17 dicembre 2013

Diaz, un’altra condanna che NON farà riflettere

Le notizie sulla polizia di stato – le brutte notizie sulla polizia di stato – continuano a restare semi clandestine. Ieri a Genova c’è stata la condanna in secondo grado (2 anni e 8 mesi) di un ex questore della città – Francesco Colucci – per un reato particolarmente grave per un funzionario di pubblica sicurezza: la falsa testimonianza



Si tratta, oltretutto, di un fatto avvenuto in una vicenda assai particolare e delicata, ossia il processo per i falsi, le calunnie e gli abusi alla scuola Diaz, durante il G8 del 2001. Un episodio che resterà a lungo scolpito nella storia della polizia italiana come uno dei più  infamanti per la credibilità dell’istituzione. Nonostante ciò, la notizia ha stentato anche stavolta a uscire dalle cronache genovesi dei quotidiani e non sarà discusso, analizzato, commentato da nessuno (su questo punto accetto scommesse…)

La sentenza è invece dirompente, perché conferma l’accusa formulata dai pm Enrico Zucca e Francesco Cardona Albini. Francesco Colucci, questore di Genova nel caldissimi giorni del G8, nel maggio 2007 in aula cambiò radicalmente versione rispetto alle sue testimonianze precedenti su almeno due punti: l’organizzazione della spedizione alla Diaz (ne attribuì il comando a un funzionario già uscito dal processo) e le circostanze della convocazione sul posto di Roberto Sgalla, all’epoca portavoce della polizia di stato (oggi dirige la scuola centrale di polizia).

Il secondo punto era il più delicato, perché riguardava il capo della polizia Gianni De Gennaro (oggi presidente di Finmeccanica). Colucci in aula affermò di aver chiamato Sgalla alla Diaz di sua iniziativa; in precedenza aveva detto di avere eseguito una precisa indicazione di De Gennaro. Un cambio di versione decisivo per capire quale fu il ruolo di De Gennaro nella “notte dei manganelli”. Nella nuova versione di Colucci, “Il Capo” – che in quei giorni era a Roma – era rimasto all’oscuro del blitz alla Diaz; nel secondo era invece perfettamente informato e quindi coinvolto, sia pure non sotto il profilo penale.

Per sua sfortuna, nei giorni attorno alla testimonianza del 2007, alcune telefonate di Colucci furono intercettate (per via di un’altra inchiesta riguardante agenti coinvolti anche nel processo Diaz) e i pm appresero così che Colucci incontrò De Gennaro alla vigilia della testimonianza in tribunale e che dopo la “performance” in aula ricevette molti complimenti da colleghi, imputati e anche da Antonio Manganelli, all’epoca vice di De Gennaro e di lì a poco suo successore al vertice di polizia. Colucci, nei colloqui, spiegò anche di avere “fatto marcia indietro” sull’episodio di Sgalla dopo il colloquio col “Capo”.

De Gennaro fu condannato in appello ma assolto in Cassazione per induzione alla falsa testimonianza dell’ex questore: un’uscita di scena in totale contraddizione sia con la condanna di Colucci (assolto in primo grado per questo episodio ma condannato ieri)  sia con la sentenza del processo Diaz, che attribuisce  a De Gennaro un ruolo preciso nella catena di eventi che portò al blitz alla Diaz (si trattava di riscattare l’immagine della polizia compromessa dalla pessima gestione della piazza).

Va detto che De Gennaro, ascoltato dai pm nel procedimento per la falsa testimonianza, spiegò l’incontro con Colucci a Roma (nel suo ufficio di capo della polizia) alla vigilia della testimonianza dell’ex questore nel processo Diaz come un’azione tesa a trovare “la consonanza per la ricerca della verità”. De Gennaro avrebbe cioè agito – ovviamente non richiesto – per “aiutare” i pm nel loro lavoro. Un concetto quanto meno ardito, esposto sfiorando la sfacciataggine, e che ovviamente confermò nei pm Zucca e Cardona Albini il sospetto dell’interferenza.

Tutto ciò, alla fine del 2013, può sembrare qualcosa di remoto, superato dagli eventi. De Gennaro ha lasciato la polizia, Antonio Manganelli è defunto, Colucci è ormai in pensione e i dirigenti condannati per i fatti della Diaz sono stati sospesi per 5 anni. Sembra una pagina chiusa. Ma in verità non è così, perché il caso Diaz non è stato e non è quel che sarebbe stato in un paese democratico, cioè un punto di svolta, un fatto così grave da diventare il perno di una grande operazione di pulizia e trasparenza all’interno dell’istituzione. In altri paesi le condanne definitive del luglio 2012 avrebbero portato a un’ispezione interna a 360°, all’avvio di severi procedimenti disciplinari nei confronti di tutti i condannati (inclusi quelli salvati dalla prescrizione), all’espulsione dei dirigenti di grado più alto.

Sta avvenendo invece il contrario. Gli imputati hanno dimostrato, nelle udienze al tribunale di sorveglianza, di non avere affatto digerito le condanne (da qui il no alle scuse e al riconoscimento delle proprie responsabilità, che pure è il viatico per ottenere l’affidamento ai servizi sociali) e la polizia di stato ha scelto la via della resistenza passiva agli effetti potenzialmente salubri della pesante sentenza del 2012. Il ricambio al vertice è stato limitato al necessario (i condannati più importanti sono stati messi fuori da un giorno all’altro dalla Cassazione) e non si è vista traccia di autocritica e meno che mai di una verifica dei meccanismi interni di aucontrollo e autocorrezione. Molto meglio l’antica, consueta opacità.

Il messaggio che arriva è molto semplice quanto netto: i pm Zucca e Cardona Albini, i giudici di Genova e di Cassazione sono dei disturbatori. Il processo Diaz – e non il vergognoso blitz alla Diaz – è stato un incidente di percorso, uno episodio sgradevole ma facilmente riassorbibile grazie alla gentile collaborazione delle forze politiche, che hanno fatto finto di non vedere non sapere non capire, e dei grandi media, che non attribuiscono dignità di notizia o di materia degna di commento alla catena di condanne piovuta in capo ai vertici di polizia e alla loro arrogante non reazione. Amen.

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