31 agosto 2011

No Tav: Arresti domiciliari per Giorgio

Da domenica scorsa, 28 agosto, il nostro compagno Giorgione, si trova ai domiciliari a Roma dopo che il GIP ha stabilito di scarcerarlo in seguito all’arresto che le truppe di occupazione della Val Susa avevano deciso eseguire a margine dell’ennesima giornata di lotta e di resistenza del movimento NO TAV dello scorso 24 agosto, presso il cantiere fortino che dovrebbe permettere alle lobby mafiose e al governo di procedere con la costruzione dello scempio ambientale chiamato Alta Velocità.
Giorgio è accusato di concorso in resistenza, lesioni aggravate e porto di materiale esplodente. Tutte accuse infondate e campate per aria dal chiaro sapore vendicativo e arbitrario degli arresti, dei soprusi e dei pestaggi ai quali ci hanno abituato polizia e carabinieri come unica risposta alle mobilitazioni sociali e di piazza.
Vogliamo denunciarlo con forza, perché questo è quanto accade quotidianamente intorno e a ridosso del fortino di Chiomonte dove centinaia di persone resistono alle truppe di occupazione, in alcune occasioni come quella dello scorso 3 Luglio, insieme a decine di migliaia di persone da tutta Italia e non solo che sostengono il movimento di resistenza popolare contro il TAV.
Inoltre vogliamo oggi ribadire con ancora più forza una semplice verità: ciò che accade in Val Susa in termini di sopruso, violenza e occupazione militare, rappresenta sempre di più ai nostri occhi, il segno dei tempi, di un paese allo sfascio, in preda ad una torsione autoritaria, promossa dalla peggior cricca mafiosa, pidduista e razzista mai vista – e ce ne vuole – al comando del nostro paese. Alcuni anni fa abbiamo cominciato a denunciare con crescente convinzione che ci fosse una svolta autoritaria, una criminalizzazione e penalizzazione della protesta e in generale dell’iniziativa politica su tutti i livelli della presa di parola del conflitto sociale. Se contassimo gli arresti, le denunce, i processi e le misure repressive dal 2001 ad oggi, diciamo dal 17 marzo di Napoli 2001 contro il global forum prima del g8 genovese, raggiungeremmo cifre esorbitanti, ne verrebbe fuori una fotografia dannatamente grave per la cosiddetta democrazia liberale. A fronte di ciò le supposte opposizioni politiche condividono il terreno repressivo apparentemente adottato oggi solo dalle forze di governo, poiché nella crepa mastodontica aperta dalla crisi sulle ingiustizie e ineguaglianze del neoliberismo l’unica risposta da parte delle lobby e delle oligarchie trasversali al potere è la repressione meglio se preventiva, ancor meglio se silenziosa ma se necessario, eclatante e simbolicamente esemplare, come per il processo che vede alla sbarra decine di compagni dopo la mattanza delle piazze genovesi di quel luglio 2001.
A dieci anni di distanza il doppio petto al governo è sempre più sporco di sangue e di menzogne. A dieci anni di distanza il movimento è cresciuto, sedimentato e sta imparando dalla Valle ribelle che è possibile e necessario, praticare e costruire resistenza e sovranità popolare, dal basso, per l’indipendenza sociale, economica e politica, dalla cricca, dagli sporchi interessi, dalle lobby e dal neoliberismo.
Un forte abbraccio lo mandiamo ai compagni e alla gente della Valle che si sono mobilitati subito per la libertà di Giorgio con un arrivederci a presto sulle barricate della libera Repubblica della Maddalena.

Giorgio libero, tutte e tutti liberi!

Sarà dura, sempre più dura, sicuramente per loro!

Laboratorio Acrobax

Omicidio Aldrovandi: La Questura ordinò di manipolare la verità

Bologna: in 233 pagine viene motivata la sentenza che ha confermato la condanna dei quattro poliziotti: "Fu omicidio colposo, il ragazzo colpito con violenza gratuita, senza nessuna regola". Poi i riferimenti ai superiori degli agenti e al primo pm che si occupò del caso

“Non avere voluto squarciare il velo della cortina di manipolazioni delle fonti di prova, tessuta sin dalle prime ore di quel 25 settembre 2005, getta una luce negativa sulla loro personalità”. È una sentenza che sembra accompagnare la condanna penale a una morale.
Sono 233 pagine la cui lettura è un pugno nello stomaco per chi ha sempre chiesto verità e giustizia sulla morte di Federico Aldrovandi. E i giudici della corte di appello di Bologna, che lo scorso 10 luglio hanno confermato per i quattro poliziotti la condanna di primo grado a tre anni e mezzo per omicidio colposo, non fa sconti.
E non solo per quanto riguarda le responsabilità affibbiate a Paolo Forlani, Enzo Pontani, Monica Segatto e Luca Pollastri per la colluttazione che portò alla morte il ragazzo di 18 anni, ma anche per quanto concerne il comportamento di parte della questura di Ferrara, protagonista di “attività di falsificazione e distorsione dei dati probatori poste in essere sin dalle prime ore successive all’uccisione di Aldrovandi”.
Il giudice Daniela Magagnoli non si fa remore di definire “manipolazioni” quelle “ordite dai superiori” dei quattro agenti. Manipolazioni che però non escludono la responsabilità degli imputati, che anzi, proprio perché “pubblici ufficiali, privi di precedenti disciplinari, sono portatori di un ben diverso onere di lealtà e correttezza processuale rispetto ad un imputato “comune” e avrebbero dovuto portare un contributo di verità”.
Di più. “Lo stesso “onorevole stato di servizio” dei quattro ben lungi dal costituire un elemento attenuante, connota negativamente la loro condotta, improntata alla violenza ingiustificata prima e alla dissimulazione del vero poi, comportamenti che non hanno evidentemente trovato freno nello stato di servizio sino a quel momento immacolato”.
I giudici di secondo grado non risparmiano nemmeno la pm Mariaemauela Guerra, il primo magistrato incaricato del caso (e che ha querelato la madre di Federico e alcuni giornalisti per presunta diffamazione aggravata nei suoi confronti), parlando di “indagini preliminari iniziate nella sostanza vari mesi dopo i fatti e in seguito alla sostituzione del primo sostituto procuratore”.
È una seconda rivincita per Patrizia Moretti, che rimarca come “questa sentenza sottolinea chiaramente quanto sia stata importante l’opera di depistaggio attuata in fase di indagine. La questura di Ferrara ha avuto una parte importante nell’indagine e nel processo, nel quale abbiamo assistito a testimonianze false, inattendibili, lacunose, fuorvianti, come riconosce la corte d’appello”.
Diventa quasi secondario allora per la madre del giovane ricordare come i giudici descrivono il comportamento degli agenti, che hanno “scelto di porre in essere un’azione di contenimento e di repressione non necessaria nei confronti di un soggetto che aveva invece bisogno di trattamento terapeutico”.
Difficile però parlare di aspetto “secondario” se si scorrono le ultime pagine delle motivazioni, che descrivono come i poliziotti misero in atto una “manovra di arresto, contenimento e immobilizzazione condotta con estrema violenza e con modalità scorrette e lesive, quasi i quattro volessero “punire” Aldrovandi per il comportamento aggressivo tenuto nel corso della prima colluttazione”.
Il film di quel 25 settembre non è finito. La Corte continua deplorando l’intervento che “si stava trasformando in un autentico pestaggio”, in una accettazione di “violenza gratuita, assolutamente vietata dalle regole”.
Il caso Aldrovandi però non finirà qui. Le difese hanno già annunciato il ricorso in Cassazione. E in un eventuale terzo grado di giudizio la linea sarà quella dell’appello: “Non viene chiarito – spiega l’avvocato Bordoni – quale comportamento alternativo i quattro imputati avrebbero dovuto porre in essere in quelle condizioni (alle 6 di mattina, in strada, contro un ragazzo di 80 chili alterato) e fino a quando non si accerterà chi gravava sul corpo di Federico e da chi è stata esercitata la pressione letifera, non si potrà attribuire una responsabilità”.
Forse però all’avvocato Bordoni hanno già risposto i giudici di appello: “Le immagini di Aldrovandi sono agli atti e sostenere cose diverse non è possibile”.

fonte: Il fatto quotidiano

Storia di un maestro lasciato morire in ospedale perché "matto"

