30 novembre 2011

Napoli: Precari e disoccupati accusati di "Associazione a delinquere"

Associazione a delinquere. Un reato che a Napoli si può consumare a mezzo manifestazione, il bottino è un posto di lavoro che, per ora, non si vede. E’ l’effetto che fanno sui precari Bros i dispositivi utilizzati dalla procura partenopea per reprimere il dissenso. La scorsa estate il presidente della cooperativa Gesco, il suo ufficio stampa e un operatore sociale furono condannati in contumacia, senza potersi neppure difendere, per le proteste contro i tagli al welfare (il primo è poi diventato assessore comunale alle Politiche sociali). Ai 4mila precari del progetto Bros, disoccupati di lunga durata formati con protocolli firmati al ministero sotto governi di destra e sinistra per la raccolta differenziata e le bonifiche, niente condanna in contumacia, ma tutto il resto sì. Occupare il suolo pubblico, la ferrovia o una chiesa costa tra 5mila e 20mila euro di multa, a discrezione della prefettura. In 150 circa invece hanno avuto un avviso orale dalla questura: diventate persone pericolose per la sicurezza pubblica, non possono andare a manifestazioni o assemblee, oggetto di misure di sorveglianza speciale fino al soggiorno obbligato, per tre anni. Così non possono usare cellulari, computer o altri mezzi di comunicazione, possono uscire di casa solo dopo le otto e non possono rientrare dopo le 20, né uscire dal comune di residenza, parlare con pregiudicati, né stare in un bar o portare l’ombrello. Le violazioni posso portare a condanne di un anno. Adesso sono diventati anche un’associazione a delinquere: cortei, occupazioni e proteste servirebbero a favorire un pezzo di politica che li pilota, la ricompensa per il lavoro sporco il posto fisso.
“Come associazione a delinquere facciamo piuttosto schifo se dopo oltre dieci anni di lotte siamo ancora tutti a spasso. Un teorema davvero strano visto che non abbiamo mai fatto campagna elettorale e, anzi, abbiamo sempre detto: non votare, lotta” spiega Paola. L’appuntamento è per martedì mattina a Santa Lucia, davanti il palazzo della regione che il governatore Stefano Caldoro ha dichiarato ‘zona rossa’, impermeabile a ogni protesta. Con loro ci saranno disoccupati e precari, soprattutto i lavoratori Arpac e Astir. Giovedì scorso sono stati arrestati in quattro durante gli scontri seguiti a una manifestazione. Senza stipendio da 4 mesi e senza garanzie per il futuro, sono stati liberati sabato ma uno è ai domiciliari, un altro ha l’obbligo di firma. Quindici precari Bros, invece, martedì scorso sono stati svegliati alla 4 di mattina, una perquisizione che ha fruttato qualche foto agli appartamenti, l’elenco degli iscritti preso la sede, qualche documento e un Pc dal centro sociale Banchi nuovi. “Si vorrebbe mettere fine all’esperienza dei movimenti organizzati napoletani – scrivono - con atti repressivi spudoratamente giustificati dalla vergognosa accusa di associazione a delinquere. Un’accusa che ben si adatta ai responsabili delle emergenze, dei disastri e delle nefandezze compiute in questa regione e che trova ,non nei movimenti, ma nei palazzi fulgidi esempi del delinquere e della commistione con la camorra”. L’ultimo tavolo interistituzionale con comune di Napoli, provincia e regione ha chiarito le posizioni: dalla provincia zero contributi, il comune promette un bando che tenga conto delle competenze acquisite dai Bros quando partiranno i progetti America’s Cup, Forum delle Culture, raccolta differenziata spinta, tutto per ora fermo. La regione tiene i cordoni della borsa chiusi e li rimanda al Piano lavoro, che per ora ha fruttato giusto l’emersione di qualche lavoratore al nero.
Per rifiutare il teorema lotta per il lavoro uguale devianza, mercoledì 30 il centro sociale Banchi Nuovi e la Biblioteca Ramondino-Neiwiller organizzano una serata di solidarietà: “In una situazione in cui, sotto i colpi della crisi, il disagio sociale è destinato a crescere, la criminalizzazione dei movimenti disegna una pericolosa strategia volta a risolvere il conflitto sociale sul piano dell’ordine pubblico, nel tentativo di sbarazzarsi di chiunque osi organizzarsi per rivendicare i più basilari diritti come quello al lavoro, al reddito, alla casa o alla salute”. Agli artisti, agli intellettuali, ai lavoratori della cultura e della conoscenza è stato chiesto di testimoniare la loro solidarietà scrivendo e disegnando sulle pareti degli spazi occupati di via del Grande Archivio mercoledì 30 dalle ore 18 alle ore 24. Testi e immagini saranno lasciati in permanenza negli spazi del Centro sociale e l’azione avrà il carattere di un work in progress, restando aperta a ulteriori contributi nel tempo. L’azione collettiva sarà documentata e le copie del video realizzato saranno a disposizione degli autori intervenuti. Tantissime le adesioni, tra cui Almamegretta, Maurizio Braucci, E zezi - gruppo operaio di Pomigliano D’Arco, Luciano Ferrara, Peppe Lanzetta, Canio Lo Guercio, Mario Martone, Valeria Parrella, Daniele Sepe, Vauro, Virgilio Sieni, Maurizio Zanardi.
 
Adriana Pollice da il manifesto

Carcere: Il ministro Severino propone il braccialetto elettronico

Si svelano i progetti del nuovo governo Monti che non riguardano prettamente l’economia. Per quanto concerne la giustizia e il cronico problema del sovraffollamento delle carceri la nuova ministra Paola Severino, nella sua audizione alla Commissione giustizia del Senato di oggi, ha abortito qualsiasi ipotesi di amnistia, affermando che “non è di portata governativa”. Via libera invece al braccialetto elettronico per i detenuti. L’ allargamento dell’istituto della detenzione domiciliare “potrebbe essere tra gli obiettivi più immediati da prendere in considerazione” ha detto la Severino, rilanciando anche sulla misura della “messa in prova”, un istituto che c’é in altri Paesi e che in Italia, ha affermato, “per i minori ha funzionato benissimo”.
Sempre la nuova ministra della giustizia ha promosso l’idea di inserire “una carta dei diritti e dei doveri come rimedio poco costoso, ma utile”, da destinare ai reclusi ma anche ai loro familiari, che, ha detto “spesso si aggirano senza sapere che diritti hanno”. Nella Carta ci sarebbe un po’ di tutto: “dalle cose più elementari, come acquistare un pacchetto di caramelle a come regolarsi in occasione di richieste di colloquio”.
Puo’ essere utile un provvedimento come il braccialetto elettronico per risolvere le condizioni disumane delle carceri italiane? Lo abbiamo chiesto a:

Ornella Favaro, Ristretti Orizzonti.
Simona Filippi, avvocato e membro del Comitato direttivo dell’Associazione Antigone.
Italo Di Sabato, Osservatorio sulla repressione


29 novembre 2011

15 ottobre: Chucky è libero, non è il mostro ma fu arrestato per comodità

Chucky, dunque, è libero. Il teorema costruito dai tribunale di Chieti e Roma in quattr'equattr'otto è stato smontato in un baleno dal Riesame di Roma. Semplicemente perché non ci sono prove per nessuno dei terribili capi d'accusa - tentato omicidio, devastazione, resistenza a pubblico ufficiale - cuciti addosso a Leonardo Vecchiolla, 23 anni, arrestato il 22 ottobre, sette giorni dopo l'infelice corteo degli indignati e dipinto come il mostro che aveva incendiato uno dei blindati dei carabinieri all'assalto dei manifestanti in Piazza San Giovanni.

28 novembre 2011

Roma: Cariche della polizia alla stazione tiburtina

Stamattina, in occasione dell'inaugurazione della nuova stazione dell'Alta Velocità Tiburtina, si è tenuta una manifestazione nel piazzale antistante lo scalo con i familiari delle vittime di Viareggio, lavoratori e lavoratrici delle ferrovie che rischiano di perdere il posto di lavoro, comitati locali, studenti e studentesse solidali.
La polizia ha caricato i familiari delle vittime di Viareggio che chiedevano un incontro con il Presidente della repubblica. In prima fila i familiari delle vittime morte negli incidenti ferroviari: mamme, padri, nonni che avrebbero voluto raggiungere, insieme ai lavoratori di Trenitalia che rischiano il licenziamento, la stazione per portare la propria protesta e il proprio dolore al presidente della Repubblica.
Tanti i cartelli contro i dirigenti delle ferrovie dello stato: "Licenziare subito Moretti", "se non potrai di notte viaggiare, Moretti dovrai ringraziare", "Moretti, Viareggio ultima fermata". Un gruppo di manifestanti, partiti dalla Sapienza, ha poi provato ad attraversare la Tangenziale per raggiungere la stazione. Sono stati fermati dalle forze dell'ordine e circondati in un fazzoletto di strada nei pressi del deposito dei pullman.
Un gruppo di lavoratori Trenitalia "armati" soltanto di fischietti arancioni, invece, ha creato un secondo presidio di protesta vicino al sottopassaggio di Tiburtina che costeggia la Tangenziale. A difendere la stazione e le autorità presenti all'inaugurazione una lunga fila di agenti in tenuta antisommossa e alcuni blindati, visibilmente imbarazzati per l'incontestabilità delle ragioni portate dai lavoratorii e i familiari delle vittime.

