12 maggio 2013

Una settimana di ordinario razzismo

Da quando Cécile Kyenge si è insediata al Ministero dell’immigrazione, gli insulti le sono piovuti addosso, anzi l’hanno investita come una valanga.

Ha cominciato Borghezio (le cui dichiarazioni, per principio, mi rifiuto di citare in dettaglio e di commentare). Poi, un mentecatto, consigliere comunale della Lega da qualche parte, su Twitter l’ha definita una “scimmia” (è stato avviato un procedimento per razzismo contro questa gente, in base alla legge Mancino, e se sì perché la stampa non ne parla?). Il brillante Salvini, proconsole di Maroni a Milano, ha rincarato la dose, dicendo che la nomina di Kyenge era un insulto alla Padania, e ha toccato il vertice del razzismo surreale e forcaiolo quando ha accusato Kyenge di essere mandante morale dell’evidente gesto di follia commesso da un ghanese a Milano. E non parliamo di Forza Nuova, ecc. Su tutto questo osservo semplicemente che la magistratura non appare così solerte nel perseguire le manifestazioni plateali di razzismo. Come lo è invece in tanti altri casi, infinitamente meno gravi dal punto di vista sociale e culturale.

Detto questo, in un certo senso il razzismo surreale, demente, estremo si confuta da sé. Finché rimane circoscritto ai leghisti o agli ambienti dell’estremismo nero costringe il moderatismo a prendere le distanze, come è avvenuto con Letta, Alfano e l’incredibile Maroni (che somiglia sempre di più alla parodia che ne fa Crozza). Semmai, il problema è che, una volta fatto il suo compitino “antirazzista”, il moderatismo – che oggi è rappresentato dal 95% del sistema politico-parlamentare, grillismo in prima fila e dal 98% di quello mediale – si sente libero di praticare un razzismo più subdolo, ragionevole e di "buon senso", che, secondo me, costituisce il vero problema dell’Italia quando si chiama in causa qualsiasi aspetto che riguardi i migranti. Un problema che fa dell’Italia, nel mondo sviluppato o ex sviluppato, il paese più chiuso, ottuso e oppressivo nei confronti degli stranieri. E anche ridicolo: non sarà che nella demenziale gestione del caso dei marò ha pesato l’idea che l’India sia un paese “del terzo mondo” e non la potenza economica e politica che è?

Un esempio veramente brillante di questo atteggiamento è un’intervista a Kyenge di Lucia Annunziata, considerata giornalista “democratica” perché giudica i berlusconiani impresentabili – la stessa Annunziata che tanti anni fa dirigeva il TG3 e, quando un inviato raccontò le condizioni bestiali in cui erano tenuti i migranti sul molo di Bari, gli disse: “Avanti, basta con questo buonismo!”. Ed eccola con Kyenge (Tg3, 5 maggio 2013; tra l’altro, questi giornalisti sono più inamovibili dei politici).

Prima domanda: “la cosa più intrigante della sua biografia è che lei ha 38 fratelli”. La cosa più intrigante? Non il fatto che è venuta qui, si è laureata, ha preso una specializzazione, ha fatto politica e ora è ministro. Perbacco, che abbia 38 fratelli è più intrigante (evocando subito circoli di nativi che suonano il tamburo, bambini stracciati che inseguono il turista camminando a piedi nudi nella polvere, un vecchio con la barba bianca sotto un baobab, magari con una tunica a coprire le sue nudità “africane”). Come se uno chiedesse ad Annunziata: “lo sa che il suo accento è la cosa più intrigante del suo lavoro di giornalista”. Non ci permetteremmo mai, è evidente. Ma andiamo avanti. Ed ecco la seconda stupefacente domanda di Annunziata: “Lei dalla sua Africa si porta dietro una quota di non so, poligamia, animismo. Sa che questo, diciamo, potrà esserle imputato prima o poi?”. Come se Kyenge dicesse ad Annunziata: “Lei dalla sua Europa si porta dietro una quota, non so, di fascismo, nazismo, intolleranza ecc. Sa che questo, diciamo, potrà esserle imputato prima o poi?.” Imputato? Kyenge non parlerebbe mai così, e non solo perché sarebbe accusata subito, da tutti, di “politicamente scorretto”. No, non lo farebbe, perché è gentile, mite e, oltre a parlare un italiano perfetto, sa districarsi bene nelle trappole di questa insopportabile spocchia giornalistica bianca. Padre, perdona questi anchormen, se ci riesci, perché non sanno quello che dicono.

Ora, quali saranno mai le colpe di Kyenge per essersi attirata non solo odio, ma questa diffidenza, questo senso di superiorità coloniale che cola da tutte le parti? La prima, evidentemente, è la pigmentazione della pelle e la nascita in Congo, che, a seconda dei casi, ne fa una “scimmia” o una simpatica “nativa”. Ma la seconda e più importante – almeno per il razzismo politically correct, quello più pericoloso – è avere attirato l’attenzione sull’illegalità dei Cie e soprattutto sulla proposta di conferire la cittadinanza ai figli degli immigrati.

