28 febbraio 2012

Il caso di Giuseppe Uva arriva all’Assemblea parlamentare dell'Ocse

Il giorno 23 febbraio, alle ore 10.30, Lucia Uva ha presentato la vicenda di suo fratello Giuseppe Uva davanti alla Commissione democrazia e diritti umani dell’assemblea parlamentare dell’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa (Osce).
“Mi chiamo Lucia Uva e sono qui oggi per raccontare la vicenda di mio fratello, Giuseppe Uva, morto il 14 giugno 2008 dopo essere stato trattenuto per oltre tre ore nella Caserma dei carabinieri della nostra città, Varese.
Verso le 2.30 di mattina mio fratello Giuseppe e un suo amico, Alberto Biggiogero, mentre tornano a casa dopo aver bevuto qualche bicchiere di vino, prendono delle transenne accatastate ai margini della strada e le spostano al centro della carreggiata. In quel momento arriva una volante dei carabinieri. Uno dei due militari scende dalla macchina e urla contro Giuseppe dicendogli “Uva, proprio te cercavo questa notte, questa non te la faccio passare liscia, te la faccio pagare”. Giuseppe scappa e inizia l’inseguimento. Il suo amico Alberto sarà il testimone oculare della vicenda e i fatti che vi racconto sono tutti riportati nella denuncia che Alberto ha presentato. I carabinieri riescono a raggiungere Giuseppe che viene scaraventato dentro la volante con pugni, calci e ginocchiate. Nel giro di qualche minuto sopraggiungono due volanti della polizia e Alberto sale su una di queste. Le tre vetture partono e si dirigono alla caserma dei carabinieri. Al loro arrivo viene richiesto l’intervento di una terza volante della polizia. Queste tre macchine, che costituivano l’intera forza di pattugliamento della città di Varese per quella notte, rimangono nella caserma dei carabinieri per oltre 2 ore e mezzo. Mio fratello viene portato in una stanza, mentre Alberto, che è rimasto nella sala d’aspetto, dice di sentire le urla disperate di Giuseppe e il suono di colpi sordi. Quando prova a protestare, gli uomini intorno a lui urlano e lo minacciano. In un momento in cui rimane solo Alberto chiama il 118, ma il centralinista, invece di mandare un’ambulanza, telefona in caserma per chiedere conferma.
La risposta che riceve è la seguente: “No son due ubriachi, adesso gli tolgono il cellulare. Se abbiamo bisogno ti chiamiamo noi”. Dopo quasi un’ora arriva un dottore della guardia medica e i carabinieri dicono ad Alberto, prima di lasciarlo andare via, che Giuseppe si stava facendo del male da solo, sbattendo contro le sedie, la scrivania, il muro e gli stivali degli uomini presenti nella stanza. Verso le 6.00 del mattino viene chiamata un’ambulanza e richiesto un Trattamento sanitario obbligatorio: un dispositivo di legge ideato per persone con malattia mentale che rifiutano le cure. Verso le 6.30 di mattina Giuseppe arriva all’ospedale di Varese, scortato dai carabinieri, e trasferito nel reparto psichiatrico, dove gli vengono iniettati degli psicofarmaci.
Mio fratello, in tutta la sua vita, non aveva mai avuto problemi psichiatrici. Alle 10.30 di quello stesso giorno muore per arresto cardiaco. Quel pomeriggio sono entrata nella camera mortuaria e ho visto il corpo, a cui ho fatto anche delle fotografie. Mio fratello era irriconoscibile: aveva il naso deformato, un bozzo dietro la testa, sulla mano un livido enorme, la schiena e il fianco completamente blu. Poi, vedo il pannolone.
E mi chiedo, perché a mio fratello hanno fatto indossare un pannolone? Guardo nel sacchetto in cui c’erano le sue cose, prendo i pantaloni e mi accorgo che sono tutti macchiati di rosso nella parte che va dal cavallo alle tasche posteriori. Allora gli ho tolto il pannolone e ho visto il sangue. Gli ho spostato il pene e ho visto che aveva tutti i testicoli viola e una striscia di sangue che gli usciva dall’ano. Nel referto medico c’è scritto che la morte è avvenuta per un evento “non traumatico” e nella cartella clinica manca ogni riferimento alle lesioni che io ho visto con i miei occhi.
