29 ottobre 2011

15 Ottobre: Solidarietà per Valerio un compagno che ci mette la faccia

Il 15 ottobre scorso un giovane leccese di 21 anni, Valerio Pascali, è stato arrestato a Roma durante la manifestazione dei cosiddetti indignati.
Parlare di un amico al momento detenuto in cella non è facile. Non possiamo però fare a meno di precisare alcuni aspetti della vicenda trattati con troppa sufficienza dai media in questi giorni. Nel complesso, ciò che è venuto fuori di Valerio è un ritratto di un individuo pericoloso e antisociale. Si parla di “precedenti” penali che non esistono e non si parla del suo trascorso di profonda umanità.

15 Ottobre: Presidio di solidarietà per Chucky

Siamo costretti a ribadire la nostra impossibilità a prendere le difese di Leonardo Vecchiolla e, di conseguenza, non possiamo ritenerci certi dell'innocenza del ragazzo così come, al contrario, è del tutto evidente che gli Inquirenti siano totalmente incerti della sua colpevolezza.

28 ottobre 2011

15 ottobre: Chucky si difende "non c’è alcuna prova della partecipazione al fatto"

Non è tutto black quel che è bloc. Vacillano le accuse contro Leonardo Vecchiolla, lo studente di psicologia dell’università Gabriele D’Annunzio di Chieti, arrestato il 22 ottobre scorso e subito presentato ai media come uno degli «incappucciati» autori delle devastazioni avvenute durante la manifestazione del 15 ottobre scorso. Ad «incastrare» il 23enne, originario di Benevento ma residente ad Ariano Irpino, sarebbero state alcune intercettazioni telefoniche nelle quali il giovane, secondo l’accusa, si sarebbe vantato di aver preso parte all’incendio di un blindato dei carabinieri rimasto intrappolato tra i manifestanti dopo una carica giunta fin nel cuore di piazza san Giovanni. Luogo dove stazionavano ancora decine di migliaia di dimostranti dopo che per ore molti di loro avevano resistito alle cariche ed ai caroselli delle forze dell’ordine.

15 ottobre: Arrestato un altro manifestante a Pisa

Un altro manifestante è stato arrestato per l'assalto al blindato dei carabinieri a Roma durante gli scontri del 15 ottobre scorso nella manifestazione degli 'Indignati'. I militari del reparto operativo di Pisa e della compagnia di San Miniato hanno arrestato un giovane di 28 anni, Carlo Seppia. Il ragazzo, è stato accusato in base alle foto pubblicate e la delazione dei quotidiani e sui social network. E' il terzo manifestante a finire in manette per con l’accusa dell’assalto al blindato dei carabinieri.

Livorno: ritrovato morto detenuto di 56 anni, domani sarebbe tornato libero

Agatino Filia, 56 anni, lavorava come addetto alle pulizie. Forse si tratta di suicidio, ma un suicidio che appare “anomalo” per diverse ragioni: l’uomo stava per terminare la pena (sarebbe stato scarcerato domani); il luogo in cui è stato ritrovato il cadavere è “insolito”, perché quasi sempre i detenuti si impiccano nel bagno della cella; il cappio “sembra” sia stato ritrovato a terra e non stretto intorno al collo.
Ma c’è un altro dato inquietante: si tratta del 17esimo decesso avvenuto nel carcere di Livorno dal 2003 ad oggi (9 i suicidi accertati, 3 morti per “cause naturali” e 5 per “cause da accertare”). Alle “Sughere” i detenuti sono circa 450 e 17 morti in 8 anni per un carcere di medie dimensioni, rappresentano un dato eccezionalmente grave.
In altre carceri con un numero di detenuti compreso tra 400 e 500 nello stesso periodo i decessi sono stati molti di meno: Agrigento 3, Alessandria 4, Ancona Montacuto 5, Avellino 4, Busto Arsizio 5, San Gimignano 1, Trapani 1, Vibo Valentia 4, Vigevano 2.
A Livorno si è registrato anche il caso particolarmente controverso di Marcello Lonzi, ritrovato cadavere in cella l’11 luglio 2003 (il corpo coperto di lividi), che è stato oggetto di una lunghissima inchiesta giudiziaria conclusasi recentemente con l’archiviazione: morto per “aritmia maligna”.

La cronaca della morte di Agatino
Agatino Filia, 56 anni, lavorava come addetto alle pulizie e sarebbe stato scarcerato domani. Trovato morto per le scale, in una delle sezioni del carcere delle Sughere. Accanto al suo corpo, pezzi di stoffa legati, come a voler formare una corda artigianale. Il suo cadavere è stato trovato dal personale della Casa circondariale ieri intorno alle 18.30. Inutili i tentativi di rianimarlo: quando la polizia penitenziaria s’è accorta del fatto, l’uomo era già morto. Il decesso è stato constatato dal medico del 118, giunto sul posto insieme a un’ambulanza della Misericordia.
Apparentemente non aveva ferite evidenti sul corpo, ma solo le tipiche lesioni post mortem dovute al trauma al collo. Queste le prime indiscrezioni, ma solo l’autopsia potrà far luce sulle cause della morte. Del caso si occupa la polizia penitenziaria, che ha allertato il pm di turno. Non si conoscono i motivi che avrebbero spinto l’uomo a togliersi la vita: pare che fosse stato da poco trasferito a Livorno, proveniente da Porto Azzurro.

fonte. Ristretti Orizzonti

27 ottobre 2011

No Tav: storie di ordinaria intimidazione e repressione

"Capita un giorno, mentre rientri a casa dopo una settimana di lavoro, di imbatterti in 2/3 blindati della polizia di stato che stanno percorrendo la tua stessa strada andando verso Chiomonte. Solito orario, è il cambio turno.
Situazione (non) "normale" dalle nostre parti negli ultimi mesi questo continuo via vai di mezzi blu, neri o grigio verdi che cambiano i turni "incontrandoti" con una precisione tale che neppure se ti dessi appuntamento saresti così preciso nell'incrociarti .
Quello che non dovrebbe capitare in questa (non) "normalità" è che in una sera in cui la stanchezza della settimana lascia spazio ai pensieri verso il week end tanto atteso e guidi sereno verso casa ad un certo punto noti che i 3 mezzi alla tua sinistra in sorpasso appena vedono che sei un NO TAV con i tuoi adesivi orgogliosamente in mostra sulla tua auto che fanno?...rallentano, ti affiancano, ti guardano per un attimo e tirando giù il finestrino ti salutano mostrandoti un bel "dito medio in divisa blu" ...ma come???
ti chiedi stupefatto, indispettito e stralunato...queste cose accadono alle volte tra automobilisti indisciplinati! tra cafoni vorrei aggiungere in quel momento! un funzionario dello stato per lo più in servizio, non diresti mai che potrebbe commettere una bassezza del genere!
Invece succede e rimani incredulo, senza parole, sono frazioni di secondo, ti rendi conto dell'offesa subita proprio da coloro dovrebbero difendere il tuo interesse e tutelare noi cittadini...e ti chiedi: ma con che arroganza fai questo?? e perchè?
quindi un "va a quel paese" mentre prosegui per la tua strada ti sembra il minimo per ringraziare quel "caloroso" saluto.
Punto, e accapo, pensi che la tensione forse è un po' alta da parte di tutti in questo periodo, passato lo stupore di quel gesto non ci pensi più e vai avanti nel tuo cammino quotidiano .
Invece no, "qualcuno" che ha deciso di "investire" tempo e soldi (nostri) decide dopo quasi un mese dall'accaduto quando tu te ne sei completamente dimenticato, di ribaltare le carte del gioco....per fini politici forse?
E così capita che un giorno ti suona il telefono e all'improvviso ti ritrovi catapultato in una realtà completamente diversa, che non conosci affatto, che non sai gestire da solo perchè non ti era mai capitato di ritrovarti all'interno di un ufficio della sezione investigativa della digos di Torino a sentirti dire che quel giorno tu hai oltragiato un pubblico ufficiale facendo lui un gesto offensivo! ti scrutano, ti chiedono, ti parlano mentre tentano di carpire chissà cosa perfino dai tuoi movimenti e ti dicono che quello che ha oltraggiato facendo il dito medio non è la persona in divisa che si sporgeva da quel finestrino, ma sei tu.!!!
Da oggi sono indagato per il reato di "oltragio a pubblico ufficiale" di cui l'art 341 bis del codice penale per un atto che HO RICEVUTO da chi in quel momento andava a rappresentare quello che mi sforzo ancora di voler chiamare lo stato italiano.
Inizia un nuovo percorso della mia vita e della mia lotta che in un certo senso avevo anche pensato di dover mettere in conto ma non per una cosa così sciocca e priva di significato. Già...il significato...forse sciocco per me ma evidentemente non sciocco per chi ha deciso che ogni teatrino da montare può essere utile a cercare di metterci i bastoni tra le ruote.

