9 maggio 2013

Polizia o patologia?

«Al mio popolo gli ho tolto la pace» – scrisse Don Milani - «ho affrontato le situazioni con la durezza che si addice al maestro, ma mi sono attirato contro l’odio dei potenti». Il governo Letta, invece, che pure si dice nato per pacificare, l’odio l’ha scatenato sui ceti subalterni e in cambio del consenso dei più forti ha seminato subito la guerra: da Milano a Napoli un’inquietante sequela di violenze: cariche, manganellate, ferimenti e fermi.

Sintomi di una impotenza che si spiega anche senza Marx. «Finché esisterà proprietà privata», spiegò Thomas More, «non ci sarà nessuna speranza di trovare cure appropriate. Cercando di curare una parte del corpo politico, inevitabilmente scateni malanni nell’altra, perché ciò che funziona da medicina per una persona, può essere veleno per un’altra; non si può in alcuno modo dare qualcosa a qualcuno senza sottrarla a un altro».

Questo governo di pace, mette mano alla violenza perché soffre di una insanabile contraddizione; si proclama democratico ma è costretto a cercare l’impossibile equilibrio fascista: quello corporativo. «E’ una pia illusione, non vi riuscirà», direbbe Don Milani, che Letta ama citare, «e se vi riuscisse, sareste creature disumane e nessuno vi vorrebbe». La verità è che l’utopia pericolosa non è quella di Campanella o More. L’utopia perniciosa va cercata nel sedicente «realismo politico», che in nome nella ragion di Stato sogna di cancellare il conflitto tra le classi sociali, mettendo d’accordo gli interessi dei ceti dirigenti. Il fascismo, in realtà, l’ha dimostrato: chi impedisce il contrasto aperto tra bisogni collettivi, fa degli avversari, nemici inconciliabili e più che «incontri» genera ferocissimi scontri.

I fatti di Milano e Napoli sono stati, in questo senso, campanello d’allarme e prova del nove. Napoli soprattutto aveva ieri in sé tutti gli elementi che trasformano una notizia in monito e disegnano il quadro d’un governo nato male, di un’avventura che s’annuncia tragedia: un ministro «invisibile» che, giunto in città, si blinda in Prefettura, un fascio-camorrista indagato e condannato più volte che scatena impunemente squadristi contro operai disoccupati e studenti, la polizia che prima lo ignora e poi lo spalleggi, caricando con estrema violenza un corteo pacifico, fermo e del tutto inoffensivo. Laura Boldrini così attenta alla rivalutazione del fascismo e alla condizione femminile, provi a procurarsi i filmati: scoprirà un clima da “Anni Venti” e vedrà quante botte si sono rivolte non a caso a donne adolescenti, che tenevano stretto come la speranza un innocuo striscione. Vedrà un giornalista malmenato perché filmava imprese cilene e un vicequestore esagitato che s’è già distinto il Primo Maggio, in un quartiere stretto d’assedio con un disprezzo inaccettabile e provocatorio. Chi tutto questo l’ha visto non può fare a meno di domandarsi come si fa ad affidare l’ordine pubblico a un funzionario che sta in piazza come fosse alla guerra.

Torni in città quando vuole la ministra Carrozza, senza scorta e senza comunicati stampa; ci venga come fosse una cronista, interroghi i commercianti e chi abita nelle strade sconvolte dalle cariche. Scoprirà che, mentre era a San Pietro a Maiella, orgoglio d’una città che il malgoverno non riesce a piegare, cariche brutali, premeditate e ingiustificate sconvolgevano l’abituale tranquillità di vie laboriose e civili. I testimoni le diranno, indignati e concordi, che il «capo degli agenti», l’uomo che gestiva i poliziotti, «gli ha comandato di legarsi i caschi perché immediatamente avrebbero caricato i ragazzi anche se non avessero fatto gesti violenti». Si rivolga alle autorità di Pubblica Sicurezza e scoprirà che la giornata di violenza che ha vissuto a Napoli non è figlia del caso o di una inesistente violenza dei giovani manifestanti; se ancora non l’ha capito, vedrà così che il suo vero problema non sono stati gli studenti contestatori, ma i colleghi di governo. Venga e non ci metterà molto a scoprirlo: Maurizio Fiorillo, vice questore e protagonista degli incidenti, è un reduce di Genova 2001, di una delle pagine più buie della storia della polizia e della repubblica. In quel tragico luglio del 2001 era a Piazza Alimondi e vide morire Giuliani. Ai Magistrati si limitò poi a raccontare che la morte del giovane l’aveva vista «da lontano». Più chiari e rivelatori i ricordi di ciò che accadde subito dopo la morte. Giuliani «indossava un passamontagna nero che copriva il volto. E’ stato tolto da noi quando sono venuti i medici rianimatori », dichiarò agli inquirenti il Fiorillo, «Abbiamo notato immediatamente che aveva un buco in fronte o qualcosa del genere; al momento sulla fronte non c’era molto sangue e, quindi, poteva sembrare opera anche di una pietra. Infatti, ricordo che a terra c’erano delle pietre […] ma non ricordo se una di esse fosse insanguinata».

La «cosa del genere» era il foro d’un proiettile sparato da un carabiniere e i sassi non c’entravano nulla. Ma questo conta poco. Mette i brividi scoprire che molti anni dopo Genova, nel cuore di una crisi economica, che tende a sfociare sempre più chiaramente in crisi sociale e istituzionale, gli uomini di Genova tornino alla ribalta e con loro, al centro della scena, schierata in piazza contro i nostri ragazzi che lottano per rivendicare diritti negati, riappare una polizia cilena, il vero collante che unisce e rende inaccettabile maggioranza forze politiche ormai prive di credibilità: la crescente e patologica insofferenza per le regole della democrazia.


Giuseppe Aragno da liberazione.it

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