Vallo della Lucania è una piacevole cittadina collinare, immersa nel verde dei boschi del Cilento. Nel suo tranquillo centro storico la vita scorre lenta, senza lo stress delle grandi città, lontana dalle funeste notizie di cronaca nera che affollano le pagine dei nostri quotidiani. Al tramonto, dalla centralissima sede vescovile, si scatenano i rintocchi di campana -per segnare le ore, per richiamare i fedeli- rintocchi perentori, quasi a ricordare al gregge l'autorità del vescovo.
Li sentiamo, questi rintocchi che in verità disturbano il sonoro, all'interno della sala consiliare dove si tiene un incontro per ricordare il secondo anniversario della morte di Franco Mastrogiovanni, "il maestro più alto del mondo". Ma se non fosse per quelle campane, potremmo anche dimenticare l'esistenza della Chiesa e del suo vescovo in quel territorio, vista l'assenza sistematica e il silenzio disdicevole mantenuti dal prelato su questo caso talmente crudele e incredibile da colpire -io credo- anche gli animi più duri. Figurarsi la chiesa misericordiosa!
Nei giorni di fine luglio di due anni fa, sulla spiaggia di Acciaroli si era svolta una grottesca caccia all'uomo: da una parte i vigili urbani e la guardia costiera che tentavano di mettere le mani su un pezzo d'uomo che, dal mare dove si era rifugiato, si rifiutava di consegnarsi. Dall'altra quell'uomo solo, un maestro elementare, di animo e di militanza anarchica, come è tradizione in questo aspro Cilento, in vacanza sulla costa. Il processo in corso, una volta per tutte, stabilirà che cosa sia veramente successo su quella spiaggia; se sia vero che Mastrogiovanni guidava contro mano terrorizzando alcuni villeggianti che denunciavano il fatto; se sia vero che il sindaco di Pollica, quello stesso Angelo Vassallo assassinato quasi un anno fa da ignoti, probabilmente a causa della sua decisione di mantenere la legalità in un territorio appetito da molti interessi, abbia sbrigativamente firmato un TSO (Trattamento Sanitario Obbligatorio), di competenza dei sindaci, senza che fossero ottemperati tutti i requisiti di legge.
Fatto sta che, una volta in mano ai medici e infermieri del Reparto Psichiatrico dell'Ospedale di Vallo della Lucania, per il maestro anarchico, amato dai suoi scolari, perseguitato dalla giustizia -aveva subito un'ingiusta condanna che lo aveva portato in carcere ma era stato risarcito dallo Stato, una volta ristabilita la verità- è cominciato un assurdo calvario che lo ha condotto alla morte.
Il personale sanitario sostiene che Mastrogiovanni desse in escandescenze e che per questo si è dovuto sedarlo e legarlo al letto di contenzione, ma nulla giustifica il fatto che da quel momento, per più di ottanta ore, non sia stato nutrito né gli sia stato dato da bere nè gli siano stati sciolti i lacci che lo legava ai polsi e alle caviglie a quel mostruoso letto di tortura.
Dell'agonia del maestro, con lievi e noti problemi psichici, con una vita tribolata sempre dalla parte del torto, un uomo amato e amico di molti nella sua terra, probabilmente avremmo saputo solo la versione dei diciotto fra medici e infermieri che sono oggi sotto processo se non esistesse un video delle telecamere di sorveglianza dell'ospedale dove quelle maledette ottanta ore sono documentate minuto per minuto. È una visione insopportabile: l'uomo nudo o con un pannolone, con un polso sanguinante, segato dai lacci, che si dimena e protesta fino a che, poco a poco, perse le forze, si acquieta senza che gli inservienti, che, con straccio e secchio, lavano il sangue che cola in una pozza dirigano uno sguardo a quel corpo martoriato. Solo sei ore dopo la morte atroce di Mastrogiovanni, il personale dell'ospedale si è accorto del decesso. Intanto sua nipote, la giovane avvocatessa Serra, che aveva chiesto di poter vedere lo zio, era stata rimandata a casa con parole tranquillizzanti: "è sedato, deve riposare".
Il processo si è aperto a Vallo della Lucania qualche mese fa grazie all'impegno dei parenti della vittima, dei suoi amici e di tutti i cilentani onesti e sensibili. Accanto a loro -e presenti nel ricordo del 4 agosto nella sala comunale della città- il giornalista de "Il Mattino", Antonio Manzo che è stato il primo a rivelare i fatti e che definisce quel filmato "l'incorruttibile video", la prova indiscutibile dell'assurdo calvario del maestro. Una proposta irrituale, ma eticamente condivisibile è venuta dal giornalista Angelo Pagliaro che si è offerto di pagare diciotto copie del video da regalare ai diciotto imputati perché se lo rivedano e lo facciano vedere ai propri familiari. Luigi Manconi, presidente dell'Associazione "A buon Diritto", che del caso ha parlato nel suo libro Quando hanno aperto la cella, ha ricordato a tutti che i testimoni che non soccorrono possono diventare degli ottusi carnefici.
È questa infatti la morale di questo episodio atroce: vittima di un eccesso di tutela, Mastrogiovanni è stato ricoverato in una struttura dello Stato che dovrebbe esistere a beneficio dei cittadini. La pigrizia, il tornaconto personale, la pusillanimità, il cinismo hanno fatto in modo che le ore trascorressero infliggendo a quel grande corpo in solitudine, l'orrore della tortura, la disperazione dell' abbandono, la rabbia dell'ingiustizia. La sorella e la nipote di Mastrogiovanni (le pie donne -le definisce Manconi) non sono restate indifferenti, non si sono arrese, non hanno obbedito alla legge del più forte e oggi si vedono accompagnate da sempre più numerosi cittadini di Vallo, della Campania e di tutt'Italia a rivendicare un diritto umano fondamentale: il diritto alla verità.

Alessandra Riccio da arcoiris.tv

28 agosto 2011

Caserta: poliziotto penitenziario arrestato con l’accusa di violenza sessuale su detenuto

Un assistente della polizia penitenziaria è stato arrestato oggi dai suoi stessi colleghi nel carcere di Santa Maria Capua Vetere (Caserta). Il poliziotto che prestava servizio nell’istituto è accusato di violenza sessuale: secondo quanto accertato dagli agenti, avrebbe avuto rapporti sessuali con un detenuto di origini asiatiche, che era addetto ad alcuni servizi lavorativi.
L’inchiesta è partita alcuni mesi fa quando ai poliziotti del locale carcere, coordinati dal commissario Michele Fioretti, sono giunte alcune voci sulle insane abitudini del collega. Un’indagine discreta, poi l’informativa alla procura e la richiesta firmata dal gip e messa in esecuzione nella giornata di oggi.

fonte: Ansa

No Tav: Ancora una notte di resistenza. Fitto lancio di lacrimogeni da parte delle forze dell'ordine

Ancora una notte di resistenza nei dintorni del cantiere della Tav  nei pressi dei cancelli della centrale, e nei pressi della parte più a valle del cantiere, quella appena ampliata.  La risposta delle forze dell'ordine è stata sempre la stessa: repressione con un fitto e uso di  lacrimogeni e idranti contro i No-Tav. Il lancio di lacromogeni ha provocato diversi feriti sia perchè inaspettato, sia perchè diversi sono stati quelli lanciati ad altezza uomo, quindi sulle persone in movimento e sulle macchine che provavano ad allontanarsi. E’ stata chiamata anche un’ambulanza per un ragazzo colpito da un lacrimogeno in testa, ma da subito le sue condizioni non sono apparse gravi e se l’è cavata con pochi punti di sutura.

In nottata c’è stato il fermo di un giovane ragazzo francese che con altri 4 stava percorrendo il sentiero che va dalla centrale alla baita in Clarea. Inseguito dalla polizia , non è riuscito a mettersi in salvo come i suoi amici, ma in mattinata è stato rilasciato.

26 agosto 2011

Arrestato attivista No Tav. Giorgio libero!

Mercoledi 24 agosto centinaia di attivisti no tav si sono dati appuntamento in Clarea, con l’obiettivo di disturbare l’allargamento delle recinzioni che, secondo il progetto della lobby affaristica della Tav, dovrebbe ospitare il futuro cantiere per la costruzione del tunnel geognostico. Dopo ore di mobilitazione ed iniziative, leggiamo dall’edizione on line della Stampa con firma il pennivendolo Massimo Numa che un ragazzo romano, Giorgio, è stato fermato. Dopo ore di ricerca scopriamo che è stato portato in questura a Torino e da li trasferito al carcere delle Vallette in attesa di essere processato per direttissima. Qui di seguito il comunicato scritto dal Centro Sociale Askatasuna e dal Comitato di Lotta di Popolare di Bussoleno, immediatamente sottoscritto anche dal Circolo di Rifondazione Comunista di Bussoleno. Qui invece il comunicato del centro sociale Acrobax.


Giorgio libero!

Apprendiamo stamane che Giorgio, giovane ragazzo appartenente al Centro Sociale Acrobax di Roma, si trova al carcere delle Vallette con una serie di accuse legate alla giornata di lotta che ieri, mercoledì 24/08, ha visto centinaia di attivisti No Tav impegnati a disturbare l’allargamento delle recinzioni in località Clarea.
Con gli elementi che abbiamo raccolto in questo ore possiamo affermare con assoluta certezza che ci troviamo di fronte ad una ricostruzione davvero poco chiara e convincente da parte delle forze dell’ordine e della Digos di Torino, ovviamente da subito ripresa dai “giornalisti” copia.veline della questura. Dai giornali emerge infatti che Giorgio sia stato fermato durante le cariche effettuate della polizia per bloccare l’iniziativa degli attivisti No Tav di taglio delle reti poste a protezione del fortino.
Nessuno degli attivisti No Tav però ha visto il fermo di Giorgio, neanche chi si trovava alle reti per le azioni di disturbo e questo ci porta a pensare che ci troviamo di fronte ad un’altra ricostruzione parziale e fittizia creata ad hoc dalla Questura per criminalizzare il movimento e i suoi attivisti.
Pare altresì assurdo che, una volta in stato di fermo, per molte ore sia stato pressoché impossibile avere notizie su di lui e la sua salute. Od ora non siamo a conoscenza del suo stato di salute e soprattutto di quale sia il suo racconto rispetto a ciò che realmente è accaduto.
Probabilmente, nel giro di poche ore, sarà processato per direttissima.
Nell’attesa e nella speranza che lo si possa al più presto riabbracciare, gli esprimiamo tutta la nostra solidarietà.