« E' vergognoso che vengano trattati in questo modo i parenti delle vittime di Viareggio, che gli venga addirittura impedito l’accesso e negata la libertà di protestare: è evidente che i vertici delle Ferrovie non vogliono vedere le facce dei morti. E invece si celebra la Tav, pagata coi soldi dei contribuenti, mentre i parenti delle vittime della strage ancora non hanno avuto verità e giustizia. Ogni protesta legittima diventa una questione di ordine pubblico in questo Paese e a Roma in particolare: basta con la repressione» ha dichiarato Paolo Ferrero, segretario nazionale di Rifondazione Comunista.

Roma: Aggressione al centro Ararat

Il giorno 26 novembre, tra le 22.30 e le 23.00, una trentina di uomini armati di bastoni di ferro a volto scoperto ha tentato di fare irruzione nel centro Ararat di Testaccio a Roma, entrando nel cortile antistante al centro, rompendo tavoli, sedie e vetri e costringendo i rifugiati politici kurdi lì ospitati a chiudersi dentro la sede.
Gli aggressori hanno ripetutamente minacciato i kurdi intimandogli di non uscire più da Ararat e di non farsi vedere per il vicino quartiere di Testaccio, che ospita numerosi locali notturni.
Solo il sangue freddo mostrato da alcuni dei rifugiati presenti ha impedito il precipitare degli avvenimenti.
L’episodio sembrerebbe una “spedizione punitiva” organizzata dal giro dei buttafuori di alcuni tra questi locali, infastiditi dalla presenza di alcuni rifugiati nelle vicinanze.
I carabinieri, accorsi sul posto dopo che queste persone si erano dileguate, hanno potuto accertare i danni e accompagnato i testimoni nei locali notturni della zona. Non è possibile tollerare o minimizzare questo atto gravissimo che ha avuto come obiettivo dei rifugiati, visti evidentemente come persone deboli che si può impunemente colpire. Chiediamo alle istituzioni e alla società civile di vigilare per evitare che episodi come quello di ieri sera abbiano a ripetersi con conseguenze non prevedibili.

Rete Kurdistan Roma

Per info: 3498327322 – retekurdistanroma@gmail.com - ass.senzaconfine@gmail.com

27 novembre 2011

Appello per Adama: Una storia, molte violenza

Adama è una donna e una migrante. Mentre scriviamo, Adama è rinchiusa nel CIE di Bologna. È rinchiusa in via Mattei dal 26 agosto, quando ha chiamato i carabinieri di Forlì dopo essere stata derubata, picchiata, stuprata e ferita alla gola con un coltello dal suo ex-compagno. Le istituzioni hanno risposto alla sua richiesta di aiuto con la detenzione amministrativa riservata ai migranti che non hanno un regolare permesso di soggiorno. La sua storia non ha avuto alcuna importanza per loro. La sua storia – che racconta di una doppia violenza subita come donna e come migrante – ha molta importanza per noi.
Secondo la legge Bossi-Fini Adama è arrivata in Italia illegalmente. Per noi è arrivata in Italia coraggiosamente, per dare ai propri figli rimasti in Senegal una vita più dignitosa. Ha trovato lavoro e una casa tramite lo stesso uomo che prima l’ha aiutata e protetta, diventando il suo compagno, e si è poi trasformato in un aguzzino. Un uomo abile a usare la legge Bossi-Fini come ricatto. Per quattro anni, quest’uomo ha minacciato Adama di denunciarla e farla espellere dal paese se lei non avesse accettato ogni suo arbitrio. Per quattro anni l’ha derubata di parte del suo salario, usando la clandestinità di Adama come arma in suo potere.
Quando Adama ha dovuto rivolgersi alle forze dell’ordine, l’unica risposta è stata la detenzione nel buco nero di un centro di identificazione e di espulsione nel quale potrebbe restare ancora per mesi. L’avvocato di Adama ha presentato il 16 settembre una richiesta di entrare nel CIE accompagnato da medici e da un interprete, affinché le sue condizioni di salute fossero accertate e la sua denuncia per la violenza subita fosse raccolta. La Prefettura di Bologna ha autorizzato l’ingresso dei medici e dell’interprete il 25 ottobre. È trascorso più di un mese prima che Adama potesse finalmente denunciare il suo aggressore, e non sappiamo quanto tempo occorrerà perché possa riottenere la libertà.
Sappiamo però che ogni giorno è un giorno di troppo. Sappiamo che la violenza che Adama ha subito, come donna e come migrante, riguarda tutte le donne e non è perciò possibile lasciar trascorrere un momento di più. Il CIE è solo l’espressione più feroce e violenta di una legge, la Bossi-Fini, che impone il silenzio e che trasforma donne coraggiose in vittime impotenti.
Noi donne non possiamo tacere mentre Adama sta portando avanti questa battaglia. Per questo facciamo appello a tutti i collettivi, le associazioni, le istituzioni, affinché chiedano la sua immediata liberazione dal CIE e la concessione di un permesso di soggiorno che le consenta di riprendere in mano la propria vita.



Per adesioni scrivete a migranda2011@gmail.com

Mohamed, il ragazzo tunisino che vigila sul voto e finisce rinchiuso in un Cie

Mohamed è rinchiuso nel Cie di Ponte Galeria a Roma. Da quando è li dentro ne ha viste tante:«Ci hanno tolto le scarpe e lasciato in ciabatte anche se pioveva e avevamo i piedi sempre bagnati. Ci hanno lasciati al freddo – racconta – la scorsa settimana due ragazzi hanno tentato il tutto per tutto, si sono costruiti dei cappi da mettere al collo, il primo con una corda, l’altro con un filo di corrente, e sono saliti sul tetto. Volevano morire. Li abbiamo convinti a scendere, abbiamo detto loro che non gli sarebbe successo niente, mi dicono che li hanno pestati come rivoltosi. Giovedì un aereo è partito portandosene via 18, verso Tunisi, un rimpatrio veloce e senza possibilità di opposizione». Ma in quell’inferno che non dovrebbe esistere, Mohamed pensava di non dover mai finire. Vive in Italia da molto, ha lavorato regolarmente ed è in attesa del rinnovo del permesso. Il suo precedente datore di lavoro si è dileguato con le sue pratiche da evadere, teoricamente dovrebbe avere il tempo di trovarne un altro o di decidere se tornare con le proprie gambe in Tunisia, paese da cui proviene, comunque c’è una vertenza in atto da risolvere. Nel frattempo il ragazzo, perché di un ragazzo si tratta, si è dato da fare nel percorso di democratizzazione del proprio paese. Per le elezioni della assemblea costituente che si sono svolte il nell’ottobre scorso, era stato nominato fra i responsabili, da parte dell’Istanza regionale per l’Italia, del controllo sullo svolgimento delle operazioni di voto. Il suo mandato consisteva particolarmente nell’evitare che il voto venisse inquinato dai rappresentanti del vecchio regime ancora molto potenti anche in Italia. Lo ha svolto con scrupolosità, denunciando soprattutto i tentativi che sono stati fatti per modificare il voto a Roma e a Palermo, dove il personale consolare era molto vicino al regime. Mohamed non vive in strada, non è dedito ad attività illegali, per questo suo compito si è spesso avvalso di titoli di viaggio regolarissimi e di ospitalità in strutture alberghiere, dove per entrare, a chiunque, viene chiesto un documento. Ma Mohamed ha dato fastidio a qualcuno. Impossibile capire altrimenti le ragioni per cui alle 4 del mattino sia stato prelevato dall’hotel in cui dormiva serenamente per essere trasferito a Ponte Galeria. Improvvisamente spuntava un decreto di espulsione nei suoi confronti, improvvisamente – questo ci racconta – la tranquillità con cui viveva in Italia, spariva e diveniva il numero xxxx di un centro di identificazione ed espulsione. Mohamed sa difendersi e ha motivato giuridicamente il suo rifiuto tanto al trattenimento quanto al rimpatrio. Ieri mattina è stato svegliato all’alba. Gentilmente gli è stato chiesto di prepararsi e di raccogliere i propri bagagli, destinazione ignota. Dopo alcune ore era giunta al centro una BMW con a bordo funzionari, probabilmente della Digos che avevano il compito di accompagnare Mohamed a Fiumicino, primo aereo per Tunisi. Di solito i rimpatri per la Tunisia avvengono collettivamente, per risparmiare, come mai questa fretta e queste modalità? Mohamed si è opposto senza violenza ma con la forza del diritto, tanto che il funzionario incaricato dell’operazione ha desistito dal tentativo con – secondo quanto detto dal ragazzo – un profluvio di imprecazioni irripetibili. Mohamed è tornato ancora in cella e teme di essere rimandato indietro da un momento all’altro. Ma a deciderlo è il governo italiano o quello tunisino? Intanto chiede attenzione.

