Val di Susa, per dire, nessuno era andato a dire che queste erano la pratiche della giornata [...]».

Marco Rovelli, scrittore e musicista, su Nazione Indiana.

«[...] Il sistema non è mai stato tanto debole, indipendentemente da noi [...] credo che sia sempre meglio essere sconfitti tentando il nuovo che continuando ad organizzare manifestazioni per i black bloc e i poliziotti, o per salvarci l’anima. Si dice che ieri ci fossero 300.000 persone in piazza. Domando:

- esistono in Italia 30.000 persone disposte a compiere azioni nonviolente di disobbedienza civile, anche illegali [occupazioni, blocchi, sabotaggi...], e disposte quindi, eventualmente, a finire in galera?

- esistono in Italia 300.000 persone disposte a compiere azioni nonviolente di non collaborazione attiva [boicottaggi di aziende e banche, obiezioni fiscali mirate...]?

- esistono in Italia 3.000.000 di persone disposte a sostenere le forme di lotta di cui sopra e a programmare un’astensione pubblica e motivata per le prossime elezioni?

Se non siamo capaci di andare a colpire i veri interessi dei nostri avversari [denaro e consenso-potere], se non siamo disposti a rischiare anche di perdere qualcosa per noi, non siamo all’altezza dello scontro in atto e, giustamente, non siamo credibili. O la nonviolenza è ‘un equivalente morale della guerra’ o, semplicemente, non è. [...]».

Enrico Euli, ricercatore di didattica e pedagogia nell’università di Cagliari, da una mail diffusa in rete


«Quel che rimane del #15ott: 5 arrestati a Regina Coeli 2 arrestate a Rebibbia».

Un tweet di un manifestante che porta il nick Zeropregi


«[...] Quale che sia il giudizio politico espresso su queste pratiche, non si capisce perché l’importanza e il significato di una manifestazione di oltre duecentomila persone debbano essere intaccate dall’1 per cento dei suoi partecipanti. In realtà, il senso di questa manifestazione può essere rimesso in discussione solo in quelle menti soggiogate alle immagini dei media dominanti. I manifestanti possono stare tranquilli: è un giogo che tende a scomparire. E la prova sta proprio nella loro presenza nelle strade di Roma. Perché non siamo forse di fronte a quegli stessi media che hanno continuato a ripetere che non c’era altra strada da quella dei diktat dei mercati finanziari? Apparentemente, è la coscienza della propria potenza a mancare di più al movimento in corso. Quando si deciderà a dire ‘ce ne freghiamo dei media dominanti, quello che conta sono i nostri strumenti di comunicazione, sviluppiamoli’, piuttosto che continuare a preoccuparsi della propria ‘buona immagine mediatica’? [...]»

Sergio Bianchi e Serge Quadruppani

«[...] si sa, la rete è luogo di esposizione delle differenze, di circolazione delle emozioni e degli umori. Mica la realtà. La realtà è la Piazza. Le grandi manifestazioni di massa. L’attivismo. I corpi. Il mostrarsi. E credo che qui stia il grande fraintendimento che movimento e mezzi di informazione, politica e opinione pubblica stanno osservando. Le masse del Novecento non sono le moltitudini di oggi. Non abbiamo a che fare con il movimento organizzato della classe operaia, con le grandi organizzazioni politiche. Gli indignati sono una moltitudine che racchiude sotto uno stesso termine ombrello una molteplicità di differenze, anche estreme. Non è possibile il principio di rappresentatività interna, non c’è un leader del movimento da intervistare. È cambiato il soggetto che porta in pubblico la sua opinione, ma i modi che utilizziamo per farlo pensiamo debbano essere ancora gli stessi. Le grandi manifestazioni di piazza sono un retaggio del ‘900 [...]»

Giovanni Boccia Artieri, docente di sociologia dei new media.

«[...] spaccare la vetrina di una banca pensando di colpire un simbolo del capitalismo è un reato che va punito con equilibrio… Resistere a una carica violenta è un diritto, e anche una pratica rispettabile. Carlo ci ha provato».

Giuliano Giuliani, padre di Carlo, commentando sull’Unità i fatti di Roma
 
 
Per me e per tanti come me, Piazza San Giovanni rappresenterà molto di più di Genova. Noi non eravamo lì per incendiare Suv e Bmw, né per lanciare bottiglie e petardi contro le forze dell’ordine, ma per dire chiaro e tondo che non ce la facciamo più. Per questo la nostra indignazione è salita quando la Polizia e la Guardia di Finanza, con tre camionette e due idranti, hanno cominciato a bersagliarci e ad aizzarci con stupidi caroselli e pericolose serpentine, accelerando la corsa tra la gente costringendoci ad arretrare e ad avanzare, ma soprattutto a difenderci da quell’umiliante gioco da piccoli criminali di borgata che loro, e non noi, hanno inscenato all’ingresso della piazza.
Cinque cariche iniziate in via Cavour hanno spezzato un corteo di almeno duecentomila Indignati lasciando fuori della piazza i tre quarti del pacifico serpentone. Evidentemente si era pianificato in alto lo sgombero di un luogo che avremmo riempito più di qualunque altra manifestazione recente della sinistra italiana. Noi eravamo davvero tanti a screditare il moribondo Berlusconi e questo il mondo non doveva saperlo. Allora ecco che arrivano alla carica le camionette, con ridicoli girotondi e gli idranti che bersagliano chiunque, perfino la spianata, il prato della basilica, noncuranti di chi – come un uomo in carrozzella – era lì per aderire all’indignazione che coinvolge l’intero mondo occidentale.
Siamo stati costretti a bendarci, a coprirci come guerriglieri perché i loro lacrimogeni, lanciati a grappolo o ad altezza d’uomo – chi scrive porta i segni di un colpo all’addome ricevuto per aver schermato un diversamente abile – ci hanno impedito di respirare, di parlarci, di dirci quanto fosse folle e diabolico quello che loro ci stavano facendo. Per cinque volte nel fango, per cinque volte poi abbiamo ripreso la piazza. Abbiamo applaudito a noi stessi, e non a loro, perché nessuna organizzazione sindacale e nessun partito è venuto in nostro soccorso.
Abbiamo applaudito perché era evidente l’intenzione delle forze dell’ordine di cercare il ferito, se non il morto, per screditare centinaia di migliaia di brave persone che erano lì indignate dalla destra e dalla sinistra, da tutte quelle organizzazioni di parolai e buffoncelli. Ci si guardava stupiti, ieri pomeriggio, la basilica alle spalle, perché stretti in un imbuto dal quale non saremmo usciti se non salvati in extremis dall’apertura della cancellata della pontificia università lateranense. I giornali non riportano la solidarietà di preti, monache, frati che ci hanno versato acqua sugli occhi, ci hanno dato limoni per aspergerci i bulbi arrossati dai lacrimogeni e dalle lacrime della rabbia. Ricorderò per sempre la voce rassicurante di una monaca che mi ha detto con accento straniero ‘è tutto finito’. E invece non era finito niente, perché Maroni è riuscito a svuotare la piazza dove erano ancora asserragliati molti, troppi indignati.
Come giustificare un assalto a ventimila giovani manifestanti senza bandiera di partito o di sindacato? Tutti black blok? A differenza di Genova, ieri in piazza c’eravamo soltanto noi che non abbiamo più certezze: giovani giornalisti, ricercatori, laureati, diplomati, insegnanti, operai, studenti, disoccupati, pacifisti. Intellettuali e braccia forti. Cervelli e cuori che non cercano mai la morte ma sempre la vita. Il futuro del paese, il bel paese era lì sotto la grandine dei lacrimogeni di Berlusconi, rispondendo con una gragnola di sassi e bottiglie perché almeno la vita, quella, non ce la siamo fatta sgomberare.

