9 luglio 2012

Manganelli cerca scuse

Decapitati i vertici, l’apparato di sicurezza è nel caos. Traballano gli equilibri di potere Dopo il giudizio della Cassazione sul G8 di Genova, il capo della polizia ha chiesto scusa. Ferrero: «Troppo tardi». Pisapia: «Bene, si scusi anche lo Stato». Camusso: «Si cambi registro» per il futuro». Bersani non commenta


Scusatemi. Detto dal capo della polizia non è un’affermazione da poco. Non proprio in ginocchio, come i vertici della sua polizia decapitati dalla sentenza della Cassazione, ma comunque lucido e pentito, Antonio Manganelli finalmente ha ammesso che «sulla Diaz è giunto il momento delle scuse».

Non c’è nessun tribunale su questa terra che potrà giudicare la sincerità dell’attuale capo della polizia (l’altro, Gianni De Gennaro, quello che dirigeva i poliziotti nel luglio del 2001, invece continua a tacere e governare). Quindi sarebbe ingeneroso aggrapparsi al sospettoso Montaigne che condannava «il pentimento superficiale, mediocre e di cerimonia» che prende la via comoda della «devozione» e non quella del cambiamento dei «costumi» e della «vita». Prendiamola per una buona notizia, che lascia ben sperare sul futuro delle forze di polizia. Staremo a vedere. E, del resto, Manganelli oggi non potrebbe dire altrimenti, visto che il ministro degli Interni, Annamaria Cancellieri, ha spiegato come la pensa: «Il G8 di Genova è una pagina dolorosa per la polizia e questo mi ferisce. Ho visto come tutti le immagini di quello che è successo all’interno della Diaz e non condivido nulla di quell’operazione. Di fronte a errori gravi è giusto che i responsabili ne subiscano le conseguenze». Colpisce, inoltre, il fatto che le inequivocabili parole di scuse rivolte ai cittadini – soprattutto a quelli «che hanno subito danni» – siano state pronunciate per la prima volta da un poliziotto e non da uomini politici che nel corso di questi anni hanno rivestito incarichi di governo – politici del centrosinistra compresi.

Dunque, come si direbbe tra uomini tutti d’un pezzo e di varia estrazione militare, «onore» ad Antonio Manganelli, ma non bipartisan: il plauso arriva soprattutto dai politici di sinistra, già «avvertiti» su ciò che era successo nella scuola Diaz ben prima della sentenza della Cassazione. Solo il segretario del Pd, Pierluigi Bersani, riesce anche questa volta a sfoderare una verve da glaciale uomo di Stato: «Le sentenze non vanno commentate, vanno rispettate punto e basta». Fortunatamente quasi nessuno lo ascolta. Nichi Vendola, presidente di Sel, ne approfitta per chiedere: «Ora il parlamento introduca il reato di tortura nel codice penale del nostro paese, in dieci giorni lo possono fare. Ce lo chiede l’Onu, l’Europa, il buon senso e la giustizia». Più amara la riflessione di Paolo Ferrero, segretario del Prc: «Le scuse di Manganelli arrivano troppo tardi e soprattutto non arrivano dall’ex capo della polizia De Gennaro, le scuse sono solo un primo, timido, fatto positivo». Anche il sindaco di Napoli, Luigi De Magistris, è soddisfatto della sentenza, perché «la Diaz è qualcosa che apparteneva al Cile di Pinochet». Ma non troppo. «Forse è rimasto fuori qualcuno – spiega – però questo appartiene alla riflessione di ognuno di noi… un gravissimo episodio di macelleria istituzionale è stato riconosciuto come tale dalla Cassazione, dispiace che pochi politici all’epoca dissero questo». Ancora più duro il commento di Giuliano Pisapia, sindaco di Milano. «Con 11 anni di ingiustificabile ritardo, alla verità storica sul massacro nella scuola Diaz si è affiancata la verità giudiziaria. Anche se non tutti i responsabili di questa pagina buia della nostra democrazia ne risponderanno, un principio di giustizia è ristabilito. Adesso arrivino anche le scuse ufficiali dello Stato alle vittime e ad un movimento che si è voluto soffocare con una violenza indegna». Anche Susanna Camusso, segretario generale della Cgil, apprezza le scuse del capo della polizia e chiede soprattutto «che si cambi registro per il futuro». Anche se indirettamente, le risponde una nota rassicurante l’Associazione nazionale funzionari di polizia. «Dalle sentenze non vanno tratti né motivi di soddisfazione né di amarezza, ma solo insegnamenti a non ripetere gli errori e la polizia lo sta facendo da tempo… A Genova fu fatale l’adozione di un approccio ispirato alla militarizzazione della città per gestire l’evento, mediante una impostazione rigida e impreparata a governare una situazione complessa». L’Anfp è convinta di aver fatto molti passi avanti. «Sono anni che la polizia non commette più errori collettivi, sono anni che non ha reazioni che travalichino i limiti imposti dalla legge». Allora, siccome l’affermazione non corrisponde al vero (Genova a parte, è storia di questi anni) speriamo che d’ora in poi i cittadini non debbano più essere costretti ad ascoltare altre scuse. Forse intende questo Camusso quando parla del futuro.

da il manifesto

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