Stefano Galieni

Carceri: Per la morte di Simone La Penna ministero citato come responsabile civile

Il ministero della Giustizia è stato citato a comparire come responsabile civile nel processo penale scaturito da una denuncia per la morte del detenuto Simone La Penna di 32 anni avvenuta il 26 novembre del 2009 nel carcere di Regina Coeli. Lo ha deciso il giudice dell’udienza preliminare Nicola Di Grazia che oggi ha accolto la richiesta dei genitori e della convivente di La Penna assistiti dagli avvocati Sergio Maglio e Roberto Randazzo, nell’ambito del procedimento per omicidio colposo che vede imputati 3 medici che ebbero in cura La Penna durante la detenzione.
Sono il dirigente sanitario di Regina Coeli Andrea Franceschini e i medici Giuseppe Tizzano e Andrea Silvano. Questi avevano avuto in cura La Penna durante il periodo di carcerazione dopo che era stato trasferito a Roma dal carcere di Viterbo con la diagnosi di anoressia e vomito, calo di peso ed evidente stato rapido di peggioramento delle sue condizioni di salute. In sostanza secondo l’accusa i tre medici, tra l’altro omettevano di assumere di propria iniziativa “le determinazioni mediche non provvedendo a trasferirlo in una struttura sanitaria idonea ed esprimevano un giudizio di compatibilità con il regime detentivo senza aver acquisito alcun contributo di valutazione sanitaria”.
Ai tre medici ora imputati il pubblico ministero Eugenio Albamonte aveva anche contestato di non aver segnalato al magistrato quale era la situazione senza fornire perciò necessari elementi di valutazione circa l’idoneità della struttura sanitaria di Regina Coeli “in ordine all’efficacia dei trattamenti sanitari impartiti al fine di contenere il decorso incalzante della patologia”. Nella denuncia presentata al magistrato, gli avvocati di parte civile sottolineavano sulla base di una serie di elementi indicati nella denuncia stessa, che la loro costituzione di parte civile era finalizzata ad ottenere insieme con l’affermazione di responsabilità penale anche il diritto dei parenti della vittima ad ottenere un congruo risarcimento danni. Il 26 gennaio prossimo si terrà una nuova udienza del procedimento e il ministero della Giustizia rappresentato dall’avvocatura dello Stato dovrà comparire davanti al Gup.

fonte: Adnkronos

25 novembre 2011

Mani nere sulle città: CasaPuond e i poteri neri

I fascisti di Casa Pound vogliono allargarsi. Il tentativo di crearsi un insediamento stabile a Napoli, è un passaggio nel progetto di strutturazione di un movimento reazionario militante al servizio degli interessi della borghesia italiana meno “dinamica”.
I fascisti del “terzo millennio”, così si definiscono quelli di Casa Pound, puntano a costruire anche in una metropoli socialmente devastata e conflittuale come Napoli, un insediamento stabile per la loro presenza, così sono riusciti a fare in questi anni in numerose città italiane. La manifestazione convocata per sabato a Napoli e poi trasformata dalla questura in un presidio a piazza Carlo III, doveva servire ai fascisti per occupare un edificio e stabilizzare così la loro presenza. La pronta e decisa reazione degli antifascisti napoletani ha complicato parecchio la tabella di marcia dei fascisti. Ma, dalle notizie che circolano, questi non sembrano aver rinunciato alla loro “marcia su Napoli”. Come si spiega questa determinazione a voler mettere le mani e i piedi anche in una emblematica area metropolitana come Napoli?
Casa Pound, in questi anni, ha varato un sistema che somiglia molto ad una sorta di franchising, aprendo in molti centri urbani di grandi e piccole dimensioni proprie sedi e coordinandone le attività a livello centrale. Una diffusione capillare che rivela l'estensione della rete nera e la consistenza degli appoggi economici, istituzionali e politici di cui gode.
Ma a cosa possono essere utili i fascisti “nel terzo millennio”? Non essendoci all'orizzonte rivoluzioni proletarie o l'Armata Rossa pronta ad abbeverare i cavalli nelle fontane di piazza San Pietro, come si spiega l'esistenza, il rafforzamento, il sostegno ai gruppi neofascisti da parte di settori non irrilevanti della borghesia italiana?
Il primo dato che occorre non trascurare mai è la continuità dell'intreccio tra gruppi neofascisti , apparati dello stato, gruppi economici ben inseriti dentro gli interstizi remunerativi dei mercati.
Potremmo segnalare, solo per fare un po' di cronaca, gli intrecci e gli affari comuni emersi tra un faccendiere neofascista come Gennaro Mokbel con Lorenzo Cola, uomo dei servizi all'interno di Finmeccanica e società legate all'intelligence statunitense. Oppure gli affari comuni tra il “Madoff dei Parioli”, cioè il broker neofascista Gianfranco Lande, con l'altro ex Nar Pier Francesco Vito e una serie di società che hanno rastrellato soldi a palate rifilando una serie di fregature ai Vip del ricco quartiere dei Parioli a Roma, operazioni dentro le quali si è verificato l'omicidio del broker neofascista Roberto Ceccarelli. Potremmo tornare a documentare l'occupazione dei neofascisti di intere aziende municipalizzate nella Roma Capitale amministrata da Alemanno. Per non dimenticare lo strano ferimento del consigliere municipale neofascista Andrea Antonini mentre a Roma impazzano gli omicidi di una violenta “guerra di mala”. Oppure le storiche e rilevanti connessioni tra neofascisti e gruppi finanziari e imprenditoriali lombardo-veneti che hanno sempre il loro epicentro nel “cuore nero” di questo paese, ossia Verona.
Casa Pound è in qualche modo il braccio culturale-militare principale di una rete nera a volte conflittuale e mutevole al suo interno. Lo è, perchè ha costruito un modello efficace di radicamento e penetrazione nel territorio che si fonda sulla estetica del gesto (a metà tra l'azione dannunziana e Nietzsche), occupazioni e stabilizzazione di sedi pubbliche, rastrellamento di cospicui finanziamenti pubblici o “privati” che consentono di avere gruppi di attivisti a tempo pieno, attività culturali spregiudicate e trasversali (alle quali abboccano, a volte e come cretini, anche personaggi noti nella “sinistra”).
In sostanza Casa Pound sta operando e si sta candidando ad essere il nerbo di un movimento reazionario di massa che un pezzo di borghesia italiana - travolta e indebolita dalla crisi e dalla gerarchizzazione in corso nell'Unione Europea – potrebbe voler scatenare nel paese sia contro le forze della sinistra (ritenute nemiche per storia, dna e principi) che contro un altro pezzo di borghesia che invece punta ad agganciarsi al nucleo duro franco-tedesco sacrificando non solo i diritti sociali e dei lavoratori ma anche gli interessi di una parte della borghesia stessa, quella più debole e inadeguata a reggere la competizione globale.
Avere a disposizione una rete organizzata a e diffusa di uomini neri a tempo pieno, pronti a fare il lavoro sporco in tutti i sensi, capace di esercitare un minimo o un massimo di egemonia culturale sui settori sociali colpiti dalla crisi, è il ruolo che è stato affidato ai fascisti di Casa Pound. Per questo vanno contrastati in ogni città e in ogni luogo. Lo abbiamo fatto – e a ragion dovuta – nei decenni scorsi. Dobbiamo continuare a farlo anche dentro questa fase politica caratterizzata da una crisi di civiltà del sistema capitalistico del quale – checchè ne dicano nei loro documenti – i fascisti si sono sempre rivelati uno strumento.