testimonianza di Leo Palmisano, sociologo e scrittore barese

Con ancora negli occhi il fuoco dei simboli del capitale e nella gola il sapore acre dei lacrimogeni, provo a buttar giù sotto forma di elenco alcune piccole considerazioni sulla giornata di ieri, 15 ottobre 2011.
Una giornata globale di mobilitazione contro il capitale ha avuto a Roma il suo apice con scontri di una violenza inaudita e per certi versi sorprendente. Un gruppo nutrito (diverse migliaia) di manifestanti è scesa in piazza con l’obiettivo dello scontro fisico. Ho visto uno spezzone gigantesco determinato a trasformare la consueta sfilata della “gauche plurielle”, a posteriori sempre elogiata come si esalta un orso bianco in uno zoo, in una presa di parola inedita, scioccante, dissacrante. E se questa parola non era un discorso articolato in cui elencare, come in una stanca litania, le nostre richieste, se questa parola emergeva solamente come un incomprensibile suono gutturale, per questa volta è sufficiente così. Uno “sgrunt” urlato ai quattro venti, incomprensibile ai più, ma ben chiaro a chi come noi è costantemente vittima di ogni politica.
Non sto ad ammorbare su chi oggi esercita la reale violenza, su chi la subisce giornalmente, su chi è marginale, in una società in cui stare oltre i margini è diventata consuetudine. Non sto neppure a sottolineare come siano false e stancamente giustificatorie le considerazioni secondo cui quella di Roma era una sparuta minoranza che ha agito contro la maggioranza, cancellando di fatto i temi proposti dal Movimento nel suo complesso.
Quello che voglio affermare è che anche in Italia ieri si è rotto un tabù: il tabù della violenza come male supremo, la necessità del “dover dire” anche quando non c’è nulla da dire. Questo mondo è irriformabile e chi ne subisce le storture sempre più terribilmente, ha solo la possibilità di abbatterlo per disegnare un’alternativa possibile. E se ieri questa alternativa non si è per nulla intravista, se quello che è emerso è solo un riot discriminatorio e nichilista è perchè non si prova a leggere la realtà dietro le nebbie di una cultura del potere che ci ha pervaso.
Molte persone, molte di voi, vanno dicendo da tempo (in maniera a mio parere errata) che in Italia dormiamo e che accettiamo tutto senza ribellarci. Ebbene, ora che il 15 ottobre la ribellione è stata finalmente praticata, cosa avete da dire? Molte altre, inoltre, vanno elogiando le rivolte di altri stati ( dalla Grecia alla Francia, dai Paesi Arabi agli Stati Uniti), salvo poi prendere fortemente le distanze da ogni istanza minimamente ribelle in Italia. E’ probabilmente ora di uscire dall’ambiguità di dire che siamo impotenti di fronte ai giochi di potere del palazzo e poi di fronte al palazzo in fiamme scateniamo la caccia al colpevole, al violento, al riottoso.
Molte altre cose ho visto e vorrei dire e raccontare.
Ma voglio chiudere con questa immagine: in pullman verso Roma, all’andata, di fronte al consueto clima da allegra scampagnata di gitanti fuori porta della domenica, mi son sorpreso a pensare all’inutilità delle manifestazioni/sfilate in cui crediamo di aver “comunicato” le nostre istanze di nuovo mondo, salvo poi venir schiacciati dal monopolio mediatico-semantico del giorno dopo. Ebbene al ritorno finalmente non la pensavo così.
Abbiamo fatto un passo avanti o uno indietro per cambiare questo mondo? Non lo so. Ma credo che è stata messa in atto una progressiva trasformazione dell’immaginario collettivo. E mi sembra abbastanza.

GianMaria da: femminismo a sud


La giornata di ieri è stata una giornata complessa, il cui giudizio non può esaurirsi nelle poche righe di un comunicato ma in analisi profonde che tutto il movimento dovrà condurre in questi giorni.
Lo diciamo subito per non generare equivoci, noi non condividiamo le macchine bruciate e azioni simili, che non fanno altro che alienare simpatie alla protesta. Queste modalità di azione non rappresentano le nostre pratiche politiche, ma i problemi reali sono altri. Questo è solo l’effetto della mancanza di prospettiva politica presente in quella piazza. A vedere le immagini dei “draghi ribelli” e delle migliaia di flash mob che in questi mesi hanno animato le proteste in Italia viene da chiedersi, ma può essere questa l’immagine che viene data del conflitto sociale in atto in questo Paese? Possono essere draghetti di carta, nani e ballerine a rappresentare la rabbia ed il disagio di migliaia di lavoratori che ogni giorno non sanno come far arrivare a fine mese una famiglia? Può ridursi tutto ad un teatrino? E con tutta la complicità e la solidarietà per la lotta degli artisti del Teatro Valle, non si può pensare che operai, studenti, immigrati, chi perde la casa perché non può pagare un mutuo, possa essere disposta ad indossare una maschera e recitare per un giorno una parte che gli viene assegnata. Già ne ha abbastanza della parte che gli viene assegnata da questo sistema. Se questo è ciò che pensa, chi dirige questo movimento verso un pacato confluire all’interno del sistema, chiedendo gli eurobond o meno finanza, senza scavare alle fondamenta del problema, si sbaglia di grosso. Noi di Senza Tregua abbiamo sempre creduto nella necessità di un serio confronto politico sulle ragioni della protesta, noi vogliamo discutere di politica, cosa che non è stata possibile nei tavoli di organizzazione del 15 ottobre. Non condurre a fondo una discussione politica vuol dire non condividere obiettivi di fondo, modalità organizzativa e lasciare che ognuno decida autonomamente il da farsi. Ed in un corteo dove si doveva decidere tra draghetti e tende, con un palco e il sapore di campagna elettorale da una parte, e espressioni conflittuali di vario genere – su molte delle quali abbiamo espresso chiaramente le nostre riserve – non ci stupiamo che molti abbiamo optato per le seconde, di fronte al peso della propria condizione e della crisi.
La retorica del black block ha fatto il suo tempo; chi cerca il corpo estraneo contro cui scagliarsi non capisce la gravità dell’attuale condizione sociale di centinaia di migliaia di persone. A parte episodi isolati ieri, di azioni di piccoli gruppi, in occasione delle cariche della polizia in via Labicana e all’entrata stessa di Piazza San Giovanni, abbiamo visto centinaia di manifestanti reagire all’ingresso dei mezzi della polizia. Chiamarli black block è troppo comodo. E’ non voler capire cosa succede. E’ non voler capire il livello di esasperazione sociale che c’è nel Paese.
Il nostro compito è dare oggi a quella reazione una dimensione politica, che vada ben al di là della logica estetica dello scontro. E’ incanalare la forza in un grande progetto di cambiamento, che metta in discussione dalle radici questo sistema, che punti a costruire una società nuova fondata sull’uguaglianza sociale e non sul profitto. Questa è la grande sfida che noi vogliamo cogliere, ed è il vero superamento di tutto quanto accaduto non solo ieri, ma in questi ultimi vent’anni.

Collettivo SENZA TREGUA Roma Sud


“come mai, quando a fracassare tutto sono i giovani ribelli delle periferie francesi o inglesi non si risparmiano gli attestati di simpatia politica e sociologica – organizzando workshops accademici e nei centri sociali (con tanto di citazioni dai ‘subaltern studies’) - e se poi qui da noi qualcuno li prende sul serio e pensa di emularli o sono teste di cazzo o fascisti infiltrati?”

Salvo Leonardi (citato da qualche parte su Facebook)


