25 maggio 2012

In Italia la tortura c’è… ma non si dice

Di fronte a milioni di telespettatori, Giuseppe Gulotta ha parlato di quel suo figlio guardato bambino giocare sul pavimento attraverso il vetro divisorio e ritrovato oggi da adulto. Al programma di Fazio e Saviano su La7, Gulotta ha raccontato dei suoi 21 anni dietro le sbarre a causa di una confessione estorta con calci e pugni, acqua e sale ingozzata giù per la gola, pistole puntate alla testa.
Nel 1976 fu accusato dell’uccisione di due carabinieri. Bisognerà aspettare il 2007 perché un ex ufficiale dell’Arma preso dai sensi di colpa racconti i metodi usati per quegli interrogatori. E poi, solo poche settimane fa, il proscioglimento di Gulotta.

La tortura in Italia ha una storia antica. E già sarebbe sufficiente se avesse una storia e basta. Ce l’ha, ampia e radicata, sistemica e articolata. Quasi mai arriva in prima serata da Fabio Fazio. Dagli anni 70 a oggi, sono molti gli episodi con protagonisti servi dello stato torturatori. Il “professor De Tormentis”, secondo il nomignolo che Umberto Improta aveva affettuosamente affibbiato al suo collaboratore Nicola Ciocia, coordinava un gruppo di poliziotti strutturato appositamente per torturare i sospetti fiancheggiatori delle Br. Non singole mele marce, bensì un sistema avallato di torture. Ne conosciamo tante di drammatiche azioni collettive. Nella primavera del 2000 furono 82 gli arresti per le brutali sevizie inflitte ai detenuti che nel carcere di Sassari protestavano per la mancanza di cibo. E poi naturalmente i fatti dell’anno successivo, prima a Napoli durante il Global Forum e dopo, nel luglio 2001, a Genova con la tragica “macelleria messicana” della caserma Diaz e i successivi episodi di Bolzaneto.

La storia dell’italica tortura è piena anche di casi individuali, spesso sconosciuti. Benedetto Labita viene arrestato per mafia nell’aprile del ‘92. Passa 35 giorni in isolamento a Palermo, poi viene trasferito nel carcere di Pianosa dove è sottoposto al regime duro del 41 bis. Dopo oltre due anni e mezzo, viene assolto per non aver commesso il fatto. Racconta che, mentre era detenuto a Pianosa, gli agenti lo avrebbero sottoposto a violenze e soprusi.

La magistratura apre un’inchiesta. Indagini lente e svogliate, che non portano a nulla. Labita si rivolge alla Corte di Strasburgo, che dichiara il ricorso ammissibile. La sentenza condannerà l’Italia per violazione dell’articolo 3 della Convenzione europea, se non direttamente per i maltrattamenti subiti da Labita, per il mancato svolgimento delle indagini che ha condotto a un’assenza di prove. Da allora la Corte ha condannato svariate volte l’Italia per violazione dell’articolo 3, quello che proibisce la tortura.

Gli anni duemila non vedono solo il caso di Stefano Cucchi, che ben conosciamo. Carlo Saturno viene ripetutamente pestato e sottoposto a vessazioni insieme ad alcuni compagni quando era ancora un ragazzino, nel carcere minorile di Lecce. Ha il coraggio di denunciare l’accaduto e viene aperta un’inchiesta che arriva al rinvio a giudizio per alcuni poliziotti penitenziari. Nel frattempo Carlo è cresciuto e nell’aprile 2011 si trova nel carcere per adulti di Bari. Deve testimoniare contro gli agenti torturatori degli anni passati. Ma viene trovato appeso al letto della sua cella e morirà alcuni giorni dopo. Vessato, morto, beffato: la prossima udienza del processo è fissata oltre i termini di prescrizione. Senza reato di tortura può ben accadere.

Nel gennaio di questo 2012 un giudice di Asti ha scritto una memorabile sentenza, alla fine di un processo in cui Antigone si era costituita parte civile. Chiamato a pronunciarsi sulle brutalità atroci subite da due detenuti da parte di cinque agenti, ha raccontato che, dati alla mano, tortura effettivamente c’è stata, se alla tortura leghiamo la definizione delle Nazioni Unite. In Italia, ha tuttavia spiegato, c’è la tortura ma non c’è la parola.

Nel nostro ordinamento la tortura non si chiama tortura. E senza la parola tortura - imprescrivibile e perfettamente definita - ma con le sole parole contemplate dal codice italiano (maltrattamenti, lesioni, abuso d’autorità) non c’era modo di condannare i poliziotti. Oggi sono liberi e lavorano in carcere come se niente fosse. La sentenza dimostra nero su bianco che il reato di tortura è, oltre che simbolicamente, anche tecnicamente indispensabile. Il 21 maggio la Cassazione si pronuncerà sul ricorso presentato dall’accusa. Una buona occasione per orientare il corso futuro della triste storia della tortura italiana.

Susanna Marietti da Il Manifesto

1 commento:

Anonimo ha detto...

Grazie di esistere e di informarci

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