Sergio Cararo www.contropiano.org 

Roma: Nel Cie di Ponte Galeria situazione invivibile

Costretti a soggiornare nel Cie al freddo, sotto la pioggia, senza riscaldamenti e, per di più, in ciabatte per evitare rischi di eventuali fughe, da questo pomeriggio una parte dei circa 200 ospiti del Centro di Ponte Galeria ha inscenato una protesta contro quelle che definiscono “condizioni di vita invivibili”. La denuncia è del Garante dei detenuti del Lazio Angiolo Marroni.
A quanto appreso dal Garante, si legge in una nota, due stranieri sono saliti sul tetto della struttura dopo aver divelto una porta e minacciato di dare fuoco alla struttura. Gli ospiti del Centro di Identificazione ed Espulsione di Ponte Galeria - che attualmente ospita 195 persone, 110 uomini e 85 donne - stanno protestando perché sono costretti ad affrontare questa stagione di freddo, e le prime piogge, in ciabatte. Effetto, quest’ultimo, di una Circolare della Prefettura, per scongiurare rischi di fuga.
Riguardo i riscaldamenti, invece, solo in parte della struttura sarebbe stato possibile riattivare gli impianti, danneggiati nel corso delle proteste della scorsa estate. “Da oltre un mese - ha affermato Marroni - avevamo preannunciato alle autorità che la tensione nel Centro stava crescendo e che, nonostante l’impegno della Prefettura, della cooperativa che gestisce il Cie e delle forze di polizia, non sarebbe stato possibile affrontare l’inverno in queste condizioni. Le condizioni di vita nel Cie - ha aggiunto il Garante - sono pesantissime e i lunghi tempi di permanenza trasformano queste strutture in veri e propri luoghi di detenzione dove, paradossalmente, mancano le garanzie che pure ci sono nelle carceri. Occorrono celermente decisioni di buon senso, da prendere già in queste ore, per evitare che la situazione degeneri e per garantire agli ospiti condizioni di vita migliori”.

fonte: Asca

Milano: Arrivano le denunce per i picchetti alla Bennet

A tre anni di distanza dai fatti stanno arrivando una serie di avvisi di garanzia per la mobilitazione dei  lavoratori delle coop alla Bennet di Origgio (VA), la lotta che ha dato il via alle agitazioni tuttora in corso nelle cooperative del settore della logistica. Alla Sda primi risultati. Alla Esselunga continua la lotta.
Lavoratori, iscritti del SI Cobas/ Slai Cobas), compagni del CSA Vittoria e del Coordinamento di Sostegno alle lotte delle Cooperative, sono stati raggiunti da avvisi di garanzia con accuse di "resistenza", "lesioni", ecc. Spicca tra le accuse, quello piuttosto ridicola, di aver indicato con il dito uno dei capetti della Bennet accusandolo di essere uno schiavista.
Nel settore dela logistica oggi sono in piedi una serie di lotte nelle cooperative, con 15 licenziati politici per rappresaglia all'Esselunga di Pioltello (Consorzio Coop Safra), alla SDA di Carpiano (Consorzio Coop UCSA), e in numerose altre realtà.
Da poco si è conclusa la lotta alla TNT di Piacenza (Consorzio Gesco Nord). A breve, il 30 novembre, sarà pronunciata la sentenza per le lotte alla GLS di Brembio (Coop Papavero) con 12 lavoratori licenziati dal 2010. (Dopo che è stata ribaltata la prima sentenza del tribunale del lavoro di Firenze che, coraggiosamente, sanciva che i soci lavoratori della Papavero fossero dei dipendenti a tutti gli effetti e che quindi dovessero essere reintegrati come previsto dallo Statuto dei Lavoratori).
Questi avvisi di garanzia sono funzionali al tentativo di intimidire i lavoratori che lottano e le realtà che li sostengono. Vogliono impedire l'autorganizzazione dei lavoratori e che siano adottate forme di lotta che creano realmente un danno ai profitti dei padroni delle Coop e dei committenti (la logistica, la grande distribuzione, ..), come il blocco dei camion e delle merci.
In questi anni le lotte nelle coop si sono sviluppate, hanno cominciato a mettere in discussione la dittatura e l'arbitrio dei capetti, si sono contrapposte a condizioni di lavoro umilianti e pressoché di schiavitù. Condizioni imperniate sulla mancata applicazione dei contratti, sul continuo ricatto del licenziamento e, quindi, della perdita del permesso di soggiorno, sulla negazione dei diritti minimi di qualunque lavoratore.
Con la repressione si vuole bloccare un movimento di lotta che sta crescendo, si vuole impedire che venga messa a nudo fino in fondo la "truffa del socio lavoratore" che costringe un essere umano a essere "socio" senza le prerogative di un vero socio di coop e, contemporaneamente, a essere "lavoratore" senza avere i diritti di tutti gli altri lavoratori.
Ma la repressione statale che oggi inizia a colpire le lotte nelle cooperative, non riguarda solo questo settore. E' funzionale allo scenario che si va delineando con un governo chiamato "tecnico", ma che ha l'obiettivo di far pagare la crisi ancora più duramente ai lavoratori e ai proletari, di "rilanciare" l'economia capitalista con la riduzione dei salari e l'azzeramento di diritti e contratti, sul modello di Marchionne alla Fiat.
In questo scenario il grande capitale, economico e finanziario, non vuole disturbatori, né operai e lavoratori che rifiutano di continuare a essere calpestati dalle politiche di rilancio dei profitti padronali, di precarizzazione di tutti i lavori e i lavoratori.

Napoli. La mano pesante della "legalità"

Proteste e solidarietà ai lavoratori arrestati ieri. Manifestazione a Poggioreale e denuncia della logica poliziesca con cui vengono affrontati i conflitti sociali nella città.
Sono stati trasformati in arresti i quattro fermati dalla polizia ieri a Napoli a seguito delle proteste di piazza dei lavoratori dell’Astir e dell’Arpac e di un gruppo dei Precari Bros.
Questa mattina (venerdì 25 novembre) si terrà un Presidio al carcere di Poggioreale a cui seguirà una Conferenza Stampa per denunciare la repressione statale che si sta accanendo contro lavoratori e lavoratrici di società pubbliche a partecipazione regionale le quali da alcuni mesi non erogano gli stipendi ai propri dipendenti.
Eppure queste società sono state costituite, negli anni scorsi, per intervenire nel settore delle bonifiche e della manutenzione del territorio della regione Campania. Un territorio che – come è ampiamente noto – è stato stuprato da decenni di sistematiche manomissioni ambientali ad opera dei quell’intrigato intreccio affaristico e speculativo tra pezzi del sistema politico, del mondo imprenditoriale e della criminalità organizzata.
Oggi, all’indomani dei tagli dei trasferimenti economici dal governo agli enti locali ed in osservanza ai “patti di stabilità finanziaria” imposti dai diktat dell’Unione Europea l’amministrazione regionale del Presidente Caldoro sta procedendo ad una pesante ristrutturazione antisociale del settore.
Una sciagurata governance che si sta dispiegando contro i lavoratori delle aziende partecipate, contro il sistema sanitario e dei trasporti pubblico regionale e contro ciò che ancora residuava del welfare regionale.
Del resto la repressione contro i lavoratori Astir e Arpac fa il paio con l’autentica persecuzione giudiziaria contro i Precari Bros e contro chiunque osi contrapporsi al massacro sociale in atto.
Si pone – dunque – in maniera sempre più stringente la necessità di una unificazione delle varie vertenze sociali e sindacali in corso e un serio problema di difesa della libertà di lotta e di organizzazione la quale è costantemente messa in discussione dall’azione autoritaria e repressiva degli apparati polizieschi e giudiziari.

24 novembre 2011

Napoli: Proteste dei precari, cariche e fermi di Polizia

Scontri, questa mattina a Napoli, tra manifestanti e forze dell'ordine davanti alla Questura partenopea in via Medina. Qui era arrivato il corteo non autorizzato organizzato da parte di centinaia di lavoratori del progetto Bros, dell’Astir e dell’Arpac dopo il blocco stradale di questa mattina davanti alla sede dell'assessorato all'Ambiente della Regione Campania. I manifestanti si erano spostati poi in piazza Borsa ed avevano raggiunto via Medina dove si sono verificati gli scontri con le forze dell'ordine in assetto antisommossa. A poca distanza era anche in corso una manifestazione del Sindacato Lavoratori in Lotta i cui aderenti ieri avevano occupato il Duomo.
I lavoratori Astir ed Arpac sono impegnati nel campo delle bonifiche ambientali e lamentano il mancato pagamento di stipendi da quattro mesi oltre alla non erogazione dei buoni pasto da dieci mesi. Inoltre sottolineano di non avere garanzie sulle erogazioni delle prossime mensilità e della tredicesima. I loro timori riguardano anche il futuro produttivo delle aziende che, a giudizio dei portavoce dei lavoratori, non hanno commesse che garantiscano la prosecuzione delle attività. E così questa mattina, in concomitanza con la visita a Napoli del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, disoccupati e lavoratori degli enti a rischio hanno portato di nuovo la loro protesta nel centro della città.
Quattro lavoratori, al termine degli scontri con i celerini, sono stati portati in Questura per essere identificati ed eventualmente denunciati. Una donna, secondo quanto riferiscono alcuni portavoce dei manifestanti, è stata portata via da via Medina con un'ambulanza dopo essersi sentita male.

