13 luglio 2013

Lucia Uva in Cassazione: «Giustizia per tutti, anche se non si tratta di Berlusconi»

La sorella di Giuseppe a Roma con altre sorelle di vittime di malapolizia

Lucia, Ilaria, Claudia, Grazia erano là, sotto al Palazzaccio, per capire una cosa fondamentale: se è vero che la giustizia può essere rapida e puntuale, come dimostra lo scatto d'orgoglio della Cassazione a proposito della faccenda Berlusconi, perché non è per tutti in virtù di quella scritta leggibile in tutte le Aule che «la legge è uguale per tutti»?

Ilaria è la sorella di Stefano Cucchi, Claudia di Dino Budroni, Grazia è la nipote di Francesco Mastrogiovanni e Lucia, infine, è la sorella di Giuseppe Uva. Ciascuna di loro ha una storia di malapolizia da raccontare, di omicidi da parte di rappresentanti dello Stato contro persone che erano nelle loro mani.

Lucia sta rischiando di passare dal ruolo atroce di parte civile a quello perfino grottesco di imputata. Lo ha scritto sullo striscione con cui è scesa dal treno che l'ha portata a Roma. Con le altre “sorelle" ha dato vita a un sit-in sullo scalone di Piazza Cavour, davanti alla sede della Suprema Corte per chiedere "una giustizia più rapida e giusta per tutti", anche «quando non si tratta di Silvio Berlusconi».

Dopo aver incontrato i giornalisti le quattro donne hanno chiesto di essere ricevute dal procuratore generale di Cassazione e, dopo alcuni minuti di attesa, sono state ricevute. «Il nostro fascicolo era sul suo tavolo», dice all'uscita Lucia relativamente rincuorata dall'essere stata ascoltata da Gianfranco Ciani, il pg della Suprema corte. «Ci ha detto che stanno seguendo il caso e che valuteranno l'operato del pm Abate. Quest'ultimo da cinque anni ha considerato - smentito da tutti i processi - il caso Uva come una questione di malasanità. Una volta assolti tutti i medici coinvolti avrebbe dovuto indagare sui carabinieri che arrestarono illegittimamente Giuseppe visto che un giudice gli aveva rispedito gli atti con questa precisa disposizione. Ma lui ha chiesto il rinvio a giudizio di Lucia e di alcuni giornalisti, tra cui Adriano Chiarelli, che hanno seguito la vicenda osservandola con i dubbi di una dona che s'è visto restituire il cadavere del fratello pieno di segni e di sangue.

«Abbiamo chiesto considerazione e rispetto. Per noi, per le nostre istanze di giustizia che sono quelle di persone normali. Per noi e per i nostri morti - hanno scritto Ilaria, Lucia e Claudia dopo l'incontro - Noi crediamo che l'indipendenza ed autonomia della magistratura siano valori sacri per la nostra Costituzione ma non debbano mai essere invocate a paravento di abusi e veri propri arbitrii. Le nostre vicende giudiziarie sono sotto gli occhi di tutti. Tutti devono essere uguali di fronte alla legge. Chiunque e diciamo proprio chiunque sbagli deve essere chiamato ad assumersi le proprie responsabilità. Anche se è un magistrato».

«Grandissime Claudia Ilaria e Lucia!!! Siamo con voi! Siamo mamme sorelle figlie di vittime dello Stato - rispondono sulla rete Patrizia e Domenica, rispettivamente madre di Federico Aldrovandi e figlia di Michele Ferrulli - Prima di essere travolte dalle nostre terribili tragedie, pensavamo che quanto successo a Federico , Stefano, Giuseppe, Michele e Dino non fosse nemmeno immaginabile.

Che non fosse possibile che lo Stato potesse uccidere in modo tanto stupido quanto crudele. Ma quel che ci accomuna è che prima di perdere i nostri cari mai avevamo avuto a che fare con la Giustizia. Abbiamo , nostro malgrado , dovuto fare i conti con un mondo nuovo, difficile, spesso ostile. Meccanismi incomprensibili, talvolta disumani ma mai a misura d'uomo. Un mondo, quello della Giustizia, dove le vittime dei crimini sono considerate le vere persone da processare, insieme ai loro cari morti. La Giustizia deve farsi carico dei problemi della gente comune, dei cosiddetti ultimi. Se si occupa soltanto dei potenti si riduce a solo mero esercizio di potere perdendo ogni legittimazione. È ora che si impedisca che autonomia ed indipendenza della magistratura servano da scudo all'arbitrio di taluni che disonorano la toga ritenendosi intoccabili. Lo Stato dia segnali concreti di trasparenza e legalità a 360 gradi senza sconti per nessuno.

Sia da esempio per i suoi cittadini . Oggi apprendiamo che la Corte dei Conti ha avviato la procedura di recupero di tutti i danni anche di immagine che i responsabili della morte di Federico ,hanno arrecato allo Stato. È già un inizio».

Checchino Antonini da Liberazione

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