Ieri Roma è stato un pasticciaccio. Partiamo dall'inizio. Da Pisa. Casa nostra, il luogo da cui partiamo in tanti, una decina di pullman dalla composizione varia: studenti, lavoratori, sindacalisti, ricercatori, precari e tanto altro.
Si parte presto e in tanti. In pullman proviamo a fare un pò di domande agli studenti che scendono con noi. Proviamo a chiedere perchè scendono a Roma, cosa li spinge. Ci rispondono che il corteo gli sembra in perfetta continuità con le lotte dell'anno scorso. Sono studenti giovanissimi quelli che scendono con noi, ragazzi e ragazze nati all'alba degli anni novanta, cresciuti e formati nelle lotte universitarie e/o studentesche. Arriviamo a Roma con gli universitari che pian piano provano a infilarsi nello spezzone studentesco, uno spezzone enorme che fa parte di un corteo enorme, variegato e variopinto. Lo abbiamo scritto all'inizio: Roma è stato un pasticciaccio, un pasticciaccio di voci e posizioni, spezzoni, idee, modi di vita.
Ben presto, dopo un pò di tentennamenti, abbiamo lasciato gli universitari e ci siamo incamminati verso la testa del corteo. La volontà di provare a trovare una forma di starci dentro era il bisogno principale, trovare una continuità tra le varie parti, o almeno documentare il tutto è il bisogno che ci ha spinto a muoverci: in fondo se pasticciaccio deve essere meglio provare a starci dentro e capirne le varie sfaccettature.
Risaliamo con difficoltà da quanta è la gente che incontriamo: sembra di respirare aria buona. Indignata, incazzata, inferocita non sta a noi dirlo. Migliaia – non centinaia, non decine – migliaia e migliaia di persone scese in piazza per dire basta perchè come ci è stato detto in piazza: “io guadagno 1000 euro al mese, cosa vuoi che faccia se non essere qui, adesso?”.
Arriviamo in Via Cavour da dove si alza del fumo nero. Macchine incendiate. Lacrime dei proprietari. Giornalisti golosi che leccano il miele dello scoop. C'è un suv e anche qualche utilitaria. Forse una macchina è una macchina in fondo, e non fa poi tanta differenza. Forse invece la differenza c’è, perchè le ragioni che stanno dietro l’incendio di un Suv forse si capiscono meglio di quelle che stanno dietro l’incendio di un’utilitaria.
Proseguiamo fino al Colosseo. A destra, verso i Fori Imperiali, i blindati a muraglia a togliere anche solo l'idea di una deviazione. Accarezziamo il Colosseo e continuiamo ad avanzare. Fino a via Merulana. Forse è normale che il pasticciaccio si sia compiuto proprio lì. Forse da qualche parte un vecchio ingegnere dal linguaggio complesso starà anche ridendo. In via Merulana non solo bruciano le macchine, bruciano anche vecchi uffici della difesa, vuoti e chiusi da tempo, bruciano banche, pare bruci anche una casa. Brucia parecchia roba in via Merulana. Brucia, e il fuoco si accompagna all'arrivo delle cariche della Polizia.
Oltre via Merulana c'è Piazza San Giovanni, proprio la piazza dove il corteo si doveva chiudere. Dove dovevano esserci i comizi ma anche gli interventi dei Cobas e dei comitati dell'acqua. Qualunque cosa doveva esserci comunque non c'è stata perchè ci sono le cariche, i caroselli delle camionette. Non c'è tanto da discutere della violenza della Polizia: la Polizia in Italia è sempre violenta, è costituzionalmente violenta, punto. Da questo momento in poi gran parte di quello che era il corteo si dissolve. Una parte viene fatta deviare oltre il Circo Massimo, un'altra parte rimane letteralmente ferma. In piazza San Giovanni intanto gli scontri si fanno più duri, più o meno partecipati. Molti ondeggiano tra il rimanere lì e resistere e la confusione per quello che sta succedendo.
Chiudiamo qui la cronaca. L'era del video fa in modo che si possano trovare decine e decine di immagini sugli scontri. Non ci preme questo, così come non ci preme individuare colpevoli, ricette o qualcosa di simile.
Aut Aut è un grumo di pensiero. Ieri siamo stati in piazza per provare a capire e raccontare. Ciò che ci preme è per l'appunto continua ad essere questo: comprendere cosa sta succedendo oltre la confusione, principale stato d'animo della giornata romana di ieri. Anche oltre l'indignazione. Pensiamo, nella nostra parzialità, che la giornata di ieri ci consegni un dato di profonda rabbia e disagio, ci consegni una componente nuova molto giovane e molto arrabbiata. Una componente che rifiuta totalmente le idee di "alternativa democratica".
Questo è un dato da cui non si può sfuggire. Perchè le ricette di alternativa o sono partecipate e stanno nei cambiamenti, stando anche nella rabbia, o sono solo la riproposizione del vecchio, cose che un tempo non hanno funzionato e vengono riproposte e, bene che vada, al massimo possono provocare orrore come solo i vecchi fantasmi sanno fare. Dall'altro lato c'è che gli scontri di ieri, anzi, la scintilla che ha provocato gli scontri di ieri ci è piaciuta poco, perchè le macchine bruciate ripropongono dibattiti come quello su violenza e non violenza che speravamo superati. C'è che la rabbia se è solo rabbia non è altro che annichilimento. C'è che se ieri hanno resistito in molti, in molti sono andati via, in molti hanno provato a cacciare via chi bruciava le macchine. In molti hanno fatto a botte per allontanare chi dava fuoco a Via Merulana. C'è che per agire il cambiamento, che è quello che conta perchè questo mondo, questa società in crisi va cambiata, non basta la rabbia. C'è che molto probabilmente i giorni a venire saranno durissimi e che le risposte politiche che adesso abbiamo non sono all'altezza.

Redazione aut-aut Pisa


Ero in via Cavour, ero in via Labicana, ero in piazza San Giovanni, ero in via Merulana. Ho fatto tutto il corteo davanti, tra lo spezzone dello sciopero precario e i cobas. In mezzo a questi due spezzoni il gruppo di black, 150 o poco più, dietro allo striscione “non chiediamo il futuro, ci prendiamo il presente”. In via Cavour cadono le prime vetrine, banche perlopiù, qualche negozio di lusso, auto di grossa cilindrata. Si beccano gli insulti di buona parte dei manifestanti che hanno attorno. I cobas fanno cordone dietro di loro e mantengono le distanze, anche lo spezzone precario dal Colosseo in poi si cordona. Il degenero vero inizia in via Labicana quando i black assaltano una sede distaccata del ministero della difesa e della guardia di finanza. Il tetto prende fuoco, fumo dalle finestre, bombe carta. Pochi metri dopo i black assaltano una banca, cartelli stradali usati come ariete per infrangere le vetrine antiproiettile. Sul muro una scritta: no future? riots! Decine di manifestanti si buttano fisicamente contro i black e urlano “fascisti” e “levatevi il cappuccio e andatevene”. Loro si ricompattano in mezzo alla strada, poi da via Tasso spunta la polizia, i black fanno le prime barricate con i cassonetti, danno fuoco a due auto. Il corteo è spezzato in due. La polizia è in strada ma la risposta è più forte di quella che si aspettavano. Gli agenti si fermano, cercano di contenere il lancio di oggetti. I black salgono fino a via Emanuele Filiberto, arrivano camionette anche da via Manzoni. L’unica via di fuga è andare verso San Giovanni. Partono i primi lacrimogeni, i cassonetti bruciano. Davanti i ragazzi fanno le barricate, dietro centinaia di persone a passo veloce raggiungono San Giovanni. La manifestazione è finita, inizia la guerriglia. E lo scenario cambia.
Non più la devastazione di banche da parte di pochi incappucciati ma la guerriglia diffusa contro polizia e carabinieri da parte di molti. Tanti, un migliaio tra i più attivi, e poi dietro altre migliaia di persone che non vogliono lasciare piazza San Giovanni alla polizia. E questo è un primo dato su cui riflettere: se a spaccare banche erano in pochi, a scontrarsi con la polizia (e a simpatizzare coi rivoltosi) erano in tanti. Anche in momenti drammatici, come quando una camionetta dei carabinieri si fa assaltare e per fortuna non è una nuova piazza Alimonda dieci anni dopo. Anche in quel momento “drammatico e liberatorio” una massa di persone dietro ai rivoltosi incitava e applaudiva.
Una guerriglia durata quasi tre ore. Tre ore sono tante. Sulle gestione della piazza: le camionette con gli idranti, i caroselli tra la folla, i lacrimogeni hanno avuto il sole effetto di ricompattare piazza San Giovanni. Se volevano isolare i “violenti” dagli altri manifestanti hanno avuto proprio l’effetto opposto.
Si sapeva che sarebbe stata una manifestazione incazzata e con gliscontri. Il precedente: il 14 dicembre un anno fa, la differenza: la consapevolezza della rivolta. Il 14 dicembre era rabbia pura, spontanea, uscita fuori violenta dopo il voto di fiducia al governo. Ieri la rabbia era consapevole e alimentata da questi mesi in cui la crisi economica e politica sono degenerate lasciando sul terreno ancora più macerie. Creando indignati e incazzati neri, che ieri si sono ritrovati a sfilare assieme. La cosa evidentemente non ha funzionato, difficile tenere insieme la rabbia di chi vuole azioni dirette e non mediate e la rabbia di chi vuole azioni costruttive e comunicative.
Chi ha organizzato il 15 ottobre voleva una sfilata pacifica fino a una piazza lontana dai palazzi del potere con i soliti comizi finali. Un compromesso di comodo per alcuni. Non serviva essere particolarmente intelligenti per capire che non sarebbe andata così.

The Battle of Rome by X (Alex Foti) da:www.milanox.eu


Non possiamo condannare la rabbia.