Non dimentichiamoci mai che dobbiamo RESISTERE PER CONTINUARE AD ESISTERE!"


Lettera firmata - via mail

Decreto “salva manganello”; sui reati della polizia decide il procuratore capo

Il governo prepara una corsia preferenziale per gli operatori di polizia accusati di reati commessi durante la gestione dell’ordine pubblico. Ad annunciarlo è stato ieri il ministro degli Interni Roberto Maroni riferendo alla Camera sugli scontri del 15 ottobre.
Nel caso di reati, ha spiegato Maroni, le indagini non saranno più di competenza del pubblico ministero di turno, ma dovrà esserci “un intervento diretto del procuratore capo, cui spetterà procedere sottraendo la competenza al primo sostituto procuratore”.
Il titolare del Viminale non ha specificato se l’intervento sarà limitato a un “visto” per le indagini oppure se sarà lui a dover condurre l’inchiesta. Di certo il provvedimento presenta non pochi punti oscuri, come spiega Donatella Ferranti, capogruppo del Pd in commissione Giustizia della Camera.
“Sembra quasi un atto di sfiducia nei confronti dei sostituti procuratori, e non si capisce a cosa sia dovuto. D’altra parte - prosegue la parlamentare - Maroni sembra essere convinto chissà perché di poter in qualche modo condizionare i procuratori capo”. La nuova norma, che Maroni ha spiegato essere ancora in via di “approfondimento”, dovrebbe essere inserita in un disegno di legge da presentare in uno dei prossimi consigli dei ministri.
“È una norma richiesta dai poliziotti e dai carabinieri - ha spiegato Maroni - che dagli incidenti di Genova in poi hanno manifestato una sorte di timore psicologico a intervenire”. Prevista per i manifestanti anche l’estensione, come giù avviene per le manifestazioni sportive, dell’aggravante delle lesioni gravi e gravissime a pubblico ufficiale, con pene comprese rispettivamente da 4 a 10 anni e da 8 a 16 anni, e “un rafforzamento delle tutele patrimoniali” in caso di risarcimenti.

fonte: il manifesto

Cucchi e le altre morti bianche… “vogliono farci credere che è stato per colpa loro”

“L’idea di fondo è che la vita dei singoli va sacrificata a un interesse collettivo”. Parla l’avvocato Fabio Anselmo, che rappresenta le famiglie delle vittime contro lo Stato.
Patrizia piange e nonostante ci provi e ci riprovi, proprio non riesce a parlare, per un dolore testualmente “incommensurabile” che le strozza la gola. Un dolore, aggiunge, “che si accumula e diventa troppo da sopportare, un dolore che non dovrebbe sentirlo nessuno”. Lucia preferisce non dire nulla, con un sorriso amaro dice no, grazie. Poi tocca a Domenica che a malapena pronuncia qualche parola a bassa voce, e poi si interrompe.
Parla Ilaria, parla per tutte le mamme, le sorelle e le figlie - diventate una fila intera, sedute una accanto all’altra, ed è questo che raggela il sangue più di tutto - di chi è morto di morte bianca, senza motivo ma con tanti sospetti, tra caserme, ospedali e posti di blocco, dove pure di norma ci sono tanti, tantissimi servitori dello Stato che lo Stato manda allo sbaraglio per pochi euro e con ancora meno benzina nel serbatoio. Aldrovandi, Uva, Ferrulli, Cucchi, più tutti gli altri casi simbolicamente presenti qui a San Lorenzo, Roma, in un teatro che ascolta in silenzio, nella pancia di un quartiere che vuole bene, a quelle donne piene di dignità e di rabbia, unite da un filo atroce: “Loro sono le mie amiche, le mie sorelle, sentiamo lo stesso dolore e non chiediamo altro che la verità” dice Ilaria Cucchi a nome di tutte.
Ma, appunto, è sempre più difficile raccontare quello che lei, Patrizia Moretti, Lucia Uva e Domenica Ferrulli vanno ripetendo da mesi, o da anni, per parlare di chi manca all’appello, Stefano, Federico, Giuseppe, Michele. Per mostrare a tutti la collana di parole e di foto, così hanno ridotto mio fratello, questo era mio figlio, che è sempre più difficile da portare.
Nemmeno questo, a dire il vero, nel caso di Niki Aprile Gatti, 26enne che viveva a San Marino ed è stato arrestato il 19 giugno 2008 con l’accusa di truffa informatica, un ragazzo risucchiato nella colossale e nebulosa vicenda Telekom Sparkle-Fastweb: cinque giorni dopo viene ritrovato cadavere, ufficialmente per suicidio, nel carcere di massima sicurezza di Sollicciano, a Firenze. Di Niki non è rimasta nemmeno una foto del cadavere, e il suo appartamento fu ripulito da cima a fondo poco dopo la sua morte da ladri piuttosto strani.
Poi tocca a Fabio Anselmo, l’avvocato che suo malgrado è diventato il collante di tutte queste storie, scoppiate dopo quella di Federico Aldrovandi che è stato un po’ come un tappo per una bottiglia troppo vivace. Il legale che ha portato o vuole portare in tribunale pezzi di Stato e pezzi di istituzioni. Invitato, anche lui, per il secondo anniversario della morte di Stefano Cucchi che - ricorda lui, scandendo le frasi e scegliendo le parole nel vocabolario dell’indignazione - per la giustizia italiana è ancora “un albanese senza fissa dimora”, quanto era scritto nell’ordinanza di custodia cautelare - poi convalidata - di quella maledetta sera di ottobre del 2009.
“Le Nazioni unite hanno formulato 92 raccomandazioni al nostro governo che ne ha respinte immediatamente 16, la prima delle quali riguardava l’uso della tortura. I nostri politici l’hanno rimandata indietro con la motivazione “da noi non serve”. L’avvocato entra poi nel cuore del problema che è anche il filo conduttore di tutti i fascicoli di cui si occupa, accomunati tecnicamente anche - spiega lui - dallo stesso modo di redigere le autopsie, gli atti, di descrivere le vittime come in preda ad atti autolesionistici.
Parla a braccio, Anselmo, ma tocca tutti: “Il concetto che accomuna tutti questi processi è il tentativo che stanno facendo di far passare l’idea che chi è morto, in fondo ha avuto quello che si meritava. Questo vale per esempio per Stefano Cucchi che era maleducato e non è stato collaborativo, al processo in corso la gran parte del tempo la passiamo a parlare dei suoi difetti e lo scopo di tutto è metterli in luce insieme a quelli delle famiglie.
Per Federico Aldrovandi che camminava alle cinque del mattino in un parco pubblico, e non doveva esserci, o per Michele Uva che ha avuto un passato da clochard e ha fatto una fine terribile, ma anche per Michele Ferrulli che come gli altri è morto per colpa sua. E questo perché si vuol far passare l’idea di fondo che la vita umana dei singoli vada sacrificata per qualche supremo interesse collettivo dello Stato o della giustizia. Vi parla uno che è considerato un somaro, perché il 70-80% delle mie istanze e delle mie domande viene respinto dalla corte”.
Basta leggere uno dei resoconti di agenzia sulle udienze: “Stefano Cucchi agli infermieri si mostrò poco collaborativo, esile e si alimentava in modo discontinuo”. E ancora, nella testimonianza dell’infermiera Maria Giulia Masciarelli: “Aveva gli occhi lividi, ma non gli chiesi il perché. Non voleva fare terapia endovenosa e rifiutò la visita oculistica. Durante il giro letti, una collega gli domandò con chi potevamo parlare per fargli avere biancheria pulita, ma Cucchi rispose che non gli interessava nulla; disse di no anche quando gli proponemmo l’utilizzo di biancheria del reparto”.
I “no grazie” di un ragazzo che era pieno di lividi e piuttosto malconcio possono suonare in tanti modi, in un’aula di tribunale, e secondo l’avvocato Anselmo il rintocco che hanno non ci porterà lontano. Lo scenario tratteggiato dall’avvocato non induce pensieri sereni: “È utile riflettere su queste problematiche perché riguardano i valori sociali e l’impostazione culturale della nostra giustizia. Tutte queste vittime sono state massacrate due volte, anche durante il processo, un po’ come succedeva negli anni 70 per i procedimenti per violenza carnale in cui le donne erano vittime e poi sotto accusa.
Il fine ultimo ovviamente è scoraggiare la denuncia per questo tipo di reati in nome delle istituzioni, della giustizia e della sicurezza nostra e dei nostri figli. La rabbia di queste persone è anche la nostra rabbia. Ed è terribile questa dicotomia tra la giustizia e il popolo in nome del quale viene amministrata e che invece diventa una frusta sulla schiena di queste donne e di queste famiglie”.
Da qui un appello che riguarda 1a società civile, ma non solo: “Abbiamo bisogno dell’attenzione dell’opinione pubblica perché lo scopo di fondo è fare in modo che la gente si disinteressi perché tutto cada nel dimenticatoio. Il gioco è questo. Per questo vogliono far passare molti anniversari come questo per Stefano Cucchi, prima di arrivare alla sentenza.
Il mio pronostico, anche se ovviamente spero di sbagliarmi, è che queste persone saranno condannate in primo grado, per tacitare un po’ l’opinione pubblica, ma poi con l’appello e la Cassazione tutto cambierà e vedrete che magari Stefano resterà un morto per colpa medica”. C’è anche un altro aspetto che spinge il percorso delle famiglie, di Ilaria, Patrizia e delle altre donne, verso un imbuto molto stretto.
“Questo tipo di processi costringe i privati, queste famiglie, a sopportare altissimi costi e quindi ad un peso economico molto rilevante dato dalle spese legali e processuali, unitamente all’estremo garantismo che in realtà è un bizantinismo dove il cittadino, in questo caso le vittime e le loro famiglie, non possono che venire spazzate via”. E come si fa a continuare ad avere fiducia nella giustizia e nei processi? “Ci vuole pazienza, tanta, e tanta fiducia, direi quasi una pazienza e una fiducia divina, teologica”.

