22 ottobre 2012

Tre anni fa moriva Stefano Cucchi

Giovanni e Rita Cucchi: «Se ci fosse una legge sulla tortura per dare una svolta ai processi contro gli abusi di polizia». Stasera un evento a Roma.

«Vogliamo, oltre che testimoniare i fatti ed esporre la situazione processuale, fare un grave atto di accusa contro tutte le resistenze che incontriamo nello svolgimento del processo penale, e andare ancora avanti per creare una rete di solidarietà con le persone più sfortunate a cui offrire aiuto, con il tuo aiuto, anche, e mediante idee, iniziative, progetti, lavori, incontri, commemorazioni, contributi di tutti. L'attuale legislazione italiana, infine, non prevede il reato di tortura. Questa occasione ci permette di lanciare un messaggio: mobilitiamoci per contribuire a sensibilizzare la gente per far sì che venga prevista. Se ci fosse stata forse i processi contro gli abusi di alcuni esponenti delle forze dell'ordine avrebbero già avuto una svolta. Questa è un'occasione per parlarne insieme».

Giovanni e Rita Cucchi da tre anni vivono l'incubo di chi ha visto la morte di un figlio trentunenne per la mistura velenosa composta da proibizionismo, emergenza sicurezza, malapolizia e malasanità. Verso mezzogiorno del 22 ottobre del 2009 i carabinieri bussarono a casa dei genitori di Stefano Cucchi per comunicare la morte di un ragazzo arrestato sanissimo sei giorni prima (poche ore prima s'era allenato in palestra) per il possesso di qualche grammo di hashish e trovato morto all'aba nel letto di un reparto penitenziario dell'ospedale Pertini dopo una notte in guardina dai carabinieri di una caserma di periferia, dopo un'udienza di convalida cui arrivò malmesso e con delle carte che dicevano che il geometra romano era un senza dimora albanese di sei anni più anziano, dopo un passaggio a Regina Coeli dove le sue condizioni erano così tremende da non essere neppure accettato ma spedito al Fatebenefratelli. Da lì di nuovo al carcere romano e infine al Pertini dove tentò di mettersi in contatto con l'esterno ma era ormai paralizzato, le vertebre fratturate in più punti e la funzionalità compromessa dell'organismo.

Perché sia morto e chi l'abbia ridotto in quelle condizioni è oggetto di un processo difficilissimo che vede imputati solo alcune delle guardie carcerarie con cui entrò in contatto e un gruppo di sanitari dell'ospedale. Da pochi giorni, Popoff ha rivelato le lacune della perizia su una delle vertebre e il conflitto di interessi che riguarderebbe uno dei consulenti del tribunale, a sua volta consigliere di amministrazione della società che assicura l'ospedale. (continua a leggere su popoff)

Checchino Antonini

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