22 marzo 2013

In morte del capo della Polizia....per non dimenticare !

La morte del capo della polizia Antonio Manganelli e il cordoglio per una fine prematura. Nel diluvio di commenti, pubblichiamo due contributi, di Italo Di Sabato dell'Osservatorio sulla Repressione e di Lorenzo Guadagnucci giornalista e autore di "Noi della Diaz, utili a inquadrare meglio la figura del "servitore" e "uomo di Stato"

Rappresentazioni ossequiose rimbalzano sui media nel rendere “onore” al capo della Polizia, Antonio Manganelli, deceduto pochi giorni fa.

Di fronte a questa esaltazione che, in modo totalmente bipartisan, viene rivolta alla figura del capo della polizia, è opportuno ricordare che Manganelli, prima come vice di De Gennaro e poi come capo della Polizia, ha presieduto alle sue funzioni durante le vicende più oscure e vergognose che hanno visto coinvolte le forze dell’ordine italiane in questi anni.

A differenza di quanto scrivono la quasi totalità dei media, è necessario sottolineare che Manganelli non solo non ha mai rivolto delle scuse a nome della polizia a coloro che a Genova, ed in particolare alla Diaz e a Bolzaneto furono vittime delle violenze, soprusi e torture da parte delle forze dell’ordine, ma è anche colui che, secondo quanto emerso da un'intercettazione di una telefonata dell'ex questore di Genova Colucci, avrebbe detto, riferendosi al pm Enrico Zucca che conduceva le indagini sull'assalto alla scuola Diaz,: "..dobbiamo dargli una bella botta in testa a 'sto magistrato".

Cosi come non ha mai “destituito” dal corpo di polizia i quattro agenti condannati per l’omicidio di Federico Aldrovandi.

Ora al di là di chi sarà il successore, le scelte fatte da Manganelli, nel suo mandato da capo della polizia, sono un chiaro segno dei tempi, come quello di nominare Oscar Fioriolli – noto alle cronache per essere stato uno dei torturatori contro i militanti delle formazioni armate - a capo della Scuola di formazione per la Tutela dell’ordine pubblico istituita nel 2008, proprio con l'intento di formare agenti in grado di affrontare situazioni di conflittualità quali cortei e manifestazioni.

Diventa sempre più chiaro l’intento che per fronteggiare la crisi economica e il crescente disagio sociale, i nostri governanti e i media mainstream non perdono tempo e criminalizzano qualsiasi forma di conflitto sociale, temendo possibili saldature tra le varie soggettività colpite dalla crisi. E le forze dell’ordine rappresentano il braccio armato di uno Stato che fa della repressione del dissenso uno dei suoi punti di forza.

Manganelli ha avuto un ruolo primario nel processo di militarizzazione della polizia che è stata addestrata e a muoversi come negli “scenari di guerra”.

Non a caso sono stati quasi del tutto aboliti i concorsi di reclutamento nella polizia, riservando l’ingresso quasi esclusivamente ai militari che hanno fatto la ferma volontaria nelle guerre in Iraq, Balcani, Afghanistan, Bosnia. Le brutali cariche subite dagli abitanti della Val Susa, cosi come quelle degli studenti massacrati nelle piazze del 14 novembre 2012 ne sono una cocente testimonianza.

Questo è lo scenario che abbiamo di fronte. Ne dobbiamo essere consapevoli.

Italo Di Sabato - Osservatorio sulla Repressione
 
pubblicato anche su contropiano
 
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La morte prematura di una persona è un fatto triste che merita rispetto e Antonio Manganelli è un uomo che ha lottato e sofferto per la malattia: è giusto quindi manifestare ai familiari e agli amici solidarietà e dispiacere. D’altronde Antonio Manganelli era da molti anni un personaggio pubblico e oggi in questa chiave se ne parla: raccontandone la carriera e i passaggi più importanti del suo impegno pubblico. È giusto farlo senza tacere niente, per rispetto verso l’uomo di stato.

Non ho conosciuto personalmente Manganelli ma dopo Genova G8 mi sono indirettamente imbattuto in lui continuamente, poiché ha guidato la polizia di stato dal 2007, ed essendo stato uno dei vice di Gianni De Gennaro fin dal 2000. Le critiche mie e di molti altri che hanno vissuto il post Genova G8 nella società e nei tribunali non sono certo mancate.

Manganelli detiene una quota parte altissima di responsabilità per la pessima prova data dalla polizia di stato nel dopo G8. Pensiamo solo al processo Diaz. Si è chiuso in primo grado nel 2008, in appello nel 2010, in Cassazione nel 2012: tutti passaggi chiave affrontati dalla polizia di stato senza mai cambiare quell’atteggiamento protervo messo in atto fin dal 2001, quando fu chiaro che il G8 di Genova sarebbe passato alla storia come una pagina nerissima nella storia della polizia italiana.