Anche nel comportamento dei militari che lo hanno fermato si riscontrano delle illegalità: Giuseppe viene ammanettato più volte e gli viene sequestrato il telefonino ma nelle relazioni dei carabinieri non viene scritto, non gli vengono sottoposti, e nemmeno preparati, i verbali di elezioni di domicilio e nomina dell’avvocato difensore, i reati che gli vengono contestati, disturbo delle occupazioni o del riposo delle persone e ubriachezza, non prevedono l’arresto in flagranza e, infatti, non viene compilato nessun verbale di arresto.
Non si sa, quindi, a che titolo mio fratello sia stato trattenuto per oltre tre ore in quella caserma. La vicenda processuale che stiamo vivendo è molto complicata. All’inizio non vennero svolte indagini e solo dopo molto tempo vennero aperti due fascicoli: uno per omicidio colposo contro i medici che avevano somministrato gli psicofarmaci, in quanto è stata valutata la possibilità che i farmaci fossero incompatibili con lo stato etilico di Giuseppe, e uno contro ignoti, a seguito della denuncia presentata da Alberto Biggiogero. Il primo processo, che vede imputati tre medici, sta andando avanti. Del fascicolo aperto contro ignoti, invece, non si sa ancora niente. Alberto Biggiogero non è stato mai ascoltato in questi quattro anni, nonostante lui racconti molto chiaramente le violenze che si sono consumate quella notte.
Nell’ottobre del 2011 il giudice ha disposto degli accertamenti sui pantaloni indossati da Giuseppe quella sera e una riesumazione del corpo per effettuare una nuova autopsia. I risultati di questi approfondimenti ancora non si conoscono. Quello che si sa, per ora, è che non sono stati i farmaci a causare la morte. Il sostituto procuratore della repubblica di Varese, che ha condotto le indagini, a nostro avviso non le ha svolte nella maniera corretta, arrivando anche a dire in tribunale che quelle sui pantaloni di Giuseppe erano macchie di pomodoro.
Per questo abbiamo deciso di presentare un esposto al consiglio superiore della magistratura, perché venga valutato quanto il suo operato sia stato corretto. Senza ombra di dubbio, comunque, si può dire che le indagini riguardanti la notte trascorsa in caserma sono state gravemente carenti da tutti i punti di vista. Il 5 febbraio 2012 è stata presentata la memoria difensiva della dottoressa Finazzi, uno dei medici indagati per omicidio colposo, la quale dichiara che Giuseppe le disse di essere stato picchiato dalle forze dell’ordine durante la permanenza in caserma.
Questi nuovi elementi, così come i risultati degli esami che sono stati effettuati sul suo corpo, spero che portino finalmente a una svolta delle indagini. Nonostante il percorso per avere un degno processo che accerti la verità sulla morte di mio fratello sia stato, e sia tutt’ora, così difficile, io voglio avere ancora fiducia nelle istituzioni del mio paese. Ma, come me, molte altre famiglia si trovano ad affrontare processi simili e a vedersi per molti anni negata giustizia. Ancora più spesso, queste morti avvengono nel completo silenzio, senza essere conosciute, con giudici che decidono per archiviazioni frettolose e famiglie che non hanno la forza di sostenere lo strazio e il costo che questi processi comportano. Hanno provato a uccidere Giuseppe due volte. Per lui e per tutti gli altri che sono morti come lui, io ho giurato di non fermarmi davanti a niente, fino a che non conoscerò la verità”.


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