31 dicembre 2011

I santi in paradiso di CasaPound

Figlio d'arte (suo padre, Umberto, ex segretario generale della Farnesina, è il diplomatico più potente d'Italia), Mario Vattani era fino a ieri console in Giappone, amico di Alemanno e consorte, cantante in un gruppo "fascio-rock" vicino a CasaPound.
Chissà se domani tutti faranno finta di non conoscerlo. Per ora è stato deferito alla Commissione di disciplina del Ministero degli esteri. L'inizio della sua "fine" è segnato da un articolo comparso ieri su l'Unità, che ha spinto il ministro Terzi a rimuovere di corsa il console italiano a Osaka. Che è anche leader del gruppo fasciorock «Sotto fascia semplice», noto negli ambienti neofascisti vicini a Casapound con il nome di Katanga. Un personaggino adattissimo a rappresentare l'Italia nel paese in cui ha trovato prima rifugio e poi fortuna uno come Delfo Zorzi, identificato dal giudice Guido Salvini come il bomber di piazza Fontana. Oggi miliardario nipponizzato sotto il nome di fantasia di Hagen Roy. Poi uno si chiede come mai l'Italia minaccia sfracelli contro il Brasile per quel fesso di Cesare Battisti, mentre non ha mai fatto un grammo di pressione sul Giappone per riavere indeitro uno come lui.
Durante un'esibizione con il gruppo, lo scorso maggio a Roma, per un raduno organizzato da Casapound, Vattani è stato immortalato in alcuni video mentre duetta con Gianluca Iannone, leader degli Zeta Zero Alfa nonché del gruppo neoznazi cui Walter Veltroni, in ansia buonista bipartisan, concesse il più lussuoso - finora - degli spazi pubblici disponibile a Roma. A due passi dalla stazione Termini, Santa Maria Maggiore e Piazza Vittorio. I filmati su youtube mostrano il "diplomatico" mentre blatera versi contro pacifisti davanti a un pubblico che tende le braccia per il saluto romano. "Pezzi" nostalgici di Salò e della «bandiera nera» («Io so che tra cinque anni / a primavera alzerò la bandie,ra nera»).
Ma come raccontano ora tutti i prinicpali quotidiani italiani Mario Vattani, 45 anni, è stato per tre anni - dal 2008 al 2011 - anche consigliere diplomatico di Ganni Alemanno Alemanno; prima ancora era stato con lui al Ministero dell'Agricoltura, quando tra i "consiglieri" c'era anche Peppe Dimitri, membro storico dei Nar di Gusva Fioravati & friends. Roba che, quando si venne a sapere, girava questa battuta: "Peppe all'agricoltura? ma se le uniche piantine che ha visto in vita sua erano quelle delle banche...".
A luglio però è finito in Giappone, dove è stato promosso console generale d’Italia, a Osaka. In gioventù, sfortunatissimo, era finito nell'occhio del ciclone mediatico insieme all’amico Stefano Andrini - nominato amministratore delegato dell'Ama da Gianni Alemanno, nonostante l'assenza nel suo curriculum di competenze in materia di rifiuti - e ad altri militanti dell’estrema destra. Avevano pestato a sandue due ragazzi di sinistra davanti al cinema Capranica. Fu prosciolto dalle accuse, e nessuno osò credere che fosse avvenuto solo per le sue entrature familiari (così simili, in fondo, a quelle di Alessandro Alibrandi, altro Nar rimasto ucciso in un conflitto a fuoco con la polizia, figlio di un magistrato molto famoso come fedelissmo di Andreotti.
Intraprende quindi senza alcuna macchia giudiziaria la carriera diplomatica, e per due volte ricopre la carica di consigliere per le relazioni internazionali di Gianni Alemanno (guarda caso, sempre con il sindaco con la celtica al collo: prima al ministero dell'Agricoltura e poi al Campidoglio.
Durissima la presa di posizione dell'Anpi nazionale. «Le ridicole nere esibizioni notturne di Mario Vattani, console italiano in Giappone, non possono non preoccuparci in quanto rivelatrici di un clima di nostalgismo fascista che è penetrato fin dentro le istituzioni», scrive Carlo Smuraglia, presidente nazionale dell'Associazione partigiani Anpi.

fonte: Contropiano

30 dicembre 2011

Chi si oppone alla Tav finisce in galera

Da domani a mezzanotte il terreno sequestrato a Chiomonte per costruire il fortino-cantiere per la Tav sarà zona militare. Chi la violerà finirà in carcere. Intanto Esposito (PD) se la prende con un preside che ha mandato due classi a visitare il luogo del delitto
Tra poche ore, subito dopo la mezzanotte di domani, sarà previsto l'arresto per chi tenterà di entrare nel cantiere della Torino-Lione alla Maddalena di Chiomonte che dal primo gennaio diventa area di interesse strategico nazionale. Di ricordarlo si è incaricato il Questore di Torino, Aldo Faraoni, nella tradizionale conferenza stampa di fine anno evidenziando l'impegno bellico profuso a difesa dell'inutile, costosa e dannosa grande opera, tra l'altro ben lungi dall'essere iniziata veramente, grazie alla pluridecennale mobilitazione di massa della gente della Val di Susa e dei movimenti contro la devastazione ambientale di tutta la penisola. Il divieto di accesso, ha precisato il questore, varrà anche per i proprietari dei terreni: la scusa è che tra questi ci sarebbero decine di simpatizzanti No Tav che hanno acquistato un piccolissimo appezzamento nell'area della Valle Clarea per ostacolare l'iter burocratico degli espropri.
«Gli scontri non sono mai stati colpa nostra, non siamo mai stati provocatori e l'obiettivo è sempre stato perseguire la sicurezza dei cittadini» ha sottolineato il Questore di Torino Aldo Faraoni ricordando che anche la notte del primo dell'anno le Forze dell'ordine - Polizia, Carabinieri ma anche militari - continueranno a presidiare l'area del cosiddetto 'cantiere' della Torino-Lione.
Senza grandi sussulti e polemiche politiche - chi tace, del resto, acconsente - un pezzo del territorio nazionale viene dichiarato zona militare e le garanzie costituzionali sulla libertà di movimento, espressione, manifestazione vengono spazzate via, cancellate. Una misura senza precedenti che la dice lunga su quanto i poteri forti impegnati nel salasso dell'economia nazionale in tempi di crisi siano nervosi e impazienti. Un nervosismo rivelato ancora una volta non da un esponente della destra, ma di quel PD che sulla questione dell'alta velocità si sta rivelando assai più oltranzista di Lega e Pdl.
«La Valle di Susa non è Marzabotto e i poliziotti non sono i nazifascisti» ha scritto il deputato del Pd Stefano Esposito in una lettera - (minatoria?) - inviata l'altro ieri al preside del liceo 'Lorenzo Federici' di Trescore Balneario, in provincia di Bergamo, e per conoscenza al ministro dell'istruzione Francesco Profumo. Sotto accusa la 'gita scolastica' di due classi dell'istituto che alcuni insegnanti hanno portato a visitare l'area dove dovrebbe sorgere il cantiere della Torino-Lione. I ragazzi e la ragazze hanno potuto così avvicinarsi alle contestatissime reti del fortino, accompagnati da alcuni attivisti no Tav e da due insegnanti - di religione - che sono stati addirittura identificati dai difensori dell'ordine pubblico.
Alle prime polemiche il preside della scuola, Elio Manzoni, aveva risposto equiparando - anche se molto indirettamente - la resistenza contro l'alta velocità della popolazione della Val Susa alla resistenza antifascista e antinazista durante la Seconda Guerra Mondiale. «A indignarmi - ha tuonato il parlamentare del Pd - è l'accostamento vergognoso e inaccettabile che Lei ha voluto fare tra la scampagnata in Valle di Susa con i No Tav e le visite a Marzabotto e a Bologna fatta nel recente passato dagli studenti del liceo». «Si vuol forse lasciar intendere che i poliziotti, che a Chiomonte difendono non un cantiere ma lo Stato, sono come i nazifascisti e che, quindi, chi si oppone con violenza alla Tav ha una qualche comunanza ideologica e morale con gli eroi della lotta partigiana?».
Al premier Mario Monti, che sul tema dell'alta velocità - come su molte alte - sta dimostrando di voler andare avanti 'come un treno', si sono rivolti con una lettera aperta Sandro Plano, presidente della Comunità Montana Valle Susa e Val Sangone, e Girolamo Dell'Olio, presidente dell'associazione di volontariato Idra. «Le rinnoviamo l'appello a considerare con ogni possibile attenzione le circostanze in relazione al progetto Torino-Lione e del nodo ferroviario Tav di Firenze - hanno scritto. - Leggiamo che ancora oggi le forze politiche che sostengono il Suo governo ribadiscono la volontà di imporre al Paese investimenti in grandi infrastrutture segnati da pesanti criticità come fossero fattori di crescità. Perseverare nell'adozione di quel modello nefasto di investimenti capital intensive e a sviluppo fuori controllo non gioverebbe alla creazione di occupazione quantitativamente significativa, qualitativamente sana e duratura, ma produrrebbe al contrario un'ulteriore crescita del già gigantesco debito pubblico, senza peraltro giovare . concludono Plano e Dell'Olio - alla soddisfazione di alcune delle vere esigenze nazionali: il trasporto pubblico di massa su ferro, la manutenzione delle infrastrutture, la difesa idrogeologica del territorio, la miriade di piccole opere ad alta intensit… di lavoro più che necessarie».
Monti non ha, al momento, risposto. Non c'è peggior sordo di chi non vuol sentire...