Ora e sempre No Tav

Csoa Askatasuna e Comitato di Lotta Popolare di Bussoleno
Circolo di Rifondazione Comunista di Bussoleno

Questa mattina (26 agosto) alle 11 si terrà presso il Palazzo di Giustizia di Torino il processo per direttissima a Giorgio, il giovane No Tav romano arrestato ieri dalle forze dell’ordine durante la giornata di lotta in località Clarea.

Oggi si deciderà della sua libertà, chi può quindi partecipi e porti la sua bandiera!
Per non farlo sentire solo, per respingere al mittente tutti i tentativi di criminalizzare il movimento NO Tav e i suoi attivisti.

Milano: detenuto muore per il caldo a San Vittore

L'afa ha stroncato un italiano durante l'ora d'aria. I reclusi si dicono "stanchi e sfiniti dal caldo" e rivendicano "riforme strutturali e nell’immediato un procedimento d’urgenza" da parte di Roma.
L’emergenza caldo che in questi giorni affligge Milano ha provocato una vittima nel carcere di San Vittore: alla fine della scorsa settimana un detenuto italiano ha avuto un malore durante l’ora d’aria e, nonostante gli immediati soccorsi prestati dal personale sanitario, è deceduto all’interno della casa circondariale di piazza Filangieri. La notizia è stata confermata dalla direzione del carcere, che sta monitorando in queste ore le condizioni di 15 reclusi che hanno deciso di aderire all’iniziativa promossa dal leader dei Radicali, Marco Pannella, intraprendendo lo sciopero della fame e della sete per protestare contro il sovraffollamento degli istituti di pena italiani.
"I detenuti del carcere di San Vittore si uniscono a quanti portano avanti da mesi rivendicazioni inerenti a provvedimenti urgenti in tema di decongestionamento carcerario, si legge nel comunicato firmato da Daniele Liberati, il 61enne portavoce dei reclusi, con cui si annuncia che "in data 23 agosto 2011 viene iniziato uno sciopero della fame e della sete, totale e a oltranza, da dieci detenuti che si daranno il cambio (senza interrompere lo sciopero) con altri dieci, fino al trattamento sanitario obbligatorio".
Dalla direzione di San Vittore parlano di «15 persone coinvolte nei diversi reparti, tenute costantemente sotto controllo dal personale sanitario e di sorveglianza. I capireparto hanno però informato la direzione del fatto che alcuni detenuti hanno già manifestato l’intenzione di interrompere lo sciopero. La loro iniziativa si inserisce nella lodevole protesta intrapresa a livello nazionale dai Radicali. Il sovraffollamento è un grave problema delle case circondariali italiane e danneggia tanto i detenuti quanto le persone che lavorano all’interno del carcere". Una situazione problematica ulteriormente aggravata dalle attuali difficili condizioni climatiche: in un altro comunicato, i reclusi di San Vittore si definiscono "stanchi e sfiniti dal caldo" e rivendicano "riforme strutturali e nell’immediato un procedimento d’urgenza".

fonte: La Repubblica

Laterza (Ba): Giovane ucciso ad un posto di blocco da un carabiniere

Un giovane di 19 anni, William Perrone, di Laterza, è stato ucciso da un carabiniere di una pattuglia nella notte del 23 agosto  su una strada provinciale nei dintorni della cittadina jonica. E' accaduto verso le 2,30. Secondo la versione fornita dai militari, il giovane ha brandito un'arma, risultata giocattolo, sembra fedele riproduzione di una pistola vera. La pattuglia, che procedeva in auto durante una perlustrazione del territorio, a un certo punto ha rallentato la marcia a causa di alcuni sassi presenti sull'asfalto. A un certo punto, sempre secondo la versione fornita dall'Arma, i militari hanno visto uscire dall'oscurità una sagoma che brandiva un'arma poi rivelatasi una fedele riproduzione di una Beretta senza tappo rosso. Poi il tragico epilogo.

24 agosto 2011

Lampedusa: Espulsioni collettive di migranti direttamente a mare

Lampedusa, 21 agosto, ore 17.30. Arriva sfrecciando una motovedetta della Guardia di Finanza diretta verso il molo Favarolo. Invece di attraccare e sbarcare i passeggeri l'imbarcazione gira su se stessa per tornare verso il mare aperto oltre l''imbocco del porto. Trasborda quindi alcune persone sulla motovedetta della Guardia Costiera che successivamente rientra nel porto per sbarcare solo poche persone tra cui due donne, un ragazzo sistemato su di una sedia a rotelle ed un altro trasportato in barella verso un'ambulanza.
A quel punto la guardia di finanza prende il largo, carica delle poche decine di migranti rimasti bordo.
É solo l'ANSA che dopo poche ore rivela il destino dei passeggeri: trasbordo su di una nave della Marina Militare Italiana e successivo passaggio su di una motovedetta tunisina diretta in patria.
In poche parole un respingimento in mare, un espulsione collettiva, preliminare a qualsiasi procedura d'identificazione ed alla possibilità di esercitare il diritto di fare richiesta d'asilo.
Una chiacchierata informale con le forze dell'ordine coinvolte nell'operazione chiarisce l'origine delle disposizioni di consegna immediata alla marina militare italiana: è il Ministero dell'Interno che decide, senza alcun atto pubblico, senza un'assunzione di responsabilità politica, all'oscuro del diritto internazionale e della consapevolezza dell'opinione pubblica; forte di un intesa verbale con il ministro dell'Interno di un governo tuisino di transizione risalente all'aprile scorso.
Eppure i soccorsi si dirigono verso il molo lampedusano, l'ordine arriva una volta che le motovedette sono già in mare, si verificano problemi di comunicazione e la priorità viene data al mandato originario di soccorso in mare. Una volta in porto però l'operazione di sbarco di alcuni passeggeri scelti sembra irrealizzabile e si decide di operare in alto mare, lontano dal molo popolato di operatori sanitari e mediatori culturali, dalle banchine cariche di curiosi osservatori sbigottiti dall'insolita manovra.
Dopodiché la Guardia di Finanza si dirige verso la nave della Marina Militare Italiana, non é la prima volta che accade, altre volte i migranti sono stati condotti direttamente a Taranto, in questo caso é ignota la destinazione finale della nave che attende in acque internazionali.
Eppure questa ricostruzione informale dei fatti lascia in sospeso alcuni lati oscuri della vicenda.
E stata un'operazione spontaneamente orientata al salvataggio di alcune vite umane al di là di ciò che stabilivano ordini superiori, di un'effettiva inefficienza nella tempestività comunicativa o della volontà di esplicitare un'operazione indigesta che sarebbe passata altrimenti in sordina?
Perché questo respingimento? Si è trattato di un caso isolato? E già accaduto in passato? Si tratta di un'eccezione alla regola o di una nuova regola?

No Tav: E' in corso il tentativo di allargare la recinzione del cantiere. Un fermo

Le forze dell’ordine e gli operai del cantiere stanno tentando di allargare la recinzione in prossimità delle vasche appena sotto l’area archeologica, sotto e oltre il viadotto lato Clarea. Un corteo di circa un centinaio di persone é partito dal campo sportivo di Giaglione. La recinzione del cantiere pare sia stata allargata di circa 50/60 metri. Il corteo partito da Giaglione è arrivato ora alla baita Clarea .I manifestanti hanno iniziato a battere contro le reti di ferro che delimitano il cantiere scatenando la reazione delle forze dell'ordine che hanno lanciato diversi lacrimogeni per disperdere i No Tav. Una ragazza è stata fermata mentre tentava di salire su una delle ruspe utilizzate per i lavori.segui la diretta su InfoAut e Radio Blackout


23 agosto 2011

Milano: detenuto 32enne suicida nel carcere di Opera

I precedenti tentativi di suicidarsi risalgono a quando il giovane era imputato per l’omicidio del ginecologo milanese Marzio Colturani, imbavagliato e ucciso nella sua abitazione milanese dopo una rapina, la notte del 13 novembre 2007
Aveva già tentato due volte di impiccarsi in carcere Serghiei Dragan, il 32enne moldavo che si è tolto la vita giovedì scorso nella sua cella di Opera, nel milanese. I precedenti tentativi di suicidarsi risalgono a quando il giovane era imputato per l’omicidio del ginecologo milanese Marzio Colturani, imbavagliato e ucciso nella sua abitazione milanese dopo una rapina, la notte del 13 novembre 2007. Durante il processo, che si è concluso con la condanna di Dragan a 24 anni e sei mesi di carcere, la difesa aveva chiesto di sottoporre il giovane a una perizia psichiatrica in seguito ai tentativi di suicidio.
“Quando si ammazza un detenuto è sempre un momento molto doloroso - commenta Mirko Mazzali, presidente della Commissione Sicurezza al Comune di Milano - lo conoscevo perché era coimputato di un mio cliente. Nessuno lo ha salvato dopo i precedenti tentativi d’impiccarsi in carcere”. A Opera, Dragan, che continuava a definirsi innocente anche dopo la sentenza di condanna, non era considerato un detenuto a rischio e non era nel regime dei sorvegliati a vista.

