18 settembre 2012

Tutti lo chiamano Pulce, ma lui non ha amici

Sono passate 62 ore dal suo ingresso nel carcere minorile Beccaria, e già le cronache parlano di lui, uno che le tappe della vita le ha sempre bruciate.

Quando l’ho conosciuto aveva 7 anni, lo trovai mentre armeggiava con un motorino che qualcuno aveva rubato e aveva lasciato dietro il nostro spazio sociale in attesa di venderlo, il rumore del pedalino che dava a vuoto mi aveva spinto a guardare sul retro di Spazio Baluardo per imbattermi in un bambino indiano moccioloso che rubava il suo primo cavallo.

Ricordo che mi disse «è tuo?», con i toni ingenui dei bambini che fanno una marachella e vogliono sembrare innocenti. Gli risposi che era sicuramente di qualcuno, ma che il vero padrone di quel motorino non era certo la persona che l’aveva nascosto li.

Quel breve dialogo mi fece tornare indietro di anni, quando anch’io “rubai il mio primo cavallo”.

Da ormai pochi mesi Pulce ha compiuto 14 anni, l’età giusta per essere considerato burocraticamente un delinquente, una persona pericolosa, l’età giusta per prenderti in flagrante e condurti al carcere minorile dove fartele pagare tutte.

Peccato che in quel carcere minorile il 60% dei detenuti siano coetanei di Pulce, ragazzi di Quarto Oggiaro reclusi per aver commesso i reati più vari, dallo spaccio al furto, passando per la rapina, “ragazzi fuori” destinati ad un percorso in discesa verso l’oblio.

Chi vive il nostro quartiere non si sottrarrà certo al giudizio, sono troppe le voci che girano e un carattere come quello di Pulce farebbe infuriare il Prete di quartiere più ostinato, chi in questi anni l’ha visto crescere tra un reato e l’altro riesce solo ad esprimere un giudizio fatto e finito: “per lui non c’è niente da fare”.

Non riesco a dare troppo torto ai miei concittadini, Quarto Oggiaro non è certo Pulce e le sue malefatte, però cerco di concentrarmi su qualcosa che si sta muovendo all’interno del tessuto Periferico dove vivo e Pulce, con la sua storia e il mito che viene creato attorno a lui, mi aiuta a comprendere.

Qualche giorno fa una notizia sul giornale sottolineava il problema della Sicurezza in città, due ragazzi di 15 anni fuggono ad un controllo della polizia locale e imboscano durante la fuga una pistola finta, scambiata per vera e che, nonostante le smentite della polizia locale, resta vera sui giornali per ridipingere Quarto Oggiaro come il Bronx.

Non leggo i giornali per comprendere quello che accade nel mio quartiere, vivo in prima persona il territorio come cittadino e come Custode Sociale, ruolo che un tempo veniva riconosciuto dallo Stato e che oggi sembra invece un romantico modo di sentirsi importante per il luogo dove vivi.

Mi accorgo che stanno mutando delle situazioni e che sono sfuggite di mano alla maggior parte delle persone che giudicano, tra le righe di un giornale o seduti al tavolo del bar, emergenze che sono strettamente collegate ai modelli di società con la quale tutti, e non solo Pulce, devono confrontarsi.

L’immensa tragedia sociale che ci sta coinvolgendo parte da un errato modo di comunicare le parole della Crisi – per il momento sono lo spread e i debiti pubblici – mentre delle vere parole d’ordine, delle persone, non parla più nessuno.

Non si analizzano le criticità di una società che ci vede sempre più poveri non solo economicamente, ma anche culturalmente, di un mondo fatto di persone che in questo momento sono alle prese con gravi problemi che riguardano le proprie famiglie e la crescita dei propri figli.

Bisogna educare, non indottrinare, né reprimere.

Mesi fa Pulce diventò famoso per la Bomba all’Arci Itaca della Vigilia di Natale, un atto vandalico e da vero irresponsabile che poteva trasformarsi in una tragedia, tragedia che però era stata annunciata proprio dallo stesso Pulce due settimane prima.