La polizia di De Gennaro e Manganelli è la polizia che rifiuta ogni autocritica, che ostacola il lavoro dei magistrati, che tiene in servizio gli imputati e i condannati, arrivando a promuovere quelli di grado più alto; è la polizia che non prende alcun provvedimento disciplinare per i picchiatori sfuggiti ai processi (perché non riconoscibili) né per i condannati e i prescritti giudicati colpevoli di gravi reati in tre gradi di giudizio. Antonio Manganelli è il capo della polizia che assiste indifferente alle manipolazioni tentate e in parte realizzate nell’ambito del processo Diaz (l’ex questore di Genova è stato anche condannato in primo grado per falsa testimonianza).

Da cittadino che ha subito un grave abuso da parte di uomini dello stato, posso dire di non avere mai percepito il capo della polizia (De Gennaro prima, Manganelli poi) come un funzionario deciso a mettersi dalla mia parte di cittadino privato ingiustamente di diritti fondamentali.

Si dice ora che Manganelli ha avuto il coraggio di chiedere scusa dopo la condanna definitiva nel processo Diaz. Certo il suo commento fu migliore di quello espresso dal suo predecessore De Gennaro, nel frattempo diventato sottosegretario, ma è bene precisare, come in molti facemmo all’epoca, che si trattò di scuse tardive e reticenti. L’esatta espressione fu:

«Ora, di fronte al giudicato penale, è chiaramente il momento delle scuse. Ai cittadini che hanno subito danni ed anche a quelli che, avendo fiducia nell’istituzione-polizia, l’hanno vista in difficoltà per qualche comportamento errato ed esigono sempre maggiore professionalità ed efficienza»

Fu un pronunciamento del tutto insufficiente. Manganelli non chiese scusa in modo esplicito e diretto: scelse un’espressione ambigua -“è il momento delle scuse"- e non la accompagnò né con le dovute spiegazioni e precisazioni né con provvedimenti concreti. Per che cosa in definitiva Manganelli chiedeva così sibillinamente scusa?

Chiedeva scusa perché la polizia inflisse un pestaggio brutale a 93 cittadini? Perché ne spedì tre in coma e altri 60 in ospedale? O perché tutti e 93 furono arrestati sulla base di prove costruite dalla stessa polizia? O perché il verbale d’arresto e la ricostruzione ufficiale consegnata ai magistrati e ai media erano totalmente falsi? O per gli ostacoli frapposti all’azione della magistratura? Forse per le bombe molotov sparite dal processo? O per il rifiuto di dare un nome e cognome ad agenti fotografati o filmati mentre commettevano abusi? O per il fatto che nessuno dei dirigenti coinvolti è mai stato sospeso e qualcuno ha invece migliorato la propria posizione? Si potrebbe continuare con le domande…

E resterebbe comunque il fatto che un messaggio di scuse così reticente, non può essere recapitato a undici anni di distanza dai fatti e solo perché la magistratura ha emesso finalmente – e nonostante la polizia di stato – una sentenza di condanna definitiva. I fatti storici, cioè che la perquisizione alla scuola Diaz fu in realtà un brutale pestaggio seguito da una serie incredibile di falsi, sono noti e accertati da almeno dieci anni, a prescindere dalle sentenze della magistratura. Se i pm non fossero riusciti a individuare responsabilità penali, forse non ci sarebbe stato da chiedere scusa?

Antonio Manganelli se ne è andato e molti lo stanno ricordando -giustamente- per la complessità della sua lunga carriera, ma credo che sia altrettanto giusto, da parte di chi lo ha incontrato in una fetta non secondaria del suo impegno (Genova G8 e tutto ciò che ne consegue), ricordare come abbiamo sempre fatto che lascia un’eredità -almeno su questo versante- gravata dal peso di errori non piccoli e destinati a pesare ancora a lungo sull’immagine e la credibilità della polizia di stato.

Lorenzo Guadagnucci da altraeconomia



1 commento:

Dario ha detto...

«Ora, di fronte al giudicato penale, è chiaramente il momento delle scuse. Ai cittadini che hanno subito danni ed anche a quelli che, avendo fiducia nell’istituzione-polizia, l’hanno vista in difficoltà per qualche comportamento errato ed esigono sempre maggiore professionalità ed efficienza»

Questa frase di Manganelli che riportano tutti i giornali dunque sarebbe inventata?

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