Il governo dei tecnocrati e la legislazione razzista

L'esternazione del Presidente Napolitano sulla cittadinanza ai figli dei migranti nati in Italia è caduta nel bel mezzo del limbo politico seguito al cambio di governo. Il coro di sì che l'ha accolta (centro-sinistra, terzo polo, parte del Pdl, anche se con i distinguo del caso) conferma, se ce ne fosse bisogno, come l'iniziativa politica sia saldamente nelle mani del Quirinale. Le barricate verbali della Lega esprimono, d'altra parte, l'estraneità dei padani al mainstream politico-economico europeo rappresentato dal governo Monti. Intendiamoci: le parole di Napolitano sono sensate e condivisibili. Se mai saranno seguite dai fatti, contribuiranno a sanare un abnorme deficit giuridico, una vera e propria arretratezza anti-storica. Sostituendo lo ius soli allo ius sanguinis, l'Italia si allineerebbe alle democrazie più avanzate. Qui il multiculturalismo non c'entra. C'entra invece il riconoscimento dell'inevitabilità di un allargamento della popolazione non tanto ai nuovi venuti (come sarebbe giusto), ma ai nuovi nati, indipendentemente dal colore della pelle o dalla provenienza dei genitori. Dietro le parole di Napolitano, c'è quello che demografi ed economisti illuminati sostengono da sempre. Dato il costante declino della popolazione italiana autoctona, solo l'allargamento della cittadinanza consentirebbe di mantenere una minima crescita demografica, che, come è noto, ha effetti sensibili, nel medio e lungo periodo, sulla crescita economica, sul Pil e quindi sul debito pubblico. È in questo senso che le parole di Napolitano si inseriscono in una visione strategica, mentre quelle dei leghisti rappresentano una chiusura anacronistica e ottusa. Detto questo, ci illuderemmo, se pensassimo che una nuova aria spira sulla penisola. La realtà dell' "accoglienza" italiana di migranti e richiedenti asilo politico è a dir poco tragica. L'Italia riconosce oggi lo status di rifugiati a un decimo di quelli accolti in Germania e alla metà, per fare un esempio, degli ospitatati da un piccolo paese come il Belgio. Avevano e hanno perfettamente ragione gli osservatori tedeschi a giudicare grottesche le richieste d'aiuto di Maroni all'epoca della cosiddetta emergenza di Lampedusa, seguita all'inizio della guerra civile in Libia e ai bombardamenti della Nato. Sono ancora vivide nei nostri occhi le immagini degli stranieri stipati nei Cpt siciliani o pugliesi o accatastati sui moli di Lampedusa. O magari in fuga nei campi, inseguiti da poliziotti a cavallo. In questo campo, il governo Belusconi ha dato prova non solo di incompetenza e incapacità, ma di una disumanità senza precedenti. L'Italia è oggettivamente corresponsabile, fin dai tardi anni Novanta, con la sua politica dei respingimenti, degli annegamenti di massa nel Mediterraneo (da allora, circa 15.000 morti). Non solo: gli accordi stipulati prima con Ben Alì e Gheddafi, e poi con i nuovi regimi nordafricani, sono un modo di lavarsi le mani, di ignorare la realtà delle migrazioni - in cui le categorie di richiedenti asilo e migranti sono difficili da distinguere - e di chiudere gli occhi sul destino di decine di migliaia di persone, sparite in mare o nel deserto o rinviate a languire senza speranza nei luoghi di partenza. In tema di rispetto reale dei diritti umani i nomi di Amato, Pisanu o Maroni non hanno fatto e non fanno troppa differenza. Ma le esortazioni di Napolitano non possono nascondere la realtà culturale, sociale ed economica dei migranti già presenti sul territorio. Per almeno vent'anni, i loro diritti sono stati oscurati e negati dalle ignobili gazzarre sull'invasione e sull'equazione immigrazione uguale criminalità, a cui si sono prestati anche gli organi della stampa e alcuni intellettuali, e non solo i leghisti. Di fatto, sia la legge Napolitano-Turco, sia la Bossi-Fini hanno tracciato un vero solco tra immigrati buoni (i regolari) e cattivi (gli irregolari), come se questi ultimi non fossero le vittime di un apparato burocratico e di controllo capace solo di ostacolare le regolarizzazioni. Ma, in un'economia in larga parte sommersa come la nostra, in cui valgono sempre meno le garanzie sindacali minime, anche la condizione dei regolari è soggetta all'arbitrio di datori di lavoro e rappresentanti e agenti dello stato. Il relativo unanimismo che ha accolto il governo Monti e in cui si inseriscono le parole di Napolitano non deve far dimenticare che la condizione dei migranti in Italia è una delle peggiori d'Europa. La crisi economica e finanziaria ha apparentemente messo in un angolo la famigerata "emergenza immigrazione". Ma ha gettato un velo anche sull'effettiva condizione dei migranti sul luogo di lavoro e in tema di diritti elementari. È anche in questo campo che i presunti tecnocrati oggi al governo dovranno essere incalzati.

Alessandro Dal Lago

Carceri: detenuto si cuce la bocca nel penitenziario di Bad'e Carros

Drammatico gesto autolesionistico di un detenuto del carcere nuorese di Bad'e Carros che si e' cucito la bocca e rifiuta cibo e acqua per protesta. Si tratta di un ergastolano, Alessandro Bozza, 50 anni, di Ginosa (Taranto) in carcere da 20 anni e che si ritiene vittima di una ingiustizia. All'uomo e' stato precluso l'accesso al laboratorio e alla scuola, che frequenta con profitto, a seguito di un certificato medico che ne attesta la non idoneita'.

fonte: Ansa

23 novembre 2011

De Gennaro assolto dal G8 punta a Finmeccanica

Da quando, come capo della polizia nel 2005, Gianni De Gennaro trasferì il fidato Luciano Pucci dal Viminale a Seicos, il disegno del controllo di tutte le forniture della sicurezza nazionale da parte di chi stava collocando i suoi uomini (in gran parte indagati per i fatti del G8 di Genova) ai vertici di tutti gli apparati delle forze dell’'ordine e dei servizi, apparve chiaro almeno a chi voleva vedere. Ora, messo da parte Berlusconi e assolto in Cassazione il prefetto imputato, la strada per mettere le mani sull'’apparato militare industriale italiano terremotato dalla corruzione si riapre.

Un quadro politico-giudiziario favorevole. Certo nel nuovo governo non c'’è la prevista coppia Gianni Letta e Giuliano Amato, che avrebbe messo il turbo nell'’operazione, ma il quadro politico-giudiziario è favorevole. Entrambi gli amici sono consiglieri molto ascoltati sia dal premier Monti che dal capo dello Stato e soprattutto l'’ammiraglio Gianpaolo Di Paola, amico tra i più amici, è Ministro della Difesa, e non è poca cosa. Amato poi, in particolare, nominò De Gennaro capo della polizia nel 2000 e nel 2007, ritornato al Ministero dell’'Interno con Prodi, lo promosse con un quasi golpe capogabinetto del suo Ministero, proprio all’'indomani – guarda caso - dell’'iscrizione del capo della polizia nel registro degli indagati per il depistaggio nel processo per l’'assalto alla scuola Diaz, da cui ora è stato assolto in via definitiva.

L'uomo più potente degli apparati di sicurezza. Oggi non c’è uomo più potente negli apparati di sicurezza, sia per il controllo assoluto dei servizi segreti attuato attraverso una riforma bipartisan cucitagli addosso a pennello, sia per l'’esplicito sostegno statunitense (vorrei ricordare che il nostro è l’'unico poliziotto al mondo non americano ad aver vinto il premio Fbi): una garanzia che le commesse di Finmeccanica continuino a guardare oltreatlantico più che al vecchio continente.
Ovviamente è difficile sapere se questo progetto vedrà la luce, ma il momento è propizio per ‘mettere ordine’ in un settore delicato come Finmeccanica che, oltre agli armamenti, gestisce o si prepara a gestire la strumentazione antiterrorismo e per il contrasto dell'immigrazione clandestina (ancora valido è il progetto di muro elettronico in Libia, concordato con Gheddafi per intercettare i profughi dall’'area subsahariana), la sorveglianza delle reti informatiche e delle infrastrutture strategiche (porti, aeroporti, gasdotti), nonché la gestione delle intercettazioni telefoniche disposte dalla magistratura. E De Gennaro è l'’uomo più adatto.

Come spazzò via la concorrenza del Sismi. Qualcuno si ricorderà, a tal proposito, come fu spazzato via l'’apparato del Sismi del generale Pollari e dei patetici ritagli di giornale di Pio Pompa dalla corazzata Pucci-Tavaroli messa in piedi nel 2004 al Viminale (ossia il supercervellone elettronico prodotto da Telecom che forse qualcosa riguarda le cosiddette ‘fughe di registrazioni’ di cui spesso si parla), che consentì di spiare –illegalmente - per due anni persino il capo dei servizi segreti in carica, le cui spie spiavano –abusivamente - magistrati e giornalisti. …Ora, per lo spoil system prodotto nell’'intelligence italiana dal supercapo, a nessuno interessa – - aldilà della retorica patriottica e guerrafondaia delle istituzioni, Napolitano in capo - se sono lasciati allo sbaraglio militari e civili nei teatri di guerra, ma tant'’è.

