13 ottobre 2013

Rinchiudevano detenuti in celle di rigore: Agenti di polizia penitenziaria incrminati per omicidio colposo e abuso di autorità

Rinchiudevano i detenuti con comportamenti “devianti, conflittuali o autolesionistici” in una cella di punizione, priva di acqua, di luce e di riscaldamento; senza servizi igienici, senza letto e senza uno sgabello per sedersi. E nella cella 408, dopo aver tentato il suicidio in una cella comune, ci finì anche Cherib Debibyaui, 28 anni, marocchino, che il 5 marzo 2009 si tolse la vita impiccandosi.



Il giovane era arrivato nella Casa Circondariale di Santa Maria Maggiore da pochi giorni, trasferito da Reggio Emilia dove era stato condannato per spaccio di sostanze stupefacenti. Non era stato accettato bene dai detenuti del carcere veneziano, neppure dai suoi connazionali perché soffriva di turbe psichiche e in cella si comportava in modo piuttosto strano. 

Nonostante questo era stato sistemato in una cella con altri detenuti e quella mattina si era chiuso in bagno. Solo per caso, aveva bisogno di lavarsi, un altro detenuto si è accorto che si era appeso ai tubi del bagno e lo ha salvato, sollevandolo e facendo in modo che il nodo si stringesse intorno al collo.

Sono immediatamente intervenuti gli Agenti della Polizia penitenziaria che dopo aver controllato lo stato di salute del marocchino, lo hanno trasferito in una cella da solo, più che una cella una camera di sicurezza dove vengono trattenuti i detenuti pericolosi o in stato di agitazione. 

Gli vennero sottratti cinghie, lacci, lenzuola, tutto ciò che lui poteva trasformare in una corda. Gli lasciarono solo una coperta. Lui, con pazienza e strappando con i denti ha ridotto quella coperta in striscioline di lana, le ha intrecciate e ha costruito una corda. È riuscito ad impiccarsi agganciandola alla cerniera della finestra, che stranamente ha retto i sui settanta chili.

Il Sostituto Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Venezia Dott. Massimo Michelozzi, titolare dell’inchiesta, ha raccontato in Udienza di essere entrato in quella cella e l’ha descritta : “buia, un odore forte e nauseante, gli escrementi per terra”. Per la sua morte furono sottoposte ad indagine diverse persone tra cui l’Ispettore di Polizia Penitenziaria Domenico Di Giglio, 46 anni, che quel giorno comandava gli Agenti in servizio e che fu accusato del delitto di omicidio colposo. 

La vicenda finì con una ulteriore tragedia, poiché l’Ispettore Di Giglio, nel frattempo messo in congedo per problemi psicologici, si tolse la vita il 27 settembre 2009, dopo aver ammazzato con quattro colpi di pistola (due al torace e due al collo) la moglie Emanuela Pettenò, 43 anni, Guardia Giurata. 

Oggi sul banco degli imputati ci sono l’ex Comandante della Polizia Penitenziaria del Carcere di Santa Maria Maggiore di Venezia Daniela Caputo, l’Ispettore Stefano Di Loreto, l’Assistente Capo Vincenzo Amoroso, il Vice Sovrintendente Francesco Caputo e gli Ispettori Leonardo Nardino e Pietro De Leo. Caputo e Di Loreto devono rispondere di omicidio colposo e abuso di autorità mentre gli altri quattro solo del secondo reato.

Nei giorni scorsi il Giudice per l’Udienza Preliminare Dott. Andrea Comez, dopo che il Pubblico Ministero ha ribadito la richiesta di rinvio a giudizio per i cinque imputati, ha rinviato l'Udienza al 23 dicembre prossimo per l'ex comandante della Polizia penitenziaria Caputo, che ha chiesto di essere processata allo stato degli atti con il rito abbreviato, mentre quelle per gli altri quattro, al 12 novembre, giorno in cui il Magistrato dovrà decidere se indizi e prove sono sufficienti per mandarli sotto processo.

Di Loreto, stando al capo d'imputazione, a causa del tentativo di suicidio di Cherib, che era stato sventato in precedenza da due detenuti che erano con lui in una cella comune, lo avrebbe trasferito nella cella di punizione, dove dopo 62 ore di isolamento era riuscito ad impiccarsi al chiavistello della finestra. La Caputo avrebbe avvallato la decisione del sottoposto e non avrebbe disposto la sorveglianza sul detenuto a rischio. 

La stessa sorte avrebbero subito nel corso del 2008 e del 2009 altri detenuti, in particolare, il tunisino Kais Latrach (rinchiuso nella cella 408 per 25 ore una prima volta e per altre 32 una seconda), il tagico Omar Basaev (per 175 ore), il romeno Ilie Paval (per 46 ore), gli iracheni Mohamed Sami (per 30 ore una prima volta e per altre 121 una seconda) e Karim Eddi (per 9 ore). 

