12 luglio 2013

Il movimento No Tav accerchiato dalla legge

Siamo andati in Val di Susa per capire a che punto siano le lotte del movimento NoTav contro la linea ad alta velocità. La magistratura ha messo a punto un disegno repressivo ben congegnato. Ma la lotta non si ferma.

15 anni fa moriva in carcere Maria "Sole" Soledad Rosas, compagna di Edoardo Massari, detto Baleno. I due - compagni di lotta e di vita - furono le prime vittime della repressione contro il movimento NoTav.

Quella della lotta contro il treno ad alta velocità è una lunga storia di diritti calpestati, che in questo momento storico ha ormai assunto forme di elevata sofisticazione, indicando una continuità tra passato e presente.

Era il 1998. A condannare per associazione sovversiva Maria Sole, fu il giudice Maurizio Laudi, grande amico e collega di quel Giancarlo Caselli che oggi, dalla poltrona della procura di Torino, tenta di soffocare il movimento NOTAV a colpi di arresti e processi. I due togati, negli anni '70, facevano parte di un pool di spicco nella lotta al "terrorismo", insieme a Raffaele Guariniello.

Da allora poco è cambiato. Per questi uomini il nemico da abbattere è sempre lo stesso: il dissenso, la lotta, la protesta. Quella protesta che la pubblica autorità vorrebbe “democratica”, ovvero innocua e inconcludente.

La maggior parte di coloro che oggi, codice alla mano, si distinguono per la feroce lotta ai movimenti antagonisti, proviene da carriere fulminanti nell'antimafia o nell'antiterrorismo. Vertici di polizia e magistrati blasonati, percorrono strade parallele e occupano sempre di più i centri nevralgici del potere, per gestirli, controllarli, impossessarsene.

La procura di Torino, competente per tutto ciò che accade in Val di Susa, ha elaborato piani raffinatissimi per demolire il movimento NOTAV e delegittimarlo. Alleato formidabile di questo progetto repressivo, esattamente come accadde agli albori del movimento per Sole e Baleno, è un fronte mediatico (nazionale e locale) assai compatto nella permanente operazione di esaltazione della magistratura torinese, e nella stigmatizzazione delle istanze NoTav.

Il risultato è che agli occhi della maggioranza dell’opinione pubblica l’equazione NoTav = vandalismo è diventata quasi scontata. Eppure lo sforzo da fare per comprendere che non si tratta di antagonismo violento ma delle volontà di un intero popolo in lotta, è minimo: basta prendersi del tempo e andare in valle a parlare con i valligiani e con tutti coloro che da anni lottano per non vedere il proprio territorio deturpato da un aborto architettonico, spacciato per irrinunciabile infrastruttura, ma che in realtà è il prodotto di un coacervo di interessi economici, politici e criminali.

Che nelle lunghe marce attraverso Venaus, Chiomonte, Giaglione sfilino da sempre anziani, bambini, scuole, associazioni, madri e padri di famiglia, è un dato rimosso da molti. Che a lanciare pietre o a respingere le piogge di lacrimogeni scagliate dalla celere siano non solo gli ‘autonomi’ dei centri sociali, ma anche molti dei sopraelencati manifestanti, è diventato un dettaglio secondario. È questa la più grande ingiustizia commessa nei confronti dei NoTav. Uno sfregio più grande del cantiere che imperterrito deturpa la valle da anni, e che visto dall’alto sembra una gigantesca coltellata inferta ai monti, ai fiumi, alla natura. All’intero popolo della Val di Susa, che continua la lotta nonostante tutto.

Le contromisure della magistratura torinese, mirate a disarticolare in maniera quasi definitiva il movimento hanno ormai raggiunto uno straordinario livello di complessità ed efficacia. Tutto parte dalla creazione di un pool di magistrati che si occupa esclusivamente delle vicende NoTav e che fa capo ai due magistrati Padalino e Rinaudo. Il lavoro non manca di certo, e nemmeno la creatività.

E ancora una volta, è possibile dimostrare come gli strumenti del codice possano a volte fare più male dei manganelli e dei pestaggi.

Decaduto negli anni recenti il tentativo di costruire a carico degli attivisti della Val di Susa un impianto accusatorio basato sul famigerato articolo 270 bis, che definisce il reato associativo di stampo terroristico o eversivo, i pm hanno elaborato strategie più sottili: decine di manifestanti si sono ritrovati accusati di una pluralità di reati minori, e su tutti aleggia lo spettro del concorso in reato e di aggravanti plurime.

Dando una veloce scorsa ai crimini maggiormente contestati troviamo l’art. 336. “violenza o minaccia a pubblico ufficiale” e il 337 ovvero “resistenza a pubblico ufficiale”, il tutto condito dalle aggravanti sancite dall’articolo 339: “[…] le pene stabilite negli articoli precedenti sono aumentate se la violenza o la minaccia è commessa con armi, o da persona travisata, o da più persone riunite, o con scritto anonimo, o in modo simbolico […]”. E così via.

Il punto però è che può bastare ritrovarsi in una delle tante marce dimostrative organizzate dai valsusini in direzione del cantiere, per essere accusati di questi reati ed altri ancora. Basta tagliare le reti, lanciare un fumogeno, rispedire al mittente un lacrimogeno, per ritrovarsi schiacciati da un complesso di accuse dalle quali è difficile districarsi e difendersi.

Ma l’elenco degli escamotage giuridici utilizzati per colpire il movimento non finisce qui. Sussistono reati di opinione (anche se in forma ancora blanda), divieti di partecipazione a manifestazioni pubbliche, reati patrimoniali come danneggiamento o imbrattamento, e varie forme di prevenzione simili al DASPO utilizzato normalmente contro gli ultrà; o le sorveglianze speciali. L’applicazione di queste e altre norme, comincia ad avere un effetto devastante sul movimento.

