2 giugno 2013

«Non lasceremo sola la famiglia di Stefano Cucchi»

Mercoledì la sentenza di primo grado per l'omicidio del trentunenne romano. Altre madri e sorelle si mobilitano. Prime adesioni. Scrive anche Ilaria

Il 15 ottobre dell'anno 2009, a Roma, un ragazzo che faceva il geometra con suo padre ed amava e praticava il pugilato, veniva consegnato alla Giustizia per aver violato la legge sugli stupefacenti. Quel ragazzo pagava il suo errore con la vita dopo 6 giorni di atroci sofferenze.

Quel ragazzo si chiamava Stefano Cucchi.

Dopo oltre tre anni e mezzo di processi, nei quali lo Stato ha processato la sua famiglia e, soprattutto lui stesso, il prossimo 5 giugno, nell'aula del carcere di Rebibbia, sarà pronunciata la sentenza.

La Giustizia sarà in grado di essere severa e senza sconti anche con se stessa?

Non lasciamo Rita, Giovanni ed Ilaria Cucchi da soli.

Non lasciamo dimenticato Stefano Cucchi.

In nome di Dio, della nostra Costituzione, della Giustizia, quella vera, della dignità umana , non lasciamo da solo Stefano Cucchi.

Troviamoci tutti lì quel giorno ed in quel momento, per far capire a tutti che Stefano merita e meritava rispetto.

Che la sua famiglia merita rispetto.

Che ogni cittadino Italiano e straniero merita rispetto.

Senza distinzione di sesso, razza o religione.

Ci vediamo tutti a Rebibbia il 5!

Tutti insieme con Stefano Cucchi

Lucia Uva, Patrizia Moretti, Domenica Ferrulli

Tra le prime adesioni pervenute quelle di Elena Giuliani, la sorella di Carlo, dell'Associazione Senza Paura di Genova, dell'Osservatorio sulla Repressione, di Rifondazione comunista di Roma, del quotidiano Liberazione che fu il primo a occuparsi della storia, di Mario Pontillo, responsabile nazionale carceri del Prc.

Da parte sua, Ilaria Cucchi, la sorella di Stefano, ha scritto che: «Stefano Cucchi, mio fratello, è morto tre anni e sette mesi fa.

Era un detenuto in attesa di giudizio.

Doveva essere processato di lì ad un mese. E invece è morto, dopo sei giorni, in condizioni terribili tra dolori atroci. E solo come un cane.

Sei giorni di calvario, che qualcuno ha definito una via crucis.

Stava bene mio fratello e si allenava in palestra fino ad un'ora prima del suo arresto, inseguendo il suo sogno di entrare nei pesi minimi della boxe.

Sei giorni dopo era un corpo martoriato, che non mi apparteneva più, quando l'ho visto dietro quella fredda teca di vetro nell'obitorio a piazzale del Verano.

Tre anni e sette mesi di battaglia, lunghissima e dolorosissima.

Noi con il nostro avvocato, contro tutto e tutti. A sfidare i poteri forti.

E a chiedere conto, sapendo di essere nel giusto, per quella morte assurda.

Solo nella speranza di ottenere giustizia per quello che è stato chiaro ai nostri occhi nel momento stesso in cui abbiamo rivisto Stefano.

E che è chiaro a tutti coloro che hanno avuto il coraggio di guardare le foto che mostrano come è stato ridotto un essere umano.

Il 5 giugno, nell'aula bunker di Rebibbia a Roma, sarà pronunciata la sentenza. L'udienza inizierà alle 9.30.

Io voglio credere nella giustizia.

Io voglio credere che non ci saranno sconti per nessuno.



Ecco, intanto, un fumetto realizzato da Lucio Villani per la rivista Mamma dove si fa memoria delle vittime da non dimenticare e dei carnefici impuniti salvati dalle prescrizioni. Un pro-memoria a fumetti da non perdere.

per adesioni: ebbada@yahoo.it




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