Era bastato non comprenderne l’animo ribelle e infantile, strafottente e criminale, per risolvere un suo comportamento arrogante con una chiamata alla Questura, subito pronta ad intervenire per ricordare a Pulce la fine che ha fatto suo fratello, di quello che gli spetta in carcere. Così si pensa di risolvere i problemi di una società.

Ricordo quella sera di dicembre, la faccia ingrifata di Pulce che controbatte il poliziotto, stringendo le lacrime di un bambino con cui fa la lotta ogni giorno, mentre qualcuno di noi tenta di parlare, farlo ragionare. Capirlo non è roba da tutti.

C’è chi risolve le cose con l’intervento delle forze dell’ordine e c’è chi osserva, spritz alla mano, il disagio delle periferie come se stesse guardando un reality. Due modi per riempirsi la bocca di giudizi e non avere il coraggio di trovare delle soluzioni.

Pulce quella sera fu allontanato dalle forze dell’ordine. Tornò dopo circa un’ora, quando gli spettatori del reality avevano già rimosso dalle loro coscienze quel ragazzo.

Venne a chiedere chi gli aveva mandato la madama, disse che voleva il nome di quell’infame e poi, davanti ai fondi di spritz tenuti in mano da persone mezze vuote o mezze piene, disse “l’unico di cui mi fido è Aaron”. Quella per me fu una conferma del tanto lavoro che avevo fatto in quegli anni, di quanto era vero che stare in mezzo a quei pezzenti della società mi aveva dotato della loro lingua, del loro odore, della loro pelle.

Pulce quella sera non ottenne il nome di chi aveva chiamato la polizia, l’omertà non era solo figlia dei palazzoni dove era cresciuto, era complice di un intero sistema di cose che non prevedeva la ricerca di una soluzione, ma lasciava al silenzio il compito di farci compagnia in attesa del verdetto.

Guardò tutti negli occhi, molti di voi avrebbero abbassato lo sguardo, ve l’assicuro, e disse : «ve la faccio saltare quella vetrina». Fece quello che giurò, questo lo sanno tutti, anche quelli che quella sera avevano ignorato le minacce di quel bambino.

Due settimane dopo lanciò una bomba dentro il circolo ARCI Itaca, ferendo in modo grave alcuni anziani, anche quell’Alpha, partigiano 83enne che all’età di Pulce stava in montagna a sparare ai Fascisti.

Per un mese ho girato il quartiere per dare a Pulce un sacco di calci nel culo, per quanto quella sera ero stato uno dei pochi dalla sua parte, quel suo gesto sconsiderato poteva costare molto e non tolleravo un comportamento di quel genere.

Pulce rimase nascosto tra le cantine e i suoi rifugi per diverso tempo, lo vidi solo mesi dopo in sella ad una moto cinque volte più grossa di lui. Anche questa suo sprezzante senso di immortalità, di uno che di fronte alla morte non si spaventa, lo fa diventare una sorta di Personaggio.

Tutti i ragazzini a Quarto amano e odiano Pulce, lo odiano perché è un bullo lo amano perché compie quelle spericolatezze che ti fanno entrare nella leggenda, come saltare da un balcone all’altro per sfuggire alla polizia, tu, ragazzino di 14 anni, che le tappe le hai bruciate come gran parte della tua vita.

Torno però su quanto di profondo ha mosso in questi momenti la mia attenzione sul quartiere e la sua situazione sociale che, se vogliamo ben vedere, non è diversa da quella dello Zen di Palermo o della Garbatella a Roma.

Mancano gli esempi positivi, le strutture che formano e crescono i giovani, ormai è lontano il modello nel quale sono riuscito io, più di 10 anni fa, a sfuggire alla malavita.

Ero un utente di un Centro Giovanile dove gli operatori erano giovani che lavoravano in equipe da anni sul territorio, conoscevano tutto di noi, capivano il nostro atteggiamento tribale e ci insegnavano a dotarci di parole e significati che nutrivano quella parte di noi, intima e profonda, che ci avrebbe portato un giorno a nostra volta ad essere degli Educatori o Custodi Sociali.

Quando chiuse il CG alcuni di noi presero la propria vita in mano, i più piccoli invece no, non avevano avuto tempo e in pochi anni li ho ritrovati cresciuti in fretta, all’angolo delle strade a vendere cocaina, a parlare come i grandi a vivere nel falso mito della delinquenza.