Ho avuto paura il 15 ottobre nelle strade di Roma. Non fatico ad ammetterlo nella consapevolezza che la politica si fa con il corpo e con la testa, entrambi impauriti mentre a pochi metri da piazza San Giovanni impazzavano i roghi ed impazziva la gente, sempre di corsa a scappare da non si capiva bene cosa. Era impotenza di fronte alle auto bruciate, ai negozi assaltati, alle banche sfasciate. Era paura vera all'idea che la polizia potesse colpire, come avrebbe poi fatto in piazza, da un momento all'altro.
Genova tornava negli occhi di chi non c'era nel 2001 ma l'ha ricordata appena qualche mese fa. Non solo Carlo, non solo le cariche ma anche la Diaz, Brignole, Bolzaneto. Non ti sentivi sicuro da nessuna parte, un topo in gabbia. Quando eravamo partiti da Catania eravamo certi di rimanere accampati a Roma, nel pomeriggio non desideravamo altro che scappare. E col rombo dell'elicottero sulla testa a Termini, una volta aggregati tutti, siamo andati via.
Eppure è stata una giornata straordinaria. Eravamo tantissimi. Se fossimo arrivati a conclusione ed avessero permesso al corteo di sfilare compatto, avremmo detto, senza imbrogliare, che eravamo più di 500 mila. Un corteo variegato, incazzato, indignato. Per la prima volta un corteo marcatamente anticapitalista, antiliberista, antisistema e non per questo vecchio e identitario. Studenti, operai, migranti, compagne e compagni da ogni parte d'Italia. E soprattutto tantissime e tantissimi giovani consapevoli della necessità della lotta, esausti di una vita precaria, pronti a conquistare il futuro.
C'era gioia nell'essere tanti ma c'era anche rabbia e c'era la convinzione, ampiamente condivisa, che questa data doveva essere diversa dalle altre. Non il solito corteo. Per questo la polizia aveva blindato tutti i passaggi verso i palazzi governativi, per questo c'eravamo portati le tende ed al grido “Yes we camp” eravamo pronti a restare a Roma. Berlusconi aveva appena acquistato una nuova fiducia, la BCE aveva appena chiesto manovre aggiuntive, il mondo si apprestava a far sentire la sua indignazione. Era il momento giusto per dare un segnale forte. Ne eravamo convinti.
Ma non eravamo pronti. Abbiamo passato mesi interi a costruire la mobilitazione del 15 ottobre ed in nessun volantino o appello mancavano riferimenti alle mobilitazioni in Tunisia o Egitto, Grecia o Spagna. “Dovremmo fare come in Grecia” abbiamo pensato in molti ripetendo slogan del KKE e guardando con invidia e ammirazione le azioni degli anarchici. Abbiamo guardato con interesse, negli anni scorsi, i roghi delle banlieu francesi. Segno di una generazione esasperata. Abbiamo provato simpatia, pur con alcune riserve, verso i giovani inglesi: anticapitalisti invidiosi dei ricchi. Quelle macchine bruciate, quei palazzi in fiamme, quegli scontri davano il senso del conflitto e della rivincita. Ci davano l'idea di un movimento reale pronto a mettere in crisi gli sfruttatori.
Abbiamo solidarizzato con quella gente, con quei compagni.
Proprio per questo non possiamo cadere anche noi nell'ipocrisia, cedere alla propaganda dominante, cambiare casacca non appena la nostra appare troppo ingombrante. Pur con le naturali differenze le pratiche violente adoperate da una minoranza alla manifestazione di Roma sono le stesse che abbiamo visto in Grecia, sono molto meno gravi di quelle adoperate in Inghilterra nella scorsa estate.
Condannare tali pratiche in sé e per sé dimostrerebbe un opportunismo vigliacco e ipocrita.
È infatti il contesto in cui i fatti sono avvenuti, l'arroganza che li ha generati, l'insensatezza di alcuni di essi, l'isolamento rispetto al sentire comune dei manifestanti che oggi mi ha portato a starne lontano. A considerarli sbagliati, inutili. Ma non a condannarli.
I roghi e gli assalti sono stati funzionali all'immagine che in Italia si voleva dare dei manifestanti, come conferma la presenza di infiltrati delle forze dell'ordine. Sono stati funzionali a mutare la notizia del giorno. Le azioni hanno terrorizzato migliaia di compagne e compagni che partecipavano, anche per la prima volta, ad una grande manifestazione nazionale. Ma soprattutto, quelle azioni, hanno impedito che il corteo producesse altre azioni forti con certamente maggiore valenza politica. Non solo il presidio permanente a Roma di tende, compagni e idee ma anche altre azioni che la rabbia della piazza avrebbe certamente generato.
Forse l'unica differenza tra il 15 ottobre romano e la Grecia, Londra, la Val di Susa è il consenso dietro le azioni di lotta e conflitto, di attacco e di resistenza. Di massa e condivise altrove, minoritarie e disgreganti a Roma. È per questo che in nessun modo credo che sia stato utile produrre quel livello di scontro.
Non per questo però presto la mia voce al nemico. Non per questo scelgo la via facilissima della condanna. L'ipocrisia di solidarizzare solo quando è lontano da noi.
Seppur fosse possibile condannare i gesti violenti, non riesco in nessun modo a non dare ragione a chi crede che sfilare in corteo non basta più. Condivido la rabbia di una generazione umiliata, depredata, violentata che nell'isolamento in cui è gettata coltiva la voglia di riscatto e riesco a comprendere, pur senza condividere, gli atti di violenza volti a far uscire dal silenzio, a irrompere in una società indifferente. Come si può condannare senza un minimo di riflessione chi vuole attirare l'attenzione con gesti eclatanti, quando manifestazioni con milioni di persone non hanno intaccato per nulla le politiche europee e del Governo? È vero, dobbiamo essere pacifici e non violenti. Ma è anche vero che una pratica si attua nella consapevolezza della sua efficacia. Cosa abbiamo ottenuto finora? Se la risposta non può e non deve essere la violenza, quale via d'uscita abbiamo all'inefficacia delle nostre sfilate?
Non difendo chi ha adoperato violenza inutile ma non posso neanche essere d'accordo con chi condanna senza ragionare.
Non posso accettare che in Italia lo scandalo sia qualche vetrina frantumata o qualche auto incendiata mentre migliaia di persone perdono il lavoro, migliaia di giovani sono disoccupati, mentre i nostri aerei incendiano e devastano la Libia con gli applausi di tutto l'arco parlamentare. Mentre i militari italiani in Afghanistan distruggono più di qualunque cosiddetto “black bloc” e noi li accogliamo da eroi. Il vero scandalo, i veri violenti sono seduti nel palazzo. Nelle strade ce ne sono stati molti di meno ma hanno fatto molta più notizia.
Forse, piuttosto che ragionare su come dissociarci, dovremmo affrontare il fenomeno ad occhi aperti, pronti a sostenere anche posizioni scomode. Il conflitto sociale in Italia sta montando. Operai, studenti, precari, disoccupati, migranti, emarginati ne saranno protagonisti. È compito della politica dargli voce, altrimenti, in ogni modo, se la prenderanno, ce la prenderemo. A Roma, chi sfasciava, non era certamente solo chi pagava il prezzo della crisi. C'era infantile voglia di azione, c'era voglia di distruggere un percorso politico. Delegittimare chi con pazienza aveva costruito un'enorme mobilitazione. Ma l'esasperazione esiste e l'abbiamo vista in Campania, l'abbiamo vista in Val Susa, l'abbiamo vista in tanti gesti estremi in giro per il nostro Paese.
Oggi è a rischio la possibilità di manifestarla. I fatti di Roma hanno solo accelerato la deriva repressiva del Governo e dell'opposizione parlamentare. Il susseguirsi di ipocrite condanne sta incoraggiando chi vuole isolare, annientare, criminalizzare chiunque porti avanti il conflitto sociale. La crisi tende a renderci soli, uno contro l'altro. Vergognati e colpevolizzati per la condizione che viviamo. La povertà ci rinchiude nelle nostre case, a meno che non abbiamo perso anche quelle.
Il nostro compito è unire emarginati, precari, sfruttati. Reclamare reddito, case e diritti.
Per farlo non possiamo fare il loro gioco. Non possiamo accettare, senza resistere, le loro parole d'ordine. Non possiamo abbassarci al loro livello. Non possiamo assecondare il loro “politicamente corretto”. Non possiamo venderci allo squallido contingente calcolo elettorale. Per resistere al Sistema ed alla sua violenza, per non dar ancora più spazio all'inutile violenza di strada, dobbiamo comprendere, confrontarci, ragionare piuttosto che isolare.
Ho avuto paura nelle strade di Roma il 15 ottobre. Avrei voluto fermarli. Ho provato tanta rabbia. Ma non condanno. La rabbia, la sofferenza, la violenza sono colpa del Sistema, colpa del Governo.
Noi, tutte e tutti, siamo le vittime.
La rivoluzione non è un pranzo di gala.

