19 gennaio 2012

Giustizia per Addelhafid Es-Saady "morto suicida"

“Giustizia per il giovane originario del Marocco morto suicida nella camera di sicurezza della caserma dei carabinieri dopo essere stato arrestato perché stava disturbando un rito funebre”.
L’appello. I genitori del giovane di 22 anni che si impiccò alla finestra nella stazione di San Michele Salentino e l’associazione “La Speranza”, espressione della comunità marocchina, chiedono che si faccia chiarezza su quanto avvenne il 18 giugno 2009, l’ultimo giorno in vita di Addelhafid Es-Saady, arrivato in Italia e approdato nella provincia di Brindisi con la speranza di avere una seconda possibilità e di trovare un lavoro. Ha incontrato la morte. Per quella tragedia ci sono tre carabinieri imputati con l’accusa di omicidio colposo perché nell’impostazione imbastita dal procuratore aggiunto Nicolangelo Ghizzardi nei loro confronti ci sono elementi tali da affermare l’imprudenza, l’imperizia e la negligenza.
Gli imputati. L’accusa è stata mossa nei confronti del comandante della stazione di San Michele, Vito Chimienti; del suo vice Giuseppe Marrazzo e dell’appuntato Vincenzo Marrazzo, tutti difesi da Vito Epifani e tratti a giudizio immediato. La prossima udienza dovrebbe essere dedicata alla discussione delle parti e, quindi, alla conclusione con la sentenza ed è in vista del ritorno in aula che il presidente dell’associazione Antra Adbelkhalek ha scritto una nota per “ricordare la vicenda”. L’appello. “Quel ragazzo era sì marocchino, ma aveva lo stesso sangue di colore rosso di tanti ragazzi italiani, aveva appena 22 anni e lavorava come bracciante agricolo da più di cinque”. “Aveva lavorato circa un anno presso un’azienda di Ceglie Messapica e da circa tre mesI aveva trovato un posto presso una ditta di San Michele e Latiano era ben conosciuto dalla comunità marocchina i cui responsabili, dopo averlo riconosciuto su richiesta degli stessi carabinieri, hanno interessato un legale e avviato una raccolta di fondi”, è scritto. “Es-Saady aveva una bicicletta come mezzo di locomozione e spesso era aiutato dalla chiesa per indumenti e pasti caldi”, continua la presidente. “Non deve restare senza voce il grido di dolore della famiglia, merita giustizia”. La famiglia. I genitori si sono costituiti parte civile e sono rappresentati dagli avvocati Pasquale Fistetti e Roberto Palmisano: chiedono di conoscere la verità, per quale motivo c’è stato l’arresto se davvero sta disturbando la messa visto che una delle suore ascoltate dal pm ha negato questa circostanza, e se una volta ristretto nella camera di sicurezza abbia urlato senza essere ascoltato. Lo hanno trovato con un cappio al collo i militari, nel passaggio tra un controllo e l’altro che, stando al regolamento dei carabinieri, va fatto ogni due ore, a meno che non ci sono motivi per ritenere che la persona arrestata sia pericolosa per se stessa. “Quel ragazzo non lo era e non è stato neppure identificato in maniera corretta”.

Oggi il processo con rito abbreviato davanti al GUP a carico di Maresciallo CC Marrazzo Giuseppe, appuntato CC Marrazzo Vincenzo e Maresciallo CC Comandante Stazione San Michele Chimienti Vito. Il Gup Dott. Giuseppe Licci mentre ha accolto diverse testimonianze della difesa non ha accolto invece i testi della parte civile.
Vogliamo richiamare l’attenzione sul fatto che gli stessi carabinieri indagati, erano a conoscenza di tutte le lacune in materia di sicurezza delle celle della propria stazione Carabinieri e quindi avrebbero dovuto prestare maggiore attenzione nel sorvegliare, nel rispetto del loro regolamento, in maniera adeguate alle circostanze da loro stessi descritte (gridava come un pazzo e dava calci e pugni alla porta in maniera esagitata) il ragazzo marocchino arrestato, così come raccomandato dal loro Capitano Fabio Guglielmone (annotazione di PG del 18/06/2009 pag. 50 fascicolo PM) quando il ragazzo era ancora vivo: “sottolineavo, nonostante la rassicurazione ricevuta sul numero dei militari presenti in caserma, sull’importanza di vigilare il soggetto con attenzione”.
Un ragazzo di 23 anni è morto perché, come risulta dal verbale di arresto in flagranza di reato del 17 giugno 2009 a firma del Maresciallo Marrazzo Giuseppe e appuntato Marrazzo Vincenzo (odierni indagati) stava “disturbando” un rito funebre nella chiesa madre e per questo accompagnato in caserma per poterlo identificare poiché sprovvisto di documenti.
Sembra un paradosso ma da qui è partito tutto, il tentativo di fuga (?) il furto di una bicicletta (?) durante l’inseguimento, le ingiurie e minacce nei confronti degli operanti una volta giunto in caserma, talmente gravi da determinare il magistrato di turno, Dot.ssa Silvia Nastasia << a disporne l’arresto previo contatto telefonico >>
Suor Devota (la suora che si assume fosse stata disturbata dal ragazzo), come risulta dalle informazioni fornite al PM in data 7/7/2009 (pagg. 297/298 fascicolo PM) aveva già detto a un carabiniere del posto che nella occasione del 17/06/2009 il ragazzo non gli aveva dato alcun fastidio e che inoltre non era in grado di dire se , nella caserma dei carabinieri, il ragazzo prima di morire urlava per rabbia, paura o altro o se chiedeva qualcosa ad alta voce.
E quindi non è vero che non vi era motivo per sorvegliarlo a vista come dichiarato dal colonnello dei carabinieri Sica e come prevede il regolamento dei carabinieri al fine di prevenire qualsiasi gesto disperato.
Nonostante le ripetute dichiarazioni dei carabinieri sul suo stato di ebbrezza il medico legale ha escluso qualsiasi presenza di etanolo e/o sostanze stupefacenti nel corpo del ragazzo.
Questo ragazzo veniva inizialmente erroneamente identificato in EL HASSAM KZEBIR nato in Marocco il 01/01/1979 sulla base delle sue stesse dichiarazioni ma non si capisce quali accertamenti siano stati effettuati dagli operanti (odierni indagati) per la necessaria corretta identificazione (motivo iniziale del suo accompagnamento coatto in caserma).
Nessun accertamento sulla sua identità risulta effettuato, ci si basava sulle sue stesse dichiarazioni (a questo punto si poteva evitare anche di portarlo in caserma) nessun permesso di soggiorno veniva richiesto allo stesso e non era la prima volta che ciò accadeva: si muore cosi?

Si ringrazia per l’attenzione e chiediamo sia fatta giustizia per Abdelhafid Es-Saady
 
fonte: senzacolonne.it

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