fonte: l'Unità

Liberarsi dal carcere e dai manicomi

Giovedi' 27 alle ore 21 a Pisa, nello spazio autogestito Newroz in piazza Garibaldi: dibattito con Salvatore Verde, saggista e membro onorario del Tribunale dei minori di Napoli, che presenterà le sue ricerche su carcere e manicomio
Livorno, Venerdì sera 28 Ottobre, al teatro Officina Refugio, Nicola Valentino invece presenterà il suo libro "Ergastolo"
Sabato 29, all'Emerson di Firenze, a partire dalle ore 20, si svolgerà l'iniziativa conclusiva di denuncia e informazione sul sistema carcerario e repressivo italiano.


26 ottobre 2011

Eurogendfor: battesimo di piazza? La polizia militare europea alla prova greca

Si tratta di un mormorio, di voci prima diffuse, poi smentite. Fatto sta che lo scorso 8 ottobre le della Gendarmeria europea (Eurogendfor) sarebbero sbarcate a Igoumenitsa, in Grecia, provenienti dalla base di Vicenza, per poi essere trasferite alla base di Larissa, dopo aver attraversato tutto il Paese in direzione est, e da lì ripartire verso i Balcani.
Fonti giornalistiche greche hanno confermato di aver visto militari e veicoli sbarcare a Igoumenitsa, con tanto di effigie dell’esercito comunitario. Secondo le fonti ufficiali, si tratterebbe di un’esercitazione dell’Eurogendfor (che riunisce truppe di Olanda, Romania, Francia, Spagna, Portogallo e Italia) assieme ad alcuni soldati originari della Repubblica Ceca e facenti parte della Seebrig, la forza di pace multinazionale "Sudest Europa" che agisce sotto l’egida Onu.
Insomma, pare si tratti di un’operazione di routine, già programmata da tempo. Sta di fatto che l'esercitazione è andata a cadere, caso strano, proprio in Grecia e proprio a ridosso degli scioperi programmati per il 19 e 20 ottobre scorsi. Alquanto strano che una forza di polizia internazionale vada ad esercitarsi proprio in un luogo dove da settimane si susseguono serrate e manifestazioni di piazza, non sempre pacifiche.
Giovedì scorso, con una nota diffusa a tarda notte, la polizia greca ha negato "la presenza di forze europee di gestione della crisi", tuttavia venerdì, due parlamentari del partito Comunista hanno presentato un'interrogazione al ministro della Protezione dei cittadini, chiedendogli se i militari europei fossero realmente arrivati nel Paese per aiutare le forze dell'ordine ateniesi a sedare eventuali situazioni di tensione. Al momento di scrivere, il ministro non ha risposto, nonostante uno dei suoi portavoce abbia confermato ai giornalisti la presenza della brigata "Balcani" della Seebrig.
Non si sa, quindi, se la presenza dell'eurogendarmeria in Grecia sia davvero un'esercitazione o se sia intervenuta in piazza durante le recenti manifestazioni. Alcuni giornali greci sostengono che le voci legate ai militari comunitari siano state create per far pressione sui corpi di polizia greci, accusati di troppa indulgenza nei confronti dei manifestanti e idealmente loro vicini in quanto pubblici dipendenti, e quindi bersaglio dei tagli del Governo nell'ambito del piano di austerity.
L'Eurogendfor è composta da 3000 uomini con sede in Italia, organizzati in due brigate. Per quanto riguarda l'evenutale veridicità della voce che parla di un'esercitazione, occorre dire che ciò pare alquanto strano, poichè la Grecia non è un Paese membro di Eurogendfor. Analogo discorso vale se la forza internazionale è davvero intervenuta a scopo antisommossa nelle manifestazioni di piazza: la Grecia non fa parte del trattato di Veslen, trattato da cui ha origine la polizia militare europea, e in ogni caso sul suolo greco, in un momento di particolare crisi sociale interna, è venuta a trovarsi una forza militare straniera.
Senza scendere nella fantapolitica, se così fosse questa forza antisommossa, di cui fanno parte solo le polizie militari dei Paesi che hanno firmato il trattato di Veslen, quali ordini sta eseguendo? Da parte di chi? Del governo greco, che non fa parte del trattato, o dei paesi firmatari?
I detrattori di queste voci ricordano che l'Eurogendfor è una forza di Polizia militare istituita nel 2004, da impiegare in zone di crisi e di guerra, oppure dove le forze militari hanno appena lasciato il campo ad un nuovo governo dopo un conflitto. Insomma, si tratta di crisi di tipo bellico e non certo di rivolte di piazza. Per il momento, l'Eurogendfor è composta da Carabinieri, Gendarmeria Nazionale francese, Guardia Civil spagnola, Guardia Nazionale Repubblicana portoghese e Marechaussee Reale olandese. L'Italia fornisce all'Eurogendfor il maggior contributo di uomini. Eurogendfor non obbedisce ai Parlamenti nazionali, ma direttamente ai singoli governi dei Paesi componenti. Il Quartier Generale si trova a Vicenza e che lo Stato ospitante, cioè l'Italia, sostiene tutte le spese del Quartier Generale.
Fatto sta che il trattato di costituzione di Eurogendfor, che dopo la sua ratifica è stato pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale del 14 Maggio 2010, recita nell'art.3 che: "Eurogendfor potrà essere utilizzata al fine di: a) condurre missioni di sicurezza e ordine pubblico; (...) c) assolvere a compiti di sorveglianza pubblica, gestione del traffico, controllo delle frontiere e attività generale d'intelligence; (...) e) proteggere le persone e i beni e mantenere l'ordine in caso di disordini pubblici.
Pertanto, non si tratta affatto di una superpolizia impiegata in casi estremi e scenari di guerra: la legge dice che possono intervenire in piazza. E il mistero resta, poichè non si capisce, né dal Trattato di Veslen, né dai regolamenti istitutivi, se il corpo armato può intervenire se "chiamato" da un Paese non firmatario. Insomma una vicenda certamente inquietante, e si resta in attesa di risposta al quesito iniziale: chi ha assicurato l'ordine pubblico, alle recenti manifestazioni del 19 e 20 ad Atene? Sicuri che fosse qualcuno in grado di parlare in greco?