Ombre inquietanti sull'’ordine pubblico. Le recenti vicende che hanno riguardato la gestione dell’'ordine pubblico, dalla Val di Susa al corteo di Roma del 15 ottobre, lasciano intravedere a mio avviso la marcia verso ‘il riscatto’ di polizia e carabinieri di fronte all'’opinione pubblica, costruita da De Gennaro e Manganelli: siamo noi ad essere aggrediti, spopolano i violenti, destra e sinistra ci chiedono di intervenire, persino settori di manifestanti si appellano a noi per difenderli. Con buona regia, come sempre, del quotidiano ‘la Repubblica’. Con le possibili rivolte sociali che si potranno produrre di fronte alle misure draconiane da applicare ai cittadini italiani, solitamente i più deboli, c'’è un bel programma in vista: siamo finalmente in buone mani. Un po'’ meno, temo, lo è la democrazia.

Gigi Malabarba

Caso De Cupis: Si indaga per omicidio colposo

Il caso di Cristian De Cupis è ancora mistero. La morte del giovane romano, avvenuta a tre giorni dall’arresto somiglia per molti versi a quella di Stefano Cucchi. Il 36enne di Ostiense, è morto negli scorsi giorni al presidio ospedaliero legato al carcere di Viterbo, dopo essere stato picchiato dagli agenti alla stazione Termini di Roma . Il Garante dei detenuti del Lazio, Angiolo Marroni, chiede verità e giustizia e, in un’intervista rilasciata al quotidiano Roma Capitale News parla delle indagini per il reato di omicidio colposo.
“Si indaga per omicidio colposo contro ignoti - ha spiegato il garante a Roma Capitale News - Sarà molto utile, a questo punto, approfondire proprio l’autopsia. Confidiamo comunque nel lavoro scrupoloso della magistratura viterbese che sta gestendo il caso. Anche noi stiamo cercando di far luce sui fatti e sulle procedure. Tuttavia finora non siamo riusciti ancora ad avere il referto dell’spedale Santo Spirito e nemmeno quello di Viterbo. Sul corpo del detenuto è stata fatta un’autopsia ma purtroppo non c’era il consulente di parte, della vittima. Quindi occorrerà sanare questa procedura. Il presunto pestaggio sul ragazzo sarebbe da attribuire agli agenti della polizia di stato che lo hanno arrestato a Roma e poi trattenuto un giorno in caserma”.
Tante le cose che non tornano in questa storia che a molti ricorda il Caso Cucchi. Nemmeno Marroni smentisce che vi siano analogie: “Non è come il caso Cucchi, non è un caso Cucchi ma ci somiglia molto. La differenza sostanziale è che Cucchi fu malmenato nelle celle mentre Cristian è stato picchiato alla Stazione Termini davanti a tutti, quindi è più facile da provare. Tuttavia per riuscire ad avere verità e giustizia occorre non perdere tempo. Si deve procedere rapidamente”.

fonte Ansa

Nardò: Condanna a sei anni e tre mesi di reclusione per 4 piantine di marijuana

Era stato denunciato nell'estate di due anni fa ed ora dopo il processo presso il Tribunale di Nardò è stato condannato dal giudice Giuseppe Biondi alla pena di sei anni e tre mesi di reclusione ed al pagamento di una multa di 30mila euro. Non solo: non potrà più aver accesso ai pubblici uffici.
Claudio Bonsegna, 49 enne di Nardò, venne sorpreso dagli agenti del Commissariato di Nardò a coltivare quattro grosse piante di marijuana presso la sua abitazione sita in Porto Selvaggio.
Al blitz dei poliziotti le piante risultarono già sradicate e pronte per l'essicazione, così il 49enne venne denunciato per detenzione di sostanze stupefacenti.
Nel corso degli accertamenti tecnici sulle piante in questione, venne stato rilevato che se ne sarebbero potute ricavare 200 dosi medie di marijuana.
Il processo a carico di Bonsegna ha messo in evidenza lla recidiva specifica nel reato ed il comportamento doloso.


Per ‎4 piante di marijuana 6 anni e 4 mesi di galera! Per l'omicidio di Federico Aldrovandi i 4 poliziotti furono condannati a 3 anni e 6 mesi...... Per la giustizia italiana una canna vale più di una vita umana......

22 novembre 2011

Sentenza Vergognosa: De Gennaro e Mortola assolti per il G8 di Genova

La Cassazione ha assolto "perchè i fatti non sussistono l'ex capo della Polizia Gianni De Gennaro e l'ex capo della Digos di Genova Spartaco Mortola. L'accusa era di istigazione alla falsa testimonianza in uno dei filoni processuali del G8 di Genova (per le "false molotov" dell'assalto alla scuola Diaz).

La VI sezione penale della Corte, presieduta da Adolfo Di Virginio, ha annullato senza rinvio la sentenza della Corte d’Appello di Genova del 17 giugno 2010 che aveva condannato De Gennaro a un anno e quattro mesi di reclusione e Mortola a un anno e due mesi. I due erano stati invece assolti in primo grado. L’accusa era quella di aver istigato l’ex questore di Genova, Francesco Colucci, a ritrattare la sua testimonianza al processo sulla sanguinosa irruzione della polizia alla scuola Diaz-Pertini, avvenuta la sera del 21 luglio 2001. Colucci sta affrontando un processo separato, con rito ordinario, per questa stessa vicenda.
Per l’avvocato di parte civile Laura Tartarini, la richiesta di assoluzione e “abbastanza surreale. Evidentemente non sono stati letti gli atti del procedimento. Se li avessero letti, e avessero visto anche le intercettazioni, non sarebbero arrivato a una richiesta del genere”. E il collega Emanuele Tambuscio ha aggiunto: “E’ inopportuno che si arrivi a un processo in Cassazione con funzionari di così alto grado ancora in carica. Avrebbero dovuto essere sospesi”.
Da registrare anche l’intervento di Enrico Zucca, procuratore generale della corte d’appello di Genova, già titolare dell’inchiesta Diaz e del filone sulla falsa testimonianza, che ha criticato la requisitoria di Iacoviello: ”Il procuratore generale della Cassazione è andato oltre le sentenze di primo e secondo grado. Sul tema della rilevanza della falsa testimonianza di De Gennaro, i giudici di Genova erano stati concordi in entrambi i gradi di giudizio. Evidentemente il pg ha scoperto cose che gli altri giudici non avevano visto”. Ma alla lettura della sentenza si è limitato a dire: “La Cassazione pronuncia sentenze definitive e dunque giuste. E anche questa è una sentenza giusta. Per il resto non ho nulla da dire”.
Per Paolo Ferrero, segretario nazionale di Rifondazione Comunista " è una sentenza vergognosa: un’altra volta su Genova giustizia non è stata fatta. L’impunità per i vertici delle forze dell’ordine è stata garantita.  A dieci anni di distanza, per la mattanza del luglio 2001 e per tutti i fatti successivi, non solo il movimento che scese in piazza in quei giorni, ma tutto il popolo italiano non ha avuto né verità né giustizia. Non è un buon segnale per la democrazia".

LA LEGGE E' UGUALE PER TUTTI?

L'epilogo del processo De Gennaro-Mortola non può rincuorare nessuno: da questa vicenda esce sconfitta la complessiva credibilità delle istituzioni. Solo in Italia può accadere che funzionari di alto rango imputati e condannati in appello - in questo come negli altri processi scaturiti dal G8 di Genova - non rinuncino ai loro incarichi, come avviene nelle normali democrazie, a tutela dei corpi di appartenenza e della serenità di giudizio dei magistrati. Ma l'Italia è un paese speciale dove l'etica pubblica ha poco corso e nessuno sente il dovere di rendere conto di qualcosa di fronte ai cittadini, tant'è che nessuno ha mai chiesto scusa per gli abusi, i falsi, le violenze - accertati storicamente - alla Diaz, a Bolzaneto, nelle strade di Genova.
Sulla vicenda specifica, forse un giorno capiremo, magari grazie al processo principale, perché l'ex questore Colucci in tribunale cambiò versione sulla presenza alla Diaz del dottor Sgalla rispetto alle precedenti testimonianze. Intanto i fascicoli del processo d'appello per i falsi e le violenze alla scuola Diaz (25 funzionari e dirigenti condannati in appello) sono fermi da un anno mezzo in attesa di arrivare in Cassazione e le parti civili per Bolzaneto non hanno ancora ricevuto alcun indennizzo nonostante quanto stabilito nelle sentenze di primo e secondo grado.
E' difficile, oggi in Italia, avere ancora fiducia nelle istituzioni.

