17 settembre 2012

Rom, senza pace e senza un tetto

In Italia, la segregazione dei rom continua, anche sotto il governo tecnico. La denuncia di Amnesty.

Sono passati dieci mesi dalla sentenza del Consiglio di Stato che ha dichiarato illegittima la cosiddetta “Emergenza nomadi” e il suo corolario di leggi d’emergenza che dal maggio 2008 hanno preso di mira i rom in tutta Italia. Ma fino a questo momento non si è visto un risarcimento o una qualche forma di riparazione. Amnesty International giovedì scorso ha presentato un nuovo rapporto, intitolato Ai margini: sgomberi forzati e segregazione dei Rom in Italia,. che mette in luce «il continuo e sistematico mancato rispetto dei diritti dei rom da parte delle autorità italiane» ed evidenzia anche le responsabilità dell’attuale esecutivo.
«Il governo Monti non usa il linguaggio offensivo dei predecessori, ma quando si tratta di passare dalle parole ai fatti, non si riscontrano reali differenze – ha dichiarato Elisa De Pieri, ricercatrice in Italia del Programma Europa e Asia centrale di Amnesty International». Anzi, l’attuale Governo ha fatto persino ricorso alla Corte di Cassazione per annullare la sentenza del Consiglio di Stato, avvallando così la politica di chi l’ha preceduto e continuando a violare gli obblighi internazionali dell’Italia e gli impegni assunti di fronte alla Commissione europea.

Nonostante i buoni propositi sanciti nella Strategia nazionale d’inclusione dei rom, sinti e camminanti presentata all’Ue a febbraio, infatti, nei primi sei mesi del 2012, centinaia di rom sono stati sgomberati e lasciati senza dimora. Senza consultazione né offerta di alternative. Oltre 400 a Milano, 850 a Roma dai campi informali. Un rifugio di emergenza temporaneo è stato offerto solo in 209 casi, tutti riguardanti madri e bambini e solo cinque madri e i loro nove figli hanno accettato, la maggior parte delle famiglie non ha accettato di essere separata. I residenti dei campi informali più colpiti sono stati sgomberati a ogni occasione, a volte in modo ripetuto in pochi mesi. L’effetto immediato? Per intere famiglie ritrovarsi senza tetto in meno di 24 ore. Venir trasferiti in altri campi esistenti “tollerati” ma sovraffollati, o in campi informali, dove le condizioni di vita sono peggiori. Nel caso degli sgomberi dai campi informali: essere costretti a costruirsi baracche di fortuna a qualche metro dai vecchi insediamenti, tra binari e strade pericolose, e a vivere in condizioni ancora più precarie: niente accesso all’acqua, all’energia elettrica e ai servizi igienico-sanitari. Ratti e intemperie. Condizioni così disastrose che ne è a rischio la salute degli abitanti, come riscontrato da Amnesty a Tor de’ Cenci, sempre più in degrado e senza alcun intervento positivo del Comune.

Prova lampante della continuità politica, ovvero esempio di «come le autorità non intendano cambiare», secondo De Pieri è l’inaugurazione lo scorso giugno del campo segregato della Barbuta. Un recinto tra ferrovia, pista dell’aeroporto di Ciampino e Grande raccordo anulare, video-sorvegliato 24 ore su 24, con il primo panificio e il centro abitato a 2 km. Anche a Castel Romano, a 25 km sulla micidiale Via Pontina, non c’è alcun servizio, nemmeno la fermata del bus e camminare su strade senza marciapiede è troppo pericoloso. Gli esempi sono numerosi. Alla tradizionale segregazione spaziale dei rom de facto nei campi, si aggiunge una segregazione su base etnica, nei “nuovi” campi del Piano Nomadi, con alloggi riservati ai soli rom. Al punto che il Tribunale civile di Roma il 4 agosto, ha bloccato nuovi trasferimenti alla Barbuta in attesa di pronunciarsi sulla natura discriminatoria del sistema concepito nel campo.

Molte famiglie vorrebbero vivere in case popolari. Ma la maggior parte dei rom non vi riesce ad accedere. Le ragioni sono varie, dagli ostacoli burocratici come il non avere una residenza anagrafica, un contratto di lavoro, o per il fatto che “lo sgombero dal campo” non viene considerato come sfratto da alloggio privato. In realtà, predomina una natura indirettamente discriminatoria del sistema di graduatorie a punti per l’accesso all’edilizia popolare. E se ci fossero ancora dubbi al riguardo, basta leggere le recenti parole del vicesindaco di Roma, Sveva Belviso, che ha dichiarato: «una soluzione alternativa ai campi non c’è. Inoltre non c’è alcuna intenzione di creare corsie preferenziali per dare case ai rom, discriminando i cittadini italiani nelle liste. Se le possono scordare».

Un alloggio adeguato invece è un diritto di tutti, come ricorda Amnesty che auspica un cambiamento di approccio concreto da parte delle autorità italiane, l’urgente modifica delle leggi, delle politiche e delle prassi discriminatorie che emarginano le comunità rom, la cessazione immediata degli sgomberi forzati e della segregazione etnica nei campi autorizzati e il miglioramento della qualità di vita (e varie altre misure). «Le famiglie devono essere messe in grado di integrarsi e di diventar parte della società in condizioni di uguaglianza», ha aggiunto De Pieri.

Amnesty ha inoltre raccomandato che la Commissione europea avvii una procedura di infrazione contro l’Italia sulla base della Direttiva sull’uguaglianza razziale, per il trattamento discriminatorio dei rom rispetto al loro diritto a un alloggio adeguato. Sono i diritti dei rom a essere calpestati. Come racconta Dzemila, «siamo quelli fuori dai centri delle città, ai margini, e quando vivi ai margini, non hai gli stessi diritti di un cittadino italiano. Non esisti».

Flore Murard-Yovanovitch da Corriere Immigrazione

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