Alessandro Iacuelli

Asti: La testimonianza di un detenuto, era un incubo...

Parla Andrea Cirino, il carcerato che ha aperto il caso. Era arrivato nel carcere di Asti da un paio di mesi, Andrea Cirino, 33 anni, di Torino, all'epoca dei fatti tossicodipendente. È uno dei due detenuti (insieme a Claudio Renne, di 29 anni) sulla base delle cui deposizioni la procura astigiana aveva chiesto il rinvio a giudizio di 12 poliziotti penitenziari. Sette sono stati prosciolti, cinque andranno a processo il 27 ottobre prossimo.
Cirino, nel dicembre 2004, era rinchiuso ad Asti nella sezione B2 per rapina con lesioni quando un giorno litigò con un agente e gli mise le mani addosso. "L'ho aggredito io, mentre Renne, mio compagno di cella, cercò di dividerci", racconta. Sorvolando su quella che lui descrive come una vera e proprio ritorsione immediata, con gli "agenti che mi prendono a calci e pugni mentre vengo accompagnato dal comandante", partiamo dal suo racconto di quei venti giorni passati da allora in cella di isolamento. Ovviamente, la sua testimonianza è per ora solo un atto di accusa. E gli agenti in questione sono innocenti, fino a condanna definitiva.

Dove la portano? Cosa succede?
Vengo rinchiuso nell'ultima cella a sinistra, Renne nell'ultima a destra: dalla parte opposta. C'erano altri detenuti in altre celle. Da subito iniziano le violenze: mi lasciano completamente nudo, con una branda senza materasso né coperte, alle finestre non c'erano vetri e faceva molto freddo. C'era un piccolo termosifone acceso ma se provavo ad appoggiarmi gli agenti battevano sulle sbarre e mi insultavano. Io non dormivo mai perché sapevo che quando bevevano o si drogavano poi venivano a picchiarci.

Si drogavano? È un'accusa grave questa.
Ho raccontato tutto all'ispettrice di polizia a capo delle indagini (Antonella Reggio, ndr) e ai pm: si vedeva dagli occhi che avevano tirato cocaina. O bevuto. Erano troppo esaltati e con una cattiveria che non era normale. Non mi davano quasi mai nulla da mangiare o da bere e quando lo facevano ero sicuro che ci avessero sputato o urinato dentro. Quindi rifiutavo e rispondevo ai loro insulti. E loro si scatenavano: mi picchiavano di giorno e di notte con gli anfibi e io rannicchiato per terra cercavo di coprire faccia e testicoli. Non lo facevano solo con me, ho sentito le grida anche di altri detenuti malgrado chiudessero i blindati. A volte al pestaggio partecipava anche qualche detenuto loro alleato.

Chi poteva accedere al reparto?
Il medico, ma non veniva mai, e l'infermiera per le terapie. Io prendevo dei tranquillanti altrimenti impazzivo, eppure non riuscivo a dormivo per paura.

L'inchiesta sul carcere di Asti si apre dopo che un assistente di polizia penitenziaria e la sua convivente vengono arrestati per droga. Da lì partono le intercettazioni e la prima testimonianza raccolta è quella di Renne. Lei però nega tutto, perché?
Perché ero stato trasferito ad Aosta, dove non conoscevo nessuno e avevo paura. Renne invece era ancora nel carcere di Asti e a quel punto nessuno poteva più toccarlo.

Possibile che tutti gli agenti fossero collusi?
C'era un brigadiere siciliano che a un certo punto cercò di farli smettere. Me lo disse un detenuto che partecipava ai pestaggi e i miei amici che dalle finestre di sotto mi urlavano di resistere, che stavano cercando di aiutarmi.

Lei ha mai tentato di suicidarsi?
No, ho fatto un gesto di autolesionismo solo una volta perché mia figlia stava per morire e io volevo uscire per vederla.

E invece gli agenti sostengono di averla salvata da un tentato suicidio.
Un giorno mi portano un bel piatto di pasta e io, sfinito, accetto anche se penso a cosa possano averci messo dentro. Poi non mi ricordo più nulla e mi sveglio in ospedale col collo tutto viola. Mi dicono che ho tentato di suicidarmi. Ma non è vero: io ero completamente nudo, dove avrei trovato il laccio di scarpe? E il gancetto dove dicono che mi sarei impiccato non avrebbe mai retto il mio peso. Mi hanno riferito che al cambio di turno delle 16 una guardia mi avrebbe trovato in quelle condizioni.

Ma se avessero voluto ucciderla non lo avrebbero fatto nel cambio di turno.
Non so, forse erano solo mossi da impulsi bestiali.

Come vive adesso?
Ho sempre paura di uscire, ho paura di vederli anche in tribunale. Soffro di attacchi di panico. Sto cercando lavoro, ogni tanto faccio l'elettricista, ma non è facile.


fonte: il manifesto

La verità scomoda che riapre il caso di Giuseppe Uva

Lucia Uva non vuole un risarcimento. Vuole la verità. Dopo più di tre anni di lotta, una perizia ordinata dal tribunale ha riaperto il processo sul decesso di suo fratello. Giuseppe Uva è morto nella notte tra il 14 e il 15 giugno del 2008. È stato fermato per schiamazzi, portato nella caserma dei Carabinieri di Varese dove è stato trattenuto per ore.
L’amico che era con lui, Alberto Biggiogero, giura di averlo sentito gridare tanto che ha chiamato il 118 perché “qui stanno massacrando un ragazzo”. Nessuno, però, ha mai voluto sentire la sua testimonianza. Eppure sono stati gli stessi carabinieri poco dopo a chiamare l’ambulanza per trasferire Uva all’ospedale psichiatrico dove è deceduto.
È stata proprio sua sorella in obitorio a fotografare la sua salma sfigurata. Foto orribili che, come in altri casi analoghi, certificano con brutale evidenza lo stato di quel cadavere: un corpo martoriato con ecchimosi estese e bruciature simili a quelle causate da sigarette. Si tratta di un dato di fatto che da solo avrebbe dovuto portare ad un’indagine seria su ciò che è avvenuto quella notte nella caserma dei Carabinieri di via Saffi. Invece il procuratore di Varese Agostino Abate ha deciso di concentrarsi solo su ciò che è successo dopo, in ospedale. Il pm infatti ha dato corso ad un processo che vede come unico imputato per omicidio colposo un medico che avrebbe ucciso Uva somministrandogli un’improvvida dose di calmanti.
Questo processo però settimana scorsa è stato completamente messo in discussione da una perizia disposta dal giudice Orazio Muscato. I tre esperti incaricati del lavoro hanno certificato che Giuseppe Uva non è morto a causa dei calmanti. “Le dosi somministrate - si legge nella perizia - risultano inidonee a causare il decesso”. Non solo. Sui jeans indossati da Uva quella notte sono state riscontrate tracce ematiche, ma anche tracce di feci, urina e sperma. Per questo hanno richiesto di completare la perizia riesumando la salma e effettuando una Tac.
A questo punto il procuratore Agotino Abate deve spiegare alla sorella, ma anche alla città di Varese e a tutto il paese, il perché di così tante ed evidenti incongruenze tra la vicenda processuale da lui condotta e la realtà che emerge da una perizia che poteva essere compiuta molto tempo prima. Perché il fascicolo aperto sul fermo di Uva è rimasto e rimane chiuso nei cassetti della procura? Perché l’autopsia effettuata sul cadavere e resa nota dopo mesi dal decesso parla solo di “lievi escoriazioni”?
Perché il medico legale di cui si è avvalsa la procura, il dottor Marco Motta, ha ritenuto di indirizzare le indagini esclusivamente sulla pista del farmaco letale? Perché quei jeans macchiati di sangue sono stati riconsegnati subito alla famiglia la quale, per sua iniziativa, li ha immediatamente riportati alla polizia? E perché si è dovuto attendere l’esito della perizia per sapere ciò che si poteva presumere sin da subito? Gli esperti interpellati dal tribunale dicono che su quei jeans c’è una macchia di sangue di 16 centimetri per 10 all’altezza del cavallo. Una traccia macroscopica che, come ricorda l’avvocato di Lucia Uva, Fabio Anselmo, è stata derubricata dai pm a “macchia di pomodoro”.
Infine è lecito chiedere, come fa l’associazione a “Buon Diritto” di Luigi Manconi: “si può escludere che Uva abbia subito violenza sessuale?”. Per avere risposta a queste domande l’unica via è che il tribunale di Varese disponga la continuazione di quella perizia senza ulteriori perdite di tempo. E c’è da giurare che il senso di giustizia del procuratore Abate lo porterà a sottoscrivere questa richiesta. Lo merita Lucia Uva e lo pretendono tutti coloro che hanno diritto di sapere che cosa è successo davvero.