Fonte: Agi

21 agosto 2011

Caso Aldrovandi: Da sempre da sempre avvocati e poliziotti i nostri migliori alleati

L’ennesima querela, ai danni di Patrizia Moretti, non fa altro che ricompattare e motivare il Popolo di coloro che vogliono, a norma del DPR 737/81, la destituzione dal Corpo della Polizia di Stato dei Sigg. Forlani, Segatto, Pontani, Pollastri, Marino, Pirani, e Bulgarelli.
Da sempre gli avvocati del nutrito gruppo di condannati sono i nostri migliori alleati e consiglieri.
Comincio’ gia in Aula l’Avv. Trombini, quando con la sua richiesta di acquisizione dei verbali provoco’ il marasma e le condanne di tutti e quattro e poi altri due agenti di polizia, poiche’ emerse che il giornale della Questura era stato “taroccato”.
E ancora: il dott Marino testimoniava che la PM Guerra a fare quell’ispezione di cadavere proprio non ci volle andare: salto’ fuori una memoria difensiva della stessa PM davanti al CSM nella quale si sostanziava che era stata gabbata.
Fino a quel punto vi era stato un dubbio: chi mentiva? Gli Aldrovandi? La Polizia? O il PM Guerra?
Fu la Poliziopoli ferrrarese
Il Giudice Caruso e il Giudice Bighetti hanno stabilito che mentiva la Polizia di Stato, confermandolo ulteriormente con le successive condanne del dott Marino e del Sig. Bulgarelli.
Stavolta, pero’, l’ Avvocato Bordoni e il Sig. Forlani fanno di piu’ e molto di meglio.
Mentre il Questore Savina e il Questore Longo cercano e contattano la famiglia Aldrovandi in una meritoria opera di riconciliazione, il Sig, Forlani (doppiamente condannato, giova ricordarlo) pensa bene (anzi malissimo, Sig. Forlani) di querelare per l’ennesima volta.
Non solo: ma come l’Ispettore Pirani (a seguito della cui querela e poi assoluzione nei mie confronti, ho intentato causa al Ministero degli Interni, prorpio perche’ si e’ firmato “Ispettore della Polizia di Stato”), allo stesso modo il Sig. Forlani si qualifica come “appartenente alla Polizia di Stato”.
Un qualunque psicologo di prima mano potrebbe ben definire lo stato d’animo del Sig. Forlani: teme, ormai sempre piu’ fortemente, di non appartenere piu’ alla Polizia di Stato. Teme che, forse, possa proprio accadere.
Stavolta l’Avvocato Bordoni e il Sig. Forlani fanno ancora qualcosa di piu’: mentre come detto due Questori vanno a casa e, suppongo, li invitino alla celebrazioni per la Festa della Polizia a Ferrara e verosimilmemente anche ad un incontro con il Capo della Polizia Prefetto Manganelli, Il Sig. Forlani e l’Avvocato Bordini vanno a rompere le uova nel paniere che i Vertici con tanta pazienza e dedizione stanno cercando di mettere assieme.
Il Sig. Forlani cioe’ DE FACTO SI PONE IN NETTO CONTRASTO CON I VERTICI DELLA POLIZIA, adottando azioni in contrapposizione con questi.
Ne consegue pertanto che come accade in tutte le Aziende (e la Polizia di Stato e’ una Azienda, con tanto di Consiglio di Amministrazione) chi e’ in contrasto con i Capi deve dimettersi. O essere cacciato.
Pertanto, Dott. Savina, dott. Longo, Prefetto Manganelli, noi alle Vostre celebrazioni non ci verremo. Non parteciperemo alla Messa. Non ci sara’ riappacificazione.
La permanenza nel Corpo dei condannati per il Caso Aldrovandi lo rende in modo lampante impossibile, inattuabile, incociliabile.
Se volete far pace con noi tutti, non c’e’ che una strada: destituzione dal Corpo della Polizia di Stato di tutti i condannati.
E noi useremo tutti i mezzi leciti per raggiungere tale sacrosanto diritto civile.
Gli amici di Federico, il Popolo del Blog, l’esercito dei querelati invita la famiglia Aldrovandi a disertare la manifestazione per la Festa della Polizia a Ferrara.
Invita tutti gli uomini di buona volonta’ che hanno a cuore la Giustizia, il Bene e le Istituzioni ad ingegnarsi e parteciapre ad ogni iniziativa perche’ sia raggiunto l’obiettivo finale: la destituzione dal Corpo della Polizia di Stato.
Invita la Famiglia Aldrovandi ad una “contro Festa della Polizia di Stato” da tenersi sempre a Ferrara nel nel sesto anniversario della morte di Federico indicendo conferenze stampe, dibattiti, laboratori di idee.
Siamo pronti ad aiutarli.
Che condannati e condannandi sparino pure le loro ultime disperatissime cartucce: noi metteremo a segno il botto finale.
A questi, tutti, noi rispondiamo facendo nostre le parole del Mahtma Gandhi che, convocato da Vicere' di India perche' le manifestazioni di protesta proseguivano (stante bastonature, uccisioni e violenza gratuita) alla domanda che "Cosa pensa di pretendere ed ottenere dalla Corona"? , Gandhi rispose: "Semplice! Che facciate le valige e ve ne andiate".
Contro questa determinazione, non ci sono querele in grado di fermarci.

MAURO CORRADINI (amico di Federico, pluri querelato, membro del Comitato Verita’ per Aldro, membro della Comunita’ di Sant’Egidio)

Buonabitacolo (SA): Muore un giovane di 21 anni ad un posto di blocco dei Carabinieri

E' difficile trovare una spiegazione logica a ciò che è successo stasera a Buonabitacolo. Massimo Casalnuovo, un giovane di soli 21 anni, vede la sua vita stroncata a causa di una banale caduta con lo scooter. C'era un posto di blocco dei carabinieri: sembra che un militare abbia intimato lo stop e sembra che Massimo non si sia fermato. Sembra, inoltre che un carabiniere, il maresciallo della locale caserma, lo abbia inseguito e sferrato un calcio alla ruota posteriore dello scooter, facendolo sbandare e quindi sbattere contro lo spigolo di un muretto.
Troppi i "sembra" che nei prossimi giorni saranno certamente chiariti, sia con la spiegazione della dinamica che con la raccolta delle testimonianze dei presenti. Certo è alta la rabbia dei cittadini, che poco a poco hanno cominciato ad affollare il luogo dell'incidente, soprattutto quando è cominciata a girare la voce che il giovane non ce l'aveva fatta. Una rabbia rivolta ai carabinieri impegnati in un sopralluogo per la ricostruzione delle dinamiche dell'incidente.
"Sono persone che dovrebbero tutelarci e invece ci uccidono" è il coro quasi unanime che si è sentito in piazza Agorà, nei pressi del luogo dell'incidente, un coro che passava dalle bocche di padri, madri e dei giovani, tanti, addolorati e rabbiosi. Non era di vendetta, l'aria che si respirava, ma certamente un profondo bisogno di giustizia, che non può mancare nè tardare. Anche perchè non si sono risparmiate versioni divergenti, soprattutto quella che vede il giovane Massimo come un teppistello che ha voluto furbescamente scansare i militari, ferendone uno al piede. Chi conosce Massimo sa che è l'ultima persona che avrebbe potuto fare questo, soprattutto considerando il suo profondo rispetto per gli altri e l'infinita bontà d'animo. Proprio queste versioni hanno fatto riscaldare gli animi al punto che l'intera popolazione ha inveito contro i carabinieri costringendoli ad abbandonare il luogo dell'incidente.
Un dolore che ha significato sconcerto per una intera collettività, che ora può solo stringersi attorno ad una famiglia straziata, aspettando il giorno di un verdetto giusto.