Enrica Bartesaghi e Lorenzo Guadagnucci - Comitato verità e giustizia per Genova


Da registrare che questa sentenza di assoluzione avviene subito dopo la nomina dell'avv. Paola Severino a Ministro della Giustizia. L'avv.  Paola Severino, ha difeso Gilberto Caldarozzi, ex vice capo dello SCO, torturatore alla scuola Diaz a Genova. In tutte le udienze ai processi sulle violenze alla diaz ha contribuito ai depistaggi, alle menzogne per coprire "la mecelleria messicana". Gli stessi depistaggi di cui era accusato anche De Gennato. Sarà un caso?

Napoli: Aggressione fascista ad una studentessa

I neofascisti di Casa Pound si preparano “a modo loro” al presidio del 26 novembre a Napoli. L'obiettivo è occupare uno stabile e insediarsi stabilmente in città. Sabato manifestazione antifascista.

Il clima a Napoli continua ad essere pesante in previsione della giornata del 26 novembre e del tentativo dei fascisti di Casa Pound di insediarsi stabilmente nella città. Ci sono state nuove intimidazioni e ancora una volta i “bravi ragazzi dalla testa rasata” rivelano la loro vera natura, quella di violenti e squadristi senza scrupoli. Ieri infatti infatti c'è stata una nuova aggressione di stampo fascista nei confronti di una studentessa delle scuole superiori. La ragazza era appena uscita dalla cumana di Montesanto, quando due personaggi, molto più grandi di lei, hanno provato ad aggredirla cercando addirittura di colpirla con una transenna. L'unica colpa della studentessa è stata quella di togliere alcuni manifesti di Casapound, apparsi stamattina, fuori la sua scuola. Non è un caso, infatti che i due erano stati visti nelle vicinanze dell'istituto e sono poi saliti sulla sua stessa cumana. Fortunatamente la studentessa non si è fatta nulla ed è riuscita ad andarsene. "Questi personaggi sono gli stessi che per il prossimo 26 novembre hanno indetto un corteo nazionale nella nostra città e che in questi anni si sono macchiati di continue intimidazioni e violenze contro studenti, immigrati e attivisti di sinistra, ecc. Basti pensare alle aggressioni che avvennero qualche mese fa fuori la facoltà di Lettere, dove tre studenti furono accoltellati in pieno giorno, o ai numerosi agguati che si sono susseguiti in questi mesi nella zona di via Foria" denunciano gli studenti antifascisti napoletani in un comunicato. "E' inaccettabile che venga concesso a gruppi di questo stampo di manifestare per le strade delle nostre città, è inaccettabile che nonostante le pressioni messe in campo dalla società civile venga autorizzato anche solo un presidio".
I fascisti o meglio i "fascisti del terzo millennio" già provarono nel 2009 ad insediarsi a Napoli occupando un ex monastero nel quartiere di Materdei e grazie ad una mobilitazione larga e popolare si è riusciti a far si che se ne andassero con la coda tra le gambe.
Diventa sempre più importante ribadire che Napoli, città medaglia d'oro per la Resistenza, capace di liberarsi dal nazifascismo contando solo sulle proprie forze, era, è, e sarà sempre antifascista. L'avvenimento di questa giornata non è un caso isolato; non fa altro che confermare la vera natura di questi gruppuscoli che cercando di infiltrarsi tra i giovani, mostrando un presunto volto pulito, ci vengono a raccontare una storiella che parla di ragazzi impegnati nel sociale, pronti ad aiutare il prossimo e che in realtà non sono altro che la reincarnazione degli ideali e delle pratiche fasciste, razziste e xenofobe. Per respingere le aggressioni e le provocazioni fasciste è stato indetto un corteo antifascista sabato 26 novembre alle 15.00 da piazza Cavour.

21 novembre 2011

Assolto Bruno Bellomonte. Smontato il teorema

Dopo alcune ore di Camera di Consiglio i giudici della Corte d’Assise del Tribunale di Roma hanno finalmente assolto il ferroviere arrestato 29 mesi fa e accusato di banda armata a fini terroristici. Cessa quindi lo sciopero della fame di solidarietà di Nicola Giua, portavoce dei Cobas della Sardegna, che lo aveva intrapreso sei giorni fa, al quale si era poi aggiunto il giorno successivo Antonello Tiddia, RSU della Carbosulcis e animatore insieme ad altri esponenti del sindacalismo di classe di un comitato di solidarietà che sabato scorso aveva realizzato un presidio sotto al Palazzo di Giustizia di Cagliari per denunciare la vera e propria persecuzione giudiziaria ai danni del dirigente dell’organizzazione politica sarda ‘A Manca pro s’Indipendentzia’ (A Sinistra per l’Indipendenza).
Chi conosceva Bellomonte aveva fin da subito scommesso sulla sua innocenza denunciando il carattere inconsistente e fantasioso delle accuse nei suoi confronti. «Bruno è stato arrestato 29 mesi fa con l'accusa di preparare qualcosa di grosso per il G8 di La Maddalena - ha spiegato Giua - l'accusa si è basata su una indecifrabile intercettazione fatta in un ristorante romano da cui si è desunta l'intenzione di attaccare il G8 con aeromodelli». Il rappresentante dei Cobas ha ricordato, inoltre, che Bellomonte «è stato licenziato da Trenitalia oltre un anno fa per assenza dal posto di lavoro». “Smontato finalmente un teorema accusatorio inconsistente e tutto politico teso a criminalizzare l’indipendentismo sardo di sinistra in un momento in cui nell’isola si moltiplicano le lotte” commenta al telefono Cristiano Sabino, dirigente di A Manca. "Voglio ringraziare tutti coloro che in questi anni si sono spesi per diffondere la verità su questa vicenda dando voce a Bruno" ha aggiunto.
Il clima in cui i giudici di Roma sono stati chiamati a decidere non era certo dei migliori. Proprio alcuni giorni fa alcuni media sardi e 'Il Fatto Quotidiano' avevano riportato con grande evidenza e, come al solito in maniera acritica, la notizia che la Direzione Distrettuale Antiterrorismo di Cagliari aveva riaperto le indagini sulla cosiddetto 'operazione Arcadia'. Secondo la Direzione cagliaritana i militanti di A Manca si sarebbero responsabili, nella prima metà degli anni 2000, non solo di una generica «propaganda sovversiva», fatta di volantini e proclami, ma «atti di terrorismo - li chiama la magistratura - compiuti da una banda armata organizzata per sovvertire l'ordine costituito». Accuse pesantissime che l'organizzazione politica rigetta in toto rivendicando, come del resto ha sempre fatto anche Bellomonte, la propria militanza politica e sociale comunista e indipendentista svolta alla luce del sole.
Quell'inchiesta, coordinata dal Pm Paolo de Angelis, condusse l'11 luglio del 2006 all'arresto di dieci tra attivisti e attiviste e dirigenti di A Manca. Tra questi c'era anche Bruno Bellomonte, poi scarcerato prima di essere arrestato di nuovo in conseguenza della nuova inchiesta sul 'tentativo di attaccare il G8 della Maddalena attraverso l'uso di un aeroplano telecomandato' (!) in 'combutta con alcuni complici' sparsi in varie città italiane (!!). Tra questi il 59enne romano Luigi Fallico, morto a causa di un infarto all'interno della sua cella nel carcere di Mammagialla, a Viterbo. Una morte che, alla luce dell'assoluzione di oggi di Bellomonte, genera ancora più rabbia e sconcerto.
Così come qualche dubbio, per lo meno, genera la condanna a 7 anni e 6 mesi di Massimo Riccardo Porcile (per lui il Pm aveva sollecitato la condanna a 15 anni), a 8 anni e 6 mesi Gianfranco Zoja (15 anni) e Bernardino Vincenzi a 4 anni e 6 mesi (il Pm aveva chiesto 12 anni e 8 mesi). Tutti - giudicati dalla sentenza responsabili del fallito attentato del 26 settembre 2006 alla caserma Vannucci di Livorno, rivendicato da «Per il comunismo Brigate Rosse» - erano stati arrestati il 10 giugno del 2009. Assolti invece, insieme a Bellomonte, anche Costantino Virgilio e Manolo Pietro Morlacchi, nei confronti dei quali la corte ha deciso l'immediata scarcerazione.