Matteo Iannitti - Esecutivo Nazionale Giovani Comuniste/i

LA VIOLENZA? MEGLIO UN MANTRA

Il 15 febbraio del 2003 cento milioni di persone sfilarono nelle strade del mondo per chiedere la pace, che la guerra contro l'Iraq non devastasse definitivamente la faccia del mondo. Il giorno dopo il presidente Bush disse che nulla gli importava di tutta quella gente e la guerra cominciò. Con quali esiti sappiamo. Dopo quella data il movimento si dissolse, perché era un movimento etico, il movimento delle persone perbene che nel mondo rifiutavano la violenza della globalizzazione capitalistica e della guerra.
Il 15 ottobre in larga parte del mondo è sceso in piazza un movimento similmente ampio. Coloro che dirigono gli organismi che stanno affamando le popolazioni (come la Bce) sorridono nervosamente e dicono che sono d'accordo con chi è arrabbiato con la crisi purché lo dica educatamente. Hanno paura, perché sanno che questo movimento non smobiliterà, per la semplice ragione che la sollevazione non ha soltanto motivazioni etiche o ideologiche, ma si fonda sulla materialità di una condizione di precarietà, di sfruttamento, di immiserimento crescente. E di rabbia. La rabbia talvolta alimenta l'intelligenza, talaltra si manifesta in forma psicopatica. Ma non serve a nulla far la predica agli arrabbiati, perché loro si arrabbiano di più. E non stanno comunque ad ascoltare le ragioni della ragionevolezza, dato che la violenza finanziaria produce anche rabbia psicopatica.
Il giorno prima della manifestazione in un'intervista pubblicata dalla Stampa dichiaravo che a mio parere era opportuno che alla manifestazione di Roma non ci fossero scontri, per rendere possibile una continuità della dimostrazione in forma di acampada. Le cose sono andate diversamente, ma non penso affatto che la mobilitazione sia stata un fallimento solo perché non è andata come io auspicavo. Un numero incalcolabile di persone hanno manifestato contro il capitalismo finanziario che tenta di scaricare la sua crisi sulla società. Fino a un mese fa la gente considerava la miseria e la devastazione prodotte dalle politiche del neoliberismo alla stregua di un fenomeno naturale: inevitabile come le piogge d'autunno. Nel breve volgere di qualche settimana il rifiuto del liberismo è dilagato nella consapevolezza di una parte decisiva della popolazione. Un numero crescente di persone manifesterà in mille maniere diverse la sua rabbia, talvolta in maniera autolesionista, dato che per molti il suicidio è meglio che l'umiliazione e la miseria.
Leggo che alcuni si lamentano perché gli arrabbiati hanno impedito al movimento di raggiungere piazza San Giovanni con i suoi carri colorati. Ma il movimento non è una rappresentazione teatrale in cui si deve seguire la sceneggiatura. Chi è disposto a scendere in strada solo se le cose sono ordinate e non c'è pericolo di marciare insieme a dei violenti, nei prossimi dieci anni farà meglio a restarsene a casa. Ma non speri di stare meglio, rimanendo a casa, perché lo verranno a prendere. Non i poliziotti né i fascisti. Ma la miseria, la disoccupazione e la depressione. E magari anche gli ufficiali giudiziari. Dunque è meglio prepararsi all'imprevedibile. È meglio sapere che la violenza infinita del capitalismo finanziario nella sua fase agonica produce psicopatia, e anche razzismo, fascismo, autolesionismo e suicidio.
Io vado tra i violenti e gli psicopatici per la semplice ragione che là è più acuta la malattia di cui soffriamo tutti. Vado tra loro e gli chiedo, senza tante storie: voi pensate che bruciando le banche si abbatterà la dittatura della finanza? La dittatura della finanza non sta nelle banche ma nel cyberspazio, negli algoritmi e nei software. La dittatura della finanza sta nella mente di tutti coloro che non sanno immaginare una forma di vita libera dal consumismo e dalla televisione. Vado fra coloro cui la rabbia toglie ragionevolezza, e gli dico: credete che il movimento possa vincere la sua battaglia entrando nella trappola della violenza? Ci sono armate professionali pronte ad uccidere, e la gara della violenza la vinceranno i professionisti della guerra. Ma mentre dico queste parole so benissimo che non avranno un effetto superiore a quello che produce ogni predica ai passeri. Lo so, ma le dico lo stesso. Le dico e le ripeto, perché so che nei prossimi anni vedremo ben altro che un paio di banche spaccate e camionette bruciate. La violenza è destinata a dilagare dovunque. E ci sarà anche la violenza senza capo né coda di chi perde il lavoro, di chi non può mandare a scuola i propri figli, e anche la violenza di chi non ha più niente da mangiare. Perché dovrebbero starmi ad ascoltare, coloro che odiano un sistema così odioso che è soprattutto odioso non abbatterlo subito? Il mio dovere non è isolare i violenti, il mio dovere di intellettuale, di attivista e di proletario della conoscenza è quello di trovare una via d'uscita. Ma per cercare la via d'uscita occorre essere laddove la sofferenza è massima, laddove massima è la violenza subita, tanto da manifestarsi come rifiuto di ascoltare, come psicopatia e autolesionismo.
Il nostro dovere è inventare una forma più efficace della violenza, e inventarla subito, prima del prossimo G20 quando a Nizza si riuniranno gli affamatori. In quella occasione non dovremo inseguirli, non dovremo andare a esprimere per l'ennesima volta la nostra rabbia impotente. Andremo in mille posti d'Europa, nelle stazioni, nelle piazze, nelle scuole, nei grandi magazzini e nelle banche e là attiveremo dei megafoni umani. Una ragazza o un vecchio pensionato urleranno le ragioni dell'umanità defraudata, e cento intorno ripeteranno le sue parole, così che altri le ripeteranno in un mantra collettivo, in un'onda di consapevolezza e di solidarietà che a cerchi concentrici isolerà gli affamatori e toglierà loro il potere sulle nostre vite. Un mantra di milioni di persone fa crollare le mura di Gerico assai più efficacemente che un piccone o una molotov.

Franco Berardi "Bifo" da il manifesto
 
 
Sono passati un po’ di giorni dalla manifestazione romana del 15 ottobre, l’adrenalina ha cominciato a defluire, la rabbia sta lasciando posto alla riflessione, troppe parole dette frettolosamente stanno decantando. Caute diceva il filosofo, e l’insieme di dati che ormai abbiamo, spesso apparentemente contraddittori, ci invita alla cautela ma ci spingono ad una riflessione ordinata che è obbligo fare anche se non sappiamo bene in quali luoghi, e anche questa diventa una metafora interessante: senza i luoghi della “riflessione” politica rimane solo la piazza. Procediamo con ordine.
1 Quella che è andata in “scena” a Roma è la drammatica rappresentazione di un salto di fase. E’ andata in scena la crisi della politica e, a mio avviso, in particolare la crisi della politica della sinistra tutta, riformista e radicale (o supposta tale). Certo che c’erano gli infiltrati (polizia e fascisti), ne sono testimone diretto, certo che la gestione dell’ordine pubblico a piazza San Giovanni è stata volutamente scellerata, e l’uso degli idranti (abbastanza inconsueto in Italia) voluto per coinvolgere (senza cercare il morto) anche spezzoni incolpevoli del corteo negli scontri provocandone la reazione. Ma tutti questi sono dettagli che coprono una drammaticità e una crisi della politica “inedita”, soprattutto per la sinistra. Per la prima volta assistiamo ad una rottura all’interno degli stessi movimenti più radicali, che è anche una rottura generazionale, i “vecchi centri sociali” e i suoi leaders storici sono stati incapaci di costruire una mediazione che permettesse alla manifestazione di svolgersi e anche le tradizionali “ricomposizioni” (il corteo pacifico svolge il suo ruolo politico e le pratiche estreme si “rappresentano” ai margini dello stesso) sono state rifiutate. Si è capito subito guardando la testa del corteo, già all’inizio di via Cavour. E che alcuni abbiano accettato di esserci in coda, come corpo separato e auto garantito (penso alla Fiom ma anche ad altri), è un ulteriore elemento di questa frattura e manifestazione di impotenza politica. Quella che irrompe nel corteo di Roma è un nuovo soggettivismo di massa che si riconosce solo nella rappresentazione violenta del proprio disagio, in un contesto di violenza del potere mai così forte, imponendo la sua presenza e rischiando di “nullificare” il resto.

2 Questo movimento, gli indignati, la grande massa di gente che ha dato vita al più grande corteo mai visto a Roma senza supporto organizzativo di forze politiche tradizionalmente organizzate, che non credono a pratiche violente, se ne dissocia ma le problematizza senza moralismi perché le sente come una parte “legittimamente” non estranea e che va ricondotta alla “politica” ( anche se l’utilizzo della parola per la verità molto usurata appare dissonante, ma non trovo di meglio). Il collante di tutto ciò è costituito da un dato inedito: tutti si pongono come obiettivo minimo il superamento del capitalismo. E’ un radicalismo di fondo, nuovo, consapevole che neanche il popolo di Seattle aveva. Il soggettivismo del novecento che si esprimeva con l’autonomia del politico e si rappresentava nel “partito avanguardia” oggi è un soggettivismo che non trova altra realizzazione se non nella pratica della violenza. Ancora una volta irrompe sulla scena Carl Schmitt e “la moltitudine” rischia di trasformarsi in “folla”.

