11 aprile 2012

La morte di Carmine Spina, una storia di Malapolizia

Il 26 giugno del 2005 Carmine Spina, un giovane avellinese promettente, di belle speranze e nel pieno della sua gioventù, perde la vita in un incidente motociclistico. Da allora il suo papà, Carmine Spina, non ha smesso un solo giorno di lottare per ottenere giustizia sulla morte di suo figlio. Sì perché, ancora una volta, a causa di procedure e condotte poco trasparenti da parte di personale in divisa, ci troviamo costretti a raccontare una storia di malapolizia.

La perdita di un figlio è un dolore immane per un genitore.

Gerardo Spina meriterebbe la dignità di vivere il proprio lutto in una dimensione privata e personale, ma anch’egli, come tanti altri genitori impelagati nella melma istituzionale, si trova a combattere con delle entità mute, cieche e sorde che infangano la memoria di suo figlio. Lo sforzo richiesto in queste situazioni è quello di mettersi “su piazza” per gridare a tutti le proprie verità.

In questa intervista Gerardo Spina ci racconta la storia che lo vede coinvolto, e il ruolo che in essa ricoprono forze dell’ordine e la magistratura:

“[…] Ci chiama a casa un amico di mio figlio. Era con lui con una sua moto, ed è rimasto coinvolto nell’incidente senza, per fortuna, riportare gravi ferite. L’amico ci preannuncia che Carmine è a terra e non si muove. Raggiunto il posto purtroppo non possiamo che piangere nostro figlio che è a terra ormai deceduto. È la cosa più innaturale che un genitore debba sopportare: sopravvivere a un proprio figlio.
Sul luogo sono presenti le forze dell’ordine, per i rilievi. Nella mia mente ho la foto fatta dai CC: un’auto è quasi fuoristrada, e mi viene il pensiero che forse Carmine, mio figlio, ha sbagliato manovra, considerando che una buona parte della strada era libera.
Seguo svogliatamente le varie udienze in tribunale, consapevole che nessuno mi ridarà mio figlio, e forse neanche giustizia. Ma succede qualcosa il 29 febbraio 2008 che mi fa capire la verità sull’accaduto. Vi assicuro che è qualcosa che può far impazzire, per il modo e la faccia tosta con cui vengono fatte le dichiarazioni di un Ufficiale di P.G. in tribunale. Si tratta di un Maresciallo con più di 20 anni di servizio, quindi a conoscenza delle leggi vigenti e delle regole da applicare in un incidente mortale o con feriti.
Durante un interrogatorio a suo carico, il maresciallo ammette di aver spostato la macchina “dopo che è stato consentito il transito di altri veicoli, perche al momento non ci si era resi conto della gravità dei fatti”.
In poche parole: questo maresciallo aveva prima dichiarato che avevano proceduto al riconoscimento di mio figlio deceduto, poi dichiara, che non si erano accorti della gravità dei fatti. Spostano l’auto, si signori, spostano l’auto di 80 METRI, senza verbalizzarlo, diventando complici in omicidio colposo. L’automobilista che ha ucciso mio figlio, per quella loro manovra non dichiarata, sarà assolto. Complici e omertosi!


Chi è intervenuto sul posto?

Sono intervenuti i carabinieri della locale stazione di Serino (AV), competente per territorio. In più i militari chiesero l’intervento di un Ufficiale che a dire del Maresciallo era competente in materia di rilievi stradali. Mi chiederò sempre se l’Ufficiale era al corrente o è stato tenuto all’oscuro della squallida manovra dello spostamento dell’auto. E’ grave se lo hanno tenuto all’oscuro di tutto. E’ grave se sapeva e ha taciuto.

Cosa contesta all'operato di coloro che sono intervenuti? Può spiegarci nel dettaglio in cosa consistono gli errori e le omissioni che lei contesta?

Ci sono precisi articoli del Codice di procedura Penale.

