9 luglio 2012

Sentenza Diaz: De Gennaro non si smentisce niente scuse per la "macelleria messicana"

''Per quanto mi riguarda ho sempre ispirato la mia condotta e le mie decisioni ai principi della Costituzione e dello Stato di diritto e continuerò a farlo con la stessa convinzione nell'assolvimento delle responsabilità che mi sono state affidate in questa fase''. A dichiararlo è il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Gianni De Gennaro, in merito alla sentenza sui fatti al G8 di Genova. "Resta comunque nel mio animo un profondo dolore - aggiunge - per tutti coloro che a Genova hanno subito torti e violenze ed un sentimento di affetto e di umana solidarieta' per quei funzionari di cui personalmente conosco il valore professionale e che tanto hanno contribuito ai successi dello Stato democratico nella lotta al terrorismo ed alla criminalita' organizzata'', conclude De Gennaro.


Tre giorni dopo la sentenza Diaz, il capo manda un messaggio ai suoi: le sentenze vanno rispettate sia quelle che assolvono, sia quelle che condannano. Il capo è De Gennaro, l'assolto in Cassazione per l'induzione alla falsa testimonianza del questore dei tempi del G8 in modo da minimizzare il suo ruolo nei misfatti compiuti dalle polizie in quelle giornate del luglio 2001. I suoi sono soprattutto alcuni dei condannati per i falsi a margine e contorno della mattanza della Diaz. Non faranno un giorno di galera ma le loro sedie stanno saltando se già non sono saltate. A loro De Gennaro manda a dire che gli vuole bene ed è solidale non fosse perché se l'è allevati lui usando tutta la discrezionalità del capo della polizia per garantire le loro carriere prima e dopo Genova. Bastano poche parole per polverizzare lo sforzo quasi storico, anche se forse strumentale, compiuto 48 ore prima da Antonio Manganelli, stessa nidiata, suo successore al Viminale. Il supermanager Manganelli l'anno scorso era stato nella disastrata questura genovese e da lì aveva emesso un editto alla città dicendo in sostanza di non lamentarsi troppo per i fatti di dieci anni prima perché la polizia aveva difeso la Superba dagli attacchi. Però, all'indomani della parola fine promunciata in Cassazione aveva chiesto scusa ad alcune delle vittime e l'aveva chiesta anche ai genitori della famiglia Aldrovandi. Meglio di niente, no?

No! De Gennaro supplisce all'afasia della politica perché la politica ora è lui. Sottosegretario del terrificante governo Monti dopo essere stato il Negroponte italiano, capo di tutti i servizi segreti. Prova dolore, così dice, ma non chiede scusa. Ci fa caso immediatamente Giuiliano Giuliani, padre di Carlo, 23 anni undici anni fa quando fu ucciso da un proiettile di un carabiniere durante gli scontri innescati dalla quarta forza armata - anche con armi improprie - e senza alcuna legittimità. Una sentenza ha rinviato gli atti in procura ma nessun magistrato s'è preoccupato di capire perché un corpo armato possa arrivare a compiere quella mole di reati in poche ore. Quanto all'omicidio di Carlo, un altro magistrato, pur avendo visto un film - come decine di migliaia di altre persone - in cui l'estintore spuntava solo dopo che la pistola era stata impugnata da killer dall'uomo della Benemerita, ha stabilito che l'uomo con la pistola si stava difendendo. Nemmeno un processo pubblico per il più grave fatto di ordine pubblico da trent'anni in qua. Da allora Haidi e Giuliano esplorano ogni strada per reclamare un processo. Ovvio che a Giuliano salti subito agli occhi « il solito cerimoniale - delle parole di De Gennaro - nulla di autenticamente sentito. Ripeto non ci sono le scuse e manca una ammissione di responsabilità». Il padre di Carlo ammette che non si sarebbe aspettato «qualcosa di diverso».


«Sono dichiarazioni che esprimono lo stato d'animo di un uomo che ha sempre lavorato nelle istituzioni», dice invece il senatore dell'Idv Luigi Li Gotti, già sottosegretario alla Giustizia nel governo Prodi, ossia uno di quelli che bloccò la richiesta di una vera commissione parlamentare d'inchiesta com'era scritto nel programma di quell'infelice governo.


Da parte delle vittime della Diaz non si può che constatatre la «mancanza di vergogna di Gianni De Gennaro». D'altronde se le parole hanno un significato, ha ragione Lorenzo Guadagnucci, giornalista pestato quella notte, quando dice «che lo lasciano parlare di stato di diritto come se non fosse stato proprio lui il massimo responsabile dell'ordine pubblico durante la più grave violazione di massa dei diritti umani che si sia vista in Europa negli ultimi decenni (fonte: Amnesty International)». Eppure il tecnico bancario Monti dovrebbe intuire che De Gennaro è stato «tecnicamente il protagonista di un fallimento: la disastrosa gestione del G8 di Genova sarà ricordata nei libri di storia come una delle pagine più nere e più imbarazzanti - anche sul piano internazionale - della polizia italiana. Il dottor De Gennaro è stato anche protagonista della mancata collaborazione della polizia nelle inchieste scaturite da quei fatti.

Incalza, a questo punto, Vittorio Agnoletto, cui è stata negata la possibilità di essere parte civile ma che era portavoce del Genoa social forum, l'obiettivo della guerra delle polizie a Genova. «Le parole di De Gennaro sono opposte a quelle che ci si dovrebbe aspettare da un uomo che ha giurato di servire le istituzioni e che oggi rappresenta il governo; sono parole molto più simili a quelle di un capobanda che, dopo aver subito una sconfitta, resta consapevole dell'enorme potere di cui ancora dispone e manda messaggi precisi ai suoi interlocutori, agli uomini di governo. I quali possiamo esserne certi, si affretteranno ad adeguarsi e anche questa volta non oseranno chiedergli di farsi da parte.
 
Checchino Antonini

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