3 Dove e quando tutto questo è avvenuto? E noi dove eravamo? E’ avvenuto nella crisi dei partiti, nella rinuncia, dopo la vergogna di tangentopoli, ad avviare la propria autoriforma, all’aver assecondato il mainstream dell’antipolitica salvo poi salvarsi dando luogo a partiti meno democratici e più autoreferenziali di quelli della prima repubblica (Di Pietro docet), ad aver creduto che il “berlusconismo” della prima ora e il neoliberismo potessero essere “blanditi” (qualcuno ricorda la genialata della bicamerale?) o che addirittura contenessero degli elementi di ragionevolezza: siamo stati noi a cominciare, in nome delle compatibilità, lo smantellamento di quel miracolo istituzionale, supportato dalla costituzione, che era il modello, con tutte le sue immani contraddizioni, nato dalla resistenza e che era uscito tutto sommato bene dalla peste del “terrorismo”. Siamo noi che in tempi recenti abbiamo cominciato lo smantellamento dei luoghi in cui questo miracolo si componeva, presi dalle sbornie nuoviste. A partire dalla scuola, da un’autonomia scolastica che ha dato la “stura” al peggio in nome del meglio, da una riforma universitaria che ha svuotato le lauree di cultura e ha moltiplicato baronie e familismo amorale. Ridateci i nostri vecchi baroni universitari conservatori che almeno sapevano quel che dicevano e lo comunicavano in italiano e riprendetevi le fantasiose cattedre che avete “inventato” per i vostri parenti in nome dell’innovazione. La destra, quando è venuto il suo turno, ha solo completato l’opera, certo ci ha messo del proprio e sta perseguendo con costanza il raggiungimento dell’obiettivo finale: la perdita di valore legale del titolo di studio, ci siamo quasi.

4 I luoghi della formazione sono altri, lo sono da molto. La televisione, ma su questo si è detto tanto, troppo per ritornarci. La costruzione di un altro immaginario collettivo, la sostituzione di valori con disvalori e soprattutto lo “stadio”. A Roma è andata in scena, anche nella presenza di teppisti e fascisti, la formazione fatta negli stadi, luoghi dove si è svolta in questi anni una pratica radicale di lotta. Nel sessantotto i fascisti si infiltravano nei cortei per disperderli ed aggredire, oggi vi nuotano come pesci e si interfacciano in una logica di “tacita collaborazione” che ha come unico scopo la pratica di un nichilismo senza sbocco che incontra il nichilismo di altri giovani, che fascisti non sono, che la disperazione della perdita di un futuro spinge alla pratica violenta, non c’è bisogno che si parlino o concordino chissà quale strategia della tensione, siamo piuttosto in presenza di una eterogenesi dei fini. E si badi che questo è ciò che è avvenuto anche altrove, per esempio in Inghilterra dove per prima si sono viste le sigle di Acab, e la pratica della violenza negli stadi, le risse al coltello il sabato sera tra minorenni sono diventate una vera emergenza sociale. Bastava leggere Ballard insieme a Marx per capirlo.

5 Che fare? Sinceramente non lo so. Ma so bene ciò che non bisogna fare. Ricorrere a scorciatoie di altri tempi, spiegare tutto con la categoria del complotto, sbattere il “mostro in prima pagina”, interessante per esempio spiegare questa nuova funzione delatoria del popolo della rete, ma è troppo complicato e merita un discorso a parte che pure dobbiamo fare e dedicare agli orfani inconsolabili di Steve Jobs. Ma neanche girare la faccia dall’altra parte, prendiamoci la responsabilità di ricominciare a produrre politica, smettiamo di credere che l’ultima spiaggia siano sempre le prossime elezioni, che con le primarie si risolvono i problemi del mondo, che la politica è un problema di alleanze, di vecchie e nuove piante, che noi siamo meglio degli altri a prescindere. Riconquistiamoci “la politica”, partiamo dal fare, costruiamo consenso, promuoviamo “comunità” sapendo che anche così non sarà facile; riprendiamoci i quartieri, le piazze in nome della partecipazione, della difesa dei beni comuni e non dell’ordine pubblico e se è necessario poi difendiamole ma solo dopo aver assolto al nostro compito, dopo esserci fatto carico di chi oggi è poco più che adolescente, disperato, senza futuro (sensazione nuova per la mia generazione e quindi poco comprensibile), che vive male, come noi del resto, ma non ha mai vissuto bene.

Antonio Califano - Potenza


Dietro il passamontagna del 15 ottobre

Incolti, brutali, rozzi, prezzolati, criminali, teppisti, dementi, sfascisti, populisti, nemici. Neri. Eccolo, nei commenti sui quotidiani, l’identikit degli “incappucciati” di piazza san Giovanni.
Un unanime coro di condanna, di politici, di opinionisti – un arco che raccoglie la destra e la sinistra e i più radicali delle sinistre – che manda al rogo quei maledetti violenti.
Una trasversalità di opinioni che lascia sgomenti. Accade solo con le catastrofi, con i terremoti, l’unanime cordoglio. E i tumulti appartengono alla politica, non alla natura del mondo. Tutti hanno “espressioni di ferma condanna”, plaudono alla polizia, invocano azioni repressive – individuateli, toglieteceli dai coglioni.
Tutto il vocabolario dei comunisti d’antan – i Pajetta, i Pecchioli, i Berlinguer – avete tirato fuori. Untorelli, squadristi, chiamavano gli altri incappucciati, quelli del Settantasette, senza capirci un cazzo. E sono storie che non c’entrano quasi nulla, l’una con l’altra. Quelli, però, avevano stoffa e storia, oltre che il pelo lungo così sullo stomaco, voi chi cazzo credete di essere, pensate che basti il pelo? Loro poi andavano da Cossiga con le liste di proscrizione, indicando chi andava arrestato: lo farete anche voi? Andrete anche voi da Maroni? Farete come promise Cameron dopo il riot di Londra, li prenderemo a uno a uno nelle loro case? Avete già le vostre liste?
Chiedete consulenza a Carlo Bonini della Repubblica: lui conosce bene gli Acab, All cops are bastards, ci ha fatto un libro, dove racconta le sofferenze dei poliziotti – ognuno ha le sue debolezze –, e ora disegna le mappe dei violenti di piazza, i luoghi dove si annidano, dove andare a scovarli. La chiama informazione, lui.
Non siate così melodrammatici – la madonnina sul selciato, oh la guerra di spagna e i preti fucilati, oh i talebani e i Buddha sgretolati, e la piazza di San Giovanni violata nella sua sacralità, ah il luogo delle composte manifestazioni, ah le canzoni di luca barbarossa e fiorella mannoia.
Non siate così mediocri nel giudicare.
Volete redigere e distribuire il manuale del bravo indignato? Dire come deve essere la rabbia e indicare i comportamenti dell’accettabile indignazione? Avete già pronta la guida della giovane marmotta indignata, un’indignazione composta, educata, per bene, moderata? Che aspettate a distribuirla?
Siete indignati con i black bloc, con gli incappucciati, i violenti, ormai l’indignazione vi viene così, come niente. Siete indispettiti, avevate già tutti i vostri bei discorsetti pronti, i vostri editorialini, le vostre intervistine, e v’hanno messo un candelotto dentro, ve li hanno bruciati come fosse un blindato.
O giovani incappucciati, meditate su quale disastro abbiate prodotto: Eugenio Scalfari e Aldo Cazzullo vi hanno ritirato la loro simpatia. Ci potevate pulire il culo già prima con la loro simpatia.
Un tumulto non è un pranzo di gala, un ordinato corteo, una partita magari un po’ rude e maschia da commentare nei salotti di una tivvù. Non è la simulazione dello scontro sociale. È una forma dello scontro sociale. Il tumulto è un grumo nero di rabbia e distruzione. Non mette fiori nei cannoni, non cerca consensi, non costruisce alleanze. Non è un movimento politico.
Questi non occupano il teatro Valle e non ascoltano gli uomini di cultura e i loro lamenti. Sono folli di rabbia, pazzi di distruzione.
Sono cronaca nera, forse è vero. Ma è nella cronaca nera che oggi si legge quanta rabbia e quanta disperazione stia producendo la crisi in chi era già ai margini, in chi è senza reti di protezione, in chi non sa a che santo votarsi.
Ma è sulla cronaca nera, sulla rabbia e sulla disperazione, che qualunque proposta politica di trasformazione, di riforme, deve misurare la sua credibilità. Mohammed Bouazizi, il giovane ambulante tunisino che si diede fuoco per protesta contro una multa dei vigili, era cronaca nera, un episodio di disperazione e rabbia, prima che un movimento lo trasformasse in un’onda politica inarrestabile.
La piaga di questo paese è diventato l’antiberlusconismo, spargere a piene mani l’illusione che basti un’imboscata parlamentare, un complotto trasversale, e buttare giù il governo e tutto – come d’incanto – cambierebbe. Niente più debito pubblico, niente più disoccupazione, niente più precariato, niente più tagli all’assistenza sanitaria: invece, investimenti, occupazione, credito a strafottere, la Fiat che marcia a pieno ritmo, e tutta la cassa integrazione che rientra. Basterebbe mettere Visco all’economia, Vendola allo sviluppo, Di Pietro alla giustizia, e ecco la quadra: la Bce ci darebbe tutto il credito di cui abbiamo bisogno, i mercati – la speculazione! – capirebbero che abbiamo un governo solido e stabile e ci ricompenserebbero; Sarkozy e la Merkel ci penserebbero due volte prima di decidere tutto da soli il futuro dell’Europa, e persino la Grecia e la Spagna si risolleverebbero, vuoi mettere? C’è chi fa i calcoli di quanti punti si ridurrebbe lo spread col Bund tedesco, e lo dà come cosa acquisita. Ma si può? Di che favola andate parlando? Quale film vi state girando nella testa? State lì, con l’acquolina alla bocca, pronti a governare senza uno straccio di programma, senza un sentimento sociale che spinga al cambiamento, litigiosi come i capponi di Renzo mentre si assaltano i forni del pane. Questo è il “male assoluto”, non quattro vetrine infrante.
Vedete, la domanda vera non è come mai a Roma il 15 ottobre ci sia stato l’inferno e nelle altre capitali del mondo tutto sia filato liscio – che poi non è neppure vero, già dimenticate le giornate di Atene? già dimenticato il riot di Londra? già dimenticato il 14 dicembre di Roma? già dimenticate le giornate dello sgombero dei No Tav? –, ma come mai non succeda tutti i giorni un casino simile.
Certo, se state tutti i giorni a pensare a Ruby e alla Minetti, a Scilipoti e a Sardelli, a Montezemolo e a Napolitano, è difficile che vi rendiate conto di quanta rabbia e disperazione stia producendo la crisi, quanta devastazione nella vita quotidiana e nell’immaginare un qualunque domani.
A che servono le vostre condanne? Convinceranno forse i black bloc – gli uomini neri – a essere più duttili? Blinderete le manifestazioni pacifiche facendole proteggere da cordoni di sicurezza pronti a menare chiunque si discosti dalle vostre indicazioni, dal vostro manuale di comportamento – fin qui si può essere rabbiosi, più in là, no, non sta bene, ci alieniamo scalfari e cazzullo? Che un movimento faccia le barricate e poi chiami la polizia per rimuoverle – come diceva Marx dei tedeschi – è una cosa contro natura.
Che un movimento provi a costruire simpatia e consenso intorno ai suoi temi è non solo legittimo ma auspicabile, che un movimento ponga un’opzione di cambiamento radicale è non solo legittimo ma auspicabile.
Il tumulto non viene da Marte, non è un complotto organizzato da minoranze di facinorosi. È nelle nostre attorcigliate viscere. È il buco nero della politica, il collasso della materia. Ma è nel nostro universo.
È qui che si misura la sfida di una politica del cambiamento, nel trasformare la rabbia in speranza, nel dare alla rabbia una speranza.

