16 marzo 2012

“Vogliono spaventare chi può catalizzare il disagio sociale” Intervista a Paolo Di Vetta

Intervista a Paolo Di Vetta. Revocati gli arresti domiciliari, resta l’obbligo di firma. Sabato manifestazione cittadina contro la "nuova fase di escalation repressiva".

La notizia e’ arrivata in tarda mattinata e ha parzialmente sollevato gli animi dei tanti che da venerdi’ scorso chiedevano la liberazione di Paolo Di Vetta, arrestato venerdi’ 9 marzo, dopo essere stato prelevato dall’ospedale Santo Spirito in seguito alle ferite riportate dopo le cariche di fronte al CIPE. Quella giornata, iniziata in Via della Mercede, a Roma, per chiedere che i soldi per la TAV venissero destinati all’emergenza abitativa e al reddito, si era conclusa con il fallito sgombero dell’occupazione di Casal Boccone e, il giorno dopo a Piazzale Clodio, con l’ordinanza degli arresti domiciliari nel processo per direttissima.

Poco prima che iniziasse l’assemblea contro la repressione e la criminalizzazione delle lotte, organizzata per il pomeriggio a Roma dai movimenti e dalle forze sindacali, politiche e sociali che da giorni chiedono la liberazione di Paolo Di Vetta, lo abbiamo sentito telefonicamente a Radio Città Aperta.

Buon pomeriggio Paolo, siamo felicissimi di sentirti.
E io finalmente di parlare al telefono, cosa che non mi era consentita fino a poche ore fa.

Cosa e’ successo questa mattina?
Verso mezzogiorno e mezza mi e’ arrivata la telefonata del Commissariato di Torpignattara, che segue l’ordinanza sulle misure che mi sono state date dopo l’arresto di venerdi’, e mi hanno comunicato che il pm aveva attenuato le misure cautelari trasformandole da arresti domiciliari in obbligo di firma. Mi e’ stato detto che questa cosa durera’ sicuramente fino al 17 aprile, che e’ la data fissata per l’udienza per ascoltare i testi presentati dal pm, che sono tutti operanti nella polizia giudiziaria che era in servizio quella mattina davanti al CIPE. Per cui e’ dato quasi per scontato che non possa accadere nulla che migliori la mia situazione. Pero’ intanto sono uscito, posso stare insieme ai miei compagni e alle mie compagne dentro la citta’, e soprattutto partecipare all’assemblea di oggi.

Cosi’ come potrai partecipare alla manifestazione cittadina di sabato prossimo. Vorrei chiederti un commento sull’ordinanza tutta politica che ti definisce come un agitatore politico che "strumentalizzerebbe i bisogni degli immigrati".
E’ un’ordinanza piena di tanti giudizi politici, con fatti molto travisati e affermazioni che non corrispondono al vero, e che lancia giudizi molto pesanti non soltanto nei miei confronti ma soprattutto dentro un meccanismo che in citta’ e’ molto diffuso: quello legato alla lotta per il diritto all’abitare, all’organizzazione dei migranti dentro un percorso di lotta comune, meticcio, che ci vede fianco a fianco. Probabilmente e’ un modo di pensare che e’ molto in voga nelle teste di chi ha emesso anche l’ordinanza: l’idea che i migranti sono merce, forza lavoro precaria, che si puo’ utilizzare o al massimo si puo’ fare loro un po’ di carita’ pietosa, perche’, "poverini", vengono da paesi lontani. Oppure, a volte, vengono esaltati quando si rivoltano contro i dittatori che governano i paesi da dove provengono. Ma questa esaltazione finisce il giorno stesso in cui varcano il Mar Mediterraneo, arrivano in Italia e chiedono diritti, dignita’ e quanto chiediamo anche noi insieme a loro ogni giorno. Un’altra cosa mi ha colpito, oltre all’ordinanza, che mi sembra fortemente politicizzata: lo piegamento di forze. E’ stato veramente eccessivo: chi e’ passato a Piazzale Clodio, sabato, ed e’ salito in aula dove si e’ svolto il dibattimento, si e’ potuto rendere conto del fatto che sembrava una sorta di maxi-processo. Una convalida di arresto non ha avuto mai tanta attenzione da parte delle forze dell’ordine, addirittura il pm di Maio e’ venuto in aula ad interrogarci. Mi hanno detto che queste cose non accadono quasi mai in sede di convalida di un arresto, e’ una cosa che gestisce direttamente il giudice monocratico. Probabilmente sono arrivate pressioni molto forti affinche’ questa sentenza avesse tali caratteristiche, e anche l’apparato che ho visto ieri, dispiegato per l’udienza che ha di fatto recepito l’istanza degli avvocati difensori Perticaro e Mattina, che non smettero’ mai di ringraziare per come hanno gestito questa cosa, era eccessivo, era veramente al di la’ di ogni accettabile visibilita’: una sorta di prova muscolare, sia dal punto di vista giudiziario che dal punto di vista dell’apparato poliziesco. Tendono a spaventare, tendono a colpire oltre che a spaventare, coloro che potrebbero diventare catalizzatori di un disagio che loro sanno benissimo esistere. Da questo punto di vista siamo di fronte a una pagina importante che va capita molto bene dagli attivisti, dai movimenti, ma anche dalle forze politiche che socialmente ci sono state vicine. Non e’ la stessa fase che abbiamo conosciuto fino a ieri: quando si mettono le mani nel piatto come abbiamo fatto con il CIPE (perche’ siamo convinti che abbiamo fatto l’iniziativa piu’ giusta del mondo, non ci siamo pentiti assolutamente di quello che abbiamo messo in campo), quelle mani vengono colpite duramente, vengono percosse, e ristrette immediatamente.