Marco Santopadre da Contropiano

Giovane aggredita chiama i carabinieri, ma maltrattano e arrestano lei

Fabiola M. ha 22 anni, è una ragazza minuta e ha occhi grandi da cucciolona. Vive nel nord-est, in provincia di Pordenone; come molti suoi coetanei di questa generazione, quando era più giovane ha avuto un problema con la giustizia per il possesso di una quantità di hashish superiore alla dose minima stabilita dalla repressiva e fallimentare legge Fini-Giovanardi. Un piccolo precedente che in base a ciò che le accaduto pochi giorni fa e che stiamo per raccontare a quanto pare non le consentirebbe di vedere rispettati i suoi diritti né di essere tutelata.
La sera di Sabato 17 Dicembre Fabiola si trovava in una discoteca che frequenta abitualmente con le sue amiche. Una sua amica aveva dimenticato la tessera per entrare, quindi Fabiola è intervenuta per convincere il buttafuori a farla entrare lo stesso, ma il tentativo è sfociato in una discussione e Fabiola è stata aggredita fisicamente con un spintone e le hanno gettato via brutalmente il drink che aveva in mano. Scioccata dall’accaduto, Fabiola ha chiamato i carabinieri, ma questi al loro arrivo anziché ascoltarla le hanno detto che doveva seguirli in caserma perché non aveva con sé i documenti.
Lei si è rifiutata di seguirli in caserma, tentando di spiegare che doveva andare a casa presto perché la mattina seguente doveva andare a lavorare e assicurando che sarebbe andata l'indomani in caserma con i documenti, ma i carabinieri l'hanno presa di peso e caricata in auto. A quel punto, vedendosi calpestare i suoi diritti e negare la tutela per essere stata aggredita dal personale della discoteca, nell’auto Fabiola ha insultato i carabinieri e il carabiniere alla guida ha teso il braccio e l'ha colpita con il dorso della mano in viso. Dicendo che si era fatto male alla mano, una volta portata Fabiola in caserma è andato in pronto soccorso raccontando che mentre portava Fabiola in auto lei avrebbe resistito e che per questo lui si sarebbe fatto male alla mano, e gli hanno dato 5 giorni di prognosi.
Nel frattempo due amiche di Fabiola si sono recate davanti la caserma ad aspettarla, ma i carabinieri hanno intimato loro di andarsene, dicendo che se non andavano via le avrebbero prese a sberle.
Fabiola è stata trattenuta fino alla domenica pomeriggio, quando l’hanno trasferita in carcere a Trieste. La mamma di Fabiola, che è un medico di base, è stata avvertita soltanto in quel momento dell’arresto e del trasferimento in carcere della figlia, e che ci sarebbe stato il processo per direttissima il lunedì mattina, negandole ulteriori spiegazioni. Neanche quando si è recata in caserma le hanno voluto spiegare cosa fosse successo.
Il lunedì mattina il processo è stato rinviato all'indomani. Quindi martedì mattina finalmente la mamma ha potuto vedere Fabiola all’udienza e soltanto allora Fabiola ha potuto parlare con l'avvocato, che le ha consigliato di patteggiare perché in questo modo, visto il suo precedente per cui aveva già avuto una sospensione della pena, avrebbe avuto la pena ridotta per resistenza e oltraggio a pubblico ufficiale, suggerendole inoltre di non parlare del fatto che era stata colpita dal carabiniere perché probabilmente il giudice avrebbe dato più credito alla parola del carabiniere.
Fabiola, che era molto provata dall’arresto e dalla permanenza in carcere, ha accettato subito il consiglio dell'avvocato e grazie al giudice, che vedendola deve aver capito immediatamente la situazione, ha avuto la sospensione della pena di 3 mesi.
Dunque Fabiola non solo non ha potuto ricevere alcuna tutela per essere stata aggredita fuori dalla discoteca, ma ha dovuto anche subire un abuso di potere da parte delle forze dell’ordine, subire il carcere e un processo, a 22 anni vedersi la fedina penale ulteriormente macchiata e rischiare 3 mesi di carcere, mentre il carabiniere “ferito” si godeva le vacanze di Natale anticipate.
Come se non bastasse, un’ulteriore insulto Fabiola l’ha ricevuto il giorno seguente, leggendo sul Gazzettino di Pordenone (21 dicembre, pag.17) la notizia che la riguardava intitolata “Violenta con i carabinieri”, secondo cui lei dopo aver chiamato i carabinieri avrebbe fatto baruffa con loro ed alzato le mani contro di loro.
A questo punto, augurandoci che non ci sia alcuna necessità futura, ci chiediamo se in caso di bisogno Fabiola avrà ancora il coraggio di rivolgersi alle forze dell’ordine.

ZabrinskyPoint.org

Bologna: Sgomberato lo spazio sociale "Officina Tsunami"

Le forze dell’ordine e operatori dell’Ausl hanno eseguito lo sgombero di “Officina Tsunami”, stabile occupato lo scorso 11 novembre in via Larga 35. Dentro c’erano solo tre migranti che vi avevano trovato riparo, denunciati per invasione e occupazione di immobile.
L’edificio, ex deposito delle Poste, è di proprietò della società Immofinanziaria di Roma, che ha chiesto lo sgombero e, dopo l’operazione delle forze dell’ordine, ha provveduto a murare la struttura per scongiurare nuove occupazioni
Immofinanziaria, per altro, fa capo a Vittorio Casale, amico dell’ex ad Unipol Giovanni Consorte e già noto alle cronache come l’imprenditore che portò il bingo in Italia, per aver proposto di costruire il nuovo stadio di Bologna al Parco Nord e soprattutto per essere finito in manette lo scorso 14 giugno per bancarotta fraudolenta
A incastrarlo un’inchiesta della procura milanese connessa a quella sulla tentata
scalata dell’allora Banca Popolare di Lodi ad Antonveneta, la stessa per cui a maggio scorso e’ stato condannato in primo grado a tre anni Consorte stesso

fonte: zic.it


29 dicembre 2011

Caltanissetta: detenuto suicida; la procura apre un’inchiesta per omicidio colposo

La procura di Caltanissetta ha aperto un’inchiesta sulla morte di un 46enne nisseno, Giuseppe Di Blasi, suicidatosi due giorni fa al carcere “Malaspina” di Caltanissetta dopo essere stato condannato a 17 anni di carcere per abusi sessuali. Il sostituto procuratore, Elena Caruso, ha aperto un fascicolo contro ignoti ipotizzando il reato di omicidio colposo. L’indagine è stata aperta dopo un esposto presentato dai familiari della vittima, assistiti dall’avvocato Massimiliano Bellini. I familiari denunciano l’assenza “di un adeguato supporto medico e psicologico, considerato che fin dall’inizio Giuseppe - scrivono - ha manifestato segni inequivocabili di instabilità legata allo stato detentivo”.

fonte Agi


Lettere: quel detenuto in manette all’ospedale, poi suicida

La sera di Santo Stefano, verso le otto mi reco presso il pronto soccorso dell’ospedale S. Elia di Caltanissetta, per avere notizie di un mio carissimo amico che sentendosi male vi si recava per essere visitato. Arrivato, trova la sala d’aspetto piena, tanta umanità sofferente in attesa di essere visitata, vengono distribuiti dei codici, i colori stabiliscono le priorità.
Le ambulanze arrivano una dopo l’altra, sopra le lettighe tanti anziani, i più fortunati accompagnati da parenti, altri da soli. Mentre rifletto sulla solitudine di tanti anziani e non, penso alla notizia letta su La Sicilia: “Villaggio S. Barbara, anziana trovata morta nella sua casa”.
Nel frattempo arriva un mezzo della polizia penitenziaria scende un agente si reca dentro l’ambulatorio, poi lo vedo uscire si dirige verso il mezzo e con alcuni colleghi accompagnano un detenuto, con le manette ai polsi, tra gli agenti, lo vedo debole claudicante, lo guardo mi suscita compassione, penso che non poteva essere così pericoloso, e che le manette gli potevano essere risparmiate.
Viene introdotto presso gli ambulatori, nel frattempo scatta il codice del mio amico, viene chiamato per essere sottoposto a visita, mentre aspetto l’esito della visita, vedo uscire, sempre con le manette ai polsi e sempre claudicante il detenuto, nel suo volto si legge tanta sofferenza, non so se in quel momento maturava l’idea, dell’ennesimo tentativo di suicidio, ora riuscito.
Sul giornale di ieri, 28 dicembre, leggo dell’accaduto vedo la foto provo tanta rabbia. Si chiamava Giuseppe Di Blasi, aveva 46 anni, io non s’ho di quali reati era accusato, e se era in carcerazione preventiva, non ho ancora letto l’articolo, so che le nostre carceri hanno spezzato un’altra vita. Mi viene in mente la notizia del noto calciatore Cristiano Doni, arrestato per un giro di partite truccate dove girano tanti soldi sporchi, Cristiano Doni si trova agli arresti domiciliari, con la sua famiglia, Giuseppe Di Blasi in una cassa da morto.