Lanfranco Caminiti da Alfabeta2
 
 
QUALCOSA DOVRA’ PUR ROMPERSI (DUE PAROLE SUL 15 OTTOBRE E DOPO)

A chi prima del 15 ottobre mi chiedeva una previsione per la manifestazione di Roma, rispondevo che “avrebbe fatto caldo”. E non mi riferivo alle condizioni climatiche che avremmo trovato nella capitale.
Prevedevo una giornata difficile non perché io sia un veggente, o avessi ricevuto qualche “velina” dei servizi segreti. Ero giunto a quella conclusione semplicemente riflettendo sulla sceneggiatura che da mesi viene rappresentata sui palcoscenici dei cinque continenti, e che vedeva come ultimo atto il voto di fiducia guadagnato dal governo-zombie di Berlusconi proprio alla vigilia della manifestazione.
Quando lo spezzone delle Brigate di Solidarietà Attiva, a cui partecipavo, ha incontrato in via Cavour le prime macchine incendiate, le vetrine delle banche sfasciate, le pompe di benzina danneggiate, permettetemi, non ero sorpreso. Preoccupato, sì.
La sceneggiatura della contestazione globale alla crisi proseguiva, e vedendo i tantissimi adolescenti, casco in mano o attaccato alla cintura, sfilarmi accanto con passo veloce e deciso diretti verso la testa del corteo, concludevo che il copione di quella giornata era già scritto.
Prima i danni provocati ai “simboli del capitalismo”, poi l’apparizione al Colosseo di un corposo spezzone del black bloc (circa 200 persone), diffondevano tra la gente tensione e inquietudine. Io e altri tre compagni, arrivati da Cinisello con il pullman organizzato dal Comitato 15 Ottobre cittadino, decidevamo a quel punto di sganciarci dai compagni delle Brigate, e dirigerci anche noi verso la testa del corteo.
La risalita del fiume umano diretto a piazza San Giovanni era quasi una corsa ad ostacoli, che più volte ci vedeva retrocedere di corsa per non venire calpestati da vere e proprie fughe di massa, provocate dal panico suscitato dagli scontri che avvenivano più avanti.
A ridosso ormai della meta finale, il percorso del corteo veniva deviato, spingendo le migliaia di persone su per una stretta salita che faceva da collo di bottiglia. Quindi, gli scontri tra polizia e manifestanti nella piazza antistante la basilica impedivano il defluire della massa di gente nel luogo in cui erano previsti i comizi di chiusura, creando una evidente situazione di pericolo.
Da parte nostra, era sempre ben desta l’attenzione su ciò che ci avveniva attorno, premurandoci di individuare le possibili via di fuga (per la verità poche) nel caso in cui la situazione volgesse al peggio.
Infine ci siamo ritrovati nella grande spianata antistante la basilica di San Giovanni: sulla destra antiche mura, alle nostre spalle una moltitudine umana che premeva per trovare uno sfogo alla pressione dei corpi, di fronte a noi e ai tanti che erano riusciti a raggiungere la piazza, gli scontri durissimi tra forze dell’ordine e i cosiddetti violenti.
Sembrava di assistere a una battaglia medievale: ai caroselli dei blindati di GdF-Polizia-Carabinieri (ne ho contati almeno cinque), con tanto di idranti, e agli squadroni di celerini armati di tutto punto, rispondevano diverse centinaia di giovani e non, ben più di quei “professionisti della violenza” contati dai media, dando vita a repentini attacchi e contrattacchi a cui la folla della piazza assisteva quasi incantata.
L’incanto veniva interrotto dall’irrompere improvviso di un blindato della polizia dotato di idrante, lanciato a tutta velocità sulla folla inoffensiva, provocando l’ennesima fuga di massa. Il rischio di essere calpestati da chi scappava con noi, o peggio di finire schiacciati dalle ruote del blindato, ci facevano propendere per lasciare la piazza e raggiungere il resto della comitiva cinisellese rimasta al Colosseo.
Sulla strada del ritorno abbiamo incontrato gente delusa per l’esito della manifestazione, o preoccupata, alla ricerca di amici e parenti. Ma anche numerose persone rabbiose per l’uso sproporzionato e sconsiderato della forza da parte della polizia. Una rabbia che se non ha trovato sfogo oggi, lo cercherà alla prossima manifestazione.
Troppa è la frustrazione che cova da mesi (da anni!), soprattutto tra le generazioni più giovani, ritornate a scandire lo slogan “No Future!”.
Troppa ormai la distanza che intercorre tra i soggetti politico-sindacali, anche più radicali, che hanno sfilato sabato, e gran parte di coloro che affollavano il corteo. Non c’è più fiducia, ognuno rappresenta solo sé stesso.
Troppa a mio parere l’ambiguità di alcuni degli aderenti alla manifestazione, che hanno provato a cavalcare, opportunisticamente, una protesta globale al liberismo e all’austerity, annacquandola nella solita salsa antiberlusconiana. E che il giorno successivo hanno invocato la repressione.
Dicendo che nei prossimi mesi le nostre piazze (ma non solo le nostre), con l’aggravarsi della crisi rischieranno di diventare palcoscenici di violenti scontri, so di dire una banalità.
Ma non servirà a nulla additare, isolare gli uomini neri, o peggio appellarsi alla (re)introduzione di misure repressive parafasciste: il passato ne è testimone. La politica faccia uno sforzo per cercare di capire (perché evidentemente ancora non è chiaro) dove e perché hanno origine i semi della violenza, cosa li fa germogliare.
Il nostro compito, a mio parere, è quello di costruire un movimento il più possibile omogeneo, che assuma un profilo chiaro e netto. Che sia coerente con l’assunto “Noi questo debito non l’abbiamo creato e quindi non lo paghiamo!”. Partendo dai nostri territori, dalle nostre esperienze particolari. Perchè oggi quel movimento non c’è.
Ma si può fare. Il No Tav è un esempio in tal senso. Si è conquistato e gli viene riconosciuta un’autorevolezza tale da permettergli di imporre la propria linea anche agli ospiti più “esuberanti” delle sue manifestazioni. Perchè a mio parere il nodo sta tutto qui. Nel conquistare la fiducia anche di chi vorrebbe spaccare tutto.
Non dimentichiamoci che “chiamiamo comunismo il movimento reale che abolisce lo stato di cose presente”. Se vogliamo veramente raggiungere quell’obiettivo, dobbiamo mettere in conto che qualcosa dovrà pur rompersi…