19 novembre 2011

Bologna: detenuto suicida al carcere Dozza

È il secondo suicidio nel carcere bolognese in pochi mesi. In Italia dati allarmanti, denuncia Uil-Pa Penitenziari, sottolineando le gravi condizioni dei carcerati.
Si è legato le mani, per evitare ripensamenti, poi si è stretto un cappio intorno al collo: così si è suicidato ieri un detenuto nella sua cella alla Dozza di Bologna. Un gesto disperato e volontario, come lo stesso suicida ha lasciato scritto in alcune missive indirizzate ai familiari.
L’uomo, Pastor Chavarro Antonio, 48enne colombiano, si trovava in carcere perché coinvolto nell’operazione “Due Torri connection” che aveva portato all’arresto di una quindicina di persone mettendo in luce una sorta di intrigo internazionale allestito da esponenti di una ‘ndrina calabrese e narcotrafficanti colombiani, per fare arrivare a Bologna una tonnellata e mezzo di cocaina, valore sul mercato 50 milioni di euro.
L’uomo oggi aveva rifiutato l’ora d’aria e quindi era rimasto da solo nella cella, che in queste situazioni viene richiusa a chiave. Delle indagini si occupano la Squadra Mobile e il Pm Alessandra Serra, che è di turno.
Con questo la conta dei suicidi in cella, nel solo 2011, ammonta a 59: due avvenuti a Bologna, l’ultimo pochi giorni fa, all’ospedale psichiatrico giudiziario di Reggio Emilia. Un dato allarmante, come denuncia il segretario generale della Uil Penitenziari, Eugenio Sarno: “È del tutto evidente che il bilancio di questo 2011 - ha aggiunto - è “solo” di 59 suicidi solo perché in almeno 370 casi la polizia penitenziaria è riuscita ad intervenire in extremis per salvare detenuti che avevano messo in atto tentativi di suicidio.
Purtroppo aver evitato, parzialmente, un’ecatombe da numeri spropositati, forse, contribuisce al silenzio e all’indifferenza della quasi totalità dello schieramento politico rispetto al dramma che si consuma ogni giorno nelle nostre prigioni. Purtroppo anche in queste ore durante il dibattito al Senato ed alla Camera per la fiducia al Governo Monti, non una sillaba sulle criticità del sistema penitenziario è stata pronunciata dal Presidente del Consiglio e dai gruppi parlamentari di opposizione e di maggioranza”.
“A Bologna - ha ricordato Sarno - sono ristretti circa 1.070 detenuti, in spazi in cui regolarmente ne dovrebbero essere ospitati circa 480. Al grave, evidente, certificato sovrappopolamento della Dozza occorre coniugare anche le gravi condizioni strutturali che conseguono alla mancata manutenzione degli ambienti”. Tra le misure che Sarno caldeggia, anche “rivedere gli organici del personale, a cominciare dalla polizia penitenziaria. Non si può continuare ad aprire padiglioni ed istituti nuovi senza assumere una sola unità in più”.

Il caso di Marcello Lonzi sarà esaminato dalla Corte europea dei diritti dell’uomo

La Corte europea dei diritti dell’uomo discuterà il ricorso presentato da Maria Ciuffi sulla vicenda del figlio, Marcello Lonzi, il detenuto morto nel carcere di Livorno nel 2003. Lo rende noto la stessa Ciuffi. Oggi, i suoi avvocati hanno ricevuto la comunicazione della Corte riguardo la “rubricazione” del ricorso.
Questo, spiega l’avvocato Matteo Dinelli, significa che la Corte ha recepito il ricorso e che prenderà una decisione (non con un dibattimento ma basandosi sugli atti ricevuti). Nessuna indicazione sui tempi, anche se i legali ritengono che i giudici di Strasburgo dovrebbero discutere il caso nei primi mesi del 2012. Maria Ciuffi è convinta che il figlio sia morto per un pestaggio da parte della polizia penitenziaria e non per cause naturali, come invece ha stabilito la magistratura livornese.

fonte: Ansa

Carceri: indagati altri due agenti per l'omicidio di Marco Erittu

Altri due agenti di polizia penitenziaria indagati nell’inchiesta sulla morte del detenuto Marco Erittu, del 18 novembre 2007. Gian Franco Faedda e Giuseppe Sotgiu, difeso dagli avvocati Gabriele Satta e Gerolamo Pala, in servizio a San Sebastiano, sono iscritti nel registro degli indagati per favoreggiamento nei confronti del collega Mario Sanna, arrestato per l’ipotesi di omicidio con Pino Vandi, presunto mandante, e Giuseppe Bigella, sedicente esecutore materiale divenuto teste d’accusa.
Secondo le indagini dei Carabinieri di Nuoro, Sotgiu e Faedda avrebbero aiutato Sanna a spostare per terra il corpo di Erittu per simulare il suicidio (pista che dissimulò l’omicidio): dopo il delitto compiuto da Bigella e da un presunto complice, Nicolino Sanna (mai arrestato), gli agenti avrebbero cambiato la posizione del cadavere e fatto sparire il legaccio, un lembo di una coperta. Ai pm Gian Carlo Moi e Giovanni Porcheddu, avrebbero mentito sul loro ruolo. Nell’interrogatorio di fine ottobre, Sotgiu si è avvalso della facoltà di non rispondere.

fonte:La Nuova Sardegna

17 novembre 2011

15 ottobre: Arriva la prima condanna, 3 anni e 4 mesi a un giovane pugliese

E' arrivata la prima condanna per gli scontri avvenuti il 15 ottobre scorso durante la manifestazione a Roma . I giudici della decima sezione penale del tribunale hanno inflitto 3 anni e 4 mesi di reclusione, al termine del giudizio con rito abbreviato, a Giovanni Caputi, 22enne originario di Terlizzi in provincia di Bari, accusato del reato di resistenza pluriaggravata a pubblico ufficiale. La procura aveva chiesto una condanna a 4 anni. Caputi, da tempo trasferitosi in Spagna, era l'unico di tutti gli arrestati di quel giorno a essere rimasto in carcere.

L'esordio del governo delle banche: Cariche agli studenti

Il governo delle banche, nato dalle imposizioni della Bce, - per mettere in atto la macelleria sociale ai danni di lavoratori, precari, studenti e pensionati - ha esordito oggi con violente cariche contro gli studenti che sono scesi in piazza contro le politiche di austerità e la crisi.

A Palermo Le forze dell'ordine hanno caricato i manifestanti, giunti all'altezza di via Fiume, davanti alla sede di banca Ugf. Un senzatetto dello Zen Giovanni Pisciotta di 47 anni, che si è unito insieme ad altri senzatetto al corteo studentesco, è stato ferito alla testa da una manganellata  "Ho tentato di difendere i ragazzi dalle manganellate, ho detto non li picchiate, sono dei bambini" . Uno studente è rimasto ferito durante scontri in via Roma.  "I poliziotti gli hanno rotto la testa - dice Bianca Giammanco, del coordinamento studentesco - ed è stato portato via. Ma noi continueremo a protestare". (video)

A Milano,  all'angolo tra corso Italia e via Molino delle armi le forze dell'ordine hanno caricato violentemente gli studenti che tentavano di raggiungere  l'Università Bocconi (foto)

A Bergamo un giovane è stato portato in questura per essere identificato.

A Torino cariche della polizia in via Lascaris, in via Santa Teresa,  in via San Tommaso fermati due studenti, un manifestante ferito davanti alla libreria luxenburg (foto)

Intimidazione e violenza ad un detenuto nel carcere di Sollicciano

Un “nuovo episodio di intimidazione e violenza” nel carcere di Sollicciano: lo denunciano i consiglieri provinciali di Rifondazione comunista Andrea Calò e Lorenzo Verdi. L’episodio, secondo quanto ricostruito dal garante dei detenuti, Franco Corleone, risalirebbe a una decina di giorni fa “quando un giovane detenuto magrebino sarebbe stato percosso da tre agenti”.
“Oltre ad aver mandato le carte alla procura - ha detto Maria Pia Giuffrida, provveditore regionale dell’amministrazione penitenziaria della Toscana - abbiamo aperto un’inchiesta amministrativa”. Il detenuto, ricoverato in osservazione nel reparto di psichiatria, sarebbe stato prelevato da tre agenti che nel tentativo di calmarlo lo avrebbero portato in un’altra stanza. Secondo quanto ricostruito il giovane, poi trasferito, avrebbe perso due denti e riportato contusioni. “Al di là di ciò - continua Corleone - il problema sono le condizioni di vita e il sovraffollamento del carcere e le situazioni di stress a cui sono sottoposti anche gli agenti”.

fonte: il manifesto

15 ottobre: Chucky è libero!!!

Leonardo Vecchiolla, detto Chucky, è stato liberato la sera del 16 novembre in seguito al riesame. Ariano in Movimento è partecipe della gioia di Chucky, della famiglia, degli amici e dei compagni. Chucky è stato sempre presente nelle vertenze irpine: dalle battaglie contro le discariche alle più recenti in difesa del lavoro e degli operai Irisbus , pertanto non può essere considerato né un teppista né un criminale. Vecchiolla è un non violento che si è sempre impegnato per i più deboli, la comunità arianese e irpina è in debito verso questo ragazzo. Abbiamo da sempre confidato nell’innocenza di Chucky , ci auguriamo che possa superare questa vicenda senza conseguenze negative per la propria vita personale e sociale.


Ariano in Movimento

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