fonte: il manifesto

25 ottobre 2011

15 Ottobre: Solidali con Chucky

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OVVERO CHI CREDE NEL GARANTISMO A CORRENTE ALTERNATA

Sabato scorso un contingente di forze dell’ordine degno del più pericoloso boss mafioso ha arrestato Leonardo (Chucky) con la gravissima accusa di tentato omicidio, ritenendolo uno dei responsabili dell’assalto al blindato dei carabinieri avvenuto durante la manifestazione del 15 ottobre a Roma. Immediatamente Leonardo è stato sbattuto su tutti i giornali e Tg nazionali, etichettato come un terrorista di professione, nonostante l’unico elemento a suo carico sia un’intercettazione discutibile. Gli inquirenti avevano affermato di avere anche foto e filmati del presunto reato, che invece, secondo le dichiarazioni rilasciate dall’avvocato di Leonardo non esisterebbero.

15 ottobre a Roma: liberi tutti! Libere tutte!

La giornata del 15 ottobre, lanciata dagli indignados spagnoli, ha raccolto l’adesione di oltre 1000 città in tutto il mondo. Questo nuovo movimento globale nasce nella cornice globale di una crisi strutturale del capitalismo, che ha prodotto negli ultimi mesi forme di resistenza in tutto il mondo: dal Cile a Londra, dalla Grecia a New York City.

Torino: Un anno e sei mesi per "non aver commesso il fatto"

Una anno e sei mesi, questa è la sentenza in primo grado emessa dal giudice per gli scontri avvenuti il 27 gennaio del 2009, quando sotto la prefettura la polizia caricò il corteo dei rifugiati.
Brevemente i fatti: i rifugiati dopo l'ennesimo incontro con gli amministratori comunali per chiedere casa, lavoro e residenza (sancite dalla convenzione di Ginevra), ricevevano l'ennesimo esito negativo, palesando una volta in più l'incapacità politica di rispondere a chiare richieste negando di fatto i diritti dei rifugiati.
In concomitanza a questo incontro si svolgeva, sotto il comune, il presidio organizzato dal Comitato di Solidarietà con Rifugiati e Migranti. Appresa la notizia del fallimentare incontro, il presidio partì in corteo per raggiungere la prefettura con l'intenzione di chiedere un incontro fra il prefetto e una delegazione di rifugiati. La richiesta dei rifugiati non avrà nessuna risposta, perché il gruppo di rifugiati venne caricato violentemente e senza preavviso dalle forze dell'ordine.
A quella carica inaspettata, nella quale furono investite anche donne e bambine, il gruppo di rifugiati, rispose,legittimamente difendendosi, con lancio di oggetti.
La situazione dei rifugiati in quel periodo era aggravata dalla mancanza di diritti che le istituzioni locali avrebbero dovuto garantire, esasperando il tutto con promesse più volte disattese, lasciando, così facendo, uomini, donne e bambini nella più completa incertezza di vita.
La sentenza di oggi, avvenuta in un particolare contesto politico sociale, fatto di mobilitazioni contro la crisi e le misure di austerità promosse dal governo, forse influenzata dal clamore mediatico di questi giorni in occasione del 15 ottobre romano, appare eccessiva se non assurda.
Proprio in questi giorni a Torino, una nuova manifestazione di rifugiati ha posto l'attenzione sul diritto di asilo e permesso di soggiorno,casa e migliori condizioni di vita all'interno dei «centri di accoglienza».

fonte: InfoAut

La ricetta di Maroni: Legge Reale e immunità per le forze dell'Ordine

Il ministro degli Interni Maroni sta preparando un decreto legge che assicuri alle forze dell'ordine le cosiddette "garanzie funzionali", ovvero le tutele giuridico - legali che - come ha detto - impediscano a un pm di mandarle in galera. Dal Viminale arrivano conferme: stiamo lavorando, ma sui particolari bocche cucite. Anche se le ipotesi sono già delineate. Scomodando l'ormai tornata di moda legge Reale o addirittura il vecchio Codice Rocco, si costituirebbe un filtro attraverso la Procura generale, che dovrebbe decidere se iscrivere nel registro degli indagati il poliziotto sospettato di aver abusato delle sue funzioni, magari agitando oltremisura un manganello. Niente più obbligatorietà dell'azione penale per il pm, ma la discrezionalità di un Procuratore generale.
L'idea di dare maggiore immunità alle divise (voluta anche dal capo della polizia, Manganelli) era già contenuta nel pacchetto di misure illustrate martedì in Senato, quando il ministro ha riferito sugli scontri di Roma. Con una grossa differenza, però: Maroni aveva ipotizzato un disegno di legge da portare in Consiglio dei ministri dopo aver consultato le opposizioni. In tre giorni il ddl è diventato un decreto.
Il confine, però, è molto labile, quando lo stesso Maroni parla così: "I poliziotti dal G8 di Genova hanno la condizione psicologica di passare per carnefici, perché quando un poliziotto viene processato per aver fatto il suo dovere non solo è uomo distrutto, ma si diffonde una consapevolezza: perché dovrei fare qualcosa che mi distrugge la vita?". Forse per essere promosso, come è accaduto ai protagonisti della "macelleria messicana" del 2001.

Asti: Botte e vessazioni a due detenuti, cinque agenti rinviati a giudizio

Cinque agenti della polizia penitenziaria, in servizio nella casa circondariale di Asti, sono stati rinviati a giudizio con l'accusa di aver picchiato e sottoposto a vessazioni due detenuti: entrambi sono stati lasciati per alcuni giorni, in isolamento, completamente nudi in una cella priva di vetri alla finestra, di materasso, di lavandino e di sedie; per vitto è stato fornito loro solo pane ed acqua.
Ai due, inoltre - secondo l' accusa - veniva impedito di dormire. Il processo contro i cinque agenti penitenziari comincerà tra tre giorni, il 27 ottobre, ad Asti. Le vittime, Claudio Renne e Andrea Cirino, hanno denunciato maltrattamenti da carcere "turco" da parte della "squadretta" di agenti che avevano instaurato all'interno della struttura carceraria "un tormentoso e vessatorio regime di vita", si legge nell'imputazione.
Claudio Renne, nel dicembre del 2004 - secondo quanto emerge dagli atti dell'inchiesta - viene portato in una cella di isolamento, come punizione per aver cercato di placare un diverbio tra un agente e un altro detenuto. La cella è priva di materasso, sgabelli e acqua. La finestra è priva di vetri e Renne ci rimarrà per due mesi, i primi due giorni completamente nudo.
Il cibo, racconta il detenuto, è limitato a pane e acqua, ma a volte gli agenti gli lasciano dietro la porta della cella il vitto del carcere che lui può vedere ma non prendere. Le botte si ripetono più volte al giorno, calci e pugni su tutto il corpo, tanto che gli sarà riscontrata la frattura di una costola oltre ad una grossa bruciatura sul volto causata da un ferro rovente. Il più feroce dei suoi carcerieri, uno dei cinque agenti rinviati a giudizio, che agiva spesso sotto effetto di alcol e droga, nel corso di un pestaggio gli strappa con le mani i capelli che Renne aveva raccolti in un codino sulla nuca.
Tra il dicembre 2004 e il febbraio 2005 anche Andrea Cirino viene tenuto in isolamento, per 20 giorni, e gli viene negata l'acqua. La notte, racconta, gli agenti gli impediscono di dormire battendo le grate della cella, il giorno viene picchiato ripetutamente. Cirino, in seguito, tenterà il suicidio per impiccagione.
"Dalle intercettazioni e dalla relazione di polizia giudiziaria emergono particolari inquietanti", afferma Patrizio Gonnella, presidente dell'associazione Antigone, che ha chiesto di costituirsi parte civile al processo. "Nel carcere di Asti - aggiunge - vigeva una cultura diffusa di violenza da parte dei poliziotti e di indifferenza da parte di medici e direttore".
un assistente di polizia penitenziaria dello stesso carcere nel 2006 testimonia: "nel caso in cui i detenuti risultino avere segni esterni delle lesioni, spesso i medici di turno evitano di refertarli e mandano via il detenuto dicendogli che non si è fatto niente o comunque chissà come si è procurato le lesioni. Inoltre lo convincono a non fare la denuncia dicendogli che poi vengono portati in isolamento e picchiati nuovamente". In una intercettazione ambientale tra uno degli imputati e un altro agente del carcere, il primo afferma: "Ma che uomo sei... devi avere pure le palle... lo devi picchiare... lo becchi da solo e lo picchi... io la maggior parte di quelli che ho picchiato li ho picchiati da solo...".

