25 settembre 2013

I nuovi schiavi delle carceri privatizzate

La privatizzazione delle carceri, pratica in cui eccellono Stati Uniti e Inghilterra, avanguardie mondiali del liberal liberismo, è una scelta ignobile che espone migliaia di detenuti alle vessazioni di guardie il cui comportamento, di fatto, è sottratto a ogni controllo politico e giuridico.



Vessazioni che si manifestano sotto forma di percosse, isolamento, riduzione degli standard nutrizionali e altro e che si fanno più frequenti a mano a mano che le imprese, per ridurre i costi e aumentare i margini di profitto, tagliano gli organici, per cui i carcerieri – già poco inclini al rispetto dei diritti dei detenuti – diventano ancora più sadici per paura di essere sopraffatti.

Ma questo è solo un aspetto del problema: le carceri private non sono solo un luogo in cui vengono ignorati i diritti fondamentali di alcuni cittadini, sono anche la metafora perfetta di un modello di accumulazione caratterizzato dal definitivo divorzio fra democrazia e capitalismo, come ha denunciato Slavoj Zizek.

Il lavoro coatto che si svolge nelle carceri private è parente stretto sia della riduzione in schiavitù di vagabondi, debitori e altri esponenti delle “classi pericolose”, che venivano rinchiusi nelle working house nel Settecento, sia dei “campi” in cui il capitalismo del XXI secolo concentra i nuovi schiavi che operano nelle filiere decentrate delle imprese multinazionali.

Ma c’è di peggio: da un articolo dell’Huffington Post apprendiamo che alcuni Stati americani hanno stipulato con le imprese private contratti che li impegnano ad affidare una quantità minima di prigionieri alle loro “cure”. In altre parole, le imprese pretendono che tutti – o almeno quasi tutti – i loro letti (per insistere sulla metafora sanitaria) siano occupati, onde sfruttare al meglio la “capacità produttiva” della struttura. Quando queste quote non vengono rispettate, le imprese fanno causa all’amministrazione pubblica e, se quest’ultima si azzarda a perseguire politiche meno repressive in tema di piccola criminalità e/o di ordine pubblico, avviano massicce azioni di lobbying per obbligarle a invertire rotta.

In altre parole, siamo di fronte alla convergenza di interessi fra “padroni” delle carceri, destra politica, opinione pubblica manipolata da opportuni messaggi sull’aumento reale o presunto della criminalità, magistrati forcaioli (o corrotti) per aumentare sia il numero che la durezza delle condanne. E, visto che da noi sono riusciti a  trasformare in “terroristi” i militanti dei movimenti politici e sociali radicali anche senza l’aiuto di questi interessi privati, provate a immaginare cosa potrebbe succedere se, nel già ampio programma di privatizzazioni annunciato da Letta, venissero inserite anche le carceri.

Carlo Formenti dal blog micomega

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