17 febbraio 2012

Processo Cucchi: Per l'infermiere imputato, Stefano sembrava che dormiva invece era morto

Verso le 6 di mattina del 22 ottobre 2009 “andai nella cella di Cucchi, lo trovai disteso su un fianco con la mano sotto la testa. Sembrava dormire; lo chiamai più volte per fargli il prelievo, ma non rispose”. Stefano Cucchi era morto in quella cella del reparto detenuti dell’ospedale Pertini di Roma dove si trovava da qualche giorno. A raccontare quei momenti è stato l’infermiere Giuseppe Flauto, uno di dodici imputati (sei medici, tre infermieri e tre agenti penitenziari) del processo per la morte del giovane romano, fermato il 15 ottobre 2009 per droga e trovato senza vita una settimana dopo in ospedale.

Flauto ha ricostruito cronologicamente i suoi contatti con Cucchi. Il 20 ottobre il suo primo vero dialogo con quel paziente-detenuto non molto collaborativo.
“Lo trovai con addosso sempre lo stesso maglione dei giorni prima - ha detto - l’unica cosa che ci consentì fu il cambio lenzuola. Gli chiesi cosa gli era successo perché aveva ecchimosi intorno agli occhi. Si lamentava di un dolore alla schiena, gliela guardai, ma sinceramente non vidi alcun segno di lesioni. Mi disse che era caduto qualche giorno prima”. Poi l’ultimo giorno.
“Non aveva mangiato - ha aggiunto Flauto - era magro e tentavo di stimolarlo a mangiare. Con il medico, nel pomeriggio, volevamo fargli una flebo perché c’erano esami che si stavano muovendo in segno negativo. Non accettò e non so perché”. La notte con un collega gli somministrammo la terapia. Notai una cosa strana: era tranquillo, disse che non aveva dolori né fastidi. Verso mezzanotte suonò il campanello dicendo di essersi sbagliato; cosa che ripeté dopo circa un’ora. Disse che voleva cioccolata; poi non chiamò più”.
Verso le 6 di mattina l’infermiere trovò Stefano morto. “Tentammo di rianimarlo ma non ci fu nulla da fare. Le guardie dissero di lasciare il corpo così com’era, senza toccarlo, perché doveva prima visionarlo il magistrato. Andai in infermeria, arrivò il cambio turno, lasciai le consegne, smontai”. Psicologicamente sentita la sua difesa: “Faccio l’infermiere da 22 anni; non un lavoro come un altro, una missione, ci vuole passione e dedizione. Non ho nulla da rimproverarmi. Sarei andato contro la mia storia, il mio pensiero se avessi abbandonato quel paziente per come mi si contesta”.

fonte: Ansa

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