L'ex direttore: io non ho responsabilità, processo accerterà verità
"La polizia giudiziaria ha ipotizzato mie responsabilità ma è stata smentita dalla stessa procura che non le ha giudicate plausibili. Spero che ora il processo consenta di accertare la verità. Se sarò chiamato a testimoniare lo farò molto volentieri per dare un contributo a chiarire i fatti".
Così Domenico Minervini, ex direttore del carcere di Asti e attualmente direttore della casa circondariale di Aosta, commenta la notizia del rinvio a giudizio di cinque agenti della polizia penitenziaria astigiana per aver picchiato e sottoposto a vessazioni due detenuti.
In merito alla vicenda, Minervini sottolinea: "Ho sempre trasmesso alla procura le segnalazioni di pestaggi o abusi nei confronti di detenuti. In quel caso il personale non mi aveva segnalato nulla e quindi non ho potuto informare la magistratura: si tratta di pubblici ufficiali che avevano l'obbligo di relazionarmi e non l'hanno fatto. Ora il processo accerterà eventuali responsabilità".
Minervini, infine si dice "amareggiato per la superficialità dell'associazione Antigone" che ha parlato di indifferenza da parte dei medici e del direttore del carcere di Asti. Secondo Minervini l'associazione "ha fatto affermazioni senza aver letto le carte dell'inchiesta. Io non ho ricevuto alcun provvedimento da parte della procura, nemmeno un avviso di garanzia, segno che i magistrati hanno reputato che sono totalmente estraneo alla vicenda contestata.

fonte: Ansa

22 ottobre 2011

No Tav: Zona rossa, reti e blindati, la Val Susa è militarizzata

La zona rossa che impedisce qualunque accesso ai cantieri della Tav resterà in vigore fino alle sette di lunedì mattina (video). Un paio di migliaia di agenti e blindati dovranno impedire che il popolo delle valli, quello che si batte da anni contro quella che considerano una devastazione del territorio, la tratta Torino Lione dell'alta velocità, si avvicini, anzi, che provi soltanto ad avvicinarsi alle reti alzate a difesa del cantiere esplorativo di Madonna del Chiomonte. Sono vietate strade, vie, sentieri, prati e boschi a Chiomonte e Giaglione. Misure prese dal prefetto di Torino sull'onda del 15 ottobre romano per affrontare la decisione presa in assemblea dal popolo che si oppone alla Tav di arrivare alle reti domani e di tagliarle. Praticare la disobbedienza civile è il metodo scelto dal coordinamento dei comitati NO TAV in risposta alla militarizzazione del territorio.

segui su notav.eu

Due anni fà Stefano Cucchi......

Quelle immagini, dolorosissime sono ancora una ferita aperta nelle coscienze. Sono due anni oggi, che Stefano Cucchi è morto in "circostanze misteriose", si dice ancora. Trentuno anni, fermato dai carabinieri in un parco a Torpignattara per un po' di erba trovata in tasca, portato in due caserme e poi portato d'urgenza all'ospedale Sandro Pertini. Restituito alla famiglia morto, un cadavere straziato e trasfigurato dalle percosse. Una famiglia che non può credere ai propri occhi e che decide di mostrare a tutti quel corpo martoriato, di mostrarne le foto. Foto che sembrano provenire dagli abissi della storia, dai campi di concentramento, dai genocidi, dalle dittature più terribili. E invece è ciò che resta di un ragazzo picchiato selvaggiamente, ridotto alla disperazione dell'Urlo di Munch. Una storia come tante di quelle che non si raccontano mai. Stefano è uno dei tanti. Due altri nomi a caso potrebbero essere Giuseppe Uva o Federico Aldrovandi, e decine di altri nomi non li sapremo mai. Tornano a Stefano Cucchi e ai due anni di battaglia della sorella Ilaria per ottenere la verità, il bilancio è ancora desolante. Ancora oggi è stato «escluso un nesso di causalità tra le violenze subite - per cui sono stati rinviati a giudizio tre poliziotti penitenziari - e la successiva morte» dice. Ancora oggi, a due anni dalla morte di Stefano.

Haidi Giuliani: Sallusti è un provocatore

Quale è la tua reazione di fronte alle parole violente e sconsiderate di Sallusti?
Con Giuliano abbiamo già informato il nostro avvocato. Gli abbiamo chiesto la possibilità di una querela. Voglio dire, le opinioni possono essere molte e varie ma affermare che una persona ha fatto bene ad ammazzarne un'altra mi sembra davvero poco educativo.

21 ottobre 2011

Detenuto suicida al Marassi di Genova

Un detenuto di 29 anni, di origini marocchine, si è suicidato nel carcere di Marassi. Lo ha reso noto il sindacato Uilpa, precisando che si tratta del 55/mo suicidio in cella, in Italia, dall'inizio del 2011. L'uomo, Rahamani Jalel, detenuto per spaccio di stupefacenti e che avrebbe finito di scontare la pena tra due mesi, si è impiccato con le lenzuola in dotazione nella sua cella della sesta sezione del carcere. Al momento - sottolinea la Uilpa - vi risiedono 812 detenuti nonostante i posti disponibili siano 456. Solo quest' anno vi sono stati 2 suicidi, 9 tentati suicidi, 85 atti di autolesionismo grave, 10 aggressioni a danno di poliziotti penitenziari.

fonte: Ansa

Per il direttore de "il Giornale" Sallusti hanno fatto bene uccidere Carlo Giuliani

Durante la puntata di Matrix andata in onda mercoledi 19 ottobre, il direttore de il Giornale, Sallusti, ha affermato che il carabiniere che ha sparato uccidendo Carlo Giuliani a Genova 2001, ha fatto bene. Ferrero, segretario nazionale del Prc, presente in trasmissione, si è alzato e l'ha mandato a cagare.

15 Ottobre: Voci dalla Piazza/7

Dietro il passamontagna del 15 ottobre

Incolti, brutali, rozzi, prezzolati, criminali, teppisti, dementi, sfascisti, populisti, nemici. Neri. Eccolo, nei commenti sui quotidiani, l’identikit degli “incappucciati” di piazza san Giovanni.
Un unanime coro di condanna, di politici, di opinionisti – un arco che raccoglie la destra e la sinistra e i più radicali delle sinistre – che manda al rogo quei maledetti violenti.

15 Ottobre: Voci dalla Piazza/6

Sono passati un po’ di giorni dalla manifestazione romana del 15 ottobre, l’adrenalina ha cominciato a defluire, la rabbia sta lasciando posto alla riflessione, troppe parole dette frettolosamente stanno decantando. Caute diceva il filosofo, e l’insieme di dati che ormai abbiamo, spesso apparentemente contraddittori, ci invita alla cautela ma ci spingono ad una riflessione ordinata che è obbligo fare anche se non sappiamo bene in quali luoghi, e anche questa diventa una metafora interessante: senza i luoghi della “riflessione” politica rimane solo la piazza. Procediamo con ordine.