Fonte: Giancarlo Guercio - www.ondanews.it

No Tav:Storia di Alessandro, colpito in pieno volto da un lacrimogeno

«Plurime fratture di entrambi i seni mascellari, frattura del palato duro, del setto nasale, delle ossa nasali»: non è il referto di un medico di guerra, ma uno dei tanti episodi di "ordine pubblico" che ormai si registrano con sempre più frequenza nell'intricato conflitto sociale della Val di Susa.
Protagonista Alessandro L.; un attivista contrario agli appalti Tav "armato" di macchina fotografica, e colpito in pieno volto da uno dei tanti lacrimogeni lanciati ad altezza d'uomo. In una testimonianza raccolta a caldo e rilanciata su Youtube, Alessandro racconta che il pomeriggio del 24 luglio «era una giornata quasi di festa, c'erano anche gli alpini in congedo, famiglie con bambini… stavamo organizzando una proiezione per commemorare Falcone e Borsellino, e gli agenti di polizia uccisi per mano della mafia. All'improvviso abbiamo visto le scie dei lacrimogeni, e allora ho preso la macchina fotografica per documentare quanto stava accadendo. Sono corso al campeggio, e c'era l'ennesima scena di guerra. Lacrimogeni ovunque, lanci di acqua urticante con gli idranti. A qualcuno avrà dato fastidio la macchina fotografica… non ho neanche visto arrivare il colpo, ed ero già per terra davanti a questo lacrimogeno che continuava a soffiare gas. Io non ho mai tirato un sasso - tiene a precisare Alessandro - né ho mai insultato nessuno, ma anche se lo avessi fatto questo non giustificherebbe la violenza che ho subito». Dopo una lenta trafila sanitaria, che i suoi amici considerano molto piu' lunga del dovuto, Alessandro è stato operato il 17 agosto, e su di lui le conseguenze dell'"ordine pubblico" continueranno ancora a farsi sentire per mesi. Il caso di Alessandro è tornato alla ribalta in questi giorni per le segnalazioni lanciate in rete da Simonetta Z., l'attivista No-Tav che ha prestato i primi soccorsi accompagnando Alessandro in ospedale. Simonetta racconta che «quando siamo arrivati al pronto soccorso il medico di guardia ci ha parlato di una situazione grave, che richiedeva un trasferimento e un intervento chirurgico d'urgenza per inserire delle placche. Ma il giorno dopo - prosegue Simonetta - è cambiato tutto, e Alessandro è stato dimesso con codice verde e una prognosi di appena 20 giorni. L'operazione descritta come urgente è stata fatta dopo quasi un mese. Il nostro sospetto - dichiara l'attivista - è che abbiano volutamente tenuto basso il numero di giorni di prognosi per nascondere cio' che per noi è evidente: quel lancio di lacrimogeni poteva essere mortale».

Carlo Gubitosa da Liberazione

20 agosto 2011

Ancora una querela ai danni della mamma di Federico Aldrovandi

Patrizia Moretti, la madre di Federico Aldrovandi il ragazzo che perse la vita ammazzato da quattro poliziotti, finirà davanti al giudice per le indagini preliminari per rispondere delle accuse di diffamazione e istigazione a delinquere. Sono le ipotesi di reato per le quali la chiama in causa Paolo Forlani, uno degli agenti condannati in secondo grado per l’omicidio colposo del ragazzo. Pubblichiamo la lettera di Patrizia a cui va tutta la nostra vicinanza e piena solidarietà.


Oggi ho ricevuto la notizia del rinvio al gip, il 10 novembre 2011, per l’ennesima querela che mi indirizza Paolo Forlani. sempre per il blog. (clicca qui)

Il giorno della sentenza della corte d’appello di Bologna, che confermava in tutto quella del giudice Caruso, uno dei quattro condannati, paolo forlani, ha pensato bene di querelarmi per l’ennesima volta per diffamazione e per istigazione a delinquere.
Chiede che io venga perseguita e punita.
Lo stesso giorno nel quale e’ stato riconosciuto ancora colpevole della morte di mio figlio.
Vendetta? Arroganza? Cieca ostinazione?
La querela inizia così:
“lo scrivente è appartenente alla Polizia di Stato”.
Questo e’ ciò che mi offende ed indigna.
Non temo le sue ostinate e ripetute azioni giudiziarie ma non posso sopportare il fatto che possa ancora qualificarsi in questo modo addirittura nel perseguitarmi giudiziariamente dopo avermi tolto mio figlio.
Questo e’ insopportabile.
Egli potrà partecipare alla festa della polizia ed alla messa ed e’ per questo che io non potrei mai MAI essere li di fianco a lui e ai suoi complici.

Patrizia Moretti

19 agosto 2011

Milano: Vigili urbani picchiano ristoratore indiano

La notte di Sat Pal Saini, per tutti Paul (nella foto), è finita al pronto soccorso del Gaetano Pini: distorsione alla spalla e al polso sinistro. Il trauma, guaribile in due settimane, è conseguenza di un controllo dei vigili dell’annonaria finito male. Poche ore prima di presentarsi in ospedale, il sessantaduenne indiano era nel suo ristorante, il Maharaja in via Vetere, con due vigili in borghese che gli bloccavano le braccia dietro la schiena, «in maniera violenta, tanto da farmi male». Intanto, una vigilessa gli frugava nelle tasche in cerca di documenti, sotto gli occhi di un’altra collega. Sulla vicenda, il comando della polizia locale ha aperto un’indagine interna.
Alla scena, descritta nella querela presentata da Paul al commissariato di Porta Ticinese, hanno assistito allibiti i ragazzi seduti ai tavolini all’aperto del locale, vicino al parco della Vetra. Secondo il racconto, confermato da un testimone, i quattro vigili si presentano al Maharaja poco prima dell’una. Misurano l’ingombro del dehors e ritenendo che ecceda lo spazio consentito fanno una multa, poi se ne vanno. Dopo pochi minuti tornano al ristorante, pretendendo che Paul restituisca loro il verbale «perché sbagliato». Paul chiede di poterlo prima fotocopiare, e il tono brusco degli agenti si trasforma in qualcos’altro. «Per riprendersi i verbali i due uomini mi portavano le braccia dietro la schiena e le bloccavano tenendomi stretti i polsi — si legge nella querela — mentre le due donne infilavano le mani nella tasca dei miei pantaloni e si prendevano i fogli».
L’indiano, in Italia da oltre trent’anni e sposato con un’italiana, dice agli agenti: «Le multe le ho sempre pagate, ma mi sembra che il vostro sia un comportamento razzista». Ai vigili dice anche «chiamo la polizia», e si sente rispondere «la chiamiamo noi». Poi i quattro si allontanano. A Paul, dolorante, si avvicina un cliente che ha assistito alla scena. Si chiama Massimo Benussi, ha 38 anni. Chiede ai vigili i loro nomi, mostra i propri documenti e tornato a casa scrive una mail al sindaco per denunciare «il grave episodio». Grazie a lui, che ha annotato i numeri di matricola di due vigili, il comando ora potrà fare luce su come sono andate le cose. «Paul è una persona perbene — dice Benussi — ha costruito con le proprie mani il ristorante e per gli abitanti del Ticinese è un punto di riferimento».

fonte: La Repubblica

Cosenza: Ruspe e polizia per demolire i centri di iniziativa politica

Dopo la militarizzazione dell'Ateneo avvenuta in occasione della visita del Presidente Napolitano e la comparsa della Celere per «difendere» l'aula magna da un'assemblea degli studenti, all'Università della Calabria sono tornate le forze dell'ordine. Questa volta, però, accompagnano ruspe e addetti alla manutenzione: è agosto, il campus è deserto. Obiettivo: tre sgomberi, normalizzazione.
Seppur in maniera differente, Lsa Assalto, P2 Occupata e Filorosso rappresentano gli unici luoghi di libero confronto all'interno di una Università fiaccata da riforme aziendaliste, tagli ministeriali e burocrazia delle caste accademiche. Luoghi di aggregazione, di confronto e soprattutto centri delle lotte studentesche, contro i Governi e contro le manovre del prof. Latorre, Rettore dal 1999, che ha richiesto e ottenuto la modifica dello Statuto d'Ateneo.
Il primo a farne le spese è il capannone del Filorosso, centro sociale occupato dal 1995, punto di riferimento della socialità universitaria, che la mattina del 4 Agosto ha ricevuto la visita delle ruspe accompagnate da una trentina di uomini in divisa: «il rettore normalizzatore demolisce un'anomalia positiva per l'Unical, che ha sempre praticato la socialità, l'autoformazione, la qualità della vita in un campus deturpato dalle gru e dal cemento», scrivono i ragazzi del «filo».
E mentre le ruspe demoliscono 16 anni di storia, liberando polvere di lana di vetro in aria (tutt'altro che un toccasana), è il turno delle aule sul Ponte Pietro Bucci. Lsa Assalto era nato a gennaio, proprio dopo la comparsata del reparto Celere di fronte all'Aula Magna. Gli studenti hanno trovato il proprio spazio completamente sgombro delle proprie cose (senza nessuna ordinanza di sequestro) e già in fase di tinteggiatura: il vuoto bianco delle altre aule universitarie si era già impossessato del luogo che fino a qualche settimana prima ospitava incontri e dibattiti su beni comuni e rivoluzioni del nord Africa. Sono proprio loro che si accorgono che l'ondata repressiva non ha intenzione di fermarsi, e avvertono gli altri. Il Laboratorio Politico P2 nasce nel novembre 2008, in occasione delle proteste contro i tagli di Tremonti, quando gli studenti dell'Unical occuparono tutte le presidenze dell'ateneo. Da allora l'Aula P2 è punto di riferimento per gli studenti, ma anche per i movimenti territoriali calabresi, ed è qui che si riuniscono i ricercatori precari e si sono svolte molte iniziative sul referendum di giugno. Quando arrivano sul posto, gli studenti trovano il "fattaccio" soltanto iniziato: sopralluogo e cambio delle serrature. Rientrano nello spazio tramite un accesso secondario, controllano che tutto sia rimasto dove l'avevano lasciato e non si schiodano più: «la repressione del Rettore finisce qui. L'unico occupante di questa Università è proprio lui che, come un rais o un sultano, occupa la poltrona più alta dell'ateneo da 12 anni, attraverso relazioni particolari e leggi ad personam». Comincia una vera e propria guerra tra i collettivi ed il Rettore, che tenta di riposizionarsi dicendo che si sarebbe trattato soltanto di lavori di manutenzione, ma mentre nessuno solidarizza col Magnifico, gli interventi a favore degli studenti arrivano a pioggia: comitati, associazioni, persino docenti e presidi di facoltà. Il preludio di una vittoria politica: il Rettore si accontenterà di vedersi concessa la manutenzione dell'aula, che pure nessuno aveva negato, e gli studenti ironizzano «se era uno sgombero, sarà una tinteggiata», chiosando «si tratta di un episodio rilevante, conquistato grazie alla determinazione degli studenti i quali hanno sempre dimostrato radicalità a tutela dei propri diritti e del bene pubblico».
Vittoria parziale però: alle porte di un autunno di austerità, che sarà critico anche tra le aule universitarie, l'Unical, colpita dalla violenta smania normalizzatrice del Rettore, si ritrova privata di due spazi fondamentali di confronto e di incontro. Un atteggiamento autoritario che non potrà che alzare ulteriormente la tensione ed il livello dello scontro tra gli studenti, colpiti profondamente dalle manovre finanziarie degli ultimi anni, e le istituzioni dell'Università e del Paese. Qualcuno, evidentemente, se ne assumerà la responsabilità.


