12 settembre 2013

Marino come Alemanno, sgomberato campo rom

Fuggiti dal megacampo, saranno rispediti lì. L'unico nomadismo è quello indotto dalle politiche razziste

 Sgombero forzato per 35 famiglie rom nell'insediamento informale di via Salviati, nella periferia est della Capitale. Per Amnesty International Italia, Associazione 21 luglio e Centro Europeo per i Diritti dei Rom (ERRC), «lo sgombero non rispetta standard e garanzie procedurali ponendosi in continuità con le ripetute violazioni dei diritti umani perpetrati già dalla passata Amministrazione capitolina». Come dire: Marino ripercorre le orme del suo predecessore Alemanno che riempì Roma di poster che rivendicavano il numero spropositato di sgomberi ai danni della parte più povera della popolazione rom.

Eppure oggi a Roma vivono circa settemila rom e sinti, che rappresentano lo 0,24 % della popolazione residente in città; la comunità rom romana è una delle meno numerose in Europa.

Le operazioni di sgombero sono iniziate alle 7.15 di stamane, condotte da carabinieri, polizia di Stato e polizia municipale (circa 70 uomini in tutto). I 120 rom presenti vivevano in via Salviati dallo scorso giugno, dopo essere fuggiti dal «villaggio della solidarietà» di Castel Romano. Non è che l'attuazione dell'ordinanza del sindaco Marino n. 184 del 5 agosto 2013 che aveva disposto «il trasferimento immediato di persone e cose dall'insediamento abusivo di nomadi sito in via Salviati» e il loro ricollocamento «presso il villaggio della solidarietà di Castel Romano».

La comunità rom aveva risposto con una lettera aperta di non voler più "vivere in un ghetto", Castel Romano, appunto, un mega-campo monoetnico isolato dal contesto urbano, ad alta concentrazione, luogo di degrado fisico e relazionale. Nella stessa lettera i rom avevano formulato al sindaco un appello al dialogo per dare vita a nuovi percorsi di inclusione ma, secondo le informazioni raccolte dalle tre organizzazioni, tale richiesta non ha avuto alcun seguito. «Gli incontri avvenuti tra i rom e le autorità, per modalità, tempistica e partecipanti, non possono essere infatti considerati in alcun modo "genuine consultazioni"».

«Per tale ragione - sostengono Amnesty International Italia, Associazione 21 luglio e ERRC - lo sgombero forzato di oggi non rispetta gli standard e le garanzie procedurali previste dalla normativa internazionale. Dai riscontri effettuati emergono infatti la mancanza di una reale e genuina consultazione con i rom interessati e l'assenza di alternative abitative adeguate. I "villaggi della solidarietà" del Comune di Roma - secondo le tre organizzazioni - non possono essere ritenuti un'alternativa alloggiativa adeguata essendo stato comprovato come condurre la propria vita all'interno di detti insediamenti compromette la fruizione di diritti imprescindibili sociali ed economici e condiziona fortemente la vita dei suoi abitanti, spesso anche in dispregio dei diritti umani».

«Lo sgombero forzato al quale stiamo assistendo oggi - concludono le tre organizzazioni - oltre a rappresentare una grave violazione dei diritti umani, costituisce un innegabile passo indietro rispetto ai contenuti espressi all'interno della Strategia Nazionale di Inclusione dei Rom, Sinti e Caminanti adottata dal governo italiano in attuazione della Comunicazione della Commissione europea n.173/2011 che sottolinea la necessità di superamento del modello "campo" per combattere l'isolamento e favorire percorsi di interrelazione sociale».

Lo sgombero avviene a poche ore dalla presentazione di un documento da parte di Associazione 21 luglio e Arci Solidarietà Onlus che accusa le strategie decennali dell'Amministrazione Capitolina in merito a rom e sinti di aver prodotto la segregazione e l'esclusione sociale, alimentando l'intolleranza dei cittadini romani residenti nelle aree dei campi, che percepiscono la loro presenza come ingombrante e minacciosa, una "diversità" da segregare in spazi lontani e separati dalla città, quei mega campi monoetnici per i quali il Comune, negli ultimi anni, ha speso oltre 60 milioni di euro.

Visto che da diverse generazioni, l'unico nomadismo è quello indotto da guerre e deportazioni, secondo le associazioni sarebbe il caso di farla finita con la logica del "campo nomadi" come lo spazio nel quale relegarli. Il documento congiunto delle due associazioni individua nel passaggio dalla dimensione "campo" alla dimensione "casa" il punto di partenza di nuove politiche per le comunità rom e sinte. Il documento propone: l'abbandono dell'ottica emergenziale fin qui adottata; l'istituzione di un'agenzia comunale con il compito di individuare progetti abitativi alternativi al "campo"; l'istituzione di un sistema di regolarizzazione degli "apolidi di fatto"; il coinvolgimento attivo dei singoli nuclei familiari e l'azzeramento di quei canali preferenziali che hanno fino ad oggi accreditato sedicenti rappresentanti rom nel dialogo con gli amministratori locali.

Associazione 21 luglio e Arci Solidarietà Onlus chiedono all'Amministrazione comunale la chiusura progressiva, entro 18 mesi, di due "villaggi attrezzati" della Capitale, Castel Romano e Cesarina, nei quali avviare la sperimentazione del superamento dei "campi". Il primo, il più grande a Roma, ospita 1300 rom e presenta un costo di gestione di oltre 300 mila euro mensili; il secondo è invece il più piccolo sul territorio comunale (160 persone) e costa 49 mila euro al mese. Tale chiusura può realizzarsi attraverso l'istituzione di un regolamento interno nei due insediamenti che preveda, come criterio di permanenza per le famiglie rom, una soglia del reddito ISEE.

In questo modo, per i nuclei familiari in possesso di risorse economiche e immobiliari in grado di garantire autonomia alloggiativa e il pagamento delle utenze, si potrà prevedere l'allontanamento volontario o forzato dal "campo". Per le altre famiglie, a seconda della loro particolare condizione socioeconomica, saranno invece individuati percorsi personalizzati che contemplino differenti soluzioni abitative alternative al "campo", percorsi di formazione, oppure interventi di presa in carico per le persone in condizione di particolare fragilità. (continua a leggere su popoff)

Checchino Antonini

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