Pulce non era ancora nato, ma c’erano i presupposti per far si che al suo avvento il quartiere fosse il posto esatto dove dannarsi.

Oggi osservo i ragazzi, che noi chiamiamo tradizionalmente Randa, scegliere un posto come Baluardo per trovare quello che cercavo io allora, esempi e coinvolgimento, e ne siamo tutti contenti e fieri, perché è frutto di un lavoro duro.

Ecco che mi viene quindi da chiedere a questa Società: ” perché hai deciso di tagliare negli ambiti della cultura e del sociale invece che investirvi, sfruttando e ottimizzando le risorse che hai sul territorio invece di inventarti interventi dall’alto con poca lucidità e conoscenza dei contesti?

Perché le Istituzioni non vengono a chiedere a noi come si parla a questi ragazzi?

Perché oggi si crede che un Pulce punito sia un esempio per altri ragazzi?

In fin dei conti, entrato in carcere dopo poche ore era già capo rivolta, per quei pezzenti lui è un leader negativo da seguire, crediamo realmente che punirlo sia un modo per far evitare che qualcuno segua il suo esempio?

Pulce dice di essere “il nuovo Vallanzasca” e così facendo mi serve un asso d’oro per citare una frase di Renato Vallanzasca stesso, che più di qualsiasi filosofo, antropologo o politico mi ha aiutato a vedere con chiarezza la società in cui vivo (forse perché Vallanzasca è nato e ha vissuto i luoghi dove siamo nati e vissuti io e Pulce?):

«Come diceva Bertold Brecht? È un crimine più grande fondare una banca o rapinarla? Bene, io a quella domanda come tutti sanno ho dato una risposta. Ma guardandomi intorno oggi, sai cosa mi colpisce? Che quarant’anni fa, Milano era più cupa, più sporca. Ma ad avere paura era solo chi aveva il grano. Le porte delle case restavano aperte. Gli operai che tiravano la lima alla Marelli lasciavano i ragazzini alla vicina o in cortile. Oggi chi ha il grano paura non ne ha più. La paura è dei disgraziati. Paura di essere scippati, violentati, accoltellati. E sai cosa trovo ancora più incredibile? Che a dire «Al lupo, al lupo», però, sono rimasti sempre quelli che hanno il grano. Oggi uno che fa una rapina prende quindici anni. Chi manda sul lastrico qualche decina di migliaia di famiglie succhiandosi i loro risparmi, va bene se fa un mese ai domiciliari. Il senso della comunità è andato a farsi fottere. E se non c’è comunità, non c’è mito. Guardia o ladro che tu sia».

Manca proprio questo, la dimensione di Comunità e il culto di Miti positivi, leali e solidali.

Con questo articolo non è mia intenzione difendere Pulce il Criminale, ma rivendicare il fatto che gli sia stata negata una Infanzia degna di un Bambino e che il carcere gli porterà via sicuramente il diritto ad un’Adolescenza fatta di errori, ma anche di esempi buoni da cercare.

Lui, Pulce, il nostro Bandito Bambino, ha creato quel conflitto reale nel nostro immaginario che dovrebbe farci riflettere tutti, uomini e donne, leali e corretti, su quanto manca nella nostra dimensione sociale per poterci reputare dei Giudici.

Spero di poterlo incontrare in carcere, lui che di veri amici non ne ha, o che forse non ne ha ancora conosciuti.

Aaron Paradiso - Periferia Sociale

da MiM

1 commento:

Kaleydos ha detto...

Ottimo articolo, scritto col cuore.
Che non salva Pulce dalle sue malefatte, per le quali comunque dovrà (ed è giusto) che risponda,
ma non lo condanna in eterno né lo usa come "esempio" .. del tipo colpirne uno per educarne cento.
E' vero tagli alla cultura, alla scuola, alla società ...
Solo la repressione funziona... già, ma ai poveri, non certo ai signori, o ai furbi..

Dobbiamo riprenderci il nostro Paese.
Peccato che ognuno, alla fine pensi solo al proprio orticello, faccia il buono solo a natale, e si lamenti sempre. Anche se ha il grano. Soprattutto se ha il grano...


Saluti

K.

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