Uno di questi, “Art. 354 del C.P.P. Sugli accertamenti urgenti sui luoghi, sulle cose e sulle persone”, così recita:
1. Gli ufficiali e gli agenti di polizia giudiziaria curano che le tracce e le cose pertinenti al reato siano conservate e che lo stato dei luoghi e delle cose non venga mutato prima dell`intervento del pubblico ministero.
2. Se vi è pericolo che le cose, le tracce e i luoghi indicati nel comma 1 si alterino o si disperdano o comunque si modifichino e il pubblico ministero non può intervenire tempestivamente, gli ufficiali di polizia giudiziaria (113 att.) compiono i necessari accertamenti e rilievi sullo stato dei luoghi e delle cose. Se del caso, sequestrano il corpo del reato e le cose a questo pertinenti.
3. Se ricorrono i presupposti previsti dal comma 2, gli ufficiali di polizia giudiziaria compiono i necessari accertamenti e rilievi sulle persone diversi dalla ispezione personale (13 Cost.; 245).

E già questo la dice lunga sulla loro non professionalità e aggiungo malafede, perche tutti conoscono questo articolo, ma nessuno vi si è attenuto. Inoltre il Maresciallo, oltre ad aver fatto spostare l’auto, dichiarerà sempre in tribunale e sotto giuramento che dalla curva dove è uscita la moto di mio figlio (strada con diritto di precedenza) fino all’uscita dell’auto, da una stradina secondaria (con stop) la distanza era di 8 metri. Ora il perito del tribunale ha quantificato 80 metri. Perfino l’automobilista dichiarerà, sempre in tribunale, che aveva una visuale di circa 100 metri. Ma la gravità consiste nell’aver dichiarato non una sola volta 8 metri, ma per tre volte. Perfino il Pubblico ministero (e di conseguenza il Giudice) chiederà “che visibilità aveva la Punto rispetto a questa manovra che doveva affrontare, visto che ad otto metri c’era la curva, che visibilità aveva per verificare se c’erano delle macchine che proseguivano nel senso opposto?”; la risposta del Maresciallo, sarà di continuare a far credere nella brevità del tratto in oggetto, invece di rettificare l’errore degli otto metri. Persino il Giudice nella sua sentenza scriverà:

L’intersezione con Via Cerreto si trovava subito dopo una via destrorsa. Per come chiarito dell’Ufficiale di P.G., intervenuto sul luogo dei fatti per i rilievi del caso, trattasi di un incrocio particolarmente pericoloso, a cagione della scarsa visibilità di cui dispone chi proviene da Via Cerreto.
Io aggiungo: certo se erano otto metri forse aveva ragione, ma i metri erano ottanta e quindi?

Quanto allontana dalla verità e dalla giustizia, la serie di irregolarità che lei ha riscontrato e denunciato?

Tanto, tantissimo. Anche perche falsando il quadro probatorio, hanno fatto si che mio figlio sia risultato l’unico responsabile dell’incidente, nonostante viaggiasse su strada con diritto di precedenza. Il falsare i metri di distanza hanno reso ancor più grave la situazione. C’è ancora da dire che non hanno preso i capisaldi della frenata fatta da mio figlio, che poteva dimostrare che era in atto una manovra di emergenza (quindi auto che si presenta all’improvviso sulla strada).

Crede che ci sia un'anomalia nei rapporti tra procura di Avellino e forze dell'ordine locali?

L’anomalia consiste nell’aver fatto fare un’inchiesta, in seguito alla mia denuncia, ai diretti superiori del soggetto, e non ad altro ente investigativo. Il Maresciallo, inoltre, presta servizio dove hanno sede i superiori, che hanno fatto l’inchiesta. Se non temevano nulla, avrebbero dovuto astenersi e farla fare ad altri. Se non è una macroscopica anomalia questa…


Cos'ha provato di fronte alla decisione del PM di archiviare?

Il G.I.P. si deve ancora pronunciare (è il secondo G.I.P. nominato).
Mi sento come un cittadino che subisce un abuso e non riesce ad avere giustizia nonostante l’evidenza dei fatti. Io pensavo (stupidamente aggiungo), che la legge dovrebbe essere uguale per tutti. O no?


Cosa chiede, cosa si aspetta dalla giustizia?

Chiedo che chi ha fatto errori cosi macroscopici e in malafede e sottolineo “in malafede”, sia perseguito me qualsiasi cittadino, altrimenti avremmo degli intoccabili e la nostra non sarebbe una democrazia.


La lapide sulla tomba di suo figlio è stata più volte profanata e distrutta. Come atto intimidatorio.


Intervista a cura di Adriano Chiarelli

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