fonte: La Sicilia

Napoli: Tribunale respinge l'accanimento poliziesco contro i disoccupati

Il 24 Dicembre il Tribunale di Napoli ha rigettato la proposta della Questura di Napoli di adottare la misura di sorveglianza speciale nei confronti di Salvatore Landolfi, esponente del movimento dei disoccupati organizzati
Il rigetto da parte del tribunale, evidenzia ancora una volta come i teoremi di criminalizzazione ai danni delle lotte sociali, in particolare di alcuni compagni che gravitano nei movimenti dei disoccupati, sono del tutto assurdi e paradossali. Non hanno nulla di fondato, nè provano (con meschini tentativi da parte della stessa Magistratura) che l’esistenza dei movimenti di lotta, dei comitati di difesa dei beni pubblici, le lotte sindacali, nulla hanno a che vedere con le forme di associazione criminale, che le stesse rivendicazioni di lavoro e reddito, sono il segnale di un disagio vissuto quotidianamente e che l’autorganizzazione dal basso è uno strumento legittimo per superare le forme e le condizione di precarietà che i proletari vivono.
Dopo aver sperimentato il tentativo di adottare le misure speciali di sorveglianza contro il compagno Gino Monteleone (anche esse decadute e rigettate dal Tribunale), anche nei confronti di Landolfi è stata tentata la stessa manovra per essere poi smiontato come un castello di carta. Ma la Magistratura non si arrende, nella continua arrogante assenza della politica e delle Istituzioni nel dare risposte alle rivendicazioni e le richieste dei movimenti dei precari e lavoratori, sta tentando di nuovo di creare un meccanismo ad arte per intimorire la determinazione delle lotte sociali attraverso perquisizioni, minacce e sequestro di materiale di informazione.
Il Coordinamento di lotta per il lavoro e il Centro sociale “Carlo Giuliani” lanciano un appello a non arrendersi e lavorare nella ricomposizione dei settori in lotta per finalizzare l’obiettivo di aprire un tavolo di confronto e di trattativa risolutivo con la Regione Campania.

Sosteniamo Liberazione

Il governo Monti, in continuità con il governo Berlusconi, ha confermato i tagli all'editoria. Questo comporta che un quotidiano amico come Liberazione dal 1 gennaio sospenderà le pubblicazioni. Liberazione, per noi dell'Osservatorio sulla Repressione, è uno strumento troppo importante.  Le violenze, i soprusi le torture dentro caserme, questure, carceri,  Liberazione l'ha denunciato e raccontato con coraggio a differenza di altri quotidiani che prendono per buone le veline e i comunicati delle forze dell'Ordine.  I casi di Federico Aldrovandi, Giuseppe Uva, Stefano Cucchi, Michele Ferruli, Aldo Bianzino e le altre tante vittime della violenza di stato, la ricerca di verità e giustizia sulla "macelleria messicana" a Genova durante il G8 del luglio 2001, l'ncivile condizione carceraria, il razzismo e la xenofobia contro i nostri fratelli e sorelle migranti, difficilmente, senza Liberazione, sarebbero venuti alla luce e premesso di rompere il muro di gomma dell'omertà di Stato. Sostenere Liberazione per noi significa sostenere anche noi stessi. La solidarietà è la nostra arma.
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Morti nel carcere. Brutte storie, che non finiscono mai

Questa storia è davvero una brutta storia. Una brutta storia come quelle – chi ha i capelli bianchi le ricorderà – di Giuseppe Pinelli, il ferroviere anarchico volato giù da una finestra della questura di Milano, la sera del 15 dicembre 1969; un uomo, ha detto il presidente Giorgio Napolitano, “di cui va riaffermata e onorata la linearità, sottraendolo alla rimozione e all’oblio”. Una brutta storia come quella di un altro anarchico, un ragazzo che si chiamava Franco Serantini, riempito di botte e lasciato morire in carcere. E quante se ne potrebbero citare, di queste brutte storie: Salvatore Marino, Federico Aldrovandi, Aldo Bianzino, Stefano Cucchi… Queste brutte storie e altre, sono raccontate in un bel libro di Luigi Manconi e Valentina Calderone, “Quando hanno aperto la cella” (Il Saggiatore, pagg.244, 19 euro). Un libro che a leggerlo uno sta male, o almeno ci si augura che faccia male. Tra queste storie c’è anche quella di Giuseppe Uva, “La notte che non finisce più”. Di Giuseppe ha scritto Claudia Sterzi su “Notizie Radicali” di ieri. Davvero una brutta storia. Ma non è finita. Non finisce mai.
Il pomeriggio del 23 dicembre da Milano si viene avvertiti di una svolta nella vicenda. La notizia non è ancora stata diramata dalle agenzie, ma circola, viene data per sicura: Giuseppe, morto all’interno di una caserma dei carabinieri di Varese tre anni fa, ha subito sicuramente violenze e torture anche di carattere sessuale. La cosa emerge dall’esame dei reperti. La cosa costituisce una svolta, la conferma di quello che famiglia e amici sospettano, dicono a mezza voce, chiedendo che su quella brutta storia sia fatta luce, e invece di tutto si fa per affossarla. E’ il 23 dicembre, quando la notizia comincia a circolare. E prudenzialmente, in attesa di conferme e riscontri, aspettiamo. E arriva sabato 24. L’indiscrezione del giorno precedente è confermata. La brutta storia diventa orribile. Ma il 25 è Natale, i giornali non escono; e non escono neppure il 26. Ne riferisce qualche notiziario televisivo, ma come di cosa che capita, un incidente…
Il 27 dicembre i giornali sono in edicola. Di questa brutta, orribile storia non una riga. Provate a fare una ricerca su Google, digitando “Giuseppe Uva”. Prima notizia, l’articolo di Claudia Sterzi su “Notizie Radicali”. Poi un articolo dal sito della “Provincia di Varese”. Si riporta la conclusione del professor Adriano Tagliabracci dell’università di Ancona incaricato della perizia: “Sono presenti tracce biologiche in particolare sulla scarpa sinistra. Sui jeans marca Ram tracce ematiche e salivari di Uva. Materiale biologico non identificato diverso dal sangue, sperma e urine appartenenti a Giuseppe Uva. In regione sacroperineale paramediana destra, oltre a sangue sono presenti cellule pavimentose con nucleo che possono essere derivate dalla regione anale o dalle basse vie urinarie. Il materiale risulta appartenere a Giuseppe Uva. Sui jeans tracce bio di altri soggetti in alcuni casi misto a quello di Uva”. La storia, come s’è detto fin dall’inizio, è una brutta storia, una storia orribile. D’accordo, è Natale. D’accordo, dobbiamo mostrarci tutti buoni e occupati a divertire e a divertirci. E poi c’è stata la strage a Genzano di Lucania, la mattanza in Nigeria, la morte di Giorgio Bocca; e come non preoccuparci del principe Filippo d’Inghilterra ricoverato, e visitato – notiziona! – il giorno di Natale dalla regina Elisabetta, che significa semplicemente che la moglie è andata a trovare il marito?
Però questa brutta, orribile storia di Giuseppe Uva l’hanno ignorata un po’ tutti. Cos’è accaduto, in quella caserma dei carabinieri di Varese? Varese, si puo' ricordarlo?, la citta' dell'ex ministro dell'Interno... La sorella Lucia racconta i terribili minuti di quando le viene mostrato il corpo di Giuseppe: “…Su tutto il fianco era blu, sono sicura che non erano i segni dell’ipostasi, io ne ho visti di morti, ho vestito mio zio, mia zia, e quei segni erano lividi. Poi vedo il pannolone. E mi chiedo: perché aveva il pannolone? Mia sorella prende il sacchetto in cui c’erano i pantaloni e li guardiamo. Erano pieni di sangue sul cavallo. Metto via i pantaloni e guardo le scarpe da ginnastica che gli avevo comprato io dieci giorni prima e che adesso erano tutte consumate. Gli slip non c’erano. Gli ho tolto il pannolone e ho visto il sangue. Gli sposto il pene e vedo che aveva tutti i testicoli viola e una striscia di sangue che gli usciva dall’ano. Da quel momento ho giurato che avrei fatto tutto il possibile per arrivare alla verità sulla sua morte, un simile scempio non può restare impunito”.