Flavio Stasi, Laboratorio politico P2 occupata (da Il Manifesto)

Livorno: un appello per la libertà di espressione e manifestazione

Quanto avvenuto in questi mesi, rende necessario denunciare la stretta autoritaria, l'attacco alla libertà di espressione e all'agibilità politica in corso in città. A Livorno, come in tutta Italia, sono colpiti coloro che sul lavoro, nella scuola e nelle piazze, lottano e decidono di non chinare la testa di fronte a delle condizioni di sempre maggiore sfruttamento ed oppressione, di fronte ad una crescente riduzione dei diritti e degli spazi di espressione, di fronte a tagli alla scuola e al sociale, di fronte all'attacco al mondo del lavoro.
E' ormai da un anno che con provocazioni, intimidazioni, identificazioni, denunce ed altri provvedimenti, si tenta di criminalizzare ogni forma di conflitto sociale. Infatti nella maggior parte dei casi questi provvedimenti sono relativi a manifestazioni studentesche e sindacali, come nel caso dello sciopero generale del 28 gennaio 2011 o del corteo studentesco del 16 dicembre 2010.
Più volte negli ultimi tempi associazioni, collettivi, realtà politiche e sindacali, partiti e soggetti sociali, hanno denunciato questa grave situazione.
L'inasprimento del clima repressivo risponde alla volontà di soffocare ogni malcontento sociale, sia da parte di Questura e Procura, sia da parte della Giunta comunale, che con le scelte politiche intraprese si è resa responsabile della stretta autoritaria in città.
A tale proposito vale la pena ricordare l'assurda militarizzazione delle scale del Municipio, allo scopo di impedire l'esposizione di striscioni, a cui puntualmente si assiste quando si svolgono manifestazioni evidentemente non gradite all'amministrazione. Esempio ancora più chiaro e molto più concreto è la delibera del consiglio comunale di Livorno per dotare i vigili urbani di manganello e spray urticante. Quest'ultimo fatto chiarisce il modo in cui si intendono gestire le future situazioni di tensione sociale. Già abbiamo visto l'uso che è stato fatto negli ultimi tempi di quella che ormai viene chiamata “Polizia locale”, dall'uso della forza negli sfratti, alla persecuzione dei migranti al mercato e nelle zone del centro. Questa stretta autoritaria, sia a livello nazionale che locale, mira a colpire ogni malessere sociale e costituisce l'ennesimo attacco a chi già subisce sulla propria pelle gli effetti della manovra finanziaria, dell'accordo sindacale, dell'emergenza abitativa, della politica di guerra, della devastazione ambientale, dell'attacco alla salute, delle leggi razziste, dei tagli ai servizi e all'istruzione.
Nelle ultime settimane il clima in città si è fatto ancora più pesante.
11 persone denunciate per un totale di 17 denunce relative al corteo studentesco del 16 dicembre 2010, una manifestazione che si inseriva nel contesto della grande mobilitazione studentesca dello scorso autunno, animata dalla contestazione simbolica alla sede di confindustria e che non ha registrato particolari momenti di tensione. Fra le accuse l’accensione di lamperogeni o fumogeni durante i cortei (fatto fra l’altro usuale in ogni corteo), oppure deviazioni di cortei perseguite applicando il “democratico” art. 18 del TULPS, Regio Decreto del 1931, legge fascista meglio conosciuta come “assemblea non autorizzata”.
Una persona denunciata per essere salita sulle famigerate scalinate del Comune. Lo scorso 28 gennaio, durante lo sciopero generale dei sindacati di base, la polizia cercò di impedire agli autisti Atl in sciopero, ai lavoratori Asa e agli studenti di salire sulle scalinate per attaccare alcuni striscioni durante il comizio finale di lavoratori e rappresentanti sindacali. Alla fine lavoratori e studenti salirono ugualmente sulla scala.
Ad altre 6 compagni e compagne sono state prelevate le impronte digitali e sono state scattate foto segnaletiche, oltre che denunciate per “imbrattamento di cose altrui” e per “apologia di reato”. Tutto questo a causa di semplici adesivi attaccati in città.
Questi provvedimenti sono stati notificati tutti insieme nelle prime settimane di luglio.
Ma questo clima si prepara già da oltre un anno. Si ricordino i decreti penali di condanna (sempre per “accensione pericolosa”) recapitati a tre studenti per il corteo studentesco del 6 novembre 2009. Si ricordino le denunce a due studenti dell'Istituto Nautico per un tentativo di occupazione che si concluse con una trattativa che portò alla convocazione in quella scuola di un'assemblea permanente contro la politica scolastica del Governo. In quell'occasione le forze dell'ordine, tra minacce e provocazioni, identificarono decine e decine di minorenni. Si ricordi la militarizzazione della città a cui abbiamo dovuto assistere più volte in questi ultimi due anni, sia per manifestazioni studentesche e sindacali, sia in altri casi. Come in occasione dell'incontro sulla “sicurezza” organizzato a marzo di quest'anno tra il sindaco di Livorno Cosimi ed il sindaco di Verona Tosi, uno degli esponenti leghisti più legati alla destra neofascista ed al tradizionalismo cattolico. La militarizzazione di una città completamente blindata, rese in modo chiaro l'idea di cosa significa per il sindaco Cosimi la “sicurezza”.
Dall'estate del 2009 decine e decine di denunce, 4 arresti, varie condanne.
Questa è la situazione a Livorno.
Denunce a chi spontaneamente contestava la presenza dei fascisti di Forza Nuova alla processione dei cattolici tradizionalisti a Montenero. Una montatura e 4 persone agli arresti per diversi mesi, per chi partecipava a Pistoia ad un' assemblea sull'incostituzionalità delle ronde. Denunce e condanne a chi partecipa a manifestazioni studentesche e sindacali.
Questi provvedimenti sono del tutto pretestuosi. L'intenzione in questi casi è quella di colpire determinati compagni e compagne, di colpire certe posizioni politiche, di colpire percorsi unitari e legami di solidarietà che si sono costruite in questi anni. Che i fatti contestati non siano che dei pretesti è chiaro sia da come certi provvedimenti risultino quasi ridicoli, sia dal fatto che vengano colpiti, con particolare accanimento, quei compagni e quelle compagne più impegnati. Vengono prese di mira infatti quelle persone che spesso costituiscono le cerniere tra i vari collettivi e soggetti politici, che hanno un ruolo importante in quei meccanismi di solidarietà, collaborazione e confronto, che hanno permesso che in questa città si sviluppassero importanti percorsi di lotta.
Questa stretta autoritaria mira quindi a reprimere ogni forma di dissenso, costituendo un attacco diretto alla libertà di espressione e manifestazione. Un attacco diretto a chi lotta, ma soprattutto diretto a studenti, lavoratori, migranti, un attacco ad ogni malcontento sociale.
Per questo è necessario spezzare questa morsa ed estendere le maglie della solidarietà. Sostenere coloro che vengono colpiti da provvedimenti repressivi e rivendicare l'agibilità politica e la libertà di manifestazione. Contrastare la stretta repressiva ha bisogno di una specifica campagna politica che non può essere slegata dai percorsi di lotta che vedono protagonisti i lavoratori, gli studenti, i migranti.
Va infatti ricordato che quando si parla di stretta autoritaria, si parla dell'azione delle Questure e delle Procure, ma si parla anche della riduzione dei diritti dei lavoratori e delle lavoratrici, della precarietà, delle leggi razziste che ricattano e perseguitano i lavoratori immigrati, del militarismo e delle politiche di guerra. Lo si può vedere in Val di Susa, dove il governo ed il PD usano continuamente la violenza, giungendo fino a schierare l'esercito contro un movimento di resistenza popolare in difesa della salute. Lo si può vedere a Firenze, dove con una enorme montatura da oltre 90 indagati, si cerca non solo di affossare il movimento studentesco fiorentino ma di bloccare ogni forma di dissenso in città.
Con questo attacco, anche a Livorno si cerca di organizzare la repressione del malessere sociale.
Ma questa stretta autoritaria non può fermare il malcontento ormai diffuso. Non può spezzare la solidarietà che lega movimenti sociali, collettivi, soggetti politici e sindacali, né tanto meno potrà fermare le mobilitazioni dei prossimi mesi.





