27 ottobre 2013

Omicidio Cucchi:appello contro l'assoluzione degli agenti

A quattro anni dalla morte, si apre un nuovo capitolo giudiziario sul caso di Stefano Cucchi. I pm che hanno indagato sulla morte del ragazzo hanno proposto appello contro la sentenza con la quale la III Corte d'assise a giugno ha condannato per omicidio colposo cinque dei sei medici imputati (un sesto è stato condannato per falso ideologico), assolvendo invece tre infermieri ma soprattutto tre degli agenti della Polizia penitenziaria che ebbero in custodia Stefano.


Nell'atto d'appello, che va ad aggiungersi all'appello delle parti civili che, dopo l'accordo ospedale-famiglia per il risarcimento dei danni, hanno dunque contestato solo la sentenza assolutoria per gli agenti, viene contestato punto per punto il giudizio di primo grado.

A partire dalle dichiarazioni di Samura Yaya, il detenuto del Gambia che aveva dichiarato di aver visto e di aver sentito il 'pestaggio' di Cucchi nelle celle di Piazzale Clodio, ma che è stato ritenuto inattendibile dalla Corte: i pm oggi ritengono le conclusioni dei giudici «non condivisibili». «Tutte le testimonianze raccolte, a differenza di quanto sostenuto dalla Corte – è scritto nell'appello - confermano quanto riferito dal Samura in ordine al comportamento degli agenti che in seguito alle insistenti richieste del Cucchi lo colpivano con una spinta e dei calci, in modo da farlo cadere a terra e procurargli le lesioni che ne hanno determinato il ricovero». 

Inoltre, «nel corso dell'istruttoria dibattimentale – scrivono i pm – è stato offerta alla Corte la possibilità di capire come il riferimento al fatto che Cucchi avesse subito lesioni ad opera di non meglio identificati o identificabili carabinieri, facesse parte del tentativo di allargare la cerchia dei colpevoli da un lato, e difendere o escludere la responsabilità degli agenti dall'altro. E tra le numerose persone escusse in udienza, quelle che riferiscono di avere appreso da Cucchi che erano stati i carabinieri ad averlo percosso sono sempre state smentite o comunque non confermate dai riscontri effettuati. Del resto non risulta nemmeno che gli imputati, agenti della Polizia penitenziaria che avevano preso in consegna dai carabinieri il detenuto, abbiano sentito l'esigenza, per esimersi da eventuali responsabilità, di sottoporre Cucchi a visita medica».

In sostanza la conclusione è la richiesta di condannare anche gli agenti assolti in primo grado. Si ritiene infatti «di tutta evidenza la scorrettezza grave che ha caratterizzato l'attività della Polizia penitenziaria nell'esercizio concreto della custodia dell’arrestato». «Senza quel pestaggio riconosciuto dalla stessa Corte Stefano non sarebbe morto - ha già dichiarato Ilaria Cucchi - Abbiamo accettato soltanto con la garanzia del nostro avvocato Fabio Anselmo di poter continuare la nostra battaglia processuale contro gli agenti. 

Altrimenti non avremmo accettato nessuna somma». «Abbiamo dato mandato al nostro avvocato di rappresentare gli interessi della nostra famiglia - conclude Cucchi - Possiamo dire che non avremo pace fino a quando non avremo verità e giustizia».

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