Per la maggior parte degli episodi la Comandante della Polizia Penitenziaria di Santa Maggiore avrebbe approvato la decisione dei suoi sottoposti a rinchiudere in una cella di rigore, in gergo definita “cella liscia” i detenuti, non solo quelli che avrebbero minacciato o percosso altri carcerati o danneggiato le strutture di Santa Maria Maggiore, ma anche chi, come il 28enne Cerib aveva cercato di uccidersi. E nonostante fosse stata la presenza di altri detenuti a salvarlo, con tutta evidenza sarebbe stata la decisione di metterlo in una cella da solo, oltre che senza acqua, luce e riscaldamento, a permettere che i suoi tentativi di suicidio andassero a buon fine. Al processo era presente anche Eddy Karim, costituitosi parte civile con l’Avvocato Marco Zanchi, che ha ricordato che c'era voluta la morte per porre fine ad una pratica che durava da tre anni.

Solo nei primi 10 mesi del 2013 sono decedute 123 persone, 39 delle quali si sono tolte la vita mentre, dal 2000 sino ad oggi, i prigionieri che sono passati a miglior vita nelle nostre Carceri sono 2.210 di cui ben 791 si sono suicidati. 

I Radicali Italiani con l’On. Marco Pannella denunciano da tempo la flagranza criminale dello Stato e la Corte Europea dei Diritti Umani condanna ripetutamente l’Italia per violazione sistematica dell’Art. 3 della Convenzione di Roma che proibisce categoricamente la tortura e le pene ed i trattamenti inumani e degradanti.

Recentemente, in seguito alla battaglia dei Radicali e dopo l’ultimatum dell’organo giurisdizionale istituito presso il Consiglio d’Europa, il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha inoltrato un formale messaggio al Parlamento chiedendo una serie di interventi per risolvere la questione carceraria suggerendo di valutare la concessione dell’Amnistia ed dell’Indulto, provvedimenti clemenziali specificatamente previsti dall’Art. 79 della Costituzione.

Immediatamente si sono registrati gli attacchi al Capo dello Stato da parte di alcune Forze Politiche e, nello specifico, la Lega Nord Padania, i Fratelli d’Italia ed il Movimento Cinque Stelle ritenendo che il suo intervento fosse un “salvacondotto” per l’ex Presidente del Consiglio On. Silvio Berlusconi, Leader del Pdl, condannato definitivamente per frode fiscale e che comunque non sono necessari i provvedimenti di clemenza generale invocati.

Oggi a Bari il Sindaco di Firenze e candidato in pector alla Segreteria del Partito Democratico Matteo Renzi dice “Affrontare oggi il tema dell’Amnistia e dell’Indulto è un clamoroso autogol. Bellissimo vedere chi fa volontariato nelle Carceri, ma come facciamo a insegnare la legalità ai giovani e agli studenti se ogni sei anni buttiamo fuori i detenuti perché le Carceri scoppiano ?”.

Purtroppo oltre alla Lega Nord, a Fratelli d’Italia ed al Movimento Cinque Stelle, bisognerebbe spiegare al Sindaco Renzi (e a coloro che la pensano come lui) che in questo momento occorre interrompere con urgenza la strage che si consuma quotidianamente ai danni dei reclusi nelle nostre Carceri che dovrebbero essere il “Regno del Diritto” ed invece sono delle “Discariche Sociali” dove ci sono moltissimi poveri cristi, dove viene praticata la tortura, dove dalla disperazione ci si toglie la vita e dove vengono regolarmente violati quei diritti umani fondamentali garantiti dalla Legge fondamentale dello Stato. 

Non esistono altri provvedimenti – se non l’Amnistia e l’Indulto – che siano in grado di porre freno a questa “situazione di prepotente urgenza sempre più prepotentemente urgente sul piano costituzionale e civile. Una realtà che ci umilia in Europa e ci allarma, per la sofferenza quotidiana – fino all’impulso a togliersi la vita – di migliaia di esseri umani chiusi in carceri che definire sovraffollate è quasi un eufemismo, per non parlare dell’estremo orrore dei residui ospedali psichiatrici giudiziari, inconcepibili in qualsiasi paese appena appena civile”.

Caro Sindaco, dovrebbe dire ai giovani e agli studenti, che lo Stato Italiano che si definisce civile e democratico, che si vanta di aver abolito la pena di morte, incarcera i suoi cittadini in attesa di una condanna che il più delle volte, come dimostrano fonti ufficiali, non arriverà mai, costringendo i condannati ad espiare la loro pena in condizioni indegne che ledono gravemente la dignità umana in celle piccole, sporche e buie unitamente ai topi ed agli scarafaggi per 20 ore al giorno su 24, senza acqua calda, senza riscaldamenti, senza assistenza sanitaria e psicologica, etc., condizioni che non esistono nemmeno in Paesi certamente non migliori dell’Italia come la Turchia.

Emilio Quintieri

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