15 Ottobre: Voci dalla Piazza/5

LA VIOLENZA? MEGLIO UN MANTRA

Il 15 febbraio del 2003 cento milioni di persone sfilarono nelle strade del mondo per chiedere la pace, che la guerra contro l'Iraq non devastasse definitivamente la faccia del mondo. Il giorno dopo il presidente Bush disse che nulla gli importava di tutta quella gente e la guerra cominciò. Con quali esiti sappiamo. Dopo quella data il movimento si dissolse, perché era un movimento etico, il movimento delle persone perbene che nel mondo rifiutavano la violenza della globalizzazione capitalistica e della guerra.

Brindisi: Bobo e i disoccupati sono tornati liberi!

Dopo 8 .giorni di arresti , gli inquirenti hanno rimesso in libertà Bobo e i 17 disoccupati , ritenendo dopo i loro interrogatori insussistenti i morivi dell’arresto , anticipando il giudizio del Tribunale del Riesame convocato per lunedì prossimo in merito alla montatura orchestrata contro l’importante lotta dei disoccupati per il lavoro.
La Confederazione Cobas è lieta di festeggiare con Bobo e i disoccupati brindisini la ritrovata libertà e agibilità che, come ebbe a dire uno dei disoccupati, intervenendo in piazza al momento della mobilitazione contro gli arresti : “ questa provocazione non fa che rafforzare i motivi della nostra lotta , chiunque abbia pensato di disunirci colpevolizzandoci , non ha compreso di quanta coesione e solidarietà disponiamo”.
La Confederazione Cobas prende atto del tardivo ravvedimento su una decisione sbagliata e arbitraria , che però non ripaga le ansie e le difficoltà procurate agli arrestati e alle loro famiglie.
La Confederazione Cobas continua a denunciare l’illegalità dei mandati di arresto facili e fasulli, così come le relative inchieste spesso tramutate in “ teoremi”che , laddove portati davanti le Corti Giudicanti vengono sconfessati e messi all’indice del malcostume , degli abusi e degli sprechi giudiziari. La decisione degli inquirenti romani che, invece di rimettere in libertà gli 11 rastrellati il 15 ottobre vengono mantenuti in carcere”per resistenza” , è la conferma di questo agire disinvolto e coercitivo.
La Confederazione Cobas condanna l’azione strumentale e balorda del ministro Maroni di approfittare dei fatti del 15 ottobre per disporre misure liberticide come il “ fermo di polizia e l’uso delle armi in ordine pubblico”, oltre che “ la tassa sulle manifestazioni” e altre porcherie anticostituzionali .
La Confederazione Cobas è schierata contro qualsiasi tentativo di limitare le libertà fondamentali, prima tra tutta la libertà personale, ed è in campo per far fallire miseramente chi attenta allo stato di diritto, per la sua involuzione autoritaria in regine di controllo e sospetto.

CONFEDERAZIONE COBAS

20 ottobre 2011

15 Ottobre: il Gip conferma gli arresti per 9 manifestanti fermati

Il gip Elvira Tamburelli, dopo gli interrogatori di garanzia dei 12 manifestanti fermati sabato dopo gli  scontri di sabato 15 ottobre. Dopo oltre sei ore di camera di consiglio, il magistrato ha stabilito che nove giovani resteranno in carcere, due andranno agli arresti domiciliari, mentre uno tornerà libero. Il reato contestato dalla procura è quello di resistenza pluriaggravata a pubblico ufficiale.

19 ottobre 2011

15 Ottobre: Voci dalla Piazza/4

Non possiamo condannare la rabbia.

Ho avuto paura il 15 ottobre nelle strade di Roma. Non fatico ad ammetterlo nella consapevolezza che la politica si fa con il corpo e con la testa, entrambi impauriti mentre a pochi metri da piazza San Giovanni impazzavano i roghi ed impazziva la gente, sempre di corsa a scappare da non si capiva bene cosa. Era impotenza di fronte alle auto bruciate, ai negozi assaltati, alle banche sfasciate. Era paura vera all'idea che la polizia potesse colpire, come avrebbe poi fatto in piazza, da un momento all'altro.

Proiettili di gomma e "danni collaterali"

In risposta alla delirante proposte del deputato del Pdl Carlo Nola di dotare la polizia italiana di proiettili di gomma, pubblichiamo un articolo di Nicola Tanno (nella foto) stutente molisano, colpito oltre un anno fa da un proiettile di gomma a Barcellona e da allora impegnato nella campagna Stop bales de goma.

Il Pdl invita a usare pallottole di gomma contro i manifestanti.

''Si tratta di utilizzare le 'pallottole di gomma', gia' in uso da parte dalle Forze di Polizia di tutti i Paesi Occidentali, oltre che dai comuni cittadini per la difesa delle proprie abitazioni''. E' quanto propone Carlo Nola deputato del PdL. ''L'effetto sul facinoroso e' l'equivalente di una sonora bastonata, e vi si puo' far ricorso ogniqualvolta sia necessario neutralizzare singoli individui mentre compiono azioni violente e non sia opportuno procedere ad una 'carica'''.

All'on Nola e a tutti coloro che invocano leggi speciali invitiamo a leggere la testimonianza di Nicola Tanno lo  studente molisano che il 12 luglio 2010, durante i festeggiamenti per la vittoria della nazionale spagnola a Barcellona, ha perso un occhio, colpito da un proiettile di gomma esploso dalle squadre antisommossa della polizia catalana.