Qualcosa di imperdonabile, perché rilanciava una proposta discussa da anni e soprattutto dava corpo, facendo intravedere una soluzione legislativa, a uno di quei messaggi intrisi di retorica, ma dallo scarso effetto pratico, in cui Napolitano si è specializzato da anni.

Ed ecco allora mobilitarsi l’atroce buon senso del moderatismo o dell’estremismo di centro, che secondo me si incarna oggi, nonostante le chiacchiere sul reddito garantito e su altre proposte “sociali”, più in Grillo e nei suoi seguaci docili (e non) che in altri partiti, perfino di governo. Ha cominciato a dare fiato alle trombe G.A. Stella, che sul “Corriere” ha attaccato Kyenge per l’intempestività e la fretta della sua proposta (“Le inutili forzature”, 7 maggio 2013). Inutili forzature? Sono più di vent’anni che in Italia si parla di ius soli (quasi sempre a sproposito) e io giurerei che, senza la “loquacità” di Kyenge, come si esprime finemente Stella, la questione sarebbe rimasta sepolta ancora per decenni sotto montagne di chiacchiere inconcludenti. Stella cita uno studio che gli deve essere venuto sottomano più o meno casualmente (G. Bertocchi e C. Strozzi, L’evoluzione delle leggi sulla cittadinanza: una prospettiva globale, reperibile in rete) a riprova delle sue affermazioni; ma questo studio si limita a notare come in Europa l’aumento dei migranti tra gli anni Novanta ad oggi abbia indotto i governi a misure restrittive (ciò che, per esempio, non è avvenuto negli Stati Uniti, o nel resto delle Americhe, dove chiunque sia nato nel territorio americano acquista automaticamente la cittadinanza). Uno studio corretto e sobrio, tipico degli economisti, e nulla più.

Ma Stella, che pensa di conoscere la questione a fondo, ne tira fuori un’altra fantastica. Per confutare lo ius soli scomoda il legame medievale che fissa un contadino a un feudo. In altri termini, la cittadinanza automatica per lo straniero che nasce in un paese diverso da quello dei genitori sarebbe servaggio della gleba? Stella dovrebbe andarlo a dire in qualche convegno sull’argomento (magari negli Usa, dove, come è noto, milioni di migranti arrivano, abbandonando povertà e dittature per divenire servi della gleba) Penso che sentiremmo le risate fin qui…

Era inevitabile, poi, che sul carro dei moderati attendisti saltasse Grillo, il super esagitato difensore di ogni forca e manetta, il quale non si capisce se è “fassista” (Bersani) o fascista (come un pò tardivamente lo ha definito Vendola, dopo averlo corteggiato senza risultato). O forse Grillo è mosso da opportunismo e voracità di potere privi di qualsiasi idea, come io credo. Fiutando il vento, Grillo prende qualsiasi argomento da trasformare in slogan, di centro, di destra e di sinistra, di oggi, ieri e dopodomani, lo getta addosso ai suoi ingenui followers, incassa il loro consenso e poi tira fuori dal cappello il solito referendum. Ma quale referendum? Magari sul suo blog o glob o blob gestito dalla Casaleggio & Associati? Oppure uno di quei referendum che non cambiano mai nulla, perché tanto prima o poi il parlamento ne affossa i risultati? E se prima o poi un referendum alla moda svizzera si pronunciasse per espellere, che so, 100.000 immigrati all’anno? Grillo, ovviamente, sarebbe d’accordo, viste le enormità che ha scritto tempo fa sui “sacri confini della patria” minacciati da migranti e Rom. E tutti quei ragazzotti, militanti, consiglieri e parlamentari del M5S che si credono tanto alternativi perché vogliono le piste ciclabili e il Wi Fi per tutti – che diranno? Continueranno a biascicare slogan giovanilisti e a farsi manipolare dall’incredibile duo Casaleggio-Grillo? Secondo me, sì.

Se si esamina la questione, si scopre facilmente che l’ostilità alla cittadinanza dei figli degli immigrati è motivata sia dalla la xenofobia tipica del nostre ceto politico dal 1861 in poi – di cui la Lega costituisce la voce più sbracata ma sincera – sia dalla mera incompetenza, sia dalla difesa del limbo illegale in cui conviene tenete i migranti per spremerli un po’ di più e ricattarli con l’espulsione, sia, infine, da semplici e rocciosi pregiudizi tipici del nostro provincialismo. Ne ho dato qualche esempio.

La proposta di Kyenge non solo è appoggiata, secondo i sondaggi e con grande smacco di Stella-Grillo-Casaleggio e altri fustigatori dei costumi altrui, dall’80 per cento dei nostri concittadini, ma è talmente di buon senso, quello vero, che ci stupiamo davanti all’ostilità che l’accoglie. Ma forse non dovremmo stupirci, davanti alla brillantezza intellettuale e all’acuto senso morale di gran parte del giornalismo italiano, che corrisponde perfettamente alla cultura colonialista che l’Italia si trascina con sé da sempre.

Alessandro Dal Lago

Nessun commento:

Notizie Correlate