6 marzo 2012

Caso Uva: "C'era molto sangue sui jeans di Beppe "

Il sangue trovato sul cavallo dei pantaloni che indossava Giuseppe Uva appartiene a lui stesso e ha un’origine anale. Tuttavia, non si registrano tracce di liquido seminale sugli indumenti, né della vittima, e nemmeno di eventuali persone terze. Lo ha dichiarato, oggi, in aula, il perito Adriano Tagliabracci, incaricato dal tribunale di Varese di chiarire che origine avessero le macchie rinvenute sugli indumenti che indossava il 43enne, la notte in cui fu portato nella caserma dei carabinieri, e il mattino successivo, quando fu ricoverato dopo un tso all’ospedale di Varese, dove morì in giornata.

L’udienza del processo che vede alla sbarra lo psichiatra Carlo Fraticelli (imputato di omicidio colposo per una errata somministrazione di sedativi) era dedicata ad ascoltare la prima tranche di relazioni peritali, disposte dal giudice Orazio Muscato. Si cerca di capire se gli indumenti, il sangue, il corpo, e altri frammenti genetici possano dare qualche indizio in più sulle cause che hanno originato la morte di Giuseppe Uva. Non è facile. I medici chiamati in causa dal pm Agostino Abate dicono di essere innocenti. I carabinieri e i poliziotti che intervennero quella notte portandolo in caserma hanno affermato di non aver mai picchiato Uva, e hanno anche querelato la sorella che li ha accusati, in tv, di violenze gratuite.

Non è emersa alcuna conclusione ultimativa ma è stato comunque confermato l’indizio del sanguinamento anale, a cui però bisogna ancora dare un significato processuale. Quando avvenne? Quella notte? La domanda non è da poco: il perito non ha chiarito se quella macchia è ascrivibile al sangue perso da Giuseppe la notte prima di morire, e d’altronde non era questo che gli chiedeva il quesito del tribunale. Ha affermato però che quella macchia si formò in uno stesso momento, poiché non si sono creati aloni, come sarebbe stato logico aspettarsi, in caso di sovrapposizioni in tempi diversi, magari originati da infezioni o da qualche malattia di cui, in ipotesi, poteva soffrire il soggetto.

Più precisamente, vi sono cellule pavimentose che potrebbero essere del canale anale o delle basse vie urinarie. Il medico propende però per la prima ipotesi, poiché ha effettuato dei test sul punto e non vi ha rilevato tracce di urina.

Per capire se il suo corpo abbia subito lesioni o eventi traumatici, sarà importante ascoltare i periti che parleranno la prossima udienza, il 19 marzo (Demori, Ferrara e Thiene) ovvero i medici che hanno proceduto con la riesumazione del cadavere e seguito la nuova autopsia. Oggi è stato ascoltato per primo il professor Maurizio Clementi dell’università di Padova; ha affermato di avere analizzato il sangue della vittima, e di aver svolto accertamenti su enzimi in vitro, da cui è emerso che Uva aveva un metabolismo normale. Una considerazione importante, perché tra le ipotesi che bisognava accertare c’era anche quella di un problema legato proprio a un presunto metabolismo lento, per cui l’uomo, pur avendo assunto quantità non altissime di sedativi, poteva in qualche modo aver fatto fatica ad assorbirle e dunque essere morto per una concausa genetica.

Esclusa dunque questa ipotesi, si è passato ad ascoltare il dottor Adriano Tagliabracci dell’istituto di medicina legale di Ancona. Il dottore ha detto tra l’altro di aver eseguito circa 200 campionamenti su un giubbino di jeans, un pantalone, una cintura, i calzini, le scarpe, un pettine. Ha trovato tracce biologiche indeterminate sul giubbino, sangue e saliva sui pantaloni, sostanze pilifere sui calzini, segue sulle scarpe. In gran parte dei campionamenti c’era il dna di Uva. A volte i profili genetici erano misti. L’analisi appare accurata ma durante l’interrogatorio c’è stata un po’ di tensione tra il pm Agostino Abate e il giudice Orazio Muscato sulla natura delle domande al perito; poca cosa rispetto ad altre udienze ben più combattute.

fonte: VareseNews

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