30 gennaio 2013

In carcere 3 dei poliziotti che uccisero Aldrovandi. Ma il Viminale non li licenzia

Si faranno sei mesi di carcere, perché «in sette anni mai hanno preso le distanze dalla vicenda delittuosa, mai un gesto anche solo simbolico nei confronti della vittima o della sua famiglia ». Per il quarto agente decisione tra qualche giorno. Ma il Ministero degli Interni non ha intenzione di licenziarli.
«Non riesce il tribunale a individuare qualsivoglia elemento di meritevolezza atto a sostenere la concessione e poi la corretta fruizione, ai fini rieducativi, dei benefici penitenziari»: quattro fitte pagine per respingere le istanze di affidamento in prova, di detenzione domiciliare o di semilibertà. Così il Tribunale di sorveglianza di Bologna ha stabilito che tre dei quattro agenti che infierirono con calci, pugni e manganelli su Federico Aldrovandi, un diciottenne solo, in stato di agitazione e disarmato, dovranno scontare sei mesi di carcere, gli altri tre anni sono indultati perché il delitto è stato commesso prima del 2006. Per il quarto la decisione è solo rinviata per un difetto di notifica. Ma è solo un cavillo che si scioglierà nei prossimi giorni. I quattro hanno operato in concorso tra loro e hanno sempre teso a rendere indistinguibili le condotte.

Sette mesi dopo la condanna definitiva, in Cassazione, si consuma l'ennesimo atto di una vicenda chiave, emersa anche grazie a una inchiesta di Liberazione, il prossimo sarà la decisione della commissione disciplinare sulla permanenza o sulla radiazione dei quattro dal corpo della polizia di stato.

L'ordinanza del tribunale, presieduto da Francesco Maisto, richiama le motivazioni delle sentenze tutte concordi nel sottolineare la violenza esercitata dai quattro agenti delle volanti accorsi in via Ippodromo all'alba del 25 settembre del 2005: lo hanno percosso «anche quando il ragazzo ormai era a terra e nonostante le sue invocazioni di aiuto, fino a sovrastarlo letteralmente di botte (e anche a calci) e con il peso del corpo... fino a provocarne in definitiva la morte». I quattro sono venuti meno al dovere di «interrogarsi sull'azione dei colleghi, se del caso agendo per regolarla, moderandola». Hanno agito come un branco «anche se erano al corrente dei rischi per la salute derivanti dall'esercizio di una notevole, continuata e intensa forza».

Ecco perchè nemmeno sono state concesse loro le attenuanti: i loro difensori hanno ricordato che erano incensurati ma per il giudice è «una condizione doverosa» per chi fa un mestiere del genere. Non solo: «Pubblici ufficiali, privi di proedecenti disciplinari, sono infatti portatori di un ben diverso onere di lealtà e correttezza processuale, rispetto a un imputato comune, e avrebbero dovuto portare un contributo di verità, ad onta delle manipolazioni ordite dai superiori. Il non avere voluto squarciare il velo della cortina di manipolazioni delle fonti di prova, tessuta fin dalle prime ore ... getta una luce negativa sulla personalità degli appellanti». Con buona pace dell'«onorevole stato di servizio» vantato dalle difese. Ma i quattro anche al processo «hanno omesso di fornire un contributo di verità, da reputarsi doveroso da parte di pubblici ufficiali». Invece no, loro hanno coperto i superiori che li coprivano! «Alla gravità della colpa - scrive ancora il Tribunale - si associano gli aspetti negativi più propriamente processuali con l'assenza di concreti segni di pentimento e di consapevolezza degli errori commessi, tradottisi in palesi menzogne e ostacoli all'accertamento della verità».

Inaffidabili, dunque, senza autocontrollo né capacità di gestire adeguatamente una situazione. Ecco perché, per i giudici «non è dato di individuare una positiva evoluzione della personalità dei soggetti» che non hanno nemmeno «provato a mostrare l'effettiva comprensione della vicenda delittuosa». E autocritica o gesti simbolici, in sintesi, nemmeno a parlarne.

Che il sipario non cali su questa vicenda, la parola sulla malapolizia dovrebbe prenderla la politica -la società civile lo ha fatto già - perché non succeda mai più che un diciottenne venga pestato da quattro energumeni e che questi vengano avvolti dalla pressoché totale solidarietà dei loro colleghi e delle sigle della galassia sindacale della polizia. "Non auguro la galera - dice il padre di Federico, Lino Aldrovandi, molto commosso dopo aver saputo la notizia - ma io continuo ad avere davanti agli occhi un ragazzo che ha chiesto aiuto ed è stato ucciso. Oggi respiro un po' - dice ancora Lino - e a proposito degli atteggiamenti di una parte della polizia voglio denunciare che purtroppo continuano, anche se non da parte di tutti, e anche questo va detto. (continua a leggere su popoff)
 
Checchino Antonini  

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