Coordinamento Studentesco Livornese, Collettivo Studentesco Universitario Livornese, Comitato di lotta per il lavoro, Unicobas Livorno, Confederazione Cobas Livorno, C.S.A. Godzilla, Officina Sociale Refugio,
Teatrofficina Refugio, Sinistra Critica, Collettivo Anarchico Libertario, Federazione Anarchica Livornese – F.A.I.


Napoli: agente rubava ai detenuti di Poggioreale.

Un assistente della Polizia Penitenziaria è stato tratto in arresto perché colto in flagranza di reato di reato di peculato. L’uomo approfittando della sua qualità e del suo ruolo, attraverso ingegnosi espedienti, riusciva a sottrarre ai detenuti oggetti preziosi depositati presso il “casellario” ove vengono custoditi gli oggetti appartenenti ai detenuti che non possono rimanere per normativa nella loro disponibilità. A seguito di un’articolata attività investigativa che ha comportato l’utilizzo di video di sorveglianza per un continuo monitoraggio dei luoghi, si è riusciti a scoprire l’attività e le vittime dei furti il cui numero, secondo i primi accertamenti non sembra apparire esiguo.

fonte: www.caserta24ore.it

Testimonianze: mio figlio, suicida appena un mese fa, è morto di malagiustizia…

Sono una mamma e ho da poco perso mio figlio, morto suicida appena un mese fa. Non avrei creduto che potesse capitarmi una cosa del genere e, soprattutto, fino a un anno fa credevo nella giustizia e nei giudici. Oggi quella fiducia non c’è più e guardo con occhi diversi le vicende di chi, come noi, si è trovato e si trova ad affrontare un procedimento giudiziario in cui ricopre, suo malgrado, la veste di imputato.
Voglio raccontarvi di mio figlio: 30 anni bello, dolce e pieno di speranze, come lo sono i giovani della sua età. La sua vicenda giudiziaria inizia quando, una mattina di luglio di un anno fa, viene arrestato con l’accusa di traffico di marijuana. Viene condotto prima presso la casa circondariale di Regina Coeli e poco dopo trasferito in un nuovo carcere, dove resterà per tre mesi e mezzo, in condizioni degradanti e di sovraffollamento, tipiche delle nostre patrie galere!
Le accuse, pesanti come un macigno, tengono mio figlio in carcere in stato di custodia cautelare e senza alcuna possibilità di accedere agli arresti domiciliari, per la forte convinzione del pubblico ministero del suo coinvolgimento nella vicenda. Le prove a carico sono esigue, solo due intercettazioni telefoniche, non sul suo telefono, bensì su quello di altri due imputati, i veri artefici delle condotte illecite, che nei loro discorsi sostenevano che mio figlio dovesse loro dei soldi: secondo la logica dell’accusa queste prove bastavano e avanzavano!
Mio figlio, suo malgrado, conosceva gli altri imputati e con loro aveva organizzato degli eventi estivi, ma non aveva intrattenuto alcun genere di altri rapporti, infatti, poco dopo, ne aveva preso le distanze, ma ciò non è bastato e non lo ha salvato dal calvario che da lì a poco avrebbe patito.
L’accusa sin dalle prime fasi del procedimento non ha sentito ragioni: il magistrato ha mantenuto per mesi un ragazzo incensurato, un ragazzo con spiccati riferimenti famigliari e culturali, in stato di custodia cautelare senza mai interrogarlo, stante le richieste della difesa, ha respinto ogni richiesta presentata dai legali di attenuazione della misura, sino a quando, pur di tirarlo fuori da quella prigione - come è nel gioco della forza delle parti e del potere - lo abbiamo convinto a patteggiare; lui non voleva farlo, ha accettato solo per noi.
Pensavamo che il peggio fosse passato, speravamo che i tempi del procedimento fossero più ragionevoli, a maggior ragione dopo la definizione del processo, ma ci sbagliavamo ancora una volta. Il nostro ragazzo doveva accedere alla misura alternativa dell’affidamento in prova e vi erano tutti i presupposti perché il tribunale competente la concedesse.
Ogni giorno, dagli uffici interpellati, le risposte erano sempre le stesse: bisognava aspettare, nonostante vi fosse sentenza, perché il fascicolo passasse dal giudice di cognizione al Tribunale di Sorveglianza e intanto i giorni si consumavano lentamente, solo per ricevere la notifica dei provvedimenti.
Nell’era dei computer e della velocità informatica, impiegavano settimane e mesi per passare da un ufficio all’altro e da un tribunale all’altro. Dall’uscita dal carcere al giorno del suo suicidio sono trascorsi 5 mesi e mezzo (pazzesco, vero?); soltanto per la formalizzazione della sua condanna sono passati 3 mesi e intanto mio figlio scalpitava in casa, deprimendosi, perché vedeva allontanarsi sempre più la possibilità di quella libertà, anche parziale, che gli avrebbe consentito di tornare a fare una vita “passabile”: la sua casa, il suo lavoro, la sua fidanzata che adorava.
Potete pensare che un ragazzo così, pieno di vita e di entusiasmo, potesse sopportare tutto questo? No, soprattutto se sa di essere innocente. Non ce l’ha fatta. Se n’è andato da solo, una mattina, nel modo più terribile, lasciandoci allibiti e disperati, perché, sapete, per quanto noi genitori abbiamo cercato di fare tutto il possibile per lui, i sensi di colpa ci attanagliano, primo fra tutti quello di non avere capito che non ce la faceva veramente più.
La pena dovrebbe, come è nello spirito delle leggi, avere la funzione e il compito di recuperare e riabilitare le persone, dare la possibilità a chi ha subito una condanna di riscattare la sua vita e reinserirsi nella società civile ed il carcere è l’extrema ratio e non, come accade oggi, la soluzione.
Il processo dovrebbe essere giusto, equo e ragionevole, le lungaggini giudiziarie e i farraginosi iter burocratici, che richiamano vicende dal tratto kafkiano, finiscono nella realtà per colpire i malcapitati che si ritrovano in carcere da innocenti. Storie di ordinaria ingiustizia in cui è caduto mio figlio che ben avrebbe potuto provare la sua innocenza nel processo, ma la minaccia di restare in carcere sino al processo, e forse per tutto il tempo di durata del dibattimento, ci ha fatto desistere e preferire “un accordo” con la pubblica accusa.
Così mi chiedo, da adulta, cittadina e madre: è questo il modo per recuperare un ragazzo, ammesso anche che abbia delle colpe? Perché chi giudica non riesce a guardare, come dovrebbe essere, chi ha di fronte, a indagare sulle qualità personali, sul carattere e su tutto ciò che necessita per definire il profilo di un individuo? Il diritto richiede simili analisi e chi giudica dovrebbe attenersi a tali principi, principi giusti e inviolabili, necessari per contraddistinguere un ordinamento democratico e garantista.
Questa lettera di protesta non mi restituirà mio figlio ma spero almeno possa servire a muovere le coscienze.

fonte: www.linkontro.info

Detenuto morì di anoressia a Regina Coeli, rinvio a processo per tre medici

Lo avevano chiamato un secondo caso Cucchi perché anche lui, Simone La Penna, era morto in carcere. Appena un mese dopo il geometra romano. E ora anche i medici che dovevano occuparsi di lui rischiano di finire a processo con l’accusa di omicidio colposo.
Il pm Eugenio Albamonte, titolare del fascicolo, ha chiesto il rinvio a giudizio per i tre camici bianchi, Andrea Franceschi, Giuseppe Tizzano e Andrea Silvano. Colpevoli di aver rispedito il detenuto nella sua cella e di non averlo invece tenuto sotto osservazione come avrebbero dovuto. Morto di infarto, dunque, ma ucciso, secondo il magistrato, dalla negligenza di chi, invece, avrebbe dovuto prendersene cura.
Ora tocca al gip decidere se farli sedere sul banco degli imputati. Il cuore di La Penna, anche lui detenuto per problemi di droga, ha smesso di battere per un arresto cardiaco il 26 novembre del 2009. Quando fu ritrovato cadavere nella cella dove i medici del reparto ospedaliero del Regina Coeli lo avevano rispedito, pesava appena 49 chili.
Aveva un passato di anoressia in cui sembrava essere ripiombato dopo l’arresto tanto da essere stato trasferito a Roma dalla casa circondariale di Viterbo, suo paese di origine, per motivi di salute. Due episodi che sembrano avere molto in comune. A partire all’età delle vittime: il geometra romano aveva 31 anni, La Penna 32, una compagna e una bambina. Così come per Stefano Cucchi, anche per il giovane viterbese è stata la famiglia a sporgere denuncia: più volte la sua difesa aveva sollevato la questione sulla incompatibilità della sua salute con il regime carcerario.