Si tratta di una guerra chirurgica e di lunga durata, condotta dalla magistratura allo scopo di indebolire, demoralizzare e dividere chi si mobilita. È quella che un militante assai in vista, da noi intervistato, definisce “logica alluvionale”: i magistrati tendono a differenziare e moltiplicare le ipotesi di reato a carico degli imputati, mirando al cumulo delle pene. Ovvero: su dieci accuse, ne resteranno in piedi quattro o cinque, ma si arriverà comunque a qualche sanzione, quale essa sia.
Altro abominio giuridico al quale sempre più spesso magistrati e questure ricorrono per soffocare le attività dei NOTAV è il cosiddetto “foglio di via”, una spada di Damocle che pende su chiunque si faccia trovare nei dintorni del cantiere.

Il foglio è lo strumento utilizzato per allontanare fisicamente le persone dal territorio della Val di Susa, per un tempo che varia dai tre ai cinque anni. Poco importa se in quel territorio i valsusini ci lavorino, ci vivano o ci abbiano messo stabilmente radici da anni. I criteri con cui vengono comminati i fogli sono totalmente arbitrari e discrezionali, e non di rado capita che i padri di famiglia, i lavoratori, i residenti della valle, si trovino a dover abbandonare la propria terra e la propria famiglia. Violare le imposizioni del foglio di via, significa incorrere in una multa pecuniaria di migliaia di euro se non in un arresto e conseguente incriminazione. Fare ricorso al TAR contro questo strumento d’intimidazione costa quanto la multa stessa se non di più.

Al momento, le vittime di questo poderoso giro di vite giuridico sono nell’ordine di un centinaio. Quasi tutti sono ancora coinvolti in processi di primo grado, dall’esito apparentemente già sancito.

Ma non finisce qui il novero delle intimidazioni.

Mario Cavargna, presidente dell’associazione ambientalista “Pro Natura Piemonte” e Fabio Dovana, presidente regionale di Legambiente, hanno ricevuto dalla procura di Torino un avviso di garanzia per il reato di procurato allarme. Il 22 maggio scorso avevano presentato un esposto nel quale denunciavano il pericolo di una frana incombente sul cantiere della TAV, che avrebbe messo a rischio l’incolumità dei lavoratori del cantiere, ma soprattutto quella dei cittadini dei comuni adiacenti. La rete che circonda i lavori - spacciata per rete paramassi, ma in realtà montata a protezione dagli assalti dei NoTav - secondo i due indagati non sarebbe idonea a fermare nemmeno una piccola frana. Secondo i PM l’esposto ambientalista diventa procurato allarme, a dimostrare ancora una volta che protestare può diventare un pericoloso boomerang.

Non si contano, infine, sull’altro fronte, i procedimenti archiviati a carico delle forze dell’ordine per lesioni e reati legati all’uso eccessivo della forza. Archiviazioni assai veloci e tempestive, va sottolineato. L’ultima archiviazione in ordine di tempo risale a due giorni fa, e riguarda un numero imprecisato di pubblici ufficiali particolarmente violenti che avrebbero bastonato due anarchici di Modena. A disporre l’archiviazione è stata la stessa GIP, Federica Bompieri, che il 26 gennaio 2012 convalidò 40 misure cautelari a carico di altrettanti militanti NoTav per gli scontri del 23 giugno e del 3 luglio dello stesso anno.

La popolazione valsusina è stretta in una tenaglia micidiale. Da un lato le forze dell’ordine, solerti e obbedienti nel difendere con la violenza l’integrità di questa mostruosa quanto inutile opera “pubblica”; dall’altro l’inarrestabile potere della magistratura, disposta a qualsiasi espediente pur di tutelare gli interessi in campo in quel pezzo di terra diventato simbolo di lotte politiche, laboratorio per metodi repressivi, terreno conteso tra chi legittimamente lo rivendica e chi, ben nascosto dal paravento della legalità, lo saccheggia impunemente.

Per comprendere lo stato d’animo attuale dei valligiani di fronte alla preponderante forza di magistratura e forza pubblica, basta guardarli negli occhi, sentirne la tentazione di resa, percepire la commozione che incrina le loro parole. Basta osservare i luoghi in cui lavorano, le cascine, gli agriturismi, i campi coltivati, i maneggi, le attività commerciali. Su tutta la valle rimbomba l’eco continua dei lavori nel cantiere, che procedono giorno e notte nascosti da una collina. Un basso continuo, un sottofondo inarrestabile di ruspe che scavano, sventrano, distruggono. Sul viadotto che già da anni sfregia la valle è un continuo viavai di camionette della polizia che si scambiano di turno.

La giovane madre di un bambino di dieci anni, proprietaria di un agriturismo, comincia a chiedersi quanto possa valere la pena accettare di essere cacciati dalla valle per difenderla fino alla fine, se il rischio è quello di perdere tutto, persino la libertà di vivere a casa propria: “cosa si può fare per rispondere alla violenza e alla prepotenza delle istituzioni?” si chiede, poi aggiunge “…noi resistiamo. E resisteremo”.

Nonostante tutto, i cinque presidii intorno al cantiere andranno avanti a oltranza. È appena cominciato il campeggio NoTav di Venaus, nell’ambito del quale è previsto un fitto calendario di eventi, iniziative e manifestazioni. Sarà una grande festa che durerà tutta l’estate e coinvolgerà tutti i comuni della Valle.

Nonostante tutto i NO TAV resistono. Ancora.

Adriano Chiarelli da contropiano

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