2 marzo 2013

Omicidio Aldrovandi: in carcere tutti e quattro i poliziotti colpevoli

Negati i domiciliari e le attenuanti ai colpevoli dell'omicidio colposo di Federico Aldrovandi.

«Pure a fronte della condanna, non è dato ancor oggi di registrare, a otto anni dal fatto, atti concreti indicativi di effettiva comprensione della vicenda delittuosa e presa di distanza dalla stessa: né una qualche manifestazione di resipiscenza; né un gesto anche solo simbolico a testimoniarla nei confronti della vittima e dei suoi familiari». Nemmeno una lettera, tantomeno un gesto di riparazione sociale. Ed è per questo che tutti i colpevoli dell'omicidio Aldrovandi si sono visti rifiutare l'affidamento ai servizi sociali o i domiciliari e scontano lo scampolo di pena, 6 mesi su 3 anni e mezzo, tra gli applausi dei loro colleghi e lo sdegno dei cittadini che hanno visto condanne a dieci anni per una vetrina rotta e 180 giorni per una vita stroncata.

Anche l'ultimo dei quattro agenti ieri è stato tradotto in carcere dopo l'uscita dell'ordinanza del Tribunale di Sorveglianza di Bologna che ricalca quella di un mese prima, il 29 gennaio, che aveva stabilito la stessa cosa per i colleghi. Luca Pollastri, 40 anni quando fu protagonista del violentissimo controllo di polizia che rubò la vita a Federico Aldrovandi che non aveva nemmeno la metà dei suoi anni, s'era visto rimandare la decisione per un difetto di notifica. E' lui il poliziotto registrato mentre spiega alla Centrale che, dovettero «bastonarlo di brutto per mezz'ora». Il Tribunale non ha creduto alla dichiarazione letta da Pontani pochi giorni fa mentre i colleghi del Sap, sigla sindacale da sempre aggressiva nei confronti della famiglia della vittima, lo aspettavano fuori per applaudirlo. In quella dichiarazione, secondo i giudici, il dolore per quella morte ha lasciato subito spazio alla difesa del proprio operato.

Vale la pena leggere insieme questo passo delle motivazioni: «Atteggiamento che evidentemente impedito al predetto, di fatto, in tanti anni trascorsi, fino ad ora, di mettere in atto anche semplici gesti, per manifestare, come avrebbe altrimenti ben potuto, senza clamore e senza risalto mediatico, la propria consapevolezza della vicenda penale e umana, nei riguardi dei familiari della vittima e eventualmente ricercare mediatori anche non qualificati per una mediazione penale».

L'ordinanza del tribunale, presieduto da Francesco Maisto, nelle quattro motivazioni ha richiamato le sentenze tutte concordi nel sottolineare la violenza esercitata dai quattro agenti delle volanti accorsi in via Ippodromo all'alba del 25 settembre del 2005: lo hanno percosso «anche quando il ragazzo ormai era a terra e nonostante le sue invocazioni di aiuto, fino a sovrastarlo letteralmente di botte (e anche a calci) e con il peso del corpo... fino a provocarne in definitiva la morte». I quattro sono venuti meno al dovere di «interrogarsi sull'azione dei colleghi, se del caso agendo per regolarla, moderandola». Hanno agito come un branco «anche se erano al corrente dei rischi per la salute derivanti dall'esercizio di una notevole, continuata e intensa forza».

Ecco perchè nemmeno sono state concesse loro le attenuanti: i loro difensori hanno ricordato che erano incensurati ma per il giudice è «una condizione doverosa» per chi fa un mestiere del genere. Non solo: «Pubblici ufficiali, privi di proedecenti disciplinari, sono infatti portatori di un ben diverso onere di lealtà e correttezza processuale, rispetto a un imputato comune, e avrebbero dovuto portare un contributo di verità, ad onta delle manipolazioni ordite dai superiori. Il non avere voluto squarciare il velo della cortina di manipolazioni delle fonti di prova, tessuta fin dalle prime ore ... getta una luce negativa sulla personalità degli appellanti». Con buona pace dell'«onorevole stato di servizio» vantato dalle difese. Ma i quattro anche al processo «hanno omesso di fornire un contributo di verità, da reputarsi doveroso da parte di pubblici ufficiali». Invece no, loro hanno coperto i superiori che li coprivano! «Alla gravità della colpa - scrive ancora il Tribunale - si associano gli aspetti negativi più propriamente processuali con l'assenza di concreti segni di pentimento e di consapevolezza degli errori commessi, tradottisi in palesi menzogne e ostacoli all'accertamento della verità». (continua a leggere su popoff)

Checchino Antonini


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