9 agosto 2011

Cosenza: sgomberato L.s.a. Assalto

Si respira nuovamente un clima autoritario all’Unical.
Il rettore Giovanni Latorre, da dodici anni signore feudale del territorio universitario, ha deciso di spendere questo mese di agosto a sgomberare ogni posto che nell’ateneo vive e promuove iniziative al di fuori dell’irreggimentazione decisa da logiche aziendali.
A fare le spese delle manie assolutiste del rettore, oggi, è il Laboratorio Sociale Autogestito “Assalto”.
Stamattina , infatti, abbiamo trovato una brutta sorpresa arrivando all’aula Zenith2, occupata da gennaio: serratura cambiata e squadra di imbianchini al lavoro per cancellare ogni traccia visiva di sette mesi di attività politica e aggregativa. Anche gli oggetti presenti nell’aula sono stati presi e nessuno sa dove sono stati depositati, non esistendo alcun verbale di sequestro; è sparito nel nulla, inghiottito dalla bulimica fame di “legalità” estiva del rettore, tutto il materiale servito per le iniziative che hanno animato l’aula: cineforum, dibattiti, presentazioni di libri, seminari autogestiti, musica del vivo e momenti di aggregazione.
Già a gennaio, dopo che il movimento studentesco aveva aspramente contestato il ddl Gelmini in tutta Italia, l’occupazione dell’aula è stata la risposta alla militarizzazione dell’Unical disposta dal rettore, con squadre di polizia a sbarrare l’ingresso dell’aula magna per impedire lo svolgimento di un’assemblea. Ora, dopo mesi di silenzio, il rettore mostra ancora il suo vero volto: quello di un barone neoliberista autoritario, ostinato a gestire la NOSTRA università come se fosse una SUA azienda. Infatti in questa calda estate calabrese è definitivamente caduta la maschera di “uomo di sinistra” sotto i tentavi di sgombero e le demolizioni portati avanti in tutto l’ateneo.
L’obiettivo di “normalizzare” l’Ateneo, facendone un luogo che vive solo negli orari di lezione decisi e determinati “dall’alto”, senza spazi per la libera formazione e per un’aggregazione libera e spontanea, verrà combattuto con le stessa fermezza con cui abbiamo combattuto le riforme universitarie che stanno a monte di tale logica.
La tempistica dell’azione, in pieno agosto e con l’università deserta, mostra chiaramente la debole legittimità politica del gesto, che solo in un momento di così scarsa attenzione poteva essere compiuto.
Troppo difficile cancellare esperienze in un autunno che sarà carico di lotte, troppo facile pensare che basti una mano di vernice per cancellare un’esperienza politica che, seppur breve in termini temporali, è già carica di consapevolezza e rabbia.
Nulla di nuovo, dunque, non sarà certo una serratura nuova a bloccare la nostra rabbia, non sarà un’imbiancata a cancellare questa esperienza politica.
Le strade in fiamme di Londra, le piazze piene della Spagna e le rivolte nel mondo arabo anticipano quello che sarà l’autunno italiano, ed è ha queste che stiamo guardando, ed è da queste che ripartiremo.

Come back settembre

L.S.A. Assalto - Cosenza

Catanzaro: detenuto di 67 anni s’impicca in cella

Schiacciato dal peso del rimorso, s’è stretto la vergogna attorno al collo e ha chiuso definitivamente gli occhi. Francesco Beniamino Cino se n’è andato in silenzio, all’alba d’un giorno di festa. S’è ucciso nella solitudine della sua cella dopo una notte insonne, passata a ripensare all’ultimo spicchio della sua vita che gli era sembrato improvvisamente irrecuperabile. Cino era rinchiuso nel penitenziario di Catanzaro da martedì sera, dopo l’intervento chirurgico per l’asportazione d’un carcinoma, al quale era stato sottoposto il 28 luglio, nel policlinico di Germaneto.
Soffriva parecchio il sessantasettenne di Montalto Uffugo, nel Cosentino, soffriva dal 29 giugno, il giorno della follia. Quella mattina, nel giro d’un quarto d’ora, uccise i consuoceri, Franco Cariati e sua moglie Anna Greco, e ferì la nuora Teresa. Crimini documentati dalle investigazioni dei carabinieri del capitano Adolfo Angelosanto e dalle stesse ammissioni del commerciante reo confesso.
Cino interpretò il rifiuto dell’ex moglie del figlio ad abbandonare la “sua” casa come una congiura ordita nei suoi confronti dalla donna e dai suoi genitori. Nella sua mente, probabilmente, non c’era più spazio per altro di più razionale. E così s’armò e fece strage dei consuoceri. Dopo la mattanza, Cino fuggì, tentando di spararsi con la pistola nel parcheggio d’un centro commerciale di Cosenza. Ma l’arma s’inceppò e non poté completare quel suo disegno che ha, invece, definito, ieri mattina, lasciandosi soffocare da un lenzuolo che s’è stretto al collo nel chiuso della sua cella.
Negli ultimi tempi parlava tanto di quel suo desiderio che era diventato una ossessione. Cercava la morte, si sentiva finito. S’era rivolto al medico che lo aveva operato: “Dottore, la prego, mi faccia morire...”. Ne parlava spesso durante i colloqui in carcere con la moglie e il figlio e, pure, con i suoi legali, gli avvocati Ubaldo e Marlon Lepera. L’ultima volta era stato in ospedale.
Francesco Beniamino Cino confessò d’essersi bevuto una intera bottiglietta di colla vinilica senza tuttavia aver subito alcuna conseguenza. Intenzioni suicida che avevano spinto i difensori a vergare in fretta una richiesta al gip di Cosenza per sottoporre Cino a una perizia psichiatrica. Lo scopo era quello di valutare le condizioni psichiche dell’uomo e la sua compatibilità col regime carcerario. Il giudice aveva autorizzato la visita specialistica che, probabilmente, avrebbe dovuto svolgersi stamattina nell’infermeria del carcere catanzarese. Ma il sessantasettenne detenuto è stato più lesto.
Gli avvocati Ubaldo e Marlon Lepera hanno già preannunciato un esposto per fare piena luce sulla vicenda. L’iniziativa dei legali è finalizzata a verificare se c’è stata una flessione nel livello di sorveglianza dal momento che Cino aveva più volte esternato quella sua insana voglia d’ammazzarsi. Sospetti che rischiano d’avvelenare il metabolismo delle indagini sul decesso in cella. Uno dei tanti che si consumano nell’inferno delle prigioni italiane, quando la disperazione stritola la speranza.
Francesco Beniamino Cino s’è ucciso a 40 giorni esatti dalla strage. La sua discesa negli inferi era cominciata sotto casa, a Settimo di Montalto, quando affrontò Teresa Cariati, la nuora per “definire” la questione dell’appartamento. Un quartino che il giudice della separazione aveva assegnato alla donna: “Se non vuoi più abitare qui da noi, bene, allora vattene e restituiscimi le chiavi”.
L’incontro fatale rappresentò l’innesco che fece detonare la diga della ragione. La donna già in auto non avrebbe assecondato quella richiesta provocando la reazione del commerciante. L’uomo avrebbe aperto lo sportello dell’auto e avrebbe cominciato a percuotere la nuora. Avvisaglie che lasciarono i segni di un conflitto familiare ormai fuori controllo, nutrito da rancori e interessi. Quel pensiero fisso per la casa aveva finito per assorbire la mente del sessantasettenne.
La rabbia urlata in faccia alla nuora e la successiva aggressione fisica sarebbero stati i prodromi della strage, i sintomi di quella ossessione che finì per trasformare un tranquillo commerciante in un freddo assassino. Cino, ormai prigioniero della follia, sarebbe corso in auto a prendere quella vecchia pistola ereditata dal padre scatenando l’inferno. In quindici minuti ferì la nuora, sotto gli occhi dei due nipotini, e uccise i consuoceri.
Poi, fuggì, raggiunse Cosenza, dove tentò di togliersi con quella stessa pistola con cui aveva seminato la morte. Una rivoltella che, però, s’inceppò e lui andò via, con l’autostop, fino a raggiungere il Savuto, prima di decidere di consegnarsi ai carabinieri, confessando tutto. Per tre settimane è rimasto rinchiuso nel carcere di Cosenza. Poi, la necessità del trasferimento a Catanzaro per l’intervento chirurgico per il quale era già in lista da tempo. E dopo l’operazione, il ritorno dietro le sbarre dov’è rimasto per quattro giorni prima di togliersi la vita.

fonte: Gazzetta del Sud

Notizie Correlate