Il mio occhio di plastica e le scuse che attendo

"Ogni mattina mi osservo allo specchio e l'occhio sinistro fissa profondamente se stesso per circa un minuto. È grande il mio occhio sinistro, è scuro e intenso e io, come bambino, gioco con il mio viso sorridendo e imitando le espressioni delle fotografie che mi ritraggono contento. Mi piace il mio sorriso, mi piaceva la relazione che c'era tra la mia espressione felice e i miei occhi. Mi piacevo. Successivamente il rituale impone di alzare la benda bianca che copre il suo corrispondente destro, ma il corrispondente destro non c'è, non c'è più. Gli hanno sparato.
La prima volta che ho avuto il coraggio di vedere cosa restava del mio occhio destro ho pianto, un pianto fatto di "perchè" e di "non è giusto", ora è già diverso, in maniera ripetitiva stacco lo scotch e procedo all'inserimento di acqua depurata e antibiotici ma non posso fare a meno di osservarlo, un'osservazione dettagliata e scrupolosa dell'oggetto che mi spaventa di più e mi fermo a vedere quanto sono diversi loro due, l'occhio e l'oggetto. È sinistra questa attrazione per l'orrore.
Ciò che resta non ha luce, non ha espressione, è un oggetto di plastica marrone ciò che si trova nell'orbita destra del mio viso, e intorno solo i resti delle palpebre distrutte e bruciate che poco a poco si riproducono. Il gioco dell'orrore impone di sorridere e vedere che effetto fa, per vedere come è diverso il colore del conformatore -è così che si chiama- dalla luce dell'occhio sinistro, che continua a essere vivo. Forse è un modo per devastare la negatività che trasmette, per dimostrargli che non mi fa paura. Lo stesso effetto fa l'ironia nera che dal 12 luglio esprimo spesso con le persone che mi sono a fianco, ridendo e scherzando su quello che mi è successo. "Ci sono cose su cui non si può chiudere l'occhio". Battute del cazzo.
Non mi fa più piangere -forse merito del deprax- ma mi concentro su come quel colore sia estraneo alla mia espressione allegra che ho visto in tante foto, con un sorriso a trentadue denti a volte un po' ebete ma felice. Eppure qualcosa si muove, la pelle delle mie palpebre danneggiate poco a poco rinascono, lentamente, scorgo le prime ciglia, i movimenti migliorano. I medici mi dicono che la ferita sta migliorando, Clara, con il suo sorriso e la sua tenacia che non abbandona mai, dopo ogni cura mi dice che ogni giorno vede progressi. Li vedo anche io quando mi osservo ogni mattina allo specchio, non piango più come quella sera in cui vidi un oggetto morto e estraneo davanti a me e osservo come le cose possono cambiare anche in meglio, ma poi, come per rendermi conto maggiormente di quello che mi è successo, come per essere sicuro che il cervello abbia recepito il cambiamento violento che ho subito e per dargli la forza di reagire, con la mano copro lentamente l'occhio sinistro per vedere cosa resta, e non resta niente, solo l'oscurità. Con l'oggetto di plastica non vedo e capisco che purtroppo ci sono cose che non possono cambiare. C'è che mi hanno sparato, lo hanno fatto la notte del 12 luglio 2010, a Barcelona, a Plaça Espanya, e io attendo di capire il perchè. I colpevoli li conosco già, sono stati i Mossos d'Esquadra. Mossos in italiano significa "ragazzi". I "ragazzi" di Salò, i "nostri ragazzi" in Iraq, chissà perchè chi spara passa sempre per ragazzo. In un mese e mezzo le riflessioni sull'accaduto sono state infinite: ho pensato alla casualità del male, che arriva per una serie di casuali e infauste combinazioni come il gol che Robben ha divorato davanti a Casillas, alla fortuna di non essere stato colpito alla testa e di aver perso un occhio e non l'intelligenza, il linguaggio, i ricordi. Mi sono spesso fermato a riflettere a quante volte al giorno moriremmo se facessimo una scelta piuttosto che un'altra, solo che non lo possiamo sapere! Per darmi forza ho pensato a chi sta peggio di me e ha la forza di andare avanti, a chi nasce nel luogo sbagliato e nel momento sbagliato, a coloro per i quali perdere un occhio non è poi un problema così grande e poi a coloro i quali non hanno la fortuna di essere circondati da persone affettuose e forti che consentono di ricominciare dopo un grave incidente. Ascolto, penso, rido, cammino e vedo: va bene così. Come ha scritto una mia professoressa di scuola in uno dei tanti messaggi d'affetto che ho ricevuto, la realtà dell'oggi, per quanto è dura, è un segmento di un percorso di vita lungo, aperto al bello e al buono.
Ma penso anche a lui, a cosa ha pensato nel momento in cui ha deciso di premere il grilletto e a cosa pensa adesso. Chi è? Quale pericolo ha avvistato quel piccolo uomo che per poco non mi ammazzava? Cosa fa adesso? Pensa mai a quello che ha fatto? Lo vede come uno dei rischi inevitabili del mestiere o magari pensa che tutto sommato chi stava quel giorno a festeggiare mentre lui era costretto a inseguire la gente con il suo fucile se lo meritava un colpo in faccia? È uno che vive il suo lavoro con l'esaltazione del fascista respresso che desidera ordine e disciplina e che odia la spensieratezza e la felicità di coloro che sono diversi da lui, ai quali, a suo giudizio, bisogna dare una bella lezione di virilità? Oppure è una persona che ha il coraggio di non dormirci la notte e di sentirsi pentito di quello che ha fatto? Ha il coraggio di chiedere scusa? Perchè è questo che vorrei da lui e da coloro che la notte del 12 luglio hanno deciso di seminare il panico e di sparare verso i giovani, le donne e i vecchi inermi che festeggiavano felici la vittoria di un Mondiale: le scuse. Questi uomini d'armi - i "Ragazzi della Squadra"- questi gagliardi e maschili signori che lo scorso anno hanno picchiato selvaggemente gli studenti universitari che protestavano contro il Bologna Process e che hanno sparato contro coloro i quali festeggiavano per le vittorie del Barça hanno ancora tra le loro file chi ha premuto il grilletto e chi ha ordinato di farlo. Non è mai tardi per cambiare e per dare a Barcelona una polizia civile e democratica come meritano i suoi cittadini, ma i Mossos comincino con il chiedere scusa. Ma ci vuole coraggio."




Daspo e assicurazione patrimoniale per chi manifesta. Così Maroni immagina l'autunno caldo della caccia alle streghe

Maroni, dopo aver ricostruito la versione del Viminale dei disordini di sabato scorso nella capitale, ha citato in particolare la manifestazione 'No-Tav' prevista per questo fine settimana e ha sottolineato di aver "dato indicazioni a prefetti e questori affinchè vengano prese tutte le misure idonee per evitare ogni episodio di violenza". Maroni ha stigmatizzato le parole di alcuni dei leader dei 'No-Tav' secondo cui durante la manifestazione 'succederà qualcosa di bruttò e ha invitato tutti gli amministratori locali a "dissociarsi da quelle dichiarazioni e da eventuali atti di violenza".

In galera, in galera!!! La sinistra che passa da Deleuze alla delazione

A Di Pietro che chiede la reintroduzione della Legge Reale ci si poteva pure arrivare. Più semplice immaginare le prime pagine de Il Giornale che oggi chiede la chiusura dei centri sociali e lo sgombero di tutti i posti occupati. Ai più attenti non meravigliano di certo neanche i forzati scoop di Repubblica che si rivelano delle vere e proprie bufale virali. Quello che invece un po' sorprende è il delatore di sinistra da social network.

18 ottobre 2011

Si scatena il delirio repressivo: ecco cosa prevedeva la legge Reale

Il paese era insanguinato dalla violenza di destra e di sinistra. Erano gli anni di piombo quando, il 22 maggio del 1975, il governo Moro decise di ricorrere a «nuove disposizioni a tutela dell'ordine pubblico». Norme che oggi, dopo gli scontri di sabato scorso a Roma, il leader dell'Idv Antonio Di Pietro rimpiange, e che il ministro dell'Interno Roberto Maroni vorrebbe in parte rispolverare.

15 Ottobre: La Procura di Roma cambia la procedura per gli arrestati

La magistratura non procede come di consueto per direttissima perché vuole allargare le indagini e utilizzare capi d’accusa più pesanti.
Per gli arrestati negli scontri di sabato, la Procura di Roma ha deciso di non procedere come avviene di solito con giudizi per direttissima. In questo modo ritiene di per poter proseguire negli accertamenti che riguardano i movimenti avvenuti nell'ambito del corteo da parte di chi ha organizzato o partecipato agli scontri nella manifestazione di sabato.
La richiesta di convalida degli arresti e di detenzione in carcere per i 12 arrestati per gli scontri di sabato a Roma, è stata accompagnata dal procuratore aggiunto Pietro Saviotti da un'ampia motivazione nella quale tra l'altro si sottolinea quali sono le impressioni del magistrato a proposito delle azioni messe in atto. Secondo Saviotti “i reati contestati si inseriscono in un complesso di condotte di maggior gravità che in attesa di altre acquisizioni, esaltano la pericolosità dei reati contestati nella consapevolezza di fornire un apporto alla situazione di prolungata ed allarmante violenza messa in atto”. Agli arrestati viene contestato dalla Procura di aver agito “nel corso di una manifestazione pacifica e autorizzata” utilizzandola “come contesto idoneo ad ostacolare la pubblica difesa”, ossia l'intervento della polizia. La manifestazione per i magistrati è stata quindi “strumentalizzata” dagli arrestati per i loro fini che hanno usato il corteo di manifestanti pacifici “come luogo di mimetizzazione” sapendo che la polizia non avrebbe potuto caricare il corteo.
L'entità della pena prevista per il reato di resistenza a pubblico ufficiale pluriaggravata contestata agli indagati dalla Procura è di tre anni. “Chiunque usa violenza o minaccia per opporsi a un pubblico ufficiale o ad un incaricato di un pubblico servizio, mentre compie un atto di ufficio o di servizio, o a coloro che, richiesti, gli prestano assistenza, è punito con la reclusione da sei mesi a cinque anni”, si legge nell'articolo 337 del codice di procedura penale, ma che nel caso specifico risulta aggravato come all'articolo 339, secondo il quale «le pene stabilite sono aumentate se la violenza o la minaccia è commessa con armi, o da persona travisata, o da più persone riunite, o con scritto anonimo, o in modo simbolico, o valendosi della forza intimidatrice derivante da segrete associazioni, esistenti o supposte. Se la violenza o la minaccia è commessa da più di cinque persone riunite, mediante uso di armi anche soltanto da parte di una di esse, ovvero da più di dieci persone, pur senza uso di armi, la pena è della reclusione da tre a quindici anni”.

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