3 maggio 2013

La Cassazione ferma le ruspe nei campi rom

Lo stato di crisi nella gestione delle minoranze etniche era iniziato 5 anni fa col governo Berlusconi e aveva dato il via a sgomberi e distruzione di case, contestati da Amnesty

Basta con le ruspe sui campi rom. Mai più deportazioni. L’emergenza nomadi non esiste più. Neanche a Roma dove le scelte operate dal Comune hanno innescato spesso contestazioni e rilievi anche da parte dell'Unione Europea. Lo stop all’emergenza è stato decretato dalla Cassazione, che ha respinto il ricorso del governo. Fine dunque del piano nomadi della giunta Alemanno, la stessa che nel novembre 2012, dopo una favorevole pronuncia del Tar Lazio, aveva decretato la cancellazione del campo di Tor de' Cenci(sito autorizzato dalla precedente amministrazione capitolina) ordinando che gli abitanti venissero trasferiti e facendone radere al suolo le abitazioni.

DAL 2011 SGOMBERI ILLEGITTIMI - La sentenza della Suprema Corte rigetta dunque il ricorso presentato il 15 febbraio 2012 dal Governo italiano, con il quale si richiedeva di cassare la sentenza del Consiglio di Stato che nel novembre 2011 aveva dichiarato l’illegittimità dell’«emergenza nomadi» sul territorio italiano. Decine i provvedimenti di sgombero eseguiti da allora negli insediamenti rom non autorizzati.

Tutto era iniziato nel maggio di cinque anni fa, quando l’allora premier Silvio Berlusconi aveva dichiarato lo «stato di emergenza in relazione agli insediamenti di comunità nomadi», nominando i prefetti di Roma, Napoli, Milano commissari delegati «per la realizzazione di tutti gli interventi necessari al superamento dello stato di emergenza» nelle regioni di Lazio, Campania, e Lombardia.

PROROGHE E POLEMICHE - Lo stato di emergenza, di durata annuale, sarebbe dovuto terminare il 31 maggio 2009 ma, contrariamente a quanto previsto, con un nuovo decreto del presidente del Consiglio dei ministri veniva prorogato al 31 dicembre 2010, estendendolo a sua volta alle regioni del Piemonte e del Veneto. Trascorsi più di due anni dalla sua dichiarazione, un ulteriore Decreto prorogava la durata al 31 dicembre 2011 nelle cinque regioni interessate. Una situazione che aveva portato Amnesty International ad attaccare il governo con un pesante dossier sugli sgomberi forzati e la segregazione dei rom in Italia.

LA SCHEDATURA ANTI-PRIVACY - A Roma peraltro l’allora prefetto Carlo Mosca si era fermamente opposto a una delle misure proposte dal ministero dell’Interno, la schedatura dei nomadi con la rilevazione delle impronte digitali. La scheda proposta per l’identificazione dei nomadi invadeva poi anche altri campi della privacy, schedando anche l’eventuale fede religiosa. Mentre a Napoli questo sistema di rilevazioni entrava in funzione a Roma invece si era creato un lungo braccio di ferro tra il prefetto e il ministero, retto dal leghista Maroni, alla conclusione del quale si era verificato un avvicendamento in prefettura con la nomina di Mosca a consigliere di Stato e la sostituzione con l’attuale prefetto Giuseppe Pecoraro. Intanto però fioccavano i ricorsi contro il decreto governativo.

RICORSO DI UNA FAMIGLIA - Sono stati infine l’European Roma Rights Centre e una famiglia rom ad ottenere nel 2011 dal Consiglio di Stato la sentenza 6050 dell’11 novembre che ha stabilito «l’illegittimità del decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri del 21 maggio 2008». Contro di essa il 15 febbraio 2012 il Governo Italiano presentava ricorso presso la Corte Suprema di Cassazione. E ora la Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, chiudendo ogni possibilità di ulteriori appelli.

LE REAZIONI ALLA SENTENZA - Immediate le reazioni che plaudono alla sentenza, come l’Associazione 21 luglio, per la quale «la chiusura della stagione emergenziale, sancita definitivamente dalla Corte di Cassazione, chiude una delle pagine più buie dei diritti umani delle comunità rom e sinte in Italia. Il periodo dell’emergenza aveva scandito la nascita di diversi Piani Nomadi, attraverso i quali, in alcune città italiane, politiche discriminatorie e segregative avevano causato sistematiche violazione dei diritti delle comunità rom e sinte. Dietro la giustificazione di un presunto “stato di emergenza”, le autorità delle città interessate, in deroga alle normative vigenti, hanno promosso politiche segnate da schedature etniche, costruzione di mega campi monoetnici e azioni di sgombero forzato».



Paolo Brogi da Corriere.it

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