10 gennaio 2012

Carceri: servirebbe un’amnistia per 23 mila detenuti, non la cosiddetta “svuota-carceri”

A pochi giorni dall’entrata in vigore del decreto legge voluto dal ministro della Giustizia Paola Severino per fronteggiare il sovraffollamento galoppante, l’unico dato certo che abbiamo sulle scarcerazioni riguarda gli effetti della legge Alfano dell’anno precedente (legge n. 199 del 2010) che prevedeva la possibilità di concedere la detenzione domiciliare a chi avesse ancora un anno di pena da scontare, purché non si fosse macchiato di crimini ritenuti di particolare gravità. Al 31 dicembre del 2011 ne hanno usufruito 4.304 detenuti.
Le previsioni erano ben più ottimistiche e parlavano di oltre 8 mila persone quali possibili beneficiari. L’impatto ridotto è dovuto a vari motivi: un po’ perché i magistrati di sorveglianza, gli assistenti sociali e gli educatori penitenziari non sono in numero sufficiente per istruire le pratiche e per verificare se la persona ha una casa dove andare (unico requisito extra-giuridico richiesto), un po’ perché una parte delle persone recluse non ha una residenza fuori dal carcere né una qualunque forma di sostegno socio-abitativo.
Uno dei due pilastri del decreto legge in attesa di conversione prevede l’estensione da 12 a 18 mesi del residuo pena sotto il quale è possibile chiedere la detenzione domiciliare. Si pensi che ad oggi sono circa 13 mila le persone che hanno da scontare meno di un anno e mezzo di carcere e che potrebbero ottenere la detenzione domiciliare. Più o meno 3 mila di queste però incorrono in vincoli legislativi che vietano la concessione di qualsiasi beneficio.
Un altro terzo dei 13 mila è costituito da stranieri privi di documenti validi di soggiorno e di riferimenti affettivi esterni. Rimangono circa 6-7 mila che nel giro di un anno e mezzo potrebbero uscire seppur a ritmi lenti. Rispetto quindi alla legge Alfano si è allargata di 3 mila unità la platea di potenziali beneficiari della detenzione domiciliare.
C’è però da considerare che prima dell’entrata in vigore della legge Alfano (dicembre 2010) i detenuti erano di numero più o meno uguale a quelli contati all’inizio del dicembre 2011. La mancata deflazione carceraria, nonostante le 4 mila scarcerazioni e la riduzione del tasso di delittuosità nel Paese, si spiega per almeno tre ragioni. 1) il grosso impatto numerico della legge sulle droghe che porta a ingressi continui di giovani e meno giovani nel circuito penitenziario; 2) il crescente uso della custodia cautelare che ci porta al triste record europeo del 42,5% della popolazione detenuta composta da persone recluse ma non definitivamente condannate; 3) la decisione dei giudici di sorveglianza (in grande affanno essendo meno di 200 per oltre 67 mila detenuti) di sostituire il più efficace affidamento in prova al servizio sociale con la più controllata detenzione domiciliare. Pertanto il numero complessivo delle persone in misura alternativa resta più o meno stabile.
Si può quindi ragionevolmente presumere che non sarà questa parte della legge a ridurre drasticamente i numeri penitenziari e il surplus di 22 mila unità del nostro sistema. Si tenga conto, inoltre, che la legge sulla detenzione domiciliare cesserà di vivere nel 2013, limite temporale non messo in discussione dal decreto Severino. Meno facile da quantificare è l’effetto del secondo pilastro del decreto legge, ossia quello diretto a evitare il passaggio carcerario delle persone fermate per reati non gravi le quali dovranno essere condotte nella fase pre-cautelare non più in carcere ma nelle camere di sicurezza dei commissariati e delle caserme dei carabinieri.
In questo caso l’effetto numerico si misurerà in termini di mancati ingressi di coloro ai quali non sarà confermata dal giudice la misura della custodia cautelare in carcere. Qualora le forze dell’ordine interpreteranno il provvedimento come una forma di dissuasione da fermi non necessari, l’effetto potrà essere particolarmente significativo e potremmo anche avere un sensibile calo di detenuti nel medio periodo. Certo è che una amnistia e un indulto di tre anni generalizzati farebbero uscire in un sol colpo dalle patrie galere circa 23 mila persone, proprio quelle che ci consentirebbero di tornare nella legalità penitenziaria.

Patrizio Gonnella da Italia Oggi

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