Massimiliano Lio


meno di un giorno dalla manifestazione degli Indignados, o che per lo meno doveva esserlo, la rabbia, e guarda un pò, l'indignazione, non è affatto passata.
Partiamo dalle origini, 8 ore di pullman, su un autostrada che probabilmente neanche Wikipedia definirebbe tale. Ma suvvia, per il bene comune, per cercare di fare qualcosa per questo paese, o almeno illuderci di poter fare qualcosa, ne vale la pena. Vada per il caldo, il freddo, le gambe che non posso distendere, gli scricchioli del sedile e quant'altro, tutto passabile, per il bene dell'ideale.
Ed è così che alle 14.30 mi ritrovo di fronte la stazione Termini, qualche passo e la gente che prende parte al corteo è innumerabile. Non so quante siano 250mila persone, 150 o quanto in realtà fossero, ma erano tante. Sta di fatto che tutta Via Cavour (che per i non-romani non è per niente corta) e sicuramente parte del percorso successivo, era gremita di gente. Poco importa, siamo molto esaltati all'idea di partecipare a questo grande processo.
Pochi minuti e pochi centinaia di metri dopo, ci troviamo davanti almeno 150 bestioni-incappucciati-incazzati-terrificanti, copertissimi dalla testa ai piedi in un meraviglioso completo autunno-inverno , stivalone, felpa, zaino, passamontagna e mazza in mano. Cazzo i Black Bloc. Non fanno proprio una buona impressione, speriamo stiano "calmini", penso. Ore 15.30, quando ancora ci troviamo all'inizio di Via Cavour, le prime notizie: macchine bruciate e assalti contro le banche. Ok. Iniziamo bene.
Il corteo procede a rilento, dopo un paio di ore ci troviamo ancora alla fine del grande viale, quando decine di notizie proveniente dall'esterno preoccupano i manifestanti: scontri, cariche della polizia, fumogeni e idranti in Piazza San Giovanni (e noi eravamo ancora all'inizio). Riusciamo ad arrivare nei pressi del Colosseo, subiamo una, due deviazioni, ci dirigono verso il Circo Massimo dove il corteo sembra fermo, la situazione in Piazza S. Giovanni e via Labicania è critica. Decidiamo quindi di capire qualcosa di più, percorriamo a ritroso il corteo e iniziamo per Via Manzoni, con migliaia di persone che ci vengono contro. Cazzo perché questi vanno dalla parte opposta alla nostra? Un paio di curve e iniziamo a capire: macchine ed edifici sfondati e incendiati, cassonetti bruciati, per le strade c'è di tutto, caschi, scarpe, immondizia, pietre, bastoni e quant'altro.
Le camionette dei pompieri passano a gran velocità (le uniche acclamate dai manifestanti, al grido: “Noi acclamiamo solo i pompieri” ), macchine della polizia e numerosi agenti in tenuta antisommossa (che fra l'altro non mi guardano con tenere intenzioni). Arriviamo dunque in un piccolo spazio vicino i Fori Imperiali (o almeno credo, i fumogeni coprivano il tutto) per trovarci davanti a uno spettacolo degno di Call of Duty. Migliaia di poliziotti e carabinieri carichissimi, celerini, veicoli blindati ( o per lo meno lo erano prima degli scontri ) e un sacco di roba per terra. Neanche il tempo di rendersi conto dove e quando, che gli occhi si gonfiano e lacrimano, la gola brucia. Fottutissimi lacrimogeni. Estraggo i due limoni portati per 600 km facendone pezzi con i denti (mi sono sentito molto Bear Grylls ) e ne distribuisco ai compagni, bene ora si respira. Decidiamo di avanzare per immortalare qualche scena, nonostante poco lontano cadessero sampietrini dal 2kg e mezzo, lanciati dalle porte di Piazza S. Giovanni, e i poliziotti che decidevano come e quando attaccare. Riusciamo quindi ad avanzare fino alla suddetta piazza, dove lo scenario è infernale: la strada era stata letteralmente sradicata per prendere le “munizioni”, poliziotti da tutte le parti, grida, fumo, camionette in fiamme e qualsiasi altra cosa si sia visto nei vari scenari in Egitto, Libia o varie. Era già dopo il crepuscolo, qualche altra foto e saremo andati via.
Gli scenari si ripetono, gli occhi erano troppo stanchi, e il tempo a nostra disposizione era terminato, dovevamo tornare. (all'Anagnina fra l'altro!!) Mi è però difficile descrivere questi scenari, che ancora ora non riesco a focalizzare bene nella mia mente, e tanti particolari, che piano piano torneranno alla luce. Ma quello che posso fare è dire quello che penso, in base a quello che ho visto e quello che ho vissuto. Sono stato contento di aver visto nella manifestazione, gente di tutte le età, tutti uniti per gridare al mondo la propria indignazione e poter esprimere la propria riluttanza alla situazione politica ed economica italiana.
Non sono mancati gli episodi di violenza, che erano probabilmente prevedibili, che a distanza di 12 ore sono stati condannati da tutti i cani e porci della tv, oltre che dai manifestanti stessi, che si opponevano all'operato violento dei ragazzoni tutti in nero. Sono però dell'idea che la situazione che si è creata ieri non è altro che il resoconto, ciò che fuoriesce dalla rabbia della gente, dal non essere tutelati come si deve, dall'essere calpestati e oltraggiati da chi, qualcuno ha votato.
A tutto questo, sono del parere che ci sia da aggiungere l’ipocrisia dei giornalisti & Co, che non ci hanno pensato due volte a definir teppisti, violenti e quant'altro i Black Bloc o comunque chiunque abbia creato un piccolo fastidio. Loro, sempre pronti a giustificare e osannare la Primavera Araba, inneggiando alla libertà, e condannando però tutto ciò che succede in casa propria. Non siamo nella stessa situazione dell'Egitto e della Libia? Cosa devono toglierci di più?
La rivolta è necessaria. Purtroppo ammetto a malincuore che la via diplomatica ha fallito, semmai sia stata attuata, e come dissero ai tempi del G8 nel 2001: "Il potere si combatte con la violenza". Non mi sento perciò di condannare ciò che è successo ieri nella capitale, avrei tanto sperato che fosse stato l'inizio di qualcosa di grandioso, potendo quindi arrivare fino ai palazzi del potere e chiedere in 100mila le dimissioni di chi ormai non ci rappresenta più. Tutti uniti non possiamo essere combattuti. Ritorno quindi a casa, con le solite 8 ore di viaggio, stanco e amareggiato, per l'ennesimo fallimento di un movimento italiano che contavo potesse portare a un risultato, ma contento di esserci stato e di aver provato a prendere parte a tutto questo.
Voglio aggiungere però un'indignazione che da anni mi accompagna oramai da anni e che suppongo non cesserà mai. Mi fanno infatti rabbia, ma anche tristezza aggiungerei, tutti quelli che sin dall'inizio se sono stati a casa, sono andati a fare shopping o a mostrare il proprio culo in giro e che mi hanno detto : "ma che vai a fare" , "è una lotta persa", "non vi ascolteranno mai", "le cose non cambiano", "non è necessaria che tu vada, ci andrà qualcun'altro". Bene, a tutti questi voglio solo dire una cosa: VAFFANCULO.
E non lamentatevi se le cose non cambiano o non siete contenti di quello che avete, non fate certo nulla per cambiarlo. Per lo meno ci abbiamo provato. Per lo meno noi c’eravamo.

P.s. Troverete numerose foto e video del tutto in giro per la rete o, se volete farmi un piccolo favore, vi lascio il link del mio album di Flickr, con le foto per me più significative: www.flickr.com/mattoesaurito

P.s. 2 Non date ascolto a ciò che vi dice la tv o qualsiasi altra forma di informazione di massa, si tratta solo di schiavi del potere e dello stato, vogliono farvi concentrare su tutto ciò che la manifestazione non è stata. Eravamo tanti. Eravamo Indignati. Eravamo stanchi. Tutto questo non finirà. O almeno spero.

MattoEsaurito - Lamezia Terme

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