7 settembre 2012

La Corte Europea dei diritti umani condanna l’Italia per non aver perseguito il seviziatore di una ragazza rom

L’Italia è stata nuovamente condannata dalla Corte Europea dei diritti umani per trattamenti disumani e degradanti. Con decisione del 31 luglio scorso la Corte di Strasburgo ha stigmatizzato il comportamento delle autorità giudiziarie e investigative italiane che nulla a loro dire avrebbero fatto a seguito di una denuncia circostanziata di violenze e sevizie subite da una giovane ragazza di nazionalità bulgara.

I fatti risalgono al lontano 2003. Purtroppo anche la giustizia europea è molto lenta. Per una decisione si sfiorano i dieci anni. Nella vicenda giudiziaria in esame la storia è quella di una famiglia proveniente dalla Bulgaria di origine rom che si ritrova a Milano a seguito di un invito lavorativo da parte di un signore di nazionalità serba.

Costui, dopo avere minacciato i genitori della ragazza, avrebbe tenuto quest’ultima sotto sequestro, l’avrebbe violentata e sottoposta a sevizie varie. A seguito della denuncia presentata dai genitori la polizia interviene e libera la ragazza.

A dire della madre e del padre della vittima la polizia avrebbe trattato male proprio i denuncianti, li avrebbe accusati di dire il falso, nonché ingiuriati. La ragazza sarebbe stata trattenuta indebitamente per quattro, cinque ore in una camera di sicurezza della Polizia senza un motivo plausibile.

Nonostante le loro ripetute denunce (anche per iscritto) nessun procedimento penale sarebbe stato aperto nei confronti del signore serbo e della polizia. Ovviamente la versione delle autorità italiane è di tutt’altra natura. Essa sarebbe confortata dall’apertura di un procedimento per calunnia nei confronti dei ricorrenti di origine bulgara.

La Corte non crede fino in fondo alla nostra Avvocatura. I ricorrenti avevano chiesto la condanna dell’Italia per violazione degli articoli 3, 4, 13 e 14 della Convenzione del 1950. Alcune delle accuse non sono state ritenute credibili. Una di esse è invece considerata fondata. È stata giudicata ineffettiva l’azione investigativa svolta dai giudici italiani per verificare la veridicità delle accuse di maltrattamenti subiti dalla ragazza bulgara da parte del signore serbo.

Secondo la Corte, ai fini della responsabilità dello Stato per tortura e maltrattamenti (articolo 3), è equivalente esserne direttamente autori oppure non fare nulla per punirne gli artefici. Il governo italiano non ha dato ai giudici strasburghesi sufficienti prove dell’impegno giurisdizionale e investigativo profuso.

Negli ultimi anni si sono moltiplicate le sentenze di condanna nei confronti dell’Italia per avere violato l’articolo 3 della Convenzione. Pendono davanti alla Corte ben più di cento ricorsi, molti dei quali collettivi, per un totale di circa mille detenuti che si sono tutti rivolti alla Corte per violazione dello stesso articolo.

In questo caso viene lamentata la condizione disumana di vita interna alle galere determinata dagli spazi insufficienti e dal sovraffollamento. Esiste già un precedente a riguardo che concerne l’Italia (caso Sulejmanovic). Esso è del luglio del 2009. In quella circostanza la Corte sostenne che un detenuto non potesse avere mai meno di tre meno quadri a disposizione.

Assegnò al ricorrente mille euro a titolo di risarcimento. Se ai nuovi ricorrenti dovesse essere concessa analoga somma, il governo Italiano dovrebbe sborsare circa un milione di euro. Non aiuta inoltre la mancanza del reato specifico di tortura nel codice penale italiano. Una lacuna normativa molte volte stigmatizzata dalle autorità internazionali. La Commissione Giustizia del Senato ne sta discutendo. Chissà se si arriverà a una deliberazione prima della fine della legislatura.

Patrizio Gonnella da Italia Oggi

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