Un’ iniziativa che e’ stata sostenuta nei contenuti anche da tanti che hanno firmato l’appello per chiedere la tua liberazione. Lo sai che hai ricevuto tantissima solidarieta’?
Sto vedendo tutto adesso perche’ mi era vietato anche l’uso di internet, quindi non ero nella possibilita’ di sapere praticamente nulla. Non mi sembra che i giornali abbiano brillato per dare comunicazione di quello che stava accadendo in citta’. Io penso che l’appello che i compagni e le compagne hanno fatto circolare, che e’ stato sottoscritto da tanti, deve diventare un patrimonio che si continui a sostenere e ad alimentare, perche’ questa citta’ ha bisogno di una rete di tutela rispetto all’agibilita’ democratica, alla liberta’ di movimento e di parola. Soprattutto va costruita una rete che difenda le occupazioni, i luoghi di lotta che dentro questa citta’ si sono distinti per lungo tempo anche nella battaglia contro il sindaco Alemanno. Credo che da questo punto di vista la resistenza di Casal Boccone e’ una pagina storica per Roma: il fatto che quegli occupanti, nonostante la giornata complicata, nonostante il mio arresto, nonostante tutto quello che stava accadendo, abbiano deciso di resistere, e’ la risposta migliore che e’ stata data al giudice Di Nicola e al pm Di Maio. Qui nessuno e’ strumentalizzato, c’e’ una consapevolezza che ha dato forza a tutti coloro che stavano dentro quell’occupazione, ha dato loro la volonta’ e gli ha tolto la paura. E gli occupanti hanno fatto quello che andava fatto, hanno resistito, la polizia e’ andata via, e credo che questo valga per mille manifestazioni. Se ci avessero buttato fuori da Casal Boccone, dopo l’arresto di venerdi’, dopo quel giudizio dato sabato, credo che l’attacco sarebbe stato portato veramente e pesantemente a fondo. La resistenza di Casal Boccone ci ha aperto pagine nuove, ci fa respirare, noi adesso vogliamo parlare con la politica, vogliamo smetterla di parlare con la polizia. Vogliamo parlare con gli amministratori, con chi governa questa citta’ che deve dare risposte. Non vogliamo piu’ parlare con la polizia.

Appuntamento, dunque, sabato 17 alla manifestazione cittadina (ore 15 concentramento a piazza Vittorio)?
Si, e come ci diciamo sempre, ci vediamo in citta’.

Mila Pernice - Radio Città Aperta da Contropiano

1 commento:

francesco blandi ha detto...

Penso che anche se uno non è un rivoluzionario e magari ancora non se la passa male, debba comunque cercare una risposta pacifica e rapida alla devastazione sociale che ci attornia e ci travolgerà

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