Valter Vecellio da Articolo21

Caltanissetta: detenuto di 46 anni si impicca in cella

Stavolta, dopo quattro tentativi di uccidersi, c'è riuscito. Impiccandosi nella cella del carcere "Malaspina" dov'era detenuto dal 9 gennaio 2010 dopo l'arresto e la condanna definitiva a 4 anni per detenzione illegale d'armi, mentre un'altra pena a 17 anni era pendente in secondo grado per avere abusato di una minorenne. Il nisseno Giuseppe Di Blasi, 46 anni ex dipendente del canile privato, ieri pomeriggio s'è tolto la vita annodandosi un cappio attorno al collo.
In pochi minuti il detenuto - recluso nella divisione di media sicurezza del carcere di via Messina - è morto soffocato. Era già troppo tardi quando un agente di custodia addetto alla sorveglianza s'è accorto che Di Blasi era penzoloni: ha provato a rianimarlo così come subito dopo hanno tentato, invano, gli infermieri del "118". Che si tratti di un suicidio non dovrebbero esservi dubbi.
Un dramma interiore, profondo, che Di Blasi non è riuscito a superare. Il sostituto procuratore Elena Caruso che ieri ha effettuato un sopralluogo in carcere, ha aperto un'inchiesta delegata alla Polizia penitenziaria. Appena il 22 dicembre scorso, la Corte d'Appello che stava processando Di Blasi per le presunte violenze su una ragazzina e aveva disposto la riapertura dell'istruttoria dibattimentale per sottoporla a perizia psicologica, aveva rigettato l'istanza di affievolimento della misura cautelare presentata dagli avvocati Massimiliano Bellini e Vincenzo Ferrigno, dopo i variegati tentativi di suicidi.
Due volte Di Blasi ingerì un eccessivo dosaggio di farmaci, poi tentò di impiccarsi, un'altra volta ingoiò le lenti rotte degli occhiali da vista. Tant'è che i legali, attraverso il consulente medico Carla Ippolito, avevano ribadito che Di Blasi era un soggetto affetto da una sindrome depressiva che lo rendeva incompatibile col regime carcerario e per questo andava curato in un ambiente familiare dove aveva la possibilità di sottoporsi "ad adeguati trattamenti psicoterapeutici".
Nella perizia redatta dal dott. Vito Milisenna, nominato dalla Corte, si sosteneva che Giuseppe Di Blasi "poteva superare le problematiche in una struttura dell'Amministrazione penitenziaria dotata di servizi di psichiatria in cui il detenuto, affetto da disturbi psichici, poteva essere seguito e sorvegliato", e la Corte aveva disposto la trasmissione degli atti al Dap per individuare una struttura idonea.
Di Blasi - che prima di finire in cella abitava al villaggio Santa Barbara - venne arrestato due anni fa quando la Polizia trovò una carabina, una pistola e alcuni munizioni dentro un borsone. Tre mesi dopo arrivò l'ordine d'arresto in cui era accusato di abusi sull'adolescente. E in primo grado, il Tribunale gli inflisse 17 anni di reclusione. Il suo destino adesso era legato alla valutazione dei giudici d'appello.
"Questa morte è una sconfitta per la nostra giustizia - dice amareggiato e addolorato l'avvocato Bellini. Spesso la carcerazione preventiva è un'ingiusta anticipazione della pena. Ricordiamoci che vale sempre il principio di presunzione d'innocenza. Sono davvero amareggiato perché la Corte d'Appello, decidendo di riaprire il processo, voleva approfondire la vicenda nella sua globalità. Purtroppo non ci siamo riusciti. Di Blasi s'è protestato sempre innocente e fin dal primo giorno aveva manifestato segni di cedimento. Molte volte abbiamo chiesto misure meno restrittive che i giudici di primo e secondo grado hanno rigettato".

Nel luglio del 2010 il gelese Rocco Manfrè si tolse la vita nel bagno del carcere
È sempre difficile venire a conoscenza di ciò che accade all'interno di un carcere, per cui anche i tentativi di suicidio spesso riescono a restare circoscritti tra le mura della struttura di pena. Non è così invece per i casi che si risolvono nella morte del detenuto. Nella Casa circondariale "Malaspina" di via Messina (secondo la denuncia fatta all'inizio di quest'anno dalla Uil-Pa Penitenziari) nel 2010 s'è registrato un solo suicidio ed è quello di Rocco Manfrè, avvenuto a metà luglio. Aveva 65 anni.
L'uomo, indicato come esponente della famiglia gelese di Cosa Nostra capeggiata dagli Emmanuello, si impiccò nel bagno del carcere dove era stato rinchiuso 48 ore prima a seguito della operazione "Mantis religiosa" con l'accusa di essere stato, nel giugno del 1992, uno degli artefici dell'omicidio e dell'occultamento del cadavere di Agostino Reina, 32 anni, presunto esponente della "Stidda". Manfrè aveva trascorso due notti in carcere. Non attese nemmeno l'incontro con il Gip di Caltanissetta che qualche ora dopo lo avrebbe dovuto sottoporre all'interrogatorio di garanzia. Alle 9.30 - dopo avere fatto colazione con altri sei detenuti con cui divideva la cella - Manfrè disse che sarebbe andato a fare la doccia. Utilizzando i manici di una borsa termica, l'uomo di impiccò legandoli al braccio della doccia.

fonte: La Sicilia

28 dicembre 2011

Omicidio Uva: I jeans di Giuseppe zuppi di sangue mischiato a dna non suo

sorelle di Giuseppe Uva

I jeans erano zuppi di sangue. E' ancora Lucia, la sorella di Pino Uva, a fornire le prime indiscrezioni sulle analisi genetiche che il tribunale ha ordinato sui vestiti che aveva indosso Giuseppe la notte del giugno di tre anni fa in cui fu scovato da un paio di carabinieri mentre spostava delle transenne in una strada di Varese. Ne seguì un sanguinoso e misterioso "controllo" di polizia, di quelli che non lasciano scampo. E un transito in ospedale dove, il giorno appresso, sarebbe morto. La versione ufficiale parlò, e parla tuttora, di intossicazine da farmaci. Lucia Uva non c'ha mai creduto. Il 14 giugno del 2008 toccò a lei, in obitorio, scoprire il naso ammaccato di suo fratello e la costola sollevata e il pannolone che lo imbracava. Toccò a lei porsi i primi terrificanti dubbi incredula sulle spiegazioni di autolesionismo o di troppo di vigore nella rianimazione. «Me lo sono toccato tutto, avevo la macchinetta fotografica perché ero partita per le vacanze e ho ripreso tutto: i bernoccoli sulla nuca, un ginocchio fuori posto, il collo del piede gonfio. Gli slip erano spariti», dirà a Liberazione.
Ora ha rivelato ai giornalisti una sintesi di quanto appurato dal perito Adriano Tagliabracci dopo la riesumazione della salma, avvenuta dopo un'aspra battaglia che, nel luglio scorso, ha avuto l'esito della disposizione di una superperizia. Ad assistere Lucia e i suoi c'è Fabio Anselmo, lo stesso legale dei casi Aldrovandi, Cucchi e Ferrulli. Dunque, nei pantaloni dell'uomo c'era molto sangue, e apparteneva a Giuseppe. Vi sarebbero poi delle cellule pavimentose, materiale genetico della zona anale o dalle basse vie urinarie. E c'è anche materiale biologico che il perito avrebbe attributo ad altri soggetti, e che è in alcuni casi frammisto al sangue di Pino Uva.
Per Lucia è la prova che la famiglia ha fatto bene, in questi anni, a chiedere di indagare in tutte le direzioni anche scavando nelle ore in cui Uva fu trattenuto in caserma. I risultati nella loro completezza saranno noti nei prossimi giorni. A questi vanno poi aggiunti i risultati della tac sui resti di Giuseppe. L'unico processo in corso, però, è quello contro due medici, quello del pronto soccorso e lo psichiatra del reparto. Il gup ha rinviato a giudizio prima lo psichiatra ma dicendo che la perizia è troppo generica e indicando la responsabilità dell'altro medico per il quale s'è aperto un secondo processo il 14 luglio. Anche il procuratore generale, opponendosi all'assoluzione, ammette che ci voleva maggiore attenzione. La parte civile, i familiari di Uva credono che la causa di morte sia il politraumatismo di quella notte non la sinergia tra sedativi. Il pm, dall'inizio di questa storia, appare particolarmente ostile alla famiglia di Uva. Ha perfino insinuato che Lucia avesse manomesso il cadavere. E, tra i misteri di quella notte, restano le dichiarazioni degli amici di Pino che aveva raccontato loro di avere avuto una relazione con la moglie di un carabiniere. A diradare la nebbia potrebbero essere le parole di Alberto Biggioggero, l'amico che era con Uva quella notte di giugno. C'era la partita, quella sera. Quando finì andarono al bar di Via Dandolo e, tornando a casa, videro le transenne che sarebbero servite per la Festa delle Ciliegie. Decisero di chiudere la strada in anticipo per fare una goliardata innocua. Erano quasi le tre. Un carabiniere di pattuglia lo riconosce, lo chiama per nome e cognome, iniziano a discutere. Arriverannno i rinforzi: due pattuglie di polizia che portano i due dai carabinieri in Via Saffi. Un'ora dopo Alberto sente gridare Pino. Invano chiede il perché poi chiama il 118, suo padre e l'avvocato. Per questo s'è salvato. «Pino lo portiamo a casa noi», gli dissero i carabinieri che "tranquillizzano" il 118: «Sono solo due ubriachi» salvo richiamare l'ambulanza alle 5.30. Il pm non ha mai sentito Alberto.

Checchino Antonini da Liberazione

27 dicembre 2011

Carceri:Detenuto suicida nel carcere di Taranto

Cosimo Rizzo, un tarantino di 40 anni che stava scontando reati di droga, si è tolto la vita, la notte del 22 dicembre nel carcere di Taranto. È il settimo detenuto trovato morto dall’inizio dell’anno nelle carceri pugliesi.  Appena nove giorni fa nello stesso carcere, ma in una sezione diversa da quella interessata da quest’ultimo caso, un altro detenuto di 40 anni, Vincenzo Angelillo, barese, è stato trovato morto nel suo letto. Il carcere di Taranto potrebbe contenere 315 detenuti ma oggi ce ne sono ammassati più di 680.

24 dicembre 2011

G8 Genova: A rischio prescrizione i processi contro le forze dell'ordine

C'è il rischio concreto che le violenze compiute dalle forze dell'ordine al G8 di Genova (luglio 2001) dove perse la vita Carlo Giuliani, cadano definitivamente in prescrizione. La possibilità riguarda solo il reato di falso (tutti gli altri sono già prescritti) per il quale la prescrizione è prevista dopo 15 anni dai fatti, e del quale devono rispondere gli agenti coinvolti in quanto accadde sia nella scuola Diaz che nella caserma di Bolzaneto.
A denunciare il rischio che non venga fatta giustizia sui pestaggi compiuti in quei giorni è stata ieri Donatella Ferranti, capogruppo del Pd in commissione Giustizia della Camera, che sull'argomento ha presentato un'interrogazione al ministro della Giustizia. Causa della possibile prescrizione sarebbe il ritardo con cui i fascicoli del processo di appello sono stati inviati alla Cassazione e che non sarebbe dovuto, secondo la parlamentare, a semplici lentezze burocratiche. «Il governo sta valutando di effettuare nuovi accertamenti per verificare se vi siano state responsabilità colpevoli sui ritardi della trasmissione degli atti» ha detto ieri la parlamentare dopo che il sottosegretario alla Giusitizia Andrea Zoppini era intervenuto sul merito. «Il governo ha proseguito Ferranti - ha chiaramente detto che gli atti del processo sono stati trasmessi con ritardo alla Corte di Cassazione per un concatenenarsi di fattori contingenti tra i quali la perdita di alcune notifiche, per l'erroneo convincimento dell'inesistenza della via di destinazione, ovvero l'emissione da parte del collegio giudicante dei necessari provvedimenti di correzione e alcuni errori materiali della sentenza».
Il 31 luglio del 2010 sono uscite le motivazioni della sentenza con cui la corte di Appello di Genova, ribaltando la sentenza di primo grado, ha condannato 25 funzionari di polizia per falso, calunnia e per non aver impedito le violenze compiute a danno dei manifestanti che dormivano nella scuola Diaz. Tra i condannati anche alti esponenti delle forze dell'ordine come il capo dell'anticrimine Francesco Gratteri (4 anni), l'ex comandante del primo reparto mobile di Roma Vincenzo Canterini (5 anni), Giovanni Luperi (4 anni), Spartaco Mortola (3 anni e 8 mesi) e Gilberto Calderozzi (3 anni e 8 mesi). Il fascicolo è stato però trasmesso alla Cassazione solo il 25 novembre del 2011.
«A mio avviso si tratta di ritardi sospetti - ha proseguito Ferranti - o comunque di negligenze su cui si deve fare chiarezza con tempestività e massima obiettività». Il rischio della prescrizione, sempre per il reato di falso, riguarda anche il processo per le violenze compiute all'interno della caserma di Bolzaneto. Un procedimento a parte ha riguardato l'ex capo della polizia Gianni De Gennaro, la cui posizione è stata stralciata dalle altre.
In appello De Gennaro è stato riconosciuto colpevole di istigazione alla falsa testimonianza (secondo l'accusa fece pressioni sull'ex questore di Genova Francesco Colucci). Reato dal quale venne assolto con formula piena in Cassazione a novembre di quest'anno. Il sospetto è che si sia attesa propria questa sentenza prima di procedere alla trasmissione del fascicolo relativo al processo Diaz alla Cassazione.

fonte: il manifesto

23 dicembre 2011

Firenze: Nuova aggressione razzista nei confronti di un senegalese

«Voi, negri, dovete andarvene dall´Italia». Se l´è sentito dire ieri un ambulante senegalese che, di fronte a una libreria in via dei Servi, proponeva romanzi di autori africani ai passanti. Ad offenderlo è stato un italiano di 51 anni appena sceso in strada con il cane e poi denunciato dai carabinieri per offese razziste e minacce. Succede tutto intorno alle 12.30. L´uomo si ferma, spazzola il cane e getta i peli sui libri che l´ambulante tiene sullo scalino della libreria. «Ne è nato un diverbio molto animato – racconta la libraia – sono uscita per calmarli, ma quel signore continuava ad offendere il ragazzo». «Brutto negro, ora torno in casa, prendo una pistola e il bastone e ti faccio vedere», urla l´uomo. Tanto che intorno si forma un capannello. E tutti cercano di farlo ragionare.
«Non ne voleva sapere, abbiamo dovuto chiamare i carabinieri. Non capisco per quale motivo l´abbia aggredito – continua la titolare della libreria – semmai avrei potuto lamentarmi io, ma in realtà la sua presenza mi onora. A un certo punto il ragazzo ha anche detto: “Ma perché ce l´ha tanto con noi, siamo nel 2011, il mondo è di tutti”».
Su quanto successo è intervenuta Ornella De Zordo, consigliera comunale di perUnaltracittà, che ha dichiarato: “E’ urgente che tutti gli strumenti legislativi siano utilizzati per fermare la deriva razzista che sta prendendo piede in città e non solo, a partire dalla legge Mancino che ad oggi è poco o per niente utilizzata per inibire la destra xenofoba e razzista. Bene ha fatto la libraia che ha preso le difese del senegalese contro l’aggressore”, ha concluso. “A fianco della legge contro il razzismo serve infatti rinnovare un’etica pubblica che negli ultimi anni la società italiana ha colpevolemente trascurato di coltivare. La nostra solidarietà va quindi al ragazzo senegalese per ciò che ha subito e alla libraia per ciò che ha saputo fare”.
Intanto, Assane Kebe, portavoce della Comunità senegalese fiorentina, ha ribadito il fermo rifiuto di ogni “dialogo” con i neofascisti: «Quelli di Casa Pound si proclamano “fascisti del terzo millennio”: e noi non vogliamo dialogare con nessun fascista, né di ieri, né di oggi, né del domani. Non può esistere un confronto né un incontro possibile con chi oggi ha la faccia di dichiararsi fascista. Anzi, per noi definirsi così nel 2011 non dovrebbe essere possibile, né immaginabile».

22 dicembre 2011

Bologna: pestaggi e violenze sessuali nel carcere minorile

Si parla di punizioni sopra le righe, manette usate impropriamente, scappellotti ai ragazzi detenuti e ancora un uso eccessivo della cella di isolamento, a volte utilizzata dopo aver smontato la finestra, per lasciare i giovani al freddo. È questo quello che emergerebbe dalla relazione finale dell’ispettore del Dap mandato il 6 dicembre scorso dal ministro della Giustizia al carcere minorile di Bologna. Una relazione in cui si parla anche di quattro tentativi di suicidio, un presunto abuso sessuale nei confronti di un ragazzo di quindici anni da parte di altri detenuti, risse, agenti della polizia penitenziaria percossi, estorsioni, incendi, danneggiamenti e lesioni.
Una serie di eventi che però non sono mai stati comunicati all’autorità giudiziaria, ed è per questo motivo che il ministro Paola Severino ha rimosso dai loro incarichi per una “diffusa e persistente violazione di obblighi di correttezza gestionale” il direttore del carcere del Pratello, Lorenzo Roccaro, il direttore del centro giustizia minorile di Bologna, Giuseppe Centomani, e il comandante della polizia penitenziaria Aurelio Morgillo. Il motivo, secondo il Dipartimento di giustizia minorile, andrebbe ricercato in una presunta volontà di coprire gli episodi di violenza dando l’idea che nel carcere bolognese del Pratello tutto filasse liscio. Nella relazione si parla inoltre di celle trovate sporche, in cui si trovavano anche quattro ragazzi, di estorsioni odiose, tra il bullismo da una parte e il lassismo dei vertici dall’altra.
Una realtà ancora da verificare, ma che disegna un clima di terrore nel carcere minorile di via del Pratello a Bologna. La procura ordinaria di piazza Trento e Trieste ha aperto un fascicolo per omissione di rapporto su segnalazione del capo di quella minorile, Ugo Pastore. Ma, per ora, non risultano iscritti nel registro degli indagati. Non è comunque escluso che siano ipotizzati reati a carico di alcuni agenti, anche se, visto che annotavano nei registri le punizioni, sarebbe difficile dimostrare e supporre che agivano nella consapevolezza di commettere illeciti. Diverso, invece, il caso in cui dovessero essere accertati comportamenti impropri e sopra le righe.
Sarebbero in tutto 25 i ragazzi coinvolti negli episodi di bullismo e violenza mai denunciati dai vertici e segnalati dall’ispettore, e circa 30 i casi di abusi all’attenzione della procura dei Minori negli ultimi due anni.
Uno scenario che è stato scoperto dall’inchiesta del capo della procura Minorile, Ugo Pastore, iniziata alcuni mesi fa e venuta alla luce dopo la lettera mandata da due assistenti sociali ai dirigenti del carcere su una presunta violenza sessuale dello scorso settembre ai danni di un ragazzo di quindici anni, da parte di un sedicenne e un diciassettenne. Questi ultimi puniti poi con due giorni di sospensione dalle attività comuni, ma nessuno denunciò il reato alla procura Minorile. Un’omissione simile ad altre avvenute all’interno del carcere. E mercoledì scorso, dopo gli accertamenti dell’ispettore del Dap, Francesco Cascini, è arrivata la rimozione dei vertici.
Ad indagare ora sono i carabinieri di Porta Lame di Bologna. Gli episodi di violenza e bullismo tra i giovani detenuti sono tutti indicati nel registro disciplinare del carcere, ed ora acquisiti dai carabinieri. Ma non uscivano dalle celle di via del Pratello. I detenuti hanno, inoltre, descritto agli ispettori uno scenario infernale, con scarso cibo, manette facili, celle di isolamento gelide. Eventi che sono ora sotto la lente della procura di Bologna.


Appello: No alla marcia nazifascista a Roma il 7 gennaio

Il 7 gennaio sfilerà per Roma una marcia nazionale neonazista spalleggiata e sponsorizzata dal sindaco Alemanno. Non ci importano le motivazioni per le quali si svolgerà questa manifestazione: non le accetteremo comunque!
Non possiamo permettere che chi semina idee razziste, xenofobe ed omofobe attraversi tranquillamente la città senza una risposta concreta e forte da parte dei movimenti antifascisti.
Non possiamo permettere che dopo neanche un mese dall’uccisione a Firenze dei due ragazzi senegalesi Samb Modou e Diop Mor da parte di un militante fascista i suoi camerati scendano in piazza. Loro sono i responsabili morali e fisici di quell’assassinio e le loro mani grondano ancora di sangue.
Non possiamo permettere che al famoso campeggio di Subiaco che ha “riunito” vecchi, nuovi e futuri nazisti venga data continuità consentendo loro di marciare per la capitale medaglia d’oro alla Resistenza.
Rilanciamo perciò l’assemblea che si terrà all’Alberone il 22 dicembre per discutere collettivamente le modalità per rispondere a questa provocazione fascista.

Con Samb Modou, Diop Mor e tutti i compagni e le compagne assassinat* nel cuore

No pasaran! Antifascist* sempre

Collettivi autorganizzati della Sapienza e Roma3

Asti: vessazioni in carcere, a processo a cinque agenti di polizia penitenziaria

Ad Asti, ieri, cinque agenti della polizia penitenziaria del carcere di Quarto compariranno in tribunale per la nuova udienza del processo a loro carico. Pesanti le accuse, quelle di lesioni personali nei confronti di due detenuti. I fatti risalgono al 2004.
Secondo l’accusa i detenuti Claudio Renne ed Andrea Cirino, oltre ad essere stati picchiati, sarebbero state vittime di soprusi, come il fatto di rimanere in celle di isolamento senza materassi o quelle di essere tenuti a pane e acqua.
I maltrattamenti sarebbero proseguiti fino a quando una educatrice che pretese di incontrare Renne per un colloquio, vedendolo malconcio, segnalò il caso alla direzione. Gli imputati sono Cristiano Bucci, Marco Sacchi, Gianfranco Sciamanna, Davide Bitonto ed Alessandro D’Onofrio. L’indagine della magistratura astigiana è partita quando un ex agente, finito nei guai per una questione di droga, ha raccontato tutto alla polizia.
Il motivo che avrebbe spinto i cinque ad inveire contro il Renne ed il Cirino sarebbe da ricercarsi nel fatto che i reclusi in precedenza avrebbero aggredito un agente carcerario entrato nella loro cella per un controllo. Ieri sono stati sentiti diversi testimoni, però non è stato possibile sentire Domenico Minervini direttore della casa di pena astigiana all’inizio degli anni Novanta. Attualmente Minervini è direttore del carcere di Aosta e non ha potuto lasciare la città per importanti impegni familiari. La prossima udienza è stata perciò fissata per l’undici gennaio.

fonte: Gazzetta di Asti

21 dicembre 2011

Il "Cara" di Mineo, vergogna italiana

Il villaggio degli aranci di Mineo (Ct), il mega-centro di semidetenzione per richiedenti asilo e migranti, a quasi un anno dalla sua istituzione, testimonia il completo fallimento del modello di “solidarietà” securitaria del governo Berlusconi-Maroni. È il “non luogo” dove si consuma la spersonalizzazione, dove l’ospite-recluso si “sente atopos, fuori posto, né cittadino né straniero, collocato in un luogo bastardo al confine tra l’essere e il non-essere sociale”. Il CARA di Mineo, isolato ed isolante, è “l’antitesi dell’integrazione e mina la sicurezza del territorio animando scontri e tensioni fra comunità”. A sancire l’ennesima bocciatura del centro di “accoglienza” in cui sono stati deportati manu militari quasi duemila cittadini stranieri presenti in Italia da tempi remotissimi, è il rapporto del Comitato territoriale dell’ARCI di Catania consegnato ad una delegazione di europarlamentari in visita ai lager per migranti della Sicilia.
“Gli ospiti presenti all’interno del centro di Mineo non hanno alcun rapporto con il territorio sia per la conformazione del luogo, ma soprattutto perché non sono stati predisposti gli strumenti necessari a favorire l’integrazione”, denuncia l’avvocato Francesco Auricchiella, responsabile immigrazione dell’ARCI di Catania. “Essi continuano a vivere ai margini, in uno stato di assoluto isolamento culturale e sociale in aperto dispregio di quanto previsto dall’art. 3 della Convenzione Europea a salvaguardia dei diritti dell’Uomo”.
Dalla sua costituzione, il 18 marzo 2011, il CARA ha offerto condizioni di vita “prive di contesto e coesione sociale, scollate dalla propria cultura, disorientate nella selva di leggi e di prassi amministrative del tutto ignote agli ospiti per l’assoluta mancanza di qualsiasi forma di mediazione sociale, culturale e di assistenza legale”, scrive l’ARCI. E quasi nulla è cambiato con l’insediamento dell’ente attuatore, la Provincia di Catania (nominata con ordinanza del Presidente del consiglio il 28 giugno scorso), retta da quel Giuseppe Castiglione che è contestualmente coordinatore regionale del Polo delle libertà e uomo di fiducia dell’ex guardasigilli Angelino Alfano.
A Mineo sono state innumerevoli le violazioni dei diritti dei soggetti più vulnerabili, come i minori non accompagnati, le donne vittime di violenza e i nuclei familiari di eritrei, etiopi e somali provenienti dalla Libia, dove sono stati sottoposti a pene inumane e degradanti in diversi centri di detenzione. “Tra queste famiglie c’erano minori nati o vissuti per mesi nelle prigioni libiche”, aggiunge Auricchiella. “Giunti in Italia ed inviati a Mineo, questi soggetti portatori di esigenze particolari, tra cui donne abusate e persone vittime di tortura, non hanno avuto accesso ai servizi di riabilitazione necessari per la rimozione e la rielaborazione dei traumi e delle violenze subiti, quando, invece le direttive dell’Unione europea dispongono che ogni Stato membro deve adoperarsi per attivarli”.
Il rapporto ricostruisce alcuni gravi episodi verificatisi nel centro. Come ad esempio il “trasferimento arbitrario”, nei primi quattro giorni di vita della struttura, di circa 500 richiedenti asilo già ospitati in altri CARA del territorio nazionale. “Persone dalle provenienze più diverse, come nigeriani, pakistani, afghani, che avevano già da mesi fatto istanza per la protezione internazionale e che attendevano l’audizione e la decisione sulla loro richiesta, si sono ritrovati, improvvisamente deportati a migliaia di chilometri di distanza, senza la notifica del provvedimento dalle Questure, con la conseguente impossibilità di ricorrere avverso il trasferimento”. Di contro, al CARA di Mineo non sono state inviate le pratiche dei richiedenti asilo affetti da patologie anche gravi o da disturbi psichici, e ciò ha determinato l’interruzione del ciclo di cure avviato nei centri d’origine.
In piena violazione del diritto di difesa, i cittadini stranieri sono stati trasferiti in Sicilia senza che venissero previamente informati i loro legali. Alcuni di essi, come ad esempio quelli provenienti dal CARA di Bari-Palese, attendevano il pronunciamento del TAR sui ricorsi avversi la decisione di trasferimento dell’Unità Dublino; altri avevano già presentato opposizione ai dinieghi dello status di rifugiato; altri ancora dovevano essere sentiti in commissione nei giorni in cui subivano il trasferimento coatto. “In molti casi – spiega l’avvocato Auricchiella - i richiedenti sono stati dichiarati assenti ed è stato emesso nei loro confronti il provvedimento di diniego”.
È accaduto pure che i documenti relativi alle procedure di riconoscimento della protezione internazionale, avviate in altri CARA italiani, non siano mai arrivati alla nuova Commissione Territoriale competente, con la conseguenza che molti richiedenti che attendevano il colloquio o la decisione finale sin dall’ottobre 2010, si sono visti precedere da chi era giunto in Italia successivamente. A Mineo la Commissione si è insediata solo due mesi dopo l’apertura del centro, e ancora oggi prosegue i propri lavori con eccessiva lentezza. E gli ospiti continuano a lamentare il non rispetto, a parità di status e condizioni di fatto, di alcun criterio logico e cronologico nella disamina delle istanze e nella convocazione per l’audizione. “Essa non si è avvalsa di interpreti competenti, né è stata garantita trasparenza alle procedure per la loro selezione e nomina”, afferma l’ARCI. “Alcuni provvedimenti di rigetto della domanda di asilo (peraltro, resi in italiano e non tradotti) non hanno specificato il foro competente, ma hanno erroneamente indicato, quale Tribunale ove ricorrere, quello del luogo di provenienza, quando, invece, nel caso di Mineo, è competente Catania”.
“Fino all’insediamento dell’ente gestore non risulta che sia stata garantita assistenza legale ai richiedenti asilo e, attualmente, l’assistenza offerta non risulta essere adeguata allo standard richiesto dalla Direttiva 2003/9/CE”, aggiunge il rapporto. Le uniche consulenze in campo legale sono state così quelle fornite da tre operatori dall’UNHCR (l’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati) e da alcune associazioni non governative (ARCI, ASGI e Rete antirazzista catanese) grazie l’allestimento di banchetti informativi all’esterno del campo. “L’ingresso nel centro da parte dei legali è stato molto difficoltoso e alcuni professionisti si sono visti costretti a prestare la propria assistenza fuori su un prato”, scrive l’avvocato Auricchiella. “Non è stata dedicata un’ala ai minori non accompagnati, in attesa dello svolgimento delle procedure di legge, e la nomina dei rappresentanti legali si è protratta per troppo lungo tempo e ha fatto sì che molti minori giunti a Mineo divenissero maggiorenni senza che, nelle more, beneficiassero del percorso di integrazione e formazione che la stessa legge nazionale prevede”.
L’ARCI lamenta la non elaborazione a Mineo di un piano integrato per la programmazione e realizzazione dei servizi connessi con il territorio; né si è previsto di potenziare l’accesso al sistema scolastico o di assicurare risorse aggiuntive all’ASL per rendere efficiente la tutela sanitaria. I richiedenti asilo hanno fruito delle prestazioni sanitarie esattamente come i cittadini stranieri irregolarmente presenti in Italia e privi di tessera sanitaria, mentre al contrario spettava loro il diritto-dovere di accesso in condizioni di parità con i cittadini italiani, come sancito dal testo unico sull’immigrazione.
“La presenza stabile di quasi duemila persone di origine straniera avrebbe dovuto comportare la previsione ed organizzazione di servizi di mediazione linguistico-culturale per l’intera rete dei servizi locali”, conclude il rapporto. “Di questo a Mineo non v’è traccia. Ciò ha creato fra gli ospiti un forte disagio che in alcuni casi è sfociato in rivolte o in veri e propri scontri etnici, con grave rischio per le donne, i minori e gli operatori presenti all’interno del centro”. Quando poi la gestione dei servizi del CARA è stata affidata ad un associazione temporanea di cooperative e imprese e sono giunti i primi “interpreti” e “mediatori culturali”, è accaduto che uno di essi, un cittadino di origini bengalesi, assunto da una coop romana, venisse arrestato dalla squadra mobile di Catania con l’accusa di estorsione per essersi fatto consegnare 400 euro da un connazionale, per fargli ottenere dalla Commissione Territoriale il riconoscimento dello status di rifugiato.
“Le condizioni disumane in cui sono costretti a vivere i richiedenti asilo impongono l’immediata chiusura del CARA di Mineo”, afferma la Rete antirazzista catanese che ha convocato una grande manifestazione regionale, domenica 18 dicembre, davanti all’ingresso del centro. L’iniziativa, promossa congiuntamente con la Campagna per la smilitarizzazione di Sigonella, LILA, Cobas, Collettivo Red Militant, Cobas antirazzista, Forum Antirazzista e GAPA, vedrà la partecipazione delle realtà di base che lottano contro il razzismo, le guerre e la militarizzazione in Sicilia. “Vogliamo che i richiedenti asilo del CARA più grande d’Europa, siano riconosciuti come soggetti umani in cerca di un futuro migliore, non trattati come oggetti parcheggiati a tempo indefinito per favorire il business della pseudo accoglienza”, spiegano gli organizzatori. “Chiediamo che sia garantita la libera circolazione e la regolarizzazione di tutti i migranti, sostenendo la campagna contro la sanatoria truffa del settembre 2009. La Sicilia non deve essere un lager per gli immigrati, né una polveriera di ordigni di morte e di micidiali basi militari USA-NATO”.

Antonio Mazzeo da il manifesto

20 dicembre 2011

Attacco fascista alla sezione del Prc di Ardea

Nella notte tra sabato e domenica la sezione di rifondazione comunista di Ardea, ha subito ancora attacchi di stampo nazista. La sezione è stata aperta nel gennaio del 2009, quasi tre anni, eppure qualcuno ancora non si rassegna alla nostra esistenza. Noi perseguiamo una politica di denuncia pacifica e costante, ma evidentemente solo il nostro simbolo infastidisce chi non conosce la democrazia. Non useremo parole di rabbia nè di vittimismo, semplicemente denunciamo il diritto di essere e apparire. Abbiamo subito in tre anni, danni ideologici (tralasciando il danno di tipo economico), al limite della tolleranza, arrivando perfino ad avvisare i carabinieri di zona. ci siamo trovati a sostituire le bandiere, spesso incendiate o strappate, ricoprire stupidi simboli o minacce nella cassetta della posta. Crediamo che in un sistema di democrazia, vadano salvaguardate le realtà esistenti nel territorio, pertanto onde evitare che gli sciocchi del quartierino illuminati da una idealismo poco aderente alla realtà, possano perpetrare la loro vile sfida,riteniamo di dover raccontare all'opinione pubblica.

Rifondazione Comunista circolo Ardea

Carceri: Travaglio contro qualsiasi misura alternativa alla detenzione.

Dopo aver letto l'ultimo editoriale di Travaglio sul carcere e sulla sua polemica nei confronti di un decreto che semplicemente darà la possibilità a circa 3000 detenuti (una percentuale purtroppo bassissima) di finire l'ultima anno di pena agli arresti domiciliari, ho provato un senso di nausea, di ribrezzo nei confronti di questo giornalista legalitario e liberista. Un uomo cinico, senza un briciolo di umanità e di coscienza contro le ingiustizie sociali. Uno che dice, con tutta la sua spietata semplicità: "Se uno sbaglia, deve pagare!".
Ed è proprio quella parola: "sbaglia" che dovrebbe farci riflettere. Nessuno di noi è immune dallo sbaglio, e il nostro Stato ce la fa pagare cara. Troppo spesso anche con la vita.
Questo mio scritto potrebbe capirlo solamente quelli che hanno avuto il buonsenso di approfondire e conoscere la realtà del carcere. E nessuno di noi dovrebbe avere la sicurezza di sentirsi escluso.
E mi fanno ribrezzo tutti quelli che approvano i suoi articoli, specialmente l'ultimo. Con quale coraggio esaltate il suo pessimo editoriale e poi come pecore andate a fare gli slogan per Stefano Cucchi? Ma come mai tanta gente rappresenta l'ossimoro vivente? Con quale coraggio fate finta di preoccuparvi per tutti quei ragazzi detenuti che muoiono in carcere in una media di un morto ogni due giorni?
Ma con che coraggio se poi vi indignate che un decreto faccia uscire dal carcere (attenzione non in libertà, ma agli arresti domiciliari) una cifra ridicola di detenuti? In realtà non vi interessa nulla, vi sentite tutti al sicuro.
E con quale coraggio esaltate un uomo che a suo tempo aveva infangato la morte del grande giornalista Mauro Rostagno e, a differenza del grande giornalista D'Avanzo, non ha chiesto scusa?
Come si fa ad esaltare uno che approva come dogma le carte processuali e quindi per lui Pinelli è davvero caduto da solo dalla finestra? E mi limito al sociale, per quanto riguarda il suo amore per il governo Israeliano e per il libero mercato è ancora un altro discorso che esula l'argomento principale.
Il carcere non vi appartiene vero? Un mio amico di nome Niki Aprile Gatti è finito in carcere, preventivamente e senza essere ancora accusato. E' finito dentro da innocente, ed è stato ucciso senza che nessuno gli avesse dato il tempo di dimostrare la sua innocenza. Poi cosa devo sentire? Quel vergognoso giornalista di Travaglio dirsi favorevole agli arresti preventivi e guai ad abolirli o al limite limitarli? E molti di voi : "Bravo Travaglio, sei un grande!"
Il problema dell'uomo in generale è che ha poca voglia di approfondire, studiare e quindi comodamente delega il proprio pensiero a questi guru dell'informazione. Loro sono abili perché approfittano del mal di pancia delle persone e le indirizzano verso falsi obiettivi. Poi qui rasentiamo il ridicolo: un liberista e legalitario come Travaglio ha i fan di "sinistra", quelli che dovrebbero essere sensibili su certi temi come l'ingiustizia, le carceri e l'emarginazione sociale.
No, davvero! Il suo editoriale è un insulto all'intelligenza di tutte quelle persone che si battono contro il malato Sistema Carcerario, poiché trasuda ipocrisia, mista a disinformazione. Poi quanti commenti istintivi, senza un pizzico di raziocinio. Travaglio è diventato popolare grazie alla nostra mediocrità.

Per concludere vi riporto una lettera che scrisse Sole, l’argentina Maria Soledad Rosas che si suicidò in carcere. Lei, Baleno (Edoardo Massari) e Pelissero erano tre giovani anarchici e squatters che nei primi anni '90 furono vittime di un complotto giudiziario e istituzionale. Accusati ingiustamente di aver compiuto azioni ecoterroristiche nel torinese, subirono una terribile gogna mediatica che portò al suicidio di Sole e Baleno e la condanna di Pellissero (non per associazione terroristica).

"Compagni la rabbia mi domina in questo momento. Io ho sempre pensato che ognuno è responsabile di quello che fa, però questa volta ci sono dei colpevoli e voglio dire a voce molto alta chi sono stati quelli che hanno ucciso Edo: lo Stato, i giudici, i magistrati, il giornalismo, il T.A.V., la Polizia, il carcere, tutte le leggi, le regole e tutta quella società serva che accetta questo sistema.
Noi abbiamo lottato sempre contro queste imposizioni e' per questo che siamo finiti in galera.
La galera e' un posto di tortura fisica e psichica, qua non si dispone di assolutamente niente, non si può decidere a che ora alzarsi, che cosa mangiare, con chi parlare, chi incontrare, a che ora vedere il sole. Per tutto bisogna fare una "domandina", anche per leggere un libro. Rumore di chiavi, di cancelli che si aprono e si chiudono, voci che non dicono niente, voci che fanno eco in questi corridoi freddi, scarpe di gomma per non fare rumore ed essere spiati nei momenti meno pensati, la luce di una pila che alla sera controlla il tuo sonno, posta controllata, parole vietate.
Tutto un caos, tutto un inferno, tutto la morte.
Così ti ammazzano tutti i giorni, piano piano per farti sentire più dolore, invece Edo ha voluto finire subito con questo male infernale. Almeno lui si e' permesso di avere un ultimo gesto di minima liberà, di decidere lui quando finirla con questa tortura.
Intanto mi castigano e mi mettono in isolamento, questo non solo vuol dire non vedere nessuno, questo vuol dire non essere informata di niente, non avere nulla neanche una coperta, hanno paura che io mi uccida, secondo loro il mio e' un isolamento cautelare, lo fanno per "salvaguardarmi" e così deresponsabilizzarsi se anche io decido di finire con questa tortura. Non mi lasciano piangere in pace, non mi lasciano avere un ultimo incontro con il mio Baleno.
Ho per 24 ore al giorno, un'agente di custodia a non più di 5 metri di distanza.
Dopo quello che e' successo sono venuti i politici dei Verdi a farmi le condoglianze e per tranquillizzarmi non hanno avuto idea migliore che dirmi: "adesso sicuramente tutto si risolverà più in fretta, dopo l'accaduto tutti staranno dietro al processo con maggiore attenzione, magari ti daranno anche gli arresti domiciliari". Dopo questo discorso io ero senza parole, stupita, però ho potuto rispondere se c'è bisogno della morte di una persona per commuovere un pezzo di merda, in questo caso il giudice.
Insisto, in carcere hanno ammazzato altre persone e oggi hanno ucciso Edo, questi terroristi che hanno la licenza di ammazzare.
Io cercherò la forza da qualche parte, non lo so, sinceramente non ho più voglia, però devo continuare, lo farò per la mia dignità e in nome di Edo.
L'unica cosa che mi tranquillizza sapere e' che Edo non soffre più. Protesto, protesto con tanta rabbia e dolore."

Sole.

Damiano Aliprandi da AgoraVox

Milano: 150 sospensioni al Liceo Agnesi!

180 studenti della scuola superiore Agnesi subiranno sanzioni disciplinari. 150 di loro verranno sospesi con obbligo di frequenza mentre 30 subiranno minori sanzioni.
La giustificazione del preside si basa sul fatto che i ragazzi devono essere educati alla legalità, perchè l’assemblea prima del corteo non era stata chiesta con il dovuto preavviso.
Inutile dire che un educatore che parla di legalità in un periodo in cui da più di tre anni gli studenti illegalmente e illegittimamente non vengono ascoltati è fare dell’ironia.
Gli studenti non avranno seguito la procedura regolare, ok, ma la legittimità del riunirsi, discutere di vari temi insieme, o di esprimere dissenso è un diritto degli studenti, e nascondersi dietro lo spauracchio della legalità è davvero cieco e diseducativo.

Comunicato del Collettivo Indipendente Agnesi:

La sensazione che abbiamo avuto in questi anni è che la Provincia non consideri la nostra situazione come un’emergenza; sensazione che ha avuto conferma nella promessa, fatta e non mantenuta,delle istituzioni di mettere in sicurezza il plesso di via Bazzi 18.
Dopo due settimane di mobilitazione dovuta alla situazione critica di pareti a rischio crollo,di contropannelli del sofitto trabiccolanti,di vetri rotti e riscaldamenti spenti,
abbiamo aspettato fino alla giornata di Lunedì 7 Novembre quando, dopo non aver assistito neanche all’inizio dei lavori , siamo andati dal Preside a richiedere un’ assemblea plenaria della Succursale; assemblea che, a causa di problemi di tempistica, non ci è stata concessa.
Sentendo fortemente il bisogno di fare un’assemblea informativa abbiamo ugualmente deciso di organizzare questo momento di informazione e di confronto; momento svolto durante la mattinata(del 10 novembre) per lanciare un segnale forte e per poterci rivolgere a tutti, anche agli Studenti che, per i motivi più vari, il pomeriggio non possono fermarsi nelle vicinanze della Scuola alle assemblee del kollettivo.
Forse abbiamo sbagliato,abbiamo commesso il grave errore di aver paura,aver paura di entrare nelle classi e di farci male;abbiamo commesso l’errore di preocuparci della nostra scuola,anticipando stragi come quella di tivoli,quando morì un ragazzo a causa della caduta di un pezzo di tetto.
Sicuramente abbiamo svolto un lavoro che non dovrebbe essere il nostro,ed è assurdo che invece tocchi a noi doverlo fare,in quanto provincia e governo hanno solo da pensare ad appalti e banche,trascurando scuole e cultura.

G8 Genova: Cassazione conferma condanne per 4 agenti

La Corte di Cassazione ha confermato la pena a 4 anni di reclusione ciascuno inflitta dalla corte d’appello di Genova per quattro poliziotti accusati di aver arrestato illegalmente due studenti spagnoli durante le manifestazioni del G8 di Genova nel luglio 2001. In primo grado erano stati tutti assolti e in secondo grado, nel luglio 2010, la sentenza era stata ribaltata.
I poliziotti sono Antonio Cecere, Luciano Beretti, Marco Neri e Simone Volpini. Le accuse a loro carico erano quelle di falso ideologico in atti pubblici, calunnia e abuso d’ufficio ma su questi ultimi due reati era stata dichiarata la prescrizione
L’inchiesta che li ha portati sul banco degli imputati riguardava gli scontri avvenuti il 20 luglio 2001 in piazza Manin dove manifestavano diverse associazioni religiose e di pacifisti. I poliziotti, in forza al VII Reparto Mobile di Bologna, furono inviati in piazza dove alcuni black bloc si sarebbero infiltrati. Fra gli arrestati vi furono i due spagnoli che, secondo il pm, sarebbero stati accusati ingiustamente di aver lanciato una bottiglia incendiaria l’uno e di essersi scagliato contro gli agenti impugnando una sbarra di ferro il secondo. Ad appellarsi contro la sentenza di primo grado erano stati il pm Francesco Albini Cardona che aveva chiesto 4 anni e le parti civili, gli avvocati Emanuele Tambuscio e Laura Tartarini.
 
fonte: Secolo XIX

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