24 luglio 2013

Una torcia, un giudice, una condanna


Due ultras foggiani condannati a dieci e sette mesi di reclusione, senza sospensione della pena per aver acceso una torcia


Trieste, stadio Nereo Rocco. Bello, uno dei più belli d’Italia. All’inglese. Agosto Duemilanove. Coppa Italia. Siamo in cento, qualcuno in più. Novecento chilometri per rivedere le maglie rossonere. All’ingresso, la borghese con la telecamera filma i volti. Uno per uno. In posa. Cheese. Non sia mai che qualcuno possa pensare che questo sia un luogo di aggregazione. Fa caldo, siamo a mille. A torso nudo, stilliamo adrenalina. I cori rimbalzano sotto la tettoia. I battimani sono elettrizzanti. Le squadre in campo. Il rosso delle torce. La nostra festa non deve finire.

Una festa ostinata, che continua solo per la nostra ferrea volontà. Perché vogliamo che prosegua. Che altrimenti, fosse per quel che vediamo, sarebbe finita da un pezzo. Non ci pieghiamo. E lo facciamo per noi. Per quel rosso delle torce, per quell’oltraggio di colore nel grigio della notte triestina, due dei nostri sono stati condannati. Qualche giorno fa, dal Tribunale della città giuliana. Condanna penale. Seria, cazzuta, degna di un ladro, di un rapinatore, di un molestatore. Rispettivamente a dieci e sette mesi di reclusione. Senza sospensione della pena, ci ha tenuto a specificare il giudice. Condanna esemplare, che se confermata in appello vedrà spalancarsi le porte di un sovraffollato carcere italiano per altri due Ultras.

Rei di aver acceso una torcia. Senza arrecare pericolo al prossimo, senza lanciarla in campo. Che altrimenti la sentenza sarebbe stata più grave. Un anno e sette mesi, aveva zelantemente chiesto il Pubblico Ministero. Non ci sono commenti plausibili. Abbiamo la gola secca a furia di ripeterci come stanno le cose.

Si. Questo è il calcio che avete voluto. Quello degli stadi vuoti e blindati, delle telecamere a indagare le nostre ore d’aria, prigioni a cielo aperto dove le proibizioni superano di gran lunga le passioni. Dove gli Ultras sono il mostro da debellare.

Ma questa è anche e soprattutto la nostra vita. E i giudici sono brave persone. Perché solo le brave persone, i benpensanti, quelli in buona fede, possono di giorno distruggere la vita a due ragazzi e di sera guardare in faccia i propri figli e radersi la mattina col cuore sereno. Le brave persone sono un cancro. Ancor più letali quando al servizio di un sistema infame che ha deciso di parificarci a comuni delinquenti. E trattarci come tali, anche in assenza di reato.

Che si sappia. E che giunga il nostro